Recital poetico in memoria di Mario Luzi il prossimo 17 ottobre a Firenze

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Sabato 17 ottobre alle ore 17:00 presso la Sede Provinciale dell’ARCI in Piazza de’ Ciompi 11 a Firenze si terrà la Conferenza dal titolo “Mario Luzi: l’uomo e il poeta” e a seguire il recital poetico in memoria del poeta. La manifestazione, ideata e promossa dai scrittori e poeti Marzia Carocci e Lorenzo Spurio, sarà organizzata dalla Ass. PoetiKanten in unione con la rivista di letteratura «Euterpe».

Durante l’evento sarà presentata e diffusa l’antologia dell’evento che conterrà gli atti dei relatori intervenuti durante la conferenza, le poesie presentate al recital e gli altri scritti appositamente inviati per l’evento.

La serata, sulla quale verranno date maggiori informazioni in merito alla partecipazione dei conferenzieri, si svolgerà con il seguente programma

Ore 16:30 – Saluto e ringraziamenti

Ore 16:45 – Conferenza

Interverranno: Caterina Trombetti (poetessa e docente), Ernesto Piccolo (pittore, già docente dell’Accademia di Belle Arti), Catia Migliori (docente dell’Università “Carlo Bo” di Urbino, Responsabile Centro Studi “Mari Luzi” d Montemaggiore al Metauro (PU).

Moderano Marzia Carocci e Lorenzo Spurio 

Ore 18:00 – Recital poetico

Come partecipare al Recital poetico

I poeti che intendono partecipare al recital poetico dovranno inviare due poesie di massimo 30 versi l’una o che siano dedicate al poeta Luzi o che condividano o si rifacciano nei modi, nello stile e nelle immagini alla poetica luziana. Gli organizzatori confermeranno l’avvenuta ricezione dei materiali e l’ammissibilità al recital a mezzo mail. 

I poeti che inviano i propri testi si impegnano a presenziare fisicamente all’evento in programma, fatte salvo le impossibilità sopraggiunte all’ultimo momento che dovranno, comunque, essere comunicate alla organizzazione.

Nel caso in cui parteciperanno molti poeti in sede di recital, i poeti provvederanno a dar lettura a un’unica lirica.

Gli organizzatori non daranno lettura alle poesie di persone assenti, nel caso il poeta voglia inviare un delegato per la lettura, dovrà comunque comunicarlo alla organizzazione.

Pubblicazione in antologia

A testimonianza dell’intero pomeriggio gli organizzatori hanno deciso di organizzare una antologia pubblicata da PoetiKanten Edizioni, disponibile durante l’evento, che conterrà i seguenti testi:

  • gli interventi critici degli organizzatori
  • gli atti dei conferenzieri
  • le poesie inviate per il recital poetico
  • gli articoli e i saggi di coloro che vorranno inviare contributi critici sull’opera di Mario Luzi e che, come per i poeti, si impegnano a partecipare alla serata. Durante l’evento provvederanno a dar lettura a un estratto del saggio o a sintetizzarne le idee di base.

Agli autori presenti in antologia non è obbligato l’acquisto, ma è consigliato.

Le poesie e i saggi presentati per la pubblicazione antologica potranno essere editi o inediti ma nel caso siano editi dovranno indicare dove sono apparsi per la prima volta, se in rivista o in volume indicando titolo, casa editrice, città, anno e numero di pagina.

Detti materiali debbono essere inviati, assieme ai propri dati personali nella necessità di un contatto più veloce (nome, cognome, mail, telefono) esclusivamente a mezzo mail all’indirizzo eventipoetici@gmail.com  entro e non oltre giovedì 24 settembre.

A Tassignano (LU) il 2 Luglio per ricordare Julio Monteiro Martins

Nell’occasione della giornata che avrebbe dovuto vederlo festeggiare il suo 60° compleanno il 2 Luglio presso la Biblioteca “Ungaretti” di Tassignano (LU) si terrà un incontro per ricordare lo scrittore e poeta italo-brasiliano Julio Monteiro Martins, recentemente scomparso.

Nell’occasione saranno letti estratti dei suoi scritti, proiettate immagini e ci sarà un intervento musicale del Maestro Alberto Chicayhan.

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Stelle negate di Fiorella Cappelli – Prefazione di Michela Zanarella

Stelle negate
Stelle negate di Fiorella Cappelli

Prima di essere autrice, Fiorella Cappelli è innanzitutto madre premurosa, sa quanto è importante riuscire a comprendere e proteggere un figlio e chi si ama dalle sofferenze del mondo. A sostenerla quotidianamente c’è la poesia, la forza della parola, che infonde coraggio nei momenti difficili che la vita riserva. Ha un cuore immenso Fiorella Cappelli, un cuore di mamma che abbraccia in versi chi soffre, chi ha bisogno di un cenno d’affetto, chi non ha nulla se non se stesso.
La silloge “Stelle negate” è la testimonianza concreta delle emozioni e dei pensieri dell’autrice, che si dona in poesia, coniugando sentimenti e quell’essere portatrice di affetto e solidarietà verso gli altri: “Aggiungo stelle, dentro le favole/per chi, da sempre, le ha avute negate.” Ha un messaggio buono e di speranza Fiorella, anche davanti al dolore più cupo, cerca di portare un po’ di luce che riempia l’anima delle persone. La raccolta di poesie, in metrica, sonetto e verso libero che ci presenta, è divisa in due sezioni, la prima è composta da liriche in lingua, la seconda raccoglie poesie in vernacolo romanesco. Anche se la suddivisione del libro a prima vista appare netta, c’è un legame forte nei contenuti delle poesie, che siano in italiano o in dialetto, rimane costante lo sguardo sull’esistenza, sui legami, sugli affetti, sulle problematiche sociali. E’ evidente la volontà di far emergere ciò che accade nel mondo, ciò che accomuna l’umanità, nel bene e nel male. Particolare l’acronimo dedicato ad Antonio De Curtis, in arte Totò, e l’ironia delle “frasi…per suonati”.
“La vita ci passa sopra e dentro, ci attraversa a volte con amore, altre con pietà ma mai con indifferenza”, questa riflessione acuta dell’autrice ha l’effetto di una verità che trova compiuta espressione in chiunque; ha un senso universale per chi legge e chi è in ascolto.
E’ un dire profondo e spontaneo quello di Fiorella Cappelli, i versi scelti danno ritmo e musicalità alle poesie, ancor più nel dialetto, dove risulta necessario nella struttura dare quel tocco sonoro con la rima baciata o alternata: Portàmola ner monno, la speranza,/damo ‘n’aiuto a chi cià tante pene/e su la Tera pena già abbastanza.”
L’autrice nel vernacolo usa un linguaggio semplice, spesso giocoso, privo di inibizioni linguistiche, privilegia il ricorso ad immagini colorite: “So’ tant’anni che lei vola co’ le toppe sur vestito/ma st’Italia nun mijora/e nun po’ trovà marito.”
E’ da considerarsi tendenza naturale e propria del romanesco che in passato vide il Belli e il Trilussa tra i massimi esponenti o suoi fautori. Con il romanesco Fiorella affronta la tragedia della Costa Concordia, racconta la Befana di Piazza Navona, Roma sparita, spiega il Ponentino ed il Grecale, ci accompagna nei vicoli della Capitale a gustare sapori e tradizioni, senza mai dimenticare chi vive ai margini della società. Il suo impegno civile prende forma in una poesia limpida e vivace, che non teme di toccare anche realtà scomode, il suo canto è una doverosa e consapevole espressione di dissenso verso le contraddizioni del nostro tempo, dove “giovani innocenti vite
pagano il tributo all’incoscienza umana”. Non mancano i riferimenti all’amore, il sentimento più complesso da definire, che per la poetessa va custodito, protetto e alimentato. Sensibile agli elementi della natura e al rispetto dell’ambiente, Fiorella dedica versi ad un albero, alla neve che scende lenta e silenziosa, ad acque cristalline, al Sacro Monte di Varese, all’Euforbia Arborea. E’ un susseguirsi di immagini, emozioni, pensieri che danno una visione ampia della personalità dell’autrice, che non trascura nulla del mondo e di chi lo anima. Nel tentativo di cogliere in ogni cosa l’aspetto positivo, la Cappelli propone una poetica saggia, attenta alle relazioni umane, dove è fondamentale l’incontro e il confronto con l’altro, le parole diventano il tassello indispensabile per creare condivisione, per tessere rapporti in direzione alla solidarietà. “Stelle negate” è una silloge di grande intensità emotiva capace di svelarne umanità, umiltà e creatività.

L’ autrice

L'autrice, Fiorella Cappelli
L’autrice, Fiorella Cappelli

Fiorella Cappelli è nata a Roma, ha lavorato per 30 anni in un’Azienda di Telecomunicazioni Satellitari nel settore Servizi Televisivi. Scrittrice, poetessa giornalista free-lance International Press, inviata di Mondo Notte per StandByTv per il sociale e la cultura, ha pubblicato cinque libri di poesie, racconti aforismi, con parte del ricavato sostiene la Fondazione Città della Speranza. Il suo Secondo libro “Padrone il vento” porta la prefazione di José Van Roy Dalì (figlio di Salvador Dalì) e viene presentato alla Fiera del Libro di Torino nel 2010 in diretta su Rai2, in Doppio Femminile da Jo Squillo. Con le sue liriche è presente, con la casa Editrice Pagine, tra i poeti contemporanei e in numerose antologie. Vincitrice di vari premi nazionali ed internazionali di poesia e narrativa, ha frequentato laboratori di scrittura comico-umoristica presso Accademia del Comico di Max e Morini con Lillo e Greg, scuole di Scrittura Creativa a Roma e Firenze, corsi di dizione (Teatro Kairos) e doppiaggio (Studi Titania), dà la sua voce allo spot 5×1000 Associazione Solidabile Onlus; è socia I.P.L.A.C , socia del Centro Romanesco Trilussa, (Vincitrice premio Fontane di Roma 2012 Associazione la Sponda) scrive e declama anche in vernacolo, sostenitrice dei dialetti, patrimonio della nostra cultura, si interessa allo studio della romanità e alla composizione del sonetto, fa parte dei Poeti dell’Isola del Cinema, è Socio Iscritto SIAE come autrice testi di canzoni, è recensionista, inserita nella Redazione di Aphorism, e con le sue poesie sullo sport sul giornale Romacorre, collabora con varie testate giornalistiche on-line e con il Mensile Letterario “Leggere Tutti”, ideatrice ed organizzatrice di eventi culturali, è a sostegno dei giovani autori emergenti nella presentazione di libri, tematiche sociali e mostre d’Arte, in ambito dell’Associazione Culturale da lei fondata,“Vip Club Innamorati di Roma”, a Fontana di Trevi; Nel 2012 le viene conferita la nomina di “Cavaliere al Merito Templare” dell’Ordine O.S.M.T.H. Gran Priorato d’Italia. Nel 2013 partecipa alla Nave dei Libri per Barcellona in occasione della giornata Mondiale del libro dove presenta, oltre ai suoi libri, anche libri di altri autori. Nel 2014 presenta i libri della casa editrice David & Matthaus alla Fiera internazionale del Libro di Torino e a Roma. Sua è anche l’organizzazione e la presentazione del cortometraggio “Raccontami una Favola” di Victor Daniel ed Ettore Farrauto con la partecipazione del Regista Pupi Avati nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, a Roma. Porta la declamazione delle sue poesie in giro per l’Italia : a Firenze, Taranto, Varese, Padova, Torino, Milano, Reggio Emilia, Magliano dei Marsi. Partecipa con le sue poesie all’evento Wall of Dolls, contro il femminicidio, organizzato a Milano da Jo Squillo ed eventi di solidarietà in ambito Nazionale (Telethon) sempre nel 2014 è vincitrice primo premio assoluto del 1° Poetry Slam del litorale di Roma organizzato dall’Associazione Spazi all’Arte che le dà accesso diretto alla Finale del Poetry Slam di Centro Italia organizzato in Primavera 2015 dalla L.I.P.S Lega Italiana Poetry Slam.

“Con le ali negli occhi” di Raffaella Amoruso. Prefazione di Lorenzo Spurio

Con le ali negli occhi di Raffaella Amoruso

Prefazione di Lorenzo Spurio

Il titolo della nuova pubblicazione di Raffaella Amoruso, Con le ali negli occhi, chiama a una preliminare riflessione: le ali ci trasmettono un senso di leggerezza e di sospensione mentre gli occhi, occultati dalle ali, sembrano voler identificare un’impossibilità concreta di scrutare il mondo. Nel complesso il titolo evoca, dunque, vaporosità e mistero.

Questo “oceano di parole” che è il libro che il lettore si appresta a leggere si apre con un racconto-prologo intitolato “Una storia come tante” che contiene uno squarcio di una memoria dell’infanzia forse difficile perché a contatto con liti di genitori tanto che portano la nostra a cercare un luogo-non luogo dove potersi rinchiudere con la volontà di annullarsi da quella situazione. Non in uno sgabuzzino né in un garage, ma in un frigo: uno spazio ridotto e inospitale dove cercare riposo e silenzio. Un presente che a suo modo la Nostra vuole fermare di colpo e con esso anche le urla e i litigi dei suoi genitori tanto da cristallizzare gli istanti: non per eternarli e tornare poi a riviverli, piuttosto per de-costruirli, annullarli, renderne impossibile lo svolgimento, la ripetizione, il ricordo. Una volta uscita da quel guscio protettivo (gelido non solo perché è un frigorifero ma soprattutto perché è una culla surrogata, falsa, che non permette calore), la ragazza ritroverà pace e rassicurazione nei “suoi cani, alti quanto lei [che] le trotterellavano a fianco, proteggendola ancora una volta”.  Curioso come un bambino riesca nel suo mondo ludico a fuggire dalle incomprensioni e dalla insofferenza derivante dall’acredine tra i suoi genitori impelagandosi prima in un progetto claustrofilico (il frigo) e poi predisponendosi a credere nella protezione da parte di un soggetto senz’altro forte ma privo di comprensione degli eventi (il cane).

Il titolo di questo racconto-prologo svia il lettore perché anche se l’autrice ci ricorda che è solo “una storia come tante” in realtà sembra essere un episodio che ha una traccia forte nell’esperienza della donna matura e che ne ha in un certo qual modo caratterizzato l’infanzia. Molti possono ritrovarsi in questa descrizione di frequenti alterchi familiari in cui il povero bambino, quale vittima sacrificale, ne subisce le conseguenze senza mai comprendere del tutto; colpisce però la strategia di fuga dal problema della Nostra, la sua capacità reazionale genuina che rivela quanto il mondo dell’infanzia sia delicato e prezioso e quanto spesso basti poco per incrinare la naturale pace del giovane, ispessire o inasprire il suo carattere e farlo maturare scevro di rassicurazioni forti e in maniera sana.

Raffaella Amoruso
Raffaella Amoruso

Seguono liriche che potrebbero sembrare in controtendenza al racconto-prologo dove, contrariamente a quell’amore e affetto ricercati, si dà corpo ad un amore forte, concreto, di donna ormai matura che è in grado di dipingere gli effluvi del sentimento colorando emozioni e facendo brillare di luce propria le parole. Se in “Nati per amare” la poetessa impiega una lessicografia che opera un’analogia con il mondo delle acque (“gocce”, “oceani”, “fluido”, “onde”, “mare”), nella successiva “Nel buio la luce” ricostruisce un rapporto emozionale in chiaro-scuro in cui la rassicurante presenza della luna con la sua “tenue luce di speranza” è a dominare nella “notte [che] resta” a testimonianza di un amore che è empatia anche con la luce e che si ravviva nei reconditi dell’autocoscienza. La parola che più spesso ricorre nella silloge è forse “gocce” che non sta solo a rappresentare l’essenza, la partizione indefinibile di una sostanza liquida quale ad esempio può essere l’acqua nelle sue varie forme, ma anche e soprattutto l’animo concentrato di un vissuto, di una vicenda-esperienza della vita, dunque un distillato della coscienza come quando in “Silenzio” la Nostra ci parla della “silenziosa goccia dell’anima”, costruzione fortemente lirica ed evocativa nella quale non possiamo identificare anche una dimensione ossimorica.

“Historia” ha la fisionomia di un voluto tentativo di oblio di un passato; la Nostra impiega reiterati avverbi di negazione nei versi finali per sottolineare la lucida volontà e la sicurezza che ciò che un tempo fu possibile, non potrà esserlo nel futuro perché è una donna matura e consapevole che ormai è in grado di padroneggiare la sua irrazionalità.

Echi merinani sono ben udibili nella lirica “Visioni” dove leggiamo: “I pazzi sono tutti liberi” che mi ricordano pure una lapidaria ed efficace chiosa del Pasolini degli esordi che così annotava: “Bisogna essere pazzi/ per essere chiari” (in Le ceneri di Gramsci). Ed è proprio la chiarezza di cui la Amoruso parla nel suo mondo lirico che possiamo rivelare quale bisogno non velleitario ma concreto e sorgivo di autenticità e di espressività poetica (“Nell’amplesso dei colori vivi il corpo offro”).

La solitudine dell’infanzia si percepisce nettamente anche nella poesia “Amore, solo amore” dove è una anafora bisillaba (“sola”) a marcare il ricordo di momenti agrodolci delineati struggentemente quali “tramonti di bambina”. Ed anche qui l’insegnamento (che poi non è tale, ma è piuttosto un invito o un’esortazione) è quello di affidarsi alla libertà del sentimento: “Chi perdona ama/ se davvero ami/ nulla è impossibile”.

Evidenti gli intrecci di rancore verso un passato con il quale sembra impossibile trovare una tregua (“se avessi tu un cuore/ ti pregherei” nella lirica dedicata al padre) che mettono in luce una donna scissa, forte nel suo presente ma estremamente vulnerabile nel suo passato nel quale sembra essere mancato qualcosa, magari un semplice gesto d’affetto, una rassicurazione, un atto empatico, un po’ come accade nel racconto-prologo.

In “Rosa di maggio” riappare l’intenzione di auto-reclusione della protagonista che un po’ come accadeva in un celebre racconto degli esordi di McEwan (“Conversation with a Cupboard Man”) la protagonista Debby “[aveva] l’abitudine di nascondersi [in un armadio] quando desiderava rimanere sola con se stessa”. Dalla mancanza di autostima e derelizione personale la donna uscirà dal guscio compiendo un percorso di crescita psicologica non indifferente proprio grazie all’ascolto del suo cuore che la porterà ad esprimere senza timori il su innamoramento per Bob. L’armadio, testimone di un passato di ricerca di se stessa, come un baluardo degli affetti sinora taciuti e tenuti sotto chiave, finalmente si apre e le ante si spalancano con forza proprio come il suo cuore di donna che “amandosi, dovrà donare Amore”.

La Amoruso ci parla di “lacrime mai piante”, di “sogni sfumati” ma anche di “Bimbi/spauriti e magri/ rannicchiati/ in un angolo”, di nonne anaffettive genitori disattenti, colpevoli di dar triste spettacolo dinanzi ai figli delle proprie incomprensioni. La freddezza che l’io lirico traccia sulla carta è il prodotto di un passato algido dove il disinteresse, l’indifferenza e la mancata comprensione hanno condotto a una vera e propria desolazione interiore dalla quale però è sempre possibile ripartire e rialzare la testa perché, come ricorda la nostra: “Ci sono giorni in cui/ incessantemente/ il cuore sbatte e si frantuma”.

È necessario allora saper ascoltare il proprio cuore ed agire di conseguenza.

Lorenzo Spurio

Jesi, 16-03-2015

Premiazione Premio di Poesia “Senza Confine”, Polverigi (AN) 20-06-2015

Questa sera, sabato 20 giugno 2015 a partire dalle ore 21:15 presso Villa Nappi di Polverigi (AN) si terrà la Premiazione del Premio di Poesia “Senza confine” organizzato dalla Ass. La Guglia di Agugliano.

Ospite della serata sarà Sebastiano Somma che darà lettura ad alcuni testi letterari.

La Giuria del Premio – sezione Dialetto – era composta da: Lorenzo Spurio (Presidente), Mario De Rosa, Felice Serino, Luciano Somma, Germana Duca e Alessandro Seri.

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Squarci cavallereschi nella poetica di Fausta Genziana Le Piane. A cura di L. Spurio

Squarci cavallereschi nella poetica

di  Fausta Genziana Le Piane

 

 Poeta

visita con me

antiche brughiere,

per scoprire nuovi sentieri

e creare nuovi paesi.

A cavallo tra il 2010 il 2011, quando decisi di venire allo scoperto con qualche mio racconto breve, cominciai a proporli ad alcune riviste i cui riferimenti trovai online: fu così che conobbi la rivista fiorentina Segreti di Pulcinella e il suo direttore Massimo Acciai, col quale poi divenni amico, la rivista Parliamone di Bartolomeo Di Monaco e vari altre riviste, anche cartacee, come Kenavò[1], il cui nome mi incuriosì subito. Documentandomi trovai molte informazioni tra cui un articolo di Tommaso Patti nel quale parlava della rivista: «[Fausta Genziana Le Piane[2]] incontra artisti e ve li propone, luoghi e li descrive per voi, gusti e ve li fa condividere, talenti e ve li regala a piene mani; incontra pure il mondo, Fausta, e l’amore per la cultura francese, che genera frequenti riferimenti, ne è una prova. La sede di questi incontri, il castello di cui è regina incontrastata in termini culturali, magici e fantastici al tempo stesso, è “Casa Duir”. Idealmente un angolo di terra celtica trapiantato in Sabina, per la precisione in una bellissima campagna nei pressi di Casperia. E già! Perché se la Sabina è il luogo reale, amato intensamente dall’autrice e vissuto con spirito bucolico, oltre che come rifugio per ogni fuga da Roma, il mondo celtico rappresenta la dimensione ideale di riferimento, l’insieme di suggestioni che trasfigurando ogni cosa la rendono elemento d’arte e di poesia, la cifra un po’ esotica di cui si nutre il bisogno di magia».[3]

Fausta Genziana Le Piane
Fausta Genziana Le Piane

Riuscii a contattare la responsabile di questa rivista, Fausta Genziana Le Piane, con la quale inaugurai un veloce e frenetico scambio di mail che da subito perse ogni formalità per diventare ben presto una conversazione spigliata e interessante. Pubblicai un raccontino su questa rivista che poi mi venne gentilmente inviata a casa con mia grande soddisfazione. Nella stessa si dava principalmente spazio a notizie o ad appuntamenti legati al clima culturale che si concentra attorno a Casa Duir, a Casperia, in provincia di Rieti. Ho ben presto scoperto che Fausta Genziana Le Piane è aperta e sensibile alle varie arti: a partire dalla poesia, sino al racconto, dalla critica letteraria alla recensione, fino all’articolo giornalistico per non dimenticare anche il suo grande impegno nel campo della traduzione dal francese. Un’artista, dunque, impegnata a tutto tondo e compromessa con le varie forme artistiche ed espressive della quale, poi, nel tempo ho avuto modo di conoscere e leggere alcuni suoi testi: recensioni di libri, di film e qualche poesia che di tanto in tanto pubblicava sul suo blog letterario.

Nel 2010 la poetessa curò un libro contenente una serie di interviste fatte a grandi poeti della nostra epoca contemporanea, lavoro che di certo si è rivelato importantissimo e una delle fonti di ispirazione per un mio progetto antologico di interviste commentate ai poeti del secondo Novecento, di prossima pubblicazione.

Devo confessare che delle varie sillogi della poetessa ho avuto l’occasione di leggerne solo una, Gli steccati della mente (Penna d’Autore, 2009), una delle più recenti, oltre ad aver letto altre poesie pubblicate sul suo sito. Il commento che, dunque, mi sento di fare sulla sua poetica sarà principalmente concentrato su questa opera, conscio del fatto che una singola lettura può risultare insoddisfacente per dare un giudizio il più preciso possibile, ma sicuro anche del fatto che ogni poeta mette se stesso in ogni sua produzione: in ogni libro, in ogni poesia, in ogni verso.

“Gli steccati della mente” di Fausta Genziana Le Piane

Innanzitutto va detto che questo libricino –non arriva neppure alle quaranta pagine- è risultato vincitore del Premio “Le rosse pergamene” con questa motivazione di Anna Manna, Presidente del Premio: “Il verso di Fausta è quello dello sguardo adulto capace di smantellare gli steccati della psiche e scavare l’anima bambina”, ma va anche detto che si apre con una ricca nota introduttiva di Italo Evangelisti nella quale si analizza il tema del labirinto come rappresentazione della coscienza.

La poesia di Fausta Genziana Le Piane è lucida ed evocativa, a tratti essenziale, ma sempre caratterizzata dal punto di vista delle ambientazioni: si respira un fascino nei confronti dell’arte e architettura pre-cristiana con riferimenti al folklorismo celtico (la pietra celtica) e medievale (la figura del falconiere) e rimandi a luoghi quasi mitici e che ci immettono nella grande tradizione cavalleresca: l’isola di Saint Kilda, la collina di Tara, e che evocano ambientazioni degne di Camelot (si parla di «isola selvaggia»[4], di «bosco sacro di querce»[5], del «cerchio magico»[6]). Ma la sua poesia non è solo questo perché nel libro si dà spazio anche a liriche più intimistiche e personali, come quella dedicata alla madre o quella che, dando una immagine della sua Calabria natia, è dedicata a Pina Majone Mauro.

Un poeta non è tale se si esime dal narrare la realtà che lo circonda con i suoi drammi e le sue esigenze. Un intento sociale, critico o di denuncia nei confronti della società in cui il poeta vive è necessario non solo per evidenziare il suo rapportarsi agli altri, ma anche e soprattutto per indagarne il percorso di analisi e di ricerca che l’animo poetico fa. E a questo riguardo troviamo una poesia dai contenuti forti in questa raccolta e non potrebbe essere diversamente in quanto parla di morte, strage e annientamento; essa è “Beslan” ed è il doloroso ricordo della strage compiuta dai ceceni in una scuola dell’Ossezia del nord nel 2004. Impressionante e struggente il contrasto che la poetessa gioca tra «il primo giorno di scuola»[7], cioè l’inizio del nuovo anno scolastico, e «l’ultimo viaggio»[8], cioè l’ultimo giorno di scuola, ma anche l’ultimo giorno di vita sulla Terra. Morte e puzza d’esplosivo sono delle idee che la lirica non fornisce esplicitamente, ma che aleggiano nell’aria mentre leggiamo e ricordiamo le tragiche immagini che la stampa ci fornì in quei dolorosi momenti.

Il libro si raccoglie attorno a un raffinato percorso concettuale che la poetessa fa e che si realizza a partire dall’utilizzo di termini-tematiche quali la solitudine, la segretezza, il senso di chiusura: Fausta Genziana Le Piane parla, infatti, di “barriere”, “recinti” e di “steccati”, come il titolo stesso del libro suggerisce, ma trascende la materializzazione fisica dei concetti per fornirci pensieri e divagazioni che si librano leggere e incorrotte, al di là di ogni restrizione.

Note

[1] La parola “Kenavò” in celtico significa “arrivederci” e fa riferimento a un saluto di distacco che invita, però, i due attori a re-incontrarsi. Per la rivista si tratta, dunque, dell’invito a continuarla a seguire numero dopo numero.

[2] Fausta Genziana Le Piane è nata a Nicastro (CZ) nel 1951, ma da molti anni vive a Roma. E’ poetessa, scrittrice e giornalista. Si è laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne con Specializzazione in Francese all’università “La Sapienza” di Roma nel 1974 e ha insegnato lingua francese per molti anni in ogni tipo di istituto, anche sperimentale. Ha curato le schede di lingua francese per la grammatica italiana comparata di Paola Brancaccio e adattato classici francesi per la scuola superiore: Légendes bretonnes, La Maison Tellier, La Vénus d’Ille. Ha collaborato con Il Giornale d’Italia,  la rivista Poeti e Poesia diretta da Elio Pecora, Il Corriere di Roma, Corus e Calabria Online; ha fondato la rivista bimestrale Kenavò nel 2011 che viene distribuita a Roma e in Sabina e che contiene il diario delle attività culturali che si svolgono a Casa Duir, a Casperia (RI) e parallelamente ha dato alla luce una serie di quaderni intitolati “I Quaderni di Casa Duir” (Enrico Benaglia, Il pifferaio magico; Artisti calabresi a confronto; Le fave dei Re ecc.). Ha pubblicato vari libri di poesia: Incontri con Medusa (Calabria Letteraria, 2000), La notte per la maschera (Edizioni del leone, 2002), Gli steccati della mente (Penna d’Autore, 2009; anche e-book) e Stazioni/Gares (Eventualmente, 2011). Con Tommaso Patti ha pubblicato la raccolta di racconti Duo per tre (Edizioni Associate, 2005; anche in e-book Dante Alighieri) alla quale è seguita una nuova pubblicazione a quattro mani dal titolo Al Qantarah-Bridge – Un ponte lungo tremila anni fra Sicilia e Cariddi (Calabria Editore, 2007). Sempre per la narrativa, da solista ha pubblicato La luna nel piatto (Edizioni Associate, 2001) con annesso un sedicesimo dedicato alla pittura di Pinella Imbesi, autrice della copertina e per l’attività giornalistica –dato che è iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2004– ha curato un’edizione di interviste a poeti contemporanei dal titolo Interviste ai poeti d’oggi (Eventualmente, 2010; anche in e-book Dante Alighieri)[2]; si è inoltre occupata di critica (La meraviglia è nemica della prudenza, Invito alla lettura de “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, Eventulmente, 2012; anche in e-book Dante Alighieri) mediante la scrittura di saggi, recensioni e articoli. E’ risultata vincitrice del Premio “Mediterraneo” per il libro edito Incontri con Medusa nel 2001; ha ottenuto il Primo Premio assoluto “Le rosse pergamene” per la silloge inedita nel 2005 e il Premio “Donna e Cultura”  per il Giornalismo nel 2007 e nel 2013; si è classificata quinta al XVI Premio Internazionale “Torre d’argento”, sezione Poesia, Comune Castelnuovo di Farfa (RI) nel 2002 ed ha ricevuto la Menzione Speciale al Premio Nosside per la poesia nel 2005. Alcune delle sue poesie sono state musicate dal compositore Giorgio Fiorletta mentre altre sono state oggetto di studio del professore Patrick Blandin, docente della Facoltà di Lingua e Cinema Italiano dell’Università di Tolosa e di Bordeaux. Sulla sua produzione hanno scritto Dante Maffia, Italo Evangelisti, Plinio Perilli, Massimo Colesanti, Giorgio Barberi Squarotti e vari altri scrittori, poeti e critici.

[3] Tommaso Patti, “Parliamo del quindicinale Kenavò o di Fausta Genziana Le Piane?”, Calabria Online.

[4] Fausta Genziana Le Piane, Gli steccati della mente, Torino, Penna d’autore, 2009, p. 17.

[5] Ibidem

[6] Ivi, p. 19.

[7] Ivi, p. 37.

[8] Ibidem

La profonda spiritualità nella poetica di Anna Scarpetta. A cura di Lorenzo Spurio

La profonda spiritualità nella poetica di

Anna Scarpetta

a cura di Lorenzo Spurio

 

Non è semplice azzardare un commento critico organico sulla vasta opera poetica di Anna Scarpetta, poetessa di origini orgogliosamente partenopee che vanta di un’ascendenza familiare di tutto rispetto nel mondo del teatro napoletano e italiano, quella dei De Filippo-Scarpetta. Questa teatralità congenita nel sangue di Anna Scarpetta è una delle sue componenti fondamentali e, per chi la conosce, sa bene che la sua genuina spontaneità condita da un frequente ricorso a una mimica facciale evocativa, ne contraddistingue fortemente la persona e, oserei dire, anche il personaggio. Ci occuperemo qui, in questo contesto, della sua natura di poetessa che nel corso degli anni l’ha vista “scoprirsi” delle sue convinzioni esistenziali, credenze religione, vedute sul mondo e un recupero attento di luoghi e momenti che sono stati consegnati al ricordo. In questo breve percorso tra le suggestioni della sua poetica, sostenuta spesso da un fervido animo confessionale, ci soffermeremo sulle sue produzioni più recenti in ordine di tempo sottolineando da subito che la difficoltà incontrata dal critico nel fornire un giudizio analitico sulla sua opera è dovuta da una sorta di effetto di sospensione (e che necessiterà in futuro di rilettura e rivisitazione) essendo l’opera della Nostra un cantiere aperto, un working in progress che non ci consente di criticare, qui ed ora, in maniera insindacabile.

In Le voci della memoria (2012) si chiarifica subito una delle sfere semantiche-concettuali pregne di importanza nella produzione della Nostra, ossia quella che fa riferimento al mondo del tempo andato collegato al ricordo. Questo ricordo, palpabile pagina dopo pagina, a tratti trasfonde una sensibilità nostalgica e quasi crepuscolare, altre volte, invece, è il motivo d’indagine sociale del presente. La prima poesia raccolta nella silloge, “Le voci della memoria”, quella che dà il nome all’intero libro, ci inserisce subito in questa dimensione: il ricordo è forte e sempre vivo “ad ogni stagione, ogni amaro inverno, sempre”[1]. Il ricordo, sembra suggerire la poetessa, ci appartiene sempre, anche quando non ne siamo consapevoli ed è la somma di tutti i ricordi, di quelle pietre preziose, che danno senso al nostro esistere.

scarpetta-susanna - Copia
Anna Scarpetta

La lirica “Io sono qui” si configura come una sorta di preghiera laica nella quale la Scarpetta sottolinea l’importanza del hic et nunc: sono qui ora, penso, rifletto, mi faccio domande, considero il nulla, vaglio il mistero, sempre consapevole di quella cosa che ogni secondo si autodistrugge, il tempo. È questa una presenza costante nelle poesie di Anna Scarpetta: il tempo presiede ed osserva tutto, invisibile e a volte impercettibile e, come la morte –che poi è la fine del tempo-, è un’entità che ci rende umani e tutti uguali: “così tu, alla fine, tempo/ sei uguale per tutti dovunque” (11).

Le liriche della poetessa ci consegnano una poesia vivida e riflessiva, solo a tratti filosofica, di semplice lettura, frutto di un’attenta e continua analisi dell’inconscio di una donna ricca dentro, consapevole del trascorso del tempo e che ha fatto e fa tesoro dei momenti passati, per imprimerli sulla carta. È un tentativo, questo, di affrescare la vita anche se – come sostiene lei stessa- “ci vorrebbe un’altra vita/ per capire cos’è la vita” (12). Anna Scarpetta è una donna che non rifugge il passato, né che ci ha litigato, ma che ci dialoga, lo interroga e lo richiama quasi che esso fosse lì, personificato, davanti ai suoi occhi. È un passato fatto di gioie e dolori, come quello di ognuno di noi ma che in più punti appare come una grande mamma che accoglie, riscalda, protegge con la sua “calda memoria” (14).

Un interessante omaggio e lode al nostro paese è contenuto in “Italia bella patria” dove si fa riferimento alla grandezza del popolo italiano e dei suoi uomini illustri. Il canto dell’inno è –forse- il momento in cui l’Italia si riscopre fiera della sua italianità; per la Scarpetta l’Italia è “bella e sospirosa” (18), segno forse che c’è qualcosa negli italiani che provoca disinteresse, tormento, affanno e credo non sia errato leggere un riferimento alla presente crisi economica, causa di tanti disagi sociali. È infatti forte il tema sociale in “Soffrono i bambini del mondo”, un canto accorato dai toni cupi e mesti che parla di bambini orfani, soli, non amati, abbandonati, affamati, che la poetessa affida nelle mani della Madre: “avvolgi e consola” (21). Nella figura della Madre va vista la Vergine, la nostra madre celeste ma anche la Madre Terra, la divinità precristiana che si identificava con la Terra e ogni manifestazione attiva nella natura. Scorrendo da una poesia all’altra la poetessa mantiene un dialogo continuo con il dio Chronos “con il suo sguardo regale di marmo” (23).

La Scarpetta è una donna che dà tutto alla poesia e che, al tempo stesso, da essa riceve tutto. La poesia è fonte di conoscenza del mondo e di noi stessi, dà senso alle cose ma sa anche “lenire in silenzio e quietare il dolore/ di chi si accusa con colpa e patisce” (24).

Nella bellissima poesia “Chi siamo noi” la poetessa risponde che siamo dei sognatori, dei lavoratori, delle anime sensibili. Siamo ammassi di memorie, eredi del passato, viaggiatori. In “Verranno tempi migliori” si respira, forse, l’atmosfera più ottimista e speranzosa dell’intera silloge: la poetessa intravede tempi più felici e prosperi per tutti che saranno capaci di soprassedere alle logiche materialistiche e personalistiche dell’oggi (narcisismo, consumismo) attraverso la fede, unica vera arma di salvezza. In “Il tempo  è di Dio”, Anna Scarpetta ci ricorda che il tempo non è nostro ma che “è innanzitutto di Dio” (32) e che ci è dato sotto forma di un regalo. C’è l’implicito avvertimento a non sprecarlo, a dargli il giusto valore e a utilizzarlo bene. Rallentamenti, ellissi, retrospezioni, acceleramenti sono segni dell’utilizzo umano del tempo mentre il Signore ce lo ha affidato come una materia bianca, compatta e unica.

Insieme ad Anna Scarpetta
Insieme ad Anna Scarpetta

Nella successiva silloge, Sono soltanto un granello di sabbia (2013) si respira un’aria soave e pacata dove a dominare sono le immagini che fanno riferimento al mondo cattolico: molte delle poesie, in realtà sembrano delle vere preghiere, proprio per la profondità dei richiami e per la pervasiva e credente considerazione della vita quale percorso terrestre che si caratterizza per la sua finitudine.[2] La parola nelle poesie di Anna Scarpetta si fa lode, invocazione, condanna, rinuncia ed esortazione, ma essa è anche appello alla sensibilità dell’uomo, elogio dei sentimenti e apologia del credo cristiano. Non è un caso che sia proprio la prima lirica della silloge, “Io sono soltanto un granello di sabbia” che è quella che dà il titolo all’intera raccolta, che esordisca con questi versi: “Io sono, soltanto, un granello di sabbia,/ dell’immenso deserto, Signore” (7) in cui la poetessa, partendo dalla constatazione della minuziosità del suo essere in rapporto alla mondialità delle esperienze, evidenzia e rende grazia al Divino per il “dono” che le ha fatto: quello della poesia. Ma, siccome sappiamo che la poesia non è che la forma più autentica, vivida e sofferta di espressione umana, con questa espressione la poetessa non fa che eguagliare la poesia alla vita. E come si evince in questa prima lirica c’è una grande attenzione nella poetessa nei confronti del tentativo di auoto-definirsi, di identificarsi e di svelare agli altri chi è, come avviene anche nella poesia “Non so più chi sono”.

Centrale, come era stato per la precedente silloge poetica della poetessa, è il tema del tempo. Il colloquio che la poetessa intrattiene con esso si fa qui più aspro e si nota un certo indurimento del linguaggio dovuto, molto probabilmente, dalla desolante constatazione che esso è l’unico “eterno vincente” nella continua lotta della vita. La poetessa fornisce le più ampie caratterizzazioni per evocarlo (“il tempo,/ silenzioso, con la sua faccia di marmo scolpito”, 12; “il tempo, col suo volto annoiato”, 22; “il tempo, così infame e crudele”, 25; [tu], come statua regale”, 46, ecc.), e nella gran parte di esse si intuisce un certo disprezzo e sconsiderazione, che fanno seguito alla presa di coscienza della sua pericolosità e al contempo della sua tragica ineluttabilità. Ed è così che esso non è altro che “il vero palco delle pittoresche scene degli orrori” (8), cioè esso è un davanzale verso il mondo che assiste indisturbato e senza fretta alle rappresentazioni della vita, del mondo, delle famiglie, agli inganni e ai tormenti, alle guerre e ai sistemi di vendetta, ma anche ai momenti più belli che solo nel ricordo potranno conservare la loro leggiadria.

Il sentimento religioso è facilmente intuibile anche attraverso i chiari riferimenti alla vita intesa come percorso, come cammino errante e l’uomo come misero “abitante delle fatiche umane”, come pellegrino per le vie del mondo, a volte consapevole, altre volte meno ed obbligato ad esodi carichi di dolore a causa di guerre, scontri religiosi, deportazioni. Perché va subito osservato che varie liriche qui contenute hanno un forte intendimento civico, morale e mettono il lettore di fronte a realtà sociali endemiche, cancrenose, corrotte e ignominiose. Ècosì che Anna Scarpetta fotografa i massacri che avvengono al silenzio dei governi e dei mass media europei, come in Libano, dove la poetessa ci “narra” dei pianti e dei lutti di Beirut. Il pensiero non può non andare anche ai massacri in Sudan e quelli leggermente più conosciuti perpetuati da Assad, in Siria. Nella poesia “Libano” la speranza sembra esser ormai abbattuta e tutto ricade su una tortuosa domanda la cui impossibilità di risposta ferisce ancor più gli uomini di quella terra e demoralizza il mondo: “Agli occhi del mondo, tra due fuochi, ardi muto Libano,/ c’è chi si chiede, invano, ma tutto questo perché” (14).

copIl tema sociale ritorna nella lirica “Berlino est”, quadretto chiarificatore del senso di giubilo l’indomani dell’abbattimento del Muro che divise i berlinesi a seguito di un conflitto ideologico disprezzabile ed era presente anche in Le voci della memoria (2012) nella poesia che la poetessa aveva dedicato ad Anna Frank, la povera ragazza olandese nascostasi con la sua famiglia nell’appartamento di Prinsengracht  ad Amsterdam per vari mesi prima di essere scoperta e mandata in un lager. Con un ricco complesso aggettivale, la Scarpetta ripercorre i vari momenti dell’esistenza della ragazza, dalla giovinezza spensierata e felice mai avuta che, in altri contesti, le avrebbe di sicuro consentito di sviluppare una vita di soddisfazioni e di gioie terrene.

Si susseguono liriche più dolci e positive nelle quali la poetessa rievoca momenti passati e ricorda i suoi cari, soprattutto la madre, celebrata in due liriche e in maniera particolare nella bellissima “Sei volata via, madre” dove l’atroce ricordo della dipartita della madre è associata a una colorazione bianca, quasi accecante, che la poetessa vede e riconosce nella neve e nei gabbiani dal piumaggio candido. Ed anche qui, dove la lirica è pensata come commemorazione della madre, Anna Scarpetta non si risparmia per criticare la spietatezza di questo mondo nel quale siamo chiamati a vivere: “Sola sei andata via da questo strano mondo” (18). La “stranezza” del mondo è spiegata nella lirica “Il male del mondo” che è un vero pugno allo stomaco. In essa la poetessa plasma la parola in maniera meditata affinché sia acuminata, folgorante e distruttiva proprio come è l’efferatezza del mondo, la cattiveria diffusa negli animi imbarbariti nel nostro oggi: “Il male ha mostrato tutta la sua malvagità agli occhi del mondo/ coi suoi aguzzi artigli, graffiando volti di sfide verso il futuro/ ricacciando all’indietro tempi nuovi, che non sanno avanzare” (23). La poetessa non esplica quali intende essere i “mali” del mondo e lascia volutamente aperta la questione al lettore che può facilmente leggerli nell’aumento di femminicidi, nei suicidi per colpa della crisi economica, nelle inspiegabili tragedie familiari, nella bestialità di alcuni atteggiamenti umani e nelle invidie logoranti, negli abusi, nelle catastrofi naturali, ma anche nelle dolorose e fulminanti patologie a cui spesso non vi sono rimedi.

Per ultimo, ma non per importanza, ci sono liriche curiose dove Anna Scarpetta chiarifica la sua felice propensione nei confronti delle nuove tecnologie, esplicate soprattutto nel mezzo informatico al quale la poetessa riconosce grande capacità: con Facebook, ad esempio, si può ritrovare amici e parlare con loro, anche dopo tanti anni di lontananza e silenzio, e il web è molto positivo perché accorcia le distanze e fa viaggiare più veloce le notizie come sottolinea all’apertura di “Grazie a te web”. La versione digitale del libro, che oggigiorno sta combattendo una prima battaglia con il suo progenitore cartaceo –battaglia che a mio modesto parere sta perdendo e clamorosamente- è motivo addirittura di una lirica, “Ebook”, dove la poetessa ricorda, elogia e innalza il valore del cartaceo, custode di tradizione, fruitore di un contatto diretto e dispensatore del fresco profumo di stampa o acre di invecchiamento.

Il pensiero finale che la poetessa fornisce al lettore e sul quale si appella a una sua maggiore considerazione è quello che verte sul futuro: che cosa ci aspetta nei tempi a venire? Riusciranno le persone veramente brave e sincere a farsi valere in un mondo dominato da tante nefandezze? Anche la poetessa trasmette un sentimento d’incertezza al riguardo: “Da dove dovranno venire questi nuovi tempi/ carichi di profili, scolpiti di albe boreali, rinchiusi/ nell’immane destino che ancora non si profila” (41).

C’è bisogno di cambiamento e di gente valida che possa proporre una svolta. Subito. I tempi attuali sono fermi e stantii, pur nel loro ineluttabile incedere. Un plauso alla poetessa per darci tanti spunti su cui riflettere, predisponendo sulla carta timori che sono di tutti come quello dell’ombrosità di un futuro che si annuncia quale copia sbiadita di un difficile e depresso presente. A dominare incontrastato su tutto sono la centralità del passato e della tradizione, il senso e la validità dell’istituto familiare e la forza dell’insegnamento cristiano. La poetessa è talmente coraggiosa da pronosticare addirittura  un futuro scenario che la riguarderà nel suo rapporto con la poesia: quando la memoria verrà meno – e con essa tutti i vari ricordi- allora non sarò niente ed avrò perso tutto; in un’altra poesia osserva “voglio ricordare tutto, senza azzerare mai nulla”. È la parola che si fa testimonianza e che vive ogni volta che torniamo a leggerla.

LORENZO SPURIO

[1] Anna Scarpetta, Le voci della memoria, Ismeca, Bologna, 2012, p. 9.

[2] Aggiungo che Anna Scarpetta è stata recentemente premiata al I Concorso Letterario Internazionale Bilingue TraccePerLaMeta per la sua poesia religiosa dal titolo “Sulla via di Damasco”, ulteriore segno che evidenzia questa sua nuova apertura nei confronti di un genere poetico molto diffuso e seguito.

“Euterpe” n° 16 dedicato al tema “Alterità nelle sue varie forme” è uscito

E’ uscito oggi 10 giugno 2015 il sedicesimo numero della rivista di letteratura online “Euterpe”. Il nuovo numero, che si apre con un editoriale dello scrittore Martino Ciano, contiene al suo interno i seguenti materiali ripartiti nella canoniche rubriche alle quali si aggiunge quella nuova dedicata alle interviste e curata dalla poetessa e scrittrice Valentina Meloni.

RUBRICA DI POESIA

Testi di Antonio Spagnuolo, Francesco Paolo Catanzaro, Iuri Lombardi, Laura Appignanesi,  Carla De Falco, Giuseppe Napolitano, Michela Zanarella, Lucia Bonanni, Mariella Bettarini, Cristina Lania, Giuseppe Gambini, Teresa Stringa, Lucia Lascialfari, Luciano Domenighini, Felice Serino, Emanuela Inglima, Mario Vassalle, Alba Gnazi, Giuseppe Guidolin, Carla Spinella, Gabriella Pison, Assunta De Maglie, Maurizio Soldini, Mario De Rosa, Luigi Pio Carmina, Annamaria Pecoraro e Steven J. Grieco.

RUBRICA DI RACCONTI

Testi di Alessia Ranieri, Sandra Carresi, Francesca Luzzio, Maria Pompea Carrabba, Pina Piccolo, Elisabetta Amoroso e Luisa Bolleri.

RUBRICA DI SAGGISTICA-ARTICOLI

GIORGIO LINGUAGLOSSA – L’Autoritratto o dell’Identità o del Poeta allo specchio: “Il libro della felicità lo sta scrivendo il pittore”

NAZARIO PARDINI – “Puccini al tempo della Turandot”

STEFANO BARDI – “Le rivoluzioni scientifiche: Galileo Galilei e i suoi eredi”

AMEDEO DI SORA – “Il dandysmo estremo di Jacques Rigaut”

ANTONIO MEROLA – “I poeti assassini”

FRANCESCO MARTILLOTTO – “Lettura di Spesso il male di vivere ho incontrato di Eugenio Montale”

MARIO VASSALLE – “La varietà”

UGO PISCOPO – “Considerazioni sul concetto di alterità”

MARIA LENTI – “Elogio della Solitudine”

BARTOLOMEO BELLANOVA – “Mediterraneo: corpi, numeri, vergogne e falsità”

LORENZO CAMPANELLA – “L’altro è in noi”

RUBRICA DI RECENSIONI

Umeed Ali, poeta pakistano e il suo libro “Bilancio interiore”, recensione di Lorenzo Spurio

“La passiflora non è una passeggiata en plein air” di Rita Vitali Rosati, recensione di Lorenzo Spurio

“Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà” a cura di Martino Ciano, recensione di Lucia Bonanni

“Il Mistero delle Due Veneri”. Riflessioni sulla ‘drammaturgia’ di Alessio De Luca, recensione di Iuri Lombardi

“Granelli di tempo” di Rosaria Minosa, recensione di Lorenzo Spurio

“L’opossum nell’armadio” di Lorenzo Spurio, recensione di Katia Debora Melis

“Sul far della sera” di Giovanni Vivinetto, recensione di Marzia Carocci

“Schegge” di Daniele Berto, recensione di Marzia Carocci

RUBRICA DI INTERVISTE

Alterità e individuazione, iper dotazioni psichiche e crisi d’identità attraverso la teoria dialettica ideata dal Dottor Nicola Ghezzani. Intervista di Valentina Meloni

Intervista al poeta Corrado Calabrò, a cura di Lorenzo Spurio

  

SEGNALAZIONI e PROSSIMI EVENTI     

XXVI Concorso Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” (scadenza 25-07-2015)

Selezione di materiale per l’antologia “Aldo Palazzeschi: il crepuscolare, l’avanguardista, l’ironico” (scadenza 30-06-2015)

2° Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” (scadenza 30-11-2015)

Il nuovo numero della rivista può essere letto e scaricato collegandosi alla sezione “Leggi i numeri della rivista” all’interno del sito.

Si ricorda, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà quale tema/titolo al quale è possibile rifarsi “Quando l’arte diventa edonismo”. I materiali dovranno pervenire alla mail della rivista (rivistaeuterpe@gmail.com) entro e non oltre il 20 settembre 2015.

Qui l’evento in FB del prossimo numero della rivista.

Grazie per l’attenzione e buona lettura

Lorenzo Spurio

Direttore “Euterpe”

2° Ragunanza di Poesia

L’A.P.S Le Ragunanze in collaborazione con Magic BlueRay, ARTeMUSE e Turisport Europe presentano il regolamento per la

Seconda Ragunanza di “POESIA”

con premiazione domenica 18 ottobre 2015.

La partecipazione alla Seconda Ragunanza di “POESIA” è aperta a tutti coloro che dai 16 anni in su – per i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci -senza distinzioni di sesso, provenienza, religione e cittadinanza, accettano i tredici (13) Articoli qui specificati.
La frase sopra menzionata “per i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci”, vuol dire che chi non ha compiuto 16 anni può partecipare alla Seconda Ragunanza di Poesia, previa l’autorizzazione scritta e firmata da entrambi i genitori che dovranno allegare alla loro autorizzazione la fotocopia della loro carta d’identità.
I nostri 7 GIURATI valuteranno gli scritti pervenuti, a loro insindacabile giudizio!
Il REGOLAMENTO per la Poesia, prevede due sezioni:
POESIA “NATURA” e POESIA “A TEMA LIBERO”.
La tematica della POESIA “NATURA”, trattandosi di “ragunanza”, termine in uso nell’Arcadia di Christina, dovrà almeno contenere dei riferimenti alla natura che ci accoglie.

La POESIA “NATURA”, che sarà da Voi scritta, dovrà ricordare i dettami dell’Arcadia, il valore della natura, filtrati dagli eventi attuali che coinvolgono, modificano, distruggono i quattro elementi della nostra madre Terra e lo spirito di tutti coloro che si prodigano per la salvezza ed il recupero dell’ambiente e che troppo spesso immolano la loro vita per il bene comune.

La POESIA “A TEMA LIBERO”, che sarà da Voi scritta,  dovrà spaziare su temi alti dell’esistenza, su temi universali che abbracciano il genere umano.
È questo l’intento e l’obiettivo della rinnovata “ragunanza” nell’ambiente bucolico di Villa Pamphilj a ricordo dei raduni, delle adunanze, organizzati da S.A.R. Christina di Svezia.

Art.1 Si richiede per la II Ragunanza di POESIA, che il testo sia compreso in un massimo di una (1) pagina word e scritto in Times New Roman, a carattere 18 e che si rispettino in tutto i 13 Articoli, che specificano le norme, i diritti, i requisiti e le leggi di questo regolamento.

Art.2 Le POESIE di entrambe le sezioni dovranno essere inedite e, per concorrere, andranno spedite via e-mail a apsleragunanze@gmail.comindicando e specificando la scelta della sezione da voi effettuata in oggetto:

Seconda Ragunanza di POESIA per la POESIA “NATURA”
oppure,
Seconda Ragunanza di POESIA per la POESIA “A TEMA LIBERO”

Le POESIE saranno ammesse solo ed unicamente con il nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso.
L’assoluta competenza e serietà dei giurati permetterà una giusta assegnazione della votazione che porterà alla graduatoria finale.

Art.3 Le modalità espressive delle POESIE non dovranno essere offensive né ledere la sensibilità e/o la dignità del lettore, dell’ascoltatore e della persona chiamata in causa a leggere;

Art.4 La partecipazione è soggetta alla tessera associativa equivalente ad € 10,00 ( per i soci già iscritti la quota è di 5 €) che sottintende la presenza dell’autore concorrente ed include le spese di segreteria e l’acquisto di coppe, targhe, medaglie e pergamene nonché l’eventuale affitto della sala di premiazione ed un piccolo rinfresco;

Art.5 La scadenza per l’invio dei testi è fissata a domenica 30 agosto 2015;

Art.6 Il giudizio della giuria è insindacabile;

Art.7 La partecipazione al concorso comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento ed il partecipante dovrà essere presente il giorno della ragunanza per la lettura delle POESIE secondo la graduatoria di premiazione di fronte agli astanti e non sono rigorosamente ammesse deleghe;

Art.8 Qualora il premiato non fosse presente, il suo riconoscimento decadrà e non gli sarà spedito alcun riscontro di quanto da lui vinto.

Art.9 I partecipanti, le cui poesie siano state selezionate per la premiazione e la lettura in pubblico, saranno informati sui risultati delle selezioni mediante e-mail personale e segnalazione sul sito dell’Associazione di Promozione Sociale “Le Ragunanze”: http://www.leragunanze.altervista.org

Art.10 Le POESIE di entrambe le sezioni scelte e premiate saranno presentate e lette in pubblico DOMENICA 18 OTTOBRE 2015, dalle ore 11,30 fino al termine delle letture e delle relative PREMIAZIONI all’interno di Villa Pamphilj nella Sala del Bel Respiro, conosciuta come antica vaccheria dei principi Pamphilj.
Qualora per suggestione o timidezza l’autore decidesse di non leggere la propria opera in pubblico, questa sarà letta da un attore o un’attrice che darà professionalità all’evento stesso esaltando al contempo la poesia dell’autore.

Art.11 A tutti i selezionati sarà inviato, con largo anticipo, l’invito a partecipare alla PREMIAZIONE e al reading.
Le POESIE di entrambe le sezioni premiate, che saranno lette in pubblico e ritenute idonee dal giudizio insindacabile dei giurati, saranno inserite nell’antologia di POESIA pubblicata dalla divisione ArteMuse della David and Matthaus Edizioni, che sarà disponibile per l’acquisto nella giornata di lettura al pubblico e comunque acquistabile on-line su http://www.twins-store.it e nelle librerie virtuali e fisiche tramite il codice ISBN che le verrà attribuito.

Art.12 I PREMI saranno così suddivisi:
Seconda Ragunanza di POESIA sez. “Natura” – I PREMIO, primo classificato: (coppa con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, ArteMuse di David and Matthaus, Turisport Europe)
Seconda Ragunanza di POESIA sez. “A TEMA LIBERO” – I PREMIO, primo classificato: (coppa con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, ArteMuse di David and Matthaus, Turisport Europe)
Secondo classificato POESIA sez. “Natura”: (targa con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, ArteMuse di David and Matthaus, Turisport Europe)
Secondo classificato POESIA sez. “A Tema Libero”: (targa con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, ArteMuse di David and Matthaus, Turisport Europe)

Terzo classificato POESIA sez. “Natura”: (medaglia con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, ArteMuse di David and Matthaus, Turisport Europe)
Terzo classificato POESIA sez. “A Tema Libero”: (medaglia con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, ArteMuse di David and Matthaus, Turisport Europe)

Dal quarto al decimo classificato per la sez. di POESIA “Natura” saranno consegnate le Menzioni d’Onore (cartiglio pergamenato con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, ArteMuse di David and Matthaus, Turisport Europe).

Dal quarto al decimo classificato per la sez. di POESIA “A Tema Libero” saranno consegnate le Menzioni d’Onore (cartiglio pergamenato con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, ArteMuse di David and Matthaus, Turisport Europe).

Tutti i partecipanti presenti, e solo i presenti, riceveranno brevi manu l’attestazione di partecipazione alla Seconda Ragunanza di POESIA per aver concorso con l’opera, anche se questa non si è posizionata tra i vincitori.
L’attestazione avrà la stampa dei sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, ArteMuse di David and Matthaus, Turisport Europe.

Art.13 Nel file d’invio a apsleragunanze@gmail.com includere dati personali, indirizzo postale, indirizzo e-mail, telefono, breve nota biografica, (per i minorenni includere anche l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci con la fotocopia della loro carta d’identità) la dicitura “SARÒ PRESENTE”, fotocopia del versamento di € 10,00 (per i soci già iscritti all’Associazione di Promozione Sociale “Le Ragunanze” la quota è di € 5,00 – Si ricorda comunque che la tessera ha valore annuale) da effettuare tramite ricarica Postepay n° 4023600582828382 intestato a Michela Zanarella, C.F. ZNRMHL80L41C743L per i diritti di segreteria ed acquisto premi, riconoscimenti, affitto sala, piccolo rinfresco; in calce al testo, la seguente dichiarazione firmata:
“Dichiaro che i testi delle POESIE da me presentati a codesto concorso sono opere di mia creazione personale e inedite. Sono consapevole che false attestazioni configurano un illecito perseguibile a norma di legge.
Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D. Lgs. n. 196/2003) e la lettura e la diffusione del testo per via telematica e nei siti di Cultura della Poesia, della Narrativa e dell’Arte, nel caso venga selezionato, dai giurati del concorso Seconda Ragunanza di POESIA”

Referenti concorso:
La Presidente dell’A.P.S. “Le Ragunanze”, Michela Zanarella
Coordinatore e Vicepresidente, Giuseppe Lorin
Segretario, Alberto Bivona (Turisport Europe)

@: apsleragunanze@gmail.com
“Magic BlueRay” di Elena Sbaraglia, con la partecipazione dello scrittore Dario Amadei

“David and Matthaus Edizioni”: Giovanni Fabiano
Solo e unicamente per le ordinazioni di libri:backoffice@davidandmatthaus.it

Uff. Stampa dell’evento: Frequenza Zero Communication

Intervista al poeta Corrado Calabrò. A cura di Lorenzo Spurio

INTERVISTA A CORRADO CALABRÒ

A cura di Lorenzo Spurio

  

LS: Quale definizione di poesia si sente di dare?

C.C.: Telefonini, televisione, radio, computer ci hanno assuefatto a una visione banale, olografica del nostro essere al mondo. La Rete ha modificato il modo in cui il soggetto si percepisce. Tutto sembra essere stato detto in questo profluvio di parole: tutto tranne quello che attendevamo nel profondo. L’insoddisfazione viene saturata aumentandone la dose.

La poesia è un interruttore, un commutatore di banda, che fa sì che appaia sul nostro schermo interiore qualcosa che avevamo sotto gli occhi e che guardavamo senza vedere. Un trasalimento dell’anima che sposta un po’ più in là il nostro orizzonte mentale, o così ci piace credere.

Sì, a volte –in un momento felice che ha del magico- un’immagine, una percezione, un’intuizione si stacca dal film travolgente del quotidiano e s’impone all’attenzione con una suggestione imprecisabile, condensando in sé un significato che ci conquista come una rivelazione, tanto da diventare un’immagine, una percezione, un’intuizione sovradeterminata: un orizzonte di significato è stato superato.

È come il fiammifero di Prévert. Ricordate quella poesia di Prévert, Tre fiammiferi accesi nella notte? Un innamorato, al buio su un ponte sulla Senna, accende tre fiammiferi: uno per vedere gli occhi, uno per vedere la bocca, un terzo per vedere il volto tutto intero della sua ragazza. In quel momento in cui il fiammifero si accende, in cui scatta il flash, siamo tutti poeti, dentro di noi.  Ma è poeta solo chi riesce a far intravedere agli altri quel flash di bellezza che l’ha abbagliato. Come? Certo non con enunciazioni dirette: il volto della Medusa paralizza chi lo guarda direttamente, diceva Calvino.

Corrado Calabrò
Il poeta Corrado Calabrò

La poesia comunica per analogia, in modo indiretto, per evocazione, per allusione, per metafora. La metafora è lo strumento privilegiato della poesia. “Erano le cinque della sera” dice García Lorca nel suo Llanto por Ignacio Sanchéz Mejías. Ventisette volte ripete “a las cinco de la tarde”, “a las cinco en punto de la tarde”. Tutti gli orologi segnavano le cinque della sera… Perché lo dice così tante volte? Non vuol certo dirci l’ora! Vuol dirci qualcos’altro. Ma se avesse detto: “Quel pomeriggio, nella Plaza de Toros di Siviglia, il giovane e valente torero Ignacio Sanchéz Mejías, nel momento in cui stava infilando la spada nella cervice del toro venne incornato e, ferito a morte, venne portato via in barella e morì mentre veniva trasportato in ospedale… avrebbe fatto una piatta cronaca giornalistica o giudiziaria. Invece lui si limita a dire “erano le cinque della sera” e niente come questa espressione ci dà il senso della fragilità, della natura effimera della nostra vita. E non dice che è morto, dice che tutti gli orologi segnavano le cinque della sera. Perché quando un uomo muore l’orologio, il tempo, si ferma per sempre per lui. Parla dunque dell’orologio per dire della vita. È così la poesia: dice una cosa per farne intendere un’altra.

LS: Quando è stata la prima volta che ha scritto una poesia? Di che cosa parlava?

C.C.: Le prime poesia pubblicabili (e poi effettivamente pubblicate da Guanda) le ho scritte tra i quindici e i diciotto anni. Parlavano del mare: alcune figurano ancora nelle mie raccolte antologiche.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più la affascinano? Perché?

C.C.: I lirici greci, Dante, Tasso, Ariosto, Leopardi, Baudelaire, D’Annunzio, García Lorca, Rilke, Eliot, in poesia. Ma hanno spiegato forte influenza su di me anche Machiavelli, Nietzsche, Kafka, perché mi hanno fatto capire la valenza del non finito. Come scrive Musil, è vero poeta colui le cui frasi non hanno il punto finale; ti fanno desiderare il seguito, te lo fanno intuire mediante il non detto. Ma si tratta del non detto indotto da quello specifico detto. “Eran las cinco de la tarde….”.

LS: Quale è il suo legame con la regione natale, la Calabria?

C.C.: Vivo da oltre cinquant’anni a Roma, ch’è una città meravigliosa. Ma ogni mattina, quando appena sveglio apro le imposte, avverto un senso di privazione. Ancora assonnato, ogni mattina non mi rendo conto sul momento di cosa mi manchi. Solo un attimo dopo realizzo: mi manca il mare, quel mare che vedevo da ogni finestra della mia casa nativa. È la mia vita non vissuta che s’affaccia.

LS: Quali dovrebbero essere secondo lei le doti umane del poeta?

C.C.: D’Annunzio aveva atteggiamenti detestabili; ma è il più grande poeta italiano degli ultimi cento anni. Anche Quasimodo e Montale erano sgradevoli. Cardarelli era invece empatico; ma è meno valido degli altri due.

La poesia è una creatura che vive una sua propria vita, disgiunta da quella del suo autore. Vive nell’interazione col lettore, con l’ascoltatore; entra in risonanza ed acquista significanze ulteriori se corrisponde a un’attesa profonda e (semi)sconosciuta del destinatario, fornendogli le parole per esprimere qualcosa che pulsava in lui subliminalmente e non riusciva a prendere forma.

LS: Se dovesse scegliere tra Eugenio Montale e Quasimodo chi sceglierebbe e perché?

C.C.: Quasimodo, senza esitazione. Le sue immagini, i suoi distici timbrano la nostra percezione, si stampano dentro e ritornano nell’orecchio interiore. La sua infedele traduzione dei lirici greci rende genialmente lo spirito degli originali, infonde loro nuova vita, come nessuna traduzione letterale potrebbe fare.

Montale è più laborioso, più intenzionale; meno incisivo.

LS: Secondo Lei tutti sono in grado di comprendere la Poesia o la corretta ricezione della parola può avvenire solo in seguito a una sorta di addomesticamento letterario e studio?

C.C.: Io non so se sarei riuscito a sentire, come sento, la poesia se, tra i dieci e i venti anni, non avessi letto, e in parte imparato a memoria, tutti i più grandi poeti italiani e francesi (compreso Corneille). Ho detto: imparato a memoria. La bellezza e la forza evocativa di una vera poesia si coglie solo alla quarta, quinta lettura. Ma nessuno arriva alla seconda lettura se non è già attraente alla prima. Allora, se è una vera poesia ti ritornerà irresistibilmente nella mente, come il canto delle Sirene.

Quanto male hanno fatto questi anni di antipoeticità al gusto della poesia! Ci hanno forse preservati dalla retorica, ma ci hanno inculcato la fumisteria, la vacuità, l’insignificanza, come i sarti de I vestiti nuovi dell’Imperatore di Andersen.

Lo studio non è tutto; ci sono doti istintive e c’è l’intuito, che non è di tutti. Ma nemmeno Mozart, che componeva a cinque anni, sarebbe stato quel che è stato  se non avesse assimilato tanta musica di alto livello già nei primi anni di vita.

LS: Negli ultimi anni sono fioriti una serie di movimenti culturali di impronta per lo più minimalista quali l’empatismo (Giusy Tolomeo), il metateismo (Davide Foschi), la neon-avanguardia (Ivan Pozzoni), etc. Pensa che sia ancora possibile nel nostro oggi essere portavoce di una idea di originalità e che il movimento e il manifesto possano servire ancora come collanti dai quali partire?

C.C.: Movimenti, tendenze, congreghe tendono a mascherare una realtà impresentabile: l’impotenza creativa, l’Imperatore in mutande. Creano aggregazioni come la massoneria. A cominciare dal Gruppo 63, hanno imposto la più assurda e arrogante pretesa: che poesia fosse solo il prodotto degli appartenenti a una determinata cerchia. Così prima si stabiliva chi dovessero essere i poeti e poi cosa fosse la poesia.

La poesia, come dicevo, non consente una lettura diretta; ma non per questo può chiudersi in un cerebralismo asfittico ed autoreferenziale, incomunicabile per assioma, in un solipsismo in cui il poeta si compiaccia di capire lui solo quello che ha scritto e poi ci metta mezz’ora per spiegarlo artificiosamente. No, la poesia non tollera spiegazioni estrinseche. La poesia è come le barzellette o come un tiro in porta. È ozioso raccontare: ho colpito la palla di piatto, di collo, con l’esterno del piede; se il tiro è sbagliato l’hai sbagliato, se è entrato in porta hai fatto goal.

C’è un mio saggio, Il poeta alla griglia che mette bene in luce questa deviante deriva che per trent’anni ci ha portati ad arenarci in un fondale sabbioso, a star lì a  fare il pediluvio senza affrontare il mare aperto.

Per tali opinioni mi è stato comminato l’ostracismo dalle tendenze vincenti (che hanno anche occupato le cattedre universitarie). Come i perseguitati politici, ho chiesto asilo poetico all’estero (e lì ho pubblicato 32 libri con traduzioni in 21 lingue).

LS: Che cosa pensa dei reading poetici? È un buon modo per far poesia e condividere esperienze oppure no? Perché?

C.C.: Sì, perché:

– Vengono interessate alla poesia persone che la percepiscono meglio ascoltandola che leggendola;

– Si fanno conoscenze e a volte si simpatizza (talaltra si antipatizza, ma c’est la vie).

Io, poi, ho motivi particolari per ricordarli con piacere.

In Italia ho incontrato in una di quelle occasioni, più di trent’anni fa, una giovane poetessa con la quale è nato un grande amore.

All’estero ho incontrato qualcuno che ha messo in orbita la mia poesia.

LS: In che maniera sceglie quello che di volta in volta sarà il titolo di una silloge poetica? Lo trae da una poesia particolarmente significativa raccolta nella silloge oppure è completamente diverso dai titoli delle liriche all’interno?

C.C.: Molte mie raccolte recano il titolo di una mia poesia, che mi è sembrato evocativo: Mittente sconosciuta, Il filo di Arianna, Presente anteriore, A luna spenta, Ricordati di dimenticarla, Alba di notte, Una lama nel miele, Deriva, T’amo di due amori, Password, Mi manca il mare. Altri titoli, forse i più importanti, no: Una vita per il suo verso, Oscar Mondadori, 2001; La stella promessa, Lo Specchio Mondadori, 2009.

LS: Può parlarci del recital Ricordati di dimenticarla, come è nato e quale è la storia in esso contenuta?

C.C.: Si tratta di un recital-spettacolo che ha una trama, un andamento teatrale; è accompagnato dalla musica e da canzoni. La prima performance (con altro titolo) fu al Teatro Argentina a Roma, il 28 ottobre 2001, in occasione dell’uscita della raccolta Una vita per il suo verso.

Poi, una compagnia di attori (Walter Maestosi, Daniela Barra. Maria Letizia Gorga, con il musicista Giovanni Monti), hanno inserito il recital nel loro programma itinerante e ne sono seguite numerosissime repliche in Italia e all’estero: a Roma, all’Auditorium Conciliazione e in vari altri teatri, a  Torino -al Teatro Regio e al Teatro Gobetti-; a Milano -al “Piccolo”-; a Genova -al Teatro Govi-; a Firenze –al Teatro La Pergola-, a Bari, Cagliari, Orvieto, Foggia, Arezzo, Perugia, Pesaro, Lodi, Potenza, Catanzaro, Vicenza, Vercelli, Cosenza, Pavia, Reggio Calabria, Messina, Verona, Novara, Aosta, Biella, Padova, Bologna, Sidney, Melbourne, Varsavia, Parigi, Buenos Aires, Madrid, Montecarlo.

Sono stati fatti anche vari compact disks con le voci di Achille Millo, Riccardo Cucciolla, Giancarlo Giannini, Walter Maestosi, Paola Pitagora, Alberto Rossatti, Daniela Barra.

Corrado Calabrò ottiene la Laurea Honoris Causa all'Università Statale di Mariupol (Ucraina) nel Maggio 2015.
Corrado Calabrò ottiene la Laurea Honoris Causa all’Università Statale di Mariupol (Ucraina) nel Maggio 2015.

LS: La domanda che vorrebbe le fosse posta in una intervista o la cosa che mai nessuno le chiede?

C.C.: “Cosa prova quando fa poesia?”

E la risposta è: “Quando mi sembra di essere riuscito a fissare in un verso quel lampo di bellezza che mi ha abbagliato provo una gioia intensa. Poi, rileggendo quei versi a distanza di tempo, mi viene il sospetto di non essere riuscito a trasmettere (nel modo evocativo, allusivo, ipertestuale, proprio della comunicazione poetica) quello che ho sentito così fortemente. Mi sorge il dubbio che non sia del tutto inaspettato quello zampillo d’acqua vergine  scaturito dalla roccia per un tocco di bacchetta magica; che ci sia del convenzionale nel suo porgersi. Così com’è per convenzione che riteniamo che l’ostia ci rievochi il mistero dell’eucarestia.

LS: Un ricordo piacevole che vuole condividere con noi di questi vari anni di poeta (una persona incontrata, il colloquio con qualcuno, un’osservazione, un fatto curioso, ….)?

C.C.: Due sono i ricordi più impressivi.

Una ventina di anni fa, in Grecia, a Kavala, ci fu un meeting di poeti di vari Paesi (per l’Italia c’ero io). La sera, dopo i recitals, andavamo per le taverne del porto a sentire e a cantare canzoni greche. L’ultimo giorno andammo all’isola di Thassos. Lì mi fecero ascoltare una canzone di Theodorakis e mi chiesero: “Non noti nulla?”. Avevano aggiunto un’ultima strofe con, tradotti in greco, questi versi di una mia poesia: “E non dirò ch’è amore, se non vuoi.//No, non dirò ch’è amore, se hai paura”.

Ma l’incontro per me più importante è avvenuto in Messico, una dozzina di anni fa. Un altro meeting internazionale. Io presentavo la raccolta messicana delle mie poesie Alba en la noche e, come al solito, leggevo alcune poesie in italiano mentre un messicano le leggeva in spagnolo. Partecipava al meeting, per la Spagna, il poeta e professore universitario Luis Alberto de Cuenca, già ministro per la cultura con Aznar. A cena, sedendo al mio tavolo con la deliziosa moglie Alicia, mi disse che le mie poesie erano molto belle e che non sempre la traduzione le rendeva al meglio. Mi chiese di mandargli qualche mio libro in italiano, che lui capisce perfettamente (e, nello scritto, raffinatamente), pur parlandolo con limitazioni.

Quello è stato un importante decollo per la mia poesia: dopo d’allora tre editori spagnoli hanno pubblicato cinque raccolte delle mie poesie, tra cui una, edita da SIAL, di 570 pagine, accompagnata da un CD. Non ho nemmeno in Italia una raccolta così vasta delle mie poesie.

Ultimamente, poi, lo stesso editore di SIAL, Basilio Rodrίguez Cañada, ha pubblicato, nelle edizioni Pigmaliόn, la raccolta Acuérdate de olvidarla, composta interamente di poesie d’amore, alla quale è stato assegnato, il 17 febbraio di quest’anno, il Premio Internacional de Literatura Gustavo Adolfo Bécquer 2015.

LS: Che cosa ne pensa della figura del critico che spesso, in virtù del suo approccio distaccato e obiettivo, commette l’errore di dare una lettura fredda e manualistica di una poesia finendo per sminuire la poeticità racchiusa proprio nell’atto ispirativo e creativo?

C.C.: Oggi la poesia italiana, come la poesia, l’arte in tutto il mondo, attraversa una grave crisi d’identità, ch’è una crisi di valori, di fiducia nella capacità espressiva dell’arte e massimamente del linguaggio poetico. Innegabilmente, dai tempi di Omero, di Dante, di Shakespeare, la parola ha subito un irrecuperabile processo di designificazione.  La fiducia nella parola rivelatrice è scossa irreparabilmente. E tuttavia noi avvertiamo l’esigenza di stabilire un contatto con qualcosa che vada al di là del ripetitivo e del convenzionale.

Gli psicologi ritengono verosimile che la coscienza (facoltà esclusiva della specie umana) si sia evoluta per selezione naturale a partire dal momento in cui l’uomo ha cominciato a sviluppare il linguaggio. E i neurobiologi hanno riscontrato che la nostra mente ha una natura linguistica e che il nostro pensiero dipende dal linguaggio, il quale addirittura conforma la struttura del nostro cervello secondo la sintassi. Il che significa che siamo noi stessi, con le parole che facciamo nostre, a sviluppare la capacità di comprendere. In altri termini, che facciamo entrare il mondo dentro di noi! Per ognuno di noi il mondo esiste solo nella misura in cui la sua mente lo percepisce. Ma accanirsi letterariamente sul linguaggio ne anemizza la vitalità espressiva. Un linguaggio fine a se stesso, un linguaggio ripiegato su se stesso avvizzisce sé e con esso le nostre strutture mentali.

Esprimere l’indicibile è impossibile e al tempo stesso irrinunciabile, per qualche ragione che ci sfugge, come gli alpinisti non sanno rinunciare a scalare le vette più alte, perfino ad altezze dove manca l’ossigeno.

I critici che si confinano in un’esegesi puramente cerebraloide, in un formalismo fine a se stesso sono come quei pittori che ricalcavano sempre la stessa raffigurazione stereotipata nelle icone bizantine o nei cammei giapponesi.

Non si può rinunziare alla significanza della poesia, sebbene la poesia resti sospesa tra l’inveramento della promessa e la negazione definitiva; l’amore, la poesia si collocano fra la presenza e l’assenza, fra il contatto e la perdita di contatto.

Una corposa edizione delle poesie di Corrado Calabro edite in lingua spagnola
Una corposa edizione delle poesie di Corrado Calabro edite in lingua spagnola

La tecnica, la sperimentazione, sono necessarie. La poesia trascorre come un’ala; per catturarla al volo occorre una tecnica raffinata. Non si può cogliere il senso di una visione poetica separato dal suo modo d’esprimersi, di significarsi, come non si può cogliere una palla al volo in un attimo diverso da quello del suo impatto e se non con quell’atteggiamento dinamico di tutto il corpo, con quella giusta torsione del piede (quella e quella sola) che indirizzi la palla in modo appropriato, tale da cambiare la situazione.

Occorre dunque padroneggiare perfettamente la metrica. Ma guai a scambiare gli esercizi di versificazione con la poesia; sarebbe come scambiare la ginnastica e il palleggio preparatori con la partita.

Qualsiasi espressione (perché di un’espressione non può farsi a meno) è un atto estetico solo in quanto ci rechi il messaggio che inconsapevolmente attendevamo. In cosa consiste questo messaggio? Consiste, è racchiuso –come accade nei sogni-, nel preannuncio, nella premonizione di un’imminente rivelazione. Se una frase musicale, un verso, un tratto di pennello non ci fanno sentire che stanno per dirci qualcosa, che alludono, preludono a un arcano disvelamento (e non importa poi che la rivelazione venga continuamente rinviata), essi non inducono a quella levitazione del preconscio, non provocano quel palpito dell’avvento, che sono la connotazione, le stimmate della (ri)creazione artistica.

E non c’è creazione artistica, non c’è poesia senza ispirazione.

Capisco che chi non ha conosciuto la condizione di entusiasmo sperimentata da chi ha sentito un dio dentro di se (εν-θεóς), quella condizione di possessione della mente, di divina follia, di cui parla Platone, neghi la realtà dell’ispirazione, la ritenga una mistificazione. Ma è come negare la realtà degli ultrasuoni perché l’orecchio umano non li sente.

No, la poesia non è la fabbricazione del nulla, non è il vuoto spinto, e i critici non hanno la funzione di controllare il traffico delle mosche, come certe correnti letterarie asfittiche hanno voluto farci credere nel lungo periodo di glaciazione della cultura (J. P. Aron) che abbiano attraversato. “Conosco facendo” diceva Giambattista Vico. E il primo significato di πоιέω è proprio fare.

“Nelle scienze si cerca di dire in un modo che sia capito da tutti qualcosa che nessuno sapeva. Nella poesia è esattamente l’opposto”, osservava sarcasticamente il grande fisico Paul Dirac.

È vero, non si può rinunciare al linguaggio; ma a un linguaggio che si alimenti di conoscenza e ne sia tramite. L’interdipendenza degli approcci caratterizza oggi, più che mai, la cultura. La scienza, nella sua ultima proiezione, si sovrappone all’arte e alla filosofia. Può la letteratura, la poesia, rifiutare l’osmosi della scienza senza autocondannarsi all’estinzione come i Catari?

La poesia non parla col linguaggio della scienza, ma deve dire, suggerire qualcosa che ci protenda oltre noi stessi.

Siamo arrivati a un punto di ricerca dell’ultima realtà davanti alla quale non ci soccorrono più i mezzi di visione diretta. Nell’acceleratore di Ginevra non si ha visione diretta delle particelle ricercate, ma certe traiettorie, nello scontro di particelle, fanno desumere l’esistenza di altre particelle. Bene, non è una forma di metafora questa?

Mi viene in mente il mito della caverna di Platone, un filosofo poeta (anche se lui bandiva i poeti dalla sua Repubblica…) di profondità non ancora del tutto sondate. Ricordate cosa diceva nel mito della caverna? “All’uomo non è dato conoscere la realtà ultima delle cose”, quella che lui chiamava l’essenza ideale: l’uomo non può vedere le cose direttamente, ne vede soltanto le ombre proiettate sul muro della caverna mentre scorrono al di fuori.

È quello che noi vediamo nell’acceleratore di Ginevra. Una traiettoria che è segno di uno scontro dal quale nasce qualcosa che noi non riusciamo a vedere.

Non c’è un accostamento significativo a quella visione di Platone? E anche alla poesia, perché la poesia parla per analogia, parla per evocazione, parla per allusione.

Se la poesia si rinsangua, forse riesce anche a esser meno compiaciuta di sé e più strumentale alla rivelazione di un qualcos’altro, di quel qualcosa che il cieco Omero vedeva e noi usualmente non vediamo. La forma poetica è un modo per intuire che c’è qualcosa al di là del muro, come diceva Montale. Quando questo non è un enigma dentro l’enigma, voluto a forza per apparire intelligenti quanto artificiosi; quando c’è sincerità e talento, è un momento di grazia, come quando si trova l’accordo a mettere felicemente insieme due o tre note. In quel momento la poesia svolge una funzione sempre attuale, sempre viva, che ci proietta anzi verso il futuro.

LS: Lei figura da anni in numerose Giurie di concorsi letterari. Quanto è difficoltoso e importante il ruolo di Giurato in un Premio letterario e in che cosa consiste la difficoltà?

C.C.: La difficoltà consiste in un giudizio non superficiale.

Ricevo una cinquantina di libri per ogni premio in cui sono in Giuria. Nel premio Camaiore, addirittura, sono più di 200 ogni anno. Come si possono leggere tutti funditus? Si va un po’ a tentoni, si orecchia, ci si sofferma di più su alcune opere, meno su altre; non è giusto, ma è così. È già tanto se si resta tetragoni alle sollecitazioni.

LS: Un autore letto e riletto, che torna spesso a sfogliare o a spolverare perché i suoi brani sono importanti lezioni di vita?

  • Einstein: L’unificazione dello spazio e del tempo in una sola dimensione, lo spazio-tempo, ha cambiato la nostra visione dell’esistente, ha riconciliato la duplicità tra l’essere di Parmenide e il divenire di Eraclito. Einstein ci ha rivelato scientificamente la compresenza del passato nel presente: noi vediamo oggi quello che è accaduto in una stella due miliardi di anni fa. Lo vediamo come se accadesse ora; e per noi accade adesso, in questo momento. (L’arte fa qualcosa di simile: pensate ai guerrieri di Riace).
  • Stephen Hawking: esempio sbalorditivo della indomabile potenza della mente in un corpo totalmente disabilitato.

LS: Quali attività letterarie la vedono impegnato in questi mesi?

C.C.: Assisto, dalla finestra, all’uscita di altre mie traduzioni. È un ruolo quasi passivo, certo, ma quando l’ispirazione non pulsa in modo irresistibile io non incalzo la Musa; aspetto.

Come dicevo, il poeta si esercita, si cimenta, si predispone, si allena, fa laboratorio e ricerca. Ma ho imparato che il lungo lavoro di sperimentazione, di esercizio, ci serve semplicemente per essere pronti in quell’attimo, in quella fase che è stata definita d’avantesto, cioè la fase di gestazione del testo, in cui ci troviamo in uno stato d’attesa, d’incubazione di qualcosa che preme oscuramente a livello subliminale, preme per prendere forma.

«Il primo verso è sempre un dono degli dei» ha scritto Paul Valéry (ch’eppure non era un romantico). Accade quando accade, se accade. E, comunque, poi?

L’intervallo tra quando un dio ci ha visitati ed è andato via, e un altro deve ancora venire può essere lungo, molto lungo. Il poeta, anche il grande poeta, nasce  e muore ogni volta con la sua creazione, come l’agave, e ogni volta lo fa con l’innocenza di una nuova nascita. Nessuno può dire se e quando scriverà di nuovo una vera poesia. Parafrasando Jules Renard, possiamo dire che nella casa della poesia la stanza più grande è la sala d’attesa.

 

Roma, 04-06-2015

Santina Russo sull’antologia “Dipthycha 2” di Emanuele Marcuccio

Dipthycha 2 – Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…

Emanuele Marcuccio e AA. VV.

Recensione di Santina Russo

Dipthycha 2_original_front_cover_900A distanza di circa un anno dalla pubblicazione di “Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…” Emanuele Marcuccio ci sorprende con una nuova raccolta che della prima si nutre e si arricchisce.

Nella presente raccolta emerge con maggiore enfasi e convinzione la volontà di trasmettere, attraverso la poesia, la relazione empatica che naturalmente può instaurarsi tra artisti diversi che, inconsapevolmente, trattano lo stesso tema, seppur con stili, linguaggi e sensibilità diversi, anche in contesti sostanzialmente distanti.

Dopo un’interessante introduzione dell’autore, la raccolta presenta un “Manifesto dell’Empatismo”, la dichiarazione poetica di un nuovo gruppo di artisti che elegge “il dittico poetico a due voci e il pluricanto come forme per eccellenza di empatia poetica e come forme di poesia empatista per antonomasia”. I poeti empatisti vogliono che autori e pubblico vivano le stesse emozioni fin tanto che gli uni possano meglio comprendere ed esprimere la sensibilità dell’altro e viceversa, nel significato più autentico del termine empatia. L’empatia permette a ciascuno di noi di conoscere meglio sé stesso e la propria arte attraverso il confronto con gli altri.

È doveroso, innanzitutto, precisare con quale accezione il poeta Marcuccio utilizza il termine “dittico”: il dittico, esistente già nella tradizione letteraria come una coppia di composizioni poetiche dello stesso autore sul medesimo tema, nel progetto di Marcuccio si evolve e si apre al prossimo. Il dittico poetico ideato da Emanuele Marcuccio è costituito da due liriche di due diversi autori su una tematica comune, “in una sorta di corrispondenza empatica”. I poeti affrontano lo stesso tema con stili e linguaggi diversi, operano in contesti spesso assai distanti ma i frutti della propria creatività artistica riescono ad esprimere empaticamente la medesima ispirazione.

I dittici sono corredati da autorevoli commenti critici dello scrittore Luciano Domenighini che offrono ulteriori spunti di riflessione e rivelano gli aspetti tecnici e stilistici ai lettori privi di strumenti adeguati a individuarli autonomamente.

Un ulteriore elemento di novità è rappresentato dal fatto che, attraverso le nuove tecnologie multimediali, la relazione empatica tra artisti è resa possibile anche a distanza, attraverso quel “foglio di vetro impazzito” che diventa il canale di comunicazione privilegiato tra i poeti moderni. La poesia è un bene comune e l’appello che il poeta Marcuccio rivolge agli artisti è proprio quello di trovare le “affinità elettive” nei versi di altri poeti, di provare a creare dittici a due voci, di sperimentare un nuovo modo di fare poesia che liberi il poeta dallo stereotipo alquanto diffuso di personaggio inquieto e solitario.

Il messaggio di Dipthycha 2 è un inno alla poesia gioiosa, alla fraternità artistica e alla sperimentazione della tradizione letteraria in chiave moderna.

Santina Russo

Barrafranca (EN), maggio 2015

La voce del sentimento incanta Marzocca. Elvio Angeletti e il suo “Respiri di vita”

PRIMA_RESPIRI-DI-VITAAlla Biblioteca comunale “Luca Orciari” di Marzocca di Senigallia (AN) il 29 maggio scorso si è tenuta la presentazione della silloge poetica “Respiri di vita” di Elvio Angeletti.

Il libro, edito da Intermedia Edizioni, è il terzo libro di poesie dell’autore senigalliese; il volume è stato presentato da Lorenzo Spurio (Scrittore e critico letterario) che ha svolto una disanima delle principali tematiche del testo e ha intervistato l’autore su una serie di questioni legate al mondo della poesia e l’atto creativo.

Hanno allietato, inoltre, la serata gli intervalli musicali alla pianola del maestro Carlo Palestro mentre le letture sono state affidate a Francesco Capricci.

A coronare la serata sono state le opere intimiste e profonde dell’artista siciliano Angelo Monterrosso che per l’occasione ha esposto numerose sue creazioni caratterizzate da una tecnica pittorica basata sul contrasto di nero-bianco. 

Ampio il pubblico in sala tra cui vari amanti della poesia: i poeti locali Marinella Cimarelli, Augusta Tomassini, Fiorina Piergigli, Matilde Avenali, Maria Pia Silvestrini, Franco Patonico, la professoressa Francesca Bianchini l’attore Mauro Pierfederici.

LORENZO SPURIO

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