“Cult. I film che ti hanno cambiato la vita” a cura di L. Liguri, A. Cuomo, G. Grossi. Analisi a cura di Lorenzo Spurio

Articolo di Lorenzo Spurio 

Questo volume propone una scelta oculata di centotrentacinque film, tra italiani e stranieri, che secondo i curatori, per una serie di ragioni, possono definirsi cult. La prima questione, dunque, da porsi è che cosa s’intenda con questa parola. Il cult è un qualcosa che, per la sua forza creativa, per la gran presa dei contenuti su un pubblico, per la sintonia con il dato umano e il rispecchiamento sociale, finisce per terminare nella sua forma e genere nelle quali è originariamente nato (un libro, un film, una moda per gli abiti) per divenire altro. Si evidenzia non solo nelle sue derivazioni e filiazioni, come sono ad esempio i sequel, i prequel e i mash-up per i libri, ma anche nelle contaminazioni, nelle mode e, per aver dettato un costume, coniato un modo di dire, un tipo di linguaggio, un approccio, uno stile che si è incuneato nella cultura popolare, vale a dire quella nella quale siamo inglobati. Parlare di cult significa, come ben sottolineano i curatori del volume, occuparsi non solo di quei film che hanno ottenuto pareri esaltanti da critica e pubblico, hanno vinto prestigiosi premi, sono stati sulle vetta di vendite tanto da divenire molto noti, popolari, ma anche di film che non hanno visto un successo scalpitante in termini di critica ed introito, ma che hanno comunque dettato un costume, fatto epoca, cristallizzato battute, generato caratteri distintivi, coniato espressioni divenute immortali. Film che oggi la gran parte della gente ha visto una volta nella sua vita o per lo meno ne conosce a grandi linee la trama o ne ha sentito parlare.[1]

Frasi come “La vita è come una scatola di cioccolatini” pronunciata da Tom Hanks in Forrest Gamp, per la regia di Robert Zemechis nel 1994; “E.T. Telefono casa” dalla simpatica creatura aliena in E.T. L’extraterrestre, per la regia di Steven Spielberg nel 1982; “Tessoro” di Golum ne Il signore degli anelli, trilogia per la regia di Peter Jackson di cui il primo episodio “La compagnia dell’anello” del 2001; “Capitano, mio capitano” del professor Keating (un formidabile Robbie Williams) ne L’attimo fuggente (titolo originale: Dead Poets Society) per la regia di Peter Keir nel 1999 o, ancora, “Io speriamo che me la cavo” dall’indimenticato Paolo Villaggio nel film del 1992 per la regia di Lina Wertmuller, tratto dall’omonimo romanzo dell’attore genovese, sono ben note a tutti. Sono solo alcuni esempi veloci, se ne potrebbero aggiungere numerosi altri: la battuta “Un fiorino” in Non ci resta che piangere, scritto, diretto e interpretato dalla coppia Massimo Troisi e Roberto Benigni nel 1984, il “Ne resterà soltanto uno” di frequente utilizzo nel parlare che trae origine da Highlander. L’ultimo immortale, per la regia di Russell Mulcahy del 1986; il sardonico e irriverente “Io so io, e voi non siete ‘n cazzo”, in romanesco, del Sordi-Marchese del Grillo nel film diretto da Mario Monicelli nel 1981; “Vedo la gente morta” del piccolo Cole Sear in Il sesto senso (Titolo originale: The Sixth Sense) per la regia di M. Night Shyamalan del 1999, e così via.

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Il volume, corredato da un impianto grafico-visivo di grande resa che rende molto piacevole la fruizione del libro, per ciascun film che viene analizzato fornisce una grande quantità di informazioni: dal titolo, alla regia, al cast principale degli attori, all’anno di uscita, si passa poi alla trama resa in maniera veloce e chiara, senza appesantire troppo la presentazione delle varie pellicole. Punto di forza del volume, che non è una mera catalogazione tecnica dei film tipica degli annuari, è rappresentata, invece, dalle informazioni aggiuntive – molte curiose e assolutamente inedite – in merito ad aspetti poco noti di ciò che avvenne nel backstage dei determinati film durante le riprese, oppure quali erano le intenzioni del regista sulla scelta dell’attore principale (il ragionier Fantozzi, che è una creatura letteraria di Paolo Villaggio, avrebbe dovuto essere rappresentato da Renato Pozzetto ma poi alla fine venne interpretato da lui stesso!), i tempi di produzione (a volte allungatisi a cause non dipendenti dalla realizzazione pratica del film), i luoghi dove vennero girati, e tanto altro ancora. De Il Corvo – The Crow (regia di Alex Proyas, 1994) si ricorda l’infausta morte dell’attore Brandon Lee proprio durante le riprese del film, come pure si accenna alla serie di lutti che si diffusero, tra attori e macchina di produzione del film di L’esorcista (regia di William Friedkin, 1973). Ci sono poi le frasi famose: i motti, gli intercalari rimasti noti nella lingua d’uso comune, gli aforismi, i modi di dire, le risposte sagaci o irriverenti, gli sberleffi e le minacce e poi tutto ciò che i determinati film hanno influenzato: le mode, i fumetti, la musica, la letteratura e la filmografia essa stessa.

Il rapporto cinema-letteratura è sempre stato importante e prolifico di produzioni, in entrambe le direzioni. Più spesso dalla letteratura alla cinematografia dove, nel corso degli ultimi decenni, molte opere letterarie (prevalentemente romanzi, ma anche teatrali e libretti pensati per una riproduzione in chiave essenzialmente musicale e recitativa) hanno visto adattamenti di grande successo. Mi viene da pensare a Morte a Venezia (regia di Luchino Visconti, 1971) tratto dal celebre romanzo breve di Thomas Mann (titolo originale: Der Tod in Venedig, 1912); Jane Eyre (regia di Franco Zeffirelli, 1996) dal masterpiece di Charlotte Bronte del 1847, Il mercante di Venezia (regia di Michael Radford, 2004) dalla celebre opera di Shakespeare scritta alla fine del 1500.  Si pensi, così, a tutti i grandi classici della letteratura che sono felicemente stati trasposti in versione cinematografica; tutti i grandi romanzi della storia e della nostra contemporaneità hanno avuto il proprio adattamento, qualcuno anche vari adattamenti nel corso del tempo, finanche di serie in più puntate o in cicli di narrazione. Mi prendo la libertà di citarne alcuni che, ahimè, non sono stati contemplati nel volume in oggetto: Il nome della Rosa (1980), romanzo di Umberto Eco, trasposto nel celebre film per la regia di Jean-Jacques Annaud nel 1986; Il Gattopardo (1958), romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, trasposto in film per la regia di Luchino Visconti (1963) e due tra le produzioni più note delle scrittrice Frances Hodgson Burnett ovvero Il piccolo lord (titolo originale: Little Lord Fauntleroy, 1886) e Il giardino segreto (titolo originale: The Secret Garden, 1910) portati sul piccolo schermo più volte nel corso del tempo e, in termini più recenti, rispettivamente per la regia di Jack Gold nel 1980[2] e per la regia di Agnieszka Holland nel 1993. Chiaramente il campo è molto esteso e i rimandi e i riferimenti potrebbero essere molteplici, a catena, dato che spesso un film ne richiama un altro, un’opera di un autore, per influsso, si ricollega ad altre e così via. Va però ricordato l’impegno sociale del cosiddetto cinema neorealista che con l’Italia della ricostruzione prese piede e con il quale si approfondirono i drammi intimi delle famiglie italiane dando uno specchio vivido della società, senza edulcorare nulla. Anche qui i rimandi con la letteratura sono molteplici, si pensi solo a un autore come Pier Paolo Pasolini che non solo fu poeta e scrittore ma regista e cineasta egli stesso.

Di film che hanno alle spalle una scrittura letteraria, vale a dire la cui creazione è partorita in un universo di scrittura, poi riletto, rivisto e adattato per una resa scenica e cinematografica nel volume ve ne sono molti e concernono prevalentemente la scena filmica degli ultimi trenta anni. Vale la pena citare Arancia meccanica (titolo originale: A Clockwork Orange, 1971) per la regia di Stanley Kubrick a partire dal romanzo di Anthony Burgess[3], Fight Club (1999) per la regia di David Fincher dall’omonimo romanzo di Chuch Palahniuk, la saga de Il Signore degli anelli (tre film usciti rispettivamente nel 2001, 2002 e 2003), La storia infinita (1984) per la regia di Wolfgang Peteresen, dal romanzo omonimo (titolo originale: Die unendliche Geschichte, in inglese: The Neverending story) di Michael Ende del 1979, Shining (1980), per la regia di Stanley Kubrick a partire dal romanzo del genio del brivido Stephen King datato 1977 e Trainspotting (1996) dal romanzo generazionale di Irvine Welsh del 1993.

A volte la trasposizione filmica segue fedelmente il testo letterario e questo sembra dare grande appagamento agli amanti di quel dato autore letterario, a chi si è letteralmente perso nelle pagine di quel libro e nel film ricerca, appunto, tutto quel mondo che ha vissuto viaggiando tra le pagine. Altre volte l’adattamento prevede modifiche sostanziali (tagli ingenti dell’opera, ellissi, stratificazioni temporali rese con flashback ed altro o focalizzazioni su personaggi che nell’opera letteraria risultavano non di rilievo) con l’intento del regista di darne una sua impronta più libera e personale. In alcuni casi è stato rivelato (forse nella gran parte dei casi) ma in una maniera che si potrebbe dire assai semplicistica –se non addirittura ridicola – che “il libro è molto meglio del film” mentre sporadicamente si sente dire il contrario ovvero che “il film è meglio del libro”. Si tratta, com’è semplice da comprendere, delle banalizzazioni estreme dal momento che libro e film, pur volendo proporre al proprio interno una storia univoca, sono generi diversi che adoperano stratagemmi e formule comunicative diversificate e dunque non è serio né giusto equiparare troppo due creazioni che, pur nascendo da un’idea unica, in fondo sono due cose separate. Si pensi ad esempio al diverso finale che propone, tra libro e film, Arancia meccanica e al disaccordo che spesso alcuni autori di opere letterarie hanno manifestato nei confronti di registi che, a loro vedere, hanno deturpato, svilito o calcato troppo la loro mano sulle storie di loro creazione. A volte il regista fa risaltare, dando voce alla sua creazione, aspetti che nel romanzo non erano così influenti ai fini della storia, tergiversando sulla linearità del romanzo, proponendo una riflessione più marcata su alcuni aspetti, temi, personaggi che, invece, il romanzo tratta in maniera differente. Questo è vero anche il contrario quando l’atto di scrittura avviene a posteriori dal film. Un procedimento molto diverso dove l’autore non è mai copia stantia del regista di quel film ma creatore egli stesso di una storia che, pertanto, può avere di più del film, come pure di meno.

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Per meglio comprendere questo fenomeno massmediatico e culturale del cult, si pensi anche alle immagini-simbolo – veri e propri marchi distintivi – di alcune pellicole delle quali si parla nel volume: i drughi quale simbolo della violenza cieca in Arancia Meccanica, gli esseri indicibili che si sdoppiano raddoppiando la loro cattiveria nei Gremlins (regia di Joe Dante, 1984), l’accavallamento sensuale delle gambe di Nicole Kidman in Basic Istinct (regia di Paul Verhoeven, 1992), il viso pallido e ferito di Edward in Edward mani di forbice (titolo originale Edward Scissorhands; per la regia di Tim Burton, 1990); il furgone quattro-ruote-motrici della Banda Fratelli nei Goonies (titolo originale The Goonies, regia di Richard Donner, 1985) che incute timore a dei ragazzini in cerca di emozioni, il medaglione di Atreiu ne La storia infinita (1984), la maschera inquietante di Freddy Krueger in Nightmare (titolo originale: A Nightmare on Elm Street, regia di Wes Craven, 1984) e quella ridicola ma non per questo meno paurosa di Scream (regia di Wes Craven, primo episodio 1997), le musicalità altisonanti e battenti dei Goblins che fanno da sottofondo a Profondo rosso (1975) per la regia di Dario Argento, forse l’horror italiano più noto. In termini di musiche come non ricordare il Coro dei Pompieri su musiche di Oliver Onions in Altrimenti ci arrabbiamo, commedia del 1974 con Bud Spencer e Terence Hill, i celebri brani dei Bee Gees che impreziosiscono le giovanili scorribande di Tony Manero (brillante John Travolta) in La febbre del sabato sera (titolo originale: Saturday Night Feve, per la regia di John Badham del 1977)? Eppoi, ancora, la dune buggy rossa fiammante di Bud Spencer, la piuma di Forrest Gamp, la durezza del tenente Hartman in Full Metal Jacket (diretto sempre da Stanley Kubrick nel 1987), le immaginifiche invenzioni di Kevin McCallister per cercare di allontanare due brutti ceffi che intendono invadere e derubare la sua casa in Mamma ho perso l’aereo (titolo originale: Home Alone, per la regia di Chris Columbus, 1990) e il suo avvincente seguito Mamma ho riperso l’aereo. Mi sono smarrito a New York (titolo originale: Home Alone 2. Lost in New York, per la medesima regia, 1992), il bamboccione Mimmo creazione di Carlo Verdone in Bianco, rosso e Verdone (1981), lo sguardo fisso e scavante di Clint Eastwood in Il buono, il brutto e il cattivo per la regia di Sergio Leone del 1966, la borsa contieni-tutto di Mary Poppins nel celebre musical del 1964 per la regia di Robert Stevenson, il burlone Oronzo Canà (chi meglio di Lino Banfi?) ne L’allenatore nel pallone per la regia di Sergio Martino del 1984, la giacca luminosa di Tony Manero in La febbre del sabato sera e tanto, tanto altro ancora.

Di seguito la completa elencazione dei titoli, direttamente nella nostra lingua, dei 135 film che sono inseriti in questo volume, divisi per genere e con l’indicazione dell’anno di uscita. Per il genere fantastico: 1997: fuga da New York (1981), Aliens. Scontro finale (1986), Blade Runner (1982), Brazil (1985), Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), L’impero colpisce ancora (1980), La storia fantastica (1987), La storia infinita (1984), E.T. Extra Terrestre (1982), Ghostbusters – Gli acchiappafantasmi (1984), Gremlins (1984), Highlander. L’ultimo immortale (1986), Ritorno al futuro (1985), Strange Days (1995), Tron (1982), Labyrinth. Dove tutto è possibile (1986), Matrix (1999), Videodrome (1983), Il Signore degli anelli (2001); per il genere azione: 300 (2007), Battle Royal (2000), Die Hard (1988), Duel (1971), Il cavaliere oscuro (2008), Il corvo (1994), Karate Kid (1984), Kill Bill (2003), La tigre e il dragone (2000), Mad Max: Fury Road (2015), Point Break. Punto di rottura (1991), Predator (1987), Rambo (1982), Terminator (1984), Top Gun (1986), Watchmen (2009), Il Gladiatore (2000); per il genere animazione: Akira (1988), Chi ha incastrato Roger Rabbitt (1988), Il gigante di ferro (1999), Il mio vicino Totoro (1988), Il re leone (1994), La città incantata (2001), Toy Story. Il mondo dei giocattoli (1995), per il genere avventura: Grosso guaio a Chinatown (1986), I Goonies (1985), I predatori dell’arca perduta (1981), Jurassic Park (1993), Stand by Me. Ricordo di un’estate (1986), Thelma & Louise (1991), Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (1971); per il genere commedia: Altrimenti ci arrabbiamo (1974), Amici miei (1975), Animal House (1978), Arma letale (1987), Bianco, rosso e Verdone (1981), Big (1988), Clerks/Commessi (1994), Fantozzi (1975), Frankenstein Junior (1974), Harry, ti presento Sally (1989), Il favoloso mondo di Amelie (2001), Il grande Lebowski (1998), Il marchese del Grillo (1981), Io e Annie (1977), L’allenatore nel pallone (1984), Mamma ho perso l’aereo (1990), Monty Python e il Sacro Graal (1975), Non ci resta che piangere (1984), Perfetti sconosciuti (2016), Pretty Woman (1990), Ricomincio da capo (1993), The Wolf of Wall Street (2013), Una poltrona per due (1983), Zoolander (2001); per il genere dramma: Arancia meccanica (1971), Bastardi senza gloria (2009), Breakfast Club (1985), Donnie Darko (2001), Easy Rider (1969), Edward mani di forbice (1990), Forrest Gamp (1994), Full Metal Jacket (1987), Il buono, il brutto e il cattivo (1966), Il laureato (1967), L’attimo fuggente (1989), Le ali della libertà (1994), Leon (1994), Lost in traslation. L’amore tradotto (2003), Prima dell’alba (1995), Pulp Fiction (1994), Requiem for a Dream (2000), Rocky (1976), Scarface (1983), Taxi driver (1976), The Elephant Man (1980),The Truman Show (1998), Titanic (1997), Trainspotting (1976); per il genere thriller: Basic Instinct (1992), Il guerriere della notte (1979), I soliti sospetti (1995), Il sesto senso (1999), Il silenzio degli innocenti (1991), Le iene (1992), Lo squalo (1975), Memento (2000), Mucholland Drive (2001), Old Boy (2003), Seven (1995); per il genere horror: Halloween. La notte delle streghe (1978), L’armata delle tenebre (1992), L’esorcista (1973), La notte dei morti viventi (1968), Nightmare. Dal profondo della notte (1984), Non aprite quella porta (1974), Poltergeist. Demoniache presenze (1982), Profondo rosso (1975), Quella casa nel bosco (2012), Ringu (1998), Scream (1996), Shining (1980), The Blair Witch Project (1999), Un lupo mannaro americano a Londra (1981); per il genere musical: Dirty Dancing (1987), Grease (1978), Flashdance (1983), La febbre del sabato sera (1977), Mary Poppins (1964), Moulin Rouge (2001), The Blues Brothers (1980), The Rocky Horror Picture Show (1975), This is Spinal Tap (1984).

Chiaramente risulta difficile racchiudere in un libro, per quanto abbia già di per sé un significativo numero di pagine, la totalità dei film che oggi, a buon ragione, possiamo considerare dei veri e propri cult. Operazioni di questo tipo – come un’antologia di poesia – presuppongono delle scelte in relazione a ciò che va selezionato e inserito e ciò che, invece, non vi rientra – un po’, dobbiamo credere anche per meri motivi logistici, vale a dire di spazio. Vorrei contribuire, a latere, di questa presentazione del recente volume dei cult cinematografici edito da Multiplayer edizioni, richiamando una serie di altri titoli che, a mio personale giudizio, meriterebbero di stare a fianco degli altri nelle preziose pagine di questo libro. Va anche detto che, sebbene il fenomeno dei cult sia una questione sociale e dunque valida per tutti, all’interno non possono non mancare anche disquisizione di diversa considerazione in merito non tanto alla qualità di un film (non si sta dando nessun giudizio di tipo estetico) ma alla sua diffusione al di là del cinema. Vale a dire film che restano impressi ma che trasmettono nella vita ordinaria anche frasi, modi di dire, atteggiamenti e che hanno, dunque una eredità diretta in altre manifestazioni. Credo di non sbagliare nel dire che per quanto concerne il genere animazione va tenuto in debita considerazione anche Jumanji, per la regia di Joe Johnston del 1995 (così attuale se si pensa che, dopo il rifacimento del 2017 dal titolo Jumanji. Benvenuti nella giunga per la regia di Jake Kasdan, proprio in questo periodo si trova al cinema il suo sequel, Jumanji. The next level, per la medesima regia), Into the Wild. Nelle terre selvagge per la regia di Sean Penn del 2007,  per quanto attiene invece al genere animazione segnalo la saga di Harry Potter, a partire dai romanzi di J.K. Rowling, che ha visto, nel periodo 2001-2011 la produzione di ben otto pellicole; la saga de Le cronache di Narnia, prodotta dalle narrazioni di C.S. Lewis che ha visto nel periodo 2005-2010 l’uscita di tre pellicole (e la quarta risulta prevista per il 2020); Lo Hobbit – sulla storia precedente a Il signore degli anelli – anch’esso basato sugli scritti di J.R.R. Tolkien, nella forma della trilogia con i film usciti nel periodo 2012-2014 per la regia di Peter Jackson; Avatar, per la regia di James Cameron del 2009. Per il genere thriller non si dovrebbero dimenticare Psycho (tanto la versione del 1960 per la regia di Alfred Hitchcock che quella del 1998 per la regia di Gus Van Sant, basati sul romanzo omonimo di Robert Bloch del 1959) ed Eyes Wide Shut per la regia di Stanley Kubrick del 1998 che trae spunto dal racconto Doppio sogno (titolo originale: Traumnovelle) di Arthur Schnitzler del 1926 e per l’horror So cosa hai fatto (titolo originale: I Know What You Did Last Summer, 1997) per la regia di Jim Gillespie tratto dal romanzo di Lois Duncan del 1973 e che ha visto almeno due sequel; il celeberrimo It nato dalla fervida penna di Stephen King (romanzo del 1986) che ha visto, oltre al recente adattamento diviso in due parti, per la regia di Andrés Muschetti, il lungometraggio omonimo (nato come miniserie) che tanto ha destato paura in giovanissimi e meno, uscito nel 1990, per la regia di Tommy Lee Wallace; The Grudge, per la regia di Takashi Shimizu del 2004 a cui sono seguiti tre episodi (esso sarebbe il remake statunitense del coreano Ju-On: Rancore (2003) diretto dallo stesso regista; per il musical anche Sweeny Todd. Il barbiere di Fleet Street (titolo originale: Sweeny Todd: The Demon Barber of Fleet Street) diretto da Tim Burton nel 2007.

Film come La vita è bella (regia di Roberto Benigni, 1997), difficilmente collocabile in un genere essendo più che di ogni cosa un film storico, risulta senz’altro uno dei grandi assenti del volume; sento la necessità di richiamarlo, non solo perché è un film italiano che ha avuto tanto meritato successo, ma anche perché cerca di presentare il dramma della guerra, della segregazione nei lager e dello sterminio degli ebrei, non in una chiave pietosa ma mediante la cornice giocosa e falsamente divertita di un padre che s’inventa ogni cosa per celare al figlio giovanissimo la brutalità dell’uomo. Cercando di salvarlo da quello stesso abominio che lo vedrà infine orfano.

Il mondo della cinematografia è immenso, si è cercato qui di indagare un po’ alcuni aspetti di questo volume ampliandone l’analisi ad altre prove di successo all’interno dell’industria filmica, tanto italiana che straniera. Non si dovrebbero neppure dimenticare tutti quei film che, pur collocabili come d’avventura, sono tesi a seguire le vicende di personaggi biblici, mitologici, storici e neppure i cosiddetti film di guerra, che rientrano in quelli d’azione, ma che hanno particolari esigenze di definizione di marcatori spazio-temporali atti a collocare le vicende reali, cronachistiche, di operazioni militari, belliche, sollevamenti, scontri civili, situazioni di guerriglia e tanto altro. Tra i film-documentario o i docu-film si è, infine, evidenziata anche grande attenzione, nel nostro contesto nazionale, a produzione filmiche (e anche di varie serie) di soggetti a tema mafioso, a partire da Il padrino (titolo originale: The Godfather), per la regia di Francis Ford Coppola (che si compone di tre parti, vale a dire tre pellicole) sino ad arrivare a film divenuti particolarmente noti, anche per questioni che esulano il film in se stesso, Gomorra per la regia di Matteo Garrone, uscito nel 2008, sull’omonimo romanzo di Roberto Saviano.

Infine, guardando l’estero, oltre alla scena anglosassone e soprattutto americana ben trattata nel volume, mi sento di osservare che la produzione filmica di un autore tanto controverso e oggi amato come Pedro Almodóvar[4], non può non essere tenuta in considerazioni. Opere come L’indiscreto fascino del peccato (titolo originale: Entre tinieblas, 1983), Il fiore del mio segreto (titolo originale: La flor de mi secreto, 1995), Carne tremula (titolo originale: Carne trémula, 1997) e soprattutto Tutto su mia madre (titolo originale: Todo sobre mi madre, 1999) e La mala educación (2004), al tempo così controcorrente, osteggiate e polemiche su varie questioni sociali (aborto, omosessualità e transessualità, trapianto di organi, eutanasia, etc.) ha senz’altro permesso di dibattere su questioni delle quali fino ad allora si era osservato una sorta di pesante tabù. Con Almodóvar si sono sdoganati pregiudizi e si è compreso che il film, proprio come ogni arte, ha il compito di occuparsi della vita dell’uomo, di tratteggiarne speranze e delusioni, di dar voce alle lotte interiori e alle esigenze di cambiamento, senza recriminazioni di nessun tipo. E possono di certo considerarsi film cult quelli di Almodóvar perché hanno anticipato tendenze e svincolato da lacci stringenti, hanno lasciato distintamente il segno, mettendo a nudo una società viva e multistratificata, restia a forme di pregiudizio e orientata alla sola ricerca e difesa del benessere emozionale. Nelle sue pellicole spesso tra i protagonisti c’è un attore che calca le scene (meta-cinema) e questo rende ancor più manifesto il sistema di rimandi a una società che è immagine di se stessa e altro da sé, proiezione di ciò che vuol essere ma che, internamente, soffre. Ed è in questo sacrificio che si compie tra brutalità del vivere e assopimento di certezze, che la vita riesce a incalzare e farsi spazio, tra le ostilità e le negazioni di chi crede di controllare anche gli altri.

LORENZO SPURIO

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore. 

 

NOTE

[1] A testimonianza della popolarità di questi film ritenuti cult è il desiderio del pubblico di poter rivivere le emozioni provate con la visione dello stesso mediante un seguito, una riproposizione degli stessi caratteri e un ampliamento della storia, che trova forma nella serialità di alcune pellicole come ad esempio (tra parentesi sono indicati i film dedicati allo stesso soggetto): Gremlins (2), Matrix (3), Il Signore degli anelli (3), Il corvo (4), Kill Bill (2), Rambo (5), Terminator (6), Toy Story (4), Jurassic Park (5), Amici miei (3), Mamma ho perso l’aereo (2), Rocky (6), Lo squalo (4), L’esorcista (4), Scream (4).

[2] Chiaramente va osservato che non si tenne della prima versione cinematografica dell’opera ma senz’altro è una di quelle che rimane maggiormente note e che continua a essere riprodotte.

[3] Un approfondimento sulla storia contenuta in questo romanzo e la sua versione cinematografica può essere letta in Lorenzo Spurio, Cattivi dentro. Dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera, Helicon, Arezzo, 2018. Tra gli altri film di cui si parla nel saggio segnalo: L’Onda (titolo originale: Die Welle, 2008), per la regia di Dennis Gansel, basato sull’omonimo romanzo di Todd Strasser del 1981; Il signore delle mosche (titolo originale: Lord of the Flies, 1963) per la regia di Peter Brook dall’omonimo romanzo di William Golding del 1954; Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides, 1999) per la regia di Sofia Coppola su romanzo Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides del 1993.

[4] Segnalo, per un possibile approfondimento, due mie recensioni su film di questo regista, rispettivamente del film Tacchi a spillo (1991) disponibile qui: https://blogletteratura.com/2012/08/22/recensione-di-tacchi-a-spillo-a-cura-di-lorenzo-spurio/ e del film Carne tremula (1997) disponibile qui: https://blogletteratura.com/2011/05/02/pistole-e-tradimenti-in-carne-tremula-1997-2/?relatedposts_hit=1&relatedposts_origin=3365&relatedposts_position=1

Il n°27 della rivista di letteratura “Euterpe” dedicato a “profili ed esperienze femminili nella storia, letteratura e arte”

Dopo la recente pubblicazione del n°26 della rivista di letteratura online “Euterpe” che proponeva quale tematica “Emigrazione: sradicamento e disadattamento”, contenente pregevoli contributi critici e non solo tra cui brani di Mario Vassalle, Asmae Dachan, Rosa Elisa Giangoia, Maria Grazia Ferraris, Paolo Saggese e Valtero Curzi. 

La Redazione della Rivista ha diffuso nelle ultime settimane il comunicato relativo alla raccolta di materiali per il prossimo numero della rivista. Il nuovo numero monografico sarà aperto a contributi appartenente ai vari generi (aforismi, poesia, haiku, narrativa, saggistica, critica, recensioni, interviste) che abbiano relazione con il tema di riferimento: “Il coraggio delle donne: profili ed esperienze femminili nella storia, letteratura e arte”. Sarà l’occasione per approfondire le esperienze umane e gli itinerari culturali di poetesse, scrittrici, donne di scienza, eroine e di altre donne che, a loro modo e nei relativi campi d’appartenenza, si sono distinte in maniera rimarchevole. Nel banner che identifica l’invito a prendere parte al nuovo numero figurano i volti di alcune celeberrime donne della letteratura: la poetessa lombarda Antonia Pozzi (1912-1938), suicida giovanissima, la scrittrice sarda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926 Grazia Deledda (1871-1936), la romanziera modernista Virginia Woolf (1882-1941), punta di diamante della letteratura contemporanea e la pacificante poetessa americana Emily Dickinson (1830-1886).

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I materiali dovranno essere inviati entro e non oltre il 15 Luglio 2018 alla mail rivistaeuterpe@gmail.com attenendosi alle “Norme redazionali” della rivista che sono consultabili cliccando qui.  Su Facebook è già presente il relativo evento Facebook che si può seguire, anche per rimanere aggiornati sullo svolgimento della selezione, per raggiungerlo, cliccare qui.

Per consultare i vecchi numeri della rivista è possibile cliccare qui, mentre per chi voglia prendere visione dell’archivio storico contenente la lista sintetica di tutte le apparizioni in rivista, ordinate in ordine alfabetico dei rispettivi autori è possibile cliccare qui.

Il nuovo numero della rivista “Euterpe” dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks” (invio partecipaz. entro 31-07-2017)

Ritorna l’appuntamento con le pagine della rivista online di letteratura “Euterpe”, aperiodico tematico fondato e diretto dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio nell’ottobre del 2011 ed entrato a far parte delle attività più interessanti e coinvolgenti dell’omonima associazione culturale fondata nel marzo 2016 a Jesi (AN). 

Numerosissimi gli interventi in questi ventitré numeri della rivista che per ogni numero proponeva una tematica o un’immagine di riferimento alla quale potersi rifare argomentando una propria visione o pensiero. Particolarmente curata a trattare le varie sezioni, dalla poesia alla narrativa breve passando alla saggistica con attenzione per la critica letteraria, la forma testuale dell’articolo e della recensione libraria. Interessante anche l’apparato dedicato alle interviste, introdotte a partire dal n°16 della rivista, la cui sezione è curata dalla poetessa, scrittrice e haijin Valentina Meloni. Ad arricchire i contenuti anche la sezione di critica d’arte (denominata “Démon du midi”), introdotta a partire dal n°22 e curata dallo scrittore, poeta e critico Antonio Melillo. 

Assai ampio il repertorio delle voci poetiche, critiche e di estimatori dell’arte e della cultura che in questi sei anni hanno scritto sulle pagine di “Euterpe”; tra di esse è bene citare la presenza in rivista di testi – editi e inediti – di Dante Maffia, Corrado Calabrò, Marcia Theophilo, Nazario Pardini, Franco Buffoni, Elio Pagliarani, Tomaso Kemeny, Mariella Bettarini, Giorgio Linguaglossa, Donatella Bisutti e tanti altri ancora.

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Il prossimo numero della rivista, che propone un tema nevralgico e al tempo attualissimo, fonte di indagini di carattere sociali e di studi veri e propri su tendenze dei nostri giorni, sarà dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks”, vale a dire ci si domanderà, nelle forme che ciascuno reputa maggiormente proprie, quale è l’incidenza di internet e dei social, la potenzialità e quanto funziona, in termini sociali e collettivi come collante o, al contrario, come deterrente. Culturalmente, in un’età in cui le riviste cartacee stanno scomparendo o sono già avito ricordo di un’età di splendore delle Lettere, cosa apportano o come migliorano la nostra conoscenza i Social Network se, effettivamente, ci poniamo nell’ottica di riconoscegli una propensione e una finalità comunicativa e sociale? 

Sarà possibile partecipare al prossimo numero della rivista inviando i propri elaborati (attenendosi alle Linee redazionali contenute sul sito cliccando qui) entro il 31 Luglio 2017 inviando le proprie proposte unitamente a una propria scheda biobibliografica o curriculum letterario alla mail rivistaeuterpe@gmail.com 

Per chi, invece, voglia avvicinarsi alla rivista come “lettore”, facilitiamo il link di riferimento al sito dove possono essere localizzati tutti i numeri precedenti divisi in ordine cronologico e per tematica. Numeri che possono essere scaricati facilmente in formato .pdf, salvati e letti comodamente a titolo gratuito. 

Il mondo del teatro, tema del prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” – Scadenza 21-05-17

16299011_1816826958569728_1671577101441895574_nSegnaliamo la selezione per il prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” tutt’ora aperta che scadrà il prossimo 21 maggio 2017.
Il prossimo numero della rivista, il ventitresimo, propone come tema al quale è possibile ispirarsi e rifarsi liberamente quello della “Scrittura teatrale e i suoi interpreti”.
Per poter prendere parte alla selezione dei testi è richiesto di seguire le semplici e basilari “Norme redazionali” presenti sul nostro sito a questo link http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html  pena l’esclusione.
I materiale dovranno essere inviati esclusivamente a mezzo elettronico alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 21 maggio p.v. 

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

Euterpe n° 20 – “Assenza e mancanze”, uscito il nuovo numero della rivista

Uscito il nuovo numero della rivista di letteratura “Euterpe”, il n°20, avente come tema “Assenza e mancanze”

Associazione Culturale Euterpe

absence3E’ uscito il nuovo numero della rivista di letteratura “Euterpe”, il n°20, che aveva come tema di riferimento “Assenze e mancanze”. Nutrita la partecipazione alle varie sezioni da impegnare la Redazione per intere settimane nelle operazioni di lettura e di selezione.

Nella rivista sono presenti testi di Andrenacci Valeria, Andreucci Erika, Angeletti Elvio, Ardizzoni Nerina, Ausili Marco, Baldazzi Cinzia, Bernardi Luigino, Bettarini Mariella, Biolcati Cristina, Bonanni Lucia, Bonfiglio Anna Maria, Braccini Fabiano, Calabrò Corrado, Carmina Luigi Pio, Carrabba Maria Pompea, Caruso Federico, Casula Carla Maria, Casuscelli Francesco, Chiarello Maria Salvatrice, Chiesi Simona, Ciano Martino, Cimarelli Marinella, Cimino Antonella, Colantonio Linda, Coppari Elena, Corigliano Maddalena, Curzi Valtero, D’Amico Maria Luisa, De Magistris Patrizia, De Maglie Assunta, De Robertis Ubaldo, Di Iorio Rosanna, Di Micco Carlo Valerio, Di Sora Amedeo, Donà Franca, Duranti Franco, Emiri Loretta, Ferraris Maria Grazia, Ferraro Daniela, Filocamo Carlo, Gangemi Maria Letizia, Giordano Angela, Golinelli Luigi, Greco Salvatore…

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“Assenza e mancanze”: il prossimo numero della rivista Euterpe

La rivista di letteratura Euterpe entra in seno alle attività culturali promosse dalla Associazione Culturale Euterpe.
Si fa presente che coloro che sono regolarmente associati all’anno in corso alla Associazione hanno diritto prioritario alla pubblicazione nella pagine della rivista, sempre in relazione alla selezioni fatte dalla Redazione.

Per chi volesse iscriversi alla Associazione ed entrare a far parte di questa famiglia culturale usufruendo anche di varie agevolazioni quali l’esonero o lo sconto alla partecipazione ai concorsi letterari da essa indetti clicchi qui.

Il prossimo numero della rivista di letteratura Euterpe, il ventesimo, avrà come tema di riferimento “Assenza e mancanze”.
I materiali dovranno pervenire alla mailrivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 15 Luglio p.v. 
Clicca qui per leggere alcune semplici indicazioni per l’invio dei materiali che si richiede di rispettare.
Come per ogni numero la Redazione leggerà tutti i materiali pervenuti e selezionerà i testi che saranno poi pubblicati in rivista.

Per raggiungere l’evento FB del prossimo numero clicca qui. 

Per poter leggere e scaricare i vecchi numeri della rivista clicca qui.

Per chi volesse, invece, consultare l’Archivio contenente la lista completa dei testi pubblicati nel corso di questi anni, suddivisi in ordine alfabetico, può cliccare qui. 

Per info:
rivistaeuterpe@gmail.com 

“Via Crucis” di Francesco Terrone, recensione di Lorenzo Spurio

Francesco Terrone, Via Crucis, Presentazione di Mons. Giuseppe Agostino, Ep. Em. Diocesi Cosenza-Bisignano, Disegni originali di Liana Calzavara Bottiglieri, I.R.I.S., Mercato San Severino, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio 

copertinaviacrucisIl poeta salernitano Ing. Francesco Terrone (Mercato San Severino, 1963) ha raccolto nel pregevole volume in sontuosa veste grafica Via crucis un numero consistente di liriche d’argomento religioso nelle quali si percepisce in maniera vivida il suo afflato emotivo, lo spessore della fede e la necessità di un colloquio accorato con la Divinità. La prima parte del volume –dopo una sostanziosa e pregnante nota d’apertura del Vescovo Emerito della Diocesi di Cosenza-Bisignano, Mons. Giuseppe Agostino- è dedicata al percorso cristiano più doloroso, quello della Via Crucis che Terrone affronta, tappa per tappa, dedicando una poesia ad ogni stazione del martirio di Gesù Cristo. Ciascuna lirica è accompagnata, nella pagina di sinistra, da immagini a colori forti e dall’espressività lancinante di pose del Cristo sofferente e morente, opere di valore prodotte da Liliana Calzavara Bottiglieri. Immagini che non solo arricchiscono il volume, già di per sé importante e per la fattura e per i densi contenuti, ma che lo completa rendendolo ancor più fruibile ed interessante nel lettore. Le liriche di dolore che descrivono i passi di Nostro Signore verso la denigrazione, le becere offese, la caduta, la crocifissione e la morte sono visivamente descritte, come in una fulminea foto, dai disegni della Calzavara Bottiglieri i cui tratti del viso del Cristo addolorato emergono con una nettezza sorprendente e una visività toccante.

Terrone impiega una poetica che rifugge da particolari schematismi metrici o retorici prediligendo un linguaggio basico e lineare dove sono la descrizione attenta, la raffigurazione degli spazi e del gruppo umano che contorna a quelle scene a dominare. Come dei sunti o delle sinossi quanto mai influenzate da un approccio fortemente empatico e vissuto, le poesie si susseguono cadenzate dal breve tempo dell’assurdo sacrificio imposto al Nazareno. Le vessazioni, l’indebolimento del corpo, le cadute e le ingiurie, l’offesa corporale sono fatti di inaudibile odio che il Nostro inanella nelle varie liriche che seguono descrivendoci, con i vari versi, con una grande forza espressiva e compartecipazione gli accadimenti più infausti dell’esistenza di Gesù.

Ci troviamo distanti mille miglia, o ancor di più, da manifestazioni ridondanti e spettacolari, farsesche e improbabili che spesso vengono fatte per celebrare gli ultimi istanti della vita di Cristo: non si ha un effetto di ribrezzo o di dolore rabbioso dinanzi al suo sacrificio come può avvenire dinanzi alla criticata pellicola di Mel Gibson, The Passion, dove la centralità del messaggio sembra ruotare attorno all’apologia della violenza piuttosto che sul martirio. Ci troviamo altresì distanti anche dalle celebrazioni folkloriche della Spagna andalusa che commemora la settimana Santa in colorate e carnevalesche processioni con rappresentazioni sceniche degli istanti mortali di Cristo. Terrone, pur servendosi delle immagini che corredano l’opera, impiega la parola, lo scritto, il verso, per cantare il dolore, per sconfessare la violenza, per far librare la sofferenza. Sofferenza che, pur con un procedimento di mimesi non sarà mai quella di Cristo ma che, comunque, le si avvicina molto essendo un dolore dinanzi alla violenza gratuita, all’ingiustizia, che si amplifica ancor più per la propria condizione di essere inerme.

A completare il tragitto della passione è un ampio apparato finale dove il Nostro ha raccolto una serie di poesie, anch’esse di matrice religiosa, che possono essere considerate delle vere e proprie preghiere, delle lamentazioni, dei canti accorati d’angoscia, delle riflessioni sul senso di finitudine e testi contemplativi sulla presenza di Dio nell’uomo e dell’uomo in Dio. Tra di esse, mi piace citare alcuni versi da una lirica dedicata alla figura paterna dove, seppur non è richiamata direttamente la dimensione cristologico-religiosa, il padre venuto a mancare, il genitore assente, l’uomo che vive nel ricordo, sembra assumere i caratteri di un amorevole Dio che sovrasta la sua esistenza, vivendo nel mondo incorporeo dove tutto perdura e non ha limiti: “Quel volto,/ reliquia sacra della mia vita,/ […]/ Il volto di mio padre…/ volto rapito da Dio, donatomi da Dio/ nella vita,/ nei frammenti di sogni,/ nell’immaginario” (80).

Lorenzo Spurio

Jesi, 09-06-2016

“Tra gli aranci e la menta” di Lorenzo Spurio, recensione di Francesca Luzzio

Tra gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per Federico Garcia Lorca di Lorenzo Spurio

con note critiche di Nazario Pardini, Velentina Meloni, Corrado Calabrò, Lucia Bonanni, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2016.

Recensione di Francesca Luzzio

COVER GARCIA_3_NEW-page-001Tra gli aranci e la menta è una plaquette composta di dodici liriche, create da Lorenzo  Spurio  per ricordare il grande Federico García Lorca.  

In apparenza, come si legge nel sottotitolo, è un recitativo dell’assenza,  ma di fatto, è un recitativo dell’immortalità  poiché  il poeta è eterno, è sempre presente, anche quando il corpo si scioglie in cenere o, ancora peggio, non si sa, come nel caso di Federico, dove i resti mortali siano stati sepolti.  La voce di García Lorca è sempre viva, canta sempre con i suoi versi e anche le sue ceneri,  in fondo, diventati linfa vitale della natura, non smetteranno mai di esistere: “io pronuncio la grammatica silvestre” (in “Non lontano dal limoneto”, pag. 54).

Lorenzo Spurio è consapevole di quanto suddetto, pertanto  il suo “recitativo dell’assenza” suona piuttosto come denuncia della triste sorte che spesso ancora oggi tocca ai sostenitori ed ai combattenti per la libertà. Così con il suo canto-denuncia Lorenzo consacra ulteriormente la presenza e l’eternità del grande poeta, soldato della libertà e condanna ogni forma di autoritarismo, limitante l’essenza libera dell’io. 

La funzione eternatrice della poesia è una verità ormai assiomatica della tradizione letteraria  e Spurio la esemplifica e  nello stesso tempo la soggettivizza attraverso García Lorca, con il quale vive una profonda consonanza esistenziale ed etico-morale che lo induce a rivivere in sé emozioni, stati d’animo e idee che furono del grande poeta spagnolo.  

È una immersione totale che lo porta  a riproporre anche le modalità linguistico-espressive di García Lorca, realizzando quella sintesi tra popolare e colta che è tipica della cosiddetta Generazione del  ‘27 a cui apparteneva anche il grande poeta andaluso. Così il suo avanguardismo surrealista è nello stesso tempo ancorato alle tradizioni popolari dell’Andalusia  che gli  offre immagini, atmosfere e contrasti cromatici.           

I versi di Lorenzo ripropongono quest’interazione culturale e la natura e i suoi elementi si umanizzano: “Le piante quel giorno hanno smesso di parlare:/ gli acuminati rami superbi imposero il silenzio” (in “Nella roccia vescovile”, pag. 23) e l’io diventa natura: “non ho imparentato  le mie cellule con la polvere/ ma con fremiti verdi, ansiti amari e lucori silvani”( in “Non lontano dal limoneto”, pag. 54), per cui in questo metamorfismo panico è inutile cercare la sua tomba: egli vive  in ogni elemento,egli è vivo, è natura, è soprattutto “poesia”.

Francesca Luzzio 

Palermo, 10-06-2016

 

“Maria Teresa Manta e il tempo dell’attesa”, a cura di Lorenzo Spurio

Maria Teresa Manta e il tempo dell’attesa

Recensione a Fisse le stelle in cielo, ilmiolibro, 2016

a cura di Lorenzo Spurio 

La salentina Maria Teresa Manta non è alla prima pubblicazione e, nel corso degli anni, ha avuto più volte occasione di raccogliere suoi testi –sia poetici che narrativi- in vari libri, oltre ad aver preso parte in collettanee di autori ed antologie. Una donna che fa poesia con il cuore, lasciando trasparire, pure nei riverberi d’angoscia e nelle ore di tormento, la sua femminilità e il disagio esistenziale di chi è destinato a vivere con un peso addosso. E’ questa l’impressione principale che si ha leggendo il suo ultimo libro, la silloge poetica Fisse le stelle in cielo dove, sin dal titolo, è difficile non notare l’elemento della fissità, dell’immobilità che non è una costernazione che prende piede nell’incomunicabilità, piuttosto una necessità di ancorarsi a un passato che, pur andato, è necessario rievocare e rivivere giorno dopo giorno, ora dopo ora.

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I libri pubblicati dalla poetessa salentina Maria Teresa Manta tra cui Fisse le stelle in cielo oggetto d’analisi della presente recensione.

La grande maggioranza delle liriche di Maria Teresa Manta raccolte in questa silloge sono contraddistinte da un dolore irrevocabile, da un canto di angoscia dovuto a una mancanza lancinante, quella di un figlio che l’imperscrutabile percorso della vita ha voluto a sé prima di ogni lecita scadenza.  I versi sono intrisi di quella desolazione emotiva che è propria di chi quotidianamente si arrovella sul perché di un accaduto tanto infausto nonché sui motivi per cui i destini si compiano in maniera tanto precipitosa senza aver il tempo di potersi prima salutare, tributare il giusto affetto. Tutto ciò crea un disagio emotivo assai pesante che è ancor più gravato dal rimorso dal non fatto o dal non detto a rimarcare ancor più quanto l’abitualità alla vita ci fa dimenticare anche delle cose più semplici che, in un batter d’occhio, possono diventare una condanna pesante con la quale dover sopravvivere.

La poetessa parla di questo figlio scomparso, allontanatosi da lei e dal ceppo familiare, non si capisce bene perché e in che modo, ma in fondo non è questo che interessa a livello poetico, piano comunicativo al quale la donna ha trasmesso il subbuglio emozionale, l’atarassia e l’ha condotta a rivivificare il passato, nelle tante schegge di ricordo, nei sorrisi ricevuti, nei momenti d’unione o semplicemente nella lieta convinzione di vivere in mancanza dell’assenza.

La morte allora si configura non tanto come momento accidentale di un percorso di vita che inesorabilmente si compie, non come fine delle speranze, piuttosto come consacrazione del tempo che non esiste. Con la morte del caro la Nostra sembra entrare in punta di piedi nel tempio dorato dell’assenza, dove tutto manca e niente ha la sua forma. Essendo l’uomo abituato per sua natura al materiale, al visibile, all’esperibile, il traghettamento forzoso alla dimensione dell’immateriale, dell’assenza del concreto non può che creare scompenso e confusione: ed è in questo limbo di pianti e incomprensioni che si attesta la lirica di Maria Teresa Manta. La poetessa fa vivere ciò che non è più, dà forma all’inesprimibile, costruisce il tempo che si è dissipato ed è in grado, con il calore materno e la pacatezza di una donna sensibile, di derogare alle scadenze imposte dall’Alto. Nessuno muore se vive nel ricordo di chi ha lasciato. Seppure non vi siano tracce che palesano il sentimento cristiano della Nostra, il messaggio che fuoriesce da questa silloge è proprio questo.

Siamo tutti in attesa di un tempo che non finisce. Un tempo che fluisce all’infinito e che è impossibile arginare, che non ha scadenze né può essere misurato. Ad esso si contrappone quell’asfittico tempo dell’attesa, un ragionare rimestato, un frenetico rincorrere a pillole di passato, l’attaccamento al mondo finito quando la vita continua e necessita che noi la viviamo al presente.

L’attesa, che è anch’esso tempo dell’immateriale, è costellata da continui atti di dolore e pentimento, ma anche fondi silenzi dove la confessione con sé stessi si struttura in un tormento afono che è impossibile fronteggiare con la nuda ragione.

Lorenzo Spurio

Jesi, 08-06-2016

“Tragicamente rosso” di Michela Zanarella, recensione di Claudio Fiorentini

Tragicamente rosso di Michela Zanarella

Recensione di Claudio Fiorentini

unnamedIl titolo è già una poesia e verrebbe da pensare che questo libro covi violenza e manchi di pudore, invece è proprio il contrario. Tragicamente rosso è una suite per parola e silenzio scritta da passione e pensiero. La suite è composta da cinque movimenti: rosso donna, rosso shoah, rosso mondo, rosso natura e rosso guerra. Ogni movimento è composto da un minimo di sei e un massimo di quindici poesie. Si chiude con un monologo che ben si presta ad adattamenti teatrali, e infatti è stato già più volte rappresentato riscuotendo numerosi successi.

Ma veniamo al libro: potrebbe essere definito una silloge, un libro di poesia, una raccolta, ma in realtà è ben altro, perché raccoglie in un corpo perimetrico cinque fascicoli molto ben delineati, come se le sillogi fossero cinque, oppure cinque fossero i temi trattati con intonazioni diverse, quindi, come dicevo, una suite che in cinque movimenti racchiude l’estro creativo di un musicista romantico.

Cosa dice l’autrice in questa suite? O meglio, cosa cerca? Già, perché dire e cercare sono due cose molto diverse. Dire significa imporre un proprio suono e ritmo, esprimere idee o proporre pensieri. Da -> a, mai al contrario, l’ascolto non è contemplato nel dire. Cercare significa scavare, esplorare, scoprire, scoperchiare, spostare i mobili, alzare i tappeti e… guardare, ascoltare, toccare, annusare con attenzione, quindi ricevere tutti gli stimoli sensoriali, attivare i neuroni dell’ascolto e rendersi disponibili a ricevere. Ricevere cosa? Per ora basti sapere che cercare è anche predisporsi a ricevere.

La parola è lo strumento, ma non solo, c’è il silenzio, la pausa, l’intenzione… il tutto condito da interiorità inespressa che attende di farsi spazio nella luce.

Bene, allora, la poesia? È questo: ricerca! Leggendo i versi di Michela Zanarella non si trova, ma si cerca. Le poesie non sono risposte ai nostri quesiti, ma scaturigine di altri quesiti. Per questo non occorre capire, ma solo lasciarsi andare già dall’inizio:

 Appesa ad un silenzio

nel precipizio di un amore

tragicamente rosso

cedo e m’adeguo

alle forme del dolore.

L’autrice non descrive luoghi o contesti, semmai definisce una presenza che si identifica con la nostra. E quando dice

La pelle cosparsa di dolore

Non grida

E cede il respiro

Ad un silenzio

Che lacera e nasconde

Vuoto intorno

Non denuncia, ma comunica con le fibre più intime di ogni lettore rendendolo protagonista della lettura.

Molto più esplicita, invece, quando scrive

Aggrappata al sangue dell’odio

Anche la neve ha sguardi neri

Hanno inghiottito il grano e le epidermidi

Le oscurità di Auschwitz.

Il linguaggio che sembrerebbe tenue invece stringe come una tagliola. Già, non è un linguaggio facile, non è chiaro né immediato, ha qualcosa di subdolo, perché ti accerchia con le sue poco effusive moine, e se fai attenzione ti accorgi che il messaggio veste un velo di seta che lo rende all’apparenza dolce. Ma si sa, il velo è anche un simbolo profondo: ciò che si squarcia quando muore Cristo, è l’imene custode della verginità, è il pudore che si stende come l’ombra delle nuvole, è ciò che nel suo “velare” giustifica la menzogna, perché sotto il velo c’è la verità che non ha pudore, che è cinica, che è sempre preferibile alla falsità, ma che atterrisce!

 Non ha motivo

di insistere il dolore

nei palmi tesi del mendicante

nelle infanzie infrante

di un bambino

nel respiro muto

di una terra

che inciampa tra le mine,

nel grembo in croce

di una donna

dove il falso amore

ricalca prepotente

lividi e promesse.

La vita

non ha bisogno di lacrime

o avidità del tempo.

Dove piange il mondo

è debole la radice di ogni uomo

che ha macerie

incise sulla pelle,

come silenzi

addestrati ad ignorare

il sangue e il sudore

delle epoche.

L’autrice non sentenzia né impone il suo pensiero, ma attraverso un verso libero, quasi scarno, assolutamente privo di pizzi e merletti, apre le porte della percezione e mette l’uomo di fronte all’abisso, là dove non sapevi che un giorno saresti arrivato e dove potresti cadere. Del resto questo deve proporre la poesia: l’abisso! Quindi

 Toglietemi la vostra giacca

D’incenso,

il furore assurdo,

l’intreccio di logiche assenti.

E lasciatemi così, mentre

Intorno a me follie bellissime

Rovesciano la mente

E mi schiantano nel buio

Ad imparare l’assurdo.

Perché nell’assurdo c’è verità nuda, e imparando l’assurdo saluto questo libro che disegna un percorso poetico dipinto di tragico e meraviglioso rosso, e musicato da un iride di parole e silenzi.

Claudio Fiorentini

2° Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” – il verbale di Giuria

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II PREMIO DI LETTERATURA “PONTE VECCHIO”

Verbale di Giuria

 

La Commissione di Giuria presieduta da Lorenzo Spurio e formata da Marzia Carocci (Presidente del Premio), Flora Gelli, Sandra Carresi, Annamaria Pecoraro, Iuri Lombardi, Fabio Fratini, Francesco Martillotto, Lucia Bonanni, Vincenzo Monfregola, Michela Zanarella, Katia Debora Melis, Rita Barbieri, Luisa Bolleri, dopo lunghe ed attente operazioni di lettura e valutazione dei materiali pervenuti (770 poesie, 135 racconti, 49 saggi/recensioni) in questa Seconda Edizione del Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” – Firenze, rende noto l’esito del Premio:

 

SEZIONE A – POESIA

Vincitori assoluti

1° PREMIO – MICHELE GINEVRA (Caltanissetta) con la poesia “Il crepuscolo della vita”                              

2° PREMIO – DANIELA MONREALE (Pian di Sco’ – AR) con la poesia “Dedica”                  

3° PREMIO EX-AEQUO – MARIA TERESA PIERI (Cocchio/Greve in Chianti – FI) con la poesia “Serate domenicali”

3° PREMIO EX-AEQUO – BRUNO SANTINI (Lastra a Signa – FI) con la poesia “In via de’ Georgofili”

 

Menzioni d’Onore

ALESSANDRO PERUGINI (Castel del Piano – GR) con la poesia “Barba bianca”

ANNA BARZAGHI (Seveso – MB) con la poesia “Apparire”

CLAUDIA PICCINNO (Castelmaggiore – BO) con la poesia “Figli di un Dio Minore”

DARIO MARELLI (Seregno – MB) con la poesia “Sogni verticali”

IZABELLA TERESA KOSTKA (Melegnano – MI) con la poesia “Le memorie di una prostituta”

MARGHERITA PIZZEGHELLO (Rosolina – RO) con la poesia “Vorrò un vestito leggero”

MARIA PENSO (Mestre – VE) con la poesia “I vecchi”

MASSIMO VITO MASSA (Bari) con la poesia “Ti chiamano Shamira”

NICOLINA ROS (San Quirino – PN) con la poesia “E mi incanto”

ROBERTO RAGAZZI (Trecenta – RO) con la poesia “Cosa ho fatto mai di male?”

 

Segnalazioni della Giuria

ALDO TEI (Latina) con la poesia “Ustica”

ALVARO STAFFA (Roma) con la poesia “L’amore mancato”

ANDREA VANNI (Livorno) con la poesia “Ritorno”

CARLA MARIA CASULA (Alghero – SS) con la poesia “Ultimi ricordi di guerra”

EGIZIA VENTURI (Savona) con la poesia “Senza parole”

EMANUELE ZAMBETTA (Bari) con la poesia “Asselùte trìdece anne”

GIANNI CALAMASSI (Firenze) con la poesia “Le ali ammaccate”

GIUSEPPE BLANDINO (Rosolini – SR) con la poesia “I due alberi”

GUIDO DI SEPIO (Roma) con la poesia “Novembre 1966”

SANTE DIOMEDE (Bari) con la poesia “Parole al veleno”

 

Premi speciali

PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DI GIURIA – RITA MUSCARDIN (Savona) con la poesia “Il destino degli altri”

PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DEL PREMIO  – ANNA SANTARELLI (Rieti) con la poesia “M’attende la poesia”

 

SEZIONE B – RACCONTO

Vincitori assoluti

1° PREMIO – NATALIA LENZI (Quarrata – PT) con il racconto “Perdita”   

2° PREMIO – LEONARDO SANTORO (Collegno – TO) con il racconto “Mio padre”                          

3° PREMIO – MAURIZIO MARI (Prato) con il racconto “Lo schiaffo”

 

Menzioni d’Onore

ALESSANDRO VANZAGHI (Sedriano – MI) con il racconto “Fuori scena”

ANDREA MAURI (Roma) con il racconto “Principessa”

MARCO AUSILI (Ancona) con il racconto “Gabriele Sporangi”

MASSIMO SENSALE (Napoli) con il racconto “Il treno e le nuvole”

MATTEO LUCII (Borgo San Lorenzo – PI) con il racconto “Fides”

MAURA RABOTTI (S. Polo d’Enza – RE) con il racconto “Ciao!”

OLIMPIA PICCOLO (Marano – NA) con il racconto “L’armadio di Chloè”

PAOLO SBOLGI (Firenze) con il racconto “L’archiano”

SUSANNA GORI (San Giuliano Terme – PI) con il racconto “Una, nessuna, trentamila”

 

Segnalazioni della Giuria

ALESSANDRO LOGLI (Roma) con il racconto “Le vipere non esistono”

ANTONIO FRAGAPANE (Santa Elisabetta – AG) con il racconto “Terra promessa”

GIOVANNA POTENZA (Napoli) con il racconto  “31 Agosto 1943”

IVANA SACCENTI (Pozzuolo M. – MI) con il racconto “Olio e aceto”

LAURA VALLINO (Livorno Ferraris – VC) con il racconto “Oltre il buio”

LUCIANA CENSI (Foligno – PG) con il racconto “Riflessioni al femminile”

MANOLA FREDIANI (Livorno) con il racconto “La casa di Tina”

MICHELE PROTOPAPAS (Prato) con il racconto “Solo un uomo”

SARA ALICANDRO (Latina) con il racconto “Una vita in un istante”

SIBYL VON DER SCHULENBURG (Trezzano Rosa – MI) con il racconto “Verna”

 

Premi speciali

PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DI GIURIA – FRANCA DONÀ (Cigliano – VC) con il racconto “Il profumo dell’amore”

PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DEL PREMIO – VINCENZO MELINO (Campobasso) con il racconto “Giro del cigno”

 

SEZIONE C – SAGGISTICA

Nota: A seguito della non elevata partecipazioni per le sezioni C (saggistica/critica letteraria/articolo) e D (recensioni) la Giuria ha deciso di istituire in sede di Premiazione una unica Sezione identificata dalla definizione “Saggistica” provvedendo, comunque, ad individuare un Premio Speciale per la “Miglior Recensione”.

Vincitori assoluti

1° PREMIO – ANNALISA SANTI (Colognola ai Colli – VR) con il saggio “Sogni sulla spiaggia: le modelle di William Henry Margetson”                       

2° PREMIO – VIRGINIA MURRU (Girasole – OG) con il saggio “Una perla nella letteratura del Novecento: Antonia Pozzi”                 

3° PREMIO – ELGA BATTAGLINI (Pescaglia – LU) con il saggio “La befana e dintorni”

 

Menzioni d’Onore

ALEX CREAZZI (Bressanone – BZ) con la recensione al libro “Il cimitero di Praga” di Umberto Eco

FRANCESCA SANTUCCI (Dalmine – BG) con il saggio “L’ultima regina di Napoli”

GIUSEPPE GUIDOLIN (Vicenza) con la recensione al libro “Le parole sono segnali stradali” di Veronica Liga

SONIA GIOVANNETTI (Roma) con il saggio “Il tempo ritrovato della poesia”

 

Segnalazioni della Giuria

DAVIDE DOTTO (Villorba – TV) con il saggio “Gli haiku tra Oriente ed Occidente”

FERNANDO DELLA POSTA (Pontecorvo – FR) con la recensione al libro  “Oltreverso – Il latte sulla porta” di Doris Emilia Bragagnini

VALTERO CURZI (Senigallia – AN) con la recensione al libro “Donna è poesia” di Anna Maria Boselli Santoni

 

Premi speciali

PREMIO SPECIALE “MIGLIOR RECENSIONE” – PAOLO PAGNOTTA (Avellino) con la recensione al libro “Quando il gioco si fa duro” di Nadia Toffa

 

Consistenza dei Premi

Come indicato dal bando di partecipazione al concorso i Premi consisteranno in:

1° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e 100€

2° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e libri

3° Premio di ciascuna sezione: Targa e diploma con motivazione della Giuria.

La Giuria in conformità di quanto espresso nel regolamento del concorso ha deciso di attribuire altri premi di varia classe che consisteranno in:

Menzioni d’Onore: Coppa e diploma

Segnalazioni: Diploma

Premi Speciali:  Targa e diploma con motivazione della Giuria

 

Pubblicazione in antologia

Tutti i testi dei Vincitori, delle Menzioni d’Onore, dei Segnalati dalla Giuria e dei Premi Speciali verranno pubblicati in antologia. Per i vincitori Assoluti e i Premi Speciali il proprio testo sarà corredato dalla motivazione della Giuria del conferimento del Premio.

 

Premiazione

La cerimonia di Premiazione si terrà domenica 22 maggio a partire dalle ore 17:30 a Firenze presso la Sala dei Marmi del Centro Anziani “Parterre” in Via del Ponte Rosso 2 (Quartiere 2).

L’evento, che è liberamente aperto al pubblico e al quale sarà possibile portare parenti ed amici, sarà allietato dall’arpista Giulia Petrioli.

Tutti i vincitori, i menzionati, i segnalati e i vincitori dei Premi speciali sono tenuti a confermare o meno la loro presenza a mezzo mail entro e non oltre il 10 maggio p.v.

Ritiro dei Premi

Come indicato al punto 11 del bando di partecipazione, i vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle relative spese di spedizione, mentre coloro che avranno ottenuto un premio in denaro e non potranno intervenire vedranno decadere il proprio premio monetario.

 Si ricorda, inoltre, che l’antologia del concorso sarà disponibile all’acquisto il giorno della cerimonia di Premiazione.

Il ricavato derivante dalla vendita della stessa verrà donato in beneficenza alla Fondazione Meyer di Firenze e verrà data comunicazione del versamento fatto a tutti i partecipanti dopo la Cerimonia di premiazione.

 

Lorenzo Spurio – PRESIDENTE DI GIURIA

Marzia Carocci – PRESIDENTE DEL PREMIO

 

Info: premiopontevecchio@gmail.com

www.premiopontevecchio.blogspot.com

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Antonio Merola su “Irrational man” di Woody Allen

Irrational man:Woodartre e l’esistenzialismo ironico[1]

DI ANTONIO MEROLA

irrational-man-woody-allen-locandina-300x300In un’epoca astorica e omologante quale la nostra, in cui difficilmente è possibile parlare di individui, quanto piuttosto di meri effetti rispetto ad un’azione economica centripeta, il che è un truismo per quei pochi che ancora esistono, Irrational man del regista statunitense Woody Allen si pone come una pellicola necessaria, pur tuttavia racchiudendo in tale essenza un elemento paradossale.
La critica occidentale ha reagito negativamente all’opera d’arte, mostrandosi dubbiosa, scettica di fronte ad un Allen che puzza di vecchio, di ripetizione ammuffita, di recipiente intellettuale ormai vuoto, sul quale sembrano intravedersi i segni di una raschiatura; in Italia, per citare ad exemplum, così si è espresso sul Fatto Quotidiano Davide Turrini, “Allen ha voluto con caparbietà ritagliarsi un ruolo marginale, secondario, ininfluente nel cinema mondiale”[2], arrivando a definire Irrational man come “un film inesistente”, non accorgendosi, forse, di averci visto, criticamente, giusto.

Non è questa un’opera che si presta ad una lettura superficiale, pena la sua inutilità comunicativa, quanto meno nella sua funzione intenzionale; per suscitare una reazione e/o una spinta alla riflessione, per essere quindi necessaria, mi si perdoni il gioco di parole, necessita di essere compresa, comprensione che può risolversi sì in più di una soluzione, ma che non può avvenire senza le dovute basi filosofico-letterarie, un insieme preciso di romanzi, saggi, drammi teatrali e raccolte di racconti brevi che vanno sotto il pesante nome di corrente esistenzialista, e tra i quali un autore in particolare sembra “tiranneggiare”: Jean-Paul Sartre.
Una chiave interpretativa che rende impossibile l’avvicinamento per il ricevente principale, un pubblico medio che pure si è recato entusiasta nelle sale cinematografiche, uscendone accompagnato da un’ebete perplessità, vanificando l’operazione civile del film, rendendolo, in definitiva, semplice – e non pura – estetica da pop-corn.

Eppure, i rimandi alla matrice sartriana sono molteplici e di natura differente. Abe Lucas, professore di filosofia in piena crisi esistenziale, interpretato magistralmente da Joaquin Phoenix, e la studentessa Jill Pollard, ovvero Emma Stone, ricordano molto da vicino due tra “i protagonisti” de L’età della ragione, primo romanzo della trilogia de Le vie della libertà, Matteo e Ivic; identici, infatti, i ruoli sociali di partenza, simile lo sviluppo della trama amorosa, seppur con esiti divergenti, differente, al contrario, l’ambientazione esterna in cui i personaggi sono chiamati a muoversi – in Sartre, la seconda guerra mondiale. Come pure la tensione iniziale di Abe, il suo logoramento interiore, l’annichilimento del suo sentire, può essere tradotto in termini di Nausea, condizione questa, che anticipa il conseguente stato di azione, volto al suo superamento indispensabile. E’ interessante notare che, tra le principali cause di questo lutto interiore, la società, o meglio, l’èpoque che ne è l’espressione ambivalente, occupi una posizione preponderante. In un dibattito letterario in cui “tutto è già stato detto”, la condizione d’essere del professor Lucas viene minata, il suo ruolo d’intellettuale e di artista mutilato; a che scopo, si chiede, quasi fosse l’Alfred Prufrock eliotiano nel suo “Oserò/turbare l’universo?” , scrivere l’ennesimo saggio su Heidegger? Ne consegue uno stato d’impotenza e di frustrazione, espresso nell’immagina scenica attraverso la metafora dell’impotenza sessuale – un tono patetico d’altronde aleggia fin da subito nella scena con la collega Rita Richards/Parker Posey.
Da qui in poi, L’umanesimo sartriano viene scandito riga per riga, direi alla lettera, dal regista.
In un tentativo di costruzione di se stesso da parte del non-ancora-individuo, la dicotomia classica in cui l’io è tale perché diverso da un alter viene ad annullarsi, a dissolversi completamente. L’altro, in un’ottica sartriana, diventa un nemico tanto quanto lo è il contesto storico, perché riduce a maschera, blocca cioè in un personaggio fisso, tramite un’errata e inevitabile percezione, quell’inesorabile divenire che è l’io, nella sua continua negazione/compenetrazione del sé precedente.
sartre1L’inferno sono gli altri”, quindi, citazione non casuale di Allen. Non viene, forse, l’arrivo di Abe Lucas al College Brailyn preceduto dalle notizie di un passato già passato, determinandone lo stupore di chi ancora non lo conosce? E non sono queste sue presunte qualità di “uomo vissuto” a generare in Rita Richards un desiderio incontrollabile di seduzione? Non sono proprio i suoi colleghi che ne determinano il successo intellettuale, lodandone il saggio che lo ha reso famoso nel mondo accademico? La pellicola è disseminata di metafore di questo tipo, eppure è nel rapporto tra Jill e Abe che Allen, in un tentativo di rendersi esplicito, tocca la punta più alta: la negazione della libertà da parte dell’altro si fa qui evidente nel momento in cui la maschera del Genio viene a tramutarsi in quella dell’assassino agli occhi della ragazza, e Abe viene quindi minacciato di essere denunciato, sotto l’apparente possibilità di una scelta, che porterebbe comunque al carcere.
Per chiudere il cerchio, sopraggiunge la morte,  la cessazione del divenire – basti pensare al giudizio totalmente dispregiativo nei confronti del suicidio da parte di Sartre, per farsi un’idea del perché la morte venga percepita, in definitiva, come la nemica naturale dell’uomo, l’unica contro cui è impossibile opporsi, dove persino l’immortalità letteraria non basta a salvaguardare la sopravvivenza dell’io.
Si apre però, a questo punto, un cerchio ancora più grande, quasi una ring composition dal risultato bivalente. Nella critica che Abe Lucas muove a Kant, quando definisce come “masturbazione verbale” la congettura di “un mondo senza menzogna” come condizione felice per gli uomini, e tenendo conto della citazione in apertura del film sulla morale kantiana, il pensiero sartriano può essere visto in modo contrappuntistico a quello del filosofo tedesco, pur mantenendone la finalità – e che, nel secondo si concretizzò in una partecipazione attiva al comunismo, ma basti dire che si concretizzò – o il fallimento del protagonista può essere interpretato come un’eiaculazione senza mezze misure? Non posso che rifugiarmi in un’epochè, per evitare di ridurre l’opera d’arte a una sola lettura dogmatica, tuttavia suggerendo un’evidenza situata nel rapporto individuo-realtà fondato sulla percezione dell’io: nel momento in cui Abe sceglie di eliminare Thomas Spangler, si assiste a un capovolgimento nel suo rapporto con il mondo esterno – laddove il reale, preso nella sua non-essenzialità, corrisponde a uno statico Nulla privo di un significato trascendentale –, capovolgimento che non solo dona un senso al suo agire, ma si riflette in una condizione d’armonia che rende l’essere umano, in definitiva, un Uomo.

ANTONIO MEROLA

[1] Questo articolo è apparso per la prima volta online sul sito “Il Giornale di Letterefilosofia.it al seguente link: http://www.letterefilosofia.it/2016/01/irrational-man-woodartre-e-lesistenzialismo-ironico/  L’autore dell’articolo ha acconsentito alla sua ri-pubblicazione su Blog Letteratura e Cultura.

[2] http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/18/irrational-man-woody-allen-e-una-stanca-ripetizione-di-se-stesso-film-inesistente-involontaria-parodia-di-una-qualsiasi-tragedia-bergmaniana/2315518/