Sabato 26 ottobre alle ore 17:30 presso l’accogliente Aula Magna del Palazzo dei Priori di Montecassiano si terrà un evento dedicato alla poesia marchigiana contemporanea. L’evento, organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi con il patrocinio del Comune di Montecassiano e della Provincia di Macerata, vedrà la presentazione del volume La giovane poesia marchigiana del critico letterario Lorenzo Spurio edito da Santelli Editore di Cosenza negli scorsi mesi. In questo ampio saggio Spurio ha raccolto una serie di testi critici (recensioni, saggi, prefazioni, approfondimenti, etc.) su opere di vari poeti marchigiani. Tale volume, che non ha nessuna velleità onnicomprensiva di analisi della vasta produzione poetica d’oggi della nostra Regione, fornisce, in appendice al volume, anche una scelta di testi – uno per autore – dei poeti oggetti di studio e lettura nel volume. Durante la serata la poetessa e speaker radiofonica Morena Oro terrà una performance dal titolo “Il sospiro di Medusa” (dal nome del suo ultimo libro di poesie); ad arricchire ulteriormente il pomeriggio sarà la cantante Noemi Romiti.
Rita Fulvia Fazio al suo esordio letterario, è ospite di Guido Miano Editore nella collana Poesia Elegiaca del Maestri Italiani dal ‘900 con l’opera Metamorfosi e sublimazioni (2019).
Questa autrice va letta con estrema attenzione. In Ritmo tra sogno e realtà alla pag. 55 l’autrice con semplicità ed estrema grazia pare offrirci il suo programma poetico. Dichiara insomma di cosa sia fatta la sua Poesia, che essenzialmente si nutre di natura, traendo però misura e ritmo dall’immaginazione. In una poetica così intesa c’è tutta la vita di Rita Fulvia Fazio. Attraverso la Poesia, la natura ispiratrice le invia i suoi messaggi ed attraverso la poesia l’autrice risponde alla natura, facendosi canale di trasmissione e recezione di poetiche missive.
Ella utilizza il mezzo poetico, per chiedere agli elementi della natura stessa di esprimere la loro essenziale perfezione poiché solo così ha senso per l’autrice, la sua stessa esistenza: “Esisto, eppure / non per me vorrei / chiedere al tempo / d’esistere… vorrei /…/ ma per… chiedere / alla fonte d’essere viva, / sempre; / alla rosa di crescere, / perfetta; / al mare di avvolgersi / nell’onda dal sapore / di salsedine…” (Scintilla d’eternità).
Ma vi è sicuramente di più. È senza dubbio un occhio innamorato a guidare il senso poetico di Fulvia Fazio e le sue liriche si possono ben considerare figlie della poesia elegiaca contemporanea, soprattutto quando nel prevalere degli aspetti soggettivi, ella si ripiega in se stessa e osserva il suo io, la sua anima o quanto di intoccabile e invisibile possa esistere nel processo di cambiamento e metamorfosi in un essere umano.
Le liriche di Rita Fulvia Fazio, hanno proprio questo pregio specifico: condurre il lettore lungo il percorso di vita fatto dalla sua stessa anima, curiosa e per taluni versi impavida. Una strada che, al pari dell’autrice, con l’aiuto della Poesia, ognuno di noi può compiere.
I temi e i motivi della sua ispirazione sono molteplici e tra loro sovente intrecciati. Spaziano dalla condizione umana vera e propria alla sua personale sensibilità amorosa. L’amore che ella sente e descrive, è a volte infelice e a volte fonte di gioia e di felicità.
È nell’incontro con la sofferenza però, che questo sentimento diviene, nell’espressività di Fulvia Fazio, esclusivo e totalizzante. In alcune sue liriche, a poetessa evidenzia un cuore continuamente senza pace, il sentimento sembra portatore di angoscia più che di serenità, tanto che in una incessante azione selezionatrice, esso diviene quanto mai strumento di altissima elevazione spirituale. Di pari, si innalza la sua ricerca poetica a speculare i temi dello spazio, del tempo e del proprio Sé, introducendo il lettore in atmosfere spazio temporali davvero rarefatte e talvolta dal sapore metafisico. È questo il modo che la poetessa predilige per agire una vera e propria fuga dalla realtà.
Ciò nonostante appaiono sublimi le sue evasioni in un mondo di sogni, dove lo spirito si rasserena e rinfranca e i problemi quotidiani, i desideri irrisolti, le aspirazioni deluse, immersi in paesaggio idilliaco, fatto di pace gioia e serenità, sembrano perdere consistenza perché è proprio in quell’onirico mondo in cui Rita Fulvia Fazio vuole nel tempo ritrovare, oltre se stessa, anche chi di più le è caro: “Tre affetti / e li porto con me / ma, aspettatemi, perché / se rinasco, lì vi voglio trovare…” (Trucioli).
Siamo di fronte ad una splendida autrice dalla plurima sensibilità da cui derivano anche i molteplici significati, taluni apparenti, altri volutamente nascosti, che il suo messaggio poetico reca. Immergersi tra le liriche di Fulvia Fazio è come trovarsi in una fantasmagorica sala degli specchi dove l’anima, in mille modi riflessa, tenta di risolvere l’enigma e il mistero della sua esistenza temporale. A noi dunque solo resta “… con mani di calce bianca /…/ intonacata /…tra cielo e mare, / la meraviglia!” (Accordi) e con la sua arte concordare.
ANNA CASTRUCCI
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Leggere Angoli del tempo (Elison Publishing, 2016), giallo-poliziesco psicologico del Dottore Marco Cirillo, costituisce una soddisfazione per l’intelletto ed un piacere per l’anima. Questo brillante autore ci ha piacevolmente sorpreso sia per le sue capacità espressive sia per le sue profonde riflessioni psicologiche sull’animo umano, anche se è la seconda volta che ci accingiamo a recensire un’opera letteraria compiuta da un medico. Di solito siamo abituati a configurare la figura del medico come una persona estremamente pragmatica anche se dotata di un’ampia cultura settoriale e professionale relativa alla sua specializzazione. Questa volta abbiamo scoperto in un cardiochirurgo esperto ed apprezzato, non solo un abile scrittore con un’ampia e feconda immaginazione, ma sotto sotto, un animo poetico che, di tanto in tanto, fa capolino nella sua prosa limpida e scorrevole. Abbiamo voluto quindi fare una piccola ricognizione sulla sua vita e abbiamo scoperto che Marco Cirillo è nato a Pescara è stato in diverse città della Penisola e molti anni a Bologna dove ha frequentato il Liceo Classico ricevendo uno studio umanistico che è formativo per la cultura e la personalità di chi ne beneficia. Nell’Università di Bologna si è poi laureato in medicina con il massimo dei voti. Attualmente vive a Brescia e presta la sua opera presso la Fondazione Poliambulanza che è un Istituto Ospedaliero privato no profit che ha come missione principale la cura della persona, nel rispetto della sua dignità. Il nostro Dottore opera in seno all’ “Unità Semplice di Chirurgia dello Scompenso Cardiaco” che, nel suo campo, costituisce una delle eccellenze della medicina italiana molto apprezzata. Lui stesso dichiara di “vivere vicino alle persone che soffrono ed ai loro sentimenti di ogni giorno e la scrittura gli fa comprendere e rappresentare questa nostra vita nei suoi infiniti aspetti”. Abbiamo scoperto anche che questo è il suo secondo romanzo pubblicato, assieme ad altre opere di poesia e a un testo finalizzato ad un debutto teatrale. Insomma, nell’Habitus del cardiochirurgo si è sviluppato l’archetipo del letterato. L’ordito narrativo del libro s’intreccia e si dipana principalmente nella città di Bologna, con puntatine a Genova, Savona e Modena avendo come personaggio principale un Ispettore di Polizia del settore Omicidi, Stefano Righi, famoso per le sue capacità di segugio provetto nel risolvere i casi più intricati e misteriosi di questo settore del crimine. Per queste sue qualità, gli vengono affidati alcuni casi di omicidio efferato che sono rimasti insoluti da qualche anno. Sposato ma separato e con un figlio quindicenne che studia e del quale deve prendersi cura quotidianamente. La sua vita scorre monotona e delusa, sia come lavoro che come esistenza di comunione familiare fallita, ora deve occuparsi con molto impegno di questi omicidi rimasti senza un colpevole né prove concrete o indizi validi. In questi fatti criminosi sembra coinvolta anche se non direttamente una donna, Isabella, un’insegnate di origine portoghese ma nata in Italia, che alcuni testimoni hanno intravisto vicino ai luoghi nei quali si sono verificato gli omicidi. Questa donna abita a Bologna e Righi deve trovarla e ricominciare da lei le indagini su quei crimini.
A questo punto termina la fase interlocutoria del romanzo ed inizia quella cruciale ed interattiva della vicenda che sarà tutta infarcita di psicologia, con dialoghi che sembrano senza fine tra Righi ed Isabel molto fitti ed intensi, durante i quali che dovevano caratterizzare un’indagine accurata, impersonale e distaccata, quasi asettica dell’Ispettore di polizia, si trasformerà in un’intensa seduta di psicologia applicata. La Psicologia, infatti, nel linguaggio comune, permette la conoscenza derivata da un’approfondita analisi dell’animo umano anche nei suoi recessi più nascosti. E qui viene fuori il medico che, nella prassi comune è sempre anche uno psicologo il quale cerca di comprendere i disagi fisico-psichici del paziente, adoperandosi per la rimozione o l’attenuazione di essi. Ci piace soffermarci su questa argomentazione perché riteniamo che, quasi sempre, l’autore di un’opera letteraria finisce con l’identificarsi con il personaggio principe della storia narrata, per una sorta di transfert quasi inconscio del suo ego più intimo. Ne consegue che, necessariamente, con una persona positiva, dotata di sani principi morali e umani e con un senso spiccato della giustizia, un’indagine di polizia su una donna bella ed attraente, ma indifesa, innocente e che richiede protezione muterà, rapidamente, in una relazione amorosa così forte ed impetuosa che renderà le due persone due innamorati senza che essi stessi se ne accorgano. Nasce così un sentimento così forte ed appagante fra i due che si perpetuerà nel tempo e, a proposito del tempo, Righi scoprirà, anche se con ritardo, che Isabel ha delle qualità insospettabili. Lei lo aiuterà a risolvere non solo tutti i casi pregressi rimasti insoluti, ma anche alcuni che si verificano nel corso della sua indagine. In conclusione, una truculenta storia poliziesca, grazie al genio creativo dell’autore, si trasformerà, tra mille difficoltà, incomprensioni, delusioni e contrasti in una splendida e tenera storia d’amore che attrae e coinvolge inevitabilmente il lettore.
VITTORIO SARTARELLI
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Premio Strega 2019 “M Il figlio del secolo” l’ampio romanzo di Antonio Scurati affronta un argomento ancora divisivo per gli Italiani con stile essenziale e ben sorvegliato in tutte le numerose pagine. Il racconto, articolato in brevi capitoli forniti di titolo, luogo e data dell’episodio raccontato, ha inizio il 23 marzo 1919 a piazza S. Sepolcro a Milano con la fondazione dei Fasci di combattimento e si conclude con la seduta della Camera dei Deputati del 3 gennaio 1925. L’interesse del libro è duplice per quello che esso è in sé come lingua, stile, metodo d’indagare e narrare la storia e per quello che assume nel panorama letterario contemporaneo. Rispetto a quest’ultimo, concentrato soprattutto sull’interiorità del personaggio ripiegato su se stesso, indagato in un arco temporale ristretto, “M” diverge collocando il protagonista in un ampio contesto spazio-temporale, ricostruito con cura per mezzo di attente ricerche storiche supportate da stralci della stampa del tempo e da testimonianze di prima mano. Per questo lo stesso autore ha definito l’opera “romanzo documentario” . Scurati descrive la complessità dei fermenti della società italiana negli anni seguenti la Prima Guerra Mondiale, nei quali avviene l’ascesa politica di Mussolini, che, espulso dal Partito Socialista, s’appoggia d’istinto agli Arditi, che “per tre anni erano stati un’aristocrazia di guerrieri….tornati alla vita civile, sarebbero stati un mucchio di disadattati. Diecimila mine vaganti”. Il giovane direttore de “Il Popolo d’Italia” ben guidato da Margherita Sarfatti, bella, ricca e colta, riesce ad incanalare e a mettere a frutto il suo “istinto” politico privo di strategia, ma non dell’ obiettivo del potere: “Cerco il polso della folla e sono sicuro che il mio pubblico ci sia”. La lettura scorre rapida ed attenta, facilitata dallo stile elegante nella sua semplicità e sobrietà. Qualcuno ha detto che gli anni ‘20 assomigliano alla condizione storica attuale. Mi sembra un’interpretazione tanto facile da scadere nel banale. La storia non si ripete. La sua conoscenza è però importante perché agevola la comprensione del presente in quanto svela i caratteri degli uomini e le molle del loro agire. In una parola ci parla di noi. Tuttavia i contesti nei quali gli uomini si muovono sono determinanti per le loro strategie, i successi o gli insuccessi. Ѐ il contesto che fornisce l’occasione per emergere, direbbe Machiavelli.
GABRIELLA MAGGIO
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Non definire “cos’è” la poesia, questione di natura filosofica probabilmente assai più complessa, ma illustrare “come” questa si struttura e configura in un codificato sistema di postulati e tecniche è lo scopo confesso che il filologo P.V. Mengaldo, come pochi sensibile agli esiti della lirica italiana novecentesca, si prefigge in un denso saggio che, anteponendo al discorso meramente teorico una ricchissima campionatura di riferimenti e citazioni, tenta di delinearne alcuni “aspetti nodali del funzionamento”.[1] E se di specifico, autonomo linguaggio si tratta (a percentuale variabile, ma sostanzialmente connaturata di oscurità) il discorso del critico non poteva che esordire dalle sue peculiarità fondanti, capaci di renderlo programmaticamente (ambiziosamente/suggestivamente) anomalo rispetto alla comunicazione in prosa. Che la lingua poetica costituisca uno scarto sistematico rispetto a quella comune gli appare discutibile e citando, in Lingua/lingue,[2] Coleridge ed Eliot[3] sottolinea la propensione di quest’ultima a farsi prosa nel “secolo breve”, comunque non ne accetta la coincidenza tout court con la linea analogica di Mallarmé e Valéry: questione aperta (quanti straordinari poeti della tendenza anti-novecentesca – colloquiale e discorsiva – non sarebbero ammessi, ma è pur vero che di “gloria nel non essere compresi” parlava già Baudelaire, Montale sosteneva che “nessuno scriverebbe versi se il problema della poesia fosse quello di farsi capire” e rime impervie/“petrose” risalgono a Dante), salvo poi ammettere che questo non vale proprio per la lirica italiana, connotata – per la sua nascita tardiva, frutto di una unificazione letteraria e non politica – dai toni arcaizzanti e alti di modelli quali Petrarca che le conferiscono accenti elitari decisamente alternativi all’espressività quotidiana. Che, d’altro canto, la Metrica– “anteriore com’è al verso stesso” (O. Brik) – ne costituisca la naturale partitura è assodato e dettagliatamente analizzato nel relativo capitolo in cui vengono messi in evidenza, fra l’altro, la centralità dell’endecasillabo e la sua funzionalità/interazione con la rima che – sdrucciola, ritmica o “al mezzo” (insigne succedaneo, insieme a quella interna e alle “imperfette” assonanza e consonanza, di quella perfetta esterna in Metastasio, Leopardi, Montale…sorprende l’omissione di Gozzano) – risponde ai bisogni di “monotonia, simmetria, sorpresa” (Baudelaire), del sonetto, dell’enjambement, della ritmica destrutturata e libera avviata dal Vocianesimo la quale, tuttavia (sottolineatura questa particolarmente interessante) ricorre non di rado a rime (o strofe con ugual numero di versi). In particolare Montale – il poeta più citato nelle diverse sezioni – conferma in questo senso lo stretto legame con la tradizione e se è vero che “comunque quando in un suo componimento le rime divengono parziali acquisiscono uno specifico valore di espressività e messa in rilievo concettuale”,[4] è altrettanto frequente il contrario: in uno schema rimico sequenziale montaliano può accadere che solo un termine “scarti”, assumendo proprio per questo valenza pregnante e simbolica sul piano tematico, come si verifica nella strofa finale di Meriggiare, tutta in rima perfetta –glia ad eccezione di quella irrelata di “travaglio”[5] o nella terza strofa a schema rimico incrociato (imperfetto) ABCBA dell’osso In limine, in cui il termine C che “scarta” è, non casualmente, “salva”, spia semantica della auspicata fuga di Lei attraverso “l’anello che non tiene” di una rete (forse) smagliatasi per un inatteso/miracoloso “sbaglio di natura”.
Il libro si svolge, quindi, toccando i nuclei stilistico-formali del discorso lirico, cui non possiamo che accennare: dalla Elaborazione di un testo (“bisogna guardarsi dal giudicare le stesure primitive/intermedie come semplici ponti di passaggio imperfetti verso la forma definitiva e migliore”)[6] che tanto deve agli “scartafacci” di G. Contini, particolarmente all’analisi delle varianti leopardiane sul lessema-topos del ricordo (il “sovvienti>rammenti>rimembri” che introduce felicemente un aspetto durativo e più intimo”)[7] o delle lezioni più familiari sostituite a quelle erudite (“soma>fascio” nel Canto notturno, “piagge>rive” nella Ginestra), alla Brevità/concisione, conseguite attraverso la reticenza, il non detto e il silenzio ma anche, aggiungiamo, con i puntini sospensivo-espressivi della “falsa reticenza” e l’incipit in congiunzione o domanda – giustamente vengono citati i sonetti foscoliani e il Gelsomino notturno – i quali determinano un avvio in medias res che colloca in un ideale spazio-tempo anteriore al testo l’esordio della riflessione dell’io lirico,[8] dalle Immagini (dirette o analogiche “impossibile che un testo poetico non le sprigioni, se si escludono testi brevissimi di carattere epigrammatico/aforistico”)[9] alle Traduzioni. Queste ultime, sovvertendo un diffuso luogo comune, assumono per l’autore piena autonomia estetica e possono risultare, in linea con i dettami dell’Estetica hegeliana per cui un’opera di poesia può essere tradotta in un’altra lingua senza che ne venga diminuito il valore, “belle e infedeli”, proprio per le specifiche peculiarità della traduzione italiana che mal tollera, a tutto vantaggio dell’originalità creativa, la linearità – rifiutando la ripetizione a favore della “variatio sinonimica” e, soprattutto, il verso/frase concluso con il ricorso sistematico alle forme dell’inversione e all’intoccabile, istituzionale inarcatura, – e sconta la cifra colta del suo stile che “non si fonda su modelli decisivi per quelli di altre nazioni come il dettato biblico e la poesia popolare.[10] Per arrivare, omettendo anche minimi riferimenti ad altri stimolanti capitoli, [11] all’Intertestualità: agisca “trasversalmente” senza intenzionalità (assoluta, in tal senso, la dittatura verbale/situazionale esercitata in Italia da Petrarca, certo attraverso la mediazione dei lirici del ‘500) o risulti, all’opposto, intenzionale, nelle forme della citazione – che garantisce assoluta fedeltà al citato – e dell’allusione – per cui non si comprende il testo in questione senza ricorrere alla fonte – si connette strettamente alla materia suggestiva e nodale dei Tòpoi. Puntuali e doverosi qui i rimandi alla comparazione foglie/caducità umana, diffusissima da Mimnerno sino a Leopardi, Verlaine, Ungaretti (manca, ci pare, il riferimento al “cader fragile” delle foglie pascoliane di Novembre) e al locus amoenus…o inamoenus, esemplificato già da Dante nel XIII dell’Inferno con la descrizione dell’allucinata, contorta selva dei suicidi scandita dal triplice anaforico “non” avversativo della seconda terzina. Due, in conclusione, i capitoli sui quali vogliamo soffermarci, probabilmente i più interessanti dell’intero contributo. “Posto che con Libri di poesia si intendono libri unitari, caratterizzati da coesione e coerenza interne, rapporti fra testi, ciclicità e presenza di segnali di inizio e fine”,[12] è lecito domandarsi, per Mengaldo, se tale organicità costituisca o meno un valore aggiunto: non necessariamente e, in ogni caso, si dovrebbero fare i conti con ”disomogeneità” illustri, prima fra tutte quella dei Canti leopardiani. Piuttosto risulta preziosa per il lettore la rassegna di sillogi fondamentali ispirate a tale parametro, dai Fiori del male, strutturati con un sola poesia introduttiva seguita da gruppi di testi dedicati a temi unitari e sezioni incentrate su nuclei concettuali ricorrenti,[13] alle Myricae, la cui solida unità risulta non solo contenutistica ma metrica (tutte le sezioni presentano liriche di egual metro tranne una), dalle Soledades di Machado, legate dal nesso della fuente, chiarità/frescura, agli insospettabili, rigorosi equilibri di Saba in Trieste e una donna (nella I sezione tutto si svolge non solo secondo il consueto assetto “d’epoca” passeggiata/scoperta della città ma anche rispettando un identico impianto formale tripartito),[14] per giungere al Pianissimo di Sbarbaro in cui “taci” e “talor(a)” fungono da ricorrente connettivo lessicale alle comuni tematiche dell’astenia/rassegnazione/sonnambulismo del soggetto poetante. Abbiamo avuto modo di dimostrare, con specifica attenzione all’Allegria ungarettiana, che i Titoli novecenteschi, sui quali H. Friederich ha scritto pagine illuminanti e definitive,[15] raramente sono in rapporto diretto e logico con lo svolgimento/contenuto del testo, ma divengono elementi originali ed autonomi, di fatto versi aggiunti iniziali.[16] Dopo aver esaminato quelli dotti (spesso di natura musicale come in Verlaine, Mallarmé, Guillén e nei Mottetti montaliani) e i didascalico/circostanziali, il critico sembra condividere tale ipotesi quando si sofferma sui titoli “sintatticamente e semanticamente sospesi, il cui enunciato si prosegue e compie con l’inizio del testo stesso”,[17]sostenendo poi, però, che raramente questi offrono informazioni sui relativi versi mentre ci pare che proprio tali titoli “aperti” divengano, spesso, indispensabili alla comprensione del nucleo concettuale chiave: così avviene in Soldati di Ungaretti (classificato fra le importanti eccezioni dei “didascalici”, è il titolo a chiarire come le caduche foglie autunnali siano i soldati, non genericamente l’uomo nella sua precarietà) e, clamorosamente, in Mattina: che la notissima, aforistica illuminazione d’immenso si verifichi in questo preciso, non casuale momento della giornata e assuma i toni laici e immanenti di un rigenerante inno al Sole – evitando così possibili derive interpretative metafisico-religiose – lo sappiamo esclusivamente grazie al titolo.
Com’è la poesia è un raffinato, aggiornato e indispensabile prontuario per accedere al suo codice, o tentare di farlo. Necessario più che mai oggi, in un presente drammaticamente complesso nel quale ci sembra vivissima, nonostante troppi si affrettino a negarlo…certamente non i giovani che ne avvertono, siamo convinti, un assoluto, sincero, malcelato bisogno.
Marco Camerini
L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità
[1] P.V. MENGALDO, Com’è la poesia, Carocci, Roma 2018, p. 127.
[2] Si riportano in grassetto i capitoli del libro.
[3] “Alcune tra le parti più interessanti della poesia risulteranno scritte in una lingua corrispondente a quella della pros, quando si tratti di buona prosa” (Coleridge). “La poesia non può discostarsi troppo dalla lingua quotidiana” (Eliot). P.V. MENGALDO, op. cit., pp. 8-9.
[8] Per la differenza fra reticenza e sospensione espressiva in Pascoli e l’incipit in medias res si rinvia a M. CAMERINI, Elementi di retorica, cit., p. 46, 54 ss. e 67 ss.
[13] “La poesia di Baudelaire fa apparire il nuovo nel sempre uguale e il sempre uguale nel nuovo, secondo Benjamin”, Ivi, p. 77.
[14] “Strofa breve che annuncia il tema + strofa lunga che lo svolge + strofa che ne riassume, anche aforisticamente, il senso”, Ivi, p. 79.
[15] H. FRIEDERICH, Le strutture della lirica moderna, Garzanti, Milano 2002 [1971].
[16] Cfr., anche per le affermazioni seguenti, M. CAMERINI, “Il titolo come verso aggiunto nell’Allegria” in Elementi di retorica e stilistica, cit., pp. 79-80.
Brindisi, capoluogo salentino di 86.811 abitanti caratterizzato prevalentemente da un’economia mezzadro-marittima a base di uva da tavola, vino, ulivi, mercati ittici. Terra di Confine è stata giustamente definita questa città divisa da un Nord, fatto di città industriali, e da un Sud composto prevalentemente da città mezzadre. Provincia che è costellata di aspre e “selvagge” cittadine Ceglie Messapica. Cittadina che ancora oggi conserva un dialetto difficile, quasi incomprensibile e difficilmente irriproducibile, costituito da due elementi: lingua cegliese e lingua messapica. Una lingua, la prima, che risente fortemente del vocabolario barese e tarantino, mentre la seconda, ormai del tutto scomparsa, altro non è che l’antica lingua illirica nata a sua volta dall’alfabeto greco e poi radicatasi nella Murgia meridionale nelle città di Brindisi e Lecce con una vasta espansione nel tarantino, fino alla fine dei suoi giorni nel 272 a. C. Un dialetto difficile ma melodico e adatto per la poesia, come è stato dimostrato dal suo figlio più illustre, ovvero il poeta Pietro Gatti (Bari, 1913 – Ceglie Messapica, 2001). Terra, quest’ultima, in cui visse la sua infanzia e la sua intera vita.
Una vista del comune di Ceglie Messapica
Il 1973 è l’anno della raccolta a tiratura limitata Nu vecchje diarie d’amore (Un vecchio diario d’amore), dedicata al matrimonio della figlia Mimma, dove l’amore è visto come un bocciolo di rosa che fiorisce, un aspro dolore dalla dolce fragranza, un’avida ombra ultraterrena.
Segue la raccolta A terre meje (La terra mia), pubblicata nel 1976. Opera dedicata alla sua amata Ceglie Messapica dove il dialetto da lui usato come sostiene l’ex Sindaco, Pietro Federico, mostra tutta l’asprezza e arretratezza di questa città con le campagne dalla rossa terra come l’argilla, con i suoi maestosi ulivi malinconici e con le sue case pitturate di bianco che rimandano all’innocenza di tanti ragazzi buttati per la strada[1]. Parole queste che vanno ampliate con quelle del critico letterario Mimmo Tardio che vede la città brindisina come una sorta di Inferno dantesco composto da villani, buzzurri, screanzati, incivili, reietti e dalle categorie socialmente più dannate.
Tema prediletto dell’intera opera è quello del legame Madre-terra che il poeta realizza attraverso la decantazione delle origini mezzadre e della terra intesa come una grande Madre Universale che ci coccola, ci perdona, ci spoglia socialmente, ci isola da tutti rinchiudendoci in un mortale sepolcro[2]. Anche le parole del critico letterario Ettore Catalano vanno aggiunte perché mostrano l’opera gattiana come una raccolta omaggiata alla sua aspra terra e allo sfruttamento dei suoi contadini, dal poeta concepiti come fatica, sangue e polvere[3].
La terra di Pietro Gatti ha una doppia valenza, sia intesa come il luogo abitativo del poeta sia come la campagna cegliese da esso liricizzata come un dolce Paradiso Terreste e come uno scrigno colmo di nostalgie[4], un luogo dalle rosse rocce come il sangue dei contadini e dalle fragili ossa come l’umana esistenza[5], come un animale morente ormai privo di forze e infine, come una donna tutta nuda che ebbra dal sole osserva la Vita che si muove accanto a lei[6]. Terra che, però, non è solo campagna, ma anche un luogo dove il poeta viaggia nei suoi ricordi d’infanzia e dove la nenia del baracciaio[7], si trasforma in un lacrimoso lamento riguardante la sua vita fatta di miserie, sacrifici, rinunce e sogni mai realizzati[8]. L´infanzia come uno stupendo plenilunio lunare e avvolto da un’atmosfera priva di spazi, confini e materialità[9]. Una terra che simboleggia la Vita, essa che è un’asfissiante e falsa fratellanza terrena destinata a essere soffocata dalla morte, intesa da Gatti come un luogo popolato da liete ombre che vivono all’interno di luminosi Campi Elisi nell’attesa di rinascere a nuova Vita per riviverla nuovamente[10].
Il 1982 è l’anno della raccolta Memorie d’ajere i dde josce (Memorie di ieri e di oggi): memorie del passato e memorie metafisiche. Una prima memoria riguarda la sua dimora a Ceglie Messapica vecchia, concepita come il balcone del mondo dal quale osservare la paesana esistenza composta da esistenze casalinghe, da puerili schiamazzi di innocenti pargoli, da mortifere melodie ecclesiastiche e da serate illuminate dalle stelle sotto le quali giovani ragazzi si scambiamo baci furtivi. Una seconda memoria è illustrata attraverso il volo delle rondini, che simboleggia il cammino terreno degli Uomini fatto di luci, tenebre, ombre, lacrime, dolori e infine di eterni riposi riscaldati da paradisiache visioni. Una terza memoria è illustrata attraverso l’allodola, ovvero, un angelo dal divino canto[11]. Una quarta memoria riguarda Ceglie Messapica. Città dove il poeta visse la sua puerizia dai soffocanti sorrisi ma, in particolar modo, da serate avvolte da stelle sotto le quali si raccontavano fole ormai dimenticate[12]. Una quinta memoria riguarda i temporali salentini, ovvero demoniache creature che distruggono e creano nuove vite, dai puri spiriti e dalle verginee melodie. Una sesta memoria riguarda le vendemmia e in particolar modo i grappoli di uva, che non vengono raccolti a causa della dimenticanza dei contadini. Grappoli che simboleggiano le esistenziali speranze, di tutti Noi. Una settima memoria infine, è legata alla Vita medesima del poeta cegliese fatta di dolori, oscure reminiscenze, dolcezze[13], ma anche caratterizzata dal desiderio di fermare e riavvolgere il tempo per risorgere a nuova Vita.[14]
Il 1984 è l’anno della raccolta ‘Nguna vite (Qualche vita) che, come mostra il critico letterario Ettore Catalano, è incentrata sulla Morte con reminiscenze emotive, terrestrità e musicata col commovente canto degli figli di Madre Natura che simboleggia lo strazio delle innocenti vittime sopraffatte dalla Vita (contadini e popolo)[15]. Si può avvicinare il noto carme Dei Sepolcri di Foscolo. In entrambi i poeti assistiamo al dialogo con i morti; nel poeta cegliese non è un colloquio con le voci illustri dei grandi Uomini ma un colloquio monovoce compiuto con l’ombra dei suoi genitori e dei suoi amici. Una madre che è ricordata dal figlio poeta come un dolce angelo dalla melodiosa voce e dal caloroso petto, come una compassionevole creatura portatrice di amore[16] e come una stupenda raccontatrice di fole[17]. Un padre rimembrato come una sapienziale fonte di Vita e gli amici infine, come dei fantasmi che si sono scordati totalmente di lui fino addirittura ad averne paura. Un’opera, in conclusione, composta da ricordi e da dolorose reminiscenze da lui spiritualmente assolte che lo accompagneranno fino alle fine dei suoi giorni[18].
Bibliografia:
AA.VV., Puglia, a cura di Bruno Fratus e Rossella Tomassoni, ATLAS, Bergamo, 1982.
CATALANO ETTORE, I cieli dell’avventura. Forme della Letteratura in Puglia, Progedit, Bari, 2014.
CATALANO ETTORE, Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit, Bari, 2009.
VALLI DONATO, Pietro Gatti. Poeta. Primo volume, Manni, San Cesario di Lecce, 2010, 2 vol. – Tomo I.
STEFANO BARDI
L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.
[1] PIETRO FEDERICO, Saluti del sindaco in DONATO VALLI, Pietro Gatti. Poeta. Primo volume, Manni, San Cesario di Lecce, 2010, 2 vol. – Tomo I, p. 25
[2] MIMMO TARDIO, La poesia dialettale contemporanea in terra brindisina, in ETTORE CATALANO, Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Bari, Progedit, 2009, p. 328.
[3] ETTORE CATALANO, Alcune considerazioni sulla scrittura poetica di Pietro Gatti in ETTORE CATALANO, I cieli dell’avventura. Forme della letteratura in Puglia, Bari, Progedit, 2014, pp. 48-49.
[4] DONATO VALLI, Pietro Gatti. Poeta. Primo volume, Op. Cit., 2 vol. – Tomo I, p. 71 (“A terra mea bbone, / come se disce a lle muerte de case, / c’angore vìvene atturne: / le rape forte i ambunne / d’a grameggne, ca na ppué scappà a tutte sane, / scapuzzate a ffatìe, i ppo sobbe a lle mascere / da ppeccià u tiembe de fiche, / a sera tarde: i scattarizze de cardune / i vvambe sembe chhjù jerte a sserpiende de fueche / i jùcchele i zzumbe de le peccinne, / ca u core te rite chjine de priésce / scurdànnese pe nnu picche. / – Le fafarazze none, p’a cuscine.- / A terra meje, cu ttanda recuerde d’u tiembe lundane assé, / tutte appennute ô cendrone arruzzunute, / com’a ggiacchette / jinda case dìu puvuriedde; […]”)
[5]Ivi, Op. Cit., 2 vol. – Tomo I, p. 73 (“[…] A terra meje, / totte nu colore de sanghe seccate da sembe, / chjene de petre de tuttu nu munnu sgarrate / – o pure jòssere de quanda muerte? – / anzieme cu a maledezzione / d’a stese de le pendemare; / sembe a lla ripe d’a vite, […]”)
[6]Ivi, Op. Cit., 2 vol. – Tomo I, p. 78 (“[…] Ma none: / cà a terre dorme totta stennute / angore ambriache de sole, / sunnànnese u sole, / i dda a ‘n giele le stelle a ttremende / fitta fitte accussì. […]”)
[8]Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 86 (“[…] Nu cande: u traeniere. Canzone? / nu laggne d’u core, na vósce / de chjande ind’ô viende ca ì ddòsce. / Nu cande: / nu chjande. / Nu spoche d’u core. / Dulore./ De cose ca ì vvute i ì pperdute? / de cose sunnate i ccadute? / de tutte? de niende? / nô sé: nu lamiende / d’u core / ca fasce dulore. […]”)
[9]Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 127 (“[…] I u tiembe cu passave / pe ind’ô sulenzie de gnne ccose come / ô fiate de le muerte, a luna dosce / sobbe a lle chjuppe ferme. / Senza tiembe.”)
[10]Ivi, 2 vol. Tomo I, p. 102 (“[…] I ttutte ì vivve come ci sté mmore.”)
[11]Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 221 (“[…] Tu quase nô vite stu ttìppete de priésce de lusce, / ma u cande, stu rise de lusce / d’u ciele d’a terre de tutte, / jete na mascìe pe ll’àneme angandate; / cande, / de jedda stesse ambriache: na terreggnole.”)
[12]Ivi, 2 vol. – Tomo I, pp. 225-226 (“O paìsu mije / nange s’à ffatte maje u sciuéche d’a vendalore, / ci na ppròpete da ‘nguarchetune, pe sfìzzie, / – pe ccude c’agghje sendute cundà – / ca certe a jere vedute a ‘nguna vanna lundane. / Ci sape percé. / O pure u sacce assé bbuene. […]-[…] Janghjenne tott’a scale ô pezzule d’a strate. / Le fatte ca ne cundamme! Sscerrate. Da ci sape quand’ave.”)
[13]Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 334 (“[…] totte nu recuerde / de sanghe, de nu core ca m’a mmuerte / na sacce cchjù da quanne, coru d’ate. / I mm’u sende pesà nu pisu dosce, / i ccarche u mije facche jete vive / jiddu sule, da sembe. Me suffòche.”)
[14]Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 299 (“[…] Jind’a ll’àtteme / m’er’ a da ccògghje na sumende – u sacce / ji quâ – da sottaterre, cu ffiureve / jind’a sta mane agghjuse a ccungaredde / com’a nnu core, pe nn’eternetà / totta meje. […]”)
[15] ETTORE CATALANO, Alcune considerazioni sulla scrittura poetica di Pietro Gatti, Op. Cit., p. 50.
[16] DONATO VALLI, Pietro Gatti. Poeta. Primo volume, Op. Cit., p. 361 (“[…] jùtemè, pure tu, stinne a manodde, / m’a bbellu bbelle, attiè! cu nna tte fasce / nu male assé…”)
[17]Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 382 (“[…] Uéh, ma’! cuèndeme a vite, com’a suenne / mu pe mme, m’a chhjù mmegghje, i mm’addurmesche. / Ci sape ca…”)
[18]Ivi, 2 vol. – Tomo I, p. 420 (“[…] I ppure me trapanèscene u core jate sulenzie angandate / o affannuse spettanne – d’addà – ci ji me vote / i mme llundaggne senze… / Perdunàteme. Sine.”)
In occasione dell’imminente spettacolo UN SIPARIO A CANCELLI. Le mille patrie di Carlo Levi testo e regia di Vittorio Pavoncello che sarà al Teatro Elettra di Roma a partire dal 17 ottobre, il 12 ottobre alle ore 18, 30 il Book Store del Palazzo delle Esposizioni ospita la presentazione dei due libri SENZA PIETRE che hanno composto un progetto per Matera 2019 Capitale Europea della Cultura. Interventi di Donatella Orecchia, Roberto Piperno, Michela Zanarella. Oltre al già citato testo spettacolo UN SIPARIO A CANCELLI. Le mille patrie di Carlo Levi andato in scena a Matera all’Auditorium Sant’Anna in maggio a cura del MEIC, sarà presentata la raccolta di poesie SENZA PIETRE che 11 poeti hanno dedicato a Carlo Levi a cura di Michela Zanarella.
Matera è una città che deve molto a Carlo Levi, perché attraverso il suo libro di denuncia e attraverso l’intervento di Adriano Olivetti da lui portato a Matera questa città fu finalmente scoperta e posta all’attenzione della politica e della cultura, mettendo fine a ciò che Alcide De Gasperi definì una “vergogna dell’Italia”. Certo, in questa epoca che guarda solo al presente o ad un futuro senza memoria, ricordare il passato può essere scomodo, ma fu merito dell’opera, di ieri, di Carlo Levi che da “vergogna dell’Italia” Matera è diventata, oggi, capitale della cultura europea del 2019.
Levi dipingeva e scriveva dell’assenza, della mancanza di cui soffriva la gente del meridione e nel suo “Cristo si è fermato a Eboli” ha denunciato la condizione di abbandono e di esclusione dei contadini e dei poveri che vivevano nelle grotte. I libri in questo caso e in particolare “Cristo si è fermato a Eboli” hanno contribuito a fare la cultura e la storia e ci sembra giusto presentare le due pubblicazioni edite da Edizioni Progetto Cultura in un luogo come la libreria Bookstore del Palazzo delle Esposizioni.
Saranno presenti i poeti: Simone Carunchio, Davide Cortese, Flaminia Cruciani, Letizia Leone, Serena Maffia, Marina Marchesiello, Roberto Piperno, Luciana Raggi, Anna Santoliquido, Fabio Strinati, Michela Zanarella.
Brani dallo spettacolo di UN SIPARIO A CANCELLI. Le mille patrie di Carlo Levi saranno interpretati da Oreste Valente
Via dalla pazza classe (Mondadori, 2019) è, anzitutto, la confessione appassionata e sincera di una vocazione che Eraldo Affinati – studente “fuori posto”, in gabbia, figlio di genitori orfani nell’Italia anni ’60 uscita dalle macerie della guerra e “proiettata come un astronave verso il futuro”, precocemente afflitto dall’ipocrisia delle convenzioni sociali soprattutto quando si traducono nel “carbone” riservato a chi ha sbagliato, insofferente verso i canonici rituali della stessa esperienza universitaria – avverte, “puntando un faro dentro se stesso”, per la pratica dell’insegnamento che ha significato immediatamente scoprire la propria identità, “accettare la finitudine” e, in equilibrio fra consapevolezza della tradizione e tensione progettuale, consegnare, al di là della nozione, “vertigini positive” al sorriso di un alunno che bisogna saper guardare negli occhi con fiducia e spontaneità (“vegetazione affettiva ideale per aggirare pregiudizi ed equivoci educativi”) evitando il diffuso, narcisistico meccanismo teatrale-istituzionale della finzione pedagogica per sciogliere i grovigli, allentare le tensioni, superare i contrasti, mettendo in conto “ritardi, atrofie, negligenze, noia” e da parte indecisioni, titubanza, autoreferenzialità.
Chi accetta/sceglie il “Mestiere dei fiaschi” (splendido il capitolo, pp. 47-48) “offre a tutti le maschere poi le stacca dal volto, disegna e cancella, scolpisce e distrugge, prova le voci, evoca i fantasmi” e, “artigiano del tempo”, vero specialista dell’avventura interiore (prima che di competenze disciplinari), esplora il passato, ricompone il presente ed elabora il domani. In questo senso il libro costituisce una straordinaria riflessione complessiva sul villaggio educativo italiano, troppo spesso precettistico, competitivo, autoritario, pedantesco, non luogo deputato alla trasmissione della conoscenza e della cultura ma sede istituzionale per misurazioni, valutazioni (“tiranniche” secondo A. Del Rey), esperimenti docimologici, prove oggettive che si traducono in “caricatura della meritocrazia” reiterando una “struttura binaria bloccata” sul ruolo frontale contrapposto e non comunicante del professionista che somministra materiale scientifico e del discente il quale, passivo, subisce l’ascolto rispondendo a verifiche modulari raramente calibrate e commisurate alle proprie esigenze profonde di Persona “sacra, solenne e ingiudicabile”. Convinzione radicata dell’autore è che proprio la scuola costituisca, invece, lo spazio privilegiato “per migliorare la qualità delle relazioni umane, piazza di scambi e stupori, riconoscimento e scoperta di ragazzi che hanno bisogno di certezze da distruggere, tesi da contestare, padri da uccidere, nemici da sconfiggere”, strumento decisivo – fra i pochi rimasti – di “resistenza etica” per diagnosticare l’atonia della società contemporanea, contrapporre – ricorrendo alla potente arma del linguaggio, “espressione strutturale e strutturante delle emozioni” – i valori guida di un’esistenza ben spesa (“rigore, coerenza, responsabilità”) ai falsi miti di una precaria contemporaneità e, alla fine, “scendere nella notte spirituale degli adolescenti”, nel loro malessere latente/inconfessato, tanto maggiore quanto più è marcato da miseria e squallore (“Non si può educare solo nella zona di sicurezza”, Bergoglio 2013).
Dolorosamente cosciente che “da una parte e dall’altra del tavolo siamo comunque pezzi mancanti, bobine da sostituire, chiodi da piantare, viti da stringere” e il senso di una vita che si avvia, di un’altra che riprende “tra occasioni sfruttate e combinazioni incontrollabili” assume ragioni se possibile ancora più essenziali e vitali in presenza del disagio, lo scrittore avverte l’urgenza – sull’esempio degli amati Don Bosco e Don Milani (“dicesi maestro chi non ha alcun interesse culturale quando è solo”…con buona pace degli estenuati e conturbanti modelli giovanili decadenti di Mann e Rilke) – di corroborare e saldare la propria proposta didattica alla dolente/indignata attenzione per i “dannati della terra”, i minorenni immigrati non accompagnati vittime di insensibilità, “paura delle contaminazioni e della promiscuità razziale”, abbandonati dalle loro famiglie in mare (non metaforicamente) aperto. Così per il timido e silenzioso Habib (hazaro) e Puja (Teheran), che riesce a leggere Solo e pensoso di Petrarca, per il musulmano bengalese Rehan, che avverte il fascino d Jissah/Gesù e i “festanti, irruenti” egiziani del Delta del Nilo, per Camara “giovane delle pietre insanguinate, dei pensieri in frantumi, dei chiodi sparsi nella sabbia subsahariana” e quanti – tragici, mesti eredi del bambino selvaggio di Lacaune e di quelli ebrei internati nelle anticamere dello sterminio – vivono la vergogna di essere analfabeti nella lingua madre subendo la violenza di non poter progettare un’idea di sé nasce, dopo l’esperienza della “Città dei Ragazzi”, la Penny Wirton, istituto di italiano per extra-comunitari che, sostenuto dalla luce di un affetto e di una missione condivisi (la moglie Anna Luce Lenzi, collaboratrice instancabile) egli dedica al protagonista smarrito e volitivo di una favola di Silvio D’Arzo, che tanto deve all’apprezzamento di Montale e qualcosa a Spoon River: una sorprendente, “non pazza” struttura scolastica divenuta, dopo “gli esordi faticosi, itineranti e precari” (dalla originaria sede romana di S. Saba all’ex Cinodromo con i suoi suoi locali “precipitati dal cielo come meteoriti di Che Guevara e Malcom X” sino all’”ortodosso” Liceo Keplero delle circolari ministeriali e all’ostello universitario di Via De Dominicis) scommessa vinta e circuito di comunità diffuse sull’intero territorio nazionale. In clima (stavamo per scrivere regime, il termine a Penny non piacerebbe) di volontariato gratuito ed entusiasta alla Wirton ti accolgono con un sorriso, non si chiedono permessi di soggiorno (l’istruzione è “di” e “per” tutti, l’accoglienza vera non prevede/ammette schede o moduli), si segnano solo le presenze e anche cinque minuti vanno bene per insegnare a trovare se stessi in un rapporto “uno a uno” al termine del quale il riconoscimento delle vocali, la coniugazione di un verbo affascinante e impervio come il nostro, il corsivo e il lessico arrivano – se arrivano, non è determinante – come traguardi esaltanti e segnali di gratificante emancipazione per chi riesce ad uscire, grazie al potere liberatorio e libertario della parola, da uno stato di intollerabile minorità. Se sbagli non si arrabbiano, se non impari tanto meno, ti stanchi? giochi (magari chiedono di rifare l’esercizio…ci sta) perché quello che conta (e quanto questo vale per la scuola tout court!) è evitare il giudizio per mettere in fuga il pregiudizio, riuscire ad insegnare senza spiegare e ad incoraggiare senza valutare ricorrendo alla Ludodidattica di alfabeti mobili, puzzle interativi, CD inventastorie e “storie arrotolate” e ad una Predidattica informale che si affida a meccanismi associativi, non a processi deduttivi: basta “essere assetati e afferrare nomi e aggettivi come frutti di un albero” per diventare italiani insieme. E’ Barbiana, non Collodi. È l’altra scuola di Eraldo Affinati che “nello spettacolo della durata si emoziona, protesta, ama, puntella le stagioni evitando che scorrano come vapori evanescenti, educa per vivere, risana le piaghe, cuce gli strappi, lega il tempo allo spazio e i sogni alla realtà”, consente – pure questo conta – ad un pedagogia d’avanguardia di divenire (ottima) letteratura, nel senso meno retorico del termine, come emerge chiaramente dai passi che abbiamo volutamente riportato. Ci sembra, in proposito, importante sottolineare come, senza che il lettore se ne renda conto, Via dalla pazza classe costituisca anche un ricco, autorevole, prezioso prontuario per avvicinarsi alla letteratura otto-novecentesca che ognuno potrebbe/dovrebbe trasformare in autonomo itinerario di lettura, esaustivo se solo riuscisse a leggere la metà delle opere menzionate…e a vedere alcuni dei non meno fondamentali film citati. Si tratta, evidentemente, di modelli/incontri/riferimenti imprescindibili nella formazione della sua poetica, tutt’altro che sbilanciati – sarebbe lecito attenderselo – sul versante realistico, a meno che ci si metta d’accordo in merito alla categoria narratologica, ma il discorso si farebbe troppo ampio: del resto tutta la “buona prosa” è, o dovrebbe, essere “vera” per Hemingway Dai russi (Tolstoy, “il più grande scrittore insegnante che guarda le sue creature come Dio gli uomini” preferito a Dostoevskij “sconvolto sull’orlo del baratro”, il Cechov dell’inesistente Monaco nero – per riconoscersi i conti con la montaliana ombra bisogna pur farli…voltandosi – Goncarov…Oblomov “fichissimo” per un alunno sedicenne e abbraccio d’obbligo del prof.) agli americani S. Bellow di Herzog, Conrad (d’ufficio), Singer, con il suo “spaesamento ironico”, Yates, D. Thomas, il “miracoloso J. London e il misconosciuto Ph. Levine, senza dimenticare il “pedagogico” McCarthy de La strada, dagli esponenti/testimoni dell’Olocausto (A. Appelfeld, G. Perec, T. Borowski, E. Hillesum) a Kafka, che aiuta i profughi ebrei a Berlino “perché vi si può ricavare più miele che da tutti i fiori di Marienbad”, Bonhoeffer, Paul Celan (“distillano grumi di senso opachi e luminosi le sue liriche, schegge roventi ed enigmatiche”), Breton e i surrealisti, emblemi irriverenti della provocazione contro il sistema (altro termine assai poco amato alla Penny W.), il libico Matar, Camus più del “maestro del sospetto” J.P. Sartre. Fra gli italiani (il sodale M.R. Stern, Pascoli – Italy, evidentemente – Manzoni, il Pirandello dei tanti “Lanternoni “ spenti e dei precari “Lanternini”) ricorderemo solo il tributo, frequente e trasversale, a Leopardi da parte, fra l’altro, di un allievo dell’indimenticabile W. Binni: vittima di un’educazione sbagliata, fu promotore di “un’energia fantastica” contro l’illusoria fiducia in magnifiche sorti progressive e seppe consegnare a ciascuno la speranza in un solidale, non utopistico rapporto con la realtà insieme alla lucida testimonianza di una disperazione mai sterile e renitente, per questo tanto più eroica e propositiva. Nell’impossibilità anche solo di accennare alle numerose pellicole dedicate alla diversità, alla denuncia, alla difficoltà di accettare e farsi accettare (molto Truffaut, tra accattoni e umanissimi replicanti), un’osservazione finale merita lo stile di scrittura. Referenziale, oggettivo, paratattico e sequenziale, con enunciati spesso aforistici che condensano efficacemente le tesi emotive, si apre ad improvvisi squarci lirici (“il lirismo mai pienamente riconosciuto del naturalista Verga”), particolarmente suggestivi e riusciti quando tracciano intense, mai convenzionali immagini di Roma. E “i cieli scorticati delle precoci primavere romane restano sempre uguali, trofei incustoditi che non si rubano e non si perdono […] mentre una bolla rossastra rappresa sul vetro illustra il declino del giorno e un’altra magnifica primavera, trionfante nei papaveri fiammeggianti e negli aspri rami di fichi cresciuti selvaggi fra le crepe dei muri, sembra spargere intorno al cielo di Testaccio la sua sovrana indifferenza” (passim).
“Prosa lirica? A professo’, ma cos’è?” (pp. 224-225, prima prova Esami di Stato)…il candidato non sapeva che il commissario esterno ne era un esponente né mai lo saprà, ma questo a Penny non cambia la vita.
Marco Camerini
L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.
Leggere Andrà tutto bene (Abel Books, 2013) di Mirella Delfini equivale a fare un tuffo nel passato e, una volta accettata questa condizione psicologica retrospettiva, man mano che si procede, quasi senza accorgercene, il racconto ci prende e ci coinvolge emotivamente. Piuttosto che leggere un libro si ha la sensazione di assistere ad un film la cui trama, semplice e abbastanza scorrevole con un filo di humor che la pervade tutta, finisce col catturare ed appassionare per il dispiegarsi continuo di situazioni e ricordi di avvenimenti particolari che toccano profondamente l’animo.
Quest’ultimo lavoro della scrittrice livornese è il racconto autobiografico della sua vita, abbastanza ampio e distribuito con il garbo e la genialità del suo talento di artista di spessore.
Come giornalista, Delfini ha lavorato con vari quotidiani (Il Giorno, Paese Sera, Repubblica, L’Unità) e altri pregevoli giornali periodici ed è nota anche come la scrittrice che ha inventato la divulgazione scientifica umoristica per via dei libri che ha pubblicato precedentemente raccontando l’Etologia, l’Ecologia e la Bionica in maniera scientificamente ineccepibile ma anche con (elegante) ironia.
In Andrà tutto bene Mirella Delfini conferma le sue doti di scrittrice di rango, la freschezza del suo stile spontaneo e diretto con una autoironia e spregiudicatezza che si confà più con una ventenne piuttosto che con una distinta signora molto matura. Il suo ordito narrativo, oltre alla genialità che lo contraddistingue è bello e piacevole da gustare ed apprezzare sia per la sua pienezza e profondità espressiva, sia per la sua originalità e semplicità di linguaggio che incanta il lettore e nulla concede ad uno sperimentalismo inconcludente di alcuni pseudo scrittori.
In ultima analisi quest’ultima fatica letteraria della Delfini non è soltanto un’autobiografia ma anche, come ha detto Sergio Zavoli, “ Una strada da percorrere per scoprire le meraviglie della natura di luoghi impensati di tutto il Mondo e incontrare personaggi eccezionali come Papa Giovanni XXIII, il Pandit Nehru, Charles De Gaulle, Amintore Fanfani, Enrico Mattei, Pietro Nenni, Aldo Moro, Pier Paolo Pasolini, Dino Buzzati, Federico Fellini, Indro Montanelli, Alberto Moravia, Peppino Marotta, Vittorio De Sica e molti altri”. Tutti grandi personaggi del 900 che in un modo o nell’altro hanno caratterizzato lo spaccato di un’epoca sicuramente irripetibile che i più vecchi di noi hanno vissuto.
Vittorio Sartarelli
L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.
La prima impressione che si ricava dalla lettura delle poesie di Rita Fulvia Fazio è che non si ha a che fare con una neofita della scrittura poetica che appare controllata ed attenta, misurata e, quasi sempre puntuale, nel suo fluire morbido, senza scosse, urti e fratture e non cede alle tentazioni autolesionistiche dell’attardamento e del compiacimento anche quando sembra, rarissimamente, voler indulgere e cedere all’iterazione di taluni termini. I versi, se non puntano decisamente alla verticalizzazione, salvo qualche volta per una sorta di bisogno interiore, non cedono mai alla cosiddetta ‘orizzontalizzazione’ e mantengono, per scelta consapevole, la delicatezza pensosa del tono, risultando, al tempo stesso, intensi e votati alla sinteticità dei concetti che richiamano situazioni esperienziali e ripropongono sentimenti veri perché vissuti e sensazioni significative e personali. Si tratta di un vissuto che risulta sostanzialmente sereno, pur con dati di sofferenza e con qualche nota di rimpianto, in una visione positiva se non anche appagata.
L’autrice è abile nel non dire né troppo, né troppo poco, lasciando al lettore non solo la possibilità di ritrovare, nei versi e in certi flash, elementi di condivisione, sia pure parziali e di comunione talvolta – cosa importante considerato che il successo della poesia, almeno per metà, stando ad alcuni intenditori, è dovuto al lettore – ma anche la possibilità di originare una pluralità di percorsi possibili in accordo con la sensibilità di ciascuno.
Il linguaggio, prevalentemente intimistico ed elegiaco, come sottolineano alcuni interventi critici e come indica Guido Miano nel suo rimando puntuale alla modalità poetica in questione, tende sempre a una certa levigatezza nella linearità intenzionale, e quindi senza forzature, e sa mantenere il carattere di equilibrio conservando il giusto grado di ‘ambiguità’; inoltre fa sì che le parole siano il connubio felice tra significato e significante, tra denotazione e connotazione, come annota Enzo Concardi nella prefazione al libro, consentendo la pluralità dei riferimenti e richiamando sensazioni, impressioni ed emozioni capaci sempre di alludere ad altro e di indicare un oltre, indispensabile in poesia.
C’è un certo rigore a guidare la poetessa, pur nel fluire libero dei pensieri e nelle cesure, non mai rigide nel chiudere i versi e tali da non scorciare il flusso delle emozioni, sia quelle presenti ed attuali, sia le passate e recuperate per memoria, sia infine, in certe prospettazioni future, con ponti a più campate, appena accennate e in talune figurazioni che vanno nella direzione dell’al di là.
Risulta evidente, anche se l’autrice tenta di mascherarlo schernendosi non apertamente, tutt’intera la sua anima con l’interezza del candore, il tremore dinanzi a certe situazioni, il desiderio-bisogno di rimettersi sempre in gioco, lo stupore e la meraviglia dinanzi ad alcuni aspetti del creato, la disponibilità a sperimentare nuove situazioni non in contrasto con quelle passate, e sempre alla base, una tensione latente, ma neppure poi tanto, a voler superare i limiti sempre delle angustie della terrestrità per sollevarsi sulle punte ed elevarsi in alto quasi ad annusare il senso del mistero e dell’eternità.
E c’è ancora la suggestione spirituale dei sentimenti con al di sopra, a campeggiare, l’Amore che viene riportato con l’iniziale maiuscola e che è presentato in una gamma piuttosto vasta di manifestazioni e rimane comunque salvifico.
Il discorso poetico si apre sulla linea della memoria e del rimando al passato con l’accumulo enorme di ansie sottili, timori palpabili, paure vere e proprie, palpitazioni intermittenti con il cuore a far capriole ma anche con silenzi carichi di sottintesi, sofferenze vive, senso della disperazione a volte, ma anche sorrisi aperti, gioie serene, appagamenti pieni come testimonia l’immagine efficace delle “mani di calce bianca / intonaca / tra cielo e mare” che pone su tutto la possibilità concreta della speranza che risulta essere in qualche modo una sorta di filo conduttore.
La poesia si muove così nell’aggancio, almeno come aspirazione, tra terra e cielo sulla linea dell’amore e con la positività che il canto intreccia tra “perse stagioni / fra dubbi e speranze” delusioni e senso di solitudine, “anche oggi / è una giornata morta: / il cuore è spento” con la sensazione dell’abbandono e della rassegnazione dal momento che l’anima dell’ autrice sembra definitivamente relegata in “una prigione senza confini” ma al tempo stesso lascia trapelare la volontà di smetterla col pianto e coi sorrisi non conditi di tenerezza e quindi non autentici e alimenta sicuri ancoraggi. Lo sguardo spazia intorno e sembra, a momenti, perdersi nello spazio circostante e fondersi con la natura per dichiarazione esplicita e diretta dell’autrice: “Per me è / poesia /…/ e mi commuove pensarlo.”
La tensione emotiva è talmente forte da spingerla a piangere “di gioia e di bellezza” e poiché le corde del suo core vibrano, in quanto “creatura di preghiera” sa incantarsi, sorpresa e rapita, nello “scintillìo di luna e stelle” sicché ella sente di cedere del tutto alla “cascata di luce” che “riverbera sull’acqua azzurrata” ma anche nel curioso “avvicendarsi delle nuvole / nel giocare a rimpiattino.” E questo accade finanche nella città eterna di Parigi dove la vita è frenetica. Ma la capitale francese resta sempre città del sogno, dal fascino antico eppure nuovo. E così torna per memoria – ed ha quasi una funzione catartica – l’immagine romantica e suggestiva di Montmartre con il suono dei passi e sempre il proposito di raccordare la mente con il cuore.
Fortemente sentito è pure il richiamo al sole “gioia tonda, leggera, esplosiva che / abbraccia l’eterea fresca giovinezza” dotato di funzione vitalizzante; di qui l’augurio affinché esso non attenui il suo splendore anche se a sera, inevitabilmente, la mimosa, assetata di luce, avvizzisce. Tutto questo non spegne o attenua l’entusiasmo della poetessa che si augura che anche nelle occasioni di disperazione il dolore possa essere stemperato proprio dai benefici effetti del sole.
Nella quotidianità dell’esistenza qualche cruccio subentra ad assillare in uno con la monotonia delle ordinarie incombenze noiose e per le inevitabili incomprensioni che affaticano nel rimando, con il senso del paragone alle “nuvole / lassù, a reggere il peso / di tutti i giorni.” Malgrado tutto ciò non c’è il senso della resa ma una sorta di accettazione accompagnata sempre da un evidente “esangue / tormento delle speranze.”
In altre circostanze Rita Fulvia Fazio sottolinea il piacere di godere uno spettacolo della natura come dinanzi ad una distesa marina: “Cascata di luce / riverbera sull’acqua azzurrata. / Tu, imprigionata oscurità / dell’ansia e della distrazione, / vivi ipnotizzata ascesa / al magnetismo solare / in calma affettività.” Talvolta l’autrice sembra incantarsi dinanzi alle meraviglie del creato, dalle più piccole cose alle più grandi, tese entrambe a testimoniare il senso dell’eternità: la rosa che cresce perfetta; il mare con le sue onde contro la riva; i voli liberi ed eleganti dei gabbiani; la luna che rischiara la notte nel suo silenzioso percorso; le stelle tremule, quasi “bottoni di madreperla” di cui parla Campana. E poi le tante sfumature della luce coi toni diversificati che realizzano “trionfali colori dell’arcobaleno” e ancora i tramonti, ora infuocati, ora sbiaditi, i fiocchi di neve, il bisogno del tempo da vivere nella dilatazione dello stesso, e tanto altro ancora.
E l’amore lo si può ritrovare quasi ovunque, a far capolino, prima di nascondersi, a mostrarsi nella sua bellezza e forza, a velarsi di malinconia, a riproporre situazioni lontane, a palpitare, a sperimentare sensazioni nuove e delicate, quasi fanciullo indomito, oppure è nascosto nei dialoghi taciuti, nelle parole non dette, nei gesti, negli sguardi nella reciprocità di certi segnali. Ed è amore forte anche quando promette “lacrime / … come stelle cadenti” o quando sa testimoniare, magari in maniera tacita e senza fare rumore, sfumature di affetto “la mia emozione più riposta / tra teneri trucioli / che il vento solleva / nell’anima di fanciulla” e finanche quando sembra perdere il vigore, quasi un affievolimento del cuore che smette coi sobbalzi e coi capitomboli e cede, senza resa, alla ragione. Resta sempre tema presente e ritornante e, seppure muta forma, sa conservare intatto ed intero il suo incanto e la meraviglia: “Ora che io ti guardo, / il tuo sguardo è, per me, / dolce incanto riflesso, / nel tempo di te.”
La reciprocità del sentimento risulta evidente e pare avere in sé un che di stilnoviano, per la pulizia, la forza incantevole della comunione pur nella condizione riflessa che rimanda l’autrice indietro nel tempo e le fa dire: “Una volta mi amavi.” Ed è manifesta una sorta di pacata rassegnazione nella ripetizione plurima dell’affermazione che si carica di dolcezza strana e di una vaghezza di positività che si ritrova in tutti i versi e soprattutto nella chiusa della lirica Nel e fuori dal tempo: “Una volta di noi, / noi che al tempo / restiamo nel sapore di sé.” Sovente compare il velo della malinconia non disgiunta da una sensazione di tristezza e quasi di gelo: “È proprio inutile / che io sia / qua a sperare.” L’inutilità della speranza è segnata da “un presente” che “non ha / ritorno” e da un futuro sbiadito e come votato alla delusione. Eppure in fondo al cuore sembra affiorare timidamente una speranza che addolcisce e una sorta di trepida intesa che lega il passato al presente: “E l’attesa / fu Amore / per l’amore che ora è qua.”
Altrove l’amore si connota come forza vitale e prorompente con manifestazioni diversificate e capaci di originare emozioni forti e taglienti come lama. E così può avere “occhi di vento” ma può anche essere “taglio di lama affilata / che va dritta al cuore” e per altri versi può sollevare “tempeste di sole” o, in altre circostanze, può offrire “veli di baci sopiti” e può limitarsi ad accarezzare delicatissimamente “la mia anima / rullante / di tamburi in festa” o ancora penetrare dolcemente e invadere “la calma di questo / cuore furente d’Amore per te.” E come a completare il quadro appare una sorta di cornice fatta di “ciliegi in fiore” quasi a ricordare le note di una bella antica canzone nel comune rimando alla primavera che è anche primavera di vita.
Ma il cuore, che a volte fa capitomboli e lancia bolle per l’aria carica di sole, altrove sembra votato a chiudere le sue porte per cercare consolazione nell’isolamento. Subentra così un bisogno di meditazione accompagnato da un velo di rimpianto e tristezza che tende ad imporsi e quasi a scacciare la dolcezza dell’amore e, a tratti, forte è la tentazione di “spalancare, finalmente / la porta della paura”; tale sensazione è racchiusa efficacemente nel titolo della poesia Purtuttavia con la doppia avversativa. Non manca nella Fazio il senso malinconico e problematico dello scorrere inevitabile del tempo con la sua ineluttabilità che costringe quasi ad una febbrile corsa per sfruttarlo al meglio nell’idea che da un momento all’altro esso possa mancare: “Ho fretta, ho fretta di vivere / poiché ogni istante che segue / potrebbe più non esserci.” L’autrice, pur non subendo eccessivamente la sensazione spiacevole del passaggio terreno, sente il bisogno di andare oltre e di precisare la sua ansia di agire: “Ho fretta di sguardi avidi di luce / a sorprendere luminosità svelate / nei labirinti più intricati / di parole e immagini.”
Altre volte compare un senso di solitudine che, tuttavia non stanca, o almeno così sembra, e quasi precede il corroborante silenzio con la sua voce delicata e con certe apparizioni anche contrastanti in un canto misterioso nella pluralità dei suoni e sull’immagine concreta dei panni distesi, forse a sciorinare, al sole che è sole di verità: “Panni distesi, umidi, / al loro dondolarsi, / tra luce e oscurità, / chiudono e aprono porte / nel divenire dell’oggi.”
Talvolta l’autrice si lascia andare al godimento della buona musica che ha il potere di farle perdere la cognizione del tempo, non più frettoloso, di vivere uno spaccato irripetibile che fa bene allo spirito: “Estasiata, assapori / estate e poesia, / dolcemente assuefatta / alla bellezza / profonda e impalpabile.” Allora la poesia tende ad innalzarsi, a farsi raccoglimento e preghiera o, più propriamente, invito ad interrogarsi: “E io prego / senza voce che risuoni nell’aria / di ascoltare la melodia del tuo cuore.” Si tratta di dialogo intimo, sincero, vero, di un colloquio con un ‘tu’ che non ha il carattere dell’impersonalità o dell’indeterminatezza, anche se può appartenere a chiunque. Il raccoglimento non solo è astrazione dalla realtà e dalle miserie della ordinaria quotidianità, ma ripropone immagini della lontana infanzia fanciullezza con tutto il cario di tensione emotiva conseguente. Si crea una sorta di magia come nella poesia Shiatsu dedicata a Lauricella nella quale la poetessa sperimenta, per miracolo terreno, l’attimo di leggerezza e la sensazione di librarsi in volo: “Indossai ali di farfalla / per raggiungere orizzonti lontani, / senza perdermi.”; già, senza il senso dello smarrimento e quasi nel pieno della consapevolezza e ciò dà al miracolo maggior valore. Per questo ella può tranquillamente aggiungere: “Libera da ogni peso, / fui onda spumeggiante al cielo, / felicità piena. / E in quella dolce solitudine / consumai / l’ebbrezza della notte incantata.” E, se la “notte incantata” è irripetibile, l’autrice non disdegna di abbandonarsi qualche volta al sogno, magari ad occhi aperti, nella ricerca, a levante della luna “nella sua falce tranquilla” che resta sempre misteriosa e ambigua e chissà che essa stessa non si conceda al sogno e non sperimenti il senso della malinconia, del vuoto, della solitudine, in contrasto con la luminosità che sprigiona. Ed è una luna tutta umana e terrena se si presta al dialogo con la poetessa. Talora il sogno, compagno inseparabile dei poeti nelle più diverse forme, ripropone la rivisitazione dell’infanzia, con qualche punta di amaro come nel rimando al “bambino dalla mano tesa /…/ per la stretta mai compiuta.” Altre volte è richiamo alla realtà ed invito alla pace e alla fraternità contro le cattiverie, l’odio, il male dilagante che sembrano dominare e che l’autrice respinge decisamente:“ma io, mondo, ostinata e fiera, / ti consegno una preghiera saggia, / libero germoglio circolare / che non conosce rimpianto. / Pace!”
Non manca il tema della diversità, i petali di nardo, le fioriture primaverili, il sogno nel contrasto con la realtà, il rimando alla sublimazione, il richiamo a certe tenerezze infantili come nella poesia dedicata a Nazario Pardini: “Allor fanciulli / ci incontrammo / Nazario, / … / l’anima colse / scintillio / dal cuore.” E sempre, ritornante, carezzevole, tentatrice, la speranza sa farsi consistente ed allusiva, tacitamente confortando l’autrice: “Ad abbrivi sogni dolci, / reifici e riparatori / mi concedo / per rinascere / … / abbracciata al nuovo giorno.”
E sull’idea della possibilità di un giorno nuovo ci piace chiudere il nostro percorso nella convinzione che torneremo a leggere ancora Rita Fulvia Fazio che crediamo abbia ancora tanto da dire e magari tenterà modalità nuove e diverse.
Chissà!
Mario Santoro
L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.
Un dolore, quello spirituale, che ti uccide dentro, ti fa sentire vacuo, ti allontana dagli altri, ti mostra la Fede come una cura psico-carnale e ti fa intravedere il suicidio come possibile commiato dalle universali dolcezze. Dolore, questo, che, fu patito dalla poetessa Claudia Ruggeri nata a Napoli il 30 agosto 1967 e morta suicida, lanciandosi dal balcone della sua casa di Lecce, il 27 ottobre 1996.
Il 1996, oltre all’anno del suo decesso, è quello della pubblicazione della raccolta Inferno minore, che sarà poi ristampata nel 2006 con l’aggiunta dell’opera incompleta ed erroneamente chiamata Pagine del travaso, per poi essere ristampata recentemente, nel 2018, nell’opera Poesie. inferno minore. )e pagine del travaso, della giovane ricercatrice Annalucia Cudazzo. Quest´ultima si configura come un´opera critica che, attraverso il titolo in minuscolo, rispetta le ultime volontà della poetessa leccese.
La poetessa salentina Claudia Ruggeri
inferno minore è divisa in tre sezioni: il Matto (prosette), interludio e inferno minore. Nella prima sezione viene liricizzato il tema della vacuità, intesa come un’assenza spirituale compresa e ossequiata dall’Uomo che, pur di non adirarla, la osanna con immagini nauseabonde e decorazioni kitsch. Ciò significò per Claudia Ruggeri il bianco esistenziale da riempire. Tema quello della prima sezione che è rappresentato dalla figura del Folle, che, con la sua psichedelica grammatica, riesce a esprimere i principali crucci degli Uomini, ovvero il male di vivere montaliano e le esistenziali vacuità. Grammatica, ma anche Vita, concepita dalla poetessa leccese come un foglio di carta bianco da riempire con parole in grado di portarci in universi luminosi, di contemplare la nostra carnalità, di farci amare le nostre resurrezioni, ma soprattutto in grado di farci convivere insieme alle nostre sconfitte psico-esistenziali[1]. Un Folle, infine, come metafora dello scrittore che, al pari del matto, usa la sua “lucida follia”, per creare gioie nelle tenebre più profonde e diffonderle nei cuori altrui.[2]
Nella seconda sezione, come mostra la Cudazzo, ci imbattiamo in due componimenti che omaggiano l´opera dannunziana La figlia di Iorio fino a diventarne in parte, una nuova reinterpretazione. A mio vedere tutto ciò ha maggiormente a che vedere con la “pagina incenerita”, ovvero quella della scrittura priva di messaggi profondi, parole senza scopi educativi. Il tutto grazie all’utilizzo delle parentesi lasciate volutamente aperte, per rimandare a un discorso incompleto e chissà con quanto ancora da dire.[3]
Nella terza sezione leggiamo poesie allo loro massima potenza poetico-letteraria che poetizzano i dolori spirituali e le alienazioni socio-esistenziali vissute dalla poetessa leccese. Esperienze, queste, che sono rappresentate graficamente da somiglianze ritmiche e lessematiche, sillabe omofone ripetute e da lessemi dialogativi, neologistici, slang, vernacolari e tanto altro ancora. Esperienze, infine, che la Ruggeri cercherà di superare percorrendo un cammino nel più buio e totale esilio spirituale da lei concepito come la ricerca della autentica luminosità.[4]
Passiamo ora a )e pagine del travaso. Qui per riudire la pazzesca evenienza del dattilo o più semplicemente )e pagine del travaso dove la Cudazzo ci mostra un cammino verso Dio dalla Ruggeri concepito come l’unico Padre in grado di liberarla dalle assenze spirituali e di ridarle la quiete da essa intensamente ricercata. Cammino, questo, che sarà compiuto attraverso lo studio della Sacra Bibbia, dei Vangeli e in particolar modo del Cantico dei Cantici cercando di crearne una versione moderna. Salmo moderno quello della Ruggieri, dove la libertà e la quiete vengono ulteriormente ricercate con la confessione di fede rivolta al Padre Celeste nel farla addormentare per l’eternità, in modo così da salvarla da ogni fastidioso brusio e ogni insopportabile musica esistenziale. Tema, questo, che l´avvicina al poeta magliese Salvatore Toma: in entrambi la Morte è un osannazione della Vita, una linfa che diluisce e stilla la Vita all’interno della quotidiana esistenza. Una preghiera, quella della poetessa leccese, che non vuole conquistare solo l’eterno riposo, ma trasformarla in una creatura dallo sguardo limitatamente vuoto e dallo spirito in grado di saper fondere le assenze esistenziali con la Fede.[5] Un Salmo alla ricerca di Dio, ma anche inteso come uno specchio che ci mostra la poetessa come una creatura senza memoria, emozioni, fastidiosamente trasparente e socialmente esiliata dai vivi.[6] Il tutto attraverso un linguaggio dai toni modernamente marinettiani fatto di parole minuscole alla fine e all’inizio di frase, di parole minuscole interfrasali, dall’uso del corsivo e dalle maiuscole usate non per i nomi di persona. Linguaggio che vuole mostrare le assenze spirituali e il disagio esistenziale come cose assolutamente normali, all’interno di una estrema società come quella dei giorni nostri.
Va ricordata anche la raccolta postuma Canto senza voce (Terra d’ulivi, 2013), un canto eseguito con voce colma di compassione, autoritarismo, follia psico-sociale, tirannica passionalità amorosa e libertà esistenziale. Opera questa divisa in cinque sezioni: I veri poeti…, Era prima la musica…, Ulivi della mia terra…, Amore… e Paesaggi. Nella prima la Poesia è concepita come una lingua che nasce dalle più oscure profondità dell’animo umano.[7] Vita che lasciò nello spirito della poetessa leccese ansimanti aneliti di passione e paterne reminiscenze. Un padre che è ricordato come un creatore di luminose gioie esistenziali, un notturno Caronte vegliante sui riposi della figlia e infine, come il più bel fiore che sia stato raccolto dalla figlia nella sua Vita. Reminiscenze esistenziali, queste, che costituiscono la gran parte della seconda sezione. La terza, invece, è dedicata al suo Salento di cui si sottolineano il contrasto paesaggistico fra le aspre campagne e il dolce vento, che accarezza le dolci esistenze[8], la pioggia estiva che purifica le strade sotto il plenilunio[9], gli ulivi, intesi come giganti dal luminoso spirito, dagli aspri singhiozzi. C´è spazio anche per la città di Lecce. Sempre in questa sezione leggiamo liriche sull’Amore, ovvero, quell’universo dove la poetessa leccese doveva essere la regina assoluta. Un amore dai toni aspri, primitivi, trasgressivi, intimi e in particolar modo funerei.[10] Nella quinta e ultima sezione leggiamo poesie dedicate ai viaggi psico-spirituali della poetessa colmi di dolori e amori flagellati. In particolar modo due sono le città amate dalla poetessa: Parigi e Napoli. La seconda è vista come un luogo in cui l’esistenza è immortale, ovvero ancora, come un luogo che vivrà per l’eterno anche senza nessun uomo e nessuna donna sul suo suolo[11].
Vanno anche spese delle parole sull’opera critica della ricercatrice Annalucia Cudazzo. Ha ridato onore e dignità a una delle più grandi poetesse italiane che, oggi come allora, purtroppo non è ricordata da critici nazionali, considerata da molti come una poetessa scomoda e poeticamente incomprensibile. Uno studio quello della Cudazzo che ha anche uno scopo sociale nel mostrarci le donne salentine non solo come contadine e madri di famiglia, ma anche delle poetesse, andando così contro la vetusta concezione che le concepisce come creature inferiormente subordinate al marito e al padre. Opera, questa della Cudazzo, dal profondo rispetto umano, dimostrato dai titoli minuscoli delle due opere inferno minore e )e pagine del travaso rispettando così, le ultime volontà della Ruggeri. Tale volume, dal taglio adatto agli studenti, ai ricercatori universitari e agli specialisti di poesia presenta una serie di commenti a tutte le poesie riportate. Commenti che sono affiancati dalla biografia di Claudia Ruggeri e da precise note testuali che ben illustrano il percorso editoriale delle due opere. Il linguaggio è chiaro, lineare e scorrevole.
STEFANO BARDI
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Bibliografia di Riferimento:
RUGGERI CLAUDIA, Canto senza voce, Terra d’ulivi, Lecce, 2013.
RUGGERI CLAUDIA, Poesie. inferno minore. )e pagine del travaso, a cura di Annalucia Cudazzo, Musicaos Editore, Neviano, 2018.
[1] CLAUDIA RUGGERI, Poesie. inferno minore. )e pagine del travaso, a cura di Annalucia Cudazzo, Musicaos Editore, Neviano, 2018, p. 9. (“ormai la carta si fa tutta parlare, / ora che è senza meta e pare un caso / la sacca così premuta e fra i colori / così per forza dèsta, bianca; bianca / da respirare profondo in tanta fissazione / di contorni ò spensierato ò grande / inaugurato, amo la festa che porti lontano / amo la tua continua consegna mondana amo / l’idem perduto, la tua destinazione / umana; amo le tue cadute / ben che siano finte, passeggere“).
[2]Ivi, p. 15 (“ma chi nega che in tanta sepoltura / sia avvenuto al pendio un biancore vero / o lo strano brillio che ti destina se la passi”).
[4]Ivi, p. 25 (“ed un giorno mi diedi a distinguere / da quistu, quiddu; ma la conversazione / non dà alloggio, non rivela dov’è / la vera Serratura, se esista un dio Contrasto / che scentra qui l’Uguale / litoraneo e del vedere l’angelo”).
[5]Ivi, p. 45 (“vorrei una faccia bestia, laterale. un muso / inesplicabile di sogliola a sguardo come dire / intero sufficiente. un’anima da travaso / un’anima che risiede che sotto il gran sabbione / alleva la deessa, Macchia pulcherrima / in questa densa sinistra: giunchi falaschi guazza / neutri e coesi Ordine innanzi”).
[6]Ivi, p. 47 (“il nido del discorso nascosto, le isoipse salienti / delle rose rinviate, per rimanere immobile / senza notizie, classica, battuta chiaro / chiaro messa nella memoria e perduta di vista / per non fissare lo spazio per non sembrare una Frase”).
[7] Claudia Ruggeri, Canto senza voce, Terra d’ulivi, Lecce, 2013, p. 28 (“Si farà picchio e scaverà, / tornerà spina e strapperà / poi rabbia e coprirà. / Completerà l’eutanasia / mutando in sasso / la mia ragione / e la mia fede. / Quella di vivere.”)
[8]Ivi, p. 46 (“Braccia contorte / di dannati / da queste rosse zolle partorite / nel più azzurro dei cieli […]-[…] eppure il vento / ira i raggi nudi / fa ondeggiare un fiore.”)
[9]Ivi, p. 50 (“quando gli ultimi favori / di pioggia / rischiano / il luogo / d’erba / e d’ombra / felice a una falce di luna / tu ridi”)
[10]Ivi, p. 74 (“Ma tu non lo saprai, / fin quando un verme / non roderà la tua carcassa / dentro, / ma proprio dentro / fino al fondo. / Forse, / non troverà / che una conchiglia / vuota.”)
[11]Ivi, p. 107 (“Giocherai così nell’universo / anche dopo il ritiro delle truppe / quando l’uomo non vivrà / neppure alla tua ombra / nel tuo calco / nel mare / nell’aria / nei cubi di roccia galleggianti / dove di te, certo, / dopo il giudizio / riconoscerà l’odore.”)
Recensire un libro, anche se, a volte, è un’impresa difficile, mi piace sempre e mi piace sapere o scoprire, in base agli indizi ricevuti, la personalità dell’autore perché ritengo che egli, nello scrivere la sua opera si immedesimi quasi sempre, come suo alter ego, nel personaggio principale. Questa volta sono stato, in un certo qual modo aiutato e facilitato, nell’identificare l’autore, prima perché è un mio conterraneo, poi perché la vicenda narrata in Profondità primitive (Elison Publishing) di Gianfranco Sorge si svolge in Sicilia e precisamente a Catania e nel suo hinterland, con un territorio forse unico nel suo genere sia per la bellezza dei luoghi, sia per la caratteristica lessicale dei suoi abitanti e, in fine, per la sceneggiatura del libro, scelta accuratamente e con una punta di poesia nella sua espressione. Per prima cosa, Ruggero, il protagonista della storia, è un medico, un giovane capace e aitante chirurgo specializzato in chirurgia generale. Dietro questa persona, si adombra l’autore, che, secondo me, è sicuramente un medico, non propriamente un chirurgo specializzato ma, di certo, un molto preparato anatomopatologo e un valente psicologo. Detto questo, si può chiaramente capire tutta la preparazione professionale dell’autore nel congegnare ed orchestrare l’intero ordito narrativo che si può sintetizzare in un completo itinerario di analisi psicologica di un soggetto, nella circostanza, Eleonora, la seconda coprotagonista della storia, la quale, dopo un’analisi psicologica di anni profonda e mirata, riuscirà a liberarsi di tutti i problemi della sua personalità. Questa era stracolma di miti e complessi psichici profondi che l’avevano assillata e traumatizzata per tutta l’adolescenza e la sua gioventù. Alla base di questi complessi c’erano delle esperienze formative e traumatizzanti subite in tenera età, con entrambi i suoi genitori e con un suo fratello maggiore, morto prematuramente. Questi problemi esistenziali erano cominciati all’età di cinque anni, con un incidente occorso a suo fratello Marco che, per un’imprudenza ed una stravaganza coerente con la sua personalità, era precipitato in un laghetto rimanendo soffocato, secondo la valutazione della piccola Eleonora. Lei, subito, era corsa ad avvisare dell’accaduto i suoi genitori, scoprendoli, inavvertitamente, in camera da letto, nudi ed abbracciati nel loro letto coniugale mentre facevano l’amore. La concomitanza di questi due accadimenti, assieme ad altre evenienze che riguardavano il fratello avevano creato nella fragile e precaria situazione psicologica della piccola Eleonora, una sorta di complesso di Edipo nei confronti del padre, complice la madre che non si era mai mostrata affettuosa e premurosa verso di lei preferendole sempre, nell’affettività materna, il fratello maggiore perché era un maschio. Si era creato così un complessivo amore-odio nei confronti dei genitori e di invidia nei confronti del fratello, ciò aveva radicato nella sua psiche la convinzione di essere la responsabile, prima della morte del fratello e, in seguito, di suo padre e, quindi, meritevole di una punizione che avrebbe dovuto scontare durante tutta la sua vita. Tutti questi problemi le creavano una serie di scissioni della sua personalità rendendola incapace di relazionarsi con gli altri e quasi contraria alla relazione con l’altro sesso per timore di non sapere comportarsi nascondendo le sue pulsioni sessuali delle quali aveva paura sconoscendo completamente le dinamiche dell’amore e del sesso. A un certo punto della sua vita le accade un incidente stradale con la sua macchina perché, distratta dai suoi pensieri uscendo da un posteggio, si scontra con una Mercedes alla guida della quale c’è l’uomo della sua vita, ma lei non lo sa. Così comincia quella che sarà la storia della sua vita che, inframezzata da periodiche visite in analisi psicologiche con lo psicologo che da 4 anni la segue in quello che sarà un processo evolutivo costante e preciso che le svelerà tutti retroscena dei suoi complessi e che le permetterà di essere libera dai loro condizionamenti e diventare una persona normale. Ruggero, il guidatore della Mercedes si innamorerà pazzescamente di lei e la saprà guidare e aiutare a uscire dal suo guscio psicologico coprendola di premure e di amore incondizionato. Questa meravigliosa storia d’amore fra Ruggero ed Eleonora evolve e si dipana in modo interessante e piacevole fra i due giovani ed è una piccola grande chicca di valente prosa con tutti gli attributi necessari ad esprimere azioni e sentimenti fra due innamorati così completi e dotati di un verismo espressivo di alto livello, senza mai trascendere nel pornografico o nell’osceno, di alcune scene di sesso che sono proprie dell’amore completo e totale tra due esseri che sono fatti l’uno per l’altra. Nell’alternarsi di questo menage a due nel quale si notano delle sfumature sensoriali, nette ma delicate, che esistono nei rapporti amorosi e che sono legati al tatto, agli odori, ai sapori e al gusto del partner, c’è la descrizione ammirata della scenografia bucolica della periferia di Catania ma, c’è anche il siparietto delle sedute di analisi di Eleonora ed alle sue rivisitazioni, a volte anche filosofiche, che servono a spiegare con dovizia al lettore la dinamica morfologica dei punti nevralgici dei vari problemi psicologici che avviene nell’intelletto e nella psiche della stessa che, gradatamente, con una progressione lenta ma sicura, prende coscienza dei motivi delle sue paure e delle sue pene affrancandosi progressivamente dalla dipendenza dai fattori negativi della sua psiche. Tutto il libro, in fine, è una lezione di analisi psicologica completa, fatta con capacità professionale e trasporto da uno psicologo raffinato che è anche un poeta della narrativa. Complimenti vivissimi all’autore che, secondo me, è anche un apprezzato professionista della psicoanalisi.
Vittorio Sartarelli
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