“Memoria come Resistenza: Etty Hillesum e Westerbork”, articolo di Stefano Bardi

a cura di Stefano Bardi

diario-1941-1943_41845.jpgAuschwitz, Birkenau, Mauthausen, Bergen-Belsen, Sobibòr, Fossoli! Nomi, questi, legati all’oscura pagina storica del 27 gennaio 1945 che devono essere affiancati a quello di Westerbork, campo che fu usato dai nazisti come punto di raccolta, smistamento e partenza per gli altri campi di Concentramento. Tre possono essere considerati le fasi di questo campo di concentramento: la prima dal 1942 al 1945 (rifugiati, detenuti, ebrei), la seconda dal 1945 al 1948 (agenti SS, simpatizzanti Movimento Nazional-Socialista, criminali nazisti) e la terza dal 1949 al 1971 (alloggi per molucchi). Questo campo, seppur non rientra in pieno nella logica dello sterminio di massa degli ebrei, fu comunque ideato come un campo fatto di regole ferree: detenuti accompagnati nei loro spostamenti da guardie militari, appello giornaliero, gruppi di lavoro divisi in camerate, sorveglianza diurna e notturna dei posti letto delle camerate, divieto assoluto di comunicare e ricevere posta dall’esterno. Un campo dal quale partirono 107.000 persone per i vari Campi di Concentramento e che fu liberato il 12 aprile 1945 dalla fanteria canadese.

La scrittrice olandese di origine ebraica Esther Hillesum detta “Etty” (Middelburg, 15 gennaio 1914-Auschwitz, 30 novembre 1943) visse in prima persona la deportazione ebraica prima di essere trasferita ad Auschwitz dove troverà la morte. Esperienza quella di Westerbork che sarà racchiusa in parte nel Diario 1941-1943 e soprattutto nelle Lettere 1942-1943 seppur fortemente censurate con la cancellazione dell’emittente, da parte del comandante della Polizia di Sicurezza tedesca del campo. Va subito detto che la scrittrice non fu arrestata né deportata ma scelse lei stessa di essere rinchiusa in questo campo per seguire l’infausto destino del suo popolo; lì lavorò come assistente sociale all’interno dell’ospedale civile del campo. Lavoro che le permise di annotare tutti gli orrori della follia nazista di cui, insieme alla famiglia e al fratello Michael detto “Mischa”, pagherà le conseguenze ad Auschwitz. L’altro fratello, Jacob detto “Jaap”, morirà, invece, a Lubben dopo la liberazione del 17 aprile 1945 durante il viaggio di ritorno nei Paesi Bassi.

Nel 1981 uscì postumo Diario 1941-1943 che sarà poi ristampato in varie edizioni fino a quella integrale del 2012. Esso è stato redatto fra Amsterdam e il Campo di Transito di Westerbork e si basa su due grandi concetti: esistenzialismo e spiritualismo filosofico che devono farci raggiungere, la totale armonia con la Natura. Armonia che sarà da essa trovata grazie all’abbraccio Dio concepito come un’intensa energia interiore e come la fiamma che muove ogni Vita.

Un diario estremamente analitico fatto di date, ore e momenti giornalieri in cui Etty Hillesum scrisse le sue intime pagine dalle quali fuoriesce l’immagine una donna forte, che, non fugge dall’infausto destino del popolo ebraico e l’unico elemento oscuro è il suo animo ingarbugliato, ragnatelico e represso.

Un secondo aspetto è la concezione della Vita da lei concepita come un’energia che deve essere consumata giorno dopo giorno, poiché il futuro è solo una speranza priva di consistenza; e di conseguenza vivere significa coesistere con l’esterno (vacuità) e l’interno (realtà esistenziale). In parole semplici, la Vita è intesa come unica e vera fonte sapienziale dalla quale l’Uomo deve abbeverarsi per intraprendere il suo cammino esistenziale che deve cominciare, dalla sua più profonda interiorità. Vita che deve essere però costruita con le parole! Lessemi intesi dalla Hellisum come strumenti in grado di creare case sicure animate da dolcezze e armoniosi silenzi, ma anche universi interiori con i quali emarginarsi dagli altri che sono codardi, languidi e senza protezioni psico-sociali. Parole che sono concepite come privazioni esistenziali non create, però, da mani altrui, ma dalle nostre medesime mani che strappano dal nostro cuore le gioie e le emozioni per sostituirle con ansie, offese, angherie, paure, asti, rimorsi e nostalgie canaglie.

Un ultimo aspetto riguarda il suo sguardo pieno di compassione verso i nazisti, agnelli sacrificali essi medesimi di un oscuro potere al di sopra di essi. Diario quello di Etty Hillesum che è chiuso dal alcune lettere scritte dal Campo di Transito di Westerbork che saranno da me analizzate.

Nel 1982 uscì l’opera postuma Lettere 1942-1943 che sarà poi ristampata fino ai giorni nostri, in edizioni più ampie e complete. Opera epistolare composta dalle lettere redatte dalla Hillesum ad Amsterdam e Westerbork fra l’agosto 1942 e il settembre 1943 che ci mostrano la crudeltà del Campo di Transito di Westerbork. Un campo dove l’autrice e la sua famiglia resistettero psico-fisicamente, dove si muovevano all’interno di uno spazio composto da un ospedale civile, un orfanotrofio, una stazione ferroviaria, una sinagoga, una cappella mortuaria. Un luogo costituito principalmente da baracche arrugginite e piene di correnti d’aria, panni lasciati asciugare all’aria e cuccette sulle quali patire. Il tutto accompagnato da pessime condizioni igieniche e da un’alimentazione di scarso valore nutrizionale, che portarono molti ebrei a togliersi la Vita con le proprie mani.

Etty Hillesum è una scrittrice che ancora oggi, dopo settantasei anni dalla sua morte, è ricordata nella toponomastica e onomastica in vari luoghi del mondo tra cui: la piazza nel paese di Mirano, l’albero nel Giardino dei Giusti di tutto il Mondo di Milano, la Etty Hillesum Stichting (Fondazione Etty Hillesum) di Amsterdam, il Centro di Ricerca Etty Hillesum dell’Università Gand e tanto altro ancora.          

  STEFANO BARDI

Bibliografia

Hillesum E., Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano, 2001.

Hillesum E., Diario 1941-1943, Adelphi, Milano, 2011.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Dracula” di Bram Stoker: alcuni cenni sul vampirismo – Articolo di Stefano Bardi

a cura di Stefano Bardi

Dracula di Bram Stoker (Clontarf, 1847 – Londra, 1912) è un romanzo horror giunto fino a noi in varie edizioni e traduzioni che si basa sulle fantasie dello scrittore irlandese e su alcune sue reminiscenze, nonché documenti storico-geografici da lui studiati. La narrazione si muove attraverso gli intimi quaderni dei protagonisti, le loro epistole, gli articoli di cronaca e tanto altro ancora. Reminiscenze, documentazione storico-geografica, epistole, ma anche un romanzo dai toni scientifici, visibile per mezzo dell’elemento medico-psichiatrico dell’ipnosi usata dal Conte Dracula e da Abraham Van Helsing; il primo la usa come arma per creare sudditi mentre il secondo come indagine medico-diagnostica.

9788807901836_0_221_0_75Il romanzo contiene una storia nota e allo stesso tempo rivoluzionaria, che può essere spiegata attraverso l’analisi della principali figure che si muovono al suo interno. Una prima figura è proprio quella del vampiro, il Conte Dracula, in cui non si riscontra nessuna caratteristica storica di Vlad Tepes III, se non attraverso alcuni monologhi meditativi del vampiro. Un essere dalle mortali sembianze di un vecchio; il vampiro che abita nel castello simboleggia il demoniaco alter ego di Vlad Tepes III. Una finta anzianità è quella del Conte Dracula, che sarà rappresentata da Jonathan Harker il quale mostrerà quest’essere per quello che veramente è, ovvero, un’oscura creatura partorita da Satana in persona. Il nome del Conte Dracula provoca ansia e terrore nel cuore di chi lo sente poiché è concepito come un appellativo demoniaco, che mai deve essere pronunciato ad alta voce. Un demone che, però, non può sfuggire dalla linnea Croce che è l’arma di difesa contro le vampiresche infezioni e la strada per la sua purificazione spirituale. Legate a questo personaggio sono le sue Spose intese da Jonathan Harker come angelici esseri dalle morbide carni, dalle dorate chiome, dagli sguardi profondi. Cosa ben diversa appaiono agli occhi del loro vampiresco padrone che le concepisce come delle schiave, delle sgualdrine e come delle cagne ingorde di sangue umano.

Tra gli altri personaggi ci sono Renfield, Lucy Westenra e Abrham Van Helsing. Il primo di questo è pazzo e simboleggia la figura del debole costretto a sottostare alla tirannica e sanguinaria volontà del suo padrone dal quale sarà ringraziato con la morte per la sua subdola sottomissione. Lucy Westenra è la prima vittima del Conte Dracula giunto in terra londinese, che ha il compito una volta non-morta, di creare nuovi vampiri che portino distruzione in mezzo ai vivi. Personaggio, questo, che simboleggia la selvaggia e depravata sessualità. Il dottore Abraham Van Helsing, invece, è un uomo di Scienza, visto da Stoker come un personaggio dalla doppia personalità medico-scientifica, ovvero come un dottore e come un’esorcista poiché tutto quello che non rientra nella scienza medico fa parte dell’Esoterismo.

Tra gli altri personaggi figurano Jonathan Harker e sua moglie; Jonathan Harker è stato l’unico a vedere nelle profondità degli occhi del Conte Dracula capendo così chi è la demoniaca creatura che è stata riportata parola per parola, nel suo diario di viaggio. Diario che è concepito dallo scrittore come un’importantissima fonte storico-scientifica per comprendere e studiare l’oscura Scienza del Vampirismo. Sua moglie Mina è una donna fortemente coraggiosa che non ha paura di combattere contro le tenebre, ma anzi, dopo essere stata infettata dal demoniaco bacio del Conte Dracula, lo vuole eliminare perché è da lei concepito come un’immonda infezione. Impavida, seconda vittima del vampiro e simbologia della Femminista, che, con coraggio rivendica la sua dignità e il suo status etico-sociale di donna in grado di essere pari all’uomo. Una donna che è anche simbolo della fedeltà amorosa, che rifiuta gli oscuri e depravati sentimenti d’amore che si basano sul dolore e sulle falsità.

Bisogna di certo accennare anche al regista Francis Ford Coppola che nel 1992 produsse il film Dracula di Bram Stoker. Stessa trama e stessi caratterizzazioni sui personaggi del romanzo, tranne che per il Conte Dracula e per Mina Harker. Per quanto riguarda il vampiro lo rappresenta in maniera bipolare, sia come una crudele creatura che come una creatura dal dolce cuore in grado di provare amore, gioia, dolore. La giovane Mina Harker, invece, è cinematografizzata come una vittima del crudele Conte Dracula, come una sua schiava assetata di sangue e come la spietata assassina del suo amante.

Un piccolo approfondimento va fatto sulla figura del vampiro in Romania, vista come un non-morto dal corpo indistruttibile e che usa la sua oscura anima per vampirizzare i vivi durante le sue passeggiate notturne. Vampiri che non erano rappresentati da principi, nobili e persone di potere, ma più semplicemente dai disgraziati, asociali, nemici del popolo, che non possono essere sconfitti dalle canoniche armi, ma, con una formula papale di assoluzione dei loro peccati appoggiata sul petto del loro cadavere. Queste figure lasciarono il posto nella Romania del secondo Ottocento ai vampiri cristiani intesi come oscuri demoni con un’anima condannata a errabondare durante la notte finché la scomunica non sarà cancellata. Un’altra arma usata era la vitamina C poiché era vista come una cura per tutti coloro che da vivi avevano sofferto di scorbuto, pellagra e nictalopia. Un secondo tema riguarda la figura della donna vampiro, creatura che simboleggia il peccato etico e il sesso selvaggio; allo stesso tempo metaforizza la beltà suprema, il dispotismo assoluto, l’esistenziale eternità, l’ambiguità spirituale.

Pare interessante allargare un po’ lo sguardo e accennare al cosiddetto Vampirismo Clinico, un fenomeno che si sviluppò dal Settecento fino agli anni ’90 del Novecento che si caratterizzava da una forte pulsione erotica collegata a una frenetica voglia di osservare, percepire, gustare il sangue altrui e che si manifestava attraverso tre sintomi: Sindrome di Renfield (cibarsi di insetti), Ematodixia e Sanguinarius (vampirismo pacifico e non belligerante). Malattia che ha richiami e collegamenti anche con la necrofilia e forme di autolesionismo anatomico e fisiologico.

STEFANO BARDI

 

Bibliografia e Sitografia di Riferimento:

STOKER B., Dracula, Einaudi, Torino, 2012. 

CAZACU M., Dracula. La vera storia di Vlad III l’Impalatore, Mondadori, Milano, 2016.   

Vampirismo Clinico, da Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Vampirismo_clinico).   

 

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“Da un altro mondo” di Evelina Santangelo. Recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio 

'.jpgDa un altro mondo di Evelina Santangelo (Einaudi) è un romanzo denso di pietà umana e tensione civile, ambientato nel 2020. Questa datazione ha la funzione di conferire ai fatti narrati il carattere di una minaccia incombente, come chiarisce l’autrice in un’intervista su Letteratitudine. La dedica “a chi non è arrabbiato”, individua lettori non accecati dalla passione, dalla rabbia e perciò atti a comprendere l’altro mondo, distante dal loro, ma costituito da un’umanità inconsapevole e dolente. Il romanzo non ha una trama unica, ma un’articolazione di trame che si svolgono a Bruxelles e a Palermo, con una appendice nella Pianura Padana emiliana. A Bruxelles Karolina, disperata per l’assenza del figlio, probabilmente affiliatosi al terrorismo islamico, lo cerca incessantemente ma invano. Per caso in un hard discount incontra Khaled un ragazzo siriano e commossa dal vederlo così sperso gli compra degli oggetti, tra cui un trolley rosso. Khaled approfitta della generosità della donna per fare le provviste necessarie ad affrontare il viaggio da nord a sud fino al mare, l’inverso di quello compiuto qualche tempo prima. A Palermo intanto avvengono in una scuola fatti misteriosi, improvvisi aumenti e diminuzioni di alunni, che inquietano la maestra Giovanna e il maresciallo Vitale, combattuto tra l’osservanza della legge e la voce della coscienza. Intanto le forze dell’ordine indagano su un  ragazzo con un trolley rosso, accusato di avere aggredito un camionista in una piazzuola d’autostrada, e sugli episodi allarmanti di Palermo. Le notizie, diverse dai fatti già noti al lettore informato dal narratore onnisciente, rimbalzano, sempre più gonfie di minacce, in televisione e sui giornali prima, poi sui social vicini alla politica, che ha eletto a suo tema peculiare la “sicurezza della gente per bene”, suscitando e orchestrando la paura nei confronti degli immigrati. L’eco dilaga nella Pianura Padana emiliana, “quell’invasione di clandestini stava compromettendo la vita della gente”, giunge fino al solitario e burbero Orso e agli altri anziani avventori di un bar convincendoli del pericolo. Le notizie sempre più inquietanti strombazzate dai media accendono gli animi dei ragazzotti violenti e sfaccendati, capeggiati da Rambo 2, che si lasciano trascinare fino a incendiare il vicino accampamento Rom. Ma la vita sorprende Orso, come gli altri personaggi, e senza che se ne accorga si ritrova in casa un bambino immigrato a cui con sempre minore riluttanza dà cibo e cure, esponendosi alla violenta vendetta di Rambo 2. Quando si riprende dalle botte e non trova più il bambino dice al fido Lupo: Andiamo a cercarlo. Con questa battuta che fa presagire un qualche scenario futuro, e una tenue speranza di umanità ritrovata, si chiude il romanzo. La società contemporanea appare nel racconto fluida e incompiuta; nessun personaggio ne coglie il senso complessivo. Tutti sono inseriti in una trama fitta di relazioni, osservate dalla scrittrice con sguardo preciso ma radente, per scelta privo di scavi psicologici e di profondità di sfondo. Soltanto le date, i luoghi, le circostanze sono dichiarati con zelo. Ne risulta una prospettiva plurale e caotica dove ogni personaggio cerca invano di affermare le sue ragioni. La scrittura scorre con naturalezza in una lingua limpida e vivace.  Soltanto Orso usa il dialetto padano nelle imprecazioni. L’effetto complessivo è quello del rispecchiamento dell’oggi non soltanto italiano, ma europeo, realizzato mescolando la concretezza alle cose quotidiane con elementi fantastici a volte surreali. Da un altro mondo interroga la nostra coscienza, ci carica di responsabilità di fronte ai  grandi temi attuali , per questo è un libro civile.

GABRIELLA MAGGIO

 

L’autrice della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

Il critico Cinzia Baldazzi su “Una vita in versi”, volume di ritratti poetici e testimonianze sulla copiosa attività letteraria di Anna Santoliquido

Intervento critico di Cinzia Baldazzi

Il 6 aprile scorso a Roma, nei locali di Lettere Caffè a Trastevere, ha avuto luogo la presentazione di Una vita in versi (LB Edizioni, 2018), omaggio del mondo intellettuale ad Anna Santoliquido. Il volume, curato da Francesca Amendola, contiene saggi critici, interventi, testimonianze, poesie dedicate, racconti, disegni, fotografie.

Dopo la proiezione del cortometraggio Ritratto di autrice di Letizia Lamartire, Anna è stata intervistata da Andrea Lepone, ha dialogato con la drammaturga Vincenza Renata Li Gioi, ha ascoltato una sintesi di poetica di Rosanna Sabatini e partecipato a un mini-dibattito sulla condizione della donna coordinato dal giornalista Fabrizio Federici con Salameh Ashour, Badia Rami, Umberto Puato, Michele Lofoco. Le poesie di Anna sono state declamate dagli attori Mario Focardi e Carmela La Rocca. Intermezzi musicali con Manuela Ciccotti, Mario Sista e Roberta Murzilli.

Qui di seguito riportiamo l’intervento critico di Cinzia Baldazzi.

 

Ho rivisto

dopo anni

la casa di pietra

avvolta dal sole

e dalla quiete.

Il tempo

nel silenzio

ha scolpito

la sua storia

sulla facciata esterna

per offrirla in dono

agli occhi curiosi

dei forestieri dell’estate.

Anche il vecchio platano

continua a dipingere

il suo quadro

con l’ombra fresca

che da lunghi anni

regala

alle pietre arroventate

e ai resti

di una porta

ormai consunta.

Il sedile

è ancora lì

testimone

nella sua dignità

di pietra.

Non c’è più colei

che dal volto bruno

e dai capelli bianchi

scrutava il cielo

a modo di preghiera…

Tutto aveva un sapore

di storia vissuta,

di rimpianto.

Ho rivisto la vita

in un ciuffo d’erba

cresciuto per miracolo

in una crepa.

Ho parlato con le pietre

della bellezza

della vita

e dell’amore.

 

foto cover libro.jpgLa poesia di Anna Santoliquido appena letta, intitolata La casa di pietra, è compresa nella raccolta I figli della terra pubblicata nel 1981. La sua poetica generale mi ricorda in qualche modo una tematica che a Wolfgang Goethe piaceva sottolineare: “Chi desidera capire la poesia deve recarsi nella terra della poesia, chi desidera capire il poeta deve andare nella terra del poeta”.

In una simile classe di riferimenti credo sia giusto inserire il quid creativo della nostra Anna – come sappiamo, poetessa, saggista, narratrice, traduttrice – della quale il volume Una vita in versi costituisce un segno di ossequio articolato e prezioso a lei riservato dal mondo intellettuale, anche internazionale. La sintesi narrativa-illustrativa del libro è raffinata, ricca delle tracce significative di un’esistenza alimentata dalla greca ποίησις-poíesis, nell’intimo di una “poetica” mutata in vita essa stessa (secondo i termini introdotti dal professor Walter Binni).

Lo scorso mese di novembre mi trovavo a Jesi, alla cerimonia di premiazione del concorso “L’arte in versi” organizzato dall’Associazione Culturale “Euterpe”. Una sorte favorevole, direi una τύχη, ha sortito il nostro incontro: in quell’occasione, infatti, Anna ha ricevuto il prestigioso Riconoscimento alla Carriera. La circostanza – in senso semiotico – per conoscersi meglio e comunicare era pertanto ottimale, anche quando, sedute accanto durante la cena, abbiamo sfogliato insieme l’antologia.

Il giudizio estetico trasmesso dalla sua figura globale è apparso subito chiaro: nutrire una visione esaustiva del successo dell’atto semico nell’affrontare l’evocazione di un τόπος-tòpos letterario.

La Santoliquido è stata infatti, sin dagli inizi, ben cosciente di quanto il ricevente, per comprendere quanto gli viene proposto, debba poter interpretarne, nei vari segni, i segnali lanciati, assieme alle relative circostanze.

In uno scambio dialettico maturo di indicatori e messaggi si sviluppa, ad esempio, la poesia Ritorni, pubblicata in Serbia nel 2007 e sviluppata in due coppie di quartine:

 

chissà come sarò

tra cent’anni

se le gote saranno

muschio o terra

 

non sentirò il trapasso

mi rapirà la luce

le labbra non emetteranno rantoli

ma versi

 

vorrei accanto i ragazzi

il mulo nella stalla

i pulcini sotto il letto

le viole nel bicchiere

 

ritornerò nei sogni

nei desideri delle madri

nella passione degli amanti

nelle nubi del mattino

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Uno scatto durante la presentazione del volume a Roma il 6 Aprile 2019.

Nel microcosmo di questi componimenti, il posto principale per coglierne il significato spetta al destinatario. Che l’ultima parola sul senso di una frase spetti a chi la legge o a chi la ascolta, è una tesi ormai accettata da gran parte della linguistica moderna. Fra i tanti, lo ha spiegato il semiologo Jorge Luis Prieto, uno dei miei maestri: la comprensione di noi interlocutori sarà “buona” o “cattiva”, vale a dire, potremo aver compreso o meno una poetica del genere.

Ebbene, l’atteggiamento poetico di Anna di fronte a un simile stato di cose prevede innanzitutto di fissare l’obiettivo del processo concepito per divulgare i versi, rivelandosi in grado (secondo una Weltanschauung personalissima) di stabilirne lo scopo.

E lo strumento per raggiungere un tale obiettivo, pur nella sua radice dialettica, consiste nel proiettare un insieme referenziale assai ampio, capace di accogliere una vasta gamma di opinioni o interpretazioni.

Ad esempio, nelle strofe de La casa di pietra, ascoltate in apertura, suppongo si possa, da stranieri, in una calda estate, cercare un riparo in versi dalla calura dell’afa: l’autrice intende sgombrare lo sguardo dalle nebbie – ovvero dalle possibili interpretazioni devianti del testo – auspicando di andare al di là di ricordi ininfluenti, illusori.

Introduco ora alcuni versi celebri di Emily Dickinson, scritti nel 1873. Sono contenuti all’interno di una lettera, e originariamente pubblicati in una raccolta epistolare. Chiedo ad Anna di leggerli lei stessa, perché introducono un altro aspetto della sua poetica:  

 

There is no Frigate like a Book

To take us Lands away

Nor any Coursers like a Page

Of prancing Poetry

This Traverse may the poorest take

Without oppress of Toll

How frugal is the Chariot

That bears the Human Soul.

 

Non c’è Vascello che eguagli un Libro

Per portarci in Terre lontane

Né Corsieri che eguaglino una Pagina

Di scalpitante Poesia

È un Viaggio che anche il più povero può fare

Senza paura di Pedaggio

Tanto frugale è il Carro

Che porta l’Anima dell’Uomo

 

A lungo ha viaggiato la Santoliquido, quanto i suoi libri, tradotti in oltre venti lingue, conducendo un impegno operativo di storiografia letteraria o di letteratura storica orientato verso una natura e una società progressive.

E tuttavia, secondo quanto ripeteva il maestro della poetica-critica Walter Binni, non è opportuno valutare i poeti «come un dopo almeno ideale rispetto a strutture e tendenze di loro non bisognose», poiché la loro forza esegetica risulta originale «e di sollecitazione di moti spesso oscuri e fermentati di una situazione storica, sociale, politica, culturale».

Anna 1.JPG
Il critico letterario Cinzia Baldazzi assieme alla poetessa Anna Santoliquido durante la presentazione del suo volume tenutasi a Roma il 6 aprile 2019.

La poetessa di Forenza continua a viaggiare con la sua ispirazione letteraria imparando a illuminare luoghi della sensibilità, dell’anima. Nel brano La sposa agreste, in una raccolta pubblicata a Lubiana nel 2011, dalle parole di una giovane rimasta in patria ad attendere il marito emigrato negli Stati Uniti, apprendiamo:

 

Credeva che il firmamento si sfogliasse

invece lanciava fiamme

l’anima sull’incudine

i cavalli a briglie sciolte.

 

Vorrei ora citare lo studioso canadese Northrop Frye nel celebre lavoro Agghiacciante simmetria, dedicato a William Blake. Lo ricorderete, Blake è stato l’illustratore del Paradise Lost di John Milton: lo ricordo perché Una vita in versi contiene opere pittoriche ispirate proprio all’autrice. Dunque, Frye scriveva: “Coloro per i quali soggetto e oggetto, esistenza e percezione, attività e pensiero sono tutte parti di un’antitesi gigantesca, penseranno naturalmente che l’uomo sia diviso tra una volontà egocentrica e una ragione che stabilisce contatti con il non-Io”.

Con Anna Santoliquido, di sicuro noi donne, insieme agli uomini, non lo crediamo e, per dimostrarlo, giriamo il mondo per confrontarci con noi stessi, con gli altri.

Questa poesia è dedicata a Ernest Hemingway:

 

sono poeta

anche quando la lacrima si cristallizza

la nuvola si rovescia

il pescecane mi azzanna

 

nel mare dei sogni

gli squali fendono l’onda

il pescatore si accanisce

con le mani sanguinanti

 

getto l’amo sul foglio

mi acquatto nella barca

respiro a stento

il sangue tinge l’acqua

 

sono poeta

a Belgrado e a Zagabria

sotto il sole di Puglia

e nel covo dei briganti

 

un ragazzo vigila il mio sonno

con l’impetuosità dei vent’anni

la condanna del consumismo

e il profumo della pelle

 

sono poeta

anche quando le alghe mi ammorbano

l’aria è stagnante

e il treno mi sveglia

 

 

come Santiago

porto a riva la carcassa

forse pentita

di essermi spinta troppo al largo

 

la pesca nell’oceano

ha svelato le voragini

acuito la sete

e scolpito la solitudine

 

Il brano ha per titolo Sono poeta, ed è tratto da una raccolta edita in Serbia nel 2007.   

Al pari di molti artisti, anche Anna ha sviluppato un’ipotesi di risposta intorno al significato della vita nostra e degli altri. Emerge in questa poetica – ieri, oggi, chissà nel futuro – uno spiraglio di felicità, frutto del sapere non il perché di tutte le cose, ma il perché di tutte le cose come appaiono. La base di una simile convinzione è, ad esempio, nel Sensismo di leopardiana memoria: le reazioni emotive, con il bagaglio ideale, sono basate – nel soggettivismo lirico – su dati ben definiti, sensoriali, concreti, immediati, matrice di un contesto naturale, personalizzato in parallelo.

È dunque il caso di chiedersi, con Anna, dove – lontano nel mondo – si possa costruire un nostro nido, collocati però in un transfert con figli sempre cresciuti, un tempo trascorso e, dopo aver riposato pochi istanti, con l’eventualità di continuare il cammino, di riprendere il lavoro. Per ognuno: su differenti latitudini, per ogni popolo o civiltà, in qualsiasi religione.

CINZIA BALDAZZI

 

L’autrice del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Il passato, l’amore e l’Irlanda nei racconti di William Trevor”, di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini

william-trevor-racconti-scelti-9788823520431-3-300x465.jpgNelle splendide storie dell’irlandese W. Trevor (Racconti scelti, Guanda 2018) è l’impronta del passato a conferire una sostanziale e felice omogeneità d’ispirazione: quello che nasconde segreti inconfessati (incombe sull’umbratile e “fuggevole” Ariadne,[1] “santa d’altri tempi vestita sempre in malva”) e violenze sanguinose rimosse da arcaiche comunità di campagna che “non amano vengano portati loro via i santi” (come è morta veramente la Maureen McDowd de I fatti di Drimaghleen e cosa nasconde Vera in Tre persone?) o ritorna con tutto il suo carico di rimpianto per un amore perduto (Grania e quell’estraneo senza nome “tranquillo, assennato, accomodante” – possibile sia lui?…1972 – che Un sabato d’agosto[2] ricompare nel tennis club di provincia in cui tutti, fra annoiati rituali, sopravvivono alle propri frustrazioni e ognuna delle mogli/amiche avrebbe potuto sposare il marito di una delle altre”). Il passato che svela, spesso attraverso la morte, verità scomode, taciute, rimosse (Il signor McNamara) e talvolta – troppo di rado – conserva il ricordo struggente di un affetto totalizzante empaticamente vissuto (Sole d’autunno, con la defunta moglie del pastore Moran vera “presenza assente” che rimanda al joyciano Michael Furey de I morti). Certo, in una raccolta tenacemente irlandese è anche il politicamente corretto Passato lontano dei Middleton, “bizzarri ma innocui, strani, magri e silenziosi fratelli dagli occhi azzurri come il padre” finiti in miseria per causa sua – troppi regali ad una “cattolica della capitale” – protestanti lealisti fieramente avversi al Governo indipendentista, al nuovo turismo postbellico transnazionale, alle “brezze di accenti americani”, al dilagare di prodotti stranieri e “bombe papiste”, mentre l’Ulster non prega più per la Famiglia Reale.

In una dimensione esistenziale che non riesce/vuole chiudere la partita con ciò che è stato e registra l’inevitabile paralisi di giovani Figli ossessionati da genitori cui non vorrebbero assomigliare per non finire fagocitati dalle loro anacronistiche consuetudini (“agnello e salsa alla menta, the alle cinque e plumcake  alla frutta in sale da pranzo dal sentore di muffa e, dietro l’angolo, una tragedia annunciata ne I figli del direttore) e di figlie tanto simili alla “dublinese” Evelyn come la sensibile, disperata, sottomessa Kathleen la quale, per un campo e l’attaccamento alla famiglia, accetta vergognose vessazioni, l’amore, altro tema chiave della silloge, è sempre quello che è stato o avrebbe potuto essere e sembra esistere solo nella sua segretezza, nella necessità opportunistica, nella precarietà, nel rimpianto. Riflesso, perduto, sognato, mai vissuto seguendo gli impulsi di una passione autentica, l’unico modo di alimentarlo rimane, paradossalmente, porvi fine, magari per illudersi della sua sincerità. Alla fine si riduce, inesorabilmente, ad ipocrita menzogna (Il terzo incomodo), squallido accomodamento coniugale mascherato da idillio appagante (quadro della Vergine alle pareti del medico compiacente, poi Kitty lo tiene il figlio avuto da chissà chi per una “indimenticabile” e ipocrita Luna di miele a Tramore), tormentata bugia per non ammettere le umiliazioni subite e condannarsi ad una solitudine senza alibi (Veglia con il morto), patetica ricerca di un’anima gemella fra i questionari di un’agenzia matrimoniale (da compilare “senza mentire troppo con se stessi e con il tempo” per Una ennesima, frustrante sera fuori), adulterio amaro e disperato consumato in Una stanza. Poca speranza, rari barlumi di serenità, tormentoso senso di estraneità ed abbandono nell’universo sentimentale di William Trevor popolato – in un arco temporale che va dagli anni ’50 ai primi ’90 – da una antieroica moltitudine di Gente (non) di Dublino, “pericolosa e lontana”, sullo sfondo, quasi sempre, di un’Irlanda ricca di edera, case dalla facciata georgiana, granai, sperdute contee, giardini di ortensie/mele selvatiche/faggi/erica e castagni, hall di alberghi retrò con poltrone di cuoio e lampade a gas, silenziosi conventi di reverende madri e canoniche di pastori o sacerdoti (dipende, nella terra di “villani luterani e clericali bigotti”), leggende popolari, spacci alimentari, pub polverosi e piccoli rettori di piccoli college, pane nero, porridge, sardine, brocche di porcellana bianca per lavarsi, camini, piattaie insieme a declinazioni infinite di birra e whisky, tweed e velluto a coste. Due i santi titolari di pievi sperdute, alternativamente S.Michele e S.Patrizio, uno il quotidiano, l’Indipendent.

Lo stile di questo straordinario scrittore, che eccelle nel racconto breve (come sottolinea J. Banville nella puntuale prefazione), è asciutto, essenziale, poco incline al lirismo, mai tuttavia meramente referenziale: indubbiamente “realista” – con tutto quello che di generico ed approssimativo implica oggi il termine – ma di un realismo particolarissimo sul quale vale la pena soffermarsi. Ricorrendo, per lo più, alla terza persona con ottica interna tende, infatti, a creare un’atmosfera allusiva e sospesa, di fatto estranea ad un minimalismo “ortodosso”, da un lato per la frequente tendenza a non descrivere direttamente il personaggio che determina lo spannung narrativo (Sabato d’agosto), a farne delineare i caratteri da altri (Il signor McNamara, Veglia con il morto) o addirittura, come ne Il terzo incomodo, a collocarlo del tutto fuori dall’intreccio – conferendogli, altresì, in modo inversamente proporzionale, la capacità di condizionarne ogni risvolto – dall’altro, mediante l’uso insistito del condizionale, a proiettare in un futuro extratestuale (più o meno prossimo) una situazione immaginata/temuta/desiderata.[3] Se a questo aggiungiamo le frequenti, fulminee analessi che fanno irrompere, nel presente della scrittura, la rievocazione di un fatto drammatico i cui contorni/dettagli rimangono indistinti e vengono lasciati all’intuizione del lettore, si può comprendere come i modelli di Trevor siano più il citato Joyce e F. O’Connor che Carver o Eugenides e risulti innegabile, nella sua scrittura, il ricorso all’evento epifanico rivelatore del “mistero” più profondo della trama, in grado di elevarla a quella “visione anagogica” che trascende il grezzo dato naturalistico tanto cara alla scrittrice.[4]

MARCO CAMERINI

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

NOTE

[1] In grassetto i titoli dei racconti.

[2] Le assi temporali presente/passato si fondono narratologicamente senza soluzione di continuità a sottolineare lo stato emotivamente alterato della donna in uno dei esito migliori dell’intera raccolta.

[3] Riportiamo, come esemplificazione fra le molte possibili, un passo tratto da Il terzo incomodo: “Nei successivi ottanta chilometri non vide traccia dell’automobile di sua moglie. E naturalmente, così si disse, non c’era motivo per cui ci dovesse essere: era una semplice congettura che lei partisse quel pomeriggio […] Poi si chiese come sarebbe stata la sua partenza in caso contrario. Lairdman [l’amante della moglie n.d.r] sarebbe andato ad aiutarla? Naturalmente a questo non avrebbe obiettato. Quando arrivò alle prime case del suo quartiere, Boland capì che non soltanto la Volkswagen bianca non l’aveva portata da Lairman, ma non l’avrebbe fatto l’indomani, né il giorno dopo o la settimana seguente. Non l’avrebbe fatto dopo un mese o dopo Natale. Non l’avrebbe fatto, punto e basta” (pp. 193-194).

[4] FLANNERY O’CONNOR, Nel territorio del diavolo: sul mistero della scrittura, Minimum fax, Roma 2002, p. 45 e segg.

E’ uscito il n°12 della rivista “Alcyone 2000” (Miano Editore)

È di recente uscito per i tipi di Guido Miano Editore – Milano, il Numero 12 di “Alcyone 2000”, Quaderni di studi letterari e d’arte editi a partire dal 1999, racchiudono l’esperienza editoriale della casa editrice con pubblicazione di testi monografici di autori e inserti di artisti del Secondo Novecento. La pubblicazione aperiodica rappresenta la prosecuzione ideale dello storico bimestrale “Davide, rivista sociale di lettere e arti” fondato nel 1951, e da cui si è sviluppata la casa editrice diretta dalla famiglia Miano di Milano.
I vari numeri monografici oggetto di collezionismo contengono saggi e contributi
critici di docenti universitari e critici militanti.

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In questo numero, paesaggi dell’anima: Marinella Calabrese, Rosa Di Benedetto Odazio, Michele Miano, Maria Elena Mignosi Picone, Giuseppe Rigoli, Aldo Sironi, Lorenzo Spurio, Maria Rosaria Vadacca.
Profili d’autore: Roberta Fava, Alessandra Maltoni, Angela Ragozzino, Liliana Rasetti, Giuseppina Scotti, Salvatore Rino Viola. 
Sillogi di Maria Italia Basile, Graziano Brotto, Rossella Cerniglia, Alessandro Grecchi, Maria Stella Mei, Antenore Perilli, Fabio Recchia, Antonietta Scoponi, Marco Zelioli.
Itinerari della poesia contemporanea: Giulia Borroni Cagelli, Anna Castrucci, Andrea Cattania, Marco Lando, Francesca Luzzio, Guido Miano, Pietro Nigro, Nazario Pardini, Floriano Romboli, Giovanni Tavcar.
Inserto sulla nuova collana: Parallelismo delle Arti (arte figurativa e poesia a confronto).

Lo scrittore Giovanni Scribano inaugura il nuovo progetto editoriale: i suoi testi messi a confronto con alcuni artisti contemporanei per affinità tematica e di stile.
ALCYONE 2000 – PERCORSI LETTERARI DEL DUEMILA N 12/2019
Guido Miano Editore, Milano, aprile, 2019, pag 96, euro 20,00
GUIDO MIANO EDITORE – UFFICIO STAMPA

VIA EMANUELE FILIBERTO 12 – 20149 MILANO

02-3451804 – 02-3451806

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“Le assaggiatrici” di Rosella Pastorino, recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

9788807032691_quarta.jpg.444x698_q100_upscale.jpgLe assaggiatrici è il titolo del romanzo storico di Rosella Postorino, edito da Feltrinelli nel 2018. Sullo sfondo del nazismo s’inserisce la ancora poco nota vicenda delle donne che fanno da cavie a Hitler, assaggiando il cibo preparato per lui, da queste il titolo. La scrittrice si è ispirata alla storia di Margot Wölk, una delle assaggiatrici, morta poco prima di essere da lei intervistata.

Nella finzione narrativa la Postorino ricostruisce la storia di queste donne attraverso l’occhio della protagonista, Rosa Sauer berlinese, trasferitasi nel villaggio dei suoceri per sfuggire ai bombardamenti, e dove, invece di una relativa sicurezza e un recupero d’umanità, l’attende l’incredibile e scoraggiante ruolo di assaggiatrice. Sono le SS a reclutarle.

Il villaggio di Gross-Partsch si trova nella Prussia orientale, vicino alla Wolfsschanze, la Tana del Lupo, l’insieme di bunker seminascosto dalla foresta e dai Laghi Masuri, dove Hitler ha piazzato il comando del fronte orientale.

Rosa racconta la sua esperienza di assaggiatrice mescolandola con quella delle altre donne del gruppo con cui cerca con difficoltà di stabilire un qualche legame nell’ora che segue i pasti, in cui ciascuna aspetta di avvertire i sintomi dell’eventuale avvelenamento. Al presente si confondono ricordi del passato, della madre sarta, del padre ferroviere, del fratello minore a cui senza motivo ha morso una mano, dell’incontro e del breve matrimonio con Gregor, soldato sul fronte orientale, dichiarato disperso. Il tempo della narrazione frammentato dall’incastro tra passato e presente dà la misura dell’intermittenza della vita durante la guerra, tra bombe e veleni, tra assenza e speranza, tra annientamento e umiliazione e istinto vitale.

Si snoda prepotente il tema del senso di colpa della protagonista per il male compiuto direttamente ed indirettamente attraverso l’acquiescenza alla dittatura. Quella che l’aveva accomunato al suo popolo: Quella nazione gli si consegnava e lo dichiarava senza indugio …era il senso di appartenenza che rovesciava la solitudine nella quale chiunque nasca è confinato… Abbiamo vissuto dodici anni sotto una dittatura, e non ce ne siamo quasi accorti…Non c’era alternativa, questo è il nostro alibi…. Non sei immune da nessuna colpa politica, Rosa, le diceva il padre. Lavorare per Hitler, sacrificare la vita per lui: non era quello che facevano tutti i tedeschi?… Una morte da topi, non da eroi. Le donne non muoiono da eroi. Rosa non ha scelta nel diventare un tubo digerente per Hitler, ma l’ha nell’iniziare la relazione con l’ufficiale delle SS Albert Ziegler: Invece avevo camminato verso di lui perché ero una persona che poteva spingersi fino a lì, fino a quella vergogna…. niente alibi né giustificazioni, il sollievo di una certezza….Ogni eroismo mi sembrava assurdo, da anni.  

Le assaggiatrici, insignito del Premio Campiello e del Premio Rapallo per la donna, è coinvolgente, il ritmo serrato della scrittura essenziale e scarna, duttile nell’alternare narrazione, introspezione e dialogo, sollecita il lettore di pagina in pagina fino all’ultima intrigandolo emotivamente con la riflessione sulla responsabilità di ognuno di noi in ogni tempo e nella ricerca di quello che cementa il legame tra gli uomini.

Altrettanto interessanti i temi del cibo che da minaccioso pericolo diventa cemento di amicizia alla fine del libro e del canto consolatore, che Rosa intona in alcune occasioni.

GABRIELLA MAGGIO

 

L’autrice della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Una scrittura dai toni rock: Patti Smith e Jim Morrison”, articolo di Stefano Bardi

di Stefano Bardi 

Tutti in Italia, dai giovani ai meno giovani, conoscono Patti Smith come cantautrice, ma in pochi forse la conosco come poetessa e scrittrice. Una scrittura quella della cantautrice rock nata a Chicago nel 1946 che può essere definita come una grammatica colma di sangue, lacrime, blasfemi moccoli, dolore, parole ubriache d’assenzio e fragranze psichedeliche.  

Poesia, quella di Patti Smith, mista di versi e prosa, che concepisce il corpo della donna come una denuncia sociale e psichica contro le violenze da esso subite e che ci mostra, allo stesso tempo, la Donna come un’impeccabile creatura a perfetta somiglianza di Dio[1].

5964915_331988.jpgScrittura poetica anche dai toni intimo-confessionali, dove la sua folle ed estrema vita senza Dio è il rispecchiamento della vera e unica Vita, a discapito della quotidiana esistenza di tutti i giorni concepita da Patti Smith come una maledizione dalla quale se ne tiene ben lontana[2].

Figlia dalla carne dannata e lanciata verso follie psico-fisiche, ma anche dolce creatura dall’animo animato dalla bontà, dall’amore e dalla compassione[3]. Liriche scritte da una poetessa americana dove critica la società americana, concepita come un universo animato da false libertà sociali e da dittature etiche, politiche, religiose, sessuali e razziali. Contemporaneamente ci insegna che cos’è la libertà con la L maiuscola.

Il tema della Morte è assai caro a Patti Smith; esso concepito come una dolce amica che ci viene a trovare nei momenti di dolore e come una Madre, che accudisce i nostri affetti più cari[4]. Un tema che è ben liricizzato nella poesia “ala”, che può essere considerato come il suo testamento spirituale in cui la cantautrice s’immagina già morta rimembrandosi come una creatura dalle delicate carni,   dallo sguardo coraggioso, come una creatura che ha divulgato con la sua musica e le sue parole la pace, l’amore, la fratellanza.

Un tema, quello dell’acqua, che nella poesia di Patti Smith da fonte battesimale, si trasforma in acqua mortifera che affoga ogni nostro pensiero[5].

Un ultimo tema riguarda l’adolescenza persa e dannata, ovvero l’adolescenza lanciata verso una Vita fatta solo di eccessi, di follie, di anarchie e di brume spirituali. Adolescenza questa che solo dalle donne e più nel dettaglio dalle madri può essere purificata, per salvare così i propri figli da una Vita lanciata eternamente al Male[6].

Dopo la poesia passiamo ora alla scrittura, ovvero al suo pensiero espresso in prosa, per poi concludere spendendo due parole sulla rivoluzionaria scrittura poetico-prosastica della cantautrice rock. Un primo pensiero riguarda la Vita, concepita come una tirannica madre che divora i propri figli con un sarcastico ghigno sul viso e come un atto sessuale, dal quale far nascere pure, dolci, garbate e intense Vite.

Sesso inteso a sua volta e in particolar modo quello giocosamente forzato sul corpo di donna, come un atto che fonde i corpi dei due amanti in Paradisi psichedelici.

Un secondo pensiero riguarda gli asociali, che sono visti da Patti Smith come i veri uomini e le vere donne, poiché in essi convivono la purezza, la compassione e la lucidità psico-sociale.

Un terzo pensiero riguarda suo padre che è paragonato a Dio, perché come esso accoglie chi vive nella luce. Un Dio a sua volta inteso come un’entità ultraterrena in chiave negativa, ovvero come una creatura che crea leggi con le quali ingannare spiritualmente gli Uomini e penetrarli selvaggiamente, nelle loro carni.

Un quarto pensiero riguarda la musica rock, intesa come una guerriglia sociale che può portare alla giustizia sociale e fraterna, ma allo stesso tempo può trasformarsi in una valle di lacrime.

Il rock è paragonato a Dio, poiché come esso porta l’equilibrio a differenza degli essere umani, che sono concepiti dalla cantautrice e poetessa americana come dei maleodoranti e letamosi rifiuti da eliminare, per una migliore Vita della Terra.

Un quinto e ultimo pensiero, si sviluppa attraverso i ricordi di alcuni suoi amici e maestri ispiratori come per esempio il regista e sceneggiatore francese Robert Bresson, il cantante e poeta americano Jim Morrison e infine, lo scrittore, poeta, giornalista, regista e sceneggiatore bolognese Pier Paolo Pasolini. Il tutto sia in poesia sia in prosa, costruito con una scrittura rivoluzionaria fatta per lo più dalla quasi assenza dei punti finali e di minuscole dopo i punti finali, in special modo nella scrittura prosastica. Operazione questa dal doppio significato, dove il primo ci mostra la scrittura di Patti Smith come un discorso ancora aperto e il secondo, invece, ci mostra una scrittura non statica e immodificabile, ma anzi una scrittura dove possiamo togliere e aggiungere nuove parole oppure scambiare la posizione delle frasi e delle parole, per creare inedite riflessioni psichedeliche e socio-esistenziali.                

31Vt0sefwBL._BO1,204,203,200_.jpgDopo Patti Smith passiamo ora, all’ex leader dei Doors e poeta americano James Douglas Morrison o più semplicemente Jim Morrison (Melbourne, 1943-Parigi, 1971). Poeta che nel 1969 pubblicò in tiratura limitata di sole 100 copie, le raccolte I Signori. Appunti sulla Visione e Le Nuove Creature che a mio semplice e umile dire da cultore letterario, sono ancora meglio della raccolta Tempesta elettrica. Poesie e scritti perduti pubblicata nell’estate del 1971 e poi ristampata postuma nel 2002. Opere, quelle del 1969, che saranno analizzate da me in generale, poiché al pari dei Diari di Kurt Cobain, anche le due raccolte di Jim Morrison non credo siano da considerare come opere poetiche in tutto e per tutto.

Una raccolta I Signori. Appunti sulla Visione dove leggiamo liriche sotto forma di allucinazioni esistenziali, in cui il cammino degli Uomini è visto come un gioco mortale e dove il sesso depravato, malato, infettivo ne è il principale burattinaio. Un gioco, questo, che è paragonato a uno spettacolo cinematografico, dove la cinepresa cattura le nostre interiorità per poi sputtanarle avidamente e lussuriosamente al Mondo intero senza il nostro permesso. Una cinepresa che, inoltre, trasforma la Vita in natura morta che è contemplata dagli Uomini vampiro (Noi), poiché essi come la natura morta sono condannati a vivere e consumare, una vacua immortalità.

Un secondo tema è quello della dipartita dei nostri parenti, amici e compagni di Vita che si sono trasformati per noi in spettri sconosciuti, inguardabili, intoccabili e inamabili.

Una raccolta Le Nuove Creature, invece, dove possiamo vedere alcune tematiche in maniera distinta: l’adolescenza come quieta fase esistenziale, il sesso selvaggio e animalesco e infine la Morte.                       

STEFANO BARDI

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

Bibliografia:

MORRISON J., I Signori. Le Nuove Creature. Le poesie di Re “Lucertola”, traduzione a cura di Lorenzo Ruggiero, Grammalibri, Milano, 1993.

SMITH P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996. 

                             

                                                                                                             

 

[1] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 11 (“con le calze di nylon o scalza / stracolma d’orgoglio o curva come l’amore / ramoscello patibolo / beccamorto o ballerina al vento / lo stesso vento ma fetido di porci / polline che dà la tosse o rosa / fantastica crudele diversa da tutto […]-[…] essere santa in qualsiasi forma”) 

[2] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 13 (“[…] E allora Cristo / ciao tanti saluti / da questa sera sei licenziato / posso fare brillare la mia luce / ma le tenebre vanno bene uguale / ti hanno inchiodato lassù per mio fratello / ma in quanto a me il capitolo è chiuso / sei morto per i peccati d’altri / non per i miei”)   

[3] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 135 (“[…] Padre ho ferito a morte / o padre non ferirò mai più / fra le spine ho danzato / sul suolo dove bruciano le rose. / Figlia che tu possa volgerti in riso / una candela sogna una candela disegna / il cuore che brucia / continuerà a bruciare / volgiti tu al cadere delle rose”)

[4] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 29 (“[…] la morte dilaga frusciando / nell’ingresso di casa / come lo strascico di una dama / la morte arriva in moto / sull’autostrada / con il vestito della domenica / la morte arriva in auto / la morte arriva strisciando / la morte arriva / non ci posso far niente / la morte se ne va / dev’esserci qualcosa / che rimane / la morte mi fa fatto ammalare impazzire / perché quel fuoco / si è portato via / la mia bambina […]”)

[5] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 29 (“[…] ma poi quante domande salgono come schiuma./ come perfetti morti: / era proprio il mar rosso? / l’uomo domina il fiume? / le/lui annegò? / per cause naturali? / di dolore? […]”)

[6] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, pp. 75-77 (“[…] cittadini! è d’uopo che non si dorma. / i nostri figli corrono alla natura come stagioni. / armate la torre e fortificate le reclute. / figlie! siate voi vigili alla veglia / siate rigide e immobili e all’erta. / cittadini! risuscitate i vostri figli / da questo triste sito di marciume. […]-[…] è il grembo del ritorno, colei che protrae / stende la mano gli arruffa i capelli / gli copre il capo con un nero berretto di lana / l’urto del ferro i pianti delle donne / una notte accadrà accadrà nuovamente […]-[…] il ragazzo + il fiume nero / mentre si volge fra le braccia della natura / che adora i figli fiammeggianti di donna”)

“La ragazza di Marsiglia” di Maria Attanasio. Recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

download.jpgIl romanzo storico La ragazza di Marsiglia di Maria Attanasio potrebbe avere un sottotitolo “la cancellazione della memoria”. Infatti della protagonista, Rosalie Montmasson, pur essendo stata l’unica donna dei Mille in pantaloni e camicia rossa, la moglie di Francesco Crispi, dal 1854 al 1875, si hanno pochissime notizie, perché la sua memoria è stata cancellata da chi ha scritto la storia del Risorgimento con animo iniquo volto a far dimenticare quel matrimonio sacramentato, celebrato a Malta alla presenza di due testimoni, che gettava l’accusa di bigamia sul Presidente del Consiglio, convolato a nuove e più vantaggiose nozze con Lina Barbagallo.

L’oblio calato su Rosalie ha spinto la Attanasio a intraprendere complesse ricerche storiche per ridarle il ruolo ricoperto nella storia con le sue qualità di donna libera e coraggiosa, che ha avuto la stima di Mazzini, Garibaldi e degli altri protagonisti o gregari dei fatti dell’Unità.

Con questi Rosalie ha condiviso la speranza di costruire un mondo migliore nonostante che lungo e tortuoso sia il cammino dal profondo dei tempi verso il futuro. Dopo un inizio narrativo focalizzato sul giovane Francesco Crispi, folta barba e capelli alla nazzarena, che dopo la repressione della rivoluzione del ’48 a Palermo va in esilio a Marsiglia, l’attenzione della scrittrice si sposta su Rosalie. Si sono incontrati per caso prima fugacemente a Marsiglia, poi a Torino. Questo in poche efficaci battute il ritratto fisico e morale della donna: Il passo sfrontato e il ciuffo dei capelli ricci-che, per civetteria o distrazione, usciva prepotente da sotto un cappellino a cuffietta di una giovane donna…rispondendo a un mutuo richiamo la donna si voltò verso di lui  (Fr. Crispi), sostenendo a lungo, senza imbarazzo, il suo sguardo, e, sorridendogli ammiccante infine….Con lui quella fame di mondo aveva preso parola e forma.

Più in là nella narrazione Rosalie è donna fattiva, concreta, e fierissima del suo lavoro di femme de maison. Infatti considerava il suo duro lavoro una manifestazione di patriottismo necessaria per sopportare i disagi dell’esilio che condivideva con Fransuà. Anch’io voglio lavorare per il gran momento, aveva giurato a Crispi ed a se stessa. Né le è mancato il rispetto di chi la conosceva: ….le mani che reggono la penna o il ferro da stiro restano ugualmente mani; la differenza sta nel cuore e nella mente che le animano, le aveva detto con sincera ammirazione Giulia.

Con l’animo intrepido che conquista Garibaldi e Mazzini, Rosalie passa con disinvoltura dal ruolo di donna di fatica ad abile messaggera cospirativa e donna soldato. Ma, realizzata l’Unità d’Italia, iniziata la carriera politica di Fransuà, gli abiti eleganti, l’etichetta dei ricevimenti ufficiali e le idee monarchiche, la retorica sul Risorgimento la soffocano e scavano un fossato incolmabile con l’amato, fino alla rottura definitiva attestata pubblicamente con false dichiarazioni sul matrimonio mai celebrato.

La vocazione a portare alla luce le microstorie di donne generose e dimenticate, ricostruite con tenaci ricerche di archivio e delicata finezza introspettiva è la cifra che distingue le opere narrative di Maria Attanasio da Correva l’anno 1698 a Di Concetta e le sue donne. A buon diritto la scrittrice si è aggiudicata la quattordicesima edizione del Premio Letterario Manzoni – Città di Lecco al Romanzo Storico. Nel romanzo non c’è, infatti, solo la storia di Rosalie, ma quella di un’epoca ricostruita con cura nel variegato panorama di idee che l’hanno animata, con riferimento a quelle fasce urbane e contadine, trascurate dalla storia ufficiale che costituirono la struttura portante delle truppe garibaldine successivamente protagoniste di furiose rivolte sociali; quelle che hanno organizzato le società di mutuo soccorso  e hanno dato vita ai Fasci siciliani del 1893, prima consapevole lotta di classe in Italia.

Per questo probabilmente compare a Londra in casa di Mazzini il personaggio di Giovanni, figlio secondogenito del principe di Salina, il più amato, il più scontroso, ribelle alla vita familiare troppo curata, come si legge nel Gattopardo; testimone anche in quell’opera della presenza dei vinti e dimenticati.  Chiamare in causa Tomasi di Lampedusa è anche accreditare La ragazza di Marsiglia nella letteratura siciliana che costituisce buona parte di quella italiana sin dai tempi di G.Verga. Attanasio accanto a Sciascia, a Consolo. La qualità dello stile narrativo de La ragazza di Marsiglia è contenuta nell’essenzialità dei fatti narrati e in una lingua misurata e incisiva, che denota la natura di poeta dell’Attanasio.

GABRIELLA MAGGIO

 

L’autrice della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“La terra del rimorso” di Stefano Modeo. Recensione di Stefano Bardi

Recensione di Stefano Bardi

21nNax0z7FL._SX351_BO1,204,203,200_.jpgMare! Tema questo che è stato sempre presente nella poesia italiana dal Medioevo agli anni Duemila e che negli ultimi anni del secondo Novecento è stato usato come specchio della Vita, proprio come è dimostrato dalla raccolta d’esordio La terra del rimorso del giovane poeta Stefano Modeo (Taranto, 1990) del 2018.

Un titolo questo che richiama alla memoria il saggio La terra del rimorso dell’antropologo, filosofo e storico delle religioni Ernesto De Martino (Napoli, 1908-Roma, 1965) seppur comunque con notevoli differenze, volume che tratta il tema del rimorso. Per quanto riguarda il filosofo e studioso napoletano la Terra è il Salento e il rimorso da lui studiato attraverso il fenomeno antropologico e musicale del tarantismo riguarda le ferite storico-sociali arcaiche del Salento, che erano viste da Ernesto De Martino come squarci memorialistici non più riparabili e peggio ancora del tutto estranei all’intera storia del Salento uscendo definitivamente di scena, dalla cosiddetta Questione Meridionale iniziata da Gaetano Salvemini e poi ripresa dopo anni dall’intellettuale napoletano.

Cosa ben diversa è l’opera del giovane poeta Modeo, che può essere considerata come un diario in versi e come una denuncia che riguarda la sua natia Taranto, dove l’antico rimorso è sostituito da quello odierno, ovvero il male che infetta con i sui veleni e le sue impurità questa città fino a trasformarla in un’oscura e mortale città. Un rimorso o un dolore che infetta ogni cosa dell’esistenza cittadina e che viene mostrato dal poeta attraverso il mare, da lui inteso sia come specchio nel quale vedere gli oscuri mali di Taranto, sia come elemento naturale sempre con uno sguardo sociale.

Un primo quadro, ci mostra Taranto popolata dagli offesi o più semplicemente dagli abbandonati figli di Dio che consumano una Vita senza futuro, senza etica, costretti a un’eterna vacuità psico-sociale perché hanno scelto volontariamente di non abbandonare la loro terra natia.

Un secondo quadro ci mostra una Taranto priva di affetto e d’amore, dove le piazze sono un vacuo cuore, animate da esseri umani che sono delle ombre irriconoscibili che non pronunciano più parole d’amore.

Un terzo quadro tratta un tema attualissimo, ovvero quello dei migranti; un quarto quadro riguarda il mare, che può essere visto come elemento naturale e una creatura senza vita a causa delle infezioni industriali e delle ingordigie umane; il mare è anche visto in chiave socio-lavorativa, per mezzo del popolo operaio tarantino che è costretto a lavorare fra nubi tossiche o nelle gelide battute di pesca invernali. Un popolo che a sua volta metaforizza l’intero popolo italiano dei giorni nostri dall’infausti destini, che li priva di qualsiasi ribellione socio-linguistica e che li condanna a vivere fino alla fine i suoi giorni, nell’indigenza e nella povertà.

Taranto
Uno scatto della inquinata città di Taranto. Foto tratta da: https://www.lercio.it/taranto-lilva-tranquillizza-niente-olio-di-palma-nelle-nostre-scorie-cancerogene/

Un quinto quadro riguarda gli operai delle acciaierie, che secondo lo sguardo del giovane poeta sono visti per la società tarantina e per i loro padroni di lavoro come dei numeri produttivi. In mezzo a tutti questi quadri di dolore, patimenti e infausti destini c’è la poesia di luce “XXII” dai toni intimi e reminiscenziali, in cui il giovane Modeo ritorna indietro nel tempo fino alla sua infanzia, per mostrarci una Taranto piena di luce, di gioia, di amore e per fare questo usa la metafora della cartolina dove è racchiusa la Taranto dalla quale un giorno tutto il male che la infetta sparirà. Insomma, un viaggio intimo e spirituale quello fatto da Modeo. Un viaggio e un urlo di denuncia per una società infettata dal male che prende il nome di sfruttamento, razzismo migratorio, droga e malavita.

STEFANO BARDI

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

La catanzarese Maria Teresa Murgida esce con “Il filo quotidiano” (opera prima)

Impaginato_Teresa_visto_stampa (1) (1)-page-001.jpgÈ uscito da poco il libro di poesie Il filo quotidiano, opera prima della poetessa calabrese Maria Teresa Murgida per i tipi di Compact Edizioni (Divisione Editoriale di Phoenix – Associazione Culturale di Roma), curatrice di collana Francesca Bullo, con prefazione della poetessa Michela Zanarella.

Dalla quarta di copertina, atta a svelarci le principali pieghe di questo volume secondo una chiave sinottica che desta interesse nel lettore, per mezzo delle parole di Michela Zanarella veniamo a sapere che “questo libro è il riconoscimento ottenuto per essersi qualificata, con il suo componimento in versi ‘In un foglio di mare’ al primo posto al concorso “Metropoli in versi”, dedicato al tema della città e dei luoghi del vivere, ideato e promosso da Phoenix Associazione Culturale […]; il libro è un canto delicato e puro di intuizioni elevate. La scrittura si nutre di semplicità estrema: è proprio nella capacità di osservare il mondo e introiettare le emotività umane e divine, che la poetessa ci offre una parte di sé, delle sue emozioni più intime e vere”.

In appendice è situata anche una parte in prosa accompagnata da suggestive foto rese in scala di grigi. Significativa la sezione dedicata ai ringraziamenti nei quali l’autrice così scrive: “Agli alberi e ai cieli senza i quali non vedrei le cose come realmente sono. Agli occhi dei bambini dove trovo parole senza polvere che fanno luminoso anche il fitto del bosco. A Gianni a Mario a mia madre che aggiungono una piuma sempre nuova alle mie ali di parole, A chi trova nel proprio petto una noce piccola, la apre e la offre attraverso la poesia” (p. 75).

 

Di seguito tre liriche della poetessa tratte dal volume

 

“Le parole che non dico”

 

Le parole che non dico a nessuno

lievitano in una spiga.

 

Nell’ampia piazza del campo di grano

si gonfiano dello scroscio nella pozza sulla strada.

 

Diventano cervo e volpe nei cirri sospesi.

 

Poi sentono un vento arrivare

che sposta i rami.

 

Montano di tramontana nella gola,

plasmano piume,

e urlano nei becchi delle aquile.

 

*

 

“Occorre guardare il cielo”

 

Occorre guardare il cielo,

spiarlo tra le foglie dell’edera,

seguire la fine dei tetti,

strizzare gli occhi dietro ai vetri.

 

Ci si accorge allora delle speranze di una lucciola,

dei covoni fermi dove dorme il sole

e qualche lume di luna.

 

Si esce così dalle prigioni,

si scavalcano le siepi.

 

Il ferro delle gabbie diviene elastico

e vibra di suoni il silenzio.

 

Occorre attaccare le ali agli occhi

più che alle scapole.

 

Nascono favole

più in là

oltre le tegole.

 

*

 

“Le cose da niente”

 

Celebro le piccole cose:

la crepa, lo spacco,

gli occhielli slabbrati.

 

Onoro l’ora di ieri

quella ultima e spaiata

dove fa la casa il ragno

e danza la polvere.

 

Mi sale impetuosa una quiete,

una specie di morte

che sparpaglia l’ordine

tra l’ordito e la trama.

 

Chi è l’autrice?

46090295_123748235299049_896633286112871022_n.jpgMaria Teresa Murgida (Catanzaro, 1976) vive a Vallefiorita, un piccolo paese in provincia di Catanzaro. Lavora e gestisce un centro per la prima infanzia. La scrittura è da sempre il punto fermo del suo quotidiano. Si è avvicinata alla poesia da poco tempo, ottenendo lusinghieri consensi da parte dei lettori. All’interno di alcuni concorsi letterari ha ottenuto riconoscimenti e attestazioni di merito tra i quali il 1° Premio al Premio Nazionale “Città di Latina” (2017) con la lirica intitolata “in un foglio di mare” che, nello stesso anno, si è aggiudicata il primo posto anche al Concorso Nazionale “Metropoli in versi” a Roma. Nella città in cui vive ha ottenuto una Menzione Speciale alla VII edizione del Premio “Versi d’agosto” (2017), questa volta con la poesia “un seme di soffione”. Altri suoi testi compaiono in antologie.

 

L’autrice delle poesie qui riportate e della prefazione, riportata in forma di stralcio in questo articolo, acconsentono alla pubblicazione su questo spazio online senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate.

Musica e letteratura: presentazione della rivista “Euterpe” n°28 il 2 marzo a Firenze

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 Sabato 2 marzo a Firenze presso la Sala Beghi di Villa Arrivabene (Sede quartiere 2 – Piazza Leon Battista Alberti) si terrà la presentazione del n°28 della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe” dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi nella cui redazione figurano Lorenzo Spurio, Michela Zanarella, Luigi Pio Carmina, Emanuele Marcuccio, Cristina Lania, Laura Vargiu, Valtero Curzi, Francesco Martillotto, Lucia Bonanni e Francesca Luzzio.

Tale numero, pubblicato e diffuso all’inizio di febbraio, forniva come spunto al quale rifarsi o approfondire il legame tra due forme artistiche: “Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”. Ed è questo il titolo dell’incontro che si terrà a Firenze a Villa Arrivabene a partire dalle ore 17:30. L’evento è promosso con il patrocinio del Comune di Firenze e della Città Metropolitana di Firenze e vedrà, tra i vari contributi, poeti, scrittori e critici letterari che esporranno le proprie opere presenti in rivista. Parteciperanno il poeta e critico lettario Lorenzo Spurio (Presidente dell’Associazione Euterpe di Jesi), la poetessa e giornalista Michela Zanarella (Presidente dell’Associazione Le Ragunanze di Roma), il poeta e critico letterario Carmelo Consoli (Presidente della Camerata dei Poeti di Firenze), la poetessa e critico letterario Lucia Bonanni, il poeta e scrittore Iuri Lombardi e il poeta e scrittore Michele Veschi.

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L’ingresso di Villa Arrivabene (Quartiere 2) a Firenze in Piazza Leon Battista Alberti

Tra i numerosi contenuti della rivista si segnalano, per la sezione di saggistica/critica letteraria, gli interventi “Gli scrittori nella canzone d’autore italiana” (Iuri Lombardi), “Del testo e della musica. Un approccio storico ai problemi relativi al rapporto tra poesia e musica” (Luca Benassi), “Da La terra del rimorso di Ernesto De Martino alla “cinematografia sgrammaticata” di Pier Paolo Pasolini per un percorso interdisciplinare tra etnomusicologia, letteratura popolare e cinema etnografico (Lucia Bonanni), “La voce della fontana in Fogazzaro, D’Annunzio, nei Crepuscolari. Una musica per immagini” (Cinzia Demi), “Approcci comunicativi e sovrapposizioni di voci nel delirio comunicativo di Alice nel Paese delle Meraviglie” (Lorenzo Spurio) e altri testi atti ad analizzare personaggi quali Fryedrick Chopin (Maria Grazia Ferraris), gli chansonniers francesi (Angelo Ariemma), Patti Smith (Mario De Rosa), Bob Dylan (Cinzia Baldazzi, Fabia Baldi e Cinzia Perrone), l’universo beat al femminile (Vincenzo Prediletto), le nuove frontiere del rap (Stefano Bardi), i rapporti tra musica e letteratura (Corrado Calabrò, Valtero Curzi), il melodramma (Francesca Camponero) e tanto altro ancora

Per leggere la lista completa dei contenuti della rivista è possibile cliccare qui.

Per leggere, invece, la rivista in forma integrale e scaricarla in formato pdf, è possibile cliccare qui. La rivista è leggibile anche in altri formati adatti allo Smarphone, Tablet e Lettori di ebook.

Il precedente numero della rivista, che proponeva quale tema “Il coraggio delle donne: profili ed esperienze femminili nella letteratura, storia e arte” è stato presentato nei mesi scorsi a Palazzetto Baviera a Senigallia (Ancona) e al Centro Spinelli della Facoltà di Economia dell’Università La Sapienza a Roma.

L’evento FB della nuova presentazione della rivista “Euterpe” che si terrà a Firenze il 2 marzo prossimo è disponibile a questo link.

 

INFO

www.associazioneeuterpe.com – ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327 5914963

Un sito WordPress.com.

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