“La vocazione della balena” di Claudio Pagelli, recensione di Lorenzo Spurio

Claudio Pagelli, La vocazione della balena, Prefazione di Guido Oldani, L’arcolaio, Forlì, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio 

www-mondadoristoreMolto è possibile domandarsi sul titolo del nuovo libro di Claudio Pagelli che in copertina enigmaticamente e con uno sprizzo ironico recita La vocazione della balena. Quale potrebbe effettivamente essere la vocazione ossia la predisposizione del più grande cetaceo? Ma, soprattutto, quale è il percorso interpretativo che è richiesto al lettore di intraprendere? La balena, quale animale, si caratterizza per la gran mole del suo corpo, ma anche per una certa maestosità della forma nonché, per i detti motivi, per la consacrazione di una immagine di forza, dominio e, dunque, è concepibile come un essere che è da temere.

La stravaganza del titolo è ancor più amplificata se si prende in considerazione l’immagine di copertina che non sembra minimamente addirsi né legarsi, appunto, al titolo del libro. In essa notiamo, in un effetto chiaroscurale tipico del bianco e nero, uno scorcio di una città ritratta nel dinamismo di un tranvia in movimento, sembrerebbe di notte dato che il faro centrale promana una luce che intuiamo accecante e che nella bicromia dei toni è reso con un bianco sfolgorante. È, dunque, l’immagine di una frenesia abitudinale, quella della città con i suoi transiti, passaggi, movimenti di sorta, incroci di vie di comunicazione, percorsi e tragitti. Niente a che vedere con la balena o, comunque, con uno scenario in qualche modo naturalistico.

Contenutisticamente il libro è formato da alcune micro-sillogi che hanno una significazione autentica e un’autonomia in sé di completezza: si apre il percorso poetico di Pagelli con la modesta compagine di liriche che fanno parte dell’aggruppamento “L’inferno di Chisciotte” per passare poi al secondo nucleo tematico (a mio avviso il più importante) denominato “Bestiario d’ufficio”; seguono poi altre partizioni interessanti del volume che vanno sotto i titoli tutt’altro che archetipi di “Caffè in sette quarti”, “Burattini” e, a chiudere, con grande impazienza del persuaso lettore, “La balena bovisa”.

La poetica del Nostro si caratterizza per un postmoderno coinvolgimento nelle immagini, una vitalità empirica e roboante del mondo, ma anche una velata organicità di fondo nutrita da senso critico, chiaroveggenza, senso di compartecipazione assai intimo con l’altro, forza caratteriale vorticosa e lucidità espressiva oltremodo evocativa. Non è un caso che il Nostro ricorra a Guido Oldani che, non solo ha prefato il testo, ma è citato pure in esergo in una delle tre citazioni d’apertura. L’eclettismo di Oldani, convinto assertore di una tendenza artistica definibile nei termini del realismo terminale, sembra in qualche maniera aver permeato con originalità ed esuberanza la penna di Pagelli, la sua cifra letteraria e soprattutto la tendenza lirica di costruzione dei componimenti.

Costrutti semantici di rilevante pregnanza (lo intuiamo dalla ricorrenza con la quale si presentano durante la lettura delle varie poesie) sono quelle che fanno riferimento alle immagini-simbolo del tatuaggio (la lirica d’apertura è proprio così intitolata, nell’inflessione plurale del termine) e all’imprevedibilità degli accostamenti tanto da derivarne spesso forme ossimoriche nonché elementi enigmatici o talmente assurdi da sfiorare il paradosso. Si tratta comunque e sempre di espressioni assai particolareggiate che il Pagelli utilizza per la descrizione minuziosa di una data realtà oggettiva trasfigurando il concreto (il visibile, l’esperibile) in una superfetazione ambigua nonché curiosa in chiave lirica, così come le cuffie del logorante lavoro di call-center che diventano in chiave di similitudine assai ricercata delle “meduse leggere” (15).

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Claudio Pagelli, autore del libro

Importante e rivelatrice la presenza di elementi e figurazioni che richiamano il campo teatrale; nella poesia “il taccuino” il Nostro non manca di osservare una società abbruttita e caricaturale con “maschere tutte uguali” (16) dove sono la reiterazione e l’inautenticità degli atteggiamenti a dominare (si parla della “seta della finzione”, 16). Costrutti assai particolari che chiamano il lettore a riflettere su questi avvicinamenti sfuggenti e a tratti amari di sostantivi che il Nostro impiega sembrerebbe con un monito di rivalsa alla assuefazione di un mondo tanto banale. L’impressione è quella di una velata critica sociale, sebbene Pagelli eviti sempre di puntare il dito in maniera chiara verso determinate categorie della società o situazioni in particolare. Se da una parte l’intento del Nostro è raggiunto sulle basi di una poesia che effettivamente ha il potere di suggestionare, al contempo ci chiediamo quale realmente sia l’obiettivo del poeta nel dipingere il mondo di fuori a tinte fosche, facendone risaltare mancanze, incongruità e ambivalenze stridenti.

Ci sono avvisaglie di un disagio giovanile che il Pagelli sembra in qualche maniera voler evocare, soprattutto nella lirica “il farmaco” ma anche in “terzo piano” dove l’explicit del testo poetico sembrerebbe stavolta abbastanza palese nella sua finalità comunicativa quando asserisce, in una maniera che sembra essere l’epilogo di una vera e propria indagine, che “l’equilibrio è di carta” (19) ad intendere dunque che la vita dell’uomo non è altro che un grande foglio di carta. Essa va scritta, è vero, ma Pagelli ci ricorda che la carta, un po’ come la seta di un’altra lirica, è un materiale corruttibile, che vive in uno stato transitorio di calma e conservazione ma che, sottoposto a carichi, intemperie emozionali e imprevedibilità di sorta, è soggetto di continuo alla lacerazione e all’annullamento.

La silloge “Bestiario d’ufficio” chiarifica da subito l’intento, direi polemico ma assai efficace e ben proposto, del Nostro: quello di descrivere, come nella più antica tradizione greca delle Favole, le componenti sociali, i vari tipi di uomo per le loro attitudini e propensioni, a degli animali. Ne viene fuori un bestiario assai curioso che non ha nulla a che vedere con quelli del periodo medievale, sebbene le poesie del Nostro siano talmente chiare e ben delineate nella resa delle immagini da figurarci mentre leggiamo la resa iconica, il prospetto grafico, di ciò di cui parla.

Assistiamo così a una carrellata di uomini-animali che tanto ci richiama alla mente le bestie orwelliane ma anche gli animali in lotta tra loro nelle celebri Favole sciasciane. In questi componimenti Pagelli poeta sembra risaltare meglio che in ciascuna parte del libro in versi lucidi e fulgenti che ci parlano con una leggerezza che nasconde titubanza, della

urticante indifferenza delle cose” (26), di una condizione di vera e propria spoliazione come avviene nella lirica “la coccinella” e della seduzione che va spesso a braccetto con l’avvenenza nella poesia dedicata alla pantera. Se il ragno bianco diviene espressione di una manipolazione studiata, di un pragmatismo logico improntato alla resa personale, è anche testamento di un’ipocrisia sociale che andrebbe depennata anche a beneficio di quei tanti polli che spesso vengono “sbranat[i] tutt[i], anche l’osso” (30) in una famelica scala alimentare dove il debole è anche il più sfortunato.

Nei “Caffè in sette quarti” è curiosa la costruzione dell’immagine temporale (sette quarti ossia un’ora ed un quarto) tanto che la minuscola plaquette non è che un tentativo di desacralizzazione della frenesia e del tempus fugit (in “quartina n.1” si legge all’apertura “tutto in fretta”, 35). Con questa chiave del tempo che corre si sposa l’amalgamante fluidità del verso del Nostro dove il linguaggio sembra farsi leggermente più condensato ed elegante, i versi si asciugano e divengono molto più sintetici proprio per sposarsi con quell’esigenza di dire quel che va detto nel minor spazio-tempo possibile. Particolare attenzione meritano la “quartina n. 3” e la “quartina n. 6”. Nella prima difficile non notare l’adozione di un sistema ritmico di tipo baciato che permette di recuperare una musicalità, seppur ridondante, forse leggermente appiattita in altri componimenti. Con l’immagine della Madonna di gesso Pagelli non ha nessun desiderio di immettersi in un canale religioso, né di affrontare speculazioni teologiche o liturgiche, piuttosto è l’immagine-impulso che motiva alcuni veloci ragionamenti. Dall’universale si passa, dunque, presto al sessuale, cioè dal celeste al meramente scatologico. Anche la religione, quale attaccamento personale e attività dell’uomo, nella società contemporanea finisce per dover sottostare al trantran velocistico di una mondo dove l’ipercinesi e l’iperattività impediscono la conquista e la conservazione di una situazione di tranquillità. La specificazione del materiale di cui è fatta la madonna, il gesso, è elemento in sé innocuo e vacuo ma al contempo rivelatore e dissacratorio a testimoniare la farraginosità e incompiutezza di ciò che esso rappresenta. Se l’autore avesse parlato di una madonna di bronzo l’immagine che ne avremmo ricevuto sarebbe stata quella di rigidità e forza, se avesse parlato di una madonna d’oro ne avremmo colto lo sfarzo e il lusso, ma il fatto che sia di gesso, costruita con materiali poveri, e particolarmente esposta agli attriti dall’ambiente ne fa una rappresentazione minimizzata, svilita, impoverita e in qualche modo anche depauperata dell’aura celeste. Ecco perché essa più che la rappresentazione di ciò che è si manifesta per il materiale di cui è fatta: non è altro che una suppellettile fragile posta da qualche parte, nolente abitatrice delle vicende degli altri, voyeur della frenesia sociale come pure di un impudico atto sessuale che può avvenire, come il raccoglimento in preghiera, sotto i suoi casti occhi.

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Claudio Pagelli, autore del libro

La “quartina n. 6” parla della “fame feroce negli occhi” (40) che non è quella di qualche povero bambino affamato che vive in qualche recondito ambito del mondo, ma quella dell’uomo contemporaneo asservito alle spossanti logiche del consumo e della lotta per l’apparenza. Nella promozione che si anela, come pure nell’assunzione che si vive come utopia paludosa, ci si comporta con un atteggiamento falsamente agonistico con il prossimo dettato invece da profonda invidia, malcelata comprensione, inosservanza e spietata freddezza. L’interesse dell’oggi è spostato così non tanto nella conservazione e nella inaugurazione di rapporti sociali concreti, ma nell’accaparramento del bene (più o meno di lusso) funzionale alla creazione di una immagine di dominio nonché alla impavida rincorsa a un celebrativismo ridicolo quale è appunto “comprarsi quelle scarpe coi tacchi…” (40). I bisogni personali del singolo, ciò che economicamente potremmo definire come i beni primari, vengono spesso sedotti ed annichiliti, scavalcati, dall’ambizione, dalla lotta tra pari, dall’egocentrismo e dalla sprizzante velleità che fa del consumo e della mercificazione di tutto i capisaldi della dottrina amorale di cui respiriamo i vapori.

Approssimandoci alla plaquette successiva, “Burattini”, sembra allora possibile completare quel sistema di collegamenti e rimandi inaugurato con la silloge “Bestiario d’ufficio”, rintracciando sulla carta in maniera assai chiara i parallelismi tra animali viziati e persone perse nelle proprie ambizioni. Non è un caso che esse non siano più, in pratica, delle vere e proprie persone ossia fatte di carne ed ossa, ma piuttosto di legno, tanto da essere burattini, esseri inanimati che vivono solamente per mezzo dei movimenti indotti da qualcuno. La società, allora, sembra chiosare Pagelli, sembra avere nella nostra attualità proprio questa deformante e allarmante verità: quella di trasformare l’uomo in burattino, in un alieno privo di quella compagine ricca e nutrita di rapporti umani, emozionalità divampanti, carica empatica, comprensione di sé e del mondo, consapevolezza lucida volta a perseguire un atteggiamento attivo e conscio piuttosto che passivo e subalterno.

Tra le poesie presenti in questa raccolta lodevoli sono “l’attore”, doppiezza di ruoli in un unico corpo, colui che sa ridere in pubblico mentre piange internamente o colui che millanta, infastidisce, provoca, assurge a realtà altre, falsifica, si mimetizza o addirittura, come è lui in presa diretta ad asserire, “posso pure insultarti/ dire quello che penso e il suo rovescio” (46). Al sarcasmo costitutivo dell’attore che è un mentitore sagace segue la raffigurazione icastica e puntuale della “manager” della quale il Nostro dà alcune informazioni necessarie ad inquadrare la sua figura. Egli ci parla della sua “lingua svelta” (47) ma anche della sua disponibilità in termini sessuali che, in chiusa, la rendono “una cagna” (47). Il Nostro non manca di ravvisare come pure a certi livelli persista un sistema mafioso e marcio dove anche i rapporti occupazionali e lavorativi sono gravati dal ributtante sistema della mercificazione e del baratto sessuale, dell’intimidazione e del ricatto. La poesia “L’allenatore” fornisce l’ennesimo inganno e cattiveria che possono intaccare le giovani generazioni che, intimorite in qualche modo dal loro coach che pretende sempre il meglio nelle loro prestazioni, non è in grado di vedere i suoi ragazzi come persone che hanno bisogno di ascolto e vicinanza, magari pure amicizia, piuttosto che un mentore vanitoso e intransigente, prepotentemente sadico al punto di manifestare una chiaroveggenza schifosa se non seguono le sue direttive.

Ci approssimiamo, così, alla chiusa del volume, all’ultima plaquette, quella intitolata “La balena bovisa” che in qualche modo riallaccia i tanti fili lanciati dal Nostro nel corso del lavoro a tessere con sapienza e artificio un lavoro che è sicuramente ben congegnato, attentamente elaborato nell’adozione di una prosa pungentemente visiva, icastica ed istrionica al contempo, pregnante di realtà dure e cementata sulla sconfessione delle storture che cancrenizzano la società.

Nella poesia “il singhiozzo” Pagelli affronta in maniera alquanto atipica il tema del silenzio sostenendo che esso è assai più educato dell’indifferenza e di ogni altro rapporto umano che maschera un’assenza di qualche tipo. Meglio tacere che dire stupidità o tentare di dire il vero sprofondando, invece, nel pozzo senza scampo dall’ipocrisia. L’inquinamento acustico, allora, non è una vera contaminazione dell’aria dovuta alle onde sonore di macchinari e altri aggeggi umani, ma è piuttosto dovuta alla confusione di dialoghi, alla commistione di odi e rancori, all’imbarbarimento delle coscienze che ammorbano l’ecosistema facendolo precipitare in un antro tossico e dunque mal vivibile.

Anche il piccione che cerca un po’ di clemenza, la gratuita donazione di qualche insignificante briciola nella poesia “campus durando” finisce per farne le spese. L’inappropriata e scurrile bestemmia di una ragazza per un accadimento privo di rilevanza è talmente assordante da trasformare questa scena postmodernamente arcadica (il parco della città) in una gravosa discesa agli inferi (sotto la piazza). La tranquillità è spezzata e per sempre, l’oltraggio è stato commesso e la natura ne subisce le conseguenze. La morale (ma non è una vera morale perché Pagelli non intende insegnare niente, piuttosto far riflettere) è che ci si arrabbia troppo facilmente e per tutto e che le reazioni sono sempre spropositate, ci si infiamma e si agisce con impulso ed avventatamente senza percepire mentalmente che le azioni a un dato episodio accaduto possono essere ulteriormente peggiorative per lo stesso nonché per la nostra salute.  Viene da chiedersi allora, nella poesia appena richiamata, il vero animale è il piccione che geneticamente e con l’atavica fame che lo caratterizza è portato a beccare attorno ai nostri piedi alla disperata ricerca di qualcosa da mettere nel gozzo o è proprio la ragazza che dell’animale ha in effetti assorbito le sembianze con le quali convenzionalmente distinguiamo tra bestialità ed umanità? Pagelli mi pare di capire che pone questo quesito ed altri, in parti simili, su altrettante questioni di vitale importanza e di fresca attualità.

La dentatura pericolosissima della balena della Bovisa che chiude la raccolta tra inquietudini, ripensamenti e perplessità non è altro che la maestosa scalinata della stazione Centrale di Milano. Entrare nella frenesia di un punto nevralgico quale è la stazione milanese è allora sinonimo di immettersi in una foga comunicativa dove è la cacofonia a dominare, la calca fastidiosa, lo struscio spersonalizzante, l’annebbiamento della vista, l’inasprimento della malinconia del luogo che si lascia. Tra qualche signora che ha appena terminato di fare shopping in costosi negozi del centro, in un angolo dorme un barbone, nel disprezzo e l’incuranza dei più. La stazione è allora l’ampio stomaco di questa balena stanca e imbizzarrita, delusa e ammorbata che al suo interno ha appena trangugiato maldicenze, viltà, ipocrisie e i vizi in cui l’uomo, impareggiabile, è maestro. A livello psicanalitico il sogno di essere stato mangiato da una balena e di vivere nel suo ventre (mito di Giona, storia di Pinocchio) corrisponderebbe all’esigenza inconscia di prendersi un periodo di pausa, una sorta di ritiro momentaneo dal mondo, necessario per metter un freno al corso degli eventi, elaborare meglio un accadimento (come un lutto), prendere le distanze temporalmente dal mondo di fuori per approfondire il proprio microcosmo. Alla stasi fa seguito una rinascita e quindi l’isolamento negli antri dello stomaco del cetaceo è positivo perché a una finta morte (il trangugiamento) corrisponde poi la rinascita (la fuoriuscita dal suo ventre) come persona maggiormente assennata e pacificata. Il riferimento collodiano salta visibilmente alla mente (una delle sezioni del libro, oltretutto, e come già detto, è intitolata “Burattini”) ma alla disperazione per la scomparsa del genitore come avviene in Pinocchio, Pagelli ha adoperato con pertinenza una riattribuzione di significato: la profonda pancia della balena è la società nella quale viviamo, conca di mancanze e disattenzioni, voracità e rincorse sfegatate al potere, bramosie vergognose, ricatti indicibili. Tutti, a vario livello, ne siamo in qualche modo assuefatti “nel solito carnevale” (25) nel quale viviamo. Resta ben inteso a questo punto che “la vocazione della balena” non è altro che una metafora prelibata e ricca dell’esigenza stringente di non lasciarci fagocitare dalla macchina stritola-coscienze della contemporaneità accelerata.

LORENZO SPURIO

Jesi, 11-12-2015

“Un profumo… un ricordo” di Gaetano Catalani, recensione di Lorenzo Spurio

Gaetano Catalani, Un profumo… un ricordo, Accademia Barbanera, Castiglione in Teverina, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

9788888539805L’intera raccolta poetica del calabrese Gaetano Catalani diparte da un rapporto conflittuale e instancabile con la massa temporale, percepita il più delle volte come sadica e incontrollata ingannatrice dei destini umani. Il poeta sembra non riuscire a staccarsi dalle scaglie intime del passato che spesso ritornano talmente vivide in lui da anelare una sorta di scioglimento dell’esistenza in quel tempo che fu. Come il titolo del volume ben rimarca, il ricordo riaffiora sia in maniera voluta, dunque razionalmente, nei nostri tanti tentativi che facciamo per voler ricordare un momento o una persona con quella nitidezza ormai svanita, sia sulla base di un profumo percepito, una immagine vista, una fragranza percepita, un luogo vissuto e, comunque, tutti quegli elementi che nel presente permettono una riappropriazione della vita passata. Il ricordo allora è prevalentemente inaspettato e fugace, un lampo di barlume emotivo che riscalda il cuore e conforta ma che non è in grado di infrangere quella malinconia titanica, quel senso di desolazione che, al termine delle nostre giornate durante le quali abbiamo avuto la testa assai piena di incombenze, torna a visitarci tanto da renderci assai vulnerabili per la mancanza di un caro, l’errore di una scelta fatta, la decisione presa avventatamente o semplicemente la nostalgia del proprio borgo dove allegramente si giocava.

Lo scorrere del tempo attua un lento ma inesorabile mutamento tanto degli oggetti (si veda, dunque, come può cambiare il tessuto urbanistico nel corso di due o tre decenni) quanto a livello personale, fisico, concretamente visibile sul nostro corpo. Se è impossibile e oserei dire vanitoso cercare di porre un freno (illusorio) a questa impavida avanzata, è senz’altro possibile, anzi auspicabile, che con esso si instauri un dato legame. Non quello del terrore o della demonizzazione piuttosto un rapporto speculare che permetta l’analisi del presente per mezzo della vita del passato che sia in grado cioè, di permettere di tracciare le linee del futuro sulla scorta delle esperienze e delle maturazioni ottenute nel suo trascorso. Se la logica può aiutare in un discorso di questo tipo, l’emozionalità e con essa tutto ciò che concerne la confessione autentica del sentimento del singolo, non può trovare accoglimento in questo confronto rilassato e pacificato col tempo. La memoria dei cari, l’attaccamento alla figura della madre, la sfibrante spossatezza per la perdita di un punto fermo e con esso dell’ambiente che circondava momenti di vita felice finiscono per apparire come aghi talmente fini da non poter essere visti, capaci, però, di oltrepassare l’epidermide e far sanguinare. Si tratta pur sempre di un dolore contenuto e parco, che non dà sfogo in atteggiamenti autolesionistici o pericolosi, ma che comunque va a confluire nella compagine frastagliata della consapevolezza dell’uomo nel suo presente storico. Spesso, come è il caso del Nostro, neppure un più serrato avvicinamento alla religione, dispensatrice di speranze e fuoco divampante dell’amore, può dirsi utile nell’edulcorazione delle memorie che risalgono alla mente lasciando uno strascico di dolore e mestizia. Il pianto, allora, è la forma più spontanea che sembra dar sfogo, seppur non duraturo, a un tormento che si vive momentaneamente in un attimo di sconforto o semplicemente di maggior vulnerabilità. Con esso la lode, l’invocazione, diventa la forma comunicativa più utilizzata (“Rispondimi dal cielo, mamma cara”, 19) nel vacuo tentativo di ricevere una risposta altrettanto chiara e sentita.

Nelle poesie di Gaetano Catalani appare spesso la simbologia della nave che veleggia in un mare tumultuoso di ricordi e avversità dove spesso l’io lirico sembra percepire l’affiorare della memoria proprio come una nave che, baldanzosa e in venti di bonaccia o avversi, cerca un felice traghettamento alla costa. Ciò è per lo più impossibile e la visione della nave (dunque l’appropriazione del ricordo) rimane sempre per lo più distante, percepita come in una vista panoramica in cui è palese l’inabilità dell’uomo di poterla concretamente percepire. È una nave che, a intervalli si avvista, non senza difficoltà, tra i vapori e le brezze in rigurgito, di un mare che non è mai piatto come forse vorremmo.

Gaetano Catalani ci parla con un tono intimo di quei momenti in cui soffre del “rimpianto e l’ansia della sera” (25) momento nel quale il passato che si vorrebbe abbracciare tanto da sciogliere nel presente si è invece fatto roccia ed è insondabile. Esso è ormai un lastricato di cemento, saldo e freddo, dove si stagliano, pietosamente, i “momenti ormai perduti” (25).

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Gaetano Catalani, autore del libro

Struggente e assai romantica la poesia “Una nebbia sui ricordi” nella quale il Nostro sembra parlare sottovoce della figura dell’amata madre, ripercorrendo istanti di un presente dominato dalla vecchiaia e con essa dall’inasprimento di una malattia degenerativa che con l’usura del corpo porta con sé anche l’annientamento della mente. Il Nostro cerca di coinvolgere la donna in un colloquio assai sofferente nel tentativo di poter udire la sua voce (“China la testa ma non mi risponde”, 28) mentre ormai lei sembra viaggiare su lidi diversi che l’hanno privata della consapevolezza: “La sua memoria s’immerge nel vuoto” (29). Nel doloroso carme di un uomo profondo che in qualche modo non accetta il depauperamento della coscienza e con essa la perdita del mondo che fu, “ritorna la nebbia e lei già non ricorda” (29).

C’è spazio nella raccolta anche a componimenti dedicati più propriamente alle pieghe amare di un mondo in subbuglio dove sono la meschinità e il malaffare a dominare. Così come avviene nella lirica “E venne il giorno più bello” nella quale si rievoca un episodio della Calabria mafiosa con i suoi “fuoc[hi] di lupara” (31) e la “malerba […] [che] non vuol morire” (31). Amara la chiusura della poesia ispirata a una terra di miti e di odori speziati che diviene “prigioniera,/ senza catene, ma nell’omertà legata” (31). Sembra in un certo qual modo percepire il tono duro e ammonente del Sciascia mafiologo nella chiusa dove Catalani annota con una veemenza priva di retorica una nefanda realtà: “La storia si ripete sempre uguale” (31). La criminalità organizzata ritorna nella lieve poesia ispirata al “Giudice ragazzino”, emblema di una promessa autentica alla legalità che viene ripagata con le nefandezze della violenza: “Lampi di fuoco arrivarono improvvisi,/ a nulla valse la corsa fra gli aranci,/ e sotto un fuoco incrociato di lupare/ crollasti come aquilone senza vento” (34). L’assassinio del ragazzino che cade tra gli aranci che sprizzano vita è emblema fastidioso della morte che convive con la vita, dell’indifferenza connaturata nell’uomo che si protrae nei confronti degli altri con i derivati pericolosi dell’egoismo, dell’autorità e della supposta legittimità nell’uso di un codice d’onore che tutto può.

Ogni componimento del libro gode di una sua luce, cioè di una potenza visiva ed emozionale talmente forte ed accentuata capace di provocare nel lettore un senso di fastidio e di ribellione, nel caso dei carmi civili, o di una compartecipazione intima al dramma del Nostro nella divampante disillusione di un tempo feroce che svilisce il ricordo.

Menzioni particolari, oltre alla poesia “Una nebbia sui ricordi” vanno alle liriche “Il tarlo” e “Non sei diverso, vivi solo nel tuo mondo” dedicate entrambe al mondo della malattia. Ne “Il tarlo” il Nostro traccia con imperitura attenzione l’immagine di splendore e felicità di una ragazza al traguardo negli studi che dovrebbe esser felice per aver tutta la vita dinanzi e che, invece, vive già con un tormento per lo più sottaciuto ma che ingabbia il suo cuore. Quello di una malattia invalidante e degenerativa nella quale le “gambe s’intorpidi[scono]” (36) che potrebbe essere la Sclerosi Multipla dacché il poeta stesso chiarifica in un verso che “C’è qualcosa che la mielina distrugge” (36). Un fiore che si appassisce di colpo prima del tempo gravato dai dettami di una malattia infingarda che non ha una vera cura risolutiva. “Oggi sei una nuvola” (36) annota il Nostro approssimandosi alla chiusa nella quale sono vibranti la commozione e il senso quasi d’asfissia che si provano dinanzi ad un dolore ampio e ingiusto.

Nella lirica “Non sei diverso, vivi solo nel tuo mondo”, Catalani affronta con la profondità di sentimento che gli è propria e che lo caratterizza in maniera distintiva nell’ampio panorama del fare poetico attuale, il mondo della disabilità sensoriale. Sembrerebbe la cecità (“i suoi occhi scrutano/ ma non le guardano”, 37) ma più probabilmente ci troviamo dinanzi a una persona sorda (“le mie parole sentono,/ ma non le ascoltano”, 37). A dominare su questa assenza sensoriale, alla penuria di forme esperibili della conoscenza, alla fatica di interagire col mondo, sono i versi più luminosi ed incoraggianti dell’intero libro che il Nostro ci regala con viva generosità a manifestazione della sua anima sentitamente ricca e sensibile: “Ma il silenzio non si può ascoltare,/ si può solo percepire come un profumo” (37).

Grazie Gaetano Catalani!

LORENZO SPURIO

Jesi, 12-12-2015

“Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte” di Davide Rocco Colacrai, recensione di L. Spurio

Davide Rocco Colacrai, Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte, Progetto Cultura, Roma, 2015.

Recensione a cura di Lorenzo Spurio 

le-trentatre-versioni-di-unape-di-mezzanotteLa nuova fatica letteraria di Davide Rocco Colacrai, Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte, richiama subito, con viva curiosità e compartecipazione, l’attenzione del lettore. Non solo il titolo, acchiappante ed enigmatico, sul quale cercheremo di dire qualcosa ma anche l’immagine astratta, pluricromatica, di un’opera artistica di Francesca Fumagalli.

Questo libro di poesie contiene in sé una molteplicità di codici linguistico-comunicativi: dai versi del Nostro, alle immagini rese in bianco e nero, opera di Mirko Bassi che, pur non fornendo la completa concretizzazione visiva di ciò di cui il Nostro parla, sono senz’altro un buon corredo e motivo di maggiore elucubrazione.

Il titolo di un volume è sempre importante perché in base alla suggestione o all’indifferenza che nutriamo verso di esso, ci avviciniamo in maniera diametralmente diversa al testo, ai suoi contenuti, ed ha quindi una funzione premonitrice, in qualche modo, del grado di saziabilità che il lettore potrà maturare poi nella lettura. Questo, chiaramente, non sempre accade ma nella stragrande maggioranza dei casi, sì. Nel titolo si parla di “versioni” quasi da intendere l’intento del Nostro di avvicinarsi sempre più a una stesura ultima e definitiva, a una resa perfetta pur se ancora pefettibile delle sue vicende liriche. Le versioni non fanno che pensare a quelle noiose di qualche lingua classica e dunque a un mondo di sofferta sopportazione dove era l’elemento della traduzione da una lingua ad un’altra, la trasposizione di codici linguistici diversi, a dominare. Vien da pensare anche ad altro e, comunque, a un’idea di pluralità, di un lavoro di cesello e studio, di perfezionamento e di continuo impiego di mezzi volti all’attuazione di una completezza più viva e concreta. Il “trentatré” è significativo quale numero per la simbologia che richiama essendo la duplicazione di due cifre “tre” che richiamano non solo la Trinità ed hanno quindi una chiara valenza religiosa, ma anche la perfezione, la forma del triangolo con i tre vertici e, ad ogni modo, il senso di chiusura e indipendenza. Ci si chiede, poi, cosa possa combinare un’ape a mezzanotte quando solitamente l’insetto è percepibile come un abitatore esclusivamente o prettamente diurno. L’orario, quello della mezzanotte, chiama senz’altro in causa il senso del limite, di quella frontiera labile e invisibile tra il già stato (il passato) e quello che si annuncia (il futuro) marcando, dunque, un tempo irreversibile e quasi sospeso, difficile da concepire in maniera completa.

Queste sono delle mere riflessioni che ho fatto approssimandomi al volume di cui, passando alla lettura del contenuto, ho oltremodo apprezzato la carica visiva del verso ossia la profonda competenza del Nostro nell’elargire immagini nitide aperte all’evocazione e dunque alla trasposizione di altro, il tutto con un linguaggio paradigmatico, spesso pieno di ossimori e di accostamenti inconsueti.

Concettualmente il Nostro parte dalla macro-tematica del tempo che ha sempre influenzato o tormentato poeti e scrittori per dar sfogo a riflessioni piene di obiettività nonché lucide su quanto è capace di osservare nella vita di tutti i giorni: “ogni ricordo è una ruga/ ogni ruga è un tempo/ il tempo è un sogno solo tentato” (16). Se, allora, il tempo è un sogno, è intuitivo credere che Davide Rocco Colacrai non ravvisi in esso il potere titanico che si concretizza nel veloce scorrere, nell’inclemenza dell’incedere e nella trasformazione dell’organico, piuttosto viene concepito come una presenza che è tale perché così abbiamo deciso di percepirla. Il tempo, che è qualcosa di impercettibile e difficilmente definibile, non permette, infatti, una efficace operazione di analisi dello stesso né di eventuali partizioni della materia per poterlo meglio indagare: la costruzione dell’orologio, la divisione del tempo in minuti, ore, giorni, etc. è una mera invenzione umana volta a garantire un più pratico ed efficace approvvigionamento dell’uomo nei confronti dell’esistenza. Ma il tempo non esiste, esso è vacuo e infertile, non è palpabile, non è circoscrivibile, proprio come un sogno, che non ha legami di sorta, non ha una fine né un inizio, non pretende l’osservanza di regole o dettami.

Particolarmente rilevante all’interno della silloge risulta la poesia “I giorni della vendemmia (1984)” nella quale il Nostro rievoca ricordi nella cornice arcadica della vita di campagna il periodo della vendemmia in unione con i nonni. Nella prima strofa colpiscono i riferimenti assai precisi, direi quasi tratti da una cronaca, che il Nostro ci fornisce e che meglio permettono di definire il contesto storico-sociale: “si vedeva Berlinguer in televisione” (21). Il dolce ricordo di quell’esperienza a contatto con la Madre Terra è a suo modo gravato da una contraddizione piuttosto palpabile: le preghiere recitate coi nonni durante il periodo di vendemmia sono inframezzate alle letture di Pier Vittorio Tondelli, autore iconoclasta e immagine delle mode libertine degli anni ’80. Davide Rocco Colacrai in questa lirica di velati rimandi anacreontici traccia il suo affacciarsi al mondo quale uomo in seguito alla “scoperta della carne” (21). Momenti che il Nostro ripercorre con la lievità del ricordo non mancando di sottolineare quanto il “toccare a piedi scalzi la terra” (21) fosse un atto rinfrancante e pacificante.

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Davide Rocco Colacrai, l’autore del libro

Varie altre liriche sembrano, invece, adottare un procedimento immedesimativo al quanto differente dove è un atteggiamento di mimesi distanziata,  di personalizzazione altra (vien in mente il teatro didascalico di Brecht) a permettere di affrontare un tema assai delicato, quello familiare. In queste liriche, nelle quale spesso l’io lirico si fa femminile, il Nostro affida alla carta passioni e timori, considerazioni e stati d’animo di una ragazza in relazione al rapporto con il genitore paterno. Ciò avviene in “Il mio babbo ed io”e ritorna in “La vita segreta di un’ape”. La possibilità che il Nostro abbia desiderato far parlare la natura animale (la cagna e l’ape) facendole intervenire dialogicamente nei pensieri comunicativi dell’io lirico è, appunto, una possibilità che non va del tutto scartata. Ma se decidiamo di permanere su di un piano oggettivo di analisi, curiosa è la situazione che il Nostro più volte dipinge in cui l’universo familiare sembra in qualche modo frammentato e asfittico, dove la figura del padre viene divinizzata e la madre è completamente assente. La bambina (o ragazza) tra questi “cerchi stanchi d’ape” (28) è come se vivesse un’accelerazione temporale: è sì bambina, ma in pratica attua come donna adulta, divenendo madre di suo padre, in un paradosso contenutistico sul tema-cardine del tempo che senz’altro chiama a una maggiore riflessione.

Il mito demitizzato dell’infanzia è presente anche in “Capitolo 9” in cui si legge una attestazione originale che in qualche modo si lega alla poetica pascoliana del Fanciullino e che ha di certo una seria componente psicanalitica alla base: “forse un uomo/ rimane sempre il bambino che è stato” (33). In “Mia madre è stata una bambina” il Nostro rintraccia la fase infantile in un tempo prodromico e introduttivo alla vita, uguale ed universale per ciascuno, riflettendo appunto sull’età nella quale la madre era bambina mentre ora è configurabile solo come una “ombra” (38) la cui voce va ricercando in quella del vento e della polvere.

Nitidi intenti civili si ravvisano in “C’era una volta l’Argentina di Juan (1979)” dove il Nostro si riferisce al fenomeno massiccio di rapimento, segregazione e occultamento operato dalle forze governative durante i governi presidenziali-militari di alcuni paesi del Sud America. Davide Rocco Colacrai con il suo componimento, che si caratterizza per versi di media lunghezza, è capace di trasmettere nel lettore il senso di stordimento e delusione per una infamia tanto grave, protrattasi per troppo tempo e che ha privato a milioni di congiunti non solo di riabbracciare il proprio caro ma di poter avere i suoi resti dove poter piangere. La silente e invisibile deportazione di tanti uomini è descritta dal Nostro come l’atto di svanire, come se fosse possibile dal giorno alla notte far sparire centinaia e centinaia di persone dalla faccia della Terra. Corpi sottratti alle famiglie, agli amici e a una esistenza da vivere, ad un suolo dove poter esser contemplati tanto da divenire “ombre [che vagano] in punta di piedi” (39).

A suggellare questa interessante plaquette foriera di divagazioni di vario tipo sono alcuni componimenti scritti in sintonia con altri poeti, a quattro mani, come la poesia “Manny e l’infinito” scritta assieme al poeta bolognese Stefano Baldinu.

Lorenzo Spurio

Jesi, 13-12-2015

“L’ Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta” a cura di Lucia Bonanni

L’ Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta

Lettura critica del suo mondo poetico, partendo dall’analisi della silloge  Anima di Poesia (2014)

Soffi leggeri di quel vento
di poesia… pervade e abbraccia
l’anima nel più profondo.
                    Emanuele Marcuccio
Mi rapisce
l’alta armonia, suprema riecheggia
immenso amor;
arte: felicità soave
che per l’ampio calle mi commuovi.
[E]roico canto, risuona!
                         Emanuele Marcuccio
Chi scrive parla di cose che tutti conoscono e che non sanno ancora di conoscere. Il senso della letteratura è il senso del lavoro di un uomo  che si esprime con carta e penna. Scrivere è trasmettere sguardo interiore alle parole, ricercare un nuovo mondo nella propria mente con pazienza, ostinazione e gioia. <Scavare un pozzo con l’ago> è un bel modo di dire turco che descrive il lavoro dello scrittore. Credo che la letteratura sia il tesoro accumulato dall’uomo nella ricerca di se stesso” (Orhan Pamuk, La valigia di mio padre).
Nella segreta geometria della vita Emanuele Marcuccio è esempio di scrittore che lavora con pazienza, gioia e perseveranza, sviluppando un mondo suo personale. Egli scrive per la necessità innata di scrivere, per abitudine e per passione, scrive per trasformare la realtà, non essere dimenticato e riuscire ad essere felice. “Perché io sia felice è necessario che ogni giorno mi occupi un po’ di letteratura” (O. Pamuk, op. cit.) e Marcuccio ogni giorno si lascia avvolgere dalle consolazioni che gli derivano dalla pratica letteraria. La sua ispirazione poetica è “un’ispirazione drammatizzata” in cui egli si apre agli stimoli che gli giungono dall’esterno come ai luoghi della mente e alle nebulose che avvolgono la memoria e il ricordo, regalando sempre felicità al lettore. Il suo lavoro è imperniato sul voler capire fino in fondo i segreti che una strada, la gente, un albero, il mare, il sole, le navi, le case, gli amici e tutte le vicende umane possono trasmettere e rivelare così immediatezza di scrittura e la responsabilità verso l’attitudine dello scrivere. In questo suo percorso Marcuccio è come un Robinson  Crusoe che si perde in un’isola poetica e come un Don Chisciotte che non combatte contro i mulini a vento, ma si fa portavoce di libertà interiore. Con i suoi scritti offre senso di appartenenza, incuriosisce, si traspone nell’altro e fa vivere speranze in un modo ricco e profondo. Come afferma Mallarmè “Ogni cosa nel mondo esiste per essere inclusa in un libro” e Marcuccio nei suoi libri, oltre a se stesso, include l’Umanità intera. E parla della forza immaginaria di un’anima racchiusa dentro una cornice di versi.

Anima di poesia che mi abbracci

nell’attesa, nel silenzio,

mi sembra di sognare…

Anima di poesia, non svegliarmi,

lasciami ancora sognare…[1]

Cover_front_Anima di Poesia_originale_900In questi versi il poeta esprime amore e trasporto emotivo verso l’arte poetica, si lascia abbracciare, si lascia vezzeggiare e ninnare dalla Musa tanto che gli sembra di vivere un sogno talmente bello che non vuol svegliarsi, ma tenere intatta la magia del momento. È una lirica pervasa di quiete, illuminata da luce soffusa e dalla “limpida meraviglia/ di un delirante fermento” e come Ungaretti anche Marcuccio scava nel proprio silenzio per trovare la parola giusta e affinare il verso.
Cultore e appassionato di musica classica, nei grandi compositori trova “riflessi di cose calme (e) una luce nasce nel suo petto” e come per Federico García Lorca, al quale ha dedicato ben quattro poesie,  le musiche di Debussy sono per lui motivo di ispirazione poetica. Nei suoi versi “Gli odori della notte/ si disperdono nell’oscurità/ [e] si assottigliano nell’immensità” oppure, come nella lirica “Bach”, le note si rincorrono a formare un’ “Architettura perfetta/ [di] armonia infinita”. Nella lirica “Gli odori della notte” le forme verbali, ben calibrate e centrate nel verso, “si disperdono”,  “si assottigliano”, “si  dileguano” sono  legate alle  forme lessicali dei complementi di luogo “nell’immensità”, “nell’oscurità”, “nell’oblio”  e fanno risaltare l’andamento musicale della lirica e danno maggior rilievo alla scelta non casuale degli aggettivi più che una partitura di parole che si muovono sul pentagramma della pagina di scrittura. Da notare in questa lirica la finezza espressiva che mette in relazione i concetti espressi dai verbi e dal lessico e che sono complementari e contrari. L’oscurità dà senso di vuoto, è dispersiva e attutisce i rumori, l’immensità dà senso d’infinito e in essa le cose divengono sempre più sottili e invisibili man mano che percorrono lo spazio cosmico.
Nella lirica “Eternità” scritta per omaggiare il poeta Nazim Ikmet, l’avverbio di luogo “oltre” è ripetuto in anafora per ben  cinque volte per dare forza al discorso poetico e rafforzare l’idea che  la poesia è comunicazione che rende più consapevoli e responsabili gli uni verso gli altri e fa scoprire umanità. La vicenda del poeta turco avvince e rammarica al contempo; i periodi di prigionia non affievoliscono la sua vena poetica, anche se gli viene negato il lapis e un pezzo di carta ed egli è costretto a trasmettere a mente i suo versi a chi si reca a fargli visita. “La mia vita si disperde in me e si ritroverà in te per lungo tempo e nel mio popolo per sempre”. Così “Oltre quel fumo,/ […] quella porta,/ […] il mare immenso,/ […] l’orizzonte sconfinato” Marcuccio pianta l’olivo della Pace e traghetta il poeta verso un nuovo domani. Il filo rosso che lega le liriche “Io sole”, “Girasoli” e “Torna l’estate” è una gamma cromatica variegata e fulgente; qui il sole assume carattere di creatura composita, è “riflessivo e meditativo” e si mostra figura dialogante mentre l’io lirico del poeta fa da narratore interno e ricorda alla luna  che lei è “sovrana/ […] nell’ampia notte” e la sua “ombra d’argento/ sovrasta la terra” mentre “il giorno è il [suo] regno” e i suoi raggi “corrono lungo/ il tempo e lo spazio”. C’è una nota di malinconia in questa trasposizione scenica in cui l’esistenza è fugace e la corsa inesausta del sole ricorda che “il tempo fugge”  e “la terra brucia” nel suo moto di rivoluzione intorno a quel dio pagano, venerato e amato fin dall’antichità.
Portami il girasole ch’io lo trapianti/ nel mio terreno bruciato dal salino” scrive Montale e Marcuccio nei girasoli trova “bionde trasparenze” e rinviene la luce della Poesia che “ci fa poeti” e “ci illumina anche di notte”. I “riposi enormi” dell’estate sono per Marcuccio motivo di tedio e stanchezza per l’ “incessante cicaleccio” che si perde per le vie, noncurante di quel “raggio accecante” che fa delle fronde “arbusti accesi”. Ma nella stagione che addensa il clima, l’autore troverà “quel varco di cielo” e “un chiarore d’azzurro” (riprendo la felice espressione di una sua recente poesia) che sapranno mitigare il senso di calma noia che si insinua nel  suo animo e gli porta il desiderio di volare lontano e restare sereno in “altri lidi”. Le belle immagini del “raggio accecante” e degli “arbusti accesi” sono speculari e simmetriche; alla luce forte dell’uno corrisponde il fuoco cromatico dell’altro; immagini nitide per esposizione luminosa, ma per certi versi angoscianti per quel senso di solitudine evocato e che fa pensare alle distese assolate della terra siciliana. Come per i grandi musicisti Marcuccio dedica e si ispira agli scrittori che hanno fatto grande la letteratura e dalle sue letture emergono dediche ai personaggi a lui più cari. La lettura di Manzoni lo porta a scrivere versi di ammirazione per la delicata figura di Lucia Mondella e la casta bellezza della ragazza è descritta nei “capelli neri e vergognosi” e negli “occhi tremanti”; neppure i “vaghi rai fulminei” che di luce inondano la casa natale riescono a scalfire la sua purezza. Il poeta vorrebbe, e qui la voce lirica è quella di Renzo, “naufragare nell’incanto” e nel “soffio dorato del […] sorriso” di Lucia.
Jesi-14-11-2015 (1)È strabiliante vedere la capacità immedesimativa e di trasposizione empatica che Marcuccio mostra nei propri lavori e la sua poetica, che ad una prima lettura potrebbe  apparire come semplice sfogo e soltanto di genere intimista, parola per parola denota e si connota nella poesia civile per la costante  attenzione che il poeta pone al mondo circostante. Da  ciascuno dei suoi componimenti, si evince, sì, la nota intimista, ma è proprio questa il motore di tutta l’impalcatura poetica e che fa scaturire menzione oltre il sé psichico. Ecco allora che la parola si fa di seta e il verso volge la prua verso le vicende umane, gli affetti, gli amici, la bellezza della Natura e la vita nella sua realtà logica e cronologica.
Di una tenerezza infinita la dedica che apre la silloge: “Alla cara memoria di mio padre”, una memoria sacra, indelebile, cadenzata nel cuore e, impressa nell’anima. Una memoria invitta e invincibile che il poeta elabora nella lirica “Caro papà”, mettendo  a nudo la tenerezza del sentimento filiale. Sembrano quasi una nenia questi versi espressivi e concisi in cui dondola il ricordo di quell’uomo “piccolo e indifeso/ in quel letto d’ospedale”. La chiave di lettura di questo componimento sta nei due aggettivi piccolo e indifeso del primo verso e in quello che chiude la lirica “poi l’ultima… basta…!”. Proprio come un bambino piccolo l’uomo dal respiro affannato  e la mano al tatto fredda e assente, invoca la mamma a chiedere aiuto per quell’imperativo categorico che non lascia scampo. Altamente evocativo e coinvolgente il vocabolo “basta” che non necessita di altre spiegazioni perché da solo basta a lasciar intuire il significato, l’epilogo e il commiato.
Gli affetti per Marcuccio sono punto forte di riferimento del proprio vissuto e il sentimento di amicizia è per lui parte fondante delle relazioni sociali e artistiche. Non manca perciò di elaborare versi per gli amici e “Telepresenza”, “Anima di poesia”, “Supersonica”, “Il viaggio”, “Muro, che ti discosti…”, “Pensieri”, “Vento di poesia” sono i componimenti dedicati agli amici e agli autori con cui intrattiene affinità elettive, affinità che trovano accoglimento nel progetto di “Dipthycha”, ideato e curato dallo stesso Marcuccio e che quest’anno giunge al suo terzo volume. L’idea creativa del curatore dà vita a dittici a due voci, grazie anche alla poetessa Silvia Calzolari, musa ispiratrice del primo dittico realizzato nel 2010, con il suo componimento  “Telepresenza” e con “Vita parallela” della Calzolari. Se nel teatro è l’attore a mediare il personaggio e ogni singolo spettatore se ne appropria in una identificazione emozionale, nella realtà virtuale è una “telepresenza/ frapposta da un foglio di vetro” (Marcuccio) in cui “sensazionintese di parole unite/ costituiscono mondi di umanosentire” (Calzolari). Nel teatro del web lo spettatore non ha davanti a sé la cavea, ma “un foglio di vetro impazzito” (M) e una tastiera “in realtà autentiche” (C) in cui l’individuo vive attraverso la proiezione virtuale tutte le problematiche connesse alla propria realtà psichica, riuscendo ad utilizzare il potere espressivo come creatività e catarsi; contenuti ascrivibili alle uguaglianze e differenze  di ciascuno e collegati fra loro da un filo rosso che li lega in circolarità empatica
La tecnica compositiva spesso usata da Marcuccio è quella del contrasto e dell’antitesi mediante la quale mette a confronto immagini, emozioni, vicende e accadimenti. Nella lirica “Punte” elabora una sinossi iconica tra la punta di un albero, probabilmente una conifera, e la punta di un iceberg. Dai rami verdi si sprigiona profumo intenso che inebria il buio della notte; al contrario un ammasso glaciale può procurare solo bufere. Ma l’espressione “la punta di in iceberg nel glaciale/ propaga/ bufere// all’aurora” è da intendersi in senso metaforico, infatti fa pensare ad un dissidio interiore che scatena malessere e bufere verso una speranza nascente ovvero una circostanza non piacevole che va a scalfire idee già organizzate nella mente. Talvolta il senso di solitudine pervade l’animo del poeta che “nelle luci opache” si immagina distante e smarrito e quasi invisibile in mezzo alla gente e per mitigare il suo “agire impedito” traguarda la folla, va oltre, al di là di certi “ammassi/ informi”. “Carpe” è voce latina perentoria del suo animo che lo induce a cogliere il respiro della Musa per ritrovare in se stesso “vasti spazi di possibile” e riempire le mani di compassione e pietà per chi “espia colpa” a causa del furore di eventi nefasti. “Sibila lontano la guerra/ e giunge/ distruttiva…” (“Muro, che ti discosti…”), “Corpi dispersi,/ corpi ritrovati/ vivi e feriti/ che si perdono […]/ che si annullano […]/ nella rovina,/ nel pianto,/ nell’abbandono./ [E] a tutti chiedono aiuto!” (“Per i terremotati d’Abruzzo”).

Tien la luna vecchie strade

a separar gli ammassi oceani

alla superfice

mari la solcano

in prosciugata tranquillità[2]

A “Mare della Tranquillità” mi sono ispirata per scrivere “Anche l’oceano”. Nella lirica l’attacco verbale “tien”, scritto in apocope, rende il verso snello e leggero il cui soggetto è la luna con le sue “vecchie strade”. Quell’aggettivo “vecchie”, che potrebbe sembrare scontato e persino banale, è il perno su cui ruota l’eterna annosità del satellite. In legame covalente col primo, il secondo verso si apre con un’altra forma verbale in apocope “a separar” cui segue un’espressione eccellente, “gli ammassi oceani”. Se l’autore, come scrive nella lirica “Carpe”, avesse usato l’aggettivo ammassati, non avrebbe raggiunto né originalità espressiva e neppure sarebbe riuscito a catturare l’attenzione del lettore. Quell’aggettivo che volge in sostantivo, pone sulla carta l’idea di un qualcosa di compatto, di un qualcosa ammassato con acqua e terra. La staticità è sovrana sulla “superfice” degli oceani, qui intesi non tanto nell’accezione del termine, ma nella vastità dell’ambiente, un’area astronomica, quella della luna, dove ci sono mari che la solcano “in prosciugata tranquillità”. Il verbo solcare è proprio dei natanti che lasciano dietro di sé una scia spumeggiante, ma è proprio anche del lavoro dei campi dove si vedono gli aratri tracciare solchi nella terra. Il sostantivo mare richiama l’idea dell’acqua mentre l’aggettivo prosciugata, participio passato del verbo prosciugare, si connota nel significato di asciutto, di siccità, di secco e desertico. La contrapposizione che sorge tra i due termini, forma un ossimoro che va ad incidere sul sostantivo tranquillità, allargandone il significato anche nel senso di silenzio e quiete.
Come fa notare Luciano Domenighini, quelle di Marcuccio sono <liriche “cosmiche”>, liriche che sanno toccare le corde dell’interiorità, che solcano l’animo e lasciano tracciati di riflessione e completo abbandono alla catarsi. Seguendo il dettato logico delle categorie grammaticali, si possono seriare verbi, sostantivi e aggettivi, disposti in ordine non casuale, come possiamo evidenziare una tassonomia di quelli che sono i vari complementi e le varie figure concettuali.
Le rime a fine rigo, anche le più dotte e articolate, non fanno parte della poetica di Marcuccio che, pur amando la musicalità dei versi e la fluidità della scrittura, affida i suoi componimenti alle armonie imitative e alle figure di suono, facendo leva sui traslati e le altre figure di significato. Il lessico sempre molto ampio e ben ponderato, è base di ciascun dettato poetico e ne integra il valore compositivo che risulta sempre essere fresco e spontaneo. Si palesa così la continua ricerca dell’essenzialità e della sintesi in cui spesso è assente l’uso della punteggiatura mentre gli “a capo” vanno a formare pause e cesure. “Ermetismo cosmico” è la formula coniata da Luciano Domenighini per descrivere il “modus poetandi” di Marcuccio: “Ermetismo” perché il nucleo poetico è al contempo sintetico e codificato, “Cosmico” perché si inoltra in una dimensione cosmica e ultraterrena. Come scrive lo stesso Marcuccio (citando Proust) in “La parola di seta”[3], rispondendo alle domande di Lorenzo Spurio, “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso” ed io nei suoi versi ho ritrovato frammenti del mio sentire , fronde della mia anima che per strada raccoglie pensieri e si spinge fino ai limiti del reale per ricercare tranquillità. La poesia di Emanuele Marcuccio è un qualcosa di straordinario che riesce a destare meraviglia e ad interessare alla lettura.
È un respiro ampio di vita che “[…] ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo inquieto nocchiero che è il nostro cuore[4].
Lucia Bonanni
San Piero a Sieve (FI), 29 novembre 2015
[1] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 27.
[2] Ivi, p. 38.
[3] Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti dʼoggi, Sesto Fiorentino (FI), PoetiKanten Edizioni, 2015.
[4] Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2012, p. 15.

“Carlo Fiore” di Camilla Cortese, recensione di Lorenzo Spurio

Carlo Fiore di Camilla Cortese

EdiKiT, Brescia, 2015

ISBN: 978-88-98423-29-3

Recensione di Lorenzo Spurio

downloadLa straordinaria lucentezza di questo romanzo breve della veronese Camilla Cortese sta nell’intuizione avuta nel procedimento di avvicinamento dell’io narrante alla materia trattata. Quasi una immedesimazione. C’è nella Nostra, per dirla in altri termini, una profonda empatia nel modo in cui narra tanto da poter azzardare l’idea che, in fondo, il romanzo sia una sorta di diario, un’agenda personale ed intima aggiornata qua e là con gli avvenimenti più cruciali per l’esistenza del personaggio principale. Sagacemente e con un desiderio quanto mai palpabile di impregnare la narrazione di un vissuto autentico, sperimentato e affrontato mese dopo mese, la Nostra impiega uno stratagemma di mimesi fingendo una spersonalizzazione. I fatti, pure puntuali e descritti con un coinvolgimento emotivo più che vivido, non sono narrati da un personaggio concretamente presente sulla scena ma da un personaggio in stato embrionale: un nascituro, appunto, che nella pancia della giovane madre sembra vedere meglio di ciascun altro ciò che accade attorno a lui.

Se da una parte si potrebbe temere che tale appropriazione della realtà e di ciò che in essa accade sia in qualche maniera viziata, se non forzata, Camilla Cortese vuole in questa maniera sottolineare le perplessità della madre e della società verso la condizione di donna-madre, dunque di una famiglia che crescerà senza il genitore maschile.

A contornare le vicende la Nostra ha provveduto a costruire una cornice storico-politica significativa e che ben si amalgama alla narrazione personale ivi contenuta. Lo scenario è quello della Torino a cavallo tra gli anni ’70 e gli inizi degli ’80 in un momento di crisi sociale ben tratteggiato dall’autrice: “movimenti studenteschi, […] tensioni politiche e […] occupazioni, […] collettivi e […] femminismo” (19).

Rilevanti sono anche i contenuti che fanno riferimento a un difficile rapporto familiare, dimensione dove la Nostra vive tra l’insubordinazione a un padre gretto e disattento e a una madre debole e remissiva che ne motivano il distacco da casa, anche per i motivi di studio, tanto che la protagonista vivrà con la zia rimasta vedova anni prima, una donna simpatica e dall’animo accogliente, disponibile e di vedute ben oltre il cliché chiuso e moralizzante del periodo.

La rottura già iniziata da vari anni (il ’68 e le sue battaglie sono già passati) tra i due modelli di vita sociale che da una parte vede la centralità della famiglia con obblighi e tabù e dall’altra un’emancipazionismo fondato su un senso di maggiore equità e di effettiva battaglia sessuale fa capolino più volte nel romanzo tra il padre austero che parla di onore e che non è in grado di accettare ciò che nella sua filosofia di uomo semplice è visto come un atto immorale e perverso e, appunto, la zia Clara che aiuta la maturazione della Nostra, ne accetta gli ideali con responsabilità, è fautrice di una società nuova che va formandosi.

Si ripropone così il duello tipico tra interesse personali, egoismo, bramosia di denaro e attaccamento alle proprie realtà materiali (tipica del padre) con la libertà di scegliere la propria vita e non di subirla come è stata per gli antecessori (la zia). Se il rimanere incinta di un ragazzo che non è disposto a dichiarare le sue responsabilità, a sposarsi con la donna e a diventare padre per un uomo all’antica è sinonimo di vigliaccheria e immoralità e dunque è disonorevole per la donna, la nuova società acconsente alla pratica dell’aborto. Mezzo quanto mai complicato e delicato di risoluzione di un problema che qui non si vuole discutere ma che la Nostra pone manifesto nel romanzo quale nuova via che la società ha per rispondere a una condizione d’urgenza. La Nostra non accetterà questa strada, sia perché ci tiene a stringere a sé il frutto del suo frugale amore con il ragazzo che si è unito a lei, sia perché in fondo, pur essendo molto diversa dal padre, sa bene che l’interruzione di gravidanza non è una soluzione efficace né giusta.

C’è da aggiungere, inoltre, che il romanzo stesso non esisterebbe se la donna effettivamente non avesse portato a termine la gravidanza, dato che è proprio l’infante che, dentro di lei, scruta e analizza, parla e capisce, ragiona e fa collegamenti, spiega e costruisce, sogna e spera.

Se in qualche modo il patriarcato e gli ideali austeri del mondo di provincia di decenni orsono sono posti sotto la lente d’ingrandimento e presi in parte come bersaglio per essere concausa di un incivilimento morale improntato alla mancata evoluzione sociale e dunque alla sperequazione di disuguaglianze, d’altro canto il romanzo non è uno scritto sull’eversione né consacra il femminismo come elemento trainante di tutta la narrazione. Nel fermento civile di quegli anni la Nostra non manca di osservare una certa ambiguità nell’adozione di comportamenti paradossali, sincronismi nelle rivendicazioni, confusioni che ancor meglio delineano l’impasse del paese alle prese con ideologie e manifestazioni: “I preti portano l’eskimo, gli uomini parrucche da donna, i dirigenti Fiat viaggiano con la scorta, i terroristi pretendono di educare!” (26). Se l’ampio capitolo del libertarismo delle lotte sociali legate alla rivoluzioni sociali è precedente a ciò di cui la Nostra narra è comunque possibile percepirne strascichi e continuazioni di varia forma nell’inedito approccio alla sfera sessuale: sesso meno disinibito, multiforme, ludico, sociale e soprattutto privo di insubordinazione o violenza tra i partner.

In tutto ciò, sempre presente e con una predisposizione amichevole e da pari, senza una comunicazione assertiva e inappuntabile come era quella del padre, è la zia ad accogliere la Nostra e a sostenere i suoi bisogni cullandone le speranze, mitigandone i timori facendo di lei la donna matura e lucida che al termine del romanzo inizierà ad essere madre.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-11-2015

“Se è poesia, lo sarà per sempre” di Mauro Cesaretti, commento di Marco Moroni

PERDERSI NELL’ISTANTE

Se è poesia, lo sarà per sempre di Mauro Cesaretti: viaggio fra le profondità dell’anima e i limiti della vita

Commento di MARCO MORONI 

copUna luce in un’imprecisata profondità tenebrosa si fa «tersa e invisibile», questa la strana e apparentemente contraddittoria immagine con cui si apre Se è poesia lo sarà per sempre, la seconda silloge di Mauro Cesaretti; un’immagine dinnanzi alla quale è difficile non rimanere spiazzati.

Per svelare il mistero che si cela dietro l’interessante ossimoro è necessaria l’analisi dell’opera intera che propone continuamente figure esplicative di questa rappresentazione suggestiva.

Già Francesco Petrarca notava «che quanto piace al mondo è breve sogno» ed anche l’opera di Cesaretti sembra pervasa da questi brevi sogni, eventi intensi e puntiformi da cui nasce un viaggio ricco che ciascuno deve svolgere all’interno della propria anima. Il poeta, infatti, amaramente certo dell’impenetrabilità dell’individualità (vedi la lirica “Pesce fuor d’acqua”), non ci accompagna nel viaggio ma si limita a schiudere, con una chiave magica, la porta della nostra psiche invitandoci a scandagliare le sue profondità infinite.

E così appaiono dei bozzetti, frutto delle suggestioni dell’autore, che sanno però imporsi con tutta la loro nitidezza all’esperienza passata e magari un po’ sbiadita di ciascuno di noi, fra essi, per citare i più suggestivi, un porto che protegge le sue barche da «ogni onda maligna» o «le lacrime» – di rugiada – sui petali d’una rosa al mattino in “La magia del porto” e “Il sole del mattino”.

Le esperienze, rese spesso con composizioni di incisiva brevità, hanno il merito di rappresentare un Istante immortale, un momento che può portare l’uomo a profonde riflessioni sulla propria condizione che nelle poesie vengono presentate appunto solo come inviti, gentili allusioni, verso una scoperta della propria coscienza, troppo spesso dimenticata in quello stesso indaffararsi quotidiano che purtroppo non ci fa accorgere della meraviglia che intorno a noi continuamente si manifesta.

All’invito ad apprezzare la realtà con “gli occhi del cuore” (come suggeriva proprio Cesaretti nella prefazione della sua opera prima) si affiancano però dei momenti di grande malinconia: vecchi arbusti ormai troncati (in “Gli anni della morte”, da notare anche per la convincente impostazione ritmica) o paesaggi cimiteriali.

Queste poesie fanno così “da ponte” verso un’altra dimensione che permea l’intera silloge, quella della morte, sviluppata stavolta con riflessioni più ampie ed anche – sorprendentemente – esempi storici.

Proprio su questi ultimi è interessante soffermarsi: essi mostrano come la morte sia latitante sornionamente nella nostra vita, pronta a irrompere per decreto della sorte (“La battaglia del lago ghiacciato”) o a causa del male radicato nella storia, come ci ricorda la poesia “Sul campo di morte”, forse la più riuscita dell’intera silloge.

Quella luce che appariva nelle tenebre, è dunque destinata a divenire per noi invisibile, questa amara certezza non deve però farci perdere la fiducia nella vita, breve, terrena, ma durante la quale quella luce meravigliosa può divenire tersa, splendente, e regalarci il sentimento dell’Infinito.

MARCO MORONI 

“Un chiarore d’azzurro” poesia di Emanuele Marcuccio con un commento di L. Spurio

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Commento critico a cura di Lorenzo Spurio

La nuova lirica di Marcuccio conferma la tendenza poetica degli ultimi mesi che lo colloca in un antro particolarissimo dove l’asciuttismo e la compostezza formale assurgono a denominatori comuni. Qui nell’ellittico componimento ci troviamo di fronte a un profondo sperimentalismo della forma dove, dopo l’inaugurazione annunciativa ad esprimere però una condizione ipotetica nella strofa d’apertura, seguono distici e monoverso intervallati tra loro scissi dagli “a capo” a marcarne l’esigenza di un raffronto possibile in una completezza di immagine.

Il titolo, “Un chiarore d’azzurro” richiama in maniera assai rilevante quel verso di una poesia del Marcuccio dedicata a F.G. Lorca nella quale parlava di una “felce d’azzurro” a testimoniare che la parvenza indistinta dell’aere, la colorazione tersa e carica dell’in-concreto accentra un pregnante significato nella translitterazione dell’emozione nel Nostro. Chiaramente sono assai diversificati i contesti situazionali: la lirica in omaggio a Lorca era una denuncia addolorata di un dolore lucido per la barbarie commessa dai nazionalisti, mentre qui l’azzurro, colore-suggestione-tema, quasi a definire un arché monodico di questo componimento, apre a una sensazione di sospensione e di leggerezza. La lirica, inoltre, è stata scritta dal Nostro in un periodo di vacanza, nell’Agosto scorso durante il quale ha abbandonato per qualche giorno la frenetica Palermo per una dimensione maggiormente a contatto con l’ambiente e nella quale –probabilmente- l’azzurro è ancor più pronunciato e struggente.

Gli elementi innervati a codificare la condizione ambientale e il momento di pausa del Nostro sono forniti dall’Autore in maniera parsimoniosa ed elegante, a delimitare un confine emozionale netto che si staglia nell’animo crepuscolare e contemplante del Nostro. L’apertura con una proposizione condizionale di per sé chiarifica l’esistenza di una situazione di privazione con la quale il Nostro è comunque in grado di fare i conti e di soprassedere: come dire con la mente si può tutto anche ciò che concretamente non può avverarsi. È così che si dipana il pensiero-illusione nella forma di una non identificabile varietà di uccello, in un’assunzione panteistica delle abilità del pennuto che è lasciata intuire ed è presaga di un desiderio di lievitazione, fuga, ma anche di una anelata osservazione aerea, dunque dinamica e allargata, della realtà.

La soavità di un’atmosfera mite a permettere la volatilità (dell’esperienza) è ben presto denaturata da un’immagine assai più concreta e fisica che richiama alla realtà: quella di un caldo estenuante di temperature eccessive che affaticano il corpo tanto da svilire anche l’attività finzionale del Nostro che aveva partorito l’immagine di partenza (“la calura/ mi strema”).

Sebbene la canicola indebolisca il Poeta in maniera pervasiva, lo sguardo non può che tornare a quel cielo che ogni cosa abbraccia dove il Nostro aveva librato leggero prima di fermarsi a considerare, quasi colto da un impulso di razionalità improvvisa, la cappa stantia di quella giornata afosa. Ed è lì che si configura il cambiamento visivo quando nell’azzurro il Poeta identifica con nettezza “un varco di cielo”, uno squarcio, un’apertura, un segno incomprensibile ma presente. È il momento più alto: quello della rivelazione, dell’epifania. Sembrerebbe a questo punto forzato voler leggere in questa “annunciazione” una significazione divina, un segno celeste interpretabile come una rassicurante presenza a presidiare l’umanità stordita del tanto caldo e impegnata nelle solite attività di un giorno qualunque.

La chiusa in distico ci consegna una diapositiva carica di fascino nella sua contrastiva avvenenza: il “tedio”, che a livello cromatico potremmo situare nella scala variegata dei grigi, è reso in opposizione a quel “scolora” dove intuiamo, invece, un indebolimento della tinta, un defluire visivo della tempra coloristica a degradare in un pallidume indistinto. È quel “chiarore d’azzurro” che lascia il posto a un cielo color latte o è l’anima del Nostro che, sulle scorte del sentimento di cui ci ha reso partecipi, ha inconsciamente operato una re-attribuzione di tinte?

Lorenzo Spurio

Jesi (AN), 15 ottobre 2015

 

Commento critico a cura di Luciano Domenighini

Frammentato in cinque brevi stacchi strofici questo “lamento” ermetico di dieci versi complessivi, aperto da unʼipotetica congiuntivo-condizionale in prima persona presente (modulo lirico-intimista insolito in Marcuccio) che poi si adagia in uno squarcio descrittivo-sensoriale in forma di chiasmo (figura questa invece, cara al poeta) ammirevole per la nettezza dellʼesposto. Unʼessenziale purezza linguistica che definirei ungarettiana. Lʼequilibrio metrico gravita sul quinario (dei vv. 2, 4, 9), spingendosi la misura fino al settenario dellʼottavo verso, ripreso nel titolo, apprezzabile per il lieve, lucente cromatismo.

Luciano Domenighini

Idro Val Sabbia (BS), 10 ottobre 2015

“Solo un salto. E la ragione diventa follia” di Stefania Laurora, Recensione di Lorenzo Spurio

Solo un salto. E la ragione diventa follia di Stefania Laurora

Books & Company, Livorno, 2015

Recensione di Lorenzo Spurio

 

La malattia mentale affonda le radici nel disagio esistenziale. (54)

downloadIl libro di Stefania Laurora, Solo un salto. E la ragione diventa follia pone il lettore dinanzi alla fruizione di una sorta di diario della protagonista. Diario nel quale la Nostra non appunta solamente episodi e momenti centrali della sua vita (il matrimonio e la nascita della figlia, per citare i più rilevanti) ma anche la carica emotiva che la investe in ogni circostanza (come avviene nella attenzione che mostra nel dipingere un tiepido rapporto con la figura materna causa, forse, di alcuni problemi psicologici che poi sorgeranno in lei) e le avvisaglie, i prodromi o le reazioni sintomatiche del deterioramento del suo stato di salute psichica.

Perché il romanzo tratta proprio di ciò: del labile e mai indovinabile confine che separa la razionalità dalla follia ossia dalla comunità ritenuta normale e alla quale abbiamo sempre creduto di far parte, da quella compagine emarginata della società, perché attrice di comportamenti insani o assurdi.

La prima parte del romanzo, che porta il sottotitolo di “La diaspora dei pezzi”, ben apre al tema della corruttibilità della ragione e dei limiti della coscienza nel momento in cui nella narrazione diaristica e a presa diretta della Nostra ben recepiamo il messaggio che intende darci: il pezzo, la partizione è un elemento minuscolo o un aspetto minuzioso delle realtà dalle caratteristiche talmente minute e ridotte da poter sembrare insignificante ma che ha un suo significato solo e soltanto nel momento in cui è riferito e, dunque, collegato alla parte, un po’ come avviene nel primo capitolo, denso di spirito gotico che, fugacemente, ci ricorda dell’assassinio del Presidente Kennedy soffermandosi non tanto sull’elemento contingente dell’agguato ma proprio su quel “pezzo di calotta cranica”, quel “frammento di testa” (13) dell’assassinato. Entriamo così a piedi pari nella fenomenologia di questo libro, che potrà sembrare perversa o priva di una logica contenutistica o narratoriale, se facciamo l’errore di non dare il giusto peso a questa narrazione inserita a mo’ di prologo. La frantumazione della materia cerebrale va, dunque, percepita per ciò che è: una frammentazione, una partizione dovuta a un evento traumatico della massa cognitiva, dunque razionale, deputata al ragionamento e all’invio degli impulsi ad ogni settore del corpo.  Stefania Laurora con questo romanzo ci parla proprio di una vicenda in cui una donna, apparentemente debole e dall’atteggiamento fiero e contrastante, subisce una frammentazione dell’apparato neuronale: ciò ovviamente in termini simbolici. È lei stessa, dopo il racconto surreale dell’amicizia instaurata con un piccione morto, che ci chiarifica meglio lo status da cui muove l’intera narrazione: “De-composizione come alterazione disarmonica delle reciproche posizioni delle parti” (17).

Questa “disarmonia” (17), de-strutturazione e dunque anomalia nella normale fisionomia di intendere il complesso razionale come entità in sé autonoma e compatta avviene nella nostra protagonista per mezzo di una profonda crisi della consapevolezza: a partire da uno stato spossante di alienazione che produce disturbo e a tratti investe anche le capacità relazionali, la Nostra ci narrerà dello sviluppo di una vita non in una evoluzione edenica di crescita, idilliaca costruzione familiare, maturità e vecchiaia ma per mezzo dell’insorgenza di debolezze croniche, incongruenze della psiche, veri e propri stati ansiogeni, atteggiamenti bipolari e forme autolesionistiche sino alle più preoccupanti manifestazioni di delirio.

È questo, allora, il diario di una mente pazzoide, ma ciò che va detto con attenzione è che osserviamo la protagonista nello sviluppo della malattia e nel peggioramento, fatti che cerchiamo in un certo senso di poter spiegare o legare a determinati eventi traumatici nella prima fase della sua vita, episodi spiacevoli o tendenze aggressive connaturate alla sua persona. Per chi ama la psiche, e ancor meglio la psichiatria come scienza che eziologicamente cerca di costruire schemi di disturbi e patologie per cercare di individuare cause, forme tipiche ed atipiche e possibili rimedi, questo romanzo può essere un buon punto di indagine. Questo soprattutto perché l’autrice, con la sua prosa semplice e spigliata improntata alla resa di immagini centrali in ciò che narra con una predisposizione sintetica e quasi a frammenti, ben fa risaltare il fatto che soggetti di questo tipo possono convivere con dati disturbi in maniera latente, tra fasi di angoscia e ripresa, depressione e quiete emotiva.

Dall’iniziale discorso sulla partizione assistiamo a una vera e propria fascinazione feticista nella nostra protagonista sempre interessata alla partizione/particolarità piuttosto che all’oggetto/persona in senso completo: si tratta di un procedimento a sineddoche dove la parte, più che definire il tutto, lo annuncia o lo richiama, con la strenua convinzione che è sempre meglio guardare il mondo sezionandolo che con uno sguardo totalizzante che non può che essere utopico e spesso ipocrita.

Il dramma esistenziale della protagonista la porterà all’assunzione di atteggiamenti autolesionistici assai gravi, come quello di spegnersi le sigarette addosso e, quasi contemporaneamente, anche la sfera alimentare si vedrà investita di cattivi attitudini quali il picacismo ossia l’attitudine di ingerire piccoli pezzetti di un materiale solitamente non commestibile (terra, gomma, gesso, etc.). Da un punto di vista psicodinamico entrambe le forme deviate potrebbero essere dei meccanismi indotti di risposta a un dato problema personale, dunque degli automatismi che, se si radicalizzassero, diventerebbero assai nocivi e pericolosi.

L’inserzione in un gruppo allargato di quelli che potremmo definire in maniera grossolana “gruppi di recupero” non sembra aiutare di molto la nostra anche se allo stesso tempo la protagonista, che probabilmente è quella meno malata degli altri, è sempre in grado di descrivere con parsimonioso realismo i casi umani che la circondano in quel dato ambiente. Entrano così in gioco parole come ‘depressione’, ‘TSO’, ‘maniacale’, ‘psicofarmaci’, ‘ricoveri’, ‘Centro di Salute Mentale’ e via discorrendo a far capire che il percorso che d’ora in poi interesserà la Nostra sarà fatto di una condizione esistenziale frammentata e lancinante dove abulia, autolesionismo, picacismo, segnali di fissazione, automatismi ed altro motiveranno una più ravvicinata esigenza di uno psichiatra che possa occuparsi di lei. Ciò si rende necessario soprattutto nel momento in cui intervengono anche le allucinazioni uditive (le voci) e visive (le presenze) che la porteranno ad affermare di vedere, ad esempio, Eva Peron aggirarsi per le stanze della sua casa. Parimenti l’atteggiamento di vittima, di colui che è oggetto di una attitudine ossessiva-pedinatoria, se non proprio stalking, contribuirà ad accrescere il problema tanto che il lettore non saprà più se restare fedele alla protagonista e credere ai suoi barlumi di razionalità di tanto in tanto o se classificarla già, e a ragione, come una pazza furiosa che necessita l’internamento. Non è possibile infatti accettare per vero tutto ciò che lei ci racconta sia perché a volte ciò che narra sembra architettato e dunque prodotto di un ragionamento fantasioso, sia perché si è già compresa la sua propensione alla divagazione, al dettaglio, all’astrusità e, di contro, la poca adesione a una visione pratica e spontaneamente organica.

La nascita della bambina potrebbe esser vista come un fatto rilevante nell’allontanare la donna dallo sprofondamento nelle sue turbe nervose sempre più preoccupanti per occuparsi con amore e devozione al nascituro, ma così non avviene. La figlia viene da subito percepita con invidia e con un sentimento pregno d’acredine (“un’altra femmina, mia complice e mia rivale”, 39), come una estranea alla quale fa difficoltà ad avvicinarsi come dovrebbe decretando all’interno della sua psiche già dissestata un’ulteriore crepa nella coscienza dovuta proprio alla crisi post-partum. Una crisi che non è solo dovuta dal senso di inadeguatezza della donna di essere madre in termini concreti ma, come si è detto, motivata anche da una malcelata assenza di sentimento che la porta a vivere la nuova condizione venuta a crearsi come una vera e propria sfida.

È intuitivo credere, allora, che la possibilità del suicidio, quale mezzo estremo ma risolutivo, venga ponderata varie volte dalla donna: “chiedo se valga la pena di vivere così […] o se piuttosto non sia il caso di congedarsi, ammettendo una buona volta che tutto ciò, per quanto seducente […] non è per me” (46). In tale circostanza matura l’esigenza del diario, di un confidente silente ma fedele al quale poter confessare le tribolazioni, il tormento e il senso di svuotamento che la donna vive sulla sua pelle combattuta tra angosce e farneticazioni della mente che non le danno scampo. Per questo non le resta che far passare come tendenzialmente normale il sentire le voci sostenendo: “Credo, in verità, che ciascuno di noi abbia un privatissimo coro che gli sussurra nelle orecchie, e che lo assiste nei pensieri e nelle azioni” (51). Come sappiamo, infatti, il sentire le voci non è un fatto che appartiene alla normalità propriamente detta o un qualcosa che appartenga a persone, pure normali, dotate di una maggiore sensibilità o propensione creativa: mi viene in mente Virginia Woolf (citata anche nel romanzo) che nel suo diario più volte annotò di sentire queste voci. Ben sappiamo che la donna era pazza e che quelle voci alla fine, nell’eco indistinto della sua mente vessata, la portarono a trovare la morte affogandosi in un fiume.

Le terminologie che la Nostra impiega per meglio descrivere le condizioni psichiche della protagonista sono precise e fanno riferimento al mondo della bipolarità, della crisi e al piano terapeutico fatto di psicofarmaci, sostanze che hanno la capacità di agire in maniera attiva o inibendo certi meccanismi a livello cognitivo. Ed è proprio negli ipotetici stati di salute o di alleggerimento della crisi che matura nella protagonista, come in molti affetti da problematiche psichiche di questo tipo, la volontà di abbandonare i farmaci. Quando la persona riconosce un lieve miglioramento della salute, allora crede di essere guarito e, non amando la classificazione come ‘malato’ o ‘pazzo’, prende subito le distanze dicendo che degli psicofarmaci può farne a meno non intuendo che quel lieve stato di miglioramento (o meglio, di stazionarietà) è dovuto proprio all’assunzione dei farmaci che, se venissero di colpo sospesi, provocherebbero danni ben più gravi come uno psichiatra non manca di farle osservare: “Senza le medicine lei rischia la vita” (54).

Importante la nota che viene fatta nel momento in cui si parla della correlazione che può esistere tra creatività e follia ad intendere, come spesso viene fatto in campo culturale, quel collegamento tra la pazzia di un artista (Van Gogh, Alda Merini, Dino Campana, Sylvia Plath o la stessa Anne Sexton citata dalla Nostra) e la manifestazione di genialità. Il dottore, che interviene su queste considerazioni, sostiene che nel caso del pazzo, questo può essere caratterizzato da una genialità o dallo sviluppo di particolari doti artistico/comunicative ma che, in quel caso, si tratterebbe di “folgorazioni” piuttosto che di vero genio. Discorso assai interessante che meriterebbe una trattazione a parte più approfondita.

Il delirio visivo di cui si parlava ad un certo punto si fa massiccio e la stessa percezione di dati colori, forme, oggetti viene a descrivere una deformazione della realtà: chi guarda vede a suo modo, in maniera distorta e sghemba e non secondo un normale procedimento visivo (vengono in mente, allora, anche gli orologi che si liquefanno di Dalì, segno di una distorsione della realtà percepita). L’epilogo di questa allucinazione che conduce alla percezione viziata del mondo che diviene uno scenario psicotico e stordito si ha nel momento in cui la nostra è convinta di vedere oggetti che prendono vita o uomini nelle sembianze di macchine, in un delirio percettivo assordante e pericoloso alla sopravvivenza nella società. In questo clima ansiogeno ritorna, così, e non poteva essere diversamente, l’ossessione di essere perseguitata, la psicosi di uno stalking che in effetti non esiste, condizioni che rendono ormai difficile l’autonomia e la gestione della sua persona tanto da necessitare il ricovero. Il tempo a partire da questo momento sarà segnato da periodi di ricovero, nei quali è tenuta sotto controllo, monitorata ed inserita in una compagine di pazzi a vario titolo, momenti in cui le viene concesso il ritorno a casa. Chiaramente –ciò non viene detto dato che la narrazione avviene in prima persona- intuiamo che lo psichiatra abbia nel frattempo instaurato un rapporto con il marito della donna non solo per renderlo consapevole dell’effettivo stato della donna ma anche per capire se l’uomo, la sua famiglia e la sua casa rispondano alle esigenze di supervisione continua, tutela della donna, sorveglianza e custodia. Pur tuttavia non è la presenza di una famiglia amorosa e vicina che può consentire il recupero (anzi, a volte può addirittura osteggiarlo) e i periodi di crisi della donna vanno infittendosi e si fanno sempre più preoccupanti come quando viene sottoposta a un TSO (“varie volte mi legarono”, 74) dopo aver tentato, nuovamente, di uccidersi, questa volta con tentativi di asfissia. Il risultato della sedazione è quello di avere una donna più pacata (non più lucida) ma al contempo maggiormente stordita, che vive in un torpore comunicativo e in una angoscia che la rendono una sorta di alieno privo degli sconvolgimenti intellettivi che prima la interessavano. Assieme ai farmaci vengono attuate la musicoterapia, la psicoterapia di gruppo mentre sembrano ravvisarsi nella donna accenni a una scatologia comunicativa abbastanza comune in alcuni folli.

Si diceva di quanto la famiglia possa essere importante nella gestione di un caso come questo ma va anche detto che la supervisione continua e il trattamento di un paziente con simili disturbi diventano un compito assai arduo e impegnativo che, se venisse assunto con completa dovizia ed impegno, potrebbe assorbire l’intero tempo ed energie di una altra persona. Ed è un po’ per questo motivo, ossia dell’inefficacia nel sorvegliare continuativamente un malato del genere, che la protagonista finirà per abusare delle pasticche tanto da rischiare la morte per intossicazione. Il lettore non dovrebbe mostrare a questo punto troppo stupore perché, in fin dei conti, sarebbe l’epilogo più intuitivo a una storia tormentata come questa.

A partire da questo momento si apre la parte finale del libro dal titolo “Il salto” che si caratterizza per essere maggiormente disorganica, fatta di frammenti, note appuntate sul diario in maniera veloce, senza un ragionamento né considerazioni aggiuntive che permettano di contestualizzarle. La protagonista parla di “distacco dalla realtà” e sembra di vederla ormai concreta nell’attuare un gesto estremo dopo i tanti trascorsi che hanno svilito la sua autocoscienza riducendola a una persona svuotata di attività cerebrali. È questo il momento in cui il mondo delle ombre, delle voci intricate e roboanti nella testa, sembra aver vinto in maniera indissolubile. Non ci sono farmaci talmente potenti da poter sovvertire la lotta con la ragione, da poter instillare il bene in un sistema cognitivo dove la disorganicità, l’impulso e l’automatismo hanno fatto irruenza.

Credo di osservare che sia trascorso un ampio periodo di tempo tra la parte finale del libro e la stesura della postfazione, fatta dalla protagonista in un età nella quale, se non può dirsi per certo di aver sconfitto la malattia, senz’altro l’ha recuperata abbastanza bene. Manca, dunque, anche dal punto meramente narrativo questa parte intermedia vertente sul racconto delle sue giornate del suo periodo più buio: è ragionevole credere che la donna in quel periodo non abbia scritto nulla o che, facendo una cernita dei materiali nel momento in cui ha organizzato l’intera storia, ha preferito fare una operazione di ellissi.

Nel finale, infatti, veniamo a conoscenza di una donna maggiormente critica e consapevole di se stessa (“ho capito che al mondo posseggo tutto quel che desidero”, 115) che sembra aver riallacciato il giusto rapporto con la società (“godo della compagnia delle persone”, 116), normalizzato la sua alimentazione (“godo del cibo”, 116) sebbene non abbia risolto quello che, forse, era stato uno dei motivi a decretare il suo dramma esistenziale (“Il mio rapporto con le donne rimase irrisolto”, 114).

Un salto solo rimandato, allora, o perennemente scongiurato?

Lorenzo Spurio

22-10-2015

“Poeti per il sociale”, il volume poetico curato da Annalisa Soddu a difesa dell’impegno civile

POETI PER IL SOCIALE a cura di Annalisa Soddu

Facebook 5 settembre – 5 ottobre 2015


Annalisa Soddu, poetessa e scrittrice di origini sarde, ha voluto lanciare circa un mese fFILE CONCLUSIVO POETI PER IL SOCIALE (1)-page-001a una iniziativa poetica nel Social più frequentato, Facebook. Creando un semplice evento dal titolo “Poeti per il sociale” la Nostra ha dato un mese di tempo, a partire dal 5 settembre u.s. per inviare un massimo di due testi poetici a testa con una nota personale stringata da pubblicare sulla bacheca dell’evento. Denominatore comune è stato quello di ispirarsi o dedicare i propri versi a episodi che concernono la cronaca sociale, ossia a quegli episodi storico-politici, geopolitici e disagi che l’uomo contemporaneo incontra nel relazionarsi al senso di comunità. I poeti hanno risposto con entusiasmo alla iniziativa, totalmente gratuita e volta alla creazione di una antologia virtuale contenente tutti i testi presentati occupandosi di tematiche quali l’immigrazione e la sciagura per mare di molte persone che arrischiano la propria esistenza col pensiero di attraccare in una terra di speranza, l’infanzia negata, gli abusi, la follia o la patologia che porta a perdere la memoria, scontri con una burocrazia artefatta e asfissiante, casi di suicidio per bullismo, la violenza di genere, l’interesse ecologico e la criminalità organizzata. Sono solo alcune delle tematiche toccate in forma lirica dai tantissimi poeti, appartenenti a varie regioni d’Italia (qualcuno anche residente all’estero) che hanno dato il loro contributo per la posa di questo primo e fondamentale mattone per la costruzione di un qualcosa più solido che faccia breccia nelle coscienze di tutti.

L’opera si apre con una prefazione da me curata e si chiude con la postfazione scritta da Mariuccia Gattu Soddu, madre della curatrice e poetessa sarda.

Nell’antologia sono presenti poesie di Alessandro Grimaldi; Anna Carella; Anna Intorcia; Anna Maria Dall’Olio; Anna Maria Folchini Stabile; Annalisa Soddu; Carla Spinella; Carlo Zanutto; Carmelo Loddo; Carmen De Vito; Carmine Montella; Catello di Somma; Clara Raffaele; Claudio Macchi; Crescenza Caradonna; Cristina Lania; Dora Farina; Emanuele Marcuccio; Emanuele Schemmari; Ernesto Ruggiero; Felice Serino; Francesca Capriglione; Francesca Luzzio; Francesco Fucarino; Francesco Paolo Catanzaro; Gaetano Napolitano ( Sendero Luminoso), Gianna Occhipinti; Giovanni Croce; Giovanni Sollima; Giulio Sacchetti; Giuseppe Tavormina; Giuseppina Carta; Graziella Cappelli; Graziella De Chiara; Gustavo Tempesta; Ileana Zara; Immacolata Cassalia; Irene Molli (C. G.) ; Laura Vivi; Lilla Omobono; Lorenzo Spurio; Lucia Manna; Luisa Casamassima; Manuela Magi; Marco Parisi; Maria Antonietta Doglio; Maria Chiarello; Maria Ronca; Maria Rosa Lancini Costantini; Marzia Carocci; Oscar Sartarelli; Paola (Damiana) Pintus; Paola Alba Maria Mannetta; Paola Surano; Paolo Landrelli; Patrizia Pierandrei; Renato Fedi; Rino Marciano; Rolando Attanasio; Rosa Mannetta; Rosa Maria Chiarello; Rosa Ruggiero; Rosa Surico; Salvatore D’Aprano; Salvatore Famiglietti; Sandra Mirabella; Saverio Chiti; Silvana Galia; Valentina Meloni; Valerio Vescovi; Vincenza Davino; Vincenzo Lagrotteria; Vito Adamo.

Per leggere e scaricare l’intera opera in formato PDF clicca qui.

“Dipthycha 2” di Emanuele Marcuccio. Lettura critica di Lucia Bonanni

DIPTHYCHA 2 di Emanuele Marcuccio

Lettura critica di Lucia Bonanni

«L’amicizia virtuale

non ha distanze né frontiere.

Ha un viso sconosciuto

immaginario

si occupa di te

si confida con te

condivide con te tue scoperte.

La sera viene a portarti

la buona notte

e a dirti… “A domani”.

È un’amicizia che senti… reale

benché virtuale.»

                           (dal web)

«Coronata di viole, Saffo,

dolcemente sorride fra le Fanciulle

illustre poetessa, Donna pienamente.»

Saffo, Frammenti

Dipthycha 2_original_front_cover_600Sempre a te stretta non tener l’idea, ma lascia che il tuo pensier in aria vada, come uno scarabeo, legato a un piede” (Le Nuvole), opera di Aristofane la cui rappresentazione ho potuto vedere al teatro greco di Siracusa. Similmente al palcoscenico di un teatro è la piazza del web dove lo spettatore al posto della cavea ha davanti “un foglio di vetro impazzito” e una tastiera “in realtà autentiche” di “Vita parallela” e “Telepresenza” di “umanosentire”. Apparati di spettacolo e “pensatoio di anime sapienti” (Aristofane op. cit.) in cui l’individuo è attore e spettatore, vive attraverso la proiezione virtuale tutte le problematiche emozionali connesse alla propria realtà psichica, riuscendo ad utilizzare il potere espressivo come creatività e catarsi. Se nel teatro è l’attore a mediare il personaggio e ogni singolo spettatore se ne appropria in una identificazione emozionale, nella realtà virtuale è una “[T]elepresenza,/ frapposta da un foglio di vetro” in cui “sensazionintense di parole unite/ [..] costruiscono mondi/ […] di umanosentire” (E. Marcuccio e S. Calzolari). L’immaginario che costituisce anche svago per la mente, è una necessità logico-formale per cui l’intimum mentis ordina e attribuisce significati agli eventi, individuando modelli di linguaggio insieme ad una possibile via di accesso alle creazioni estetiche quali espressioni di sentimenti, passioni, costumi e angolazioni sociali e culturali. È quanto è successo per il progetto di “Dipthycha”, ideato e curato da Emanuele Marcuccio, poeta e aforista, e che dà vita a dittici a due voci, grazie anche alla poetessa Silvia Calzolari, musa ispiratrice del componimento “Telepresenza” e successivamente del primo dittico a due voci realizzato nel maggio 2010. Il dittico, parola derivante dal greco con significato composto di due e piega e in latino diptycha (-órum), piegato in due, era la coppia di tavolette di legno o di avorio, ripiegabili l’una sull’altra e legate da una striscia di cuoio, che nell’antichità erano usate nella parte interna, spalmata di cera, come superficie per scrivere. I magistrati le usavano per mettere il loro nome e il loro ritratto e per donarle agli amici il giorno della loro entrata in carica. Diptycha riguardava i dittici della Chiesa e serviva per registrare i nomi dei vescovi. Al Museo di Santa Giulia a Brescia ho potuto ammirare dittici romani in avorio scolpito, alla Galleria degli Uffizi i dittici dipinti di Bonaventura Berlinghieri nel “Dittico della Crocifissione” e quello di Piero della Francesca per il doppio ritratto dei duchi di Urbino mentre al Museo nazionale di Ravenna ne ho visti alcuni, riguardanti l’ambito cristiano. Quale “sintesi immaginifica” di tutto il lavoro sulla copertina di “Dipthycha 2” spicca l’immagine, per me meravigliosa, della Scriba o Saffouna fanciulla magnificamente agghindata che tiene con la mano sinistra un dittico e con la destra lo stilo alle labbra” giusto come scrive Marcuccio nell’introduzione. I nuclei tematici, formanti ciascuno dei dittici, oltre alla vasta gamma di sentimenti, sono rintracciabili nelle corrispondenze empatiche, le dediche ai poeti, la passione intellettuale e in quella amorosa, la violenza di genere sulla donna, la Natura nelle sue molteplici accezioni, le valenze simboliche dello specchio, del filo, del mare, della luna, per non dimenticare i genocidi e le guerre, nonché il richiamo ai classici da cui mi piace iniziare questo mio commento.

Pauroso apparve Odisseo, orrido di salsedine,/ e le fanciulle fuggirono sulla spiaggia./ Sola, la figlia di Alcinoo restò, perché Atena/ le infuse coraggio nel cuore e il tremor le tolse” (Omero, Odissea, canto VI). Se nei versi di Omero simile ad una dea per bellezza e portamento appare la fanciulla ad Ulisse, Marcuccio le restituisce dimensione terrena e nel suo “candore di purezza” lei si illude che “l’ardito eroe” possa donarle quell’amore di “lucente bellezza” da sempre vagheggiato. I versi di Marcuccio sembrano quasi una nenia, sembra quasi che il poeta voglia ninnare quel “sogno d’innocenza” per allontanare il pianto causato dall’ “amara sorte”. «[…] “Quando/ mi diparti’ da Circe […]/ né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ’l debito amore/ lo qual dovea Penelopè far lieta,/ vincer potero dentro a me l’ardore/ ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto […]”» (Dante, Inferno, canto XXVI). Così nella fiamma biforcuta insieme a Diomede, Ulisse sconta la pena dei procuratori di frode mentre nei versi della Alessandrino è a causa del “Fragore di inutili battaglie/ tutte là/ su quell’ormai bianco petto incise/ che han dissolto nell’ira/ il ricordo di sussurrati amplessi/ e di mani intrecciate sul letto sfatto”. Penelope adesso è una donna stanca, disillusa, indifferente anche agli sguardi, una donna consumata dall’attesa, dalle troppe lacrime versate e dalle tante notti solitarie, una donna che non ha più aspettative, che non trema più al pensiero di stanche carezze, che non sta più lì accanto al talamo a tessere una tela che più che un panno è trama di fibre d’amore. “È sulla soglia adesso/ e conta le sue battaglie senza fragore”. Con piglio felice di donna e di poetessa l’Alessandrino dipana un canto assai delicato nelle tonalità espressive e che mai disattende la vena di lirismo, lasciando che sia il lettore ad immaginare la tensione che si sviluppa sul talamo, costruito sul vecchio olivo. Nei versi di Rosalba Di Vona Penelope sembra quasi voler richiamare la “Passione/ In apparenza sopita/ [e sembra esortarla ad aprire il suo cuore] Prima che perda/ Ciò [che per lei] È insostituibile e unico” e nelle parole di Marcuccio “Come un sogno/ [che] si adagia e si rasserena/ [nel suo] andare disperso”. Altre vicende di donne evocano la figura di Penelope a cui fanno eco la sorte di Didone che Enea ritroverà nell’Ade, l’anelito dei sogni colorati di una bimba che rivive nei versi di I. Celestini, voli stroncati “[da] mani di adulto/ [che le hanno] stappato le ali” ed ancora Elettra, personaggio centrale nella tragedia di Sofocle come lo è Antigone. “Non morì uno schiavo, morì mio fratello” risponde decisa Antigone, rea di aver celebrato i riti funebri per quel fratello, lasciato sulla nuda terra, “orrido pasto” di cani e di uccelli. Ed è un altro fratello, Oreste, “creduto morto” a consolare quella sorella “reietta, percossa, disprezzata”, ma che “giammai trema/ sotto le sferze del ciclone”. La suggestione evocata dai versi della Celestini e da Marcuccio, riguarda la violenza di genere ad opera dei tanti Egisto che “bruciano” libri per convertire in sudditanza l’emancipazione culturale della donna. In psicologia il nome di Elettra rimanda a quello che viene indicato come “complesso di Elettra” che è poi il corrispondente del “complesso edipico” che sia Freud che Jung avevano preso a modello dagli autori greci per meglio definire le nevrosi dell’età adulta. Ma poi è sempre la Natura a far da contraltare alle vicende dell’uomo e “non c’è processo simbolico che non sia avviato da un’iniziale emozione poetica come dimostra il fatto che conoscere è ridestare alla memoria, gioire è ricordare l’immemorabile” (C. Pavese, Dialoghi con Leucò, prefazione). Così il mare, il sole, la luna e non ultimo lo specchio, sono esplorazione simbolica del mondo primitivo in cui il μύθος (mythos) apre l’orizzonte dove qualcosa è. “Senza mito non c’è poesia e senza poesia non c’è chiarificazione del fondo oscuro della psiche” (C. Pavese op. cit.). Lo specchio, antifrasi e ripetizione dell’identico, è anche ritorno su luoghi conosciuti. “Sublime specchio di veraci detti,/ mostrami in corpo e anima qual sono” scrive l’Alfieri che spesso “irato a’ patrii Numi” si recava presso i marmi di Santa Croce a trovare ispirazione. Nei versi di Marzia Carocci lo specchio è urna che accoglie ombre insieme a una parte dell’essere, “Ombre su specchi/ dai lividi incanti/ dove muore riflessa/ una parte di me”; a differenza dell’incanto, il disincanto è la situazione spirituale che implica il superamento di un’illusione e nei versi della poetessa l’incanto, cioè l’attrazione dell’immagine riflessa, che esercita lo specchio, ha tinte scure e quell’aggettivo “lividi” ne rivela tutta la drammatica istanza. L’ironia dello sguardo, però, lascia che sul vetro scivoli via “come fresca rugiada” l’intima essenza delle cose. Cardine del componimento sono le due espressioni contrapposte “lividi incanti” e “fresca rugiada”, la prima a significare un attimo di smarrimento interiore e l’altra a recuperare la quiete perduta. Marcuccio si incanta alla vista del “palpitar di acque tremolanti” e si lascia cullare dal senso di pace e specchia il proprio essere nella rifrazione di uno “specchio che traluce,/ che trapassa […]/ [e] s’immerge,/ senza tempo” quasi a voler eternare il “sogno”. “Non sapevo fosse così. Credevo che tutto finisse con l’ultimo salto. Che il desiderio, l’inquietudine, il tumulto sarebbero spenti. Il mare inghiotte, il mare annienta, mi dicevo” è quanto Pavese fa dire a Saffo in “Dialoghi con Leucò” mentre Britomarti, ninfa cretese, le risponde che “morire a una forma è rinascere a un’altra”. Ma “Là, dove il mare è profondo,/ fondo fondo;/ là, dove le onde si rincorrono,/ corrono corrono:/ […] lo sguardo […]/ si fa chiaro”, e “[…] le tue acque mi preme sfiorare…/ il tuo sorriso appare” (E. Marcuccio, G. Finocchiaro). Ricorrono nei versi di Marcuccio le belle anadiplosi, cioè il raddoppiamento di un termine con significativo effetto di risalto: “fondo, fondo”, “corrono, corrono”, via via, come risaltano nei versi di tutti gli altri poeti le ampie figure retoriche a iniziare dalle sinestesie quale stilema tipico della poesia simbolista e della poesia ermetica italiana. Per Gian Piero Lucini la luna è “luogo comune degli sfaccendati/ in ogni prova prosodica,/ facile rima ai sonetti romantici”. Ma la luna affascina a tal punto Marcuccio da fargli scrivere una lirica come risposta alla domanda di Leopardi e sulla superficie del satellite scopre “ammassi oceani” e “mari [che] la solcano/ in prosciugata tranquillità”. Come scrive, invece, A. Occhipinti “Oppressa di noia e di smanie/ l’umana specïe s’addorme…/ Selenica luce, esterna salute” mentre per Foscolo “Lieta dell’aer tuo veste la Luna/ di luce limpidissima i tuoi colli”. Quella che descrivono i due autori non è una luna che si è rotta e in cielo lascia vagare i cocci, ma è Diana, simbolo femminile e protettrice della castità quale attributo muliebre, mimesi di rappresentazione e atto magico da non violentare. “Dove si perde/ il canto del cuculo/ un’isola sola” (haiku di M. Basho) e il barbagianni “Clownesco rapace,/ [mostra] trasparente bellezza” e il rondone che “[…] non tocca mai il suolo,/ […] in cielo si accoppia:/ […] e mangia e dorme/ in cielo” e “La […] rosa/ è illuminata dalla prima luce,/ di un nuovo mattino”, “[ed io all’alba] sono uscita incurante del freddo/ [e adesso a voi chiedo] Chi ha rubato nella notte/ I semi di girasole?” Queste liriche di Marcuccio, Occhipinti, M. R. Massetti e Giusy Tolomeo ci ricordano la libertà dell’aria e i colori floreali della terra dove una piccola e delicata foglia non è “meno importante/ del quotidiano corso delle stelle” (W. Whitman). Tutto legato da un filo trasparente che si srotola e si arrotola a seconda della mano che lo tiene e che si attorciglia “in un ampio corso” e “si adagia, si sospende, si abbatte” in un labirinto di idee, su acque sorgenti, su un raggio di sole, nell’azzurro, cercando “Una mano dolce/ che legherà per sempre/ quel gomitolo/ al suo cuore” (E. Marcuccio, G. Tolomeo). “Chiare, fresche et dolci acque,/ ove le belle membra/ pose colei che sola a me par donna” (Petrarca, Canzoniere CXXVI). “Verdi alture frondose,/ […] limpide cascate:/ acqua pura e limpida,/ fresca grazia luminosa,/ natura viva e rigogliosa” (E. Marcuccio), “pulviscolo di fruscio d’ali il vento solleva/ muovendo a pacato calore sguardi e cuori/ di solitari sparuti osservatori
(G. Tagliente). Nel componimento di Marcuccio si può ascoltare il medesimo suono delle acque delle “rime sparse”in cui la natura è viva e trasposizione di amorosi pensieri. Nella lirica di
G. Tagliente la parola pulviscolo richiama la frantumazione dell’acqua, sollevata dal vento, nello stramazzo della cascata mentre i cuori sono osservatori solitari. “C’è un albero dentro di me/ trapiantato dal sole/ le sue foglie oscillano come pesci di fuoco” (N. Hikmet), “Dorati petali/ fiori profusi/ catene intrecciate/ d’amore” (R. Cassese), “Canta la primavera/ su per le fronde/ e per gli arbusti accesi” (E. Marcuccio). Nei versi di questi due poeti oltre a Hikmet c’è il Pascoli delle vermiglie bacche , l’andar di frasca in frasca del d’Annunzio, “La Falterona verde nero e argento” di Campana dove tra fini capelli vegetali “traspare il sorriso di Cerere bionda”. Ma non è “Eternità”, bagliore di attimi sereni, anche lo stesso Bufalino afferma: «Capita a volte di sentirsi felici. Non fatevi prendere dal panico. È solo un attimo e passa». Così, oltre quel fumo denso e asciutto, “oltre l’orizzonte sconfinato” creatura del mio tempo “usavo lo stesso linguaggio/ [di altri uomini]”, “brama[vo] viva speranza/ e tanta audacia nel cammino” insieme a quel raggio di sole “che non muore” i versi di E. Marcuccio, G. Tolomeo, T. Degli Ugonotti, fanno eco ai versi di altri poeti e alla guerra, la maledetta guerra, in ogni sua forma e collocazione geografica, insieme alle genti scolora anche le bacche e i girasoli, mescola “I rumori della notte” e “[Tra] picchi di silenzio” imputridisce anche “Gli odori della notte”. E allora “Verrà il Silenzio/ […] e sconsolato di suo trionfo/ ti prenderà per mano” mentre “il pensiero viaggia istantaneo” (D. Ferraro, E. Marcuccio) e sul pianto non udito dei “Trecentonove Aquilani” che “Tutto hanno perduto” e adesso si confondono tra “Vibrazioni devastanti” e “nella rovina di quelle case”(C. Imperato, E. Marcuccio). Così, ancora una volta nella storia dell’Umanità “Polvere e sangue” si impastano “Alla nuda frontiera del mondo/ [dove] impavidi cecchini sparavano,/ uccidendo soldati amici” (L. Spurio) e “Muta/ una nobile famiglia/ e rimane, muta/ divisa/ al presente…/ espia colpa/ amara colpa”. Marcuccio fa del lessico incisivo gioco di parole, metafora concettuale, paronomasia sonora, ossimoro e assonanza e il vocabolo “muta”, meravigliando il lettore, una volta è verbo e l’altra aggettivo. Ma chi sarà “Il laido timoniere” che naviga “nei mari avulsi da umana presenza” e “Il marinaio” che “sbattuto dall’onde/ in mare precipita/ e naufrago a riva/ di nuovo riparte
(L. Spurio, E. Marcuccio).

Però “Se un’idea ti confonde le idee, lasciala e passa oltre: poi riprendila a mente fresca, bilanciala, scuotila [perché le Nuvole] mutano di forma a loro piacere” (Aristofane, op. cit.)

E “Il mondo è un posto bellissimo/ in cui nascere/ se non t’importa che la felicità/ non sia sempre/ così divertente/ […] perché perfino in paradiso/ non si canta tutto il tempo” (Lawrence Ferlinghetti).

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 21 agosto 2015

L’esordio poetico di Michele Paoletti: “Come fosse giovedì”, a cura di Lorenzo Spurio

Come fosse giovedì

di Michele Paoletti

puntoacapo editrice, 2015

Recensione di Lorenzo Spurio 

comefossegiovediIl giovane toscano Michele Paoletti ha recentemente esordito nel mondo della poesia con la plaquette Come fosse giovedì edita per i tipi di Punto a Capo Editrice. Titolo enigmatico e curioso quello che Paoletti ha scelto per la sua opera prima con il quale, forse, intende proiettare il suo lavoro verso una dimensione cara al quotidiano fatta cioè di piccole cose, spesso ripetitive e anonime, addirittura stancanti od alienanti dove, però, non manca mai una sana osservazione sul mondo che lo circonda.

Il volumetto (si tratta di un libriccino, ma è bene che sia così per un’opera prima, trattandosi di poesia) si costruisce di liriche dall’impianto diversificato, più o meno lunghe, sebbene sia sempre una meticolosa tecnica sintetica a privilegiare nella costruzione del verso. Paoletti sembra spesso lapidario nel suo poetare, quasi freddo e disarmante in ciò che via via presenta al lettore, provvedendo a una disanima curiosa e singolare del mondo di fuori e di quello di dentro dove non di rado sembra possibile leggere una velata nota di tormento (“il mio ottuso male”, p. 5; “compie il percorso/ tra me e il rimorso”, p. 5; “Solitudine/ un freddo di ceramica sbeccata/ ramo conficcato controvento”, p. 37).

Siamo però ben distanti da quell’ “asciuttismo” riduttivistico che potrebbe far debordare la sua poetica in un anacronistico eccesso di sperimentalismo o addirittura nell’adozione di un canone più propriamente ermetico perché in fondo i costrutti, le correlazioni oggetto-predicato, le qualificazioni aggettivali e caratteriali rimangono sempre ben note e riducibili a un chiaro intento creativo del Nostro.

Come lucidamente osservato da Mauro Ferrari nell’apparato di postfazione ci troviamo dinanzi a una “teatralizzazione” dell’esperienza vissuta, osservazione, questa, che mi sento di sposare con viva partecipazione essendo Paoletti un uomo che ha il teatro nel sangue e che ne dà traccia visiva anche nel verso ora qua ora là con espressioni, termini ed elementi che sono sintomaticamente connotati per il loro legame con l’universo drammaturgico. Se Ferrari evita quella che potrebbe essere una semplice elencazione degli stessi a me pare, invece, che ciò sia estremamente significativo fare sia per dar supporto a quanto si dice, sia per rivelare quanto ogni ambito del mondo teatrale sia d’interesse del Nostro. Non solo quella che potremmo definire l’architettura teatrale o la dimensione palco (il “sipario”, p. 21), ma anche e soprattutto gli attori ossia coloro che animano un vissuto, che lo impersonificano: persone che nel momento in cui “recitano una parte” di punto smettono di essere ciò che sono lasciando in sospeso la propria identità. Si cita così il “copione”, la “scenografia”, “la scena” che addirittura è “scorticata” a suggellare l’essenzialità della forma. È uno spazio magico quello del palcoscenico dove non è solo l’inganno che spesso Paoletti cita, forse quale espressione di rappresentazioni burlesche, buffonesche (si parla di “fantocci”, p. 18 che fanno pensare al teatro delle maschere o a quello dell’assurdo) o addirittura parodie, ma anche il processo trasformativo delle genti, la componente metamorfica delle persone a personaggi a dominare. Non sono molto convinto nel sostenere che nell’opera vi siano elementi da vera e propria tragicommedia, il cui sentimento è poi il sale della nostra esistenza, piuttosto preferirei parlare di un clima spesso cupo più incline al dramma nel senso più ampio del termine nonostante in una lirica non si parli che di “commedia”, “applausi”, “cipria”, “cerone” (p. 14) etc. ad intendere una rappresentazione probabilmente divertente o percepita tale dal pubblico. Tra le righe va colta anche una chiara e spietata denuncia che Paoletti sente di dover fare a mezzo poetico: “Quanto teatro recitato male” (p. 24) ma essendo, poi, la vita un grande teatro fatto di momenti di gioia ed altri di dolore, di euforie motivate e di depressioni lancinanti allora c’è da domandarsi, e credo che sia contenuto qui il vero messaggio dell’opera, perché recitiamo male il nostro copione della vita, ossia perché spesso viviamo male cioè siamo portati a perpetuare il male in varie forme e a vari livelli. Se è giusto osservare che sia dello stesso autore  l’intento di veicolare un simile monito di considerazione e di riflessione sulla società, allora è bene che ne facciamo testamento di vita affinché quel teatro che è la vita sia sempre più improntato a una commedia dai toni lievi e ridanciani piuttosto che a un dramma d’insolvibile fuga.

Lorenzo Spurio

Jesi, 21-08-2015

“Elogio dell’imperfezione” di Rodolfo Vettorello, nota critica di Lorenzo Spurio

Elogio dell’imperfezione

di Rodolfo Vettorello

LuoghInteriori, 2015

Recensione di Lorenzo Spurio

copÈ sempre un grande piacere poter assaporare un libro di Rodolfo Vettorello sia perché le sue opere sono sempre ricche di tematiche e rifuggono quindi un concettismo unico, sia perché il linguaggio adoperato si svincola volutamente da un linguismo stringente fatto di arcaismi e di pesanti articolazioni e ancor più per la sua stupefacente abilità nel saper colloquiare con il Tempo.

Qui, ancor più, il dialogo tra lui, poeta che ragiona sul momento storico attuale, con squarci di passato rievocato con un mesto entusiasmo, si fa ancora più serrato e pregnante. Non tanto perché Vettorello si consideri oramai solamente un anziano e quindi dà una visione sfiduciata del presente perché talmente diverso e dissonante da quel passato culla di ricordi, emozioni e valori, ma perché sono connaturate alla sua natura di pensiero la considerazione e la sperimentazione del tempo. Tempo che, a questa altezza, trova spesso un collegamento nelle liriche a ciò che è la dimensione dell’aldilà, dell’altrove sconosciuto o misconosciuto, di quel viaggio oltre tempo e spazio che ognuno di noi compirà.

Partendo da una poetica che predilige le piccole cose, l’osservazione di cosa lo circonda, da una rumorosa e degradata stazione a una città che lo ha ospitato durante una vacanza, Vettorello giunge a una disanima più attenta della sua condizione di uomo: approfondisce il legame della coscienza e rivitalizza il suo sentimento d’amore verso la natura e gli altri.

Elogio dell’imperfezione si nutre prevalentemente di quattro nuclei tematici che sono rispettivamente l’ossessione della morte, la città di Milano, il ricordo accorato dei genitori defunti e l’indignazione sociale.

L’ossessione della morte o sarebbe più opportuno dire il pensiero del trapasso, che nell’opera si configura come un tema dominante: la morte non è solo un pensiero, ma un presagio e un annullamento di ogni tipologia di attesa. Nei versi che si susseguono leggiamo così dell’ “attimo prima di finire” (19) tanto da dedicare una lirica all’epanalessi, una figura che consiste nella “ulteriore ripresa” cioè atta alla reiterazione di un dato termine nel corso dei versi che seguono ma qui non è tanto l’epanalessi dal punto di vista metrico-stilistico interesse del Nostro quanto quella concettualizzata, appunto, nel ciclo della vita di nascita-morte-rinascita: “l’inizio che riparte dalla fine./ Le troverò cercando le parole/ per chiudere quel cerchio che non chiude” (22). In “A mia insaputa” il Poeta si pone faccia a faccia con la Morte rivelando la sua paura di fronte ad essa e augurandosi che si compia nel modo più furtivo e veloce tanto che possa avvenire, appunto, a sua insaputa o comunque in un momento di non consapevolezza. Particolare attenzione merita la lirica “Così è morire” a mio modesto parere la più intensa e spessa di riflessioni molto oneste nella quale il lettore non può che soffermarsi nei versi centrali “Finisce il mondo,/ tutte le volte che qualcuno muore” (34) passando poi ad elencare brevemente alcune manifestazioni concrete della morte dell’umanità: le catastrofi naturali di terremoti, frane, eruzioni in cui “s’apre la terra/ e inghiotte prati boschi e acquitrini” (34) momenti di derelizione ed ecatombe in cui “tutto si ferma” (34) che il poeta annota anche nell’eclissamento del sole. La lamentazione e le lacrime divengono, allora, poca cosa (“Il nostro pianto è nulla e si disperde”, 34) tanto da annullarsi brevemente nei fragori di un mondo limitrofe estraneo alla tragedia e che imperversa con le sue attività. Per questo la lirica si chiude con un verso lapidario, nefasto e privo di consolazione, in cui il Nostro avverte con durezza la mancanza di fraternità e compartecipazione tra popoli ed anche tra gente dello stesso popolo, l’indifferenza e l’incuria emotiva, l’abbandono della comunione: “Si muore soli e senza far rumore” (34).

A seguire sono prospetti della propria dipartita, volontà sfumate e pensieri circa il giorno in cui il suo corpo avrà abbandonato il reale in cui Vettorello si augura una dipartita veloce e non vista, nel silenzio: “Voglio andar via in un attimo e sparire/come la nube ch’è trascorsa adesso” (25). Una fuga nebulosa che vorrebbe accadesse in maniera improvvisa e velocemente tanto da apparire inavvertita anche se lascerà traccia, proprio come le nubi che ridestandosi e cambiando struttura, lasciano sfilacciamenti ed abbracci sfumati nel cielo.

Rodolfo Vettorello
Rodolfo Vettorello

Il concetto dell’aldilà, pur sostenuto da un animo cristiano, è in Vettorello concepito come una dimensione della quale è impossibile avere certezze e fondamenti ed anche per questo il poeta, molto compostamente, asserisce “Io non vorrei per me nessun altrove,/ mi basterà la vita che ho vissuto” (29). L’aldilà è per il Nostro non la proiezione di un universo di pace, felicità e coralità che si preserva all’infinito senza scadenze né tribolazioni, ma una “strana idea […] che non sappiamo bene dove esista” (29), una sorta di illusione più o meno convinta o una allucinazione perdurante (“ci insegue dalla nascita,/ da sempre”, 29).

Vettorello parla del difficile da attestare, quella “bellezza dell’imperfezione” (17) sottolineando come sia “il fango che produce/ le fioriture magiche del cuore” in un componimento d’apertura, che è quello che dà il titolo all’intera raccolta, ricco di suggestioni: il fango, metafora dell’indistinto e una sorta di magma onnicomprensivo del quale si ha ribrezzo, è in grado di aprire alla vita e condurre a “fioriture magiche”: non si parla qui in termini direttamente materiali del processo di produzione e crescita della natura, quanto piuttosto delle logiche del sentimento. Il cuore, dice Vettorello, può fiorire e dunque aprirsi o addirittura esplodersi anche dinanzi ad avvenimenti, incontri e situazioni che apparentemente non hanno in sé nulla di luminoso ed edificante. Vettorello uomo, che ha alle spalle un lungo cammino fatto di esperienze, incontri e viaggi, è la persona più cara che può trasmetterci piccole pillole di saggezza (non sono insegnamenti, né denunce morali, né hanno un intento didattico che rifugge dalle volontà di un uomo spontaneo quale lui è) come quando in “L’incapacità della parola” annota “Nessun istante è uguale/ a un altro” (18) instillando con vigore la straordinarietà di ciascun momento che non ha nulla di duplicativo all’altro o di tendenzialmente banale. È una asserzione questa assai importante nel Nostro dove spesso ho letto tracce di crepuscolarismo nel tinteggiare grigiori e desolazioni, mancanze e desolazioni di chi è portato troppo spesso a navigare nel passato ancorato da ricordi che altisonantemente risuonano a cascata.

A mitigare la foschezza di alcuni impianti lirici già evocati sono una serie di “diapositive” di alcuni viaggi fatti dall’autore tra cui Camaldoli e Reggio Calabria (la poesia intitolata “Fata Morgana”, 43) e vari ambienti della città di Milano, luogo dell’autore, in cui Vettorello sembra voler andare sempre a rintracciare un’immagine del passato per porla in comparazione a quella che vede al presente. Così “Milano alla mattina/ è triste come il sogno che finisce/ quando la sveglia ha già suonato l’ora” scrive in “A Rogoredo” (42) ed ancora è il grigiore, questa cappa indistinta di a-solarità e noia di Via Ghiberti e di Piazza Duomo 19 (precisissimo il riferimento toponomastico, quasi stessimo leggendo una cartolina!) che si riallaccia al ricordo della madre, passata a quell’ “altrove” indefinibile e che ha lasciato suppellettili che ora, col trascorrere del tempo, anch’essi sembrano disfarsi: “si fanno bruni d’ossido e di morte/ i rilucenti pomoli d’ottone” (49).

Riflessi civili (già presenti nelle precedenti opere dell’autore) confluiscono anche in quest’opera contribuendo ad arricchirne le sfumature tematiche. La partecipazione del Nostro dinanzi alle dinamiche sociali internazionali è una costante che gli rende merito (si ricordi la poesia dedicata a Rajm contro la lapidazione di una donna indiana) poiché è compito della letteratura, ancor più oggi giorno, denunciare con asprezza le ingiustizie e le forme di tortura che dominano ancora in varie realtà. Vettorello lo fa non con uno svolazzante pietismo come spesso viene fatto quando si prende dalla cronaca per farne una poesia, ma con profondo interesse indagatore (“si dissangua/ quell’operaio che non ha lavoro”, 50) e con una commozione di fondo che risiede nell’indolenza comune, l’inedia comunicativa e nell’apatia generalizzata. Ed è così che i suoi occhi cadono sul mondo della disoccupazione, sugli anziani abbandonati che muoiono nella completa solitudine, sui civili giovanissimi di una guerra che sembra non finire mai (quella siriana). Nelle tante ferite che la società ha sul suo corpo e dalle quali grondano sangue tanto da non riuscire a cicatrizzarsi spunta lo spauracchio più pericoloso che è quello del negazionismo e della dimenticanza: “Non c’è stupore e non c’è novità,/ quello che accade è come sempre uguale” (50).

A chiudere il volume è la poesia “Lager” nella quale Vettorello non manca di dipingere alcune delle scene più dolorose e raccapriccianti del periodo nazista degli internamenti forzati: sono immagini che sfilano davanti ai nostri occhi come se sfogliassimo un manuale di storia contemporanea. L’attenzione è posta su quei “reticolati,/ corone di spine per tanti calvari” (85) in cui non è solo il metallo acuminato che punge e fa sanguinare che ci ricorda la corona di spine del Cristo della Passione ma anche l’elemento che divide e dissacra la separazione dell’umanità libera. Ed è lì che sui “reticolati malati di gelo e cristalli rappresi” (85), la luce sembra esser stata sconfitta per sempre tanto che Dio sembra essersi annullato per non assistere a quel massacro. Vettorello, com’è tipico della sua verve proclamatoria e libertaria, è ancora una volta il cantore spontaneo di una situazione dove il delirio ha preso il sopravvento tanto da produrre un processo omertoso di ammutolimento e di disinteresse globale: “Nessuno si accorge di nulla,/ non s’odono gridi,/ la morte che uccide/ sa farlo anche senza rumore” (85). Ritorna qui, con esiti impareggiabili nella resa delle immagini, il nero girotondo di solitudine, morte e silenzio che è spesso causa-conseguenza di tragedie, tanto personali e familiari, quanto sociali e internazionali.

A completare il volume, come già accennato, sono una serie di liriche dedicate dal Poeta ai propri genitori e in particolare quella alla “dulcissima mater” (59) nella poesia “Gli addii”. Sono poesie cariche di ricordi e d’affetto nelle quali si respira una certa inquietudine mitigata solo dall’anzianità lucida e saggia dell’autore dove, come risultato di una sorta di immancabile rito di passaggio, leggiamo: “Ho capito/ che si diventa un uomo solo quando,/ quando si impara a dire/ il primo addio” (59).

Se la società nella quale viviamo è talmente insensibile da non mostrare la benché minima precauzione è anche vero che la potenza del pensiero, l’autenticità di un animo riflessivo, contemplativo e tenacemente razionale quale quello di Vettorello è, non devono lasciarsi intorbidire dai meccanismi utilitaristici del mondo, dalle logiche altisonanti del progresso privo di etica, dai fragori e dalle maleducazioni di sorta: “Mi tiene vivo, in fondo l’incertezza,/ la mia precarietà, la voglia folle/ d’altre bandiere da affidare al vento,/ di nuovi porti ed altri approdi certi” (67). C’è solo da sperare, allora, in un piacevole e salvifico vento di bonaccia. Ma la speranza è poca cosa se manca la volontà di fare e il credere in noi stessi. Grazie Rodolfo per i tuoi insegnamenti di cui fai gratuito dono alla collettività!

Lorenzo Spurio

Jesi, 21-08-2015

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