“Dipthycha 2” di Emanuele Marcuccio. Lettura critica di Lucia Bonanni

DIPTHYCHA 2 di Emanuele Marcuccio

Lettura critica di Lucia Bonanni

«L’amicizia virtuale

non ha distanze né frontiere.

Ha un viso sconosciuto

immaginario

si occupa di te

si confida con te

condivide con te tue scoperte.

La sera viene a portarti

la buona notte

e a dirti… “A domani”.

È un’amicizia che senti… reale

benché virtuale.»

                           (dal web)

«Coronata di viole, Saffo,

dolcemente sorride fra le Fanciulle

illustre poetessa, Donna pienamente.»

Saffo, Frammenti

Dipthycha 2_original_front_cover_600Sempre a te stretta non tener l’idea, ma lascia che il tuo pensier in aria vada, come uno scarabeo, legato a un piede” (Le Nuvole), opera di Aristofane la cui rappresentazione ho potuto vedere al teatro greco di Siracusa. Similmente al palcoscenico di un teatro è la piazza del web dove lo spettatore al posto della cavea ha davanti “un foglio di vetro impazzito” e una tastiera “in realtà autentiche” di “Vita parallela” e “Telepresenza” di “umanosentire”. Apparati di spettacolo e “pensatoio di anime sapienti” (Aristofane op. cit.) in cui l’individuo è attore e spettatore, vive attraverso la proiezione virtuale tutte le problematiche emozionali connesse alla propria realtà psichica, riuscendo ad utilizzare il potere espressivo come creatività e catarsi. Se nel teatro è l’attore a mediare il personaggio e ogni singolo spettatore se ne appropria in una identificazione emozionale, nella realtà virtuale è una “[T]elepresenza,/ frapposta da un foglio di vetro” in cui “sensazionintense di parole unite/ [..] costruiscono mondi/ […] di umanosentire” (E. Marcuccio e S. Calzolari). L’immaginario che costituisce anche svago per la mente, è una necessità logico-formale per cui l’intimum mentis ordina e attribuisce significati agli eventi, individuando modelli di linguaggio insieme ad una possibile via di accesso alle creazioni estetiche quali espressioni di sentimenti, passioni, costumi e angolazioni sociali e culturali. È quanto è successo per il progetto di “Dipthycha”, ideato e curato da Emanuele Marcuccio, poeta e aforista, e che dà vita a dittici a due voci, grazie anche alla poetessa Silvia Calzolari, musa ispiratrice del componimento “Telepresenza” e successivamente del primo dittico a due voci realizzato nel maggio 2010. Il dittico, parola derivante dal greco con significato composto di due e piega e in latino diptycha (-órum), piegato in due, era la coppia di tavolette di legno o di avorio, ripiegabili l’una sull’altra e legate da una striscia di cuoio, che nell’antichità erano usate nella parte interna, spalmata di cera, come superficie per scrivere. I magistrati le usavano per mettere il loro nome e il loro ritratto e per donarle agli amici il giorno della loro entrata in carica. Diptycha riguardava i dittici della Chiesa e serviva per registrare i nomi dei vescovi. Al Museo di Santa Giulia a Brescia ho potuto ammirare dittici romani in avorio scolpito, alla Galleria degli Uffizi i dittici dipinti di Bonaventura Berlinghieri nel “Dittico della Crocifissione” e quello di Piero della Francesca per il doppio ritratto dei duchi di Urbino mentre al Museo nazionale di Ravenna ne ho visti alcuni, riguardanti l’ambito cristiano. Quale “sintesi immaginifica” di tutto il lavoro sulla copertina di “Dipthycha 2” spicca l’immagine, per me meravigliosa, della Scriba o Saffouna fanciulla magnificamente agghindata che tiene con la mano sinistra un dittico e con la destra lo stilo alle labbra” giusto come scrive Marcuccio nell’introduzione. I nuclei tematici, formanti ciascuno dei dittici, oltre alla vasta gamma di sentimenti, sono rintracciabili nelle corrispondenze empatiche, le dediche ai poeti, la passione intellettuale e in quella amorosa, la violenza di genere sulla donna, la Natura nelle sue molteplici accezioni, le valenze simboliche dello specchio, del filo, del mare, della luna, per non dimenticare i genocidi e le guerre, nonché il richiamo ai classici da cui mi piace iniziare questo mio commento.

Pauroso apparve Odisseo, orrido di salsedine,/ e le fanciulle fuggirono sulla spiaggia./ Sola, la figlia di Alcinoo restò, perché Atena/ le infuse coraggio nel cuore e il tremor le tolse” (Omero, Odissea, canto VI). Se nei versi di Omero simile ad una dea per bellezza e portamento appare la fanciulla ad Ulisse, Marcuccio le restituisce dimensione terrena e nel suo “candore di purezza” lei si illude che “l’ardito eroe” possa donarle quell’amore di “lucente bellezza” da sempre vagheggiato. I versi di Marcuccio sembrano quasi una nenia, sembra quasi che il poeta voglia ninnare quel “sogno d’innocenza” per allontanare il pianto causato dall’ “amara sorte”. «[…] “Quando/ mi diparti’ da Circe […]/ né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ’l debito amore/ lo qual dovea Penelopè far lieta,/ vincer potero dentro a me l’ardore/ ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto […]”» (Dante, Inferno, canto XXVI). Così nella fiamma biforcuta insieme a Diomede, Ulisse sconta la pena dei procuratori di frode mentre nei versi della Alessandrino è a causa del “Fragore di inutili battaglie/ tutte là/ su quell’ormai bianco petto incise/ che han dissolto nell’ira/ il ricordo di sussurrati amplessi/ e di mani intrecciate sul letto sfatto”. Penelope adesso è una donna stanca, disillusa, indifferente anche agli sguardi, una donna consumata dall’attesa, dalle troppe lacrime versate e dalle tante notti solitarie, una donna che non ha più aspettative, che non trema più al pensiero di stanche carezze, che non sta più lì accanto al talamo a tessere una tela che più che un panno è trama di fibre d’amore. “È sulla soglia adesso/ e conta le sue battaglie senza fragore”. Con piglio felice di donna e di poetessa l’Alessandrino dipana un canto assai delicato nelle tonalità espressive e che mai disattende la vena di lirismo, lasciando che sia il lettore ad immaginare la tensione che si sviluppa sul talamo, costruito sul vecchio olivo. Nei versi di Rosalba Di Vona Penelope sembra quasi voler richiamare la “Passione/ In apparenza sopita/ [e sembra esortarla ad aprire il suo cuore] Prima che perda/ Ciò [che per lei] È insostituibile e unico” e nelle parole di Marcuccio “Come un sogno/ [che] si adagia e si rasserena/ [nel suo] andare disperso”. Altre vicende di donne evocano la figura di Penelope a cui fanno eco la sorte di Didone che Enea ritroverà nell’Ade, l’anelito dei sogni colorati di una bimba che rivive nei versi di I. Celestini, voli stroncati “[da] mani di adulto/ [che le hanno] stappato le ali” ed ancora Elettra, personaggio centrale nella tragedia di Sofocle come lo è Antigone. “Non morì uno schiavo, morì mio fratello” risponde decisa Antigone, rea di aver celebrato i riti funebri per quel fratello, lasciato sulla nuda terra, “orrido pasto” di cani e di uccelli. Ed è un altro fratello, Oreste, “creduto morto” a consolare quella sorella “reietta, percossa, disprezzata”, ma che “giammai trema/ sotto le sferze del ciclone”. La suggestione evocata dai versi della Celestini e da Marcuccio, riguarda la violenza di genere ad opera dei tanti Egisto che “bruciano” libri per convertire in sudditanza l’emancipazione culturale della donna. In psicologia il nome di Elettra rimanda a quello che viene indicato come “complesso di Elettra” che è poi il corrispondente del “complesso edipico” che sia Freud che Jung avevano preso a modello dagli autori greci per meglio definire le nevrosi dell’età adulta. Ma poi è sempre la Natura a far da contraltare alle vicende dell’uomo e “non c’è processo simbolico che non sia avviato da un’iniziale emozione poetica come dimostra il fatto che conoscere è ridestare alla memoria, gioire è ricordare l’immemorabile” (C. Pavese, Dialoghi con Leucò, prefazione). Così il mare, il sole, la luna e non ultimo lo specchio, sono esplorazione simbolica del mondo primitivo in cui il μύθος (mythos) apre l’orizzonte dove qualcosa è. “Senza mito non c’è poesia e senza poesia non c’è chiarificazione del fondo oscuro della psiche” (C. Pavese op. cit.). Lo specchio, antifrasi e ripetizione dell’identico, è anche ritorno su luoghi conosciuti. “Sublime specchio di veraci detti,/ mostrami in corpo e anima qual sono” scrive l’Alfieri che spesso “irato a’ patrii Numi” si recava presso i marmi di Santa Croce a trovare ispirazione. Nei versi di Marzia Carocci lo specchio è urna che accoglie ombre insieme a una parte dell’essere, “Ombre su specchi/ dai lividi incanti/ dove muore riflessa/ una parte di me”; a differenza dell’incanto, il disincanto è la situazione spirituale che implica il superamento di un’illusione e nei versi della poetessa l’incanto, cioè l’attrazione dell’immagine riflessa, che esercita lo specchio, ha tinte scure e quell’aggettivo “lividi” ne rivela tutta la drammatica istanza. L’ironia dello sguardo, però, lascia che sul vetro scivoli via “come fresca rugiada” l’intima essenza delle cose. Cardine del componimento sono le due espressioni contrapposte “lividi incanti” e “fresca rugiada”, la prima a significare un attimo di smarrimento interiore e l’altra a recuperare la quiete perduta. Marcuccio si incanta alla vista del “palpitar di acque tremolanti” e si lascia cullare dal senso di pace e specchia il proprio essere nella rifrazione di uno “specchio che traluce,/ che trapassa […]/ [e] s’immerge,/ senza tempo” quasi a voler eternare il “sogno”. “Non sapevo fosse così. Credevo che tutto finisse con l’ultimo salto. Che il desiderio, l’inquietudine, il tumulto sarebbero spenti. Il mare inghiotte, il mare annienta, mi dicevo” è quanto Pavese fa dire a Saffo in “Dialoghi con Leucò” mentre Britomarti, ninfa cretese, le risponde che “morire a una forma è rinascere a un’altra”. Ma “Là, dove il mare è profondo,/ fondo fondo;/ là, dove le onde si rincorrono,/ corrono corrono:/ […] lo sguardo […]/ si fa chiaro”, e “[…] le tue acque mi preme sfiorare…/ il tuo sorriso appare” (E. Marcuccio, G. Finocchiaro). Ricorrono nei versi di Marcuccio le belle anadiplosi, cioè il raddoppiamento di un termine con significativo effetto di risalto: “fondo, fondo”, “corrono, corrono”, via via, come risaltano nei versi di tutti gli altri poeti le ampie figure retoriche a iniziare dalle sinestesie quale stilema tipico della poesia simbolista e della poesia ermetica italiana. Per Gian Piero Lucini la luna è “luogo comune degli sfaccendati/ in ogni prova prosodica,/ facile rima ai sonetti romantici”. Ma la luna affascina a tal punto Marcuccio da fargli scrivere una lirica come risposta alla domanda di Leopardi e sulla superficie del satellite scopre “ammassi oceani” e “mari [che] la solcano/ in prosciugata tranquillità”. Come scrive, invece, A. Occhipinti “Oppressa di noia e di smanie/ l’umana specïe s’addorme…/ Selenica luce, esterna salute” mentre per Foscolo “Lieta dell’aer tuo veste la Luna/ di luce limpidissima i tuoi colli”. Quella che descrivono i due autori non è una luna che si è rotta e in cielo lascia vagare i cocci, ma è Diana, simbolo femminile e protettrice della castità quale attributo muliebre, mimesi di rappresentazione e atto magico da non violentare. “Dove si perde/ il canto del cuculo/ un’isola sola” (haiku di M. Basho) e il barbagianni “Clownesco rapace,/ [mostra] trasparente bellezza” e il rondone che “[…] non tocca mai il suolo,/ […] in cielo si accoppia:/ […] e mangia e dorme/ in cielo” e “La […] rosa/ è illuminata dalla prima luce,/ di un nuovo mattino”, “[ed io all’alba] sono uscita incurante del freddo/ [e adesso a voi chiedo] Chi ha rubato nella notte/ I semi di girasole?” Queste liriche di Marcuccio, Occhipinti, M. R. Massetti e Giusy Tolomeo ci ricordano la libertà dell’aria e i colori floreali della terra dove una piccola e delicata foglia non è “meno importante/ del quotidiano corso delle stelle” (W. Whitman). Tutto legato da un filo trasparente che si srotola e si arrotola a seconda della mano che lo tiene e che si attorciglia “in un ampio corso” e “si adagia, si sospende, si abbatte” in un labirinto di idee, su acque sorgenti, su un raggio di sole, nell’azzurro, cercando “Una mano dolce/ che legherà per sempre/ quel gomitolo/ al suo cuore” (E. Marcuccio, G. Tolomeo). “Chiare, fresche et dolci acque,/ ove le belle membra/ pose colei che sola a me par donna” (Petrarca, Canzoniere CXXVI). “Verdi alture frondose,/ […] limpide cascate:/ acqua pura e limpida,/ fresca grazia luminosa,/ natura viva e rigogliosa” (E. Marcuccio), “pulviscolo di fruscio d’ali il vento solleva/ muovendo a pacato calore sguardi e cuori/ di solitari sparuti osservatori
(G. Tagliente). Nel componimento di Marcuccio si può ascoltare il medesimo suono delle acque delle “rime sparse”in cui la natura è viva e trasposizione di amorosi pensieri. Nella lirica di
G. Tagliente la parola pulviscolo richiama la frantumazione dell’acqua, sollevata dal vento, nello stramazzo della cascata mentre i cuori sono osservatori solitari. “C’è un albero dentro di me/ trapiantato dal sole/ le sue foglie oscillano come pesci di fuoco” (N. Hikmet), “Dorati petali/ fiori profusi/ catene intrecciate/ d’amore” (R. Cassese), “Canta la primavera/ su per le fronde/ e per gli arbusti accesi” (E. Marcuccio). Nei versi di questi due poeti oltre a Hikmet c’è il Pascoli delle vermiglie bacche , l’andar di frasca in frasca del d’Annunzio, “La Falterona verde nero e argento” di Campana dove tra fini capelli vegetali “traspare il sorriso di Cerere bionda”. Ma non è “Eternità”, bagliore di attimi sereni, anche lo stesso Bufalino afferma: «Capita a volte di sentirsi felici. Non fatevi prendere dal panico. È solo un attimo e passa». Così, oltre quel fumo denso e asciutto, “oltre l’orizzonte sconfinato” creatura del mio tempo “usavo lo stesso linguaggio/ [di altri uomini]”, “brama[vo] viva speranza/ e tanta audacia nel cammino” insieme a quel raggio di sole “che non muore” i versi di E. Marcuccio, G. Tolomeo, T. Degli Ugonotti, fanno eco ai versi di altri poeti e alla guerra, la maledetta guerra, in ogni sua forma e collocazione geografica, insieme alle genti scolora anche le bacche e i girasoli, mescola “I rumori della notte” e “[Tra] picchi di silenzio” imputridisce anche “Gli odori della notte”. E allora “Verrà il Silenzio/ […] e sconsolato di suo trionfo/ ti prenderà per mano” mentre “il pensiero viaggia istantaneo” (D. Ferraro, E. Marcuccio) e sul pianto non udito dei “Trecentonove Aquilani” che “Tutto hanno perduto” e adesso si confondono tra “Vibrazioni devastanti” e “nella rovina di quelle case”(C. Imperato, E. Marcuccio). Così, ancora una volta nella storia dell’Umanità “Polvere e sangue” si impastano “Alla nuda frontiera del mondo/ [dove] impavidi cecchini sparavano,/ uccidendo soldati amici” (L. Spurio) e “Muta/ una nobile famiglia/ e rimane, muta/ divisa/ al presente…/ espia colpa/ amara colpa”. Marcuccio fa del lessico incisivo gioco di parole, metafora concettuale, paronomasia sonora, ossimoro e assonanza e il vocabolo “muta”, meravigliando il lettore, una volta è verbo e l’altra aggettivo. Ma chi sarà “Il laido timoniere” che naviga “nei mari avulsi da umana presenza” e “Il marinaio” che “sbattuto dall’onde/ in mare precipita/ e naufrago a riva/ di nuovo riparte
(L. Spurio, E. Marcuccio).

Però “Se un’idea ti confonde le idee, lasciala e passa oltre: poi riprendila a mente fresca, bilanciala, scuotila [perché le Nuvole] mutano di forma a loro piacere” (Aristofane, op. cit.)

E “Il mondo è un posto bellissimo/ in cui nascere/ se non t’importa che la felicità/ non sia sempre/ così divertente/ […] perché perfino in paradiso/ non si canta tutto il tempo” (Lawrence Ferlinghetti).

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 21 agosto 2015

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