Pubblicato il nuovo libro di Rita Stanzione, “Da quassù (la terra è bellissima)”, con prefazione di Lorenzo Spurio

Nelle scorse settimane è uscito il nuovo libro di poesia della poetessa campana Rosa Stanzione, Da quassù (la terra è bellissima) per i tipi di 4 Punte edizioni. Sono stato felice e onorato di aver ricevuto dall’autrice l’invito di scrivere la prefazione a questa ricca raccolta poetica. Estraggo, per una breve presentazione, qualche parte dalla prefazione che apre il volume.

La poetica garbata e incisiva della Stanzione non può essere quella dell’uomo assuefatto dalla cronaca dolorosa dell’oggi né del vivisezionatore della realtà, così pesantemente occupata dagli oggetti, dai segni e dalle direzioni piuttosto che dai significati, dalle profondità e dai contorni di (possibile) luce.  […] La prima sezione, Siamo tutti migranti, affronta con grande rispetto e acribia stilistica il dramma endemico dell’immigrazione e le sue tante fosche ombrature. Da ogni testo è netta la riprovazione dinanzi a un atteggiamento incivile e omertoso dell’uomo contemporaneo. […] I motivi della speranza, del cambiamento, di un futuro migliore, di una società ravveduta e realmente partecipe ai drammi del singolo in difficoltà vengono via via posti in risalto nei componimenti innervati non solo da una grande pietas cristiana ma da un reale desiderio di porre sulla carta realtà apparentemente inenarrabili e di certo inaccettabili.  […] Nella seconda sezione dell’opera, Se questi sono uomini, è evidente l’eco di Levi nel descrivere una condizione di negazione dell’uomo in relazione alle condizioni di prigionia, violenza e sottomissione vissute nel secondo conflitto mondiale.

L’autrice del libro

[…] Impressivo il poemetto Dal seno acerbo e storie mute, dedicato alla truce abitudine delle spose bambine dove tutto tende a rimarcare la violenza delle azioni dell’uomo, la fine dell’innocenza e il predisporsi alla vita con urgenza e implacabilità a seguito di condotte comandate. Il tema della donna, del suo silenzio e della sua segregazione, ritorna in altre liriche con le quali cerca, con remissione e grande spirito partecipativo, di far parlare le povere martoriate. […] Un accenno va posto anche alla sezione Compluvium, un vero e proprio Famedio. Qui l’Autrice colleziona testi dedicati a esponenti delle arti e a poeti, ma anche a musicisti: dall’arte sociale di Grosz che palesava sulla tela degenerazioni della classe nazista a efficaci omaggi al surrealismo di Dalì e al cubismo nelle distorte visuali delle celebri prostitute della tela di Picasso. Camei anche della sfortunata Frida Kahlo, dal rigorismo di Piet Mondrian (l’ordine tutto compreso / in un semplice foglio di luce), dal realismo di Guttuso con una poesia dedicata al quadro “La Vucciria”. È gran parte della tradizione artistica contemporanea a venir omaggiata: omaggi anche su opere del viennese Klimt, dello sculture Rodin, dei fotografi Julia Margaret Cameron e Robert Capa. […] Se devo pensare a quest’opera nel suo complesso, mi vengono in mente due artisti che con le loro produzioni hanno reso grande la letteratura e l’arte. Mi riferisco a T.S. Eliot, che con la sua opera magistrale, La terra desolata, dimostrò le multiple sfaccettature ed echi di linguaggio tra i tanti autori rievocati, citati, richiamati, in una realtà multipla, a mosaico. Dall’altra parte penso a un artista totale come Christo che con il suo genio è riuscito a dare applicazione a un’arte concreta su grande scala dagli ampi significati. Ciò che interviene in maniera folgorante in operazioni d’arte sul posto come furono quelle di Christo nel determinare fascino e shock è la dimensione preventivamente strutturata della temporalità. Vale a dire l’effetto estemporaneo e diretto – automatico un po’ com’era per il Dalí ribelle – che crea sull’uomo, che diviene fruitore dell’opera.

Una poesia scelta dal volume:

Non ha muri la mia casa

(a Marina Cvetaeva)

Lascia che vada

paesaggio dai fronti deformato,

sia il letto cespuglio

per uccelli dal canto straniero

a me prossimo. Lascia

che a Tarusa sigilli ogni squarcio

e affidi al sambuco le soglie

dove ha pace la voce.

Che al custode consegni

le case vuote, il freddo

di ponti arcani,

la mano mancata dal bene.

Le non confessioni di libertà

sotto vesti logore, lasciale

armarsi di primavera

quando anche il corpo avrà gioia

in una piana

di blu, per confine.

“Tra le sbarre incandescenti” di Barbara Colapietro – segnalazione di Lorenzo Spurio

Segnalazione di Lorenzo Spurio

Lo scorso 16 settembre 2021 presso il GRA’ – Cortile di Palazzo Gradari di Pesaro – si è tenuta la presentazione del libro di poesia di Barbara Colapietro, Tra le sbarre incandescenti (Bertoni, Perugia, 2018). L’iniziativa si è svolta grazie al poeta e critico letterario Bruno Mohorovich nelle sue vesti di curatore del marchio editoriale “Poesiaedizioni” all’interno di Bertoni Editore.

Lo stesso Mohorovich così ha scritto nella prefazione che apre il nuovo volume della Colapietro: “Ci sono una situazione e un intento nella [sua] nuova produzione poetica; la prima è esplicitata nel titolo Tra le sbarre incandescenti che rende il senso di una sofferenza, di un ingabbiamento cui è costretta e nella quale, sgomenta, assiste a una crisi civile e morale che la attanaglia e da quelle sbarre lancia il suo urlo di ribellione verso una disagiata società incapace di leggersi. Sbarre di una gabbia, cui si costringe – o si sente costretta – da un mondo ristretto che non le piace, non la accetta quando lei cerca un mondo vero, senza falsità, un mondo uguale per tutti, un mondo più maturo. L’intento, altresì, è chiaro sin dall’esergo, dove ella si rivolge ai “cercatori di verità sepolte”. In linea col suo pensiero proteso ad una spinta solidal-spirituale, in queste sue composizioni dai toni duri e pragmatici, esprime la sua angoscia esistenziale dovuta al vuoto di certezze e valori, andando a sondare un terreno invero ingrato quale la ricerca della verità, in un momento in cui non sembra così politicamente corretto affermare che è possibile cercarla e trovarla”.

Barbara Colapietro, che ha precedentemente dato alle stampe il volume Semplicemente, la mia storia[1] (Bertoni, Perugia, 2018), è intervenuta assieme a Bruno Mohorovich e all’artista pesarese Mara Pianosi (che ha illustrato magistralmente con la sua pittura ad acquarello il nuovo libro e spiegato la genesi di ogni sua creazione), mentre la lettura di poesie scelte è stata affidata alle voci di Chiara Anastasi, Loretta Cecchini e Anna Fumagalli.

Tra le sbarre incandescenti è il suo quarto libro di poesia, opera che lei stessa ha considerato come conclusiva di un ciclo pensato come autobiografico che si è aperto nel 2018. Si ripercorre, così, nella struttura progressiva di vari “capitoli” conseguenti, il viaggio umano ed emozionale dell’autrice-donna in completa immersione nei sentimenti. È uno scandaglio che non risparmia i recessi dell’umanità come quando l’autrice parla o allude a sentimenti amari e di riprovazione, di sdegno e lotta interiore, di sfiducia e vero dolore nei confronti di illiceità e inadeguatezze. C’è, però, anche la sensazione della levità, di un librare pacificato in poesie dove la Nostra si riannoda al presente per mezzo del travaglio della disperazione e con rinata consapevolezza è in grado di percepire la beltà e di rivalutare comportamenti. In questo c’è, come lei stessa ha osservato in una dichiarazione, “l’amore per la verità e non la spada”, sintomo di un ritrovato colloquio con se stessa, di più convinta accettazione e di naturale inserimento e confluenza col mondo che l’attornia.

“Ho rielaborato esperienze vissute sulla mia pelle, miscelate a racconti cinematografici, pagine di poesia e narrativa, testi di grandi cantautori, opere d’arte che hanno lasciato la loro impronta nella mia formazione che mi ha educato al rispetto della vita, nel bene e nel male”, ha sostenuto, riconoscendo il grande lavoro, tanto di ispirazione creativa, di stesura, di raffronto e di collegamento tra branche delle arti diverse, tra codici variegati, nella continua esigenza di dare alla parola il suo vero senso: quello dell’apertura, della mano tesa verso l’altro.

Grazie alla fedeltà cronachistica dell’autrice del libro sullo svolgimento della serata di presentazione del volume, e il suo ricordo, mi piace citare alcuni dei testi che nel corso dell’evento sono stati letti e alcune sue considerazioni sugli stessi.

Dalla prima sezione del libro, “Tragedia a due voci”, è estratta la poesia “Avvertimento” nella quale si legge: “Dolore di esistenze spezzate, / logica perversa / del potere che spegne / la gioia / solo per il macabro gusto / di uccidere / la felicità altrui”. A questi versi fa seguito il riferimento alla figura mitologica di Aracne sulla quale la poetessa così ha rivelato: “questa fanciulla, trasformata in ragno per un capriccio di Atena, ripercorre la sua trama che ha imbrigliato la storia dell’umanità, arrivando a togliere l’aria anche a una semplice bolla di speranza in un campo di concentramento (non solo nazista) con reti elettrificate per dissuadere i prigionieri da ogni tentativo di evasione… col pensiero”. È seguita la lettura della drammatica poesia “Senza parole” dedicata alla ecatombe di disperati sui barconi (“bar[e] galleggiant[i]” come le chiama lei) nelle acque del Mediterraneo: “In ogni menzogna dell’Occidente / si perpetra l’ignominia. // La veridicità dell’orrore / sgretola l’illusione”.

La lunga poesia (che dà il titolo a questa prima sezione del libro), “Tragedia a due voci”, ha la forma di un dialogo impressionante e sadico che trova compimento in una chiusa se non del tutto risolutiva senz’altro tesa a pacificare la dannazione e il delirio, elemento costitutivo dell’intera lirica: “Il carnefice vestito di porpora esulta: / il blasfemo è in cenere”. Per meglio poter comprendere il testo, il commento dell’autrice risulta non solo utile ma ampiamente godibile nel suggerirci il tracciato genetico dei versi stessi. Così la Colapietro ha rivelato: “In questa poesia, nata visitando Campo de’ Fiori, sono entrata nella memoria del fuoco, testimone dell’esecuzione sul rogo di Giordano Bruno il 17 febbraio 1600.  La mente che si dissolve ripercorre la rabbia di Dante Alighieri esule, l’Apocalisse di Giovanni, i martiri cristiani-donne uccisi per la loro fede dopo torture inimmaginabili descritte nella Legenda Aurea, fino alla dissoluzione di ogni pensiero che restituisce la lucidità spirituale al condannato a morte per blasfemia. Il cuore, invece, è quello di Jeanne d’Arc [ovvero Giovanna D’Arco nota come “Pulzella d’Orleans”] che brucia in un passaggio sul rogo il 30 maggio 1431, questo spazio-temporale diverso da quello del condannato a morte a Roma, diventa preghiera che rafforza lo spirito”.

Dalla seconda parte, “Radiazioni”, la poetessa ha estratto (oltre a “Incandescenza d’amore”) la brevissima poesia “Il cuore” che ha ispirato una delle tavole ad acquarello di Mara Pianosi presenti nel volume. “Il cuore è estremamente fisico e libera un diamante simbolo di trasparenza e un bucaneve simbolo di purezza”, ha rivelato la poetessa. Di questa sezione sono anche le poesie “La gabbia della farfalla” il cui incipit recita: “Impressa sul marmo pregiato / da un grande artista, / tatuaggio indelebile”, scritta sull’onda della suggestione provata dalla poetessa dinanzi a un celebre gruppo scultoreo di Gian Lorenzo Bernini su motivo delle “Metamorfosi” di Ovidio.

Della terza e ultima sezione (“Su un disco di cera”) la poetessa ci ha fornito le letture e le riflessioni sulle poesie “Sguardi”, “Bianco e nero” e “Tessitrice di passioni”; con quest’ultimo testo poetico, molto garbato e dal tono lieve, pare davvero di poter scorgere l’apice di espressività della Nostra, la tensione elevata che protende verso le nervature di un’anima rabdomantica, che scruta, cerca il suo percorso, si dilegua e riflette sulle emozioni personali e comuni, sui fatti del mondo, sulle vicende esemplari di un dettato che ci fa uomini, ma anche fratelli e sorelle, in una connubio di rispetto e riscontro fattivo, d’incontro e condivisione d’intenti: “Le tue mani / vibranti d’amore / intrecciano i fili”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 29/09/2021

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare da testo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.


[1] La mia recensione a questa sua precedente opera è disponibile cliccando qui.

“Nell’abisso del risveglio” di Riccardo Carli Ballola. Prefazione di Lorenzo Spurio

Prefazione di Lorenzo Spurio

Tra le circostanze che spingono un autore a scrivere (e a pubblicare) un volume di liriche e gli esiti concreti di quelle stesse opere da sempre si staglia un universo, indagabile in più direzioni, di possibilità e letture. Questo perché, come la critica più recente ha – secondo il mio parere – giustamente fomentato, il messaggio che si estrae da un’opera, nell’analisi di temi, stili, idee e accostamenti alla materia reale, non è un dato di fatto, intrinsecamente valido e di per sé indipendente da ciò che il lettore – attento, s’intende – è in grado di scavare tra le parole per far venire in superficie. Queste considerazioni appaiono ancor più vere se ci si approssima alla lettura della nuova raccolta poetica del ferrarese Riccardo Carli Ballola, che si compone di quaranta testi e il cui titolo è già di per sé significativo: Nell’abisso del risveglio. Ci troviamo dinanzi a una delle polarità che all’interno della raccolta fuoriescono in maniera continua e sorgiva, tra opposti evidenti, ossimori, contrasti netti, immagini antitetiche, antipodali. Tutto questo aiuta di per sé a far riflettere e ad interrogarsi.

L’interrogazione, che non è fine a se stessa e non vuole essere una ricerca pratica e veloce di una soluzione ai problemi intestini che ci riguardano e ci affliggono, tanto nel privato che nel senso collettivo d’appartenenza, ha a che vedere con un atteggiamento votato alla perlustrazione emotiva, alla meditazione, ad ambiti di raccoglimento e approfondimento. Spesso tali condizioni, appaiate all’animo melanconico e tormentato del poeta hanno fatto di lui un essere votato al pessimismo, in perenne lotta interiore, dominato da uno spirito crepuscolare quando non propriamente lamentoso e piagnucolante. Eppure, come nell’opera di Carli Ballola, ben risalta l’importanza della riflessione, spesso un duello interiore che ritorna, appare sopito, si riaccende, alla ricerca più di una rassicurazione e un conforto che non di una risposta netta. Sembra di rendersi conto di questo in versi quali “porgo un sacco di domande”, “sono qui / a chiedermi se è tutto vero”, “[sono] a chiedermi che faccio nel polverone”. Riferimenti a un colloquiare intenso e mai domo con se stesso, nella condizione spoliante di un “assurdo[1] presente” e di presenze fumose, recondite immagini che riappaiono o che, al contrario, si ricercano con foga, quelle “ombre come me” di cui parla l’Autore.

Pur con la meticolosa attenzione che il riferimento a scuole e tendenze sempre necessita si potrebbe dire che la poetica del Nostro si colloca in uno spazio intermedio tra realtà e incoscienza, tra empirismo della realtà e misticismo del non conosciuto. Non mancano, anche in questo caso, ambiti che rilevano una dualità di tipo manicheo, un confronto serrato tra antitesi che il Nostro ricalca, sperimenta, offre a tutti noi lettori. Sarebbe di per sé sufficiente per asserire questo se ci fermassimo alle liriche d’apertura del volume. La primissima poesia “Giorni beati” si trova “a specchio” (altro motivo e tema assai cruciale nel corso della “narrazione” poematica) con la poesia “Nel buio”. La dualità luce/oscurità che potrebbe in effetti addirsi alla dualità giorno/notte si esplica, come in un controcanto, anche attraverso alcuni dei versi che le compongono. Ne “Giorni beati”, infatti, l’Autore parla di “giorni splendidi” mentre in “Nel buio” si trasmette con vividezza un’atmosfera di sospensione e di cupezza: “il buio pesto/diventa sole” in un imprevedibile smacco, un’invettiva quasi violenta che, in verità, non è che forma della realtà, qui resa in chiave drammatica proprio per un’anomala quanto efficace accelerazione di tempi.

Il mondo degli opposti è sempre foriero d’implicazioni altre e dà, tanto per lo scrivente che per il lettore che si appropria del testo, la possibilità per meglio riflettere tanto sugli accadimenti irrefrenabili della natura quanto sulle ricorrenze emozionali del singolo. Alcuni altri esempi sembrano a questo punto necessari: “pieni di vuoto”; “nella quiete e nel fragore”; “giorni lunghi, giorni brevi”; “buio di sempre […] / buio di oggi”; “il mio tutto e il mio niente”; “notte, giorni confusi”; “uguali-sempre diversi”; “belli-brutti”. Le immagini che man mano si dispiegano nel corso della lettura delle varie liriche sono quelle del tempo e del suo frenetico passare, della necessità di recuperare i ricordi, il dissidio interiore, la labilità (il Nostro, senza remore alcuna, parla di “tanti anni di follia interiore”), il senso di spaesamento, il fascino verso le fasi cicliche del giorno, l’idea pressante del buio e del tormento, la mancanza e l’abbandono, finanche, seppur in minima parte, la lamentazione (“un breve tempo / […] / sfocia nel pianto”).

Particolare attenzione va posta alla poesia “Ti cerco nel cielo” dove, in questo addolorato tentativo di un dialogo con un’alterità ormai non più carne, il Poeta annota: “cerco te, / che sei sparito dal mondo di luce / un giorno qualsiasi”. Qui si raggrumano il lutto, il dolore e la malinconia, l’assenza straziante, la mancanza di un contatto, la sofferenza continua. Ci sono anche le mani tentacolari di un gelo che agguanta, negli interstizi della solitudine e in un clima di silenzio mentre il tempo incalza e anche le relazioni sembrano stemperarsi o diventare difficili (di “corrispondenze non corrisposte” parla nella poesia “Perché tutto vada come deve”). Se gli attimi si dileguano velocemente è anche vero che il Nostro non fornisce un’idea di un tempo spavaldo che sacrifica l’uomo, quanto piuttosto l’idea di un tempo ripetitivo in quanto stagnante, monotono, sicuro del suo succedere, reiterato fino al parossismo della banalità: “sento il peso dell’attimo”, scrive in “Prima del sonno”.

La poesia di Carli Ballola, si è già detto, rasenta il dilemma e intende proiettarsi sin verso l’ignoto, si alimenta di abissi e incertezze, si colloca tra spettri di luce e coni d’ombra, tra un buio folle e totale e squarci di luce “sulle rive del nulla”, soggiace in un tempo che scorre eppure s’allunga imperterrito; le ricorrenze di parole quali “cielo”, “vento” e “pioggia” addensano ancor più l’ambientazione e i contorni già di per sé umoralmente foschi.

Eppure c’è dell’altro: la capacità di sapersi rialzare, di attendere la luce del nuovo giorno, il risveglio luminoso che fa seguito a una notte di incertezze, asperità, ombre sul muro. È lui stesso nella poesia “Nel buio” a scrivere: “lotto con le tenebre / per poterci riuscire”; idea, questa, che si ritrova in vari altri componimenti dai quali è bene citare: “ogni giorno rinasco, sperando / in un vero risveglio / che mi trascini via / per mano / dall’abisso quotidiano” (dalla poesia “Nell’abisso”, che, a mio vedere, è senz’altro una delle più pregevoli dell’intera raccolta). Questa trasmutazione che avviene nella luce (“ombre e luci che divento, / che sono”) non è che una rinata consapevolezza, un vero e proprio “risveglio”, la rinascita dalle “ore buie”, momento catartico che fomenta l’energia nell’Autore e che lo conduce a vivere la sua condizione di ente cogitante, di domandarsi, riflettere, di saper cogliere il vero e anche l’alone del vero, di affrontare ombre, dileguare spauracchi, tornare a sperare con una nutrita resilienza che lo fa uomo: “Dalle nuvole osservo i gradi della salita / e affogo pensieri ultraterreni”. L’Autore ben sa che la risalita è possibile, è necessario crederci e affidarsi alle proprie ragionevoli idee; sa anche, però, che essa è una conquista che si dilaziona nel tempo, che avviene per “gradi”. Un percorso verso la vetta che è possibile senz’altro, in cui si deve credere, per avanzare in ascesa ed evitare capitomboli tra ombre e abissi profondi.

LORENZO SPURIO

Jesi, 10/01/2021


[1] La definizione di “assurdo” con le sue varie derivazioni si ritrova spesso nel corso del volume. Si riportano a continuazione alcuni esempi: “assurde tracce senza memoria”, “cieli di assurdità”.

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare da testo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.

“Boghes / Voci” di Stefano Baldinu (poesie nelle lingue sarde), recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

La soluzione è in qualche stanza chiusa a chiave

nella tua mente.[1] (95)

La nuova opera poetica di Stefano Baldinu, recentemente uscita, porta il titolo di Boghes / Voci ed è stata pubblicata per i tipi di Puntoacapo di Pasturana (AL). Essa segue una densa attività letteraria di Baldinu che, oltre ad averlo visto vincere numerosi e prestigiosi premi su tutto il territorio nazionale, ha fruttato, in termini di pubblicazioni in volume quattro libri (Sardegna, 2010; Scorci Piemontesi, 2012; Genova per me, 2013 e Le creazioni amorose di un apprendista di bottega, 2017) e altre plaquette ottenute quali “dignità di stampa” in competizioni letterarie vinte. La particolarità di quest’opera, come ben evidenzia il titolo, è quella di raccogliere per la prima volta gran parte della produzione vernacolare in sardo di Baldinu.

La simpatica e avvincente prefazione di Laura Vargiu, altra poetessa sarda di grande interesse, ben assolve alla funzione di “apri pista” di questo corposo volume nel quale subito viene detto della grande varietà – tanto in termini semantici, fonetici e grafici – delle lingue caratteristiche della Sardegna. Baldinu, partendo dall’assunto condivisibile della non familiarità dell’italiano comune con parlate vernacolari così distanti e impermeabili rispetto a quelle dell’Italia peninsulare, ha reputato utile inserire in apertura degli apparati che facilitano il percorso di lettura al fruitore rendendoglielo ben più gradevole e al contempo formativo.

Nelle note tecniche (alle quali rimando per maggior esaustività) elaborate da Baldinu sulla scorta di studi pluriennali oltre che di una vocazione possente mai venuta meno verso il traslato linguistico in altri codici che appartengono alla sua terra ancestrale, si dà di conto dei principali gruppi linguistici o isoglosse che attraversano la favolosa terra dei Quattro mori. Baldinu le rammenta talora come “parlate” tal altra come “macro varianti”; esse sono: il logudorese (della regione del Logudoro e di cui fanno parte il logudorese settentrionale e quello centrale o comune), il campidanese (parlato nella zona centro-meridionale dell’isola, con le sue numerose varianti oristanese, ogliastrino o barbaricino orientale, barbaricino centrale e quello meridionale, il sarrabese, il campidanese occidentale, il cagliaritano e il sulcitano), il turritano o sassarese con la sua variante castellanese; il gallurese (parlato nella zona nord-occidentale noto anche come corso meridionale); l’algherese (una variante del catalano); il tabarchino (parlato in alcune isole minori del Sulcis). Insomma, un caleidoscopio misto di lingue che in molti casi non hanno particolari comunanze e forme similari nei loro dizionari. Baldinu fornisce anche indicazioni su una corretta pronuncia delle varie parole in sardo e poi il volume si apre nella sua forma bipartita e “a specchio” di testo in lingua sarda (in uno dei dialetti menzionati) e la relativa traduzione italiana che per la gran parte dei non autoctoni risulta necessaria, quando non addirittura obbligata.

Le Voci che si dispiegano nel corso del volume sono quelle che Baldinu rievoca nella mente di una memoria familiare e ambientale alla quale è ancora particolarmente legato, ma anche i discorsi della contemporaneità con le sue difficoltà, idiosincrasie, devianze e patologie sociali. Insomma, una raccolta che recupera la tradizione ma che si staglia verso l’attualità dei giorni che ci fa tutti fratelli e che ci impone spesso una riflessione attenta sulla destinazione dell’uomo, sul senso delle scelte, sulla gravità dei comportamenti e l’obbligo di responsabilità.

Il volume si articola in una breve Overture (Abbertura) e quattro sezioni prive di titolo anticipate dalla numerazione romana e da alcuni versi in epigrafe di altrettanti poeti sardi e si chiude col componimento di coda Il senso del nostro silenzio (Su sensu de sa mudesa nosta). Come osservato in una nota a mezzo stampa che ha dato a conoscere il nuovo volume “Tale struttura è stata così creata a immagine di un’opera di musica classica (ne è testimonianza l’indicazione di una overture e di una conclusione) e fornire al lettore un’immagine di struttura polifonica dell’opera rimarcata dall’utilizzo di più registri linguistici”.

Le tematiche investigate nel volume, nelle trentanove composizioni che lo formano, sono variegate ma alcune sembrano identificarsi in maniera molto netta, anche per la loro felice ricorrenza: la tradizione e la famiglia, il passato e la memoria che riaffiora, la nostalgia, ma anche l’attenzione verso il sociale, la precarietà dell’uomo, la vulnerabilità del genere umano indebolito e sopraffatto da patologie pervasive e invalidanti di varia natura, la pietas verso il sentimento collettivo, la volontà di comprensione degli accadimenti, l’introspezione, il colloquio con l’interiorità, la perlustrazione di questioni intestine alla natura transeunte dell’uomo. I limiti e la finitezza, il pensiero della morte, il tema del cambiamento e dell’insicurezza: Baldinu rasenta un’amplissima campionatura di tematiche, simboli e allegorie per mezzo di una poetica puntuale e rigorosa, che non si mostra recalcitrante nei confronti di una semantica parca e raramente inusuale, puntando sempre all’essenzialità delle immagini colte nei curiosi correlativi, nelle concatenazioni immaginifiche di sentimenti e piani emozionali che tessono una fitta trama.

Alcuni versi estratti dalle opere sembrano a questo punto necessari (citerò in lingua italiana e in nota il testo originale in dialetto con indicazione della variante impiegata): in “Dietro ad ogni parola” al termine della prima stanza leggiamo “E il sogno era più una colonna sonora d’attese / da comporre che un respiro di grafite / appena accennato fra le righe dei silenzi[2] (33).

Senz’altro da citare, per la grande forza espressiva e il sentimento di vicinanza dinanzi a una condizione patologica per chi la vive e di difficoltà gestionale per chi attornia la persona è quella dedicata a tutti i ragazzi autistici dove si legge: “È il riso della gente che non sa e coniuga / parole intraducibili a far naufragare / ogni respiro, rompere l’equilibrio sottile / di questo mio sogno di diventare adulto[3] (47). Baldinu in pochi versi parla con garbo dell’indifferenza e del pregiudizio, ma anche della difficoltà d’inclusione, dell’incomprensione del mondo e della vita che, nonostante tutto, va avanti segnata dalle sue sacche di dolore. Si associa a questo atteggiamento, teso a sondare con incisività e grande rispetto la sofferenza di intere famiglie determinata da casi patologici insanabili o degenerativi, anche la lirica “Dentro al silenzio di un altro universo” che, dopo una breve chiosa di Dino Siddi, tratta il tema del morbo d’Alzheimer (“su di un segno incerto a disperdere gli appunti / per un domani e la linea dell’acqua che circumnaviga / il bicchiere sul comodino[4], 83).

In “I crisantemi” l’Autore sembra rapportarsi, nel dialogo introiettivo, con l’alterità poderosa e ineluttabile della morte e nel suo colloquiare tendenzialmente pacificato sembra quasi sopraggiungere a una rassicurazione istintiva: “A volte i morti sono lucciole miti, / piccole galassie nell’universo infinito, / brandelli di brina sui pallidi fiori lunari. // Talvolta i crisantemi sono la voce / della terra e dormono sulle fronti dei morti / come dormono le stelle: / di uno splendido silenzio[5] (55). Tema, questo del trapasso, che viene richiamato anche nella successiva poesia “Gaetana” dove si parla di un abbandono della Terra avvenuto prematuramente: “e intanto la tua ala, in punta di piedi, / era un silenzio che generava altro silenzio, / il pigmento di un girasole adagiato sull’orizzonte / della sua stessa ombra[6] (57).

Com’è tipico di tanta poesia vernacolare anche in Baldinu vi sono molti versi – di chiara rilevanza per l’autore, ricchi di immagini, così intimi e significativi per il suo tracciato umano – che attengono al recupero della memoria familiare, alla trattazione delle vestigia, seppur per pillole, ancestrali del proprio ceppo familiare. È il caso – in particolare – di “Ricordi di nonno” dedicata all’avo Giomaria Baldino noto come “Billa” nella quale l’affettuoso nipote così annota la figura dell’uomo: “il mistero di una vita fra la polvere / e il verderame che ti colorava il vestito come ad un Arlecchino / […] / Il tempo non passava mai come / un cielo capriccioso che non vuole diventare stellato[7] (61-63). Appartengono a questo filone di poesie familiari anche “Sul mare dell’eterno” dedicata allo zio Antonio Baldino inaugurata da una citazione di Vincenzo Pisanu che recita “Quando non ci sarò più, non piangete per me…” ad intendere il percorso dell’uomo andato che va ricordato e non pianto, celebrato lietamente nella memoria e non fatto oggetto di disperazione. C’è poi una poesia che Baldinu ha voluto dedicare all’amato padre (colui che più di tutti gli ha trasmesso l’amore per la sua terra, i suoi costumi e le sue lingue), “Al di là della gioia”, nella quale tenta un confronto serrato, intessuto su un atteggiamento di raffronto e specularità con il genitore: “Da tempo ho bisogno di parlarti, / di precipitarti nell’incavo dell’anima / con l’urgenza di una pagina bianca / da riempire per scoprire quanto tutto di te mi assomiglia[8] (111).

Uno sguardo sul difficile e provato mondo della nostra attualità di certo non poteva mancare in un poeta attento e sensibile come Baldinu e ce ne rendiamo subito conto dinanzi alle liriche (solo per citarne alcune) “A pelo d’acqua” dedicata agli infanti morti in mare in qualche traversata con i loro genitori alla ricerca dell’agognato quanto mendace Eldorado costituito dall’Europa; “L’eternità della sua assenza” riferita, invece, alla condizione dei clochard vittime dell’indifferenza generale e spesso anche di violenza gratuita; il lungo componimento “Il suo non amore mi lascia senza parole” in cui è contenuto un messaggio di sdegno, riprovazione e rifiuto della logica patriarcale, di denuncia alla violenza di genere. Qui, in particolare, leggiamo: “di viola all’angolo dell’occhio / […] / la cicatrice sul ventre, cordone ombelicale / di vita abortito / […] un amore malato // […] Ma come osservare questo viso, la sua inesatta duplicazione che si abbandona / sui vetri / […] / fra le screpolature dei miei occhi / […] i contorni di una vita differente // […] assaporare il frumento di un’altra umanità[9] (147). Baldinu affronta anche il dolore di tante madri accomunate da un unico doloroso destino: quello di dover sopportare per tutta la vita la scomparsa dei propri figli. È il caso delle madri di plaza de Mayo che neppure le alte temperature argentine né l’avanzata età fa risparmiare la loro presenza assidua e convinta, disperata, nel reclamare giustizia dinanzi a una barbarie di dimensioni spaventose: “vanno con gli stessi occhi / di uno stesso cielo, con le stesse rughe di uno stesso sole / incontro allo stesso silenzio, alle parole ripetute / sotto la pioggia incessante. // La loro voce è un mare che squarcia e rovescia / i monti / […] / “Dove sono? Dove li avete lasciati cadere? Dove avete spezzato le loro matite?[10] (73). È un dolore pungente, insondabile, reiterato, continuo, che il tempo non ha silenziato né calcificato, non vi è desiderio di vendetta, né vi sono tentativi di autoannullamento. È un dolore lucido, patente, collettivo, accorato. È un dolore sempre attuale e presente, inallontanabile, una sofferenza sovrumana, di una rescissione violenta di una parte dei loro stessi corpi. È un dolore di madre.

Stefano Baldinu, autore del libro

Il libro di Baldinu si presta doppiamente come strumento utile per il possibile fruitore: oltre alla preziosità delle sue liriche, contenenti pensieri, divagazioni, visioni ed esperienze che così esterna a noi tutti, un fittissimo campionario di versi meticolosamente scelti da numerosi poeti della terra di Sardegna, richiamati e citati sia in esergo che in apertura a particolari liriche, rimembrati per la loro opera e lì posti in bella vista, come in un tabernacolo che conserva qualcosa pregiato. Sono frasi nelle quali Baldinu ritrova il senso delle cose, il possibile tracciato dove iscrivere le sue liriche, annodando analogie e richiami tra poeti che risultano curiosi e particolarmente fertili. Ed è così che Boghes / Voci finisce per contemplare, seppur in versione ridotta, anche una minima antologia della poesia sarda contemporanea. Sfilano così tanti nomi (forse poco conosciuti o che poco richiamano ai più) ma che Baldinu ci offre per una riscoperta, studio e un maggiore trattazione. Reputo, pertanto, richiamarne almeno i nomi affinché l’individuazione dei percorsi bio-bibliografici degli stessi, dopo un’eventuale opportuna ricerca, possano consentire approfondimenti utili forieri di scoperte che s’intuisce saranno significative. Li riporto secondo l’ordine cronologico di nascita: Giovanni Camboni (Pattada, 1917 – 1991, dialettale nella variante logudorese), Dino Siddi (Sassari, 1918-2020, dialettale nella variante sassarese), Giulio Cossu (Tempio, 1920-2007, dialettale nella variante gallurese), Aldo Salis (Sassari, 1925, dialettale nella variante sassarese), Faustino Onnis (San Gavino Monreale, 1925, dialettale nella variante campidanese), Ignazio Delogu (Alghero, 1928 – Bari, 2011, dialettale nella variante catalana di Alghero), Giovanni Fiori (Ittiri, 1935, dialettale nella variante sassarese), Francesco Carlini (Vallermosa, 1936, dialettale nella variante campidanese), Antonio Coronzu (Alghero, 1944, dialettale nella variante catalana di Alghero), Enzo Sogos (Alghero, 1958, dialettale nella variante catalana di Alghero)[11].

LORENZO SPURIO

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.


[1]Sa solussione est in calche istantzia cunzada a ciae / in sa mente tua” (94), variante logudorese.

[2]E su sonniu fiat pius una colunna sonora de appittos / dae cumpònnere chi un’àlidu de lapis / a izu atzinnadu tra sas rigas de sos silentzios” (32), variante logudorese.

[3]Est su risittu de sa zente chi non ischit et cuniugat / paraulas chi non si podet traduchere a faghere affundare / donzi respiru, / secare s’echilibriu sùttile / de custu sonniu meu de divènnere mannu” (46), variante nuorese.

[4]subra unu signu intzertu a disperdere sas annotaduras / pro unu cras e sa linea de s’abba chi tzircumnavigat / sa tatza subra su condominu” (82), variante logudorese.

[5]Calchi borta sos mortos sunt culeluches masedos, / budrones de isteddas piccoccas in s’universu infinidu, / chirriolos de chiddighia supra sos pallidos frores de sa luna. // Calchi borta sos crisantemos sunt s’unica boche / de sa terra e dromint supra sa frùntene de sos mortos / comente dromint s’isteddas: / d’un meravillosu silentziu” (54), variante nuorese.

[6]e intantu s’ala tua, in pittu de pe’, / fiat uno silentziu chi at gheneradu s’ateru silentziu, / sa tinta de uno girassole arrimau supra s’orizonte / de sa matessi umbra” (56), variante nuorese.

[7]su misteru de una vida tra sa pìuere / e su birderamen chi ti tinghiat su bestire comente a unu Arlecchinu / […] / Su tempu non passaiat mai comente / unu chelu bettiosu chi non volet diventare isteddau” (60-62), variante nuorese.

[8]Dae tempu apo bisonzu de faeddarti, / de prezipitarti in s’incasciu de s’alma / cun s’apprettu de una pazina bianca / da piènnere pro iscobèrrere cantu tuttu de tue m’assimizza” (110), variante lugodorese.

[9]de viola a s’angulu de s’oju / […] / sa cicatritze subra su bentre, cordone de s’imbligu / […] / un’amore malàidu // […] Ma comente abbaidare custa cara mea, / sa duplicatzione sua impretzisa chi si abbandonat / supra sos bidros / […] / iscorzoladuras de s’ojos / […] / inghirios de una vida differente // […] assaborare su trigu de un’atera umanidade” (146-148), variante logudorese.

[10]andant cun sos matessi ojos / de unu matessi chelu, cun sas matessi pijas de unu matessi sole / contra a su matessi silentziu, a sas peraulas repitidas / sutta sa pio fittiana. // S’insoro boghes sunt unu mare chi isgarrat e bortulat / sos montes, / […] / “Ue sunt? Ue ais los lassados falare? Ue ais segadu s’insoro lapisas?” (72), variante logodurese.

[11] Purtroppo non sono riuscito a recuperare indicazioni precise in merito alle date di nascita e morte e zona di appartenenza di tutti i poeti di cui Baldinu riporta versi nel suo libro. Riporto a continuazione gli altri di cui si difetta di informazioni complete: Antonio Palitta (Pattada, n.d. – 2003), Gavino Finà (Martis, 1920-2012), Faustino Onnis (San Gavino Monreale, 1925), Pietrino Marras (n.d., 1925-1979), Francesco Carlini (Vallermosa, 1936), Vincenzo Pisanu (Uras, 1945), Orlando Biddau (Fiume, 1938 – Bosa, 2014), Maria Paola Gisellu, Pietro Mellino, Fedele Carboni, Cesira Carboni Aru, Angelo Bellinzas, Antonio Manca, Francesco Manconi, Rosalba Martino Farris, Tore Silanos, Anna Fenu, Antonio Spensatello Fais, Gavino Virdis, Giovanna Elies Pecorini, Mario Sechi, Antonio Satta, Giampiero Mura, Antonello Paba.

Al via la ottava Ragunanza di Poesia, Narrativa e Pittura – Presidente: Michela Zanarella

BANDO DI PARTECIPAZIONE

L’Associazione di Promozione Sociale ‘Le Ragunanze’ con il patrocinio morale del Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, Golem Informazione, Associazione Culturale Euterpe, , Leggere Tutti, ACTAS, Premio internazionale di Poesia & Narrativa Città di Latina promuove la 8^ Ragunanza di “POESIA, NARRATIVA e PITTURA”.

La partecipazione è aperta a tutti coloro che, dai 16 anni in su – per i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci – senza distinzioni di sesso, provenienza, religione e cittadinanza, accettano i tredici (13) Articoli qui di seguito specificati. La frase sopra menzionata “per i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci“  vuol dire che chi non ha compiuto 16 anni può partecipare alla settima ragunanza, previa l’autorizzazione scritta e firmata da entrambi i genitori che dovranno allegare alla loro autorizzazione la fotocopia della loro carta d’identità.

I nostri GIURATI, i cui nomi saranno resi noti solo a conclusione della votazione, valuteranno gli scritti pervenuti e le opere pittoriche (in foto) spedite per e-mail, a loro insindacabile giudizio! Il REGOLAMENTO per la 8^ Ragunanza di POESIA, NARRATIVA & PITTURA, prevede quattro sezioni:

I sez.: POESIA INEDITA “NATURA-MEDITERRANEO”

II sez.: SILLOGE DI POESIA EDITA “A TEMA LIBERO”

III sez.: NARRATIVA LIBRO “A TEMA LIBERO”

IV sez.: PITTURA “A TEMA NATURA O A TEMA LIBERO”

La tematica di tutte e quattro le sezioni, trattandosi di “ragunanza”, termine in uso nell’Arcadia di Christina di Svezia, dovrà almeno contenere dei riferimenti alla natura che ci accoglie.

Per la I sezione, la POESIA “NATURA-MEDITERRANEO”, che sarà da Voi scritta, nel rispetto della sintesi poetica, dovrà ricordare i dettami dell’Arcadia, il valore della natura, filtrati dagli eventi attuali che coinvolgono, modificano, distruggono i quattro elementi della nostra madre Terra e lo spirito di tutti coloro che si prodigano per la salvezza ed il recupero dell’ambiente e in particolare del Mare Mediterraneo.

Per la II sezione, la SILLOGE DI POESIA EDITA “A TEMA LIBERO”, che sarà da Voi già stata pubblicata (o da Casa Editrice o in proprio) e che decidete di far partecipare a questa VIII Ragunanza, si presenterà quindi come un libretto, potrà trattare qualsiasi tematica, essendo “A TEMA LIBERO”, e potrà spaziare su temi alti dell’esistenza, su temi universali, che abbraccino il genere umano.

Per la III sezione, NARRATIVA LIBRO “A TEMA LIBERO”, che sarà da Voi già stato pubblicato (o da Casa Editrice o in proprio) e si presenta quindi in forma di libro, potrà trattare qualsiasi tematica, essendo “A TEMA LIBERO”, e potrà spaziare su temi alti dell’esistenza, su temi universali e filosofici, che abbraccino il genere umano.

Per la IV sezione, PITTURA “A TEMA NATURA O TEMA LIBERO” si tratta di un’opera pittorica, realizzata con qualsiasi tecnica e che verrà inviata per e-mail al giudizio, in formato jpg come fotografia; l’opera potrà trattare qualsiasi tematica, essendo “A TEMA NATURA O LIBERO”, e potrà spaziare su temi alti dell’esistenza, su temi universali e filosofici, che abbraccino il genere umano. Quell’opera pittorica scelta, qualora risultasse tra i vincitori, dovrà essere portata dall’autore in originale, per essere esposta nelle tre ore della cerimonia di premiazione.

Art.1 Si richiede per la 8^ Ragunanza di POESIA, NARRATIVA e PITTURA, che il testo della poesia sia di massimo 36 versi e scritto in Times New Roman, a carattere 12 o 18 e che si rispettino in tutte le loro parti i 13 Articoli, i quali specificano le norme, i diritti, i requisiti e le leggi di questo regolamento.

Art.2 La POESIA della sezione “NATURA-MEDITERRANEO” dovrà essere inedita e, per concorrere, andrà spedita via e-mail a apsleragunanze@gmail.com indicando e specificando la sezione da voi scelta in questo modo:

Ottava Ragunanza di POESIA, NARRATIVA e PITTURA

Sezione I: POESIA INEDITA “NATURA-MEDITERRANEO”

1.La POESIA sarà ammessa solo ed unicamente con il nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso. I dati del concorrente sopra indicati andranno scritti in un foglio “a parte” e spediti insieme al foglio dove sarà scritta la Vostra POESIA che concorrerà.

Ai nostri giurati sarà fatta pervenire la POESIA in forma anonima.

2.La “SILLOGE DI POESIA EDITA A TEMA LIBERO”, per concorrere, andrà spedita in pdf via e-mail a apsleragunanze@gmail.com indicando e specificando la sezione da voi scelta in questo modo:

Ottava Ragunanza di POESIA, NARRATIVA e PITTURA

Sezione II: POESIA “SILLOGE DI POESIA EDITA A TEMA LIBERO”

La SILLOGE già pubblicata – o da Casa Editrice o in proprio – sarà ammessa solo ed unicamente con il nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso; questi dati saranno scritti su foglio a parte, che conterrà i dati ulteriori dell’Autore, nonostante appaia sul libro solo il nome ed il cognome dell’Autore della Silloge.

La Silloge di poesia, il libro, potrà essere spedita a scelta del partecipante, o con Raccomandata R/R o con piego di libri in una (1) unica copia a: A.P.S. “Le Ragunanze” c/o Michela Zanarella – Via Fabiola, 1 – 00152 Roma.

Congiuntamente dovrà comunque e pertanto arrivare, in pdf la Vostra silloge alla e-mail: apsleragunanze@gmail.com indicando nell’oggetto la sezione ovvero: sezione POESIA “SILLOGE DI POESIA EDITA A TEMA LIBERO”

Nel foglio inserito nella busta, che conterrà la silloge (il libretto), dovranno essere specificati i dati dell’autore: nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso.

3.Il LIBRO DI NARRATIVA “A TEMA LIBERO”, per concorrere, andrà spedito in pdf via e-mail a apsleragunanze@gmail.com indicando e specificando la sezione da voi scelta in questo modo:

Ottava Ragunanza di POESIA, NARRATIVA e PITTURA

Sezione III: NARRATIVA LIBRO “A TEMA LIBERO”

ovvero, il Vostro romanzo, la Vs opera, potrà riguardare tematiche varie, essendo “A TEMA LIBERO” e potrà spaziare su temi alti dell’esistenza, su temi universali e filosofici che abbraccino il genere umano, i sentimenti, oltre alla fauna che regna nel nostro pianeta Terra. Il libro già pubblicato – o da Casa Editrice o in proprio – sarà ammesso solo ed unicamente con il nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso; questi dati saranno scritti su foglio a parte, che conterrà i dati ulteriori dell’Autore, nonostante appaia sul libro solo il nome ed il cognome dell’Autore del romanzo di narrativa a tema libero.

Il libro, potrà essere spedito, a scelta del partecipante, o con Raccomandata R/R o con piego di libri in una (1) unica copia a: A.P.S. “Le Ragunanze” c/o Michela Zanarella – Via Fabiola, 1 – 00152 Roma.

Il Vostro libro “a tema libero” sarà fatto pervenire ai Nostri giurati in pdf e sarà esposto nel giorno della Premiazione.

IV sezione: PITTURA “A TEMA NATURA O TEMA LIBERO”. Si partecipa con un’opera pittorica in qualsiasi tecnica a tema libero, a colori o in bianco e nero, da inviare in foto per posta elettronica all’indirizzo apsleragunanze@gmail.com in formato JPG, i file devono essere nominati con il titolo della foto.

Ottava Ragunanza di POESIA, NARRATIVA e PITTURA

Sezione IV: PITTURA “A TEMA NATURA O A TEMA LIBERO”

Art.3 Le modalità espressive della POESIA, della SILLOGE, del LIBRO DI NARRATIVA, della PITTURA ripartite nelle due modalità, non dovranno essere offensive né ledere la sensibilità e/o la dignità del lettore, dell’ascoltatore, del visore e della persona chiamata in causa a “giudicare” e a leggere. Le opere che non ottemperano quanto specificato nell’articolo 3 saranno automaticamente escluse.

Art.4 La partecipazione è soggetta ad una quota di € 10,00 per ogni sezione, che sottintende la presenza dell’autore concorrente ed include le spese di segreteria; la partecipazione ad una delle sezioni e non esclude la partecipazione alle altre sezioni di questo Regolamento.

Art.5 La scadenza per l’inoltro dei materiali è fissata a giovedi 30 DICEMBRE 2021;

Art.6 Il giudizio della giuria è insindacabile;

Art.7 La partecipazione al concorso comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento ed il partecipante dovrà essere presente il giorno della ragunanza per la lettura delle POESIE e di alcuni stralci di brani tratti dal LIBRO di Narrativa, secondo la graduatoria di premiazione di fronte agli astanti e per la descrizione breve “a commento” della propria opera, la PITTURA, qualora ci fosse tempo ulteriore a disposizione.

Sono ammesse deleghe solo in presenza del delegato a ritirare il premio assegnato, il quale si dovrà mettere in contatto con la segreteria del PREMIO, confermando il nome del delegato alla mail: apsleragunanze@gmail.com ;

Art.8 Qualora il premiato o il suo delegato non fosse presente, il suo riconoscimento sarà recapitato solo previo inoltro tassa di spedizione ed accordi con la segreteria del premio.

Art.9 I partecipanti, le cui loro opere di poesie, sillogi, racconti brevi, romanzi e pitture nelle modalità specificate, siano state selezionate per la premiazione, la lettura e la visione in pubblico, saranno informati sui risultati delle selezioni mediante e-mail personale e segnalazione nel sito dell’Associazione di Promozione Sociale “Le Ragunanze”: www.leragunanze.altervista.org

Art.10 La premiazione avverrà in data da definirsi (in presenza compatibilmente alla condizioni di emergenza sanitaria relativa al Coronavirus e in linea con le norme governative)

Art.11 A tutti i selezionati sarà inviato, con largo anticipo, l’invito per partecipare alla cerimonia di premiazione.

Art.12 I PREMI saranno così suddivisi:

Ottava Ragunanza di POESIA, NARRATIVA e PITTURA.

  1. I sez.: POESIA INEDITA “NATURA-MEDITERRANEO”

POESIA INEDITA sez. “Natura-Mediterraneo”:

– primo classificato: (cartiglio pergamenato con targa)

– secondo classificato: (cartiglio pergamenato con targa)

– terzo classificato: (cartiglio pergamenato con targa)

  • II sez.: SILLOGE DI POESIA EDITA “A TEMA LIBERO”

SILLOGE DI POESIA EDITA a “Tema Libero”

– primo classificato: (cartiglio pergamenato con targa)

– secondo classificato: (cartiglio pergamenato con targa)

– terzo classificato: (cartiglio pergamenato con targa)

  • III sez.: NARRATIVA LIBRO “A TEMA LIBERO”

NARRATIVA LIBRO a “Tema Libero”

– primo classificato: (targa+ abbonamento per 1 anno al mensile LEGGERE TUTTI)

– secondo classificato: (cartiglio pergamenato con targa)

– terzo classificato: (cartiglio pergamenato con targa)

  • IV sez.: PITTURA “A TEMA NATURA O A TEMA LIBERO”

PITTURA in modalità “a Tema Natura o a Tema Libero”

– primo classificato: (cartiglio pergamenato con targa)

– secondo classificato: (cartiglio pergamenato con targa)

– terzo classificato: (cartiglio pergamenato con targa)

Saranno consegnate le Menzioni d’Onore (cartiglio pergamenato con i loghi con targa)

L’assegnazione della TARGA del PRESIDENTE dell’A.P.S. “Le Ragunanze” è a discrezione del PRESIDENTE.

* Nella sinergia tra l’A.P.S. “Le Ragunanze” e l’Associazione Culturale Euterpe è contemplata l’assegnazione del Trofeo, che verrà consegnato a discrezione del direttore della omonima rivista.

Tutti i partecipanti presenti, e solo i presenti, riceveranno brevi manu l’attestazione di partecipazione alla Ottava Ragunanza di POESIA, NARRATIVA e PITTURA per aver concorso con l’opera, anche se questa non si è posizionata tra i vincitori.

Art.13 Nel file d’invio a apsleragunanze@gmail.com includere dati personali, indirizzo postale, indirizzo e-mail, telefono, breve nota biografica, (per i minorenni includere anche l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci con la fotocopia della loro carta d’identità) la dicitura “SARÒ PRESENTE”, fotocopia del versamento di € 10,00 da effettuare tramite ricarica Postepay n° 5333 1711 2801 1620 intestato a Michela Zanarella, C.F.: ZNRMHL80L41C743L o in contanti nel plico di spedizione per i diritti di segreteria; in calce al testo, la seguente dichiarazione firmata:

“Dichiaro che i testi delle poesie, i libri, le pitture da me presentati a codesto concorso internazionale sono opere di mia creazione personale.

Sono consapevole che false attestazioni configurano un illecito perseguibile a norma di legge.

Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D. Lgs. n. 196/2003) e la lettura e la diffusione del testo per via telematica e nei siti di Cultura della Poesia, della Narrativa e dell’Arte, nel caso venga selezionato, dai giurati del concorso Settima Ragunanza di POESIA, NARRATIVA & PITTURA”

Per il quarto anno consecutivo, l’associazione di promozione sociale ‘Le Ragunanze’, nel VIII anno dell’omonimo Premio internazionale per la poesia, la narrativa e la pittura, consegnerà la Targa dedicata ad Anastasia Sciuto, ad un giovane talento dell’Arte Drammatica, Cinematografica e Televisiva, nel plauso e nel ricordo dell’impegno artistico della giovane.

Referenti del concorso:

La Presidente dell’A.P.S. “Le Ragunanze”, Michela Zanarella

Coordinatore e Vicepresidente, Giuseppe Lorin

 Segretario, Alberto Bivona

@: apsleragunanze@gmail.com

www.leragunanze.altervista.org

“Itaca nel cuore” di Stefania Pellegrini, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Vorrei

giungere in vista di Itaca,

sentire la tua mano sulla guancia,

come rugiada nel cuore d’una rosa (97).

Di recente pubblicazione è la nuova raccolta di poesie di Stefania Pellegrini, autrice nata in terra d’Irlanda e da tanti anni residente nei pressi di Aosta. Non si tratta della sua opera prima e numerosi suoi testi sono già apparsi in rete, soprattutto sul suo sito personale «Parole Nomadi», su varie uscite della rivista di poesia e critica letteraria «Euterpe», nonché su antologie di premi letterari.

Il nuovo volume, edito per i tipi di CTL di Livorno, porta il titolo di Itaca nel cuore e già da questa definizione che richiama il mito classico – e con esso il mistero del viaggio – compendiamo che il percorso che la Nostra ci propone d’intraprendere immergendoci nelle sue liriche ha qualcosa d’analogo a un itinerario odeporico vale a dire di quella letteratura di viaggio che non è semplice cronaca di trasbordi e viaggi fisici quanto – ben più spesso e in forme ancor più profonde – di carattere esistenziale e interiore.

La Pellegrini ha deciso di suddividere il copioso materiale poetico che qui trova posto in varie sotto-sezioni che, in realtà, appaiono più come delle vere e proprie micro-sillogi che possono essere concepite, lette e dunque fruite nella loro singolarità: sono autosufficienti ai contenuti e complete e non necessariamente debbano trovare riflesso e collegamento con le altre sezioni. Ed è la stessa Autrice a chiarire nella nota introduttiva del volume quella che è stata la sua intenzione alla base di questa necessaria e ben condotta cernita di titoli e relativa catalogazione in sottogruppi. C’è una prima sezione che porta il titolo “La forma dei giorni”, enunciato nel quale non facciamo difficoltà a percepire l’intenzione della Nostra di volersi riferire a quegli aspetti della vita odierna, agli ambiti colloquiali e transeunti dell’uomo contemporaneo, in balia tra pensieri e ossessioni, a volte ostaggio di incomprensioni, altre pervaso da moniti di fuga e sempre – comunque – fortemente attraccato alla vita concreta nella quale la Nostra ritrova il senso delle cose in circostanze di meditazione, pausa, riflessione, ricerca di sé e attribuzione di significati all’essenziale che ci contraddistingue.

A rivelare questo (possibile) atteggiamento sono i titoli stessi delle poesie che si trovano contemplate in questa prima parte: “Sono così oggi”, “Cambiare prospettiva”, “Mia solitudine”. Sono, in effetti, testi particolarmente intimi in cui l’interiorità della Nostra viene offerta al lettore non tanto perché ne faccia testamento proprio quanto perché, senza difficoltà né superfetazioni, può ritrovarcisi egli o ella stessa. Pensieri, dubbi, divagazioni, riflessioni e rievocazioni, ma anche memorie, ricordi che riaffiorano, promesse, visioni incantate o comunque piacevoli (non sempre in linea con l’animo dell’io lirico) fanno da sfondo a questi componimenti. Penso anche a testi quali “E nasce il giorno” e “Il mare”.

D’altro canto non possono – né devono – passare inosservati gli scambi lirici nei quali la Nostra tematizza la vita nella forma del percorso, tramite l’allegoria del viaggio, metafora nota del cammino dell’uomo, viandante in terre che non conosce, scopre, caratterizzato da continue dislocazioni per ragioni dettate da aspetti pratici della vita. Si pensi ai componimenti “La locomotiva”, “Andata-ritorno” ma anche “In quell’andare” e “Il viaggio” dove questo si fa particolarmente palese.

Noto è il mito di Ulisse che ritorna ad Itaca dopo numerose peripezie di varia natura di cui Omero dà di conto in una delle epiche più studiate e affascinanti dell’intera letteratura mondiale. Eppure al suo ritorno Ulisse non viene riconosciuto da chi l’ha visto nascere e crescere (con eccezione della nutrice Euriclea oltre che del cane Argo s’intende), dal suo popolo e questo elemento – che vedrà la sua agnizione nel momento che il personaggio considera valevole di far cadere il mondo di impostura e tradimento che per i tanti anni di sua assenza si è creato – ha dato spazio alle considerazioni critiche e alle interpretazioni più varie, a partire dalle più banali per affrontare circostanze situazionali e logiche in effetti che non hanno nulla di inferiore a un chiaro esperimento sociologico. Credo che il non riconoscimento di Ulisse al suo approdare su Itaca non derivi dal semplice fatto che lui è di molto cambiato, invecchiato, barba incolta e travisato da mendicante, e dunque restituisce un’immagine assai differente da quella che tutti hanno di lui, ma attiene anche all’impossibilità di saper cogliere l’essenziale, l’incapacità di scorgere l’autentico, la miopia e la faciloneria che portano l’uomo in senso generale ad essere connaturatamente più propenso al giudizio (e al pregiudizio) che al ragionamento e al collegamento meditato. È pur vero che Ulisse è diverso, ma non solo fisicamente, dunque nel mero aspetto, è un uomo formato, completamente maturo, temprato dalle fatalità della vita, le cui vicissitudini lo hanno ispessito e reso saldo in una maniera da averne fatto un uomo essenzialmente diverso da com’era. Eppure si mantiene in lui la compassione e l’amore che nella scena con la ritrovata Penelope – l’unica sofferente della sua assenza – risalgono in superficie. Ecco, la poesia della Pellegrini ha qualcosa di analogo a questo comportamento ambiguo di Ulisse: al di là del fascino arcaico verso il mare visto sia come ecosistema puro ma anche come elemento di attraversamento verso spazi diversi e lontani dai propri, nelle poesie della Nostra sembra di percepire, pur diluiti in contesti emozionali introiettati ed esperiti come propri, i motivi del viaggio e dell’evasione, dell’allontanamento e della crescita interiore e morale, dell’asperità della vita, della condizione di esule, ma anche del ritorno, del recupero di quel che si credeva perso e di cui, non senza difficoltà (proprio come la memoria dei nostri cari ormai sottratti al tempo), possiamo riappropriarci.

Un’illustrazione del ritorno ad Itaca di Ulisse

La seconda sezione del volume, dal titolo “Oltre le pagine sporche”, con un sottotitolo inciso che recita “Incontri”, ha a che vedere con la dimensione spiccatamente civile della Nostra, di cui sulle pagine della rivista «Euterpe» si è già avuta, più volte, dimostrazione. La Pellegrini abbraccia l’arma della poesia per parlare di drammi, situazioni di difficoltà, condizioni di vita marginali e di sopraffazioni, contesti di violenza, infanzia negata, situazioni d’indecorosa indifferenza e di crudeltà umana. Sono testi mossi – in taluni casi – da episodi concreti, partoriti da una cronaca efferata e iterata, così dolorosamente colpevole di riempire l’informazione che ci giunge da angoli reconditi del mondo. Ma, altrettanto spesso, anche da situazioni e contesti della nostra Provincia, che accadono poco distanti da noi, nell’indifferenza e nell’incomprensione dei più, mix deleterio che impoverisce il senso di concordia umana che andrebbe rinsaldato e protetto. Doverosamente preponderante appare il tema del fenomeno migratorio: “Fiore del deserto / vertigine bronzea di vellutata pelle, / occhi grandi incrostati di sale / colmi di mistero, e di passione, / dalla furia del mare sgranati di terrore” (53) si legge nella poesia “Amàli” che apre questa sezione del volume. Il tema ritorna in “Alya, Alya” che ci narra di un altro naufragio divenuto eccidio: “Brucia le labbra l’acqua salata, / ostile, ansiosa di tenermi con sé. // […] // L’acqua sale, le labbra, gli occhi bruciano” (58-59).

Tra le altre rievocazioni di sciagure umane che la Pellegrini richiama quali motivi trainanti di un duro affondo di sgomento e denuncia vi è la shoah con un ricordo relativo a undici giovani fucilati a Nus, in provincia di Aosta e dove l’Autrice risiede, nel luglio del 1944. “Non piangere madre, / un tempo c’è stato, e non è stato vano” (55) recita l’explicit, in un singulto di dolore che non svanisce con gli ultimi versi della lirica e che, invece, pare raggrumarsi come uno spiacevole nodo alla gola. C’è una grande partecipazione dell’io lirico in questi testi, lo si nota dal grande garbo verso una materia spesso abusata e maltrattata – anche in poesia – fatta oggetto di facili utilizzi, quando non addirittura di indecorose strumentalizzazioni. Nelle poesie della Nostra si riscontra un pathos la cui intensità risulta difficilmente configurabile a parole. Alto è il senso di pietas della Pellegrini, di quell’ascolto gratuito e doveroso verso l’altro che, anche nella circostanza di episodi ormai lontani e consegnati alla Storia, non dovrebbe venir meno. C’è il senso dell’umanità, trafitta dalle sofferenze, ma anche il monito a non dimenticare per non cadere in baratri analoghi. Se la Storia è testimonianza di vita, diviene doveroso e imprescindibile per l’uomo d’oggi farsi testimone per le nuove generazioni.

Sguardo attento anche verso l’esodo del popolo curdo sottoposto al continuo esilio da una terra che lo rende “appeso al filo della speranza” mentre vive disperato, sospeso, tra “un lembo di terra nomade” e “un recinto di filo spinato” (61), all’infanzia negata dei bambini siriani con “i sogni impigliati sul filo spinato” (63), finanche a un meno noto genocidio degli indiani Sioux noto come il “massacro di Chivington” che vide come scenario il Colorado nel 1864: “Agnelli al suolo sacrificati, / sciabole sguainate, corpi come grano / mietuto sui campi” (66). La Nostra dedica un componimento anche per coloro che, avendo commesso reati, si trovano “relitti ai margini del vuoto, / chius[i] nel grigiore delle ristrette mura” (67), quelle degli istituti penitenziari. Storie di profughi, di immigrati che muoiono nel loro tragitto che dovrebbe condurli in un pase dove cercano pace e futuro, spose bambine, violenze assolute, bambini soldato (“Perdona mamma muoio, / preme un’ombra nera / sulla coscienza”, 75), infanti martoriati nel corpo e assopiti nell’anima, esuli in cerca di uno spazio che possa accoglierli, deportati nei lager, donne stolkerate e abusate (“la voce melliflua che ti adula / con parole spacciate per amore / […] / ti viola insistente”, 78), manovalanza straniera soggiogata e vilipesa da avidi caporali, sono i nuovi martiri contemporanei.

Si riscontrano anche invocazioni e tentativi di dialogo con la luna: “Parlaci / delle nostre imperfezioni” (11), promesse (non facili) fatte a sé stessi, dettate da un’altalenante convinzione dell’esistenza di motivi di forza atti a imprimere un segno di cambiamento o a fortificare meccanismi di resilienza: “Vincerò le stupide paure / […] / Per affrontare / le rotte del mare sconosciuto // […] // e troverò il coraggio / per superare gli ostacoli” (15), convincimenti entusiastici dinanzi a un’avvincente scoperta: “Ma oltre / lo sguardo mira, / verso quel mare che tutte le contiene. / Ancora salperò!” (19), finanche il riconoscimento di una vulnerabilità data dalla carenza di presenze amorose e rassicuranti: “Posa la polvere e lame di luce / l’odore dei ricordi, / aleggia tra le finestre e il comò, / con il passo silente della sera, / e il marchio doloroso delle assenze” (24) mente l’insicurezza diffusa della condizione instabile e logorante del dubbio crea ansia: “Cresce – prolifica / in cerca d’attenzione / come gramigna nell’orto, / e insinua / granelli d’incertezza, / un tarlo nella mente / che rode fin dentro il cuore” (28).

Con l’ultima sezione del volume, “L’impronta del tempo”, è come se si completasse quel percorso circolare che la Nostra ha intrapreso e concesso a noi lettori di intraprendere con lei. Ritornano, infatti, ma in maniera ben più sentita e in forma quasi opprimente, i temi dell’infanzia (“Mi guardo, mi riguardo / cercando la ragazza nella foto / […] / Scopro a illudermi, / a abortire il ricordo”, 88), dei ricordi (“sola mi rifugio / tra le pieghe del ricordo / […] / mentre andavo incontro all’anse / del grande mare, / incurante dei venti contrari”, 98), dell’inesorabilità del tempo che porta la Pellegrini a ragionare su questioni supreme, d’impossibile decodifica per l’uomo, eppure temi impellenti, ricorrenti, a tratti dolorosi, necessari, che svelano un’accentuata dote intellettiva e cogitante: “E mi chiedo perché, / nell’essere non è il rimanere” (89) scrive nell’affascinante testo che porta il titolo “Sfoglia il tempo la mia vita”. Grumi di nostalgia in quel “suono dei tuoi passi andati” (100) si assommano a un senso di vera angoscia dettato dal sentimento dell’assenza (“Ti cerco – non ti trovo, / […] // Queste ore a contare / il tuo ritorno”, 101) e trovano compimento, nell’adesione alla prepotenza della realtà, che smentisce veli e smantella illusioni: “Cede la foglia il suo stare, / da un fiato di vento si lascia rapire. // […] // Vedi? / Niente resta lo stesso” (105).

L’acqua, lo scivolare, lo scorrere, il fluire, divengono in questa sezione del volume tutte sfaccettature di quell’andamento sorgivo e impetuoso improntato al divenire e, in quanto tale, irrefrenabile: immagini e riflessioni di un tempo che cambia perché progressivamente s’allontana da quel passato che ha impresso le nostre esistenze. Tale percorso – come già accennato – non sempre si mostra di facile accettazione per l’uomo perché, adombrato da meccanismi inconoscibili e restio a conformarsi alle sue precipue volontà, produce sperdimento e incomprensione: “non trovo risposte / ai miei richiami” (91), scrive l’Autrice.

LORENZO SPURIO

Jesi, 07/05/2021

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.

“Frammenti” di Francesca Costantini. Commento critico di Lorenzo Spurio

Il presente testo, scritto quale recensione al volume “Frammenti” (Bertoni, Perugia, 2020) di Francesca Costantini, e tale già diffuso su varie riviste online e cartacee, verrà inserito quale postfazione alla ristampa del volume nel corso del c.a.

Ho letto con piacere questo libro – opera prima di Francesca Costantini – che ho avuto l’occasione d’incontrare varie volte in seno ad alcune iniziative poetiche. Noto con piacere che nella raccolta figurano alcuni testi che la poetessa aveva letto nel corso di una manifestazione poetica itinerante tenutasi nel 2019 nelle Marche. Vincitrice della tappa svoltasi ad Urbino, presso la Sala della Poesia di Palazzo Odoasi, si era automaticamente aggiudicata l’accesso alla finale del Ver Sacrum – questo il nome del progetto sviluppato dall’Ass.ne Culturale Euterpe – dove con grande entusiasmo era stata proclamata vincitrice indiscussa della gara poetica itinerante. La cerimonia finale, inizialmente pensata per tenersi a Jesi, si tenne a Cupramontana in un contesto particolarmente piacevole, all’interno degli spazi suggestivi del MIG – Musei in Grotta.

Ricordo, tra i suoi testi, in particolare, la lirica “Terremoto” che mi colpì molto sin dalla prima volta che l’ascoltai pronunciata dalla stessa poetessa. Con uno sguardo attento sul testo, brevi accenni verso un pubblico in ascolto, la voce sicura non restia a un dolore intimo contenuto nel dramma di quegli enunciati. Ritrovo ora la poesia pubblicata in questa silloge. Conservandone un ricordo impressivo non ho potuto che soffermarmi a leggerla più volte notandone – anche nell’ordito dello scritto – la perfezione formale della lirica, oltre all’indiscussa capacità espressiva, la forza magmatica di comunicazione che in poesia non è mai qualcosa di scontato né semplice.

La struttura di questo componimento è data da brevissimi versi – in alcuni casi, come nel secondo verso, costituiti da un solo lemma – riuniti a gruppi (mi piace definirli così anche se si tratta di vere strofe) di tre versi. Il linguaggio scarno, volutamente teso a rimuovere il superfluo per far risaltare il necessario tra i lembi di un’assenza dolente che è data dal terremoto che ha prodotto macerie, creato il silenzio e ampliato distanze, è tale che, pur essendo un testo assertivo – lontana l’implorazione e la denuncia, finanche lo sdegno mosso da tensioni civili – arriva con grande potenza nell’ascoltatore. La levità delle immagini, la parsimonia lessicale che contraddistingue tutta la sua poetica, così incisiva e puntuale, nel caso della poesia “Terremoto” fungono da contraltare – non è un espediente, tutto avviene in forma autentica – alla drammaticità delle immagini evocate, al dolore insito tra i versi.

Questa poesia si ritrova all’interno del secondo compartimento di liriche che la Costantini ha raccolto sotto il titolo di “Frammenti di luce”. Nella poesia appena richiamata, che descrive un contesto di stordimento e di scuotimento, tanto fisico quanto emotivo, ritrova (o è intenzionata a ritrovare) la sua “luce” in quella – pur fioca – “speranza [che] riemerge/ e si fa/ voce di vita” (59). Versi, questi, che siglano l’explicit della lirica in un miscuglio di resilienza e fierezza arcaica del popolo marchigiano che dinanzi alle catastrofi e alle privazioni che ha incontrato sul suo cammino non ha mancato mai di far risaltare la sua identità ed espressione orgogliosa e combattiva.

Le poesie che compongono questa sezione – proprio come la poesia “Terremoto” – sono per lo più poesie di buio e di apparente rassegnazione, di tribolazione e di sonno della coscienza che nella sintesi delle vicende poste in oggetto, nelle varie tematiche – molte d’impegno civile – che interessano questi testi, permettono, comunque, l’apertura di un varco di luce, la possibilità di un cambiamento, un bagliore pronto a rischiarare, così come avviene in “Lato oscuro” la cui chiusa richiama un’immagine di luminosità. La poetessa vuol forse lasciar intendere che, sebbene il mondo sia spesso dominato dal male, dai vizi e dalle disattenzioni verso le situazioni di rischio ed emarginazione, la possibilità della luce mai deve essere scartata e, anzi, al contrario, deve essere sostenuta, praticata, percorsa e – chiaramente – condivisa.

Il contrasto oscurità-luce, metafora di discesa-ascesa, morte-vita, abbattimento-speranza, si ritrova in “Candele e lanterne”, un componimento che ricalca il dramma del periodo dettato dall’emergenza Coronavirus (“si spengono / le vite / al soffio di questo gelido vento // Una dietro l’altra / come foglie d’autunno / cadono // […] // come formiche allineate / sfilano / le bare / con dentro i vostri corpi”), fotogramma della triste scia di autocarri militari di Bergamo – nel picco della prima ondata del COVID-19 – che nessuno di noi può dimenticare (né fingere di non aver visto). Anche in questo caso la Costantini prevede una chiusa di speranza, stavolta in chiave spirituale: “Ma le vostre Anime! / Come lanterne volanti / quelle in cielo / salgono / una accanto all’altra”.

Il poeta Stefano Sorcinelli, che sigla l’articolata prefazione al volume, richiama la cosiddetta poesia confessionale di marca americana (Plath, Sexton, Lowell) per avvicinarsi e descrivere la poetica della Nostra. Credo che ci sia senz’altro qualcosa di questa confessione che si muove nelle pieghe dell’io, in quel bisogno non procrastinabile di ascolto interiore, di ricerca personale, di auscultazione, di dialogo intersoggettivo dinanzi ai tristi accadimenti del presente che si fanno storia. Eppure mi pare di poter osservare che è un atteggiamento partecipe e filantropico, teso a una lettura solidale e collettiva di un sentimento comune, dove l’àncora di salvataggio spesso è vista, dietro quella confessione intima che è sorgiva e impellente, proprio in quel desiderio di riferirsi a un’alterità, a un al di là possibile e necessario per poter spiegare (nei limiti di spiegazioni razionali) il senso e la destinazione di accadimenti difficilmente configurabili.

Tanto in “Terremoto” che in “Candele e lanterne”, difatti, sembra di trovare, rileggendo più volte i rispettivi testi, un senso di pacificazione dato dal percorso che la Poetessa attua con i suoi versi. Dinanzi alla spigolosità dei fatti, la Nostra è in grado di entrare nella materia poetica, di viverla, di renderci partecipi della mestizia, della perdizione, del tormento. Questo, però, che in altri autori ha visto avere quali esiti il melenso pietismo o, al contrario, la condanna spietata, nella Costantini prende la forma di una meditazione dai tratti quasi ontologica, di una preghiera, sulle onde di un sentimento che è intimo ma anche plurale, personale e collettivo. Scopo della poesia non è parlare di sé e costruire biografie in versi che hanno forse utilità in chi le produce e che rimangono distanti (quando non incomprensibili) a terzi, ma di rendere universale il reale, di estendere la validità di un accadimento (e di un dolore) alla partecipazione onesta e sentita di una pluralità. Una poesia, quella della Costantini, che si staglia tra preghiera e riflessione, ben lontana da forme gridate di condanna o da insulso vittimismo.

Torno ora, con un percorso à rebours che – spero – mi si perdonerà, alla prima parte dell’opera, anch’essa “giocata” sui contrasti tra bagliori e abissi; essa ci parla di “Frammenti di ombra” dove a dominare sono i temi che girano attorno al senso di mancanza, alla frustrazione dettata dal percepire l’assenza di una persona amata, finanche la passività dolorosa che detta il senso d’impotenza (che non deve lasciar il posto alla rassegnazione) dinanzi ad accadimenti improvvisi e imprevisti che a volte la vita ci mette dinanzi.

Liriche per lo più notturne, dai contorni non meglio definiti, o dove questa patina d’incertezza e oscurità sembra non dare scampo all’io lirico (“mi guarda indifferente / mentre la mia ombra si confonde fra la gente”). Se dovessimo riferirci a uno dei cinque sensi per descrivere queste liriche, al di là della vista il cui senso oggettivamente è pervasivamente presente in tutto il volume nei contrasti testé richiamati, penso che è l’universo sonoro a rappresentare una posizione di rilievo. Poesie quali “Parole”, “Come potevo” (con i suoi incalzanti interrogativi), “Sono qui” (con il caratteristico rimando anaforico), “La tua voce” ricordano – spesso in una logica privativa – la dominanza di una dimensione sonora: percepita o meno, ricercata, evocata, echeggiata, mal udita, inascoltata, etc.

Ad arricchire il volume sono alcuni dipinti della nota Mara Pianosi che, pure, è l’autrice del dipinto curioso, che svela e copre, fa intravedere e immaginare, un particolare del volto dell’autrice colta mentre fissa in un punto imprecisato che è verso un “oltre”, un al di là dal reale, in una direzione approssimativamente verso l’alto. Tale immagine, oltre a fondersi e a rispecchiarsi molto bene col titolo del libro – quel fragmenta che è partizione di una totalità – è un appropriato apripista visivo ai contenuti poetici che questa silloge propone, con un’asciuttezza formale che mai fa venir meno l’alta capacità espressiva e mimetica in noi lettori.

LORENZO SPURIO

Jesi, 01/02/2020

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.

“Variazioni minime” di Luciana Raggi, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Cerco luoghi nuovi

per riporre speranze antiche. (43)

Leggendo la nuova raccolta poetica della poetessa Luciana Raggi, Variazioni minime (Lithos, Roma, 2020), mi sono magicamente subito sentito in sintonia: ho percepito, dinanzi ad alcuni versi di potente fascinazione visiva, un sentimento di vero e proprio coinvolgimento che trovo difficile anche raccontare a parole. La poetessa romana Michela Zanarella tempo fa, scrivendo la prefazione al mio libro di poesie Pareidolia (The Writer, Marano Principato, 2018), concludeva che la mia poetica era quella di una persona che “narra in versi l’invisibile” e questa definizione, per altro molto suasiva e pertinente, credo che possa ben addirsi anche alla presente opera della Raggi dove, manco a farlo a posta, l’apertura è data da una ricca e personalissima nota critica della stessa Zanarella.

Si percepisce, nel dettato che anticipa la silloge multipartita, un fascino intestino con i versi, un animo densamente diffuso nella liricità e nell’evocazione. Nella prefazione – che mi pare di leggere con le lenti di una vera e propria prosa lirica – si legge: “Luciana Raggi si accosta all’invisibile sulla soglia della trasparenza, attraverso una poesia fluida, intuitiva, quasi magica” (6) e poi, ancora, “Variazioni minime è da considerarsi una raccolta raffinata e completa per imparare ad osservare ciò che sembra etereo o introvabile” (7). Stupenda questa definizione che la Zanarella impiega nel tentativo, arcano quanto insondabile ai più, di riferirsi a un campo di possibilità potenzialmente infinito, vago e apparentemente astruso, che si compie in quel senso privo di margine dell’infinito e dell’assoluto. Osservare ciò che è etereo sembrerebbe un paradosso, eppure è proprio questo che l’occhio vigile e la penna parca della Raggi fanno: viviseziona l’invisibile, affronta realtà incorporee, dialoga con lo spazio, circumnaviga l’assenza delle forme. In questo procedimento linguistico che non rasenta lo psichedelico ma che fa dell’ineffabile e dell’inavvertito i motivi trainanti di un sentire superiore, metafisico, nebulizzato, si ravvisa l’impronta – direi per lo più inedita se pensiamo ai precedenti lavori della Raggi – della poetessa romagnola, da tanti anni attiva nella Capitale.

Il raffronto e il dialogo con un contesto che sfugge dall’empirismo per richiedere una soluzione olistica nella Raggi prende la forma di un narrare un non visto, di dar forma all’amorfo, di concretizzare nei versi l’imprendibile. Questo non comporta, come in altri casi è accaduto, a una verticizzazione dell’analogia, alla creazione di un testo spinoso ed enigmatico dove risulta impossibile trovare le chiavi – tanto fisiche che ermeneutiche – per addentrarsi nell’opera, né a una deriva asemantica poiché è proprio nell’interstizio tra reale e possibilità di reale, tra confine tra ciò che sperimento e ciò che, invece, costruisco mentalmente, che la creazione poetica della Raggi deve essere situata.

Questo libro si presenta con una suddivisione interna in ulteriori partizioni, la prima della quale, dal titolo “Tutto cambia”, è anticipata da versi di Julio Numhauser e del beat centenario Lawrence Ferlinghetti. Il tema è quello del cambiamento, dell’irreversibile mutamento che nelle varie forme della crescita, derivazione e consunzione, esso rappresenta. Concetto parallelo a quello della temporalità – uno dei fili rossi del volume – è quello del cromatismo; la Nostra non manca di riferirsi al sistema di luce e ombre, ai fenomeni ottici e luminosi che decretano la visione, nell’uomo, di determinati colori o condizioni particolari. Ecco che il motivo della “Variazione” appare in varie poesie, essa ha a che vedere con la percezione e il grado di avvicinamento all’oggetto che ci si pone di analizzare; non una minuzia né un dettaglio trascurabile dal momento che, come asserisce, “Ogni variazione vale / inclusa questa / di questa scarna parola / da assaporare” (12). In un’altra poesia che appartiene sempre a questa prima sezione si legge: “Minime variazioni / arrivano lentamente” (14). Le poesie di Luciana Raggi, forse più di altre che appaiono fruibili più velocemente ma assai più convenzionali, necessitano una duplice lettura dal momento che vari possono essere i significati a seconda del tipo di legame che vogliamo far emergere tra i singoli vocaboli che la compongono.

I temi che possono essere posti in rilievo dei quali, più o meno direttamente, si parla nella nuova silloge sono il tempo che passa e il tempo d’attesa, il cambiamento e la rinascita, la dispersione e la mutabilità, la rifrazione e il rispecchiamento (spesso, in questa società difficile, risulta complicato mostrarsi per quel che si è ma altrettanto complicato è riuscire a riconoscersi), la cecità emozionale e l’incongruenza di linguaggio. L’idea del cambiamento, come già anticipato, non sempre è benevola, vale a dire in alcuni contesti prende la forma di una cornice nella quale si parla di un’età che decade, che si consuma o dalla quale, per qualche ragione, si tende ad allontanarsi se non addirittura a fuggire.

Che a dominare sia l’isotopia del vedere con tutte le sue relative connotazioni è evidente non solo dal titolo e dall’uso di una terminologia specifica che fa riferimento, appunto, alla dimensione dell’oculistica e dello studio della luce, ma anche alla stupefacente immagine di copertina, dove nei toni di un verde acquamarina e leggermente sfumato si intravede un primo piano di un occhio (non è dato sapere se di uomo o di donna, non è questo che realmente interessa) con la pupilla fissa e lucida, pur nella nerezza delle linee che la contornano, fissa a guardare chi si pone avanti, trasmettendo anche un senso di soggezione: sembra di vedere all’interno del bulbo oculare una perla luminosissima, una superficie argentata che richiama e intimorisce al contempo, una sorta di specchio che ricalca dell’altro. La postura dell’occhio sembra normale, ripreso in un momento comune e a testimoniarlo sono ciglia e sopracciglia che, in posizione rilassata, consentono di trasmettere l’idea, appunto, di un occhio che semplicemente guarda. Che non ammicca, né si sgrana, che non implora né condanna. Soprattutto, che non piange. Il fenomeno di sguardi, di luci e parvenze di forme ricorre un po’ tutta l’opera e si associa a quel mutismo della parola che non è negazione del dire quanto, forse, rivelazione e dialogo con mezzi extralinguistici, tanto prossemici che intuitivi, codificati in un veicolare segni, risposte e messaggi proprio attraverso il “saper vedere” e il “saper mostrare”: “Non servono parole: / l’impatto luminoso / cambia la scena” (21).

Versi di grande impatto e degni dell’alta tradizione lirica se ne trovano a decine in questo libro dignitosissimo nella versione grafica, ricchissimo, appunto nelle fortunate e versatili immagini in grado di costruire. Qualche esempio merita senz’altro di essere riportato: “Ogni cosa ha un’anima / che non si fa catturare” (22); “Il mondo non mi vede: / mi girerò a guardare sul muro / la luce che muore” (24). Il poeta milanese Rodolfo Vettorello, sull’onda – credo – di un’invettiva e un monito alla riflessione, tempo fa ebbe a scrivere che “Gli arcobaleni non servono a niente, come la poesia” riannodando la situazione di una questione nevralgica negli studi di settore che già fu oggetto di Montale in sede di conferimento del Nobel ovvero l’utilità o meno della poesia. Ecco che, leggendo i versi di Luciana Raggi, credo che si possa con facilità contestare la similitudine assiomatica di cui sopra che, pur utile per animare un dibattito, trova nel fascino verso il divenire, il cambiamento di luce, la sfumatura di forme e le linee vaghe di ombre e possibilità una risposta seducente pur ariosa, imprendibile eppure sì vincente.

La seconda sezione del volume, “Nomade fra le parole”, è anticipata da un estratto di un brano del cantautore-poeta Roberto Vecchioni e da un estratto dalla poetessa confessionale e intimista Emily Dickinson. Viene qui posto il tema dell’erranza del poeta, non tanto quella della mania deambulatrice ottocentesca né del flaneur disincantato ma proprio l’erranza, il sentimento di mancata radicalità del linguaggio: “Sto qui // qui a guardare il bianco: // nomade / tra le parole dette” (37). Particolare attenzione va mostrata ad alcune liriche di questa partizione: “Come ciechi i poeti / a tentoni cercano il bianco / per lasciare impronte del viaggio” (40); “Certe parole non dicono quel che dicono / vivono squilibrate per variazioni minime. / Di ciò che significavano prima / domani non ci sarà memoria. // […] / Attraversa metafore e analogie / spostamenti metonimie / gioca a disfare e rifare // […] / Nella pazienza del poeta” (44).

Nel riferirsi all’universo linguistico-comunicativo della parola importante risulta, oltre al non-detto (“Fra nodi di silenzi / celato nella solitudine / una folle idea s’affacciò improvvisa”, 56) e all’evocativo, anche il mal-detto, ciò a cui la poetessa si riferisce con l’accezione di “impigliati in risse di parole feroci” (52) e, finanche, il mal-compreso, spesso all’origine di sovrapposizione e caos, precarietà di linguaggio, mancata interrelazione e impiego di sistemi non codificati, cacofonia o riluttanza dinanzi alla sfera semantica. Ci sono, infatti, nel rapporto dialogico anche esperienze infelici di confronto, che slittano nell’incomprensione quando non addirittura nel diverbio: “Rigettate / nella furia dell’urlo // […] / Acidi suoni / […] / Parole a lungo masticate / mai digerite” (55). Finanche, come già intuito, la mimica corporale, la comunicazione extralinguistica che può imporre un segno distintivo, tanto nel bene che nel male: “Uno sguardo intenso / arretra le parole” (58).

A stemperare il (possibile) divario derivato da un allontanamento o un dissidio (più o meno complicato) originato dal dire furioso o da un’incomprensione di fondo, sembra venire in assistenza l’ultima sezione del volume, dal titolo che apre alla speranza di un ravvedimento o, per lo meno, a una possibile occorrenza di concordia ritrovata, “L’arte dell’incontro”. Questa volta i “padri putativi” che la Poetessa richiama nelle note in esergo a questa nuova partizione, oltre a Vinicius de Moraes è l’immancabile Eugenio Montale che parla di “un segno intellegibile / che può dar senso al tutto”, versi tratti da “Esitammo un istante” che fa parte del noto Diario postumo. Versi che nella loro asciuttezza e perentorietà, nella sinottica versione che ha dell’epigrammatico quanto della rivelazione, ben si condensa la poetica della Raggi con questa opera che presenta – non solo in questa partizione – un’evidente fascinazione per la poetica di Montale, ma anche di Raboni e Sereni, finanche della nostalgica Pozzi; in quel senso di mistero che ritorna – se si eccettua la virata spirituale nella Raggi per lo più assente[1] – pare in alcuni passi di leggere brani della Guidacci.

Di questa sezione finale si apprezzano in particolar modo le liriche di chiusura, poste “a specchio” dedicate rispettivamente alla Città Eterna dove la Poetessa vive e lavora da molti anni, a Sogliano al Rubicone, nel Forlivese, dove la Poetessa, invece, è nata e a Matera, la città visitata con particolare trasporto nei cui componimenti non può lasciarsi trasportare anche dal sentimento civile rimembrando l’eccelsa (e poco studiata e tributata) figura dell’attivista, poeta, scrittore e sindaco di Tricase, Rocco Scotellaro che, col romanzo L’uva puttanella e l’intera produzione poetica, parlò dei drammi del Meridione contadino: “Sguardi tristi / dal dolore antico / gente segnata dalla fatica / di un lavoro paziente / scandito dalla natura / dalla prepotenza delle stagioni./ […] / Rocco adulto che lotta / per un giusto riscatto / e ancora Rocco morto / pianto dalla sua gente. / […] / Rocco e la sua poesia” (84). Il messaggio totale di questo nuovo lavoro poetico della Raggi, in “questo errare inquieto” (75) in mezzo a “ragion[i] liquid[e] [che] […] avvolg[ono]” (76) è di certo lucente e positivo, dettato da slancio vitale: “Spinti dal rifiuto / sull’orlo del baratro / nella ferita dell’urlo. / Smarriti confusi / in fiala avanziamo” (79). C’è, dopotutto, una grande esigenza di rivelazione, una voglia di dire, di ampliare idee, di costruire, pur partendo da diorami improbabili e ombre sul muro, consensi sicuri e realtà di speranza: “non perdiamo le parole // urliamo la pace” (28).

LORENZO SPURIO

Jesi, 10/01/2021

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.


[1] Nella poesia che apre la sezione “L’arte dell’incontro” è possibile leggere: “Non importa ragionare sull’esistenza di Dio / Bisogna essere dolci capirsi / […] / Pascolare speranze / […] / Rifrangere residui di dubbi e formattare certezze / […]/ Emettere il respiro che è centro del mondo” (63). Altro riferimento a Dio si trova in una poesia molto breve che mi sembra utile riportare in forma integrale: “Quel Dio / che spesso si sottrae // l’ho sentito quel giorno / in riva al mare. // Nel guizzo dell’onda / sussurrava il ritorno. // Era donna. / Portava in grembo l’infinito” (71).

La poesia ai raggi X: esce il saggio “Inchiesta sulla Poesia” di L. Spurio

È uscito il volume del critico Lorenzo Spurio dal titolo Inchiesta sulla poesia. L’opera – che conta 238 pagine – è stata pubblicata nella collana “I saggi” della casa editrice PlaceBook Publishing & Writer Agency di Rieti a cura di Fabio Pedrazzi. Il libro raccoglie saggi e approfondimenti che il critico marchigiano ha voluto dedicare alla poesia e alle sue varie sfaccettature ed è il completamento di un’iniziativa da lui lanciata nel dicembre 2019 quando decise – come richiama il titolo – di lanciare un’inchiesta sulla poesia. Una serie di domande, di cui la gran parte aperte, rivolte potenzialmente a tutti ma preferibilmente dirette ai poeti, a coloro che la poesia “la fanno”. L’adesione è stata massiccia, circa duecento poeti italiani e non solo ed è stata trasversale vedendo partecipare poeti di tutte le generazioni, di qualsiasi tendenza, caratterizzati da stili, tematiche e propensioni quanto mai diversificate. L’iniziativa di Spurio ha dato il via al presente saggio nel quale, tra i numerosi argomenti trattati, si parla dell’impossibilità di definizione della poesia, del suo ruolo, delle commistioni con le arti, della musicalità, del pubblico, delle manifestazioni collettive quali il reading, il premio letterario e il poetry slam con un excursus anche sui poeti dimenticati – ingiustamente, colpevolmente – sottoposti a una bieca damnatio memoriae. Diviso in opportune sezioni nelle quali si dibatte su vari argomenti, l’autore ha deciso di occuparsi anche del rapporto tra poesia e scienza, dell’importanza della critica, lasciando aperta la porta sulle possibili idee di un futuro della poesia.

Ad arricchire il volume sono una nota introduttiva del critico letterario abruzzese Massimo Pasqualone e, in appendice, alcuni contributi aggiuntivi che aiutano ad ampliare ancor più lo studio e la riflessione sulla complessità dell’universo poetico nella nostra contemporaneità. L’autore ha deciso infatti d’inserire il testo di una sua recensione scritta tempo fa per il poeta e haijin campano Antonio Sacco interamente volta ad approfondire il fenomeno della poesia epigrammatica orientale dello haiku e un saggio particolarmente interessante, sulle nuove forme e linguaggi poetici, dalla street poetry alla InstaPoetry, scritto dalla poetessa Flavia Novelli. Inoltre vi è una nutrita scelta di citazioni sulla poesia del noto poeta e giurista Corrado Calabrò estratte da un suo saggio dal titolo particolarmente evocativo (“C’è ancora spazio, c’è ancora senso per la poesia?”), pubblicato in prima versione ormai qualche anno fa e qui riproposto per accenni e rimandi che ci si augura possano apparire interessanti e, dunque, essere colti. Non mancano – nel corso dell’intero saggio – riproposizioni di brevi brani, assunti quali citazioni, di alcune delle risposte fornite dagli intervistati che Spurio ha ritenuto propedeutiche allo studio, nonché interessanti e motivo di ulteriore arricchimento per la dissertazione, da proporre e rendere fruibile alla collettività.

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985), poeta, scrittore e critico letterario. Per la poesia ha pubblicato Neoplasie civili (2014), Tra gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per Federico García Lorca (2016; 2020) e Pareidolia (2018). Ha curato antologie poetiche tra cui Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (2016). Per la narrativa ha pubblicato tre raccolte di racconti. Intensa la sua attività quale critico con la pubblicazione di saggi in rivista e volume, approfondimenti, tra cui le monografie su Ian McEwan, il volume Cattivi dentro: dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera (2018), Scritti marchigiani (2017) e La nuova poesia marchigiana (2019). Tra i suoi principali interessi figura il poeta Federico García Lorca al quale ha dedicato un saggio sulla sua opera teatrale, tutt’ora inedito e tiene incontri tematici, oltre ad aver curato il volume Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico García Lorca (2020). Ha tradotto dallo spagnolo una selezione di poesie di Dina Bellrham confluite in Le iguane non mi turbano più (2020). Presidente dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, ha ideato e presiede il Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”. Sulla sua opera hanno scritto, tra gli altri, Giorgio Bàrberi Squarotti, Dante Maffia, Ugo Piscopo, Nazario Pardini, Antonio Spagnuolo, Emerico Giachery.

Il libro su Place Book Publishing e Writer Agency

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Il libro su Librerie Giunti al Punto

I Premio “Gandhi d’Italia – Sulle orme di Danilo Dolci”: il verbale di Giuria

PREMESSA

Il Premio di Poesia “Gandhi d’Italia – Sulle orme di Danilo Dolci” è stato bandito nel mese di ottobre 2020 con l’autorizzazione della famiglia Dolci nella figura del figlio, dott. Amico Dolci, ed è organizzato in collaborazione dalle Associazioni Culturali “Le Ragunanze” di Roma, “Euterpe” di Jesi, “CentroInsieme Onlus” di Napoli, “Africa Solidarietà Onlus” di Arcore (MB) e dal Progetto “Anima Psiche” di Monte San Giovanni Campano (FR)[1] con il Patrocinio Morale del Comune di Palermo e della Città Metropolitana di Palermo.  

Il Premio, regolamentato dal bando di partecipazione costituito da nr. 10 articoli disposti in due pagine, ha visto scadenza di partecipazione lo scorso 28 febbraio.

TENUTO CONTO

  • Che sono pervenute alla Segreteria del Premio nr. 501 partecipazioni di cui nr. 37 non ammesse al concorso perché non in linea con i dettami del bando o perché pervenute oltre la data di scadenza ivi indicata, si comunica che hanno preso parte alla competizione letteraria nr. 464 opere.
  • Che la Commissione di Giuria era così stabilita: Michela Zanarella (Presidente), Antonino Causi, Laura Vargiu, Annalena Cimino, Zairo Ferrante, Alessio Silo, Vincenzo Monfregola, Cheikh Tidiane Gaye e Fabio Strinati.
  • Che la presidente di giuria, dott.ssa Michela Zanarella, ha seguito ogni fase di gestione del Premio coordinando la Commissione di Giuria, pur non esprimendo le proprie valutazioni, limitandosi a deliberare sulle opere risultate vincitrici e a redigere le relative motivazioni di conferimento.

VIENE REDATTO IL SEGUENTE VERBALE che consta di nr. 3 pagine

1° Premio – “Come sagitte intinte nel dolore”

di VITTORIO DI RUOCCO di Pontecagnano Faiano (SA)

2° Premio – “Veleni sulla città”

di DONATELLA NARDIN di Venezia

3° Premio – “Il volontario”

di CLAUDIA RUSCITTI di Montesilvano (PE)

*

Premio Speciale della Giuria – “Il sogno di Danilo”

di PIETRO CATALANO di Roma

Premio Speciale della Critica – “A Danilo Dolci”

di ANTONELLO DI CARLO di Reggio Emilia

*

Menzione d’Onore – “Effluvio di primavera”

di FLAVIA SCEBBA di Foligno (PG)

Menzione d’Onore – “Ai confini del crepuscolo”

di TIZIANA MONARI di Prato

Menzione d’Onore – “Per Antonio Megalizzi”

di ANGELA LONARDO di Avellino

Menzione d’Onore – “Onuri a Danilo Dolci”

di ANTONIO BARRACATO di Cefalù (PA)

Menzione d’Onore – “Infanzia tradita”

di EMILIO DE ROMA di Pietradefusi (AV)

Menzione d’Onore – “Una speranza”

di SERGIO BORGHI di Zola Predosa (BO)

Menzione d’Onore – “Ma non è stato inutile”

di LAURA GIORGI di Grosseto

Menzione d’Onore – “Deposito bagagli (RSA – La mattanza)”

di MARCO PEZZINI di San Giuliano Milanese (MI)

Come stabilito dal bando di partecipazione si rappresenta che i Premi saranno così costituiti: Premi da podio e Premi Speciali: Targa personalizzata, diploma e motivazione della Giuria; Menzione d’Onore: Diploma

ANTOLOGIA

Tutte le opere vincitrici verranno pubblicate in un volume antologico accompagnate dalla biografia dell’autore.

Nell’antologia potranno essere pubblicate, a insindacabile giudizio degli organizzatori, anche altre opere partecipanti al Premio che, pur non essendo risultando premiate, possono contribuire a conoscere, ricordare e approfondire la figura di Danilo Dolci, a cui il Premio è ispirato e dedicato.

Nel volume verranno, altresì, pubblicati materiali divulgativi atti a conoscere e approfondire la figura di Danilo Dolci e alcuni saggi e studi critici di approfondimento sulla sua opera.

Gli autori delle opere premiate o selezionate dall’organizzazione in virtù del loro legame alla figura di Danilo Dolci verranno contattati privatamente per le informazioni specifiche e per l’invio del modulo di liberatoria per la pubblicazione.

PREMIAZIONE E INVIO PREMI

Stante l’attuale situazione di emergenza sanitaria relativa alla pandemia in atto e, in linea con l’art. 8 del bando di partecipazione, viene deciso sin d’ora che la cerimonia di premiazione non avrà luogo in presenza.

I premi verranno spediti a domicilio a carico dell’organizzazione entro il 20 giugno 2021.

02/04/2021

         

Lorenzo Spurio  – Presidente del Premio

Michela Zanarella – Presidente di Giuria

Organizzatori:

Lorenzo Spurio – Presidente Ass.ne Euterpe di Jesi

Michela Zanarella – Presidente Ass.ne Le Ragunanze di Roma

Cheikh Tidiane Gaye – Presidente Ass.ne Africa Solidarietà Onlus di Arcore

Vincenzo Monfregola – Presidente Ass.ne CentroInsieme Onlus di Napoli

Alessio Silo – Responsabile Progetto Anima Psiche di Monte San Giovanni Campano

INFO:

premiodipoesia.danilodolci@gmail.com

Pagina Facebook del Premio


[1] Nuova denominazione dell’allora progetto “Capire per Capirsi” come indicato nel bando di partecipazione, secondo le indicazioni del Responsabile e referente Dott. Alessio Silo.

“Nel tempo dell’assenza. Tragitti casuali d’incomunicabili silenzi” di Massimo Massa – Testo critico di Lorenzo Spurio

Testo critico di Lorenzo Spurio

Un’operazione editoriale senz’altro riuscita, tanto è ricca e avvincente, questa di Massimo Vito Massa, curiosa voce poetica nel panorama culturale italiano della nostra attualità che con l’etichetta editoriale da lui curata e diretta – Oceano Edizioni – ha dato alla luce il volume Nel tempo dell’assenza[1]. Si tratta di un’opera in qualche modo repertativa, come ben richiama il riferimento di “Opera omnia” nell’immagine di copertina e, in quanto tale, presenta testi poetici già pubblicati altrove, letti magari in circostanze che lo hanno visto partecipante di iniziative pubbliche o presentati a concorsi letterari, ambito questo che l’Autore barese ben frequenta da anni, con grandi meriti e ampie attribuzioni di riconoscimenti per la sua capacità ideativa, stesura formale e ricchezza contenutistica. Questo nulla toglie alla freschezza dell’opera che si presenta come fosse totalmente inedita, compatta nei tanti elaborati e contributi critici che, ben cadenzati, “a intervalli”, la arricchiscono e la strutturano in maniera assai congrua alle vere “opere totali” di autori più o meno classici. Se mi soffermo su questo aspetto – oltre al fatto che non è qualcosa in nessun modo trascurabile – è presto detto. Operazioni “antologiche” come questa che ho tra le mani presuppongono non solo una meticolosa operazione di scelta – e dunque di cernita – delle tante opere di produzione propria ma anche l’individuazione di un nesso – leitmotiv o fil rouge, come si preferisce – secondo il quale l’Autore intende presentarcele. Aspetti, questi, che possono sembrare laterali, e dunque non influenti in maniera incisiva, sull’opera intesa in senso complessivo e che, al contrario, hanno la loro valenza. Massa ha manifestato in maniera molto chiara che, dietro alla compilazione di Nel tempo dell’attesa, vi è stato un ampio (non so dire se lungo, questo sarebbe eventualmente da chiedere all’Autore) lavorio di organizzazione “mentale”, ben prima che “editoriale” che ha portato, appunto, alle scelte le cui pagine ben rendono edotti chi se ne appropria.

Pure non andrebbe dimenticato di dire che – di contro al titolo che ci parla di una assenza che, ad apertura del libro, dobbiamo ancor ben concettualizzare – il sottotitolo funge da apripista, da motivo propedeutico a quel che l’attento Autore (nelle vesti anche di curatore ed editore) si appresta a rivelarci di sé. Quelle contenute nel libro sono poesie – questo è chiaro – ma esse sono solo l’abito che, di volta in volta, l’io lirico veste per documentarci e trasmetterci quelli che sono i Tragitti casuali d’incomunicabili silenzi. Addentrarsi a priori in un’appropriata significazione esegetica di questa perifrasi sarebbe senz’altro qualcosa di rischioso ma è un rischio che cercherò di limitare tentando un approccio di questo tipo non ora, ma in seguito.

Il volume si presenta ricchissimo, da ogni parte lo si voglia scrutare, da ogni angolazione ci si introduca. Ce ne rendiamo conto sin dalle prime pagine: citazioni in esergo (tra cui un’efficace chiosa sulla felicità di Romano Battaglia[2], praticamente uno dei grandi dimenticati), note di ringraziamenti, cenni bibliografici, didascalie, riferimenti puntualissimi a professioni, città d’origine o d’appartenenza dei tanti critici di cui sono presenti note, commenti, lusinghieri messaggi, attestati di stima e amicizia, squarci di recensioni e, in taluni casi, mini-saggi, approfondimenti o divagazioni di vario tipo. La meticolosità di Massa in veste di editore è tale che tutto appare dosato alla precisione: caratteri, grassetti, corsivi e rientri, organizzazione tipografica impeccabile, testo che s’interscambia – in un connubio di parola e immagine – con pagine a colori dove troviamo foto frappanti e incisive come pure fotogrammi dell’autore dai quali trasudano grande raffinatezza posturale, eleganza formale e piglio di un’espressione autentica.

Basterebbe fare i nomi di Hafez Haidar, grande promotore culturale, ex candidato al Premio Nobel per la pace e professore all’università di Pavia, e di Pasquale Panella, narratore e poeta ma soprattutto paroliere (celebre la sua collaborazione con Lucio Battisti), autore di brani immortali della canzone italiana (tra i quali “Vattene amore” di Amedeo Minghi, “Processo a me stessa” di Anna Oxa, “Giulietta” di Mango), a rivelare l’ampiezza e l’alta levatura del consenso critico riscosso da Massa nel tempo. Eppure – per onor di cronaca e per par condicio culturale – si dovrebbero fare i nomi di tutti coloro che – a vario titolo – hanno collaborato a questo volume, integrato le pagine con foto, traduzioni, inserti critici e altro ancora. Pur tuttavia nello spazio ristretto di tale recensione non mi è consentito ma il mio invito è fortemente rivolto a recuperare ben presto questo volume perché, oltre alla componente poetica di Massa, vi è un nutrito universo di luci e nastri colorati che lo contornano rappresentati da queste molteplici e variegate collaborazioni che fanno di Nel tempo dell’assenza – in aggiunta a un’opera autoriale e dunque letteraria – anche un’opera collettiva e dunque, a qualche altezza, di condivisione e partecipazione sociale.

L’autore del libro, il poeta barese Massimo Massa

Si è detto delle traduzioni: nel volume alcune poesie di Massa sono riproposte anche con l’utilizzo di un altro sistema linguistico; questo rende l’opera polifonica e internazionale, potenzialmente aperta a ogni possibile lettore e fruitore, dunque sorgiva e continua, atta ad aderire ad ambiti e contesti che esulano il domestico, il provinciale e il nazionale, per offrirsi a un oltre potenzialmente sconosciuto. Vi sono liriche tradotte in greco (Sofia Skeilda[3]), inglese (Tiziana Massa), polacco (Izabella Teresa Kostka), spagnolo (Patricia Vena), francese (Raymonde Simon Ferrier) e arabo (George Onsy).

Il volume si mostra articolato in tre sotto-sezioni e una coda conclusiva. Le tre sezioni, debitamente anticipate da alcune linee di presentazione di Massa in merito alle intenzioni di accorpamento di determinate liriche in quel gruppo – vale a dire le ragioni, le tematiche, le comunanze latenti o patenti – contengono ciascuna un consistente numero di brani poetici. Si parte con la sezione “L’assoluzione” anticipata da una dissertazione coinvolgente sul tema dell’assenza a firma del giornalista Duilio Paiano, nella quale troviamo liriche dal piglio riflessivo, sostenute da considerazioni di vario tipo che mettono in risalto le peculiarità osservative, interpretative e interiorizzatrici del poeta. Il tema ricorrente è quello dei gabbiani, con tutta la simbologia carica a questo animale e alle sue occorrenze nella letteratura, anche internazionale. In “Piove” leggiamo: «Credo ancora nei dettagli / delle prospettive, / nell’imperfezione / d’ogni figurabile / che s’avvolge in trame / come arbusti di tamerice / flagellate / ai venti di maestrale» (33). Credo che sia ben manifestato in questo estratto l’andamento – un adagio – di questa prima partizione dell’opera. Scenari prediletti sono le circostanze di solitudine e di riflessione, i momenti di pausa e di rincorsa ai pensieri, gli approfondimenti sulla vita e i suoi dilemmi, le esigenze di ascolto dell’interiorità. Ecco altri versi estratti da “Nell’attesa d’un istante”: «Passerà anche l’inverno / tra queste scie d’inchiostro / serrando nodi / nelle volute spire / di mancate assenze, / sulla pelle e nei pensieri / aspettando che marea discenda / a conciliare rena con il mare / tra le immutate sponde» (56) e da “Verrà il tempo del ritorno”: «Verrà il tempo del ritorno, / nuovi semi di accettate attese / nel cielo terso di febbraio / in quel tiepido maestrale / tra zolle arse / e l’istante delle piogge / nell’intricata geometria / del mio nulla / che fermenta prospettive» (61).

La seconda sotto-sezione del libro, “In ogni battito del mondo”, ci consegna al contesto internazionale: quello bellico delle lotte civili, delle guerre intestine, dei bombardamenti, delle violenze in genere e delle forme di sottomissione. Qui si evidenzia il piglio etico del Nostro che con poesie quali “Sotto il sole di Kabul” ha riportato numerosi premi letterari.

Troviamo liriche che affrontano problemi dei disturbi alimentari come l’anoressia (la poesia “Oltre…” dove il Nostro parla di «sguardi assenti / […] / greto informe» e della «irragionevole disarmonia / dell’esile corpo», 69), gravissime sindromi di carattere genetico («Chissà per quant’ancora / dovrò arginare ostacoli / raccogliendo cocci d’esistenza / nel perimetro di un corpo / che non s’arrende al tempo» (78) e liriche ispirate ai truci fatti di zone calde del pianeta: il Medio Oriente (la poesia “Scenderà sera sopra Gaza” dove leggiamo: «Quale guerra avrà mai le sue risposte / se non bugie vilmente sporche…/ […] // Qui si fermano per sempre / i sogni e le illusioni – / macchiate d’innocenza, / qui c’è carne da macello / su cui lasciare un fiore», 80), l’Iraq (la poesia “Sotto il sole di Kabul”: «una bandiera in terra ostile […] // […] tradita per amore a un giuramento», 87), compreso il nostro Paese con una poesia dal titolo “Quella linea in diagonale” dedicata alla nefanda strage di Capaci del 1992 nella quale morì il giudice Giovanni Falcone: «[P]rofanata speme nella terra di nessuno / che mi ha cucito addosso il tempo // […] [I]l vento disperde le parole / nell’ombra oltre il finire» (86). I contesti di violenza e di desolazione che animano il Nostro a mettere nero su bianco l’insofferenza verso tanta barbarie non punta alla denuncia ideologica né utilizza quel che sarebbe il facile tono della recriminazione o dell’imputazione della colpa. Al contrario consente un’autentica vicinanza e solidarietà verso i soggetti interessati da tanta indifferenza e devianza delle forme di potere. Difatti non di rado i componimenti di questa raccolta si chiudono – o comunque richiamano – un’attenzione generale su forme di appello e confessione nei riguardi della divinità cristiana.

Un altro scatto dell’autore del libro, il poeta barese Massimo Massa

L’ultima sotto-sezione porta il titolo “L’essenziale” ed è come la summa del percorso intrapreso; sembra di sperimentare con questo terzo “capitolo” il procedimento analitico d’evidenza di marca hegeliana contraddistinto da tesi-antitesi e sintesi. Qui, dopo lo scandaglio dell’interiorità nei suoi linguaggi spesso difficili da decifrare e dopo il verbo gridato della condanna delle aberrazioni, l’Autore annoda versi che sembrano vergati da una pacificazione maggiore, sembra quasi che la mano si sia allentata nel far seguire una parola all’altra. Qui si parla (o si cerca di avvicinarsi) all’essenziale, vale a dire a tutto ciò che non è accidentale o abituale. Al poeta, che opera di cesello con un’attitudine improntata allo scavo e alla linearità della forma, interessa esclusivamente la essentia, vale a dire la cosa in sé, quello che è, ciò che si manifesta. Senza ridondanze, abbellimenti, superfetazioni, ritocchi o magheggi di sorta. Il poeta sembra aver raggiunto un senso di benessere emotivo che gli deriva dal percepire la vita quale dono e come segno inesauribile di bellezza. Ciò gli è concesso non solo dal suo animo investigativo dei recessi interiori ma anche per mezzo di un sentimento d’amore e di condivisione con l’amata e, in senso generale, con una pluralità non meglio identificabile. Sono versi maturi che elaborano l’assenza, quella percezione di lontananza e disattenzione, di chiusura e mancata eco, in maniera diversa; ecco perché l’Autore qui ci parla dell’assenza nella forma delle sue scie. Sembrano dileguati l’ansia e il rovello esistenziale che, invece, ammorbavano pesantemente l’io lirico nella prima sezione.

In chiusura del volume c’è infine un lungo componimento bipartito, in realtà una serie di strofe con versi lunghi, disposte visivamente sulla pagina con una conformazione alternata, ad X, che vanno sotto il titolo di “Conseguenze logiche di geometriche invadenze” e – come da controcanto – di “Nell’incedere del tempo all’ora sesta”. È la giusta “coda” o explicit a tanto dire, argomentare, alludere, vagheggiare, trasporre delle liriche qui contenute e ha la forza di rappresentare, ben più che un’attestazione di poetica, una sorta di testamento umano.

Nel tempo dell’assenza è un libro che va letto e riflettuto. Credo che in questa maniera può realmente “arrivare” ed essere apprezzato come degnamente merita. Esso va a unirsi all’ampia produzione di Massimo Vito Massa – significativa e degna di menzione – contraddistinta dalle opere: Evanescenze. Dal diario dell’anima (REI, Cuneo, 2013), Geometrie d’infinito. Proiezioni e linee in divenire di concentriche spirali (Oceano, Bari, 2016) e All’ora sesta. Aspettando l’attimo che verrà (Dibuono, Villa d’Agri, 2017). Di notevole importanza per la diffusione della letteratura regionale sono i due volumi da lui curati per la serie Terre d’Italia ovvero: Poesie e dintorni di Capitanata (Oceano, Bari, 2019) e Poesie e dintorni delle terre di Bari (Oceano, Bari, 2019) oltre al corposo progetto d’impegno civile Le mani dei bambini (Oceano, Bari, 2019).

LORENZO SPURIO

La pubblicazione del presente testo, in forma integrale o di stralci, su qualsiasi supporto non è consentita senza l’espresso permesso da parte dell’autore.


[1] Una precedente edizione di Nel tempo dell’assenza è stata pubblicata da Edizioni Iod di Monterotondo (RM) nel 2020 quale opera risultata vincitrice al Premio Artistico Letterario Internazionale “Scriptura”, edizione 2020, organizzato da Anna Bruno. In questo caso si trattava della sola plaquette poetica senza inserti critici e grafici. Tutte le citazioni riportate dal testo sono tratte da Massimo Massa, Nel tempo dell’assenza. Tragitti casuali d’incomunicabili silenzi – Opera omnia, Oceano, Bari, 2020.

[2] La citazione di Battaglia riportata è la seguente: «La felicità a cui si anela / può soltanto essere sfiorata / come i gabbiani fanno con l’acqua» (4).

[3] Per ciascuna lingua indico tra parentesi il nome del traduttore.

Michela Zanarella alla Fiera Virtual del Libro Italia con “La filosofia del sole”

Sabato 6 marzo alle ore 16 la giornalista e scrittrice Michela Zanarella partecipa alla Fiera Virtuale del Libro Italia con la sua raccolta “La filosofia del sole” edita da Ensemble. A presentarla la giornalista e autrice Fiorella Cappelli. La rassegna letteraria internazionale inizia il 5 marzo e prosegue fino al 21 marzo con numerose presentazioni di autori famosi in tutto il continente europeo e americano. L’ evento principale è costituito dal tributo commemorativo a Dante Alighieri, che sarà diretto dall’autrice Elisabetta Bagli. Michela Zanarella vinse la pubblicazione della raccolta nel 2019 con il concorso letterario “Officina Ensemble” lanciato e promosso dalla casa editrice romana. Dante Maffia che ha curato la prefazione scrive: “C’è tanto sole in questi nuovi versi di Michela Zanarella, un sole splendente, che rinnova il rapporto della poetessa con il mondo, che muta l’originario sguardo malinconico e a volte addirittura triste, in un qualcosa di dinamico, in un invito, fatto prima a se stessa e poi agli altri, a scendere a patti con i problemi della vita, affrontarli, viverli con ardore, col fiato caldo, nella dimensione di chi ha scoperto l’infinito e ci può entrare senza avere paura di nulla”. La raccolta, composta da 47 poesie, raccoglie riflessioni in versi sull’esistenza, si nutre di metafore, immagini, simboli, percezioni e il sole è la guida per accedere alla comprensione di sé e degli altri. L’autrice fa compiere al lettore un percorso meditativo di conoscenza ed esplorazione attraverso gli elementi che regolano la vita sulla terra, il silenzio e la filosofia. Un viaggio intenso, profondo e autentico che intreccia il visibile e l’invisibile.