“L’orecchio delle dèe” di Giorgia Spurio, recensione di Lorenzo Spurio

Giorgia Spurio, L’orecchio delle dèe, Macabor, Francavilla M.ma, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

L'orecchio delle dèe - copertina - giorgia spurioCompiendo una sintesi del nuovo libro di Giorgia Spurio potremmo parlare di “miti d’acqua”. Il lettore si appresta, infatti, a leggere poesie nelle quali fanno capolino di continuo divinità dell’Antica Grecia che s’identificano, quale locus primigenio e caratterizzante, proprio nell’acqua, vale a dire nel mare. Si tratta di oceanine, ninfe, di Poseidone, Medusa e tante altre ancora che l’autrice inserisce nei righi delle sue liriche con una doppia intenzione. Da una parte richiama la classicità e dunque i relativi miti, le narrazioni che Ovidio ci riporta per mezzo delle Metamorfosi, di queste entità dalle doti soprannaturali che, poste in condizioni di pericolo, condanna o di morte, adottano o gli viene imposta l’adozione di una forma diversa. Si tratta, dunque, del tema del cambiamento particolarmente caro alla letteratura di ogni tempo, compresa la tradizione religiosa e biblica che fornisce numerosi esempi, spesso in chiave morale, di caratteri che sono portatori di verità, messaggi e forme di salvezza. Per permettere di situare bene i riferimenti alle divinità classiche Giorgia Spurio ha dedicato una parte di appendice del volume per raccontare, in forma sintetica, le vicende principali di questi personaggi e i loro destini. Apparato che risulta particolarmente utile per chi non ha fatto studi umanistici di un certo tipo o per chi non li ha molto freschi. L’altra intenzione dell’autrice con l’utilizzo di questa simbologia mitologica è finalizzata all’attualizzazione di forme di violenza e di sperequazione sociale che pullulano nella nostra realtà. Vale a dire gli attributi, le vicende caratteristiche, le sorti o le peculiarità di queste divinità (la pietrificazione data dal guardare Medusa, il sacrificio di Andromeda, la voracità di Cariddi,…) divengono significative e rilevanti nella descrizione di tipi caratteriali, di forme sociali, di complessi attitudinali e sistemi d’approccio nel mondo di oggi.

Il libro non è un innalzamento dell’età classica, piuttosto un sapiente e riuscito sistema di rimando continuo tra l’antichità leggendaria della narrazione mitologica e il mondo concreto della quotidianità. Si instaura una sorta di confronto, che non è un parallelismo, ma che ha più la forma di un raffronto dotto e mirato tra mito e realtà, tra antichità e contemporaneità, tra tragicità (il mito è spesso tragico) e crudeltà (figlia del male d’oggi). Unico denominatore comune sono le ambientazioni che sono quelle marine, dove si compiono condanne, premonizioni, spergiuri, lotte e metamorfosi forzate che in altri termini sono attualizzate al mare nostrum fucina di vittime di migranti che anelano alla libertà e al diritto alla speranza. Il Mediterraneo diviene acqua dei numi tutelari ma anche mezzo di congiunzione tra sponde spaventosamente distanti, disgiunte da recessi profondi e perigliosi.

Giorgia Spurio, com’era avvenuto per le sue precedenti raccolte poetiche, sempre mosse da intenzioni di denuncia sociale e motivate da sdegno e riprovazione verso le politiche comunitarie (Quando l’Est mi rubò gli occhi del 2012, Dove bussa il mare del 2013 e Le ninne nanne degli Šar del 2015) torna con questa raccolta ad occuparsi, in chiave forse più ricercata, delle gravose  situazioni del mondo dove dominano la sventura e la caduta, la disperazione e il tomento, la lotta e l’odio, nonché il male nella forma della morte violenta. L’attenzione è rivolta in primis all’universo infantile. Da convinta ed orgogliosa insegnante nella scuola, l’autrice è particolarmente attaccata e coinvolta a tutto ciò che ha a che vedere con i bisogni e le problematiche dei meno grandi. Con premura e amore filiale la Nostra sente dentro di sé montare la rabbia per gli accadimenti infausti che più recentemente hanno campeggiato sulle pagine della cronaca internazionale: l’annosa questione dei barconi fagocitati nel Mediterraneo (di cui percepiamo indirettamente anche un richiamo alla disattenzione pubblica e al pervasivo menefreghismo dell’Europa che tanto discute e poco agisce); Giorgia ci parla di “fantasmi imprigionati/ nei relitti affondati” (23).

La poetessa allude ai bombardamenti in Siria con particolare attenzione all’attacco aereo a Manbij con un vasto numero di morti civili, tra cui bambini. La sofferenza per le morti degli infanti viene trasmessa per mezzo delle urla delle madri, che intuiamo essere sgraziate e senza fine. Un dolore titanico che spezza famiglie, annulla il ciclo della vita, stronca ciascuna speranza: “ha solo un aspetto, il potere:/ che ha l’odore di una lacrima” (37). Si parla di bambini morti e di donne che cessano di colpo di essere madri, ma anche di orfani, di bambini che, come nella più atroce fiaba, perdono il calore e la sicurezza dei genitori dovendo affrontare, soli, tutte le battaglie che la vita gli porrà innanzi.

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La poetessa ascolana Giorgia Spurio durante una premiazione di un concorso letterario nel quale è risultata vincitrice.

Nonostante la trattazione di simili tematiche, sebbene non vengano mai sviscerate in maniera palese, il linguaggio adoperato non è mai acuminato e graffiante, tendente a svelare un mondo in disfacimento dove l’aguzzino è sempre pronto a sottomettere la sua vittima. Giorgia Spurio utilizza un verso tendenzialmente breve e piano, pulito e chiaro, con una predilezione verso le immagini nitidi e rivelatrici delle azioni umane, avendo compiuto la saggia scelta di non insozzare di sangue e metallo il candore di versi che hanno il richiamo del mito. Non ci si pone – neppure lontanamente, né con intenti polemici – la questione del motivo del male, delle ragioni della violenza né c’è intenzione di localizzare, in maniera più o meno chiara, i fautori delle sciagure. L’orecchio delle dèe esprime il punto di vista di Giorgia Spurio, indagatrice attenta delle indicibili sofferenze umane in un’età in cui gli accadimenti più spregevoli e luttuosi non risparmiano neppure i bambini. Risulta doveroso ricordare allora anche il recente bombardamento con armi chimiche (fosforo bianco) avvenuto in Siria, nella provincia di Idlib, ad aprile di quest’anno, che ha portato alla morte per inalazione di sostanze altamente tossiche di decine di ragazzi.

La tradizione popolare ci ha consegnato le favole quali narrazioni di intrattenimento non fine a se stesso, ma spesso volto a enucleare un intendimento morale, studiato poi anche in termini pedagogici. Pur avendo molti elementi che rendono questi testi adatti per i giovanissimi (la presenza spesso di animali parlanti, la centralità di un personaggio che si batte per la giustizia inseguendo le leggi del suo cuore, le finalità ludiche e morali) essi non mancano di essere assai violenti. Si pensi, solo per fare alcuni esempi, all’abbandono di Pollicino e dei suoi fratelli ad opera dei genitori che, a causa di problemi economici, decidono di lasciarli in balia di sé stessi nel bosco similmente a quanto avviene ad Hansel e Gretel; la perfidia delle due sorellastre verso la sventurata Cenerentola e  la Sirenetta che, per amare il suo uomo, acquista una pozione con la quale la sua pinna si trasforma in gambe umane, ma in cambio le viene tolto il canto con il taglio della lingua.

Ecco allora che nella poesia “La Balena Bianca di nessun romanzo” Giorgia Spurio ci fornisce una risposta dinanzi all’impiego di questo genere che, come riassunto, ha i sui pro e contro, mettendoci al corrente del rifiuto del finale della narrazione: “Ogni notte le madri rimboccavano le coperte/ ai figli, piccoli, senza raccontare la fine/ di quelle leggende/ mai che la morte potesse toccare i loro visi/ Mai” (27-28). Dinanzi a una società che si è omologata al male e che non è neppure in grado di preservare le nuove generazioni è meglio impiegare la più semplice mistificazione: non è possibile narrare di morte in un mondo dove essa è già all’ordine del giorno. La cronaca che si sostituisce alla favola. Il mondo spensierato e ludico che viene sopraffatto dalla nefandezza delle azioni umane che hanno amplificazione dappertutto.

C’è un’ultima importante sezione nel libro che ha il titolo di “Resurrezioni” e che vuole permettere un respiro diverso, fomentare una possibilità di redenzione e di ravvedimento da parte dell’uomo che possa redimerlo e condurlo a una dimensione di quiete sociale. Non si tratta, a mio avviso, di un comparto scontato o forzato, questo, piuttosto, necessario se davvero è nostra intenzione accettare l’idea che al male possa opporsi il bene, evitando la facile rassegnazione o, ancor peggio, la mera indifferenza. Ecco allora che quel processo mimetico e metamorfico che Giorgia aveva impiegato con riferimento alle divinità dell’antica Grecia e alle loro non felici storie ritorna qui, nelle poesie più marcatamente pregne di vita reale, di disagio sociale, di impellente trattazione. La poesia “Boccioli” canta l’avanzata di una primavera solidale e allargata, il rifiorire del buono come pure la giusta preservazione dell’istituto dell’infanzia. Questa poesia ha il tono di un testo tra il liturgico e il salmodico, l’idea di un mondo di pace non ha la forma illusoria di un’ipotetica utopia ma della saggia convinzione, di un rinnovamento salvifico pronosticabile e raggiungibile. Da un mondo di polvere ed urla, di case abbattute e dove la luna, unica regina del cielo ha deciso di rimettere il suo diadema regale e caracollare a terra come tutti gli uomini, Giorgia Spurio traccia il presagio del bene: i bambini ritorneranno ad abbracciare le proprie madri, i demoni diventeranno angeli, la luce riaffiorerà ed anche la luna, dimentica del suo passato inglorioso e della sua abdicazione, tornerà indomita e lucente a regnare nei cieli in ogni angolo del pianeta.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-04-2017

Trittico poetico Francesca Luzzio – Emanuele Marcuccio – Daniela Ferraro

PhotoGrid_per Dipthycha 4.jpgDal maggio 2010 il poeta e aforista Emanuele Marcuccio ha individuato numerosi dittici a due voci[1], alcuni anche senza una sua poesia. Di questi particolari dittici poetici sono edite tre Antologie su suo progetto e cura editoriale, che contengono anche dittici proposti da alcuni dei poeti partecipanti, come Giusy Tolomeo, Lucia Bonanni, Daniela Ferraro, Aldo Occhipinti, Silvia Calzolari e Maria Palumbo, e il cui ricavato vendite è interamente devoluto ad AISM:  Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, cʼispira…, Photocity Edizioni, 2013, pp. 90 (con postfazione di Alessio Patti), ISBN: 9788866824749;  Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…, TraccePerLaMeta Edizioni, 2015, pp. 184 (con postfazione di Antonio Spagnuolo), ISBN: 9788898643257; Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, PoetiKanten Edizioni, 2016, pp. 180 (con prefazione di Michele Miano e con un saggio di postfazione di Lorenzo Spurio), ISBN: 9788899325374. Un quarto Volume, «Dipthycha 4. Corrispondenze sonore, emozionali, empatiche… si intessono su quel foglio di vetro impazzito…» è in lavorazione, che raccoglierà anche una sezione di nove trittici a tre voci, tra cui il presente, e il cui ricavato sarà devoluto per i terremotati del nostro centro Italia.

Scrive Marcuccio in un suo aforisma del 2016, sul dittico a due voci: “Il tema comune alle due poesie dei due autori è solo il punto di partenza per l’individuazione di un dittico a due voci; è necessario che ci sia anche una corrispondenza sonora o emozionale e/o di significanza, una sorta di corrispondenza empatica, una analogia, una affinità elettiva poetica (una dittica corrispondenza/comunicazione) e soprattutto i due autori del dittico a due voci devono attenersi ai rispettivi modi di fare poesia, senza cercare di imitarsi a vicenda, per non avere come risultato qualcosa di simile a una poesia a quattro mani. Il fine non è l’imitazione dell’altra poesia per cui si vuole individuare il dittico, ma l’affinità elettiva, l’analogia, l’empatia poetica”.

Come naturale evoluzione del dittico a due voci, nell’agosto 2016 nasce il trittico a tre voci. Tuttavia, in futuro, come ha dichiarato l’ideatore Marcuccio, non saranno individuati polittici a più voci, in quanto con la triade (tesi-antitesi-sintesi) si realizza la perfetta ‘trittica’ corrispondenza, non è necessario andare oltre, si creerebbe solo dispersione.

Alla vostra lettura il trittico poetico a tre voci sui ricordi, proposto dallo stesso Marcuccio, con i poeti Francesca Luzzio, Daniela Ferraro, Emanuele Marcuccio: “Ricordi” di Francesca Luzzio, “Larve” di Daniela Ferraro e “Ricordo” di Emanuele Marcuccio.

 

RICORDI[2] 

FRANCESCA LUZZIO 

Qui, vicino

al camino

guardo le fiamme

delle illusioni

e tra i vetri madidi

di sudore

i campi innevati

per amore.

Mi immergo nel tepore

dei ricordi senza nome,

cenere di un passato

carico di passione.

Sorrido piango

e mentre il gatto fa le fusa

scivola leggera

la musica disarmonica

della vita.

Nel brivido pesante

del patire di sbiaditi ricordi,

solo le tue rosse labbra

guizzano trasparenti

dalle fiamme…

e suda bianca la mia fronte

nel silenzio faticoso

dell’amore.

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LARVE[3]

DANIELA FERRARO 

E ritornano ancora

i ricordi inumati.

– Eppure, in bianche bare,

giacevano sul fondo –

Li ho sentiti ululare

dentro un sole ammalato

mentre graffia le nubi

mendicando la vita.

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RICORDO[4]

EMANUELE MARCUCCIO

O tu che l’ampia volta

della vita ascendi,

o tu che l’ampia prora

dell’azzurro varchi!

Il sonno m’inabissa profondo,

il mare mi plasma tranquillo,

ricado riverso

nel fianco ritorto,

ricado sommerso

nel freddo glaciale,

quel bianco dolore,

che mi arrossa la faccia,

quel freddo vapore,

che m’avvampa tremendo.

28 ottobre 1994

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[1] Così ha definito Marcuccio il dittico a due voci: una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica.

 [2] Francesca Luzzio, Ripercussioni Esistenziali, Thule, 2005, p. 16.

[3] Daniela Ferraro, Piume di Cobalto, Aletti, 2014.

[4] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, p. 51.

 

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I tre testi poetici vengono pubblicati su questo spazio per gentile concessione dei rispettivi autori e con la loro autorizzazione. Le immagini presenti su questo post hanno fini esclusivamente illustrativi e non commerciali.

“Perché non cento?”: la silloge d’esordio del fiorentino Alessandro Pagani

Perché non cento? – silloge poetica di Alessandro Pagani con prefazione di Vincenza Fava, Alter Ego / Augh Edizioni, Viterbo, 2017. 

Perchè non cento? edito da Alter Ego / Augh Edizioni di Viterbo (data di uscita 31 Marzo 2016), è la prima pubblicazione di Alessandro Pagani: 99 poesie accomunate da giochi di parole, doppi sensi, anagrammi, versi liberi, concessioni goliardiche ed intuizioni iperboliche, alla ricerca di nuove forme di scrittura caratterizzate da improvvisazioni ritmiche e contaminazioni sperimentali: frutto di un’arte high-brow o low-brow? In realpiatto_perché-non-cento.jpgtà niente di tutto questo, perchè ci troviamo di fronte ad una poesia atipica ma e allo stesso tempo legata alla tradizione, alla rima, alla canzone, al sonetto, allo stilnovo e alle avanguardie del Novecento. Tutto nacque un’estate di alcuni anni fa nei giardini dei Campi Lunghi di San Felice a Ema presso Firenze, quando nelle lunghe passeggiate con la fidata Lona – pastore tedesco – mettevo a frutto le mie esperienze poetiche confrontandomi tra il presente incerto del mondo ed il futuro dell’uomo, in un’altalena di ricordi personali e destini comuni ancora da rivelare. Senza mai perdere di vista il ‘gioco’ (la conoscenza enigmistica nell’opera ha un ruolo fondamentale), ho cercato, nelle mie composizioni, di fantasticare  dentro quei territori che l’uomo conosce e allo stesso tempo ancora sottovaluta nel suo significato più recondito, come l’amore  sofferto e mai raggiunto, la morte e i suoi misteri, la natura violata dalle ferocie del nostro tempo, in una personale ricerca di nuovi traguardi pseudo-letterari, fino all’arduo e affascinante tentativo d’immaginare la conquista di  terre poetiche ancora da percorrere. Spingendomi in un limbo poetico inesplorato il cui orizzonte non è necessariamente  la fine, ma l’inizio di un nuovo modo di pensare, libero da vincoli e luoghi comuni che possa avvicinare la distanza tra la felicità dell’anima e l’uomo, mi sono immaginato in un’esclusiva trama che ha come personaggi le parole, le sue trasformazioni, e le riguardanti emozioni. Quelle stesse suggestioni per le quali il lettore sorrida nelle chiusure delle composizioni: eppure un attimo dopo lo stesso sarà richiamato ad un’esplorazione più attenta – e talvolta grottescamente malinconica – dei doppi sensi delle frasi e delle combinazioni del linguaggio; e quello che prima sembrava avere un chiaro significato, riporta poi a differenti acrobazie del cuore. Sta a chi legge decifrare le stesse, per fare  tesoro del fascino che una composizione poetica può regalare. Perchè la poesia possiede una delle magie più rare: quella di far volare ogni fantasia. E sebbene sia quest’ultima che guida ogni estro creativo, le mie  poesie  in fase di atterraggio lasciano un messaggio concreto e di certo non banale: dove vive passione, creatività, e fame di conoscenza, non esiste mediocrità.

Alessandro Pagani è nato nel 1964 a Firenze. Appassionato di poesia da sempre, ha fatto parte negli anni ’80 del movimento artistico underground fiorentino “Pat Pat Recorder”. Nel 1988 inizia un percorso come musicista con svariati gruppi tra i quali gli Stropharia Merdaria, Parce Qu’Il Est Triste, Hypersonics (con cui ha partecipato ad Arezzo Wave), Subterraneans e successivamente con i Valvola, insieme ai quali fonda l’etichetta discografica Shado Records, attiva sino al 2007. Attualmente è batterista della desert rock band Stolen Apple, con la quale ha fatto uscire l’album di debutto “Trenches”. “Perchè non cento”? edito da Alter Ego, è la sua prima pubblicazione, dopo il libretto autoprodotto del 2011 “Le Domande Improponibili” (tutto quello che avreste voluto sapere sulle risposte, e non avete mai osato chiedere).

Crowfunding per la nuova silloge poetica di Michela Zanarella, “Le parole accanto”

 

“LE PAROLE ACCANTO” DI MICHELA ZANARELLA

AL VIA IL NUOVO PROGETTO DI CROWDFUNDING DI INTERNO POESIA

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Al via da lunedì 23 gennaio il nuovo progetto di crowdfunding  di Interno Poesia per la prevendita della raccolta di poesie Le parole accanto di Michela Zanarella (prefazione di Dante Maffia). Scopo della campagna, organizzata in collaborazione con Produzioni dal Basso, la prima piattaforma italiana di crowdfunding, fondata nel 2005 (tra le prime in Europa), è coinvolgere e rendere protagonisti lettori e scrittori in un processo partecipativo che prevede la prenotazione di una o più copie del libro e l’ottenimento di altre ricompense, tra cui l’inserimento del proprio nome in una pagina del libro dedicata ai Lettori sostenitori del progetto.

C’è tempo fino a giovedì 23 febbraio per sostenere il progetto Le parole accanto, la nuova importante raccolta di Michela Zanarella, autrice padovana da anni residente a Roma, che, come afferma nella postfazione Antonino Caponnetto, con questo libro “si avventura, con le parole al suo fianco, in un viaggio vitale e necessario nelle dense e oscure profondità di sé e delle proprie origini”.

Il libro

Dalla prefazione di Dante Maffia: “Michela Zanarella è ormai scrittrice affermata e conosciuta, una che la poesia la scrive e la legge con attenzione e con passione e che sa coniugare la propria biografia con le accensioni che le vengono dagli altri, con atti di agnizione che sono la fermezza della sua lealtà innanzi tutto con se stessa e poi con il mondo.

Le parole accanto è un libro la cui scrittura è sapiente e pacata e riesce a cogliere sfumature essenziali capaci di illuminare aspetti reconditi della realtà e della psiche. Si avverte che l’esperienza personale, anche all’interno degli affetti più intimi, ha lasciato tracce indelebili che tornano a dettare ombre, eppure non troviamo il minimo di recriminazione, non troviamo anatemi. La poetessa ha assorbito tristezze e dolori e ne ha fatto parole di poesia con un semplicità che, come vado sostenendo da decenni, è il solo mezzo per riuscire ad ottenere della vera poesia, quella che rinnova la sostanza della realtà e perfino della verità”.

 

Vengo a respirare

Vengo a respirare 

dai tuoi confini lontani

e ci trovo tutto l’amore che non ho mai capito

io che ti ho sentito madre troppo tardi

terra impastata nella nebbia

fatta di cielo mai limpido e in lotta con il tempo. 

Poso lo sguardo dove si ferma anche il vento

nella semina che sa di grano ormai maturo

e chiudo nel cuore quel colore

che ha l’odore del pane e delle stanze di casa. 

Ti sento radice che indossa le mie vene

meta che ho lasciato troppo presto

sperando di trovare altrove

il senso del mio canto.

E intanto 

vado con la mente dove il fiume si sveglia

in quel silenzio che cammina tra i campi

fino a sera. 

E resto tra le distanze a cercare quel poco sole

sempre incerto

che mi ricorda che un giorno farò ritorno

tra i fili d’erba e le strade di polvere

dove sono stata bambina.

L’Autrice

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013). È inclusa nell’antologia Diramazioni urbane (2016), a cura di Anna Maria Curci. In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidente (2015). Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. È alla direzione di Writers Capital International Foundation. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio.

Cos’è il Crowdfunding

Dall’inglese crowd (folla) e funding (finanziamento), il crowdfunding indica la raccolta collettiva di fondi per sostenere la realizzazione di progetti di persone e organizzazioni.  Il crowdfunding impiegato da Produzioni dal Basso è di tipo rewarddonation: i sostenitori di un progetto sono ricompensati in base all’ammontare della propria offerta (ad esempio ottenendo il prodotto per il quale viene effettuata l’offerta), modalità utilizzata da Interno Poesia per il progetto Le parole accanto, oppure effettuano donazioni (senza ricompensa).

Perché il Crowdfunding

Interno Poesia ha scelto di affidarsi a Produzioni dal Basso, uno dei maggiori e storici portali di crowdfunding in Italia e in Europa, per sostenere e promuovere progetti editoriali di qualità, eliminando definitivamente la necessità di chiedere un contributo fisso per la produzione di opere letterarie (poesia in primis) ed attivare un sistema virtuoso, dal basso, che coinvolga persone e organizzazioni per la nascita e la promozione di opere in versi.

Info su Interno Poesia

Interno Poesia, nato ad aprile 2014, è tra i principali siti letterari per la promozione e divulgazione della poesia: contemporanea, del ‘900, edita e inedita, italiana e straniera.  Con l’obiettivo di diversificare la ricerca e la proposta culturale nasce Interno Poesia Editore, un progetto editoriale esclusivamente dedicato alla promozione della poesia contemporanea attraverso la nuova collana Interno Libri.  Andrea Cati è il fondatore e curatore del progetto Interno Poesia. Chi collabora con IP: Maria Grazia Calandrone, Claudio Damiani, Mario De Santis, Valerio Grutt, Franca Mancinelli, Giovanna Rosadini, Francesca Serragnoli, Andrea Sirotti

 Per maggiori informazioni

Produzioni dal Basso: www.produzionidalbasso.com

Interno Poesia: www.internopoesia.com

E-mail: posta@internopoesia.com

“Le schegge” di Izabella Teresa Kostka, recensione di Lorenzo Spurio

Izabella Teresa Kostka, Le schegge, Lulu, 2016.
Recensione di Lorenzo Spurio 

Nulla è rimasto del tossico “amore”

Evaporato coll’essenza dell’ultimo sospiro.

Un libro forte, dalla struttura tripartita, di sgargiante monito civile, che la poetessa polacca naturalizzata milanese ha dedicato a tutte le donne. Ad aprire il volume è una breve nota della stessa autrice dove chiarifica la ragione e il significato di data raccolta poetica. Il volume ha come tema fondante quello del dolore. Si tratta di uno stato di sofferenza lancinante che amplifica i suoi connotati perché vissuto nella solitudine, nel silenzio, nell’indifferenza dei più e in circostanze di vero abbandono emotivo e psicologico. Izabella Teresa Kostka con una poetica scevra da ridondismi e velleità melliflue, fornisce al lettore sprazzi di incoscienza e assuefazione di esistenze derelitte, emarginate dall’amore, lontane da un senso di felicità e naturalezza che sembra irrimediabilmente perduto.

Le stesse schegge che figurano nel titolo e nell’immagine di copertina stanno a delineare un mondo residuale, quello di una particola appuntita che, al contatto, produce fastidio e dolore, con spargimento di sangue. Dolore che porta con sé, a livello interpretativo più ampio, a quelle recondite pillole di memoria, quelle reminescenze di un passato difficile, che puntualmente riaffiorano disturbando la quiete abituale della persona.

product_thumbnailLa scheggia rappresenta dunque una condizione di passato difficilmente definibile: non un passato remoto, lontano, definito e chiuso, ma un passato che ha una forza inimmaginabile, capace di riattualizzarsi di continuo, di confluire nel presente, contaminando le ore, minacciando continuamente il proprio stato di benessere. Pur essendo nella forma ridotta di un’entità più ampia, la scheggia morfologicamente mantiene tutte le caratteristiche organolettiche di quell’entità alla quale apparteneva prima del distaccamento da essa. Un’associazione di immagini o di odori, una circostanza curiosa, il collegamento di episodi tra loro apparentemente slegati sono tutte modalità in cui la scheggia, quel passato latente, si vivifica con evidente produzione di angoscia, sofferenza e delirio emozionale.

La prima compagine di liriche che compongono il libro sono raccolte attorno al sottotitolo di “Par amor”; in esse tocchi di succinto erotismo con evocazioni a situazioni cariche di seduzione vissuta con energica passione e sprazzi di insana foga. L’anelito di ardore ed amore è, infatti, spesso relazionato a una circostanza di follia nella quale l’io lirico vagheggia di perdersi in questo persuasivo e totalizzante desiderio di godimento nei sensi. Sono poesie queste dove è possibile leggere un dialogico sottaciuto tra gli amanti (“I tuoi occhi/ la dannazione”), gestualità colte nel mistero dell’amore, spinte altruistiche ad un amore da condividere e del quale goderne l’assuefazione (“Sfamati di me”).

In questa prima sezione si parla, però, anche dell’amore bistrattato nella forma della bugia, del tradimento, dell’ipocrisia di uno dei due amanti. Si mette in luce una sorta di afasia relazionale nella quale le lunghezze d’onda degli amanti sembrano correre in maniera diversa per via dell’ingerenza di un terzo, a costruire un triangolo amoroso peccaminoso e disdicevole. Si presenta così una coppia che viene minacciata dal suo interno tanto a minarne le fondamenta: l’amante illuso e l’amante disattento ed ipocrita che conduce parallelamente due storie amorose. La Nostra parla in questa accezione delle “tossiche muffe del falso calore/ e il fasullo abbraccio della passione”. L’estemporanea n°10 in particolare, il cui sottotitolo è un perentorio “Non credo” sembra fornire una analisi assai negativa dinanzi alla possibilità di un perdono verso il partner che porta la Nostra all’adozione di una decisione austera e in qualche modo inoppugnabile dinanzi alle esigenze del suo cuore: “Rinuncio per sempre alla tenerezza,/ all’ultimo inganno del falso calore”.

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Izabella Teresa Kostka, autrice del libro “Le schegge”

La seconda mini-plaquette porta il titolo di “Orco” ed è anticipata da una impressionante immagine in bianco e nero di un coltello da cucina. Dall’amore come desiderio e come tradimento della prima sezione, la Nostra passa ora a “narrare” di casi di amore dove è la violenza fisica a far da padrone, a far imbevere i versi delle sue poesie del sangue dello stupro, nonché delle lacrime salate dell’offesa ricevuta. La presenza dell’orco, dell’aguzzino, del violentatore, di colui che perseguendo i propri scopi personali ruba l’innocenza, macchia l’onore e denigra la donna è già anticipata nella prima sezione del libro nella poesia dove si parla del “ladro dei sogni” identificato nel bestiario di turno, quello di un lupo ululante.

Un tema, quello della violenza sessuale, da sempre trattato anche nella letteratura. Si pensi al mito di Filomela in cui lo sprezzante Tereo, marito di Procne ma innamorato di sua cognata Filomela, riesce ad averla per sé con la forza, violentandola. L’uomo le taglia poi anche la lingua affinché non possa proferire quanto è accaduto e chi è stato l’artefice della violenza ma la donna, mediante l’arte del ricamo, riesce a comunicare con la sorella Procne. Fuggite dall’influenza del tremendo uomo, si appellano alla clemenza degli dei che le trasformano in due uccelli: Filomela in usignolo, Procne in rondine mentre Tereo in upupa. Anche il testo biblico è ricco di episodi nei quali la violenza verso la donna viene a rappresentare una delle tante forme di dominazione dell’universo maschile su quello femminile. La vicenda di Tamar, figlia di re Davide, è estremamente significativa per quanto si sta dicendo. Violentata con l’inganno dal fratello Amnon, viene vendicata, però, dall’altro fratello Assalonne mentre il padre –a conoscenza dell’intera vicenda- mostra la sua connivenza di uomo spregiudicato rifiutandosi di intervenire o di denunciare l’abominio commesso dal figlio verso l’altra figlia.

Nella sezione “Orco” sono presenti vari acrostici dai quali la poetessa fa emergere la cosificazione, la nullificazione e la brutalizzazione della donna che l’uomo produce mediante il suo atteggiamento spregiudicato e sessista, autoritario e illecito. La Kostka denuncia in tal modo fenomeni dolorosi assai comuni nell’attualità dove la donna viene percepita e trattata come un oggetto che vede “spezzata di notte la resistenza”. Versi assai chiarificatori di una condizione spregevole di dominio e sperequazione tra i partener dove il carnefice –con i mezzi della violenza fisica, dell’abuso e della costrizione- persegue con successo il suo laido fine. Una condizione che pone la donna in un vittimismo lancinante e –spesso- come denuncia la cronaca in un’incompatibilità comunicativa nel denunciare il suo aggressore. Donne sole e fragili che nella loro domesticità subiscono sevizie e abusi che si protraggono nel tempo con lo sviluppo di evidenti traumi a livello psicologico che –non di rado- minano profondamente la propria esistenza, creando ansie smodate, ampliando timori ed insicurezze costringendole a vivere in un limbo infernale. L’uomo, che dovrebbe amarle e potrebbe aiutarle a curarsi, è proprio l’artefice di quella condizione che contribuisce a peggiorare con la reiterazione dei suoi insani comportamenti. Ecco perché possono sopraggiungere nondimeno dei gesti autolesionistici, dei momenti di delirio nei quali quelle energie negative, quello spirito di morte che dovrebbe riversarsi verso il partner (denunciandolo, difendendosi fisicamente,etc.) finisce per inacerbirsi e tramutarsi in spirito di morte contro sé stesse (nichilismo, apatia, abuso di psicofarmaci, atti inconsulti che minano la propria incolumità, suicidio) come leggiamo nell’acrostico “Sangue”: “Elemosino soltanto la morte”. Ciò –per fortuna- non sempre accade, difatti nella lirica successiva, nella quale pure la Nostra accenna a un caso di femminicidio, l’indignazione e la sofferenza è tanta che la porta ad armarsi di un monito di rivalsa: “Invoco sconvolta le orde degli angeli,/ oso pretendere la tua vendetta!”. Qui l’invocazione è di natura doppia: da una parte l’esortazione su un piano religioso affinché gli angeli accorrano a sostenere la recente perdita e per accogliere la poveretta nel regno dalla vita senza fine (indirettamente si percepisce il richiamo alla giustizia divina) e contemporaneamente una dichiarazione energica di lotta, con la quale –ben ritenendo insufficiente e illusoria la giustizia terrena (il sistema giudiziario in vigore)- proclama la terribile legge dell’occhio-per-occhio dente-per-dente, chiamando alla vendetta. Si tratta, quella della vendetta, di una risposta estrema, fuori dall’ordinamento giuridico, che minaccia il senso civico che la Nostra chiama in causa –intuisco- non quale reale risoluzione a un crimine di questo tipo ma per accentuare, appunto, l’esasperata condizione di sofferenza e di nichilismo protratta nei confronti dei delitti coniugali o domestici. Parallelamente è percepibile lo sdegno dinanzi a una società disattenta e impreparata (quante denunce di stalking rimangono in Commissariato senza dar seguito a una vera e propria attività di garanzia e custodia della persona che denuncia?) e ingiusta, piena di idiosincrasie, che non conosce l’equa condanna ai reati commessi. Lo stato, che dispone  qualche anno di carcere quale condanna per l’assassino e che in pratica rimette l’uomo in libertà ben presto è come se uccidesse una seconda volta la malcapitata di turno, oltraggiandone la memoria e acuendo l’afflizione dei suoi cari.

Gli abominevoli epiloghi di questi squarci di esistenze di povere donne contenute nelle liriche sono frutto di idiosincrasie relazionali, incompatibilità comportamentali, analfabetismo psicologico, percezione ossessiva dell’amore, stalking, gelosia ed atteggiamenti maniacali, imposizione e forza, tossicità, compulsione, dominazione, disturbi psicologici e tanto altro ancora.

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Izabella Teresa Kostka, autrice del libro “Le schegge”

La terza sezione del libro, “Fenice”, sembra essere di taglio diverso e voler aprire un varco di speranza. Nota è la storia della fenice che, dopo la vetusta età e la morte incendiaria, rinasce dalle sue stesse ceneri a rappresentare un chiaro segno di forza e rigenerazione, di accresciuta consapevolezza che permette una nuova vita. In campo umano è possibile parlare di resilienza quale capacità del soggetto di saper dare una risposta concreta agli stati di necessità e ai periodi di debolezza senza demoralizzarsi o autocolpevolizzarsi ma mettendo in pratica una grande forza d’animo che ne caratterizza l’animo rigoglioso, battagliero e pronto a rialzarsi dopo ogni caduta. La Nostra parla, infatti, degli “spettri di ieri” quale passato doloroso da lasciarsi alle spalle, di un momento tribolato e angoscioso del quale è capace di localizzare omai nella sfera temporale del passato, a pensare ad esso come a qualcosa di chiuso, lontano, che non può ritornare a minacciare il presente.

Questo è il momento che mostra un’elaborazione del dolore, l’autocoscienza che, sulla scorta di esperienze dolorose e traumatiche, è capace di dare una risposta fattiva, forte di un grande impegno morale ed etico: “Aspetto la rinascita” scrive la poetessa in una lirica, pronta a chiudere un capitolo della sua esistenza e ad inaugurarne un altro nella convinzione che “Tutto passa,/ si dissolve nel tempo”. È il tempo del perdono e del riavvicinamento, dell’annullamento dei sensi di colpa, della quiete ritrovata dopo la tempesta, ma anche dell’annuncio di una nuova stagione che si spera di concordia, vero amore ed empatia: “Rigogliosi fioriremo all’arrivo della pioggia/ bagnati dall’essenza di Nuova Vita”. Nell’energica riappropriazione della propria vita c’è anche un saggio confronto con il passato, artefice di abbandono e timori. La Nostra non teme il suo poter riaffiorare tra le trame della nuova esistenza, né lo percepisce più con preoccupazione ed ansia come una volta mostrando di aver compiuto un ampio e complicato percorso di riappacificazione con sé stessa: “No/ io non ho paura,/ farò l’amore con i miei spettri”.

Si può amalgamare il significato dell’intero libro prendendo in esame le diverse significazioni che vengono attribuite all’immagine cardine delle poesie: quella del corpo femminile. In “Par Amor” il corpo è motivo di desiderio, esigenza pullulante, materialità necessaria alla concretizzazione di quell’unione corporale che risponde a uno stato di mancanza difficilmente governabile che appartiene alla fisiologia dell’essere umano. Nella seconda sezione, “Orco”, il corpo femminile è strumento atto al soddisfacimento delle voglie, semplice mezzo del quale appropriarsi con tutte le maniere anche con l’impiego della forza. Il corpo non è più la concretizzazione dell’amplesso amoroso, la sublimazione di un amore che ha nella fisicità il suo climax, ma è il mezzo di dominazione e di tortura. Se nella prima sezione il corpo era desiderato, agognato, vissuto con ardore, qui il corpo viene brutalizzato e svilito, offeso e appropriato in maniera antidemocratica con la forza. Nella sezione finale, “Fenice”, il corpo non è più solo fisicità ma è anima: in esso si riscopre il vero senso dell’ardore e del colloquio appassionato tra gli esseri. Esso è solo nobilitazione di un legame viscerale e al tempo cerebrale dove il sentimento tracima. È un corpo idealizzato che è la summa degli affetti, delle rassicurazioni e dei piaceri ed è un corpo nuovo nel quale si riscopre quasi un candore antico, una bramosa verginità che stride con quel corpo offeso e maltrattato, sedotto e asservito al potere della seconda sezione del libro. Nella “estemporanea 18 (ti ritroverò)” così leggiamo: “Diventerà vergine il nostro affetto/ libero da ogni carnale piacere,/ grezzo e nudo il desiderio/ dormiente tra le stanze del non ritorno”. Non sempre l’amore rifiorisce dal dolore ma quando ciò accade –sembra sussurrarci la Nostra, esso è vero amore. Capace di sovrapporsi alle difficoltà e potente ad annullare il passato più amaro.

Lorenzo Spurio

Jesi, 18-07-2016

“Padre” poesia di Michela Zanarella, con traduzione in turco

Padre

POESIA DI MICHELA ZANARELLA

Padre,

mi vanto del colore e del suono

che ridendo rincorri

per stagioni e grembi di luce.

Dico alla pelle

quanto entrambi affondiamo radici

in estro e città.

Occupi sempre più

il profondo del mio giocare alla vita,

quello spazio di somiglianza calda

alle vetrine di un sogno.

In parte nel tuo asfalto di uomo

cerco vapori d’eterno orgoglio,

quel silenzio che so

veliero di grande calore.

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Baba

Traduzione in turco di Özkan Mert

Baba,

Coşarım renkler ve seslerle      

mevsimlerden mevsimlere,       

gülerek senin rahminde.         

Ey ten, derim ki sana,     

ne kadar salsak da köklerimizi              

sezgilerimizin ve kentlerin içine.      

Sen hep daha derindesin yaşam koşumda, 

benzer bir boşlukta                                  

camdan kutucuklar gibiyiz düşlerde.    

Senin asfalt adamlığının kıyısında     

Buğusunu ararım bitmez gururun, 

çok iyi bildiğim sessizlikte           

sıcacık bir yürekle yelken açan.

Corrado Calabrò insignito della medaglia Damião de Góis dall’Università di Lisbona

L’ambito premio Damião de Góis dell’Università Lusofona di Lisbona si va ad aggiungere ai tanti riconoscimenti in ambito culturale e poetico (Premio Camaiore anno 2001, Premio Rhegium Julii anno 1980, Premio Internacional de Poesia Gustavo Adolfo Béquer anno 2015, solo per citarne alcuni) che Corrado Calabrò, originario della Calabria ma da decenni naturalizzato romano, ha ricevuto nel corso degli anni.

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Con alle spalle un’intensa attività professionale nel campo della Magistratura, Calabrò è stato Presidente dell’Associazione Magistrati del Consiglio di Stato (1999-2001) e Presidente dell’Autorità per le garanzie delle comunicazioni (2005-2012).

In campo letterario, intensissima la sua attività di poeta per la quale esordisce nel 1960, per i tipi di Guanda, con l’opera d’esordio Prima attesa. Ad essa hanno fatto seguito  Agavi in fiore (1976); Vuoto d’aria (1979); Presente anteriore (1981); Mittente sconosciuta (1984); Deriva (1990); Il sale nell’acqua (1991); Vento d’altura (1991); La memoria dell’acqua (1991); Rosso d’Alicudi (1992); Le ancore infeconde (2001); Blu Maratea (2002); Qualcosa oltre il vissuto (2002); Una vita per il suo verso (2002); A luna spenta (2003); Poesie d’amore, (2004); La stella promessa (2009); T’amo di due amori (2010); Dimmelo per sms (2011); Password (2011); Rispondimi per sms (2013); Mi manca il mare (2013).

Moltissime le traduzioni delle sue opere in varie lingue: oltre le traduzioni di poesie singole, sono stati pubblicati sei libri in spagnolo, quattro in svedese, quattro in inglese; due in francese, russo, ungherese, ucraino; una in tedesco, rumeno, serbo, greco, polacco, danese, ceco, portoghese.

13590351_689648031186585_6625560848699662439_nIl 30 giugno 2016 il poeta Calabrò ha ritirato all’Auditório Armando Guebuza dell’Università di Lisbona, presso la locale università, l’importante Premio Damião de Góis, intitolato alla memoria di uno dei maggiori intellettuali portoghesi. Figura di spicco della cultura lusofona che tanto si impegnò per favorire un clima culturale rinnovato dallo spirito umanistico europeo a costo della sua stessa vita (secondo la storiografia, infatti, venne processato dagli organi dell’Inquisizione).

Al solenne evento sono intervenuti il dr. Mário Moutinho (Rettore dell’Università di Lisbona di Scienze Umane e Tecnologiche), S.E. Giuseppe Morabito (Ambasciatore della Repubblica Italiana in Portogallo) e numerosi professori e cattedratici della locale università.

I miei vivissimi complimenti al caro amico Corrado per questo ulteriore segno di riconoscimento verso la sua importante attività di letterato che dà lustro non solo il nostro Paese ma l’Europa tutta.