In arrivo “L’esigenza del silenzio”, opera poetica di Michela Zanarella e Fabio Strinati

E’ in uscita sabato 10 febbraio 2018 “L’esigenza del silenzio”, il nuovo libro di Michela Zanarella e Fabio Strinati, edito da Le Mezzelane Casa Editrice. Una raccolta di poesie a quattro mani, che è da considerarsi un’esplorazione condivisa dell’anima. I due autori hanno scelto di unire le loro voci e di compiere un percorso di analisi interiore, consapevoli che la scrittura in versi libera emozioni e sentimenti a volte inaspettati.

Dante Maffia, che ha curato la prefazione del volume, scrive: “Michela e Fabio compiono un viaggio insieme e ne danno un resoconto non attendibile, fuori dalla verità comune. Perché nelle loro parole c’è la verità di un cielo che si è specchiato senza cercare la deflagrazione. La metafora per fare intendere la catena di metafore sottese in ogni pagina, il fluire limpido e a volte magmatico dei pensieri e delle emozioni, lo sforzo per poter entrare nell’invisibile e trarne ragioni ineluttabili. Non è questo del resto il compito dei poeti? Non è quello di squarciare veli e di entrare nella magia di insondabili chimere per offrire poi la dovizia di nuovi cammini?”

E’ un dialogo intimo, riflessivo ed avvolgente dove ogni percezione, ogni elemento della natura si adegua al ritmo di scrittura dei due poeti, che ad un certo punto fondono i loro i stili, fino a diventare unico canto. Il silenzio è il luogo ideale, dove mente e cuore trovano riparo dalle ombre della realtà.  

Poesia 1
(di Michela Zanarella)
Non so cosa proverai
vedendo il cielo accanto a me
e cosa ti dirà l’orizzonte
dall’incontro dei nostri sguardi.
La luce ci salverà entrambi
dall’imbarazzo e dalle ombre del passato.
Ci sentiremo figli di un tempo
mai spento negli inganni della vita.
Prenderemo dal sole
una pioggia calda di segreti
e al vuoto degli occhi faremo spazio
allo stupore che diventeremo.
Ci alzeremo tra i giorni
come confini che si esplorano
tolto il buio dal cuore
e la fatica degli amori spinti
troppo in alto.
Ci capiremo credo
senza troppe parole
solo ad istinto
respirando il mondo
con lo stesso colore
nella corrente che soffia
aquiloni rossi
addosso al tramonto.
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Poesia 2
(di Fabio Strinati)
Ho imparato presto a camminare
sulla scacchiera di un’epoca
a me contraria.
Ho visto nella folta spirale
l’imbarazzo per un’avventura
chiamata vita
che ormai per dissimmetria
ho presto dimenticato.
Ho visto te come nutrice di astri,
e in me, la moltiplicazione
di speranze indomabili
come sospiro ad ogni patimento.
Ho imparato la parola,
rarissima perla contro il pianto
e la tristezza carica d’aroma.

 

Gli autori

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Michela Zanarella durante la premiazione della VI edizione del Premio “L’arte in versi” a Jesi nel novembre 2017 dove era membro di giuria.

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre, 2013), Le identità del cielo (2013) Tragicamente rosso (2015) Le parole accanto (2017). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidente (2015). È inclusa nell’antologia Diramazioni urbane (2016), a cura di Anna Maria Curci. Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’ 2016. È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. E’ speaker di Radio Doppio Zero. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Si occupa di relazioni internazionali per EMUI EuroMed University.

 

dddFabio Strinati (poeta, scrittore, compositore) nasce a San Severino Marche il 19 gennaio 1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche. Molto importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di “Itinerari D’Ascolto”, manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore. Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Da ricordare Il Segnale, rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini. La rivista culturale Odissea, diretta da Angelo Gaccione, Il giornale indipendente della letteratura e della cultura nazionale ed Internazionale Contemporary Literary Horizon, la rivista di scrittura d’arte Pioggia Obliqua, la rivista “La Presenza Di Èrato”, la revista Philos de Literatura da Unia Latina, L’EstroVerso, Fucine Letterarie, La Rivista Intelligente, aminAMundi, EreticaMente, Il Filorosso, Diacritica, la rivista Euterpe, Il Foglio Letterario, Versante Ripido.

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Gli autori delle poesie qui pubblicate hanno acconsentito alla loro pubblicazione su Blog Letteratura e Cultura senza nulla avere a pretendere né ora né in futuro al gestore del blog. 

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“Dimmi le parole” di Marco Fortuna, recensione di Lorenzo Spurio

“Le parole hanno mani e piedi,

escono fuori dal foglio di carta

e camminano sulla nostra pelle” (61)

Marco Fortuna, autore di Dimmi le parole (Italic Pequod, 2017), gioca e produce con la parola, fa suo l’universo semantico dei vocaboli, dei significati e delle loro possibili implicazioni.

Il linguaggio ha spesso una componente ombrosa, polivalente, antitetica o semplicemente ambigua e controversa: l’importante è essere volitivi nel porre attenzione verso l’universo prismatico e polimorfico della parola. Parola che dice e rivela, fa trasparire, annuncia e reclama, ma anche – e soprattutto – che confessa e allude, vale a dire promana sensi e incentiva forme d’incontro.

Il suo poetare ha a che vedere con tutto questo essendo, come il titolo della silloge evidenzia, una ricerca continua e misurata, analitica e pure personale, di quel detto, quella comunicazione intercorsa, ammiccante e rivelatrice, confessione e dichiarazione di un’età che, in qualche modo, si è ormai fatta più concreta, scevra di quelle possibili frange esornative di cui la giovinezza spesso s’agghinda.

downloadÈ così che il poeta fermano – anticipato dalla ponderata prefazione di uno valido studioso e storico qual è Marco Rotunno – con quest’opera è come se compiesse una casta operazione di svestimento o denudamento, affidandoci pensieri personali, ragionamenti maturati nell’intimità, appelli d’amore e inviti all’accoglimento del proprio sentimento e, ancora, rivelazioni che hanno un senso epifanico – e dunque travolgente in senso illuminante – per il solo io lirico che ne traccia le vicende di un amore forte, intristito solo da alcuni capovolgimenti che tendono più a un’ombrosità del pensiero data dall’elucubrazione su realtà insondabili eppure oggetto d’interesse dell’uomo. Vengono a mente allora le voci e le considerazioni apparentemente astruse ma assai rivelatrici di studiosi quali Roland Barthes e del filosofo austriaco Wittgenstein; entrambi, pur con inclinazioni e intendimenti diversi, hanno dissodato la parola come realtà, sviscerandola e destrutturandola per meglio misurarla, odorarla, farne uso.

Nella sostanziosa e intramontabile dedica personale al testo un’efficace chiosa di un altro filosofo, Nietzsche che – come lo stesso autore ha vergato a mano – scriveva: “Io sono di oggi e di un tempo… ma in me c’è qualcosa che è di domani e dopodomani e dell’avvenire”. Parola che ha in sé i tratti di una significazione universale che varca limiti temporali e geografici, che incunea nel suo addome il senso concreto e al contempo astratto degli accadimenti, delle leggi insondabili dell’anima, gli arcani intellettivi che trovano compimento automatico nel sentimento di pluralità al quale la società ci chiama.

Parola che rivela verità, che affida certezze e sensi ineludibili, validità che è ben più che razionale e dogmatica, travalicando anche la vasta aiuola dell’inespresso, tra rituali, convinzioni, tabù, regressioni, fobie e forme di digiuno espressivo.

Parola che è anche varco, ambito che consente il traghettamento, espressione codificata ma anche apertura, forma inclusiva e globalizzata.

Parola che nasce e sa crescere, che feconda e fruttifica, parola che si celebra e che sa redimersi delle sue più bieche adozioni.

Per dirla con Alessandro Ceni la parola è custode: bauletto che conserva altro, non un senso in sé impalpabile e arioso, bensì una costruzione fisica ben delineata. Le parole sono e hanno la forma di chi è in grado di emetterle, vale a dire hanno sempre e comunque una morfologia umana, una aurea tempestata di lessemi con una loro genesi. Ceni nella sua opera riepilogativa Il pieno e il vuoto (1996) ritrova nel mondo delle parole proprio la fisionomia buia e inconfessabile dell’uomo: “Nel buio le parole/ non sono parole ma uomini/ che con rasoi tentino tele cerate di/ sonori padiglioni sulla sabbia”. Parole, dunque, che sono composte di sillabe di carne e ossa. Non solo: sono parole che possono avere una funzione altisonante e lesiva, pungente e dissacrante com’è appunto l’azione di una tela che viene squarciata.

Le parole di Fortuna sono spesso in forma di imperativi riferiti a se stesso com’è il verso d’apertura: “Non mi lascio mai stare!” (13) che, se intuitivamente potrebbe essere visto come espressione di grande convinzione, ha più la forma di una rassicurazione pacata che l’io lirico intrattiene col suo animo per mezzo della riflessione.

Numerosi i riferimenti a quel mondo di campagna che, per breve distanza, lambisce anche il mare, scena veridica del locus nel quale Fortuna è nato, vive e lavora, quello della Marca Fermana nel centro-Italia. I contesti che accolgono le riflessioni o le rivendicazioni amorose del Nostro sono sempre ambientali, riferite a un pezzo di terra ridente e fecondo, dalla conformità dolce e dalla spiccata diversità in un territorio ristretto. Raramente si accenna a un tessuto urbano che, nelle poche volte che è citato o alluso, sembra esser connotato in maniera veloce, offuscata, quasi ottenebrata come è appunto “l’alcolica città” della poesia che apre la raccolta. “Nelle vene ho la terra rossa” (14) scrive il Nostro in “Il viaggio” in questa lirica dove la natura è solo uno scenario di fondo sul quale campeggia il grande tema dell’amore, del rapporto saldo e simbiotico con l’amata, che è il tema di fondo dell’intero lavoro.

Gli amanti vengono spesso descritti distanti o in procinto di allontanarsi – intuiamo per le vaste necessità della vita quotidiana – e viene a rimarcarsi in maniera decisiva il distacco, il disagio che deriva dall’allontanamento, questa migrazione coatta dal flusso inarrestabile delle energie. Così si incunea anche la solitudine e la lontananza che non sono mai motivo di pesante struggimento né di annullamento di una possibile fuga. Gli amanti sanno amarsi anche a distanza e percepire la presenza dell’altro anche dinanzi a divaricazioni spaziali. Ciò è possibile – per il Nostro – mediante l’affido completo al mondo ieratico e vorticoso eppure silente della poesia che non è mantra dinanzi a desolazioni o fobie insostenibili bensì accoglienza e sostegno e, ancor più, consacrazione dell’amore vissuto in termini platonici ma non per questo meno significativi. Per tali ragioni l’io lirico percorre cammini mimetici e più spesso veste panni d’altra natura, non tanto per simulare, bensì per abitare – pur nel pensiero – uno spazio totale nel quale possa esser possibile un rapporto con l’amata, “sgorgherò acqua scrosciante/ dalle tue risa” (20). Causa e fine di quest’operazione è, come lo stesso Autore riconosce a pagina 35, per chi non l’avesse in qualche modo ancora eccepito, “la ragione del mio canto” ovvero la stessa amata, “gioia che si moltiplica” (35).

Merita una particolare nota di commento la lirica “Non sentire più” nella quale l’autore cerca di intuire, o piuttosto di vagheggiare, come potrebbe essere l’esistenza dell’uomo in assenza di una dimensione sonora, condizione che non solo lo impaurisce, ma sembra in qualche modo tormentarlo. Impossibile non rammentare allora il professor Renato Pigliacampo, docente universitario e poeta del Maceratese che, sordo dall’età di undici anni, dedicò l’intera sua esistenza per denunciare insensibilità a vari livelli contro gli ipoacustici, dedicando tutta la sua attività, tanto poetica quanto di ricerca, all’universo della sordità del quale viene ricordato come uno dei maggiori studiosi e portavoce. Mi è sembrata cosa sensata mettere a specchio alcuni versi di Fortuna che esprimono l’angoscioso pensiero dinanzi a un mondo averbale e di Pigliacampo, “guerriero del Silenzio”, che fece della parola grido sociale maturato nell’intimità. Fortuna scrive: “Crederei che sia forse cosa buona, prendere carta e penna/ per segnare con qualche becco o cerchietto d’inchiostro/ cosa possa provare un sordo…/ Sapere che nel sentire, nasce un giorno il timore…/ di non poter più sentire un qualche giorno la propria/ voce” (39). Questa la ‘risposta’ di Pigliacampo, in tale possibile colloquio, “A me non è dato ascolto se non che/ nelle labbra che muovono rapide parole”.[1]

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Il poeta fermano Marco Fortuna

Nella poesia di Fortuna si nota una nota malinconica e di preoccupazione: il pensiero sentito relativo a un mondo privo della sensorialità uditiva, nell’impossibilità di sentire gli altri e di riconoscere la propria voce, ma anche timore verso la dimenticanza, l’Autore mostra perplessità nei confronti di un tempo nel quale l’io lirico non sarà più in grado di riconoscersi, di sentirsi, di ricordarsi. Pensieri nevralgici che ruotano attorno a un evidente grande amore della vita e della domesticità, della semplicità di un vissuto che si desidera sempre vivere al massimo. La voce che non ritorna, i ricordi che si impolverano e che decadono nel mare magnum di un tempo che scorre e che rende vulnerabile la salute, sono minacce concrete e plausibili che l’autore, pur giovane e coscienzioso, non esime da riconoscere come tali: esse sono confessabili con quella semplicità che impone al poeta di essere onesto. Sincero e concreto, affidabile e vero.

Fortuna, come noi tutti, prima d’essere un “uomo di carta” (uno scrittore e un poeta), è un “uomo di carne” e, com’è connaturato nella fisiologia umana, non si può recidere dalla mente ciò che, pur disturbandoci, occupa i nostri pensieri. Li rende concreti e ce li narra, con la libertà sconfessata di un ragazzino, ce ne attribuisce il senso con le parole ben calibrate, ce lo condivide e ci traghetta verso una riflessione che, comunque, la buona poesia è sempre in grado di addurre.

La poesia di Fortuna potrebbe dirsi maggiormente filosofica che amorosa in senso stretto se per filosofica accettiamo di non riferirci a qualcosa di ostinatamente ingarbugliato, enigmatico, tendente alla creazione di una realtà che ha senso per chi la produce ma non trova facile accoglimento né comprensione in un possibile lettore.

È filosofica nel senso che – pur nella domesticità dei rapporti e del dialogico che si realizza – impiega una costruzione con la quale i sentimenti fuoriescono se si rilegge con attenzione, diluendo le parole che compongono i versi: l’amore è presente sotto forma di timori, imperativi, tentativi, richiami, echi e aneliti, non è mai reso in maniera palese o plateale, sdolcinato né abusato. Si ravvisa qui, in tale procedimento, la necessità di prendere in mano i fili che l’autore di continuo getta per legarli assieme e riconoscerne così, a silloge compiuta, l’intera foggia della corda più salda.

“Io avanzo e trascino con me l’erba, dovunque sia la vostra terra” (46) scrive nella poesia “Io avanzo”, sintomo di un fluire che s’intuisce e ci si impegna a favorire al quale unisce l’aspersione sacrale di protezione, il balsamo di riconoscenza: “Vorrei lavare la mia terra come fosse mio figlio” (50). Immaginifico atto rituale di abluzione totale: non è una recondita pioggia che laverà la terra, ma sarà lo stesso poeta a farlo, “approda[ndo] le […] parole [per] farla scivolare sulle zolle e fin sopra le punte degli alberi” (50). Parole in cui l’acqua lambisce e scivola, scorre e fluisce mentre l’autore ricalca sulla carta le linee di un mondo familiare che l’acqua non scolora.

LORENZO SPURIO

Jesi, 26-12-2017

[1] Renato Pigliacampo, L’albero di rami senza vento, Neftasia, Pesaro, 2006, p. 108.

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

Conosco la soglia del buio e da lì osservo: la poesia di Martina Luce Piermarini

a cura di Lorenzo Spurio 

Martina Luce Piermarini è nata e vive a Macerata. Ha seguito studi umanistici e filosofici e frequentato il Master in Tecniche della Narrazione a Torino dove ha lavorato con artisti del calibro di Alessandro Baricco, Sandro Veronesi e Carlo Lucarelli. Specializzata in drammaturgia, ha tenuto laboratori di scrittura creativa in alcune scuole inferiori e superiori della provincia di Macerata. Ha tenuto altresì laboratori teatrali fondando il primo laboratorio di teatro spirituale con sede a Macerata. Ha scritto opere teatrali, partecipa a incontri letterari e poetry slam; collabora con la rivista d’arte e letteratura “UT”. La sua opera poetica, Interferenze alla luce (Italic Pequod, 2014), è stata oggetto di vari eventi di presentazione e di letture pubbliche in vari luoghi della Regione.

Il sottotitolo dell’opera della Piermarini è già di per sé esplicativo del percorso umano e letterario che la poetessa offre al lettore con questo denso volume di liriche che lambiscono i temi dell’esistenza, il dubbio che riaffiora, la compresenza di illusioni e moniti di fuga, cadute e derive ma anche pensieri orgogliosi retti da un simbolismo a tratti iconico e frugale, altre volte da costruzioni avvolgenti e curiose degne della più vigorosa poesia contemporanea. In esso, come in una sorta di possibile rivelazione o risoluzione di un assioma che non è dato conoscere, leggiamo: “ci sono casi in cui la poesia salva e un verso purifica l’intera esistenza”. Tale definizione, che potrebbe essere assunta quale motivazione vera e propria del fare poetico nella Nostra, chiarifica non solo gli intendimenti ma anche i mezzi, le plurime forme evocative che la poesia immancabilmente richiama. Un confidare al testo che è una modalità in qualche modo taumaturgica e svelante in quel demiurgo inconscio che è l’io lirico, ma anche l’unicità, l’essenza, che apre varchi a un’immensità spesso difficilmente percepibile e da affondare con una scioltezza comunicativa e una predisposizione innata alla partecipazione attiva che sono il sale dell’esserci nel qui e ora.

Poesia per la Piermarini quale esigenza che è immancabilmente presente e forza costitutiva di quell’entità indefinibile che è l’anima, estensione che sfugge da categorie di ogni tipo ma anche poesia introspettiva, di riflessione, di analisi. È proprio dalle immagini a loro modo fornite in accostamenti anche atipici che si compie quello scandaglio dell’interiorità, figlio di un’esigenza di narrarsi, senza implicazioni di sorta, velleità né forme di inibizione alcuna. Confessione che si compie con uno svelamento. Rivelazione che si compie con l’evocazione e la creazione di scene sospese che rivelano il concreto di un vissuto frastagliato e contorto.

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Martina Luce Piermarini

Nella ricchissima, visionaria e suadente apertura narrativa al volume, la Nostra parla di un metaforico viaggio che dobbiamo essere disposti a fare. Non solo, della convinzione di intraprenderlo e dell’orgoglio che può derivare dall’aver tentato un’impresa che – come la stessa dice – non ci è dato conoscere come evolverà. In questo tragitto, dove sembra percepirsi una fosca nube a dettare le pagine esistenziali in senso fatalistico, la Piermarini contrappone la forza di volontà, il desiderio di conoscenza, l’esigenza di costruire, l’impegno, anche a seguito di una dimensione asfittica e deprimente sottolineando l’impellenza di una rivelazione che consenta una rinata autoconoscenza ma anche l’approdo convinto a una sensibilità resiliente.

Ed è già qui espressa in nuce l’idea comunicante che riappare nelle varie liriche rappresentata dalla luce – termine importantissimo per l’autrice maceratese tanto da aver deciso di affiancarlo al suo nome di battesimo – a intendere una via luminosa, un’epifania del vero. “Bisogna cercare la luce” afferma la Nostra aggiungendo, poco dopo, “I resti della donna-uccello si alzano un istante nelle tenebre”. Questo libro allora possiamo percepirlo come l’auscultazione intima e la repertazione di vicende rese in maniera analogica e lirica di un vissuto che ha visto il buio (la caduta) alla quale, però, ha fatto seguito una vigilia di bagliori (la rivelazione) ad anticipare il dominio della luce (la rinata coscienza, l’approdo alla felicità, la completezza di sé). Questo accade perché “il corpo buio non è definitivo ma deve essere attraversato e distrutto”. Vengono in mente i Neoplatonici e Shakespeare dei Sonetti in questi riferimenti simbolici e allegorici alle fasi di luce, sembianze di un avvicendamento umano tra vizi e ravvedimenti. La Piermarini, nelle liriche che compongono il volume, va rintracciando gli stati fisici di materia e gli stati immateriali dell’anima che hanno visto cambiamenti, flessioni e rinvigorimenti, in un percorso di viva metamorfosi, rottura e sviluppo continuo.  

L’esergo del volume contiene una citazione del Dhammapada, noto testo della tradizione buddhista, ulteriore ingrediente di quell’inclinazione palesemente aperta e partecipe, solidaristica ed entusiastica della Nostra, nutrita olisticamente di saperi tanto mitici quanto arcani, di forme di benessere personale e di concordia sociale, principali espressioni di forza in un credo animistico e spontaneo che nel suo svincolamento da legami e forme di giudizio, ben esprime la visione comunitaria e filantropa. Inizia così il percorso memoriale e conoscitivo della Nostra tra versi che incalzano e descrivono la realtà in termini clinici accentuandone gli angoli, i brandelli, gli elementi di disillusione, compresa la presenze di insetti infestanti, le rotture, nonché l’aria fredda e tagliente, l’assopimento del reale anche per mezzo della resa perspicace di immagini cariche di shock, che in un mix oculato di crudeltà e scollamento, generano il perturbante: “le mani di granito [che] rompono lo spazio”, “la lisca ventrale sfiatante” e “i numeri cavi delle colpe” sono solo alcuni esempi. Contaminazioni e processi di putrefazione, distorsioni della mente, forme ambigue d’esistenza che creano annichilimento, sentimento d’inadeguatezza e incongruenze fornite come realtà solidi e poi ancora desquamazioni, interrogativi arcani che non hanno risoluzione, dilemmi che squarciano e illividiscono, deficit invalicabili (“imperfezioni divenute pietra”) e infebbrate ben più emotive che corporee.

Concentrica e irreversibile, spasmodica e conturbante, la poetica della Piermarini procede a spirale avvinghiando il lettore e facendolo sprofondare in uno spazio sconosciuto, capitomboli e ammiccamenti e, ancora, tentavi continui per oltrepassare il reale. Numerose le immagini che si riferiscono a questo comportamento ribellistico improntato all’escapismo e alla ricerca continua: molto carrollianamente si valicano specchi (o, almeno, si tenta); la mossa dell’uomo non è determinata da un fine ultimo che motiva lo spostamento ma si realizza proprio nella gnoseologia della sua forma: l’attraversamento, vale a dire il procedimento stesso: “oltre/passare / fogliame buio che non scricchiola”. Questo perché “Esserci nell’essere è porta stretta” e con questo fraseggio apparentemente semplice come un sillogismo la Nostra indirettamente si riallaccia a quelle fosche considerazioni e pensieri filosofici di ampia schiera degli intellettuali del secolo scorso.

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Martina Luce Piermarini assieme ai poeti Guido Garufi ed Enrica Loggi in un recente incontro poetico

La realtà nella Piermarini è delineata per mezzo della presenza o assenza di luce e, congiuntamente, per una feticistica attenzione alle particolarità, al residuale, all’inesatta e insensata tendenza dell’uomo di fare partizioni, quantificare, vale a dire determinare in maniera convinta e assoluta un’entità. Ce ne rendiamo conto dinanzi alle affascinanti “porzioni di luna oracolare” che tanto sanno di orfico e in prossimità dei ben più surrealisti “pioli del silenzio che si spezzano”. La luce – biancore e fonte di conoscenza – è ricercata continuamente, dalle “vaschette d’alluminio” dove si tratta di una luce in qualche modo artificiale e reclusa, all’abbacinante biancore della neve, “luce gelida [che] toglie il respiro”.

La Piermarini ci conduce con “passo folle” verso questo singolare e prospettico “viaggio nel doppio fondo del bagaglio” nel quale dominano le ombre e gli oggetti, ben più delle persone definite in maniera sbiadita quali “comparse rarefatte”. Pervade un’aria strana, d’incomprensione e imminente rottura o, più frequentemente, di una stasi granitica difficile da perforare nella quale “il suono/ della cerniera […] gratta l’orlo”. Fanno capolino pure la solitudine (“la caverna di carenze”) e la sfiducia (presenti, in giro, troppe “coppe di nero nei cervelli”). Le riflessioni di ciascun tipo trovano foce in considerazioni ampie e nevralgiche come quella che perora la causa del tempo sospeso: “Le parole stanno nei brandelli/ nelle pause (o nelle lacrime)”. Talvolta il presente è infestato da contaminazioni perigliose di un passato non troppo lontano e che a suo modo incalza con tabernacoli di ricordo scolpiti nella mente: “Il tempo ha imprigionato/ il fantasma tremulo nella stanza profonda”.

Le poesie della Nostra sono ricche di quelli che Marc Augé definì non-luoghi ma, in realtà non sono gli spazi confusi dei mezzi di comunicazione o del mondo del commercio, piuttosto stanze invalicabili della mente, mondi doppi, ovattati e riflettentisi, domini imperscrutabili della psiche, scene di quotidiano che hanno perso i connotati spiccioli ora per assuefarsi, ora per sublimarsi. Un ritmo di ricerca incalzante dove la retorica dei quesiti è scalzata dal delirio delle forme, da un’interrogazione spietata che volutamente confonde razionalità e trasposizione, nella quale “solo […] Dio mi può vedere” in quell’atto estremo di denudamento di cui si diceva. Contro gli imperativi della quotidianità la Piermarini incorona la speranza e l’illusione, la fiducia e la voglia di combattere come temi principi, ancor più validi e reali se derivati da dolore, solitudine e di lotta personale e sociale.

Lorenzo Spurio

Jesi, 13-12-2017

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

 

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s-l640L’autrice presenterà il suo libro Interferenze alla luce di poesie domenica 17 dicembre alle 17:30 a Macerata presso la Locanda del Belli (Via Mazzini 29) durante la quale si terrà un aperitivo letterario con la presenza del poeta e critico letterario prof. Guido Garufi (di recente uscito con la silloge Fratelli con prefazione di Giovanni Tesio) e gli intermezzi musicali al pianoforte di Halyna Zamyatina.  Per chi gradirà fermarsi per l’apericena, essa ha un prezzo di 13€ e sarà possibile effettuare la prenotazione ai riferimenti in calce.

Tel. 328-0061446  –   Evento FB: https://www.facebook.com/events/1967722100220232/

I “Pensieri ricamati” di Anna Olivari. Recensione di Lorenzo Spurio

Anna Olivari, Pensieri ricamati, Affinità Elettive, Ancona, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio

La prerogativa principale delle poesie della signora Anna Olivari – se di prerogativa è giusto parlare – è quella di parlare del tempo che cambia rendendo attuabili e vivibili nella sua realtà personale i carichi profondi di un passato che hanno dettato in maniera forte la sua crescita e passaggio nelle varie età. Già il titolo, Pensieri ricamati, evoca di per sé questo fascino verso il semplice, semplicità che si ravvisa non solo nei contenuti (pluri-tematici eppure con la solita trattazione leggiadra ed evocativa), ma anche nella forma. Versi prevalentemente corti contraddistinti spesso da cesure che giungono per dar maggior respiro alle stesse parole impiegate descrivendo distici – com’è il caso della poesia che apre la raccolta – o, più spesso, dando una costruzione pluristrofica, sempre di diversa forma, godendo di quella libertà di costruzione del verso che le consente – come dovrebbe essere – di esprimersi in maniera ariosa e di muoversi con maggior praticità. 

Anna Olivari, con la sua tecnica poetica minimale eppure di forte coinvolgimento e di empatia nel lettore, ci affida versi che sono riflessioni, sguardi sul mondo, approfondimenti interiori che fungono anche da ricordi e dunque come monito per non dimenticare (“il seme della memoria/ rode la mia mente” (40) scrive in “Ricordi”; vi sono poi varie liriche che fanno riferimento alla guerra) nonché delle pillole di profonda saggezza che – crediamo inconsapevolmente – offre al lettore. Poesia basica e pura, con un afflato lirico pregnante che trova i suoi acmi in alcune composizioni nelle quali è vivido e quasi palpabile il sentimento provato. Così, come una buona tessitrice, la signora Olivari “ricama” i suoi versi su una tela, dando preminenza a particolari immagini, ricordi, momenti, tematiche: l’ordito che ne fuoriesce è assai prezioso. I filamenti colorati delle varie liriche si uniscono in maniera ben più che perfetta a delineare un’immagine policromatica lucente, cangiante al sole, ricca di plurievocità.

Poetica del semplice, delle piccole cose, che nasce dalla quotidianità, dal guardare con stupore e interesse ciò che si staglia al di là della finestra di casa o basata sui ragionamenti lucidi, eppure di mondi immateriali, che la donna è in grado di fare in maniera assai pratica. Poesia evocativa, dove la stanza della casa, da scrittorio e fucina dei pensieri, non è altro che il trampolino di lancio verso mondi altri, riallacciati tra loro per mezzo dei fili del destino, della meticolosità della cura, dell’esigenza di raccontarsi.

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Nelle pagine di questo libro, tra i ricordi e le speranze di una donna saggia e vegliarda che tanto ha visto accadere nel mondo del quale è protagonista, non mancano gli aneliti verso l’apertura di una stagione di pace, che sia seria e duratura, a permettere l’abbandono di odi, invidie e di lotte intestine. La spontaneità nel trattare questo e altri temi di portata universale (la poesia “Grazie potenti” è incentrata, ad esempio sull’endemico problema dell’immigrazione) fa sì che i suoi moniti non divengano retorica né puerile sfogo dagli intenti buonistici. Al contrario i versi – così ben espressivi e mai ridondanti – fungono da labile carezza verso quei volti di emarginati e disattenti, come un aiuto corale che vive della solidarietà e della bonomia dell’animo umano.

Esempio di virtù e di positività di cui abbiamo ben bisogno non solo per poter affrontare le troppo spesse fosche giornate dell’ordinario, ma per prenderci meno sul serio e vedere – con lo scandaglio del cuore, che mai mente – “che brutte cose fanno grandi e piccini” (25) e ricordare gli abomini che – in nessuna forma – dobbiamo mettere nelle condizioni di poter ritornare. Questo, perché, per richiamare alcuni versi di chiusura della bella poesia “15 aprile 1999” qui contenuta, si deve ascoltare il cuore, ben prima dell’intelletto, che spesso è soggiogato e non permette di attuare nel Bene: “[L]a ragione è smarrita/ la strada non si trova/ il cielo non manda più luce” (33).

Ad arricchire ulteriormente la silloge sono alcune liriche dedicate al ricordo di alcune località visitate che la poetessa descrive con tocchi di vivo espressionismo da permetterci di visualizzare con precisione i suadenti contesti geografici di cui scrive (La Maddalena, Santorini, Procida, solo per nominarne alcuni). Ad essi si associano anche alcuni importanti omaggi alla città che da anni l’accoglie, ovvero il capoluogo dorico, alla quale sono dedicate due liriche: “Piccola anconetana” (proposta anche in lingua greca) e “Cardeto” che, con perizia descrittiva, ci offre una bella miniatura del noto parco di Ancona dal quale si gode una vista mozzafiato. Non solo beltà paesaggistica (i colli e il mare) ma anche la capacità edilizia dell’uomo (il vecchio e il nuovo faro) e, ancora, la necessità del ricordo, lì tra le steli bianche con le incisioni difficili da sviscerare, che ricordano i tanti ebrei uccisi nell’età delle diaboliche persecuzioni e della vergognosa miopia dell’uomo.

Lorenzo Spurio

Jesi, 02-12-2017

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

Tris di presentazioni in Lombardia per il “poeta del vento” Elvio Angeletti

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Elvio Angeletti assieme al poeta e scrittore Dante Maffia a Jesi nel novembre 2017.

Il poeta senigalliese Elvio Angeletti, autore di varie sillogi poetiche tra cui Luce (2013), Respiri di vita (2015) e la recente Refoli di parole (2017) questo fine settimana sarà ospite in Lombardia per dar voce alla sua poesia. Vincitore di numerosi premi letterari tra cui il 2° premio nell’edizione 2017 del celebre premio letterario “Alda Merini” indetto dalla Accademia Ursini di Catanzaro, Angeletti incontrerà il pubblico degli amanti del verso in alcuni incontri durante i quali non mancherà di parlare delle sue tante attività che lo vedono instancabile promotore culturale. Angeletti, infatti, è anche il fondatore e presidente del Premio “Poesia del Borgo” che annualmente ha sede nella Piazza Giordano Bruno nella frazione di Montignano di Senigallia ed è il segretario e Consigliere della Associazione Culturale Euterpe di Jesi. Attivo anche quale membro scelto di varie Commissioni di Giurie di Premi letterari e poetici nazionali (“Novella Torregiani” di Porto Recanati, “Città di Chieti”, “L’arte in versi” di Jesi, “Città di Porto Recanati”, Premio di poesia per l’infanzia organizzato dall’Istituto Scolastico Comprensivo “M. Luther King” di Caltanissetta), numerosi suoi testi sono inseriti in opere antologiche tra cui, solo per citarne alcune, Orme poetiche (2016, a cura di Pasquale Rea Martino), Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (2016, a cura di L. Spurio) e Dieci in poesia (2017, a cura di M. Romano).

Il primo incontro si terrà nella Val Camonica venerdì 10 novembre a partire dalle 20:30 nel comune di Ono San Pietro (BS). Accoglierà l’evento la Biblioteca Comunale (Piazza Roma 8).

L’appuntamento di sabato avrà come location il capoluogo lombardo: la Libreria “Il Papiro” (Viale Col di Lana 12) presenterà Refoli di parole alle ore 17. Durante l’evento, oltre alle letture poetiche dal nuovo volume, verranno proposte anche proiezioni di video-poesie elaborate su suoi testi. Il relatore, in questo appuntamento, sarà il poeta e regista Marco Vaira che negli scorsi mesi ha prodotto alcune delle video-poesie che il poeta ha portato in giro per l’Italia. La sua video-poesia “Il volo delle rondini”, infatti, è risultata meritoria del Premio Speciale “della Critica” al Premio “La catena della pace” indetto dalla Associazione Verbumlandi-art di Galatone (LE) la cui premiazione si è tenuta a Caserta nel 2016 e al Premio Letterario Internazionale “Antonia Pozzi. Per troppa vita che ho nel sangue” fondato dalla poetessa Caterina Silvia Fiore e la cui premiazione si è tenuta ad Arese (MI) nel giugno scorso.

Domenica 12 novembre alle ore 16:30 il poeta marchigiano incontrerà il pubblico interessato a Viganò (LC) nella Sala Civica “Maria Antonietta Colombo” all’interno del Vecchio Palazzo Comunale (Piazza Don Gaffuri). La serata sarà presentata da Renato Ghezzi e si chiuderà con un aperitivo in amicizia.

Refoli di parole si apre con una nota di prefazione del sottoscritto nella quale si fa anticipa il contorno concettuale dell’opera: “L’arché del volume, per non parlare di una vera e propria griglia tematica ma di un elemento archetipico che è fondamento, causa, elemento di meraviglia e costante presenza, è proprio quello dell’aria e non sarà pletorico aggiungere a questo riguardo anche la sua recente partecipazione ad un recital poetico dedicato ai quattro elementi della natura dove Elvio appunto si identificava come poeta d’aria”. Tra gli altri commenti critici presenti nel testo, tutti entusiastici, quelli di Marco Vaira, quello dell’editrice Isabella Gambini (Intermedia Edizioni, Orvieto).

Volume ricco di liriche alle persone amate, nonché di sguardi affascinati verso la natura nella quale tutto il percorso poetico di Elvio è imbevuto e al contempo si diluisce. In questo nuovo volume – già presentato quest’estate sulla spiaggia di Senigallia dal critico letterario prof. Vincenzo Prediletto – non manca, come la critica ha osservato, un più recente affacciarsi alle dinamiche sociali in vari ambiti di disagio e precarietà. Il poeta, infatti, in quanto uomo pensante, è sempre immagine o riflesso dei tempi che gli è dato vivere; Angeletti nella lirica che ha ottenuto particolare successo di “Erano fiori” affronta, ad esempio, con grande perizia di immagini ed energia comunicativa il gravoso ed endemico problema dei rifiuti bruciati per strada in Campania, causa di mali ben più estesi: “Puzzava di polvere,/ il vento troppo forte/ e di lì a poco/ arrivò anche la morte”.

Questo fine settimana, per coloro che abitano nei luoghi circostanti Milano e la Val Camonica, sarà possibile godere dei pacificanti versi di Elvio Angeletti, voce autentica del territorio marchigiano, le cui poesie, intrise di gioie e speranze, di canti d’amore e di immagini naturali, arricchiscono l’anima. Pagine che ardono di sentimenti nelle quale il poeta c’invita a prendere le distanze dalla foschia che potrebbe infastidirci, per proiettarci nella luce che – sempre – va cercata: “Il poeta cammina/ lungo il viale/ all’albeggiare del giorno/ cercando energia per un nuovo sogno”.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 08-11-2017

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“Il tatto estremo dell’esistere”: Martina Luce Piermarini presenta Enrica Loggi. Venerdì 10 novembre a Macerata l’appuntamento con la poesia

Venerdì 10 novembre 2017 alle ore 17 presso la prestigiosa Sala Castiglioni della Biblioteca Comunale “Mozzi-Borgetti” di Macerata si terrà un incontro con la poetessa Martina Luce Piermarini. L’apertura dell’evento sarà gestita dallo scrittore Massimo Consorti, Direttore della rivista di letteratura contemporanea “UT” a cui seguirà anche la partecipazione del poeta e critico letterario maceratese Guido Garufi. L’iniziativa culturale vedrà anche gli interventi musicali di Costanza Marchiani (flauto) e grafici di Roberto Tamburrini (foto).

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La poetessa Enrica Loggi

La poetessa sambenedettese Enrica Loggi (co-redattrice della rivista “UT”) sarà ospite della città di Macerata, invitata e presentata dalla Piermarini in occasione della sua ultima pubblicazione poesienrica loggi edito nella collana “I quaderni di Ut”. La poetessa Loggi è nata a Monsampolo del Tronto (AP) nel 1948, vive a San Benedetto del Tronto. Per la poesia ha pubblicato Vasto era il mare (1993), Il seme della pioggia (1995), Di acque e segni labili (2000), Musica leggera (2000), Il talento dei giorni (2002), A una rima di vento (2012). Presente in varie antologie di poeti delle Marche tra cui La poesia delle Marche. Il Novecento (1998, a cura di Guido Garufi), Femminile plurale (2014, a cura di Cristina Babino) e Convivio in versi (2016, a cura di Lorenzo Spurio). L’incontro, ricco di letture, sarà incentrato sul percorso poetico dell’autrice e sulla poesia vissuta come slancio inesauribile ed estremo di una scrittura che vuole essere non tanto pura ricerca estetica quanto piuttosto fonte di riscatto, testimonianza.

Sul limitare di quell’abisso, di quello sgomento sempre più asfissiante e infecondo che è l’esistere
la poesia ancora oggi ha la capacità di farsi Canto, messaggio all’umanità.  Sarà un incontro in cui un poeta chiede all’altro il senso di un linguaggio che da ferita (fisica, collettiva) si è fatta dono, destinazione, viaggio. Il lavoro poetico di Enrica Loggi è questo venire a patti con l’implacabile specchio dell’essere, per condurci, attraverso il risvolto magico della “Cura” della bellezza, dentro quel giardino perduto che dà nuova significazione alla parola come alla vita.

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La poetessa Martina Luce Piermarini

L’organizzatrice dell’evento, Martina Luce Piermarini, è nata a Macerata, dove vive e lavora. Ha fatto studi classici e filosofici, frequentato il Master in Tecniche della Narrazione a Torino dove ha lavorato con artisti come Alessandro Baricco, Gabriele Vacis, Sonia Antinori, Sandro Veronesi, Carlo Lucarelli ottenendo la menzione d’onore per prova finale. Specializzata in drammaturgia ha tenuto laboratori di scrittura creativa in diverse scuole medie inferiori e superiori della provincia. Ha tenuto laboratori teatrali, fondando il primo laboratorio di teatro spirituale con sede a Macerata, scritto opere teatrali: Interno Camera (Premio Calvin Klein, Piccolo Teatro di Milano) e Luci nel Pozzo, quest’ultima rappresentata dagli attori della “Paolo Grassi” e dal noto regista Stefano Alleva. Nel 2014 ha pubblicato la silloge poetica Interferenze alla Luce. Collabora assiduamente con la rivista d’arte e letteratura “UT”; nel 2016 ha ricevuto il premio di poesia “Caffè delle Arti” a Roma ed è presente in diverse antologie di poesia contemporanea.

Sul suo libro di poesia il critico Alessandro Moscè così ha scritto: “Martina Piermarini adotta un modello allucinatorio, travasa la realtà e la ricolloca in uno spazio interiore, in uno scenario apocalittico da dove addolcire la furia della “donna uccello”, fino alla salvezza con l’uscita dalla trincea del male […] Il verso, spesso spezzettato, ha un ritmo libero, si affranca, volutamente, da una descrizione fotografica per approdare al di là della superficie terrestre, in una migrazione che ricorda vagamente la materia incandescente di Amelia Rosselli. […] Si avverte l’influenza di Antonia Pozzi, quel franare di passi e quell’attesa di un’aurora propri della poetessa milanese nel pulsare del suo sangue, di colei che inquadra oscure voragini, laghi dorati, parti di carne umana. Oppure Sibilla Aleramo nel suo diritto alla felicità e nel suo incantesimo amoroso, o la stessa Sylvia Plath “che rinveniva dalle ceneri”.

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“Mi ricordo quand’ero chiarore”: la comunione con l’ambiente nella poesia di Alessandra Gabbanelli

A cura di Lorenzo Spurio  

 

18920488_815008342010622_7082056571005294854_nAlessandra Gabbanelli (Loreto, 1976) vive e lavora a Porto Recanati (MC) presso un negozio di famiglia di pelletteria, accessori e valigeria. È laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi di Macerata in letteratura russa con la tesi “La narrativa di Fazil’ Iskander”.

Ama tutto ciò che concerne la natura e gli animali, la letteratura, la musica, in particolare la lirica e quella classica. Ricorre alla poesia per esprimere le sue emozioni. Si occupa anche della stesura di recensioni di libri e di opere liriche all’interno della Associazione Culturale Villa InCanto.

La sua poesia dal titolo “Misterica essenza” è stata pubblicata sul blog letterario “Il mondo di Ut”; attualmente sta collaborando con il sito di cultura e attualità “Specchio Magazine” (www.specchiomagazine.it) della Associazione Culturale Lo Specchio di Recanati (MC). Alcuni suoi componimenti sono presenti nel blog “Nel giardino odoroso” (www.nelgiardinoodoroso.blgospot.it)

 

PANISMO

Cullare dentro

il soffio del vento

che sollecita le membra

e le fa rabbrividire.

Abbandonarsi

al raggio del sole

che trafigge

e riscalda

e inonda di vita.

Saper ascoltare

la voce degli elementi

e comprendere

il linguaggio muto delle piante.

Immergersi

in umidi occhi animali

e naufragare

nelle emozioni e nel dolore

che li fanno vivi.

Sfiorare,

con pudore e umiltà,

le corde arcane dell’esistere

per giungere all’essenza

e, a quella melodia,

danzare lo stupore e l’estasi.

 

 

MI RICORDO

Velo maculato

di roseo sembiante

si adagia sul manto celeste.

E mi ricordo quand’ero chiarore

e i tuoi occhi vi si immergevano

come in lago di pace.

 

Voli geometrici

di vocianti gabbiani.

E mi ricordo quand’ero coraggio

e il tuo slancio mi raggiungeva

con ampi e sornioni sorrisi.

 

Pioggia odorosa

si insinua e dilaga.

E mi ricordo quand’ero conturbante mistero

e il tuo grido di creatura notturna

confortava la tenebra.

 

Crepitio di foglie

raggiunte da raggi ardenti.

E mi ricordo di essere vita pulsante,

bruciante inquietudine,

viandante mai paga di cammino.

 

 

ECHI D’INVERNO

 Mi risveglio in terra impervia

e ricomincio a danzare.

Danzo pensieri notturni

fluttuanti nel vento.

Danzo abissi di luce

e lampi di oscurità.

Danzo mille frammenti

che mai si ricompongono.

E danzo, madida, sogni disgregati,

parole luminose e abusate

in lontana eco perdute.

 

 

METEORA

 Ti trovai senza volerlo.

E senza saperlo,

come pioggia leggera,

fecondasti i miei giorni.

Sfumasti, piano,

come iride che scolora.

Svanisti, inesorabile,

come lampo che squarcia

e va a nascondersi nel blu.

 

MISTERICA ESSENZA

Profumo di te fra le mie dita,

negli afrori del mio corpo,

nella mia immaginazione ardente.

La mancanza di te

mi percuote

e mi scaglia

in stretto tunnel.

Mi ritraggo

come tremulo fiore sferzato

da gelidi soffi.

Un aroma sottile

di bramosie incognite

si insinua insolente,

deliziosa e misterica essenza,

effluvio indiscreto

di conturbanti preludi.

Mi ridesto,

turgido bocciolo

inondato di luce,

simile a bocca dischiusa

su invitanti elisir d’ambrosia.

 

Commento di Lorenzo Spurio

La poetica della Gabbanelli si dispiega tra gli arcani di un mondo silvestre, tra i lembi di arbusti sfiorati dalla brezza non distanti dalla costa Adriatica di cui è originaria dove non di rado si intuisce o si palesa la presenza vivida di curiosi cucali – per dirla nel locale vernacolo. Animali che col mare condividono tutto e che sorvolano l’ambiente con perspicacia e orgoglio, sempre circospetti e lesti nello scattare per allontanarsi se indisturbati dall’uomo che si avvicina loro.

Poesie nelle quali il sentimento risulta disciolto nel lucore ambientale, nella natura, locus primigenio di riflessioni e considerazioni intime nonché cornice privilegiata degli istanti da vivere con pienezza. Il sentimento panico, vale a dire di efficace sincretismo con l’elemento agreste nonché di vera e propria diluizione in esso, è evidente: non è solo il titolo della prima lirica ad anticiparci questa predisposizione della Gabbanelli; ogni singolo verso è un’immersione suadente e pacifica in quel mondo in cui è possibile percepire, nelle fragranze della natura che cresce, “la voce degli elementi” e approfondire quell’assenza scostante che è della società liquida e indisturbata refrattaria alla solidarietà con l’elemento naturale. La poetessa, per usare un’immagine da lei impiegata con particolare efficacia, anela a un colloquio corale con l’elemento silvestre, quasi un parlamento di piante, arbusti e fiori che inaugura una loquela fatta di codici misteriosi eppure capaci di trasmettere messaggi.

In mezzo a questa natura che la Nostra osserva con incanto e vicinanza nel suo lento mutamento, affiora a galla anche il ricordo di momenti, di età forse in qualche modo perdute e dunque lontane: natura sorella che sostiene e aiuta a comprendere se stessi, natura alla quale confidare, culla di beatitudine, fonte d’accoglienza e di compiutezza. “E mi ricordo quand’ero chiarore”, segnala la Nostra, evidenziando come il percorso di conoscenza, riflessione e di comprensione di ciò che accade sia possibile anche per mezzo di quella cornice arboricola che è antro di energie mitiche e inesauribili: “E mi ricordo di essere vita pulsante”. Scoprirsi viva, essere non solo raziocinante ma entità in continuo movimento, crescita e maturazione, è il bersaglio ultimo di un percorso di auto-riflessione, nell’incanto e nella freschezza della natura selvaggia e innocente, che accoglie i nostri pensieri. Lì prendono forma anche quei “sogni disgregati”, quelle proiezioni ardimentose del pensiero, quelle forme della nostra esistenza, ora vorticose ora fosche, che non riusciamo ben a comprendere e a ponderare. Si tratta di ripensamenti, ripiegamenti e, ancor più, di volontà auree che s’imbattono con l’incertezza, la frenesia o semplicemente con l’inatteso venir meno di quelle condizioni che una volta avevano permesso la nascita o l’irruenza del dato esperimento onirico. Quella vita edenica e spensierata, quella volontà di sperare trova felice sbocco in quel desiderio sentito fautore dell’anelito a ricordare l’età che fu.

La Gabbanelli, in maniera non molto diversa dai romantici anglosassoni, si serve degli elementi della natura, non solo per definire un ambiente e per tratteggiarlo con esaustiva visività nonché con pregnanza materica da restituircelo distinguibilissimo, ma per calare l’ampiezza del sentimento interiore, lo scandaglio della sua anima profonda. Ecco allora che essa può essere anche il punto ambito di una ricerca difficoltosa per cercare di esorcizzare una solitudine sofferta, per sopperire a quella mancanza necessitante un dato contesto che permetta una più concreta interiorizzazione dell’accaduto recente.

La “misterica essenza” ha, dunque, la forma di qualcosa di indicibile, di un sentimento frastagliato, un percorso della coscienza che scende negli anfratti, un’anabasi intellettiva nel suo etimo originario (spostamento dalla costa verso l’interno), investigazione che travolge un’entità, un essere con il suo bagaglio di essenze e di memorie. In questo scenario dove gli elementi naturali sembrano essere fari necessari per sviare la burrasca della vita e orizzontarsi nel mare magnum della quotidianità, la Nostra riflette su se stessa, amplia, nel suo privato, il raffronto tra sé e gli altri, tra sé e l’assenza, tra sé e ciò che reputa importante, sia nel presente, che nella rievocazione del già esperito.

Lorenzo Spurio

Jesi, 30-10-2017

 

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