Gli “Scritti marchigiani” di Lorenzo Spurio all’Alexander Museum di Pesaro il 28 aprile

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Venerdì 28 aprile alle ore 19, ospite del Conte Alessandro Nani Marcucci Pinoli, il poeta e critico letterario jesino Lorenzo Spurio presenterà presso la sontuosa location dell’Alexander Museum Palace Hotel di Pesaro il suo nuovo saggio, “Scritti marchigiani”, edito da Le Mezzelane Editore di Santa Maria Nuova. Il volume, arricchito da numerosi scatti dello stesso autore fatti in vari luoghi suggestivi delle Marche, contiene scritti critici di Spurio tra cui saggi, recensioni e prefazioni ad autori marchigiani. Prosegue così il suo serio e intenso impegno nei confronti della letteratura locale, un lavoro che viene pubblicato un anno dopo dalla nota opera antologica “Convivio in versi” (PoetiKanten Edizioni, 2016) che Spurio ha presentato ampiamente nei maggiori centri della Regione. Durante la serata interverrà il Conte Alessandro Nani Marcucci Pinoli e, a seguire, Rita Angelelli, Direttore editoriale delle Mezzelane Editore. A completamento della serata si terrà un recital poetico durante in quale interverranno i poeti Elvio Angeletti, Franco Patonico, Piero Talevi, Michela Tombi, Stefano Sorcinelli, Raffaele Rovinelli, Oscar Sartarelli, Franco Duranti, Valtero Curzi, Vincenzo Prediletto, Laura Corraducci e Germana Duca Ruggeri. L’evento, organizzato dalla Ass. Culturale Euterpe di Jesi di cui Spurio è presidente, vedrà anche una interessante esposizione di sculturee lignee, opere d’arte dello jesino Leonardo Longhi. Con lui anche Stefano Vignaroli, autore del romanzo “L’ombra del campanile” che ha curato “Dalle immagini alle parole”, una antologia in cui ciascun opera scultorea di Leonardo Longhi ha ispirato dei racconti scritti da autori jesini.

Info:

http://www.associazioneeuterpe.comass.culturale.euterpe@gmail.com 

“Amore come peccato: la sublimazione dantesca”, saggio di Francesca Luzzio

“Amore come peccato: la sublimazione dantesca”

saggio di FRANCESCA LUZZIO 

 

 

L’amore è uno dei temi fondamentali della letteratura di tutti i tempi. Anche nel Medioevo, quando presso la maggior parte delle società del tempo, regna incontrastata una religiosità severa e la donna viene considerata quasi un’espressione demoniaca, non mancano i cantori dell’amore, anzi la civiltà cortese-cavalleresca trova in tale tema la sua essenza, definendo esso una weltanschauung, ossia un determinato modo di intendere e praticare la vita.

Amore-corteseIl teorico per eccellenza dell’amore cortese è Andrea Cappellano, autore del trattato De amore, in cui vengono fissati le norme e i canoni di tale concezione. Nonostante la condanna della chiesa che lo induce a ritrattare nel terzo libro il contenuto dei due precedenti, l’opera ha un enorme successo, permeando profondamente la cultura aristocratica del Medioevo. Se la caratteristica essenziale del cavaliere della chanson de geste è la prodezza, nota essenziale dell’ideale umanità dei cavalieri-poeti , detti trovatori (dal latino tropare: cercare e trovare versi e musica) è la giovinezza alacre e gioiosa, splendidamente liberale, elegante e raffinata, amante della donna, dell’arte, della cultura; poi nel romanzo cortese queste due umanità vengono sapientemente fuse da Chrétien de Troyes.

La concezione dell’amore cortese si manifesta per la prima volta nel sud della Francia, in Provenza e la neonata lingua d’Oc è il suo strumento espressivo; da qui si diffonde nella tradizione lirica italiana ed europea. Secondo tale concezione,  la donna è un essere sublime e irraggiungibile e l’amante si pone nei suoi confronti in una condizione di inferiorità: egli è un umile servitore “obediens”alsuo“midons” (obbediente al suo signore). Tali termini adoperati  dall’iniziatore della lirica cortese, Guglielmo IX d’Aquitania, diverranno elementi fondamentali di un linguaggio che esprime una dottrina dell’amore intesa come vassallaggio alla donna, come servizio feudale, come omaggio.

Nella sua totale dedizione, l’amante non chiede nulla in cambio, il suo amore è destinato a restare perennemente inappagato (“desamantz”), ma tale insoddisfazione se da un lato genera sofferenza, dall’altro è anche gioia, una forma di pienezza vitale che ingentilisce l’animo, privandolo di ogni rozzezza e viltà. Amore si identifica con cortesia, e solo chi è cortese ama “finemente”, ma il “fin’amor” a sua volta rende ulteriormente cortesi e gentili (A. Cappellano, De Amore), sicché si viene a istituire una concatenazione di causa-effetto che esclude ogni possibilità di appagamento fisico, poiché quest’ultimo determinerebbe un’interruzione del processo di ingentilimento; tuttavia non bisogna pensare che si tratti di un amore del tutto platonico, infatti l’inappagabilità non esclude né la sensualità, considerato che l’ultimo momento della manifestazione dell’amore consente “l’esag”, ossia l’ammissione dell’amante nudo alla presenza della donna, ma senza congiungersi con lei, né un formale adulterio, visto che il rapporto si realizza rigorosamente al di fuori del vincolo coniugale, nel cui ambito, d’altra parte, si ritiene che non possa esistere “fin’amor”. La spiegazione di tale convinzione trova le sue radici nel carattere contrattuale del matrimonio di quell’epoca in cui ragioni dinastiche ed economiche prevalgono sui sentimenti.

L’amore adultero implica da un lato il segreto, per tutelare l’onore della donna ed evitare “i lauzengiers”, ossia i malparlieri (da qui l’uso del senhal,ossia di uno pseudonimo anziché del vero nome per rivolgersi all’amata), dall’altro un conflitto tra amore e religione, tra culto della donna e culto di Dio. L’amore cortese è quindi peccato per la chiesa e i trovatori vivono sinceramente il senso di colpa, al punto che  molti di loro negli ultimi anni di vita si ritirano in convento per espiare le loro colpe, ma se prescindiamo da tale leggenda, è significativo che il senso di colpa affiora anche nella produzione lirica provenzale e soprattutto italiana.

Dopo la crociata contro gli Albigesi, infatti, molti trovatori trovano una nuova patria presso la corte di Federico II e la scuola poetica siciliana fa sua la concezione cortese dell’amore, per poi trasmetterla ai poeti di transizione, detti anche siculi-toscani e, attraverso essi, al Dolce stil novo, ma nell’ambito di quest’ultima scuola, grazie a Dante assistiamo alla sublimazione dell’amore e la donna diventerà tramite tra cielo e terra, angelo-guida verso la comprensione di valori metafisici ed eterni.

Adesso cercheremo di esemplificare, attraverso versi di autori particolarmente significativi, sia tale conflitto tra amore e religione, sia il conseguente senso di colpa che ne deriva. Guglielmo IX di Aquitania conclude il suo canzoniere proprio con una “canzone di pentimento” in cui dichiara che non sarà più “obbediente”, cioè servente d’amore, non più sarà fedele vassallo ligio alla donna: “No serai mais obediens/ En Peitau ni en Lemozi” e, colto da rimorso per le sue colpe, ormai stanco, si chiude nell’ansia del poi e invoca il perdono di Dio nella coscienza della fine imminente.

Spirito possente e tenebroso è Marcabruno; moralista feroce, egli giudica e condanna con parole tremende,come animato da spirito profetico, la società cortese e, in special modo, si erge a giudice del “fin’amors”. Marcabruno dice che “Amore è simile alla favilla che brucia sotto la cenere e brucia poi la trave e il tetto;….chi fa mercato con amore, fa patto con il diavolo….”. Parole altrettanto aspre dice contro le donne che “dolci in principio, poi diventano più amare e crudeli e cocenti dei serpi”; e altrove aggiunge “Dio non mai perdoni a coloro che servono queste puttane ardenti, brucianti, peggiori ch’io non possa dire… che non guardano a ragione o a torto”.

Adesso, se prendiamo in considerazione la produzione letteraria della Scuola poetica siciliana, constatiamo il persistere del senso del peccato e del conseguente rimorso, sì da indurre i poeti a giustificare le loro parole e i loro comportamenti. Jacopo da Lentini in un sonetto (forma metrica, molto probabilmente, da lui inventata) afferma: “Io m’ag[g]io posto in core a Dio servire/com’io potesse gire in paradiso/………Sanza mia donna non vorrai gire,/……ché sanza lei non poteria gaudere/ estando da la mia donna diviso./ Ma non lo dico a tale intendimento,/perch’io pec[c]ato ci volesse fare;/se non veder lo suo bel portamento/….chè lo mi terria in gran consolamento,/veg[g]endo la mia donna in ghioria stare”.

I versi evidenziano una forte ambiguità tra amore terreno e amore celeste, anzi un vero conflitto:  se in conformità all’ideologia cortese è normale dire che senza la propria donna non c’è gioia, affermare che la beatitudine paradisiaca è menomata senza la sua presenza è addirittura blasfemo.

Ciò induce il poeta a giustificarsi, pertanto precisa che non vuole la donna con sé in paradiso per commettere peccato, ma per trarne consolazione guardandola, visto che lei, considerata la sua bellezza, è degna di stare in “gloria”.Tuttavia tali giustificazioni non rinnegano il suo atteggiamento di fondo e nei versi conclusivi la contemplazione ipotetica della donna gloriosa finisce con il sostituirsi a quella di Dio.

Questo conflitto investirà anche i poeti del Dolce stil novo e, a dimostrare tale asserzione, basta prendere in considerazione quella che viene considerata la canzone manifesto del Dolce stile: “Al cor gentil rempaira sempre amore” di Guido Guinizzelli. Nell’ultima stanza che funge da congedo, il padre degli Stilnovisti, rivolgendosi all’amata, immagina  un dialogo diretto con Dio per mezzo del quale non solo ripropone il motivo capitale della donna-angelo, già presente nella tradizione provenzale e siciliana , ma attua un’autocritica che rivela il solito conflitto amore-religione: “Donna, Deo mi dirà:<<Che presomisti?>>,/siando l’alma mia a lui davanti./<<Lo ciel passasti e’nfin a Me venisti/e desti in vano amor Me per semblanti/………….Dir Li porò:<<Tenne d’angel sembianza/che fosse del tuo regno;/ non me fu fallo,s’in lei posi amanza”.

Dio, quindi, rimprovera il poeta per essersi presentato dinanzi a lui indegnamente, dopo avere attribuito sembianze e poteri divini a un peccaminoso amore terreno (è quanto il poeta fa nella strofe precedente). Guinizzelli si giustifica elegantemente con una nuova lode alla donna: aveva l’aspetto di un angelo, perciò non era una colpa amarla. Tale conclusione viene considerata dal critico Contini “uno spiritoso epigramma”; da Luperini “un’ironica autocritica che difende e riafferma il proprio errore”; da Baldi, “un’elusione del conflitto amore-religione attraverso un’iperbole squisitamente letteraria”, quale quella che identifica la donna con un angelo.

La metafora della donna-angelo è destinata a molta  fortuna presso gli Stilnovisti, ma è solo con Dante che essa esce dalla categoria degli attributi esornativi per acquisire una connotazione morale e metafisica.

vita-nuova-sesto-centenario-della-morte-dante-3efd5f82-38be-4cc2-9e19-dc4b095728bc.jpegLa vicenda narrata nella Vita nova è possibile dividerla in tre parti: la prima tratta gli effetti che l’amore produce sull’amante, la seconda propone le lodi di Beatrice, la terza la morte della donna. La seconda parte è quella innovativa, perché il poeta, privato del saluto della gentilissima, comprende che la felicità deve nascere non da un appagamento esterno, ma dentro di lui, dalle parole dette in lode della sua donna, senza averne nulla in cambio, così l’amore diviene fine a se stesso e l’appagamento consiste nel contemplare e lodare la sua Beatrice “cosa venuta/ da cielo  in terra a miracolo mostrare” (Vita nova, “Tanto gentile”), cioè angelo che manifesta in terra la potenza divina. Come afferma C. Singleton, questa concezione dell’amore ripropone quella dell’amore mistico elaborata dai teologi medioevali, infatti, alla visione cortese che considera l’amore una passione terrena che, pur  raffinata e sublimata attraverso la sua funzione, non elude mai del tutto il senso di colpa, si sostituisce una considerazione di tale sentimento quale aspetto dell’amore mistico, forza che muove l’universo e che innalza le creature sino a ricongiungersi a Dio.  Insomma l’amore con Dante, afferma il Singleton, diviene un “itinerarium mentis in deum”.      

FRANCESCA LUZZIO 

 

L’autrice di questo saggio acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un testo personale, frutto del suo ingegno. 

“Scritti marchigiani” di Lorenzo Spurio: saggi su autori locali e foto di meraviglie dell’unica regione al plurale

Esce Scritti marchigiani. Istantanee e diapositive letterarie

Poesia e fotografia: il nuovo volume di saggi di Lorenzo Spurio

Cover.jpgIn questo volume è contenuta una scelta di scritti critici di Lorenzo Spurio dedicati all’opera di alcuni poeti e scrittori della sua regione, le Marche, scritti con intenti e finalità diverse negli ultimi cinque anni. Alcuni di essi sono comparsi a corredare le opere degli autori in forma di prefazione, postfazione o nota di lettura, altri, nella forma della recensione, sono stati diffusi su riviste cartacee ed online. Il percorso letterario che il lettore si appresta a compiere è contraddistinto da alcuni itinerari che provvedono a fornire elementi e tracciati per potersi avvicinare, con questo valido supporto ricco di tesi e riflessioni, ad alcune opere letterarie di autori marchigiani. Dopo l’apprezzato progetto di curatela della poesia marchigiana dall’Ottocento ad oggi dal titolo Convivio in versi che lo ha impegnato negli ultimi anni, Spurio ritorna ad occuparsi del concetto di marchigianità coniato da Carlo Antognini, investiga la questione dialettale, canta la sua affascinante Regione -unica al plurale- facendoci conoscere intellettuali di spessore che hanno contraddistinto la storia della poesia italiana e rischiara la luce nel vorticoso panorama dei poeti d’oggi, dedicandosi con perizia e profondità, all’analisi di alcune opere dei poeti marchigiani del nostro periodo che ritiene particolarmente meritevoli di menzione. A completare l’itinerario sono ventiquattro fotografie a colori dello stesso Spurio scattate in altrettanti posti delle Marche ricchi di fascino e storia.

L’autore

fototessera 12-03-2017.jpgLorenzo Spurio (Jesi, 1985) poeta, scrittore e critico letterario. Per la poesia ha pubblicato Neoplasie civili (2014), Le acque depresse (2016) e Tra  gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per Federico García Lorca (2016). Ha curato un’ampia antologia di poeti marchigiani: Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (2016). Per la critica letteraria si è occupato prevalentemente di letteratura straniera con una serie di saggi in volume sull’autore anglosassone Ian McEwan. Autore dello spazio internet Blog Letteratura e Cultura, direttore della rivista aperiodico di letteratura “Euterpe”. E’ Presidente della Associazione Culturale Euterpe di Jesi e Presidente del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”. Ha ottenuto ottimi riconoscimenti e menzioni in numerosi premi letterari.

 

 

 

Scheda del libro:

Titolo: Scritti marchigiani.  Istantanee e diapositive letterarie

Autore: Lorenzo Spurio

Credits: Nota di lettura di Guido Garufi

Editore: Le Mezzelane – anno 2017

ISBN: 9788899964313

Pagine: 270   –  Costo: 14,99 €

Link diretto all’acquisto

Il mondo del teatro, tema del prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” – Scadenza 21-05-17

16299011_1816826958569728_1671577101441895574_nSegnaliamo la selezione per il prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” tutt’ora aperta che scadrà il prossimo 21 maggio 2017.
Il prossimo numero della rivista, il ventitresimo, propone come tema al quale è possibile ispirarsi e rifarsi liberamente quello della “Scrittura teatrale e i suoi interpreti”.
Per poter prendere parte alla selezione dei testi è richiesto di seguire le semplici e basilari “Norme redazionali” presenti sul nostro sito a questo link http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html  pena l’esclusione.
I materiale dovranno essere inviati esclusivamente a mezzo elettronico alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 21 maggio p.v. 

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

“Ritorno al bosco: sinestesie morali” di Francesco Ganzetti

Ritorno al bosco: sinestesie morali di Francesco Ganzetti

SEGNALAZIONE VOLUME

Sinossi:

uIn questo saggio morale si riprende il tema della waldgang Jungeriana e si cerca di declinarla secondo gli attuali temi ecologici e della sostenibilità.
L’autore prima ci accompagna attraverso le sue esperienze sinestetiche per ciascuna essenza arborea, cercando di fonderle agli elementi del mito classico 
e nordico da un lato, alle evidenze scientifiche dall’altro, per ricongiungersi al rapporto morale che l’uomo intrattiene con gli alberi nella vita economica e sociale. 
Si affronta poi il tema del bosco tout court come luogo altro, dove è la comunità a guidare l’individuo, ed il tempo circolare prevale su quello lineare delle religioni monoteiste da un lato,  e della nostra civiltà dei combustibili fossili dall’altro. Nella ultima parte, a maggiore ortodossia filosofica, si riprende la figura del dio dei boschi per eccellenza, Pan,  ripercorrendone la svalutazione cristiana nella figura di un Diavolo sofferente.L’orizzonte poi si allarga sulla teoria di Gaia, ormai evidenza scientifica da una trentina di anni,  come corroborazione della necessità di una morale di comunità che guidi, e quando necessario sovrasti, le necessità di una morale basata precipuamente sull’individuo,  su cui si imperniano tanto i monoteismi che la dottrina liberale classica. Il saggio termina con l’invito sinestetico ad accompagnarci, durante la nostra esplorazione del bosco, con famose composizioni sinfoniche sulle ninfe:  quando intuiremo la presenza di Pan saremo certi di aver intrapreso la giusta via morale.
Alcuni estratti:
“Mi capitò di sedermi dove le piante secche e spinose a fine estate, tipiche della fascia sub-mediterranea,  erano meno frequenti, e di riposare lo sguardo  verso un piccolo pertugio sulla città. Mi fu impossibile non abbandonare ogni tensione alla danza acustica delle tachinidae, piccole mosche a loro modo danzanti, e contemporaneamente, fatto questo sì che mi sorprese, riconoscere fisicamente l’effetto doppler nei loro percorsi erratici: la matematica ci aiuta a spezzettare bellezze troppo complesse per essere colte intere in pezzettini alla nostra misura, visto che le scale fisiche e soprattutto temporali, i tempi lunghissimi dell’evoluzione, non sono immediatamente alla portata della nostra comprensione. “
“Qual è il prezzo che i monaci devono pagare e che ci hanno fatto poi pagare? É difficile resistere alla bellezza del bosco: “il bosco ha orecchie”, come diceva il clero francese, ed è facile invece essere assaliti dalla paura di perdersi nella bellezza diffusa nel bosco: è il così detto attacco di panico, perché Pan, il signore dei satiri e rappresentazione della forza vitale spermogonia, spaventerà così profondamente i primi evangelizzatori nelle foreste, da prenderlo a modello per la rappresentazione del Diavolo, con le corna e le gambe caprine tipici fin dall’iconografia pre-ellenistica. “

“Grendel e il Poeta. Da Beowulf a Shakespeare” di Daniela Quieti sab. 4 marzo alle Giubbe Rosse (Firenze)

Sabato 4 marzo alle ore 17:30 presso il Caffé Letterario “Le Giubbe Rosse” di Firenze (Piazza della Repubblica 13) verrà presentato al pubblico il saggio Grendel e il Poeta. Da Beowulf a Shakespeare della scrittrice, poetessa e critico letterario Daniela Quieti. L’evento si inserisce all’interno degli appuntamenti “Artisti & Autori alle Giubbe rosse” curati da Jacopo Chiostri e Anita Tosi. Interverranno Jacopo Chiostri (giornalista), Roberta Degl’Innocenti (poetessa) e Alessandra Ulivieri (Editrice). L’evento sarà ripreso dalle telecamente di Toscana TV per mezzo dell’inviato Fabrizio Borghini.A conclusione sarà oggerto breve drink/buffet agli intervenuti.

L’autrice

Daniela Quieti, scrittrice e giornalista, vive a Pescara. Iscritta all’Albo dell’Ordine dei giornalisti pubblicisti, è Direttore Responsabile del Periodico Logos Cultura e Presidente dell’omonima Associazione.. Dirige la collana editoriale di narrativa Emotion per la Pegasus Edition ed è nella redazione del quadrimestrale di poesia e letteratura italiana e straniera “I fiori del male”. Ha pubblicato i libri: I colori del parco (2007, poesia); Cerco un pensiero (2008, poesia); Altri Tempi (2009, narrativa); Echi di riti e miti (2010, narrativa); Uno squarcio di sogno (2010, poesia); L’ultima fuga (2011, poesia); Francis Bacon La visione del futuro (2012, saggistica); Quel che resta del tempo(2013, narrativa); Atmosfere (2014, narrativa); La Travolgente domanda – Cent’anni di Prufrock (2015, saggistica); Grendel e il Poeta Da Beowulf a Shakespeare (2016, saggistica). Numerosi i suoi contributi critici in antologie, curatele e volumi collettivi. È storicizzata in testi di letteratura fra cui Letteratura Italiana-Dizionario biobliografico dei poeti e dei narratori italiani dal secondo novecento ad oggi (2010) ed Evoluzione delle forme poetiche (2013).

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“John Milton: Meglio regnare in Inferno che servire in Paradiso” di Giuseppina Vinci

“John Milton: Meglio regnare  in Inferno che servire in Paradiso”

a cura di Giuseppina Vinci 

 

Chiunque abbia letto versi di John Milton, non può non ricordare questi versi. Forti, toccanti, coinvolgenti…. J. Milton, poeta inglese vissuto nel 17° secolo, ci lascia un’opera indimenticabile dal titolo Paradise Lost, quel Paradiso perduto da tutti gli esseri umani dopo quell’atto, quel gesto, quella disubbidienza a Dio ricordato come ”the original sin” di Adamo ed Eva. Un gesto che ha condannato l’essere umano alla schiavitù del peccato secondo la teologia cristiano-cattolica. Gli angeli ribelli, the fallen angels, guidati dall’angelo più bello, Lucifer, cacciati dal Paradiso  per sempre.  Non più speranza, non più riscatto, non più salvezza.

downloadIl capo degli angeli ribelli domina nel suo regno, governa il luogo dove insieme ai suoi seguaci dimora.  Adesso è capo, non più dipendente, capo di una schiera di angeli decaduti. L’atto del servire lo degrada, non può accettare ordini, comandi,  lui deve disporre, governare, altri devono sottostare a lui.

La legge del più forte, del più audace, del condottiero per una causa ”giusta” solo per lui. Nessuno deve essere più forte di lui.  Nessuno più ”illimitato” di lui. Nessuno può o deve dire Cosa deve, può, e in che modo fare. Soltanto lui deve stabilire cosa e come si può fare o è lecito fare. Nessuna sottomissione ad alcuno, nessuna reverenza, niente che possa costringerlo a genuflettersi. Soltanto a lui i comandi, soltanto lui può stabilire e decidere a cosa ci si deve attenere.

Pur avendo ottenuto tutto ciò, pur seguito da  ”angeli ribelli”, avuto una dimora, un ”regno” tutto per lui, non è e non può essere appagato. Non accetta la nuova dimora, non sente di essere  ”re” nel suo nuovo regno,  perché tutto detesta anche il regno dove sarebbe l’unico  capo incontrastato.

”Meglio regnare in inferno che servire in paradiso” potenzia il suo stato, nonostante la nuova inospitale dimora, nonostante gli odori del nuovo ambiente, nonostante la grande rabbia che sovrasta tutto e tutti intorno, lui ”regna” non serve, servire non gli appartiene, non può essere il suo stato. Non lo sarà mai. Perché dal suo stato non si torna indietro. Non può più tornare alla celestiale dimora. Non vuole, non può, il cielo è distante, chiuse le porte, se porte esistono, ormai  è Fuori per sempre. Una lotta infinita è iniziata, non cessa, sarà la lotta eterna tra due Forze e spera di vincere.

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Il poeta fa parlare il più ribelle degli angeli, a tratti sembra condividerne gli umori, lo stato d’animo di chi non ha più voluto  accettare la DIPENDENZA,  di chi non ha voluto sottomettersi a una Volontà Superiore. L’essere servi lo avvilisce, lo umilia, lo annienta.

Le condizioni storico-sociali dell’Inghilterra del 17° secolo, il conflitto e la conseguente guerra civile tra la casa reale inglese e i Roundheads, con la vittoria dei Puritani guidati da Cromwell  ha senza dubbio condizionato e determinato le convinzioni del Poeta, la sua avversione verso la casa reale che rappresentava il potere, il rigore, che aveva soffocato la democrazia a cui il popolo inglese era oramai con e dopo i Tudors legato, Milton si sentiva suo malgrado costretto ad accettare la guida degli Stuarts, diremmo oggi anacronisti, governare secondo il cosiddetto Diritto Divino suonava agli inglesi una forzatura, un ribaltamento della loro civiltà e la fine della democrazia.

E allora la forza, la ribellione contro il potere temporale, contro gli Stuarts appariva come l’unica soluzione. Starà dalla parte di Cromwell e per 20 anni, tanti sono gli anni del Protettorato, appoggerà the Commonwealth.

Milton non giustifica la ribellione di Lucifero verso Dio, ma potremmo dire trova ”legittimo” quel gesto, quell’atto, quella sorta di coraggio, di impeto, di volontà forte a non sottomettersi a quella che ai suoi occhi, purtroppo, è ritenuta tirannia. La volontà di sapere, di conoscere gli appare negata, e non potendo giungere alla piena conoscenza, al sapere assoluto e universale, cerca e vi riesce, di convincere gli  altri a ribellarsi, con il risultato di essere cacciati anche loro dalla dimora a loro concessa. Da qui il pianto, la sofferenza di essere diseredati, l’eredità assegnata tolta, non più paradiso ma inferno, non più condivisione ma separazione da Dio.

L’eredità, gratuitamente data, ora bisogna riottenerla e i  modi e le vie sono tante e sconosciuti.

L’Albero della Conoscenza del Bene e del Male è inavvicinabile, lontano dalla loro vista, una vista divenuta miope, distante dalla Verità. Non resta che la sofferenza, quello stato di sofferenza comune a chi ha scelto la separazione e il distacco in nome della libertà.

La libertà, la facoltà di sentirsi non sottoposti, non sottomessi è lo stato e del primo RIBELLE  della storia umana e di tutti gli esseri che consapevolmente e/o no hanno seguito e seguono le sue tracce, le sue orme. In nome della libertà, dell’autonomia, della gestione del proprio io, si innalza una barriera, un muro, si esce da una ”porta” per entrare verso un’altra non definibile, sconosciuta, dalla quale non sai ove precipiti. Storia di esseri umani, di esseri alla conquista della libertà, della indipendenza, percorsi mai conosciuti ma allettanti, l’uomo che scopre, che distingue, che scruta o si allontana dalle origini o si avvicina alle origini,  un mistero tutto da svelare.

Giuseppina Vinci

L’autrice di questo saggio acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un testo personale, frutto del suo ingegno.