“Morte a Milano – Ernest” di Antonio G. D’Errico – Prefazione di Michela Zanarella

Prefazione di MICHELA ZANARELLA

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Lo sviluppo del genere noir è fluttuante, così come si evidenzia nel romanzo di Antonio G. D’Errico, e ancora oggi per i suoi scenari cupi e pessimisti ha i suoi adepti. Il noir tratta la realtà senza tante illusioni di salvezza o miglioramento, dove il male si è impossessato di insospettabili uomini. Le ambiguità delle situazioni sociali suggeriscono il ricorso alla psicoanalisi. Questi complessi fattori rappresentano, in nuce, il lato oscuro del comportamento umano. L’universo del noir è rappresentato per lo più da uomini soli che vagano spinti da motivazioni sconosciute, che risiedono nel profondo del loro passato abusato e travagliato. Sono personaggi spesso rudi, malinconici, che percorrono itinerari cittadini, dove non c’è possibilità di salvezza in una società ostile e internamente malata. Antonio G. D’Errico è uno scrittore di talento che sa muoversi bene in più generi letterari. ‘Ernest. Morte a Milano’ è un noir di qualità, scritto con un linguaggio moderno, avvincente, dallo stile originale e interessante. La trama parte dalla traduzione di un manoscritto di Monnais, già edito in Francia, che l’editore italiano vorrebbe far conoscere ai suoi lettori. Il romanzo si apre sul dialogo tra lui ed un suo collaboratore, al quale chiede con insistenza a che punto sia la traduzione del libro. Il traduttore, preso dalla rabbia e dall’inquietudine per quel comando a sbrigarsi nel lavoro, presenta il protagonista della storia di Monnais: Ernest, un giovane rimasto orfano della madre, mandato dal padre a vivere con gli zii. Qui non voglio svelare alcun altro passo ai lettori. Pagina dopo pagina ci si accorgerà comunque dei disagi psicologici esistenziali, tra cui realtà o fantasie erotiche subite per troppo tempo taciute, sdoppiamenti, riflessi.  Il traduttore, andando avanti nel suo lavoro, presuppone che Monnais cerchi di alleggerire il peso della vergogna, assegnandone una parte a un altro personaggio, la zia, colpevole di un lungo silenzio. Si interroga sulle soluzioni narrative dell’autore francese. Domande e risposte saranno opera dei lettori di questo avvincente noir. Su tutto dominano i bagliori di ombre oscure di Henry James in ‘Ritratto di signora”. Sembra quasi che le esistenze dei personaggi confluiscano in un unicum narrativo dove D’Errico ha la chiave della soluzione. L’autore è abile nel proporre il mistero, suscitando curiosità. Crimini, avvicendamenti, omissioni, omicidi, da chi sono compiuti? In un alternarsi di identità, tra realtà e mistero, si snoda tutta la vicenda che rende particolarmente intrigante il libro di Antonio G. D’Errico, ambientato nella nordica città scaligera. L’autore è riuscito a costruire un noir che ha tutte le caratteristiche tipiche del genere: esiste un assassino, c’è un’indagine, gli indizi e le ipotesi sembrano casuali, ma non è così, nasce una sfida per scoprire il perché, si va alla ricerca di una verità tra vendette e rancori. Si susseguono emozioni e sentimenti contrastanti. Si racconta di violenza, abusi, amore, abbandoni, possessione, nostalgia, gelosia, disagi psicologici e follia: le molteplici fragilità umane. Con un’analisi quanto mai lucida e attenta della società, D’Errico ci proietta in una dimensione in cui finzione e realtà si intersecano e si sovrappongono in un interscambio emotivo: si entra in un labirinto di pensieri e ci si trova a dover scostare il buio, a farlo affiorare per poi poterlo affrontare. La scrittura è matura, consapevole, molto visiva e cinematografica, non ci sono mai tentennamenti narrativi o eccessive forzature e pesantezze linguistiche. Tutto scorre fluido, mentre la suspence cresce scena dopo scena. Si delinea il ritratto di un uomo smarrito e svuotato della sua identità, che non si fida di nessuno, nemmeno di se stesso. Il protagonista incarna l’uomo di oggi senza certezze, vive nel dubbio, crede di saper amare e si aggrappa alla sete di vendetta, pensando che sia l’unica soluzione per risollevare le sorti dell’umanità. Sulla scia di Raymond Chandler, altro maestro moderno del noir, ci troviamo in questo romanzo a scandagliare la psiche, ad affrontarne i limiti, a conoscere la paura, accettandone le contraddizioni. Solo andando oltre le cose e vivendo si può riuscire a trovare il giusto equilibrio. D’Errico ci accompagna in un viaggio dell’anima, dove l’unica soluzione per il lettore è arrivare alla fine.

 

SINOSSI DEL LIBRO

Dino Lenza, traduttore di romanzi gialli, è alle prese con l’ultimo lavoro dello scrittore francese Jean Baptiste Monnais, dal titolo “La morte di uno sconosciuto”. Il protagonista è il giovane Ernest, che è stato vittima da bambino di ripetute violenze sessuali da parte dello zio. Lenza resta scosso da quelle descrizioni, rivivendo le angosce del personaggio, immedesimandosi nei suoi stati d’animo. Trova anche nei tratti somatici del protagonista una certa somiglianza coi suoi. Viene colto da un moto intimo di rabbia, come non si era mai manifestato prima.

Elimina completamente dalla traduzione le pagine scritte dell’autore francese e inizia la scrittura del suo giallo. I toni si fanno aspri e cruenti, il cinismo e la follia omicida non lasciano più uno spiraglio per il perdono. Il commissario incaricato delle indagini, pur nutrendo forti sospetti su tutti quegli omicidi, non riesce a trovare una spiegazione efficace per evitarli.

Una figura di rilievo della narrazione è la zia del giovane traduttore, pittrice famosa e donna di grande bellezza. Il rapporto tra i due lascia intravvedere un’ossessione seduttiva reciproca.

 

L’AUTORE

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Antonio G. D’Errico, poeta, scrittore e sceneggiatore. Premio Grinzane Pavese, nel 1998 e nel 2000. Ha scritto numerosi testi di argomento musicale. Nel 2011 pubblica per Rizzoli la biografia di Eugenio Finardi, Spostare l’orizzonte, scritta insieme al cantautore milanese e, nel 2015, esce presso Mondadori con la biografia di Pino Daniele, Je sto vicino a te, scritta insieme a Nello Daniele, fratello di Pino. Il suo esordio nella letteratura di genere noir gli vede assegnare il terzo posto dalla giuria dei lettori al “Premio Scerbanenco, Courmayeur noir in festival”, con l’opera per ragazzi Il Discepolo, ispirato ai fatti di cronaca legati alla sette sataniche. Successivamente dà alle stampe l’originale thriller sul mondo della scuola, La governante Tilde. Con Morte a Milanoritorna al noir tematico di genere, dopo aver pubblicato da poco per Controluna edizioni la delicatissima silloge poetica dal titolo Amori trovati per strada (Luglio 2018).

 

L’autrice della prefazione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

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L’ombra, il silenzio e la musica dei fiori: “Rifrazioni” di Elio Pecora. Recensione di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini

 

La pazienza maggiore l’ha dovuta a se stesso:

ha patito le paure nuove del bambino,

i fantasmi esagitati dell’adolescente,

le saracinesche arrugginite dell’ansia,

il tramutare scomposto delle carni

i cumuli delle ombre, gli intoppi della memoria.[1]

Negli splendidi versi si trasfigura ellitticamente in III persona, con intensa e disarmante sincerità, il soggetto poetante di Rifrazioni (Mondadori, 2018), ungarettiano “uomo dai piedi lenti” che si reinventa ogni istante e ogni ora, non ha fiato bastante/per rincorrere tutto/quel che gli corre davanti/e che dietro s’inombra e pure – disincantato e disilluso, acceso di ansia e di sogni, senza più un altare né un dio da pregare – di continuo si adopera a procacciarsi piacere, a medicare il dolore. Infinitesima “fibra” di una galassia/universo, baudelairianamente condannato – fra i detriti di un assordante, tumultuoso presente in rovina – ad annaspare nel fango, occhieggiando le stelle, alimenta tenace e mai disperato la fame e la sete dell’Anima, intende “il linguaggio delle cose mute”, contempla estatico il profilo della luna vestito del suo poco, rinchiuso/nei suoi sonni che sognano mentre il tempo precipita vorticoso senza prospettive di edeniche stasi.

978880468746HIG-310x480.jpgAlla dimensione di una contemporaneità che opprime ed assedia l’io lirico (mai l’autore ne rinnega la voce), funestata da ruberie e delitti, eccidi ed eccessi, guerre che servono a scherani del raggiro seduti a legiferare sulle immondizie[2] e piazze che chiedono un altro presente, sussulti sismici e naufragi etici – nessuno sbarco stanotte a Lampedusa/nessun morto per mareil futuro?Una marea fangosa che avanza mentre nei giovani vacilla la speranza – si contrappone la memoria di un passato che assume le fattezze di ombre (di dove vengono a lui che non le ha chiamate? Ma chi si cerca è trovato a sua volta da un’ombra), inconsciamente evocate da un Oltre che non è Ade ma Paese dei Cimmeri se possono sostare in limine fra la vita e la morte, ferme alle porte di una città senza nome, vaganti ancora nel recinto brulicante dei vivi. Sono tante, presenza irrequieta e leggera nel rumore dei giorni, folla silente in mezzo a noi che ci chiama e muta risponde alle domande mute senza nulla chiedere se non permanere dopo l’addio, nel breve saluto di un incontro inusuale e possibile solo che Elio/Orfeo lo desideri quanto loro.[3] E se è vero che moriamo alla morte dell’ultimo che ci ha conosciuti e non è perdita l’addio se lascia tracce nelle stanze aperte del cuore, il dialogo con loro – in una delle sezioni più suggestive  della silloge dall’ossimorico-sinestetico titolo “Lo spessore dell’ombra” – è struggente e vivissimo. Hanno mani, piedi, gesti queste anime assiepate nel sogno della mente e celate dietro pudiche sigle: si chiamano Arsenio, padre con cinquant’anni di mare alle spalle, Elena – dantesca figlia di suo figlio dal volto fermo e quieto, sublime ritratto di madre che rinvia a quelli di Montale e Ungaretti – Luciano, Dario, Sandro, sodali voci liriche di un cammino letterario condiviso, l’aspra, manichea Elsa dagli occhi di agata – amica e nemica insieme, scrittrice come le infelici Amelia ed un’altra Elsa ingiustamente esiliata dalla fama – mentre accanto ai fantasmi mai ingombranti nella loro autorevolezza di Alberto e Aldo si profilano quelli modesti e umanissimi di Aduccia e Rosella, rimpiante testimoni della giovinezza santarsenese. Sono tanti e tutti i loro nomi

… s’annidano nei nomi, non è la memoria

a chiamarli, si compitano su un’oscura lavagna,

intanto che vanno chiarendosi le facce,

muovendosi le figure nei fruscii delle foglie.

Ciascuno va a porsi in un suo spazio appartato,

chiede una sua misura, un suo incerto restare.[4]

 Troppo risoluta, comunque, in Elio Pecora la volontà di risillabare la speranza e, pure a tentoni, aprirsi un montaliano varco cercandosi dentro più alto e ampio il respiro per concedere ai morti l’egoistico mandato di (tornare a) vivere accanto sé, seduzione alla fine perdente di paralizzanti “nidi”. Ferma e pronta la risposta al loro accorato richiamo e imperitura la promessa di perpetuarne il ricordo, ma la sua è poesia “della” e “per” la vita, Eros vince Thanatos, i piedi devono riprendere ad andare e nel presente, pure abitacolo in rovina, deve inevitabilmente giocarsi la personale scommessa esistenziale, anche quando il pianto punge gli occhi/e in petto s’annoda o un grido chiude la gola. Così, mentre tutto sembra perduto e si cammina per arrivare a fine giornata, trasfigurate nei topoi dialettici luce/ombra (quel che chiamiamo sublime/sta nell’ombra…luce è solo verità iniziale) e rumore/silenzio (succede alle Furie del primo, incontaminato attende chi sa di portarselo dentro), la tensione dell’attesa che non smette di origliare e l’irriducibile fiducia in una felicità che non transige e non si pronuncia, ma cui pure il poeta non intende rinunciare, si sciolgono nel recupero di un tenace rapporto con il vissuto e di un mai domo sentimento dell’amore. Presenze/emblemi stavolta vive, discrete e nemmeno chiamate del quotidiano, il violinista sulla metro, il barbone che regala i suoi versi sconnessi, il vecchio che blatera, la badante moldava, umanità varia, dolente e nemica a se stessa, si stringono intorno a lui che – capace di emozionarsi per la corolla di un fiore, il profilo minuto di un adolescente nell’autobus affollato, una voce al telefono – attraversa solidale, sebbene non vi scorga il posto appartato in cui riconoscersi, un mondo miracolosamente popolato di storie[5] le quali

 …riempiono una strada,

un incrocio, una stanza, e in ciascuna

un intrico, un subisso di domande,

di risposte accennate, di pretese.

“C’era una volta un principe infelice”

poi fu felice, e questa era la fiaba.[6]

 L’amore, dal canto suo, si “rifrange” più di quanto non appaia ad una prima lettura lungo tutta la raccolta, illuminandola anche quando si connota come inganno, disfatta, promessa bugiarda, appassionato segno non corrisposto, aspettativa che si teme vana e rimanda a Saffo e alla Cvetaeva. In ogni caso, nella consapevolezza che il dio frecciuto ignora età e tattiche, nessuna concessione a rassicuranti proiezioni ideali, solo (solo?) la risoluta persistenza del desiderio che rende divini, è stordimento fresco e lieve, basta a se stesso e, caparbio bagliore dentro l’addio, brilla inesausto ed irrinunciabile.

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Elio Pecora 

Alla fine il tumulto da 100.000 watt di una città infernale con i suoi dannati che vanno/avvoltolati d’ansia/per ignoti traguardi non impedisce di auscoltare a chi sa/può/vuole le vibrazioni di viole, timpani, flauti, pascoliani sistri o di un oboe dall’invidiabile fortuna letteraria e al viluppo di inganni, scandali, miserie si oppone, non-luogo fuori del tempo, un miracoloso orto di verdi che svariano ove si declina una flora odorosa e rassicurante, umile e rara a un tempo: dalie, ibiscus, ulivi, gigli, ortensie, il loto e il gigantesco agrifoglio, la zinnia e la catalpa bignonia, foscoliani tigli, (ancora pascoliani) pioppi, il salice con la sua canzone e lo screzio sorpreso di Desdemona, il croco e l’acacia (recisa da uno schianto del fulmine, non dal “freddo” di una forbice)[7] cari all’autore di Ossi. In questo giardino ai piedi di una collina, Pecora rinviene i termini esatti e svelati atti a rendere, contro il fragore di un tempo che contiamo a minuti, la spasmodica tensione interiore e a “sciogliere il canto” del niente nel niente: se da un lato la sua cifra stilistica, esclusiva ed evocativa nella trasparente intelligibilità (echi di Saba, Penna, Pasolini e Montale convivono in un tessuto unico ed originale), garantisce una convinta adesione al reale, senza mai cedere al rispecchiamento – a volte trasandato – di certa lirica contemporanea, dall’altro le parole che gli si chiedono non possono risultare tanto scarne e sommesse/da evaporare come fuochi di foglie secche[8] né intessute di sonorità leziose: esprimono invece – spesso attraverso il ricorso ad anastrofi ed iperbati – lo strappo, l’incaglio, la discordanza infeltrita di una vigile e sofferta resa formale. Lessicalmente in magistrale equilibrio fra classicismo e crepuscolare “grado zero”, vengono meticolosamente scelte come un tubero o un seme da interrare[9] che produrrà, forse, senza illusori ottimismi, un frutto, un fiore/una foglia minuscola…non più di un cenno, un avvio/per un altrove nemmeno ancora intravisto

 MARCO CAMERINI

NOTE:

[1] E. PECORA, Rifrazioni, Mondadori, Milano 2018, p.52. Verranno citati i riferimenti alle pagine dei soli versi riportati in modo più ampio, non di quelli (in corsivo) che costituiscono una sorta di corpo unico con il testo e vi sono strettamente integrati.

[2] Per il termine scherani cfr. “La primavera hitleriana”, E. MONTALE, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2013 [1984], p.256.

[3] Nella evidente diversità delle opere, questo espediente sospensivo fra l’immanente ed il trascendente è il motivo ispiratore di un intrigante romanzo di G. Saunders, Lincoln nel bardo, Feltrinelli 2017 (vincitore del Man Booker Prize) che prende spunto dall’episodio – storicamente accertato –  del Presidente americano il quale visitò più volte la bara del figlio prematuramente scomparso imponendo che non venisse chiusa.

[4] E. PECORA, Rifrazioni, cit., p.110.

[5] Proprio la lirica “”Nell’immenso ordito…” (p. 31) – cui si riferiscono le figure citate –  ci sembra presenti significative affinità con “Città vecchia” di Saba (cfr., in particolare, il vecchio che blatera con il vecchio che bestemmia), autore non estraneo a Pecora per i comuni richiami minimalisti ad una quotidianità “senza storia”.

[6] E. PECORA, ivi, p.144.

[7] Cfr. “Non recidere, forbice, quel volto”, E. MONTALE, Tutte le poesie, cit., p.156.

[8] Cfr. la storta sillaba e secca come un ramo di “Non chiederci la parola”, ivi, p.29.

[9] Il verbo ci pare richiami, nell’urgenza di una resa poetica definitiva e radicata nel profondo, la parola scavata dell’ungarettiano “Commiato”, cfr. G. UNGARETTI, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1972, p.58.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

A Jesi la premiazione del Premio di Poesia “L’arte in versi”. Premio alla Carriera ad Anna Santoliquido. La cerimonia sabato 10 novembre a Palazzo dei Convegni

Sabato 10 novembre 2018 a partire dalle ore 17 presso la suggestiva location della Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (Ancona) sita nel Centro Storico della Città Federiciana (Corso Giacomo Matteotti n°19) si terrà l’attesa cerimonia di premiazione della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”. Il noto premio letterario, ideato e presieduto dal poeta e critico letterario jesino Lorenzo Spurio, quest’anno ha visto un ulteriore incremento di partecipazione nelle varie sezioni che sono state introdotte. Al fianco delle già assodate sezioni della Poesia in lingua italiana, poesia in dialetto, haiku e critica letteraria, infatti, si sono aggiunte, con particolare entusiasmo di partecipanti, le sezioni del libro edito di poesia, della video-poesia e della prefazione del libro di poesia.

Le Commissioni di Giuria, differenziate per le varie sezioni di riferimento, erano presiedute dalla poetessa e giornalista Michela Zanarella, e composte da poeti, scrittori ed esponenti del panorama culturale italiano contemporaneo: Vincenzo Monfregola, Emanuele Marcuccio, Rita Stanzione, Stefano Baldinu, Giuseppe Guidolin, Antonio Maddamma, Elvio Angeletti, Valentina Meloni, Alessandra Prospero, Fabia Binci, Antonio Sacco, Stefano Caranti, Max Ponte, Marco Vaira e Guido Tracanna, Francesco Martillotto, Antonio Melillo, Cinzia Baldazzi, Luciano Domenighini.

Tale Giuria si è espressa sulle 519 poesie in italiano, 115 poesie in dialetto, 62 libri di poesia, 102 haiku, 21 video-poesie, 20 critiche letterarie e 12 prefazione giunte per un totale di 851 opere a concorso.

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Un momento della premiazione della precedente edizione del Premio (anno 2017). Nella foto da sx: i membri di Giuria Valentina Meloni, Alessandra Prospero, Susanna Polimanti (Presidente di Giuria di quella edizione) e Lorenzo Spurio (Presidente del Premio)

Vincitori assoluti sono risultati: per la sezione A (Poesia in italiano) 1° premio ad Antonio Damiano di Latina, 2° Premio a Emanuele Rocco di Pescara, 3° premio a pari-merito Carla Maria Casula di Alghero (SS) e Laura Moro di Altivole (TV); per la sezione B (Poesia in dialetto e lingua straniera): 1° Premio a Valeria D’Amico di Foggia; 2° Premio a Nerina Ardizzoni di Renazzo (FE), 3° Premio ad Angelo Canino di Acri (CS);  per la sezione C (Libro edito di poesia) 1° premio a Gianfranco Isetta di Castelnuovo Scrivia (AL), 2° Premio ad Antonio Spagnuolo di Napoli, 3° Premio a Luca Cipolla di Cesano Boscone (MI); per la sezione D (Haiku) 1° Premio ad Alberto Baroni di Viadana (MN), 2° Premio ad Ornella Vallino di Pavone Canavese (TO), 3° Premio a Cinzia Pitingaro di Castelbuono (PA); Sezione E (Video-poesia) 1° Premio a Rosy Gallace di Rescaldina (MI), 2° Premio a Simona Giorgi di Sarzana (SP), 3° Premio ad Antonella Sica di Genova; per la sezione F (Critica Letteraria): Carmelo Consoli di Firenze, 2° Premio Denise Grasselli di Tolentino (MC), 3° Premio Carmen De Stasio di Brindisi; Sezione G (Prefazione di Libro di Poesia): 1° Premio Fabia Baldi di Piombino (LI), 2° Premio Katia Debora Melis di Selargius (CA), 3° Premio Lucia Bonanni di Scarperia (FI).

Premi Speciali sono stati conferiti ad altre opere particolarmente meritorie tra cui Sara Francucci di Cingoli (MC) vincitrice del Premio del Presidente di Giuria; Giovanni Tavcar di Trieste vincitore del Premio della Critica; Mario De Rosa di Morano Calabro (CS) vincitore del “Trofeo Euterpe”, Angela Catolfi di Treia (MC) vincitrice del Premio “Picus Poeticum” assegnato alla migliore opera di un poeta marchigiano; l’autore rumeno Dumitru Galesanu vincitore del Premio Speciale per il miglior autore straniero; Giancarlo Colella di Acquarica del Capo (LE) vincitore del Premio Speciale per la poesia satirica; Elena Maneo di Mestre (VE) vincitrice del Premio Speciale “Il Cigno Bianco” donato dall’omonima Associazione Culturale di Bitetto (BA) (presidente Tonia Appice) che collabora al Premio; Laura Vargiu di Siliqua (CA) vincitrice del Premio Speciale “Verbumlandi-art” donato dall’omonima Associazione Culturale di Galatone (LE) (presidente Regina Resta) che collabora al Premio; Antonio Scommegna di Savigliano (CN) per la migliore opera a tema la natura vincitore del Premio Speciale “Le Ragunanze”, premio donato dall’omonima associazione culturale di Roma (presidente Michela Zanarella) che collabora al Premio; Rita Marchegiani di Montecassiano (MC) vincitrice del Premio Speciale “Arte per Amore”, con la migliore opera a tema amoroso, premio donato dall’omonima Associazione Culturale di Seravezza (LU) (presidente Barbara Benedetti) che collabora al Premio; Giuseppe La Rocca di Trappeto (PA) vincitore del Premio Speciale “ASAS” per la migliore opera in siciliano, premio gentilmente donato dall’Associazione Siciliana Arte e Scienza (ASAS) di Messina (presidente Flavia Vizzari) che collabora al Premio; Massimiliano Pricoco di Augusta (SR) vincitore del Premio Speciale “Centro Insieme”, per la migliore opera sulla legalità/temi sociali, premio donato dall’omonima Associazione Culturale di Scampia di Napoli (Presidente Vincenzo Monfregola) che collabora al Premio.

Momento di alta intensità della serata sarà rivolto al ricordo compartecipe e celebrativo di due insigni poeti contemporanei che ci hanno lasciato e la cui eredità culturale e letteraria è assai importante tramandare: il poeta maceratese Gian Mario Maulo (1943-2014), nonché ex-sindaco di Macerata e protagonista di varie iniziative poetiche nel territorio maceratese, autore di libri di poesia e amato docente all’Istituto “Ricci” di Macerata e Amerigo Iannacone (1950-2017), poeta, scrittore, saggista, noto esperantista di Venafro (Isernia) nonché fondatore e collaboratore di riviste letterarie e fondatore della casa editrice Edizioni Eva di Venafro, voce importante del Meridione, dell’Irpinia, dell’Alto Sannio e del Matese, propulsore infaticabile di reading, incontri letterari e presenze in conferenze esperantiste. Entrambi verranno ricordati mediante gli interventi di alcuni familiari, la lettura di alcune liriche e la declamazione delle motivazioni di conferimento dei relativi premi da parte di Lorenzo Spurio, Presidente del Premio. La notizia di tali conferimenti “ad memoriam” è stata diffusa nelle scorse settimane sulle maggiori testare locali e regionali marchigiane e molisane tra cui “Picchio News”, “Cronache Maceratesi”, “TM Notizie”, “Il Cittadino di Recanati”, “L’Eco delle Marche” e “Molise Tabloid”, “Molise News 24”, “Primo Piano Molise”, “Isnews” e numerose altre.

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Il poeta ed ex-Sindaco di Macerata Gian Mario Maulo al quale verrà conferito uno dei due Premi Speciali “Alla Memoria”

 

thIl Premio “Alla Carriera 2018 del Premio “L’arte in versi” sarà, invece, assegnato alla nota poetessa e scrittrice Anna Santoloquido (foto a sinistra) nativa di Forenza (PZ) ma attiva da anni a Bari. La poetessa darà lettura ad alcuni suoi componimenti scelti e la Presidente di Giuria, Michela Zanarella, declamerà la motivazione del conferimento di questo premio speciale. La Santoliquido è autrice di numerosi libri di poesia, tanto in Italia che all’estero, ha curato antologie prestigiose e preso parte a conferenze e incontri collettivi, premiata in numerosi contesti letterari è considerata una delle maggiori poetesse italiane contemporanee.

I lettori Patrizia Giardini e Marcello Moscoloni presteranno la voce per la recitazione di alcuni brani vincitori i cui autori verranno premiati durante la serata.

L’evento è organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi con i Patrocini Morali delle Regioni Marche e Molise, delle Provincie di Ancona, Macerata e Isernia, dei Comuni di Jesi, Venafro, Isernia e Macerata e con la collaborazione dei Musei Civici di Jesi, del Museo “Stupor Mundi” Federico II di Jesi e delle Associazioni Culturali “Le Ragunanze” di Roma, “Centro Insieme Onlus” di Scampia di Napoli, “Verbumlandi-art” di Galatone (Lecce), “Il Cigno Bianco Onlus” di Bitetto (Bari), “ASAS” di Messina e “Arte per Amore” di Seravezza (Lucca).

 

INFO:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Mail Premio: premiodipoesialarteinversi@gmail.com

Tel: (+39) 328 3929819

(Anche Sms e WhatsApp)

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Il prossimo numero di “Euterpe”: “Letteratura e musica: influenze e contaminazioni” (scadenza call-of-paper 20/12/2018)

Articolo di Lorenzo Spurio 

discobase_bennato_burattino_cover.jpgPer parlare del rapporto tra musica e poesia dovremmo ripercorrere le pagine della storia dell’antichità quando la poesia, sia in contesti conviviali che retorici, veniva recitata oralmente accompagnata da varie tipologie di strumenti musicali. La poesia greca ne è un chiaro esempio ma anche le chanson de geste e, ancora, tutti quei componimenti poetici ed epigrammatici che venivano condivisi pubblicamente, in situazioni di festa o più formali. Non va neppure dimenticata la letteratura per l’infanzia dove, nelle favole, racconti e ninne-nanne, fa uso di ritornelli, forme onomatopeiche, canzoncini, forme ballate e tanti altri stratagemmi che hanno una funzione e un intendimento musicale e allitterativo. Si pensi ad esempio a Edoardo Bennato il cui successo musicale è derivato forse in gran parte dai suoi album d’esordio “Burattino senza fili” (1977) e “Sono solo canzonette” (1980) ispirati rispettivamente a “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi e “Le avventure di Peter Pan” di J.M Barrie.

 La musica, più che rappresentare un “accompagnamento” era una sorta di ingrediente fondamentale e imprescindibile: chi recitava modellava i suoi versi anche in base alle tonalità e all’andamento della musica che veniva proposta. Pensando a un poeta dell’età contemporanea quale Federico Garcia Lorca dovremmo chiederci se le sue tante baladas, baladillas e romances, non siano, forse, prima che poesia, dei testi effettivamente dall’impronta musicale. L’autore granadino, grande amante della cultura popolare andalusa, fu anche attento musico e tutte le sue composizione localizzabili nelle opere magistrali de “Poema del Cante Jondo” e “Romancero gitano” hanno una strutturazione, un’impalcatura e un’origine che non può non dirsi radicata nel folklorismo musicale gitano (si pensi agli altri generi del zorogno e della seguidilla da lui spesso usate). Chiaramente si tratta solo di un esempio e numerosi altri potrebbero essere portati per mostrare come il testo (sia esso scritto che orale, anzi, dovremmo dire più genericamente “la parola”) e la musica abbiano avuto un connubio assai radicato, stretto e di successo in varie circostanze.

Trasportandoci all’età contemporanea risulta piuttosto dire se alcuni testi di Fabrizio De André e di Franco Battiato (solo per citare due delle maggiori voci cantautori ali nostrane) abbiano fatto musica o poesia. La risposta più plausibile è che abbiano fatto, congiuntamente, entrambe e nel modo più alto.

C’è poi tutto un altro filone di esperienze, che vanno senz’altro tenute in considerazione, che riguardano quei testi musicali che nascono a partire da influenze letterarie vale a dire opere, autori, poesie che in alcuni cantautori hanno motivato alla scrittura di testi dedicati, ad essi ispirati, celebrativi, e via discorrendo. La giornalista Ilaria Liparoti in un interessante articolo apparso su “Il Libraio” nel 2016 così osservava: “L’ispirazione può essere palese sin dal titolo e ritornello oppure più velata. Veri e propri “metatesti” o più semplicemente parole che attraverso le note conoscono nuova vita”.[1] Se si pensa che la canzone “Elemosina” inserita come traccia nel cd “Max Gazzè” (2000) dell’omonimo artista non è che la traduzione in italiano (arrangiata dal musicista) della poesia di Mallarmé, ben comprendiamo come il legame tra poesia e musica sia forte e reversibile, continuo e prospero. Il fatto che l’artista romano sia influenzato o in qualche modo attratto dalla figura del poeta maledetto francese è rimarcata dal fatto che lo cita in un’altra sua canzone, divenuta molto celebre, “Su un ciliegio esterno”, gioiosamente cantabile nei concerti.

Chiaramente non è solo la poesia a influenzare, motivare, intrecciare o determinare contesti musicali ma ogni altro genere della letteratura.

Il prossimo numero della rivista “Euterpe”, la cui scadenza di invio dei materiali è fissata al 20 dicembre 2018, proporrà come tema proprio “Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”. Per prendere parte alla selezione di materiali si ricorda di prendere visione delle “norme redazionali” presenti a questo link tenendo presente del recente riammodernamento della rivista nelle sue rubriche di Poesia; Aforismi; Saggistica (Articoli; Critica Letteraria; Recensioni). Su FB l’evento relativo al nuovo numero, dove è possibile seguire l’iter dello svolgimento e rimanere in contatto, è raggiungibile a questo link.

[1] Ilaria Liparoti, “Dai Rolling Stones a De André: quando la letteratura ispira la musica”, “Il Libraio”, 21/04/2016, https://www.illibraio.it/letteratura-ispira-musica-331782/

Esce “Il sospiro di Medusa”. La nota performer maceratese Morena Oro destruttura il mito classico e denuncia l’ipocrisia

A cura di Lorenzo Spurio

Allora l’esser mostro mi consola, 

riabilita l’anima mia intoccabile

ormai da qualsiasi dissacrazione.

È uscito da poche settimane il nuovo libro di poesie della poetessa e performer maceratese Morena Oro, Il sospiro di Medusa, per i tipi di Le Mezzelane Editore di Santa Maria Nuova (AN). Il titolo, evocativo nei suoi legami più classici al noto mito di Medusa, richiama da subito un universo altro e sospeso immergendoci in un’alterità mitologica dalla quale, però, la Nostra subito intende smarcarsi; difatti nella sinossi da lei scritta e diffusa sul sito della casa editrice leggiamo: «La Medusa di Morena Oro si ribella all’interpretazione stereotipata del mito che la riguarda, vuol prendere coscienza del proprio ruolo all’interno di quella mitologia e stravolgerlo, sovvertirlo, farlo avanzare verso l’infinitudine delle possibilità ancora sconosciute ai più […] Questa Medusa sospirante non è che il mostro che ha compassione di se stesso, che si ama profondamente accettando la propria condizione divenuta simulacro della negazione degli altri al cospetto delle proprie deformità interiori. […] In ogni donna uccisa, decollata nel sonno, urla il mostro arbitrariamente giustiziato di Medusa».

La storia del mito di Medusa, che è ben nota ai più, è bene a questo punto richiamarla per una ragione semplicissima, ovvero per poter comprendere come poi, col suo lavoro, Morena Oro abbia operato secondo un approccio de-costruttivista (Guy Debord decostruiva spazi, qui si decostruisce miti), riscrivendone le peculiarità di questo personaggio diabolico e misterioso al contempo. De-costruire, che è un atto automatico e rigenerativo, prevede una sperimentazione autentica che porta a una nuova “costruzione”: la Medusa di Morena Oro, pur avendo senso per essere ciò che è e che comunemente noi concepiamo richiamando la mitologia e i riferimenti classici è, però, anche altro, perché ricaricata di un significato che l’autrice stessa ha deciso di affidarle.

L’etimologia di “medusa” sembra essere dubbia al punto tale che vi sarebbero varie idee al riguardo. L’idea preponderante che viene comunemente presa come maggiormente valida è quella di vedere la parola quale derivato del nome proprio di Medea il cui significato ha a che vedere con la capacità attrattiva e seducente, dell’ammaliare. Medusa si contraddistingue per essere un mostro alato dalle sembianze femminili, creduta come la più orribile e l’unica delle tre Gorgoni a non essere immortale.[1] Dal nome di Medusa deriverebbero terminologie la cui comprensione è facilitata se si pensa al comportamento della divinità, che hanno scarso impiego nell’uso comune della lingua: “medusare” quale sinonimo di “ammaliare” e “meduseo” ad intendere qualcosa che abbia natura ambigua e sinistra: ammaliante e tremenda al contempo o che si riferisca a qualche peculiarità fisica della divinità (la capigliatura con serpenti o la prerogativa pietrificatrice). Risulta dunque utile ed elemento di contestualizzazione ricordare l’origine classica del mito di questa figura ammaliante e intimorente; ne Le Metamorfosi[2] di Ovidio la vicenda di Medusa è contenuta nei Libri IV e V:  figlia di Forco, di lei si parla della “potenza del mostro” (Libro IV, v. 745)[3] e come “orrenda Medusa” (Libro IV, v. 784) e delle sue peculiarità trasformative da animato a inanimato (in roccia, per l’esattezza): “Per aver guardato la Medusa, erano stati mutati in pietra, perdendo la loro natura” (Libro IV, vv. 781-782). Medusa è l’unica “delle sorelle [che] portasse i serpenti intrecciati ai capelli” (Libro IV, vv.792-793), essere malevolo la cui fine, forse, ripaga della malvagità della sua essenza capace, però, di una progenie buona, il poco noto Crisaore, capostipite di una schiera di giganti.

La prima presentazione del volume si terrà a Corridonia (MC) il prossimo 28 ottobre presso l’Officina delle Arti. Il volume sarà presentato dal Direttore Editoriale de Le Mezzelane Casa Editrice, Rita Angelelli assieme alla dottoressa Loredana Finicelli (storica dell’arte) e Lucia Nardi (poetessa e critico letterario). Durante l’evento, che avrà inizio alle ore 17:45, l’autrice farà la performance omonima Il sospiro di Medusa.

In precedenza a questo lavoro, Morena Oro ha pubblicato i libri di poesia Affetti collaterali (2011), Anima nuda (2009), Autopsia del mio demone (2013) e Memorie dell’acqua (2017). Tra le sue ultime performance poetico-danzanti vanno ricordate “I mondi fluttuanti”[4] (Treia, gennaio 2018; riproposta a Montecassiano nell’aprile dello stesso anno) e “Dea ex Machina” (Ancona, luglio 2018). Alla scelta oculata e avvincente dei testi proposti e recitati con particolare verve – a seconda delle esigenze comunicative – Morena Oro non ha mai celato il fatto che ciascuna cosa, secondo lei, abbia una veste esoterica e, pertanto, gli oggetti sono sia quel che rappresentano ma anche il loro ‘simulacro’ ovvero la loro elevazione immaterica.

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La camaleontica poetessa Morena Oro, autrice del libro “Il sospiro di Medusa” (Le Mezzelane Editore, 2018)

Come si evince da alcuni titoli risulta evidente l’elemento dell’acqua[5] nel percorso poetico dell’autrice ed è ella stessa a rivelare significati reconditi e simbologie, richiami evocativi e misterici che essa, quale elemento fluente, assomma a sé: «Quindi acqua come elemento di trasformazione, flusso, conoscenza, come simbolo di qualcosa che non è mai uguale a se stessa pur essendo la stessa.  […] Acqua come purificazione, come lavaggio, come ascesa nello spirito, acqua come elemento malleabile che prende la forma di quello che riempie, al tempo stesso forza dirompente in grado di scavare la roccia con infinita pazienza e tenacia, di spazzare via tutto in maniera incontenibile.  Elemento che dà la vita ma anche la morte. […] Tutto si muove sempre come in una danza trasformandosi in qualcosa d’altro».[6] 

Per ricondurre il discorso all’oggetto principe di questo articolo, ovvero il nuovo libro di Morena Oro, credo che non ci siano migliori parole che quelle della stessa che, pur che fornirci una chiave interpretativa – come troppo spesso vien fatto in testi anticipatori o a preambolo – volutamente rende il tutto più ingarbugliato, diremmo enigmatico, con uno scopo fondamentale: quello di procedere nella lettura con consapevolezza e ragionamento. Poesie che vanno percepite per quel che sono, certo, ma che abbisognano di una introspezione propria per poter percepirne le vere ragioni che in qualche modo le hanno originate. La bellezza[7], da canone estetico e motivo di diagnosi sofisticata, diviene condizione labile da accettare nel suo deterioramento, scantonando meccanismi ipocriti che mascherano la realtà[8] o in qualche modo la distorcono impedendone il fluire proprio. Ecco, allora, che, nella macro-forma del ‘mostro’ che da sempre intimorisce ma apre alla perplessità che Morena Oro dibatte con questo libro in cui Medusa non è solo creatura ferina ma anche emblema di lotta, divenendo espressione di una rinata coscienza che può riaffiorare, pur con difficoltà, a seguito di un dato percorso che consapevolmente si è imboccato e percorso. Così scrive l’autrice: «Nell’epoca in cui si rincorre la bellezza artificiosa elevando a status l’immagine effimera di se stessi, l’unica maniera di affrontare il mostro che alberga in noi […] è aggirarlo alle spalle, coglierlo nel sonno e decollarlo, cancellandone il volto, negare perciò quella identità che risiede nei tratti somatici che lo scorrere del tempo acuisce, svilisce, rende sempre più marcati […]. Tagliare la testa di Medusa vuol dire quindi rendere sopportabile il mostruoso, il diverso, esponendo solamente il suo simulacro, la sua icona, il suo trofeo».

Le considerazioni poste in questo suo testo, che meriterebbero davvero pagine e pagine di analisi e approfondimenti, mostrano già di per sé la natura profondamente riflessiva, profonda e investigativa dell’animo della Nostra, unita a una critica velata, eppure percepibile, dinanzi a tendenze diffuse o, si dovrebbe dire, a mode comuni e automatiche, riproposte in maniera sciatta e priva di fondamento razionale spinte dall’ottenimento di un risultato assurdo che, in parte si raggiunge, con i suoi strascichi di un’insoddisfazione crescente che si autoalimenta.

Parlando della nostra società, riflettendo adeguatamente su alcuni comportamenti diffusi che si realizzano, l’autrice così annota: «Ogni epoca, di fatti, ha i propri mostri da distruggere, da decapitare, da affrontare evitando di guardarli negli occhi per non sentirne il peso e la storia. Vogliamo […] uccidere la caducità, il sentimento di precarietà percepito come mostruoso, pauroso, inaccettabile […], attraverso la perdita sistematica della sfera umana legata alla sensibilità, al sentimento, alla dimensione imprescindibile dello spirito e dell’anima». Tale tentativo di uccisione, di sparizione coatta, di meschino travestimento e, dunque, di rifiuto del normale scorrere del tempo con la soppressione dell’istinto e della passionalità ricorda, per certi versi, il motto vanaglorioso dei futuristi che, in un manifesto, inneggiavano a un’azione tanto nefanda quanto illusoria, quella, appunto, dell’ “uccidere il chiaro di luna”. Parimenti, in questo manifesto scritto e pubblicato in francese nel 1909 e in seguito, nel 1911 in italiano, Marinetti inseriva, in una narrazione di guerra, il celebre motto che avrebbe impiegato in un discorso nella città di Venezia nel quale si scagliava contro il sentimento, che in ogni modo, doveva esser appiattito: «Quando gridammo “Uccidiamo il chiaro di luna!” noi pensammo a te, vecchia Venezia fradicia di romanticismo! Ma ora la voce nostra si amplifica, e soggiungiamo al alte note: “Liberiamo il mondo dalla tirannia dell’amore! Siamo sazi di avventure erotiche, di lussuria, di sentimentalismo e di nostalgia”!».

Il discorso sulla bellezza che Morena Oro anticipa nel testo d’apertura e al quale dà forma nelle liriche del volume sembra un continuum ragionato e una sorta di risposta a un serrato contraddittorio sulle potenzialità tremende di Medusa, donna malvagia e anfibia, vittima ella stessa del male e della dominazione e che, di contro al suo potere disumanizzante verso gli altri, non ha il dono dell’infinitudine, della conservazione illimitata, della perdurante esistenza contro qualsiasi limite imposto al regno dell’umano. Ovidio, per bocca di un imprecisato “straniero”, a conclusione del Libro IV così riporta in relazione a Medusa, donna affascinante e terribile al contempo: «La sua fu una bellezza eccezionale e motivo di speranza e di gelosia per molti pretendenti; ma in lei tutta non ci fu una parte più bella dei capelli; ho incontrato qualcuno che diceva di averli visti. Si narra che il signore del mare la stuprasse nel tempio di Minerva: la figlia di Giove si voltò indietro, coprendosi i casti occhi con l’egida; ma, perché questo crimine non rimanesse impunito, trasformò la chioma della Gorgone in serpenti ributtanti. Anche ora, per atterrire e sbigottire i nemici, la dea porta sullo scudo stretto al petto i serpenti che fece nascere».

In qualche modo è insita, seppur celata, una forma di debolezza arcaica in Medusa, la cui sevizia sessuale sofferta ha probabilmente deviato la sua propensione sociale verso l’alterità, decidendo di attuare, parimenti alle sorelle, in maniera spregiudicata, vendicativa e molesta contro gli altri. Ma «nessuna donna è mai tanto bella/ come quando può essere fragile,/ fragile come un grappolo»[9] come scrive Morena e, in effetti, Medusa è affascinante, attrattiva e seducente ma in lei è celato il pericolo. Si faccia, però, attenzione che Medusa non dà direttamente la morte: non uccide, non trafigge, non decapita né dissangua (sorte che capiterà a lei), semplicemente opera trasformando la materia, riducendo a uno stato di inabilità e di soppressione degli istinti vitali. Il prodotto finale del suo agire, pertanto, non è il dar la morte, ma il tramutare. Nell’omonima poesia dell’autrice che dà il titolo all’intera raccolta netta e perentoria è la condanna verso l’universo maschile, patriarcale, negletto, che si è arrogato il diritto di padroneggiare su tutto. L’episodio della violenza sessuale sofferto da Medusa da derivarne – possiamo ipotizzare – oltre a un’onta corrosiva e un trauma logorante, diviene urlo carico di sprezzo: «Siate voi maledetti, uomini e divinità,/ che avete brutalizzato la mia innocenza/ quando era un soffio di grazia ineffabile,/ inginocchiata nel tempio di Atena/ a render venerazione alla sua potenza,/ ero avvolta nel vapore setoso dei miei capelli d’oro/ e non intendevo ancor ragione del perché/ la bellezza scateni implacabili vendette».

La denuncia va ben oltre ed assume una carica ancor più dirompente: non è solo l’uomo, meschino e usurpatore, ad essere imputato del peccato commesso con l’uso della forza ma anche – cosa ben più grave e ingiuriosa – la stessa Atena, divinità della sapienza, che, nel tempio dove ha dimora e dove si è svolto il misfatto, non è intervenuta per proteggere Medusa né deplora l’accaduto. Qualcosa che fa pensare alla vicenda della giovane Tamar che, stuprata con l’inganno dal fratello Amnon, nel racconto biblico non viene difesa dal padre di entrambi, il re David, che preferisce non castigare il figlio né mostrarsi solidale con la figlia. Nella Bibbia, come nei testi mitologici, lo stupro e l’incesto sono all’ordine del giorno e sono resi ancor più dolenti perché la vittima è costretta a permanere nel contesto ambientale nei quali li ha subiti, senza che vi sia una compartecipazione concreta al dolore sperimentato. Così l’autrice denuncia veemente: «Atena non sia lodata per la sua sapienza/ ma si erga trionfante come casta protettrice/ del più incallito e secolare maschilismo,/ la dea guerriera che infierisce sulla vittima/ invece di scagliarsi contro lo stupratore».

C’è in Morena Oro un’attenzione continua verso l’universo femminile, di quelle donne in qualche modo ingiustamente silenziate o tenute ai margini, di quelle donne timide e taciturne, che si sentono vulnerabili e non capite, la cui identità è scissa e percepita come problematica, non conformiste, difficilmente catalogabili, estranee, spesso, in un corpo che non riconoscono completamente. Ecco alcuni versi, che reputo di alta intensità lirica e di pregnante corporeità, di precedenti lavori della poetessa che, in chiusura, vorrei richiamare: «Siamo fatti di ferite,/ paesaggi scomposti/ di croste aride/ e abrasioni fresche,/ piaghe che il tempo non asciuga,/ infezioni arrossate che le medicine/ non possono stroncare.// …/ Siamo un planetario/ dove localizzare le nostre esplosioni»[10] e, ancora, nell’affascinante “Kintsugi”, metafora di un mondo lacerato eppure ricco ed espressivo: «Preferisco le persone rotte./Accasciate. Rappezzate./ Tenute insieme col nastro adesivo./ Amo le persone resuscitate mille volte.// […]/ Sono uguale ai perdenti nati,/ che hanno paura di tutto/ ma non si spaventano con niente».[11]

Medusa: mostro aberrante o carne dilaniata? Ecco, forse, quale potrebbe essere l’ambizione massima del filosofare d’oggi: «dissotterrare la poesia/ laddove ci sono solo sequenze».[12] Questo, nel ricordo certo eppure slavato nei dettagli, di quelle “memorie d’acqua” in cui «l’acqua on pensa,/ riflette-/ il cielo si specchia»[13], alla maniera di una formula da fare propria, scevri da briglie strette perché, per dirla con Juan Ramón Gómez de La Serna, se «l’acqua non conserva la memoria [e] per questo è così pulita», navighiamo sempre in acque fosche e dense di pulviscolo.

Lorenzo Spurio

Jesi, 17/10/2018

 

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NOTE

[1] Tale condizione è ricalcata dalla stessa autrice nella poesia che dà il titolo all’intero lavoro: «Io diversa lo fui da principio,/ di tre sorelle ero l’unica mortale,/ a me toccava, a lor differenza, d’invecchiare,/ di vivere col giogo del tempo intento/ a rosicchiare senza requie la mia beltà».

[2] Il riferimento a Ovidio non ha da esser considerato come forzato o causale. Nell’opera poetica di Morena Oro, a più livelli ed espresso in forme varie, ricorre il tema del cambiamento e della metamorfosi. In un testo poetico amoroso così si legge: «Ogni ferita col tempo/ si trasforma/ in raffinatissimo ricamo» (MORENA ORO, Memorie d’acqua, Simple, Macerata, 2017, p. 132) e in altri ancora: «Qui tutto muta ritornando sempre se stesso./ Come una fontana, zampilla, crea giochi d’acqua,/ si mescola e ritorna a zampillare./ Sempre diversa. Sempre uguale.// Tutto scorre/ ma non lo sa./ È sempre uguale/ la grande fontana della vita» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 215); «Guardare gli alberi/ è l’arte di/ osservare il mutamento» (Memorie d’acqua, Op. Cit.., p. 231), «Continue rinascite,/ laboriose metamorfosi che trasmutano/ quello che non passa in cieca esultanza» (MORENA ORO, Il sospiro di Medusa, Le Mezzelane, Santa Maria Nuova, 2018). Pochi versi più in là ci si riferisce ancora alla violenza quando l’autrice richiama l’estrema bellezza di Medusa e la carica di fascino che la sua sontuosa capigliatura trasmetteva agli altri: «Nel tempio di Atena fui concupita./ Gridai, mi negai e mi nascosi/ dietro la sua sacra effige ma quei miei capelli/ luminosi erano invitanti traditori».

[3] Tutte le citazioni da Le metamorfosi sono tratta da questa edizione: Ovidio, Le Metamorfosi, a cura di Nino Scivoletto, testo a fronte, UTET, Milano, 2005.

[4] A questo importante comparto concettuale dell’autrice, magistralmente inscenato nella suddetta performance, possiamo ascrivere l’omonima lirica, “Il mondo fluttuante”, nella quale leggiamo: «Tutto ciò che scrivo,/ ormai, sopravvive/ solo pochi momenti./ […]/ E più questa forma mi si avvicina/ più brevemente sopravvive» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 150).

[5] Un aforisma dell’autrice così recita: «Sulla sponda/ del fiume, ascolto./ L’acqua canta» (Memorie d’acqua, Op. Cit.,  p. 79). Curioso osservare che Pegaso, uno dei due figli di Medusa nato dal suo sangue che sgorga una volta che viene decapitata da Perseo, sia collegato con l’elemento dell’acqua. Nella sua etimologia più accreditata, di origine greca, “pègaso” deriverebbe da “fonte, scaturigine” e “generare” adducendo come giustificazione del termine che egli è «nato presso le fonti dell’Oceano o, perché aveva, come narra la favola, fatto con un calcio scaturire sull’Eliconia il fonte Ippocrene […] le cui acque destavano l’estro poetico in chi lo beveva» (Dal Dizionario Etimologico Online, www.etimo.it) Dalla narrazione di Ovidio, in merito alla genesi di Pegaso, leggiamo: «Mentre un sonno profondo teneva avvinte le serpi e lei [Medusa] stessa, le [Perseo] troncò il capo dal collo: dal suo sangue erano nati il veloce Pegaso alato e il fratello» (Metamorfosi, Libro IV, vv. 784-786). Al personaggio di Perseo la poetessa ha dedicato una lirica dal titolo “Perseo e lo scudo” nella cui chiusa si legge: «Quando tutto urla così silenziosamente/ sembra che esista solo l’assenza» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 22) mentre nel nuovo libro si sottolinea la sua genesi dal fluire del suo sangue per scannamento: «Perseo, ti dono tutto il mio sangue/ dal quale Pegaso si leva in volo/ risorgendo dalla mia grazia violata» (Il sospiro di Medusa, Op. Cit.).

[6]  Estratti da una conversazione privata avuta con l’autrice nei mesi scorsi.

[7] Cito ancora dalla nota che descrive il nuovo volume: «L’ingiustizia della bellezza che sfiorisce, della vita che ci segna e ci condanna in modi e condizioni che non abbiamo scelto ma che dobbiamo subire […], trovano a volte riscatto illusorio nell’accanimento contro il mostro riflesso che eleviamo a unica degna rappresentazione delle nostre paure […]. Nessun essere umano potrà mai sottrarsi al gioco degli specchi. […] Siamo chiamati a trovare il coraggio di mostrare ciò che siamo davvero».

[8] Cito dalla poesia “De Profundis”: «Scegliti la maschera per oggi./  Possiamo fabbricarne a iosa./ Tutte sono vere./ Nessuna lo è.// In profondità tutto si distorce./ Non c’è chiarore./ Nessuna ferma definizione./ La verità ama nascondersi» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 122).

[9]  Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 232.

[10] Poesia “Fiabe sfatate” in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 73.

[11] Poesia “Kintsugi” in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 90.

[12] Poesia “La sezione aurea del detto” in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 116.

[13] Haiku contenuto in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 119.

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.

Lucia Bonanni: lettura critica a “Pensieri Minimi e Massime”, raccolta di aforismi del palermitano E. Marcuccio, già autore di “Per una strada” e “Anima di Poesia”

“Pensieri Minimi e Massime” di Emanuele Marcuccio

Saggio di Lucia Bonanni

 

L’anima del mondo ha ali

ad abbracciare il tutto.[2]

(Emanuele Marcuccio)

 

«L’aforisma è la sintetica risposta della prosa alla poesia». Ecco cos’è per me un aforisma, la prosa non è nelle mie corde di scrittura, preferisco leggerla, e l’anima dell’aforisma è la sintesi, così come lo è per la poesia ma in modi e caratteristiche differenti.[3]

 

Così afferma Emanuele Marcuccio, citando un aforisma scritto dopo la stesura di Pensieri Minimi e Massime, una silloge di aforismi e pensieri vari, scritti tra il 1991 e il 2012, a cui segue un’altra raccolta ancora inedita. Degli ottantotto aforismi già pubblicati, ben quarantotto hanno per tema la poesia ed alcuni si possono leggere anche nell’antologia del secondo premio internazionale per l’aforisma “Torino in Sintesi” del 2010. Nel 2013, una selezione di dieci aforismi dalla silloge edita, sono stati pubblicati nell’antologia della settima edizione del “Premio Nazionale di Filosofia”[4] dell’Associazione Nazionale Pratiche Filosofiche, in quanto l’autore è risultato finalista.

L’aforisma, dal latino aphorismum e dal greco antico φορισμός (aphorismòs), è una definizione, una massima, una sentenza filosofica o morale e può anche essere indicato come un ricordo, un pensiero, un assioma, un’antonomasia, una distinzione e un avvenimento. Alcuni autori del XX secolo ne diedero definizioni fantasiose come ad esempio: “frantumi”, “fosforescenze”, “barche capovolte”, “fuochi fatui”, “errori”, “schegge”, “minime”, “scorciatoie”, facendo coincidere il carattere metaforico dei pensieri con le caratteristiche strutturali degli enunciati e cioè i temi, i modelli e lo stile. Le tematiche più comuni degli aforismi sono: i vizi e le virtù degli uomini, l’etica, l’arte, il tempo, la filosofia; i modelli possono essere il dialogo, il racconto, la citazione, il saggio e l’uomo mentre lo stile si basa per lo più sulla brevità, sul poco e buono e su quel solo fiore che è da preferire alla moltitudine. La nozione di “aforisma cancrizzabile” appartiene ad Umberto Eco (1932 – 2016) che la fa derivare dal cancer latino, cioè “granchio”, ovvero che un certo tipo di aforisma può essere accettato sia nella sua forma usuale che in quella reversibile e rovesciata, come ad esempio possono essere il soggetto e il complemento; tale ottica, però, non prevede forme di conoscenza, ma soltanto espressioni sagaci.

D’altra parte, come scrive il critico letterario Luciano Domenighini, negli aforismi di Marcuccio “[i]l tono è austero, lontano dall’ironia, dal gusto per il paradosso, dal compiacimento per il calembour. Gli enunciati sono sentenziosi e lapidari, eppure spesso pervasi da una mitezza d’animo, da una fede, da un candore, che in qualche modo ne temperano il taglio perentorio e apodittico”[5]. I temi trattati dal Nostro sono: il dolore, i sentimenti, l’amore, gli aspetti sociologici, il tempo, la felicità, le riflessioni filosofiche, la letteratura, l’arte in genere, la musica e la poesia che è il tema portante dell’intera raccolta; lo stile varia dalla brevità dell’enunciato alla forma dialogica, dalla citazione concisa alla struttura minimale del saggio oppure possono essere presenti “frantumi, schegge e scorciatoie” che l’autore adotta per fermare i pensieri come usa fare per la poesia la cui ispirazione è talmente inattesa e fuggitiva che necessita di essere fermata, appuntata, anche su uno scontrino della spesa ovvero su un qualsiasi foglio di carta oppure, sul biglietto del tram e la carta delle cartucce, come invece erano soliti fare rispettivamente Montale e Ungaretti.

«[L]’intento della poesia è sempre quello di celebrare, costruendo un’architettura di parole nei più vari registri, dai più intimistici e introspettivi ai più altisonanti»[6].

Quindi la poesia è per Marcuccio un canto dell’anima creato con le parole, una “architettura perfetta” che esprime il paesaggio interiore di quanti fanno dell’arte poetica non un freddo artificio, bensì una rappresentazione artistica che eleva, purifica e libera lo spirito dalle nebulose del vivere. Lo sguardo attento del Nostro si posa all’interno del sé e fuori dal sé, portando l’autore a guardare al di là della folla indistinta dei pensieri e “[…] lungo [i] vicoli antichi[7] dove ristagnano i mali del mondo. La cognizione etica, le continue riflessioni morali e la connaturata capacità di trasporsi nell’altro tengono Marcuccio, che “[…] non è solo un cultore di sogni[8], ben ancorato alla realtà, un filtro atto a vagliare emozioni e sentimenti per dire che “[i]l dolore è come il mare, nel suo indistinto ondeggiare e rifluire incessante[9].

L’attitudine empatica, il senso morale, il sentimento di misericordia e il rispetto per il prossimo nella sintesi dimostrativa di ciascun aforisma, sono rivolti a chi è vittima delle calamità naturali, delle azioni belliche come pure delle varie forme di violenza. Ecco allora che la vista dei “Corpi dispersi,/ corpi ritrovati/ vivi e feriti,/ che si perdono nella massa informe[10], le crude notizie della guerra che tutto distrugge e “Muta/ una nobile famiglia/ e rimane, muta/ divisa/ al presente…[11], e la consapevolezza che, allorché “[…] annotta la notte/ e profonda si inerpica/ su per le ore// [e in] quella nona vigilia/ che si perde[12] possono accadere tragedie come quelle avvenute negli ultimi tempi, provoca in Marcuccio profonda commozione. Per questo egli cerca di sublimare il dolore provocato da tali vicende, attraverso l’introspezione e la trasfigurazione degli eventi con la scrittura poetica, un’ispirazione che spesso si rivela “[…] breve, fuggitiva e svelta[13] per cui il compito che si dà come poeta, è quello di “[…] afferrarla e trattenerla stretta al proprio cuore[14].

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Il Nostro non è mai persona giudicante, mai si lascia condizionare dalle mode, dal consumismo oppure dal marketing. Nel pieno rispetto dell’unicità della persona sa bene che ciascun essere umano è “un mistero a se stesso[15] e, quando le avversità arroventano l’animo e impediscono l’andare e i pochi “[…] attimi di felicità si perdono nella nebbia del tempo[16], egli si rivolge alla “[…] poesia [che] è voce nel silenzio e visione nel buio[17] palesando così “le fondamenta cattolico-religiose del [suo] pensiero […] e il suo amore verso il radicamento regionale, la terra natia, esplicitato nell’aforisma dedicato ai dialetti”[18].

La linguistica indica per “dialetto” una varietà di una lingua dominante o “lingua tetto” come si definisce in sociolinguistica. Il dialetto è una lingua autonoma con caratteristiche territoriali, non subordinato alla lingua ufficiale, anche se possono verificarsi alcune somiglianze e, secondo alcuni linguisti, risulta essere il mezzo più antico di comunicazione da cui si è poi sviluppata la lingua madre. Seguendo tale logica formale, le lingue neolatine non sarebbero altro se non dialetti della lingua latina come il greco moderno dal greco antico, come le lingue creole sono derivazioni dall’inglese. Il criterio tassonomico usato per distinguere i vari dialetti di una lingua, è anche quello della suddivisione in rami secondari, maggiormente presenti nelle lingue neolatine come ad esempio l’italiano e lo spagnolo che presentano caratteristiche scambievoli che invece non possiede la lingua francese dove la trama evolutiva è stata più rapida. Come sinonimo della parola “dialetto”, è spesso usato il termine “lingua vernacolare”, una parlata circoscritta ad una realtà geografica e maggiormente usata dal popolo. Le minoranze linguistiche come il sardo, il friulano, il catalano, non sono invece definiti come dialetti ma come “varianti”. Sono vere e proprie varianti dell’italiano le parlate toscane e il romanesco oltre alle forme delle parlate regionali che nel lessico, nella sintassi, nell’intonazione, negli accenti e nel ritmo si conformano ai dialetti locali e alle lingue minoritarie.

Nel sistema linguistico dialettale si denota e si connota l’identità di un popolo che per la comunicazione interpersonale usa la medesima lingua. Marcuccio sa valorizzare in maniera assai pertinente sia il proprio dialetto sia il dialetto di altre regioni, logica esplicitata nell’aforisma che riguarda i dialetti: «Non rinneghiamo mai il nostro dialetto. Chi rinnega il proprio dialetto, ha rinnegato la terra che lo ha generato, ha rinnegato le proprie radici culturali»[19].

Nella silloge del Nostro trovano spazio anche aforismi riguardanti le tematiche sociali, come la vigorosa protesta contro le forme tentacolari della burocrazia e gli accadimenti allarmanti della quotidianità: «Cupo è il nostro tempo, cupa è la scena di questo mondo e il nostro sentire in una tempesta si inabissa»[20].

Amara è la constatazione di Marcuccio con la sensata presa di coscienza di quanto accade nel tempo e nella dimensione etico-sociale che talvolta risucchiano l’individuo tra le spire di una convulsa voragine. In un percorso à rebours, cioè a ritroso, all’interno dell’aforisma citato, si ritrova il germe corrotto della guerra civile spagnola che nell’agosto del ‘36 fu causa del crudo assassinio del poeta Federico García Lorca (1898 – 1936) al quale il Nostro dedica un ciclo di quattro omaggi poetici. “A strapiombo sul mare/ si staglia l’ombra/ d’un’alga rinsecchita,/ l’ombra d’un orizzonte/ chimerico[21]. Le immagini assai sintetiche ed essenziali evocano la realtà desolata della guerra dove tutto assume sembianze di precarietà e l’esistenza è relegata sul bordo spigoloso di uno strapiombo. In questo caso la contaminazione di senso può riguardare stati del sé psichico che cerca di ritrovare identità e quiete tra le trame di stati d’animo rinsecchiti, poggiati sul limitare dell’inquietudine.

[Tra] ammassi/ informi/ tesi all’invero limite[22] di un mondo totalmente avverso, l’uomo è soltanto un robot che cerca di sottrarsi alla realtà dei fatti e ormai privo anche degli ultimi pensieri smette anche di lottare perché il suo “[…] sogno elettrico/ è morto per sempre[23].

L’estetismo del Nostro, che è simile ad un desiderio di “Eternità […] dove passato, presente e futuro si fondono in un eterno presente[24], non si mostra con un atteggiamento riconducibile a vuoti formalismi oppure ad un modo di essere che sente la vita come culto esclusivo del bello. Il suo pensiero si volge alla creazione artistica e al gusto del bello, però non si perde in preziosismi di maniera e neppure manifesta la tendenza alle suggestioni formali; la sua teoria estetica privilegia virtù e valori morali, giungendo ai principi di verità con forme di realismo che contemplano la vita, la natura e la bellezza. Nel proprio percorso il Nostro non rinuncia alla fantasia per dare maggior spazio al tangibile, ma la modella in un continuum di ordine ed equilibrio, propri dello spirito apollineo. Secondo il suo pensiero, come ben enuncia nell’aforisma diciotto della silloge a pagina dieci, la cultura non è semplice erudizione, bensì un’entità viva e vibrante, generata dalla riflessione e da buoni lettori. La parola “cultura” contiene tutto ciò che si può coltivare e raccogliere e i buoni libri sono i suoi frutti più dolci e nutrienti. Infatti, “Nelle arti, come nella vita, se c’è spontaneità, c’è anche personalità[25] e negli scritti di Marcuccio la spontaneità è frutto dell’ispirazione mentre la sua personalità umana e artistica deriva dall’educazione ricevuta, un dettato etico che sempre mira alla speranza, “[…] alla gioia, alla concordia e alla pace” così come si evince dall’aforisma numero sette a pagina otto, sia da un’ampia conoscenza che non è “sterile costruzione”, ma un sapere interiorizzato e lungimirante che riesce a dare “[…] voce ai sogni dell’umanità, ai suoi dolori, alle sue speranze [per] immergersi in un mondo lontano ma allo stesso tempo vicino ai nostri sogni, alle nostre speranze, ai nostri dolori[26].

Oltre che della poesia, Marcuccio si rivela attento cultore della musica, strumento culturale in grado di offrire la possibilità di intuire e comprendere la bellezza infinita dell’universo. La musica è una forma d’arte universale che muove le vibrazioni dell’anima e “nella sua grandezza e profondità” sa evocare sentimenti e ricordi. Neppure l’avanzata sordità poté impedire a Beethoven, “artista eroico” e geniale, di poter continuare a sentirla nelle profondità della propria anima. “Architettura perfetta/ note che si appaiano/ l’une per l’altre/ armonia infinita/ che nel basso si dilata/ e lontano/ la sua musica profonde[27]. Nei versi dedicati a Johann Sebastian Bach (1685 – 1750), un ruscello dalle infinite armonie, in modo conciso ed assai esplicativo Marcuccio evidenzia quelle che sono le caratteristiche dello stile musicale del compositore e musicista tedesco, uno dei più grandi geni della musica, che si distinse tra i contemporanei per la complessità armonica, l’invenzione del contrappunto e la sintesi tra lo stile tedesco e quello italiano. Per il Nostro la musica è un rincorrersi di note in “tersa armonia azzurra/ [e un] cantico in lontananza// [che] prorompono con impeto/ nella levità e nel sublime[28].

Se per Marcuccio “La poesia è anima che si fa parola”, come afferma nell’aforisma sessantatré a pagina diciannove, l’amore è l’unica arma che ciascun individuo ha a disposizione per combattere il dolore e la fragilità del cuore, incapace di perdono. Nell’intento di giustificare i propri fallimenti, l’uomo accusa sempre qualcun altro e nel suo “agire insensato” non considera che l’amore, come purtroppo spesso accade, non è soltanto fisicità, ma dialogo e “reciproco dono”: «Dolcezza, amore mio,/ hai avuto di me pietà!/ […]/ Come ho potuto essere/ così cieco,/ così sordo all’amore/ […]/ Come il vento soffia impetuoso/ e pieno d’ardore il sorriso d’aprile/ desta il tuo cuore all’amore,/ così, io voglio proclamare/ il mio nome a te:/ sorriso, incanto dolce e soave!/ […]/ Oh, amore mio, che gioia!/ Chi di me è più felice?»[29].

In riva al fiume tra il folto della selva, Sigurdh, il guerriero normanno, e Halldóra, la giovane indigena islandese, figlia del capovillaggio Ragnar, si promettono amore eterno, un sentimento che dopo ostacoli e preoccupazioni sarà benedetto da un prodigio inatteso di “[…] scie di nuvole/ luminose [che]/ scendono/ come sangue/ sulla terra…[30]

La speranza, la gioia, la concordia, la generosità e la pace sono sentimenti veraci che il Nostro coltiva con sincera spontaneità e in essi scopre e ravviva quel senso di empatia con l’altro dal sé e “[s]pesso il poeta raccoglie sogni che altri hanno disperso[31] e li fa rivivere in momenti diversi, ma non come fa un “ipocrita” (nell’accezione etimologica di “attore”) che si toglie la maschera e smette di recitare, come enuncia nell’aforisma sedici[32] di pagina nove: «Gli amici si mostrano tali nel momento del bisogno, gli ipocriti, invece, si tolgono la maschera e smettono di recitare».

Nella parte più recondita e profonda della propria anima, il Nostro trae veri tesori di poesia e nel movimento altalenante delle emozioni si comporta al pari di “[u]n fotografo [che] coglie un attimo di realtà imprimendolo nella pellicola[33].

Dall’idea di affinità elettiva e condivisione artistica, Marcuccio fa scaturire e promuove “Dipthycha”, un fortunato ed innovativo progetto culturale, iniziato con dittici “a due voci”[34] e continuato anche con trittici “a tre voci”; corrispondenze empatiche dove gli autori sono accomunati da “affratellamento, […] poetica consanguineità [e] l’impiego del metodo induttivo (dal particolare al generale) permette al Nostro di analizzare con onestà intellettuale i testi, nella loro individualità, e al contempo di introiettarli nello sterminato prato della sua mente poetica intuendo una scintilla, un richiamo, accogliendo il potere illuminante di un’epifania, assodando il pensiero di una effettiva carica empatica che si instaura tra testi diversi”[35]. Il progetto “Dipthycha”, avviato nel 2013, vede la pubblicazione di ben tre volumi di antologie poetiche e si appresta alla pubblicazione del quarto mentre è già avviata la raccolta di materiale per un quinto volume, sempre tenendo conto delle varie relazioni emozionali in una comunicazione empatica di significanti e poetiche affinità elettive. “Odo voci/ con volti/ senza volti/ che cercano/ esplorano[36], “Questa corrispondenza/ d’amorosi sensi,/ questa corrispondenza/ d’umano sentire,/ senza reale presenza,/ in questa telepresenza”[37]. Ed è proprio tale corrispondenza emozionale, il fulcro di ciascun dittico dove non esiste nessuna pratica imitativa di scrittura in quanto ciascun autore resta aderente al proprio modo di essere e al proprio modo di intendere e di fare poesia. Però, come scrive Marcuccio in nota alla Introduzione a Dipthycha 3, “[i]l tema comune, da solo, non fa un dittico a due voci, ci vuole altro, sarebbe troppo facile[38]; occorre, invece che si instauri una «“dittica” corrispondenza/comunicazione, anche se in toni diversi, anche se in tempi diversi, dando così vita a un dittico a due voci»[39].

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Emanuele Marcuccio, autore della raccolta di aforismi “Pensieri Minimi e Massime” oggetto di studio di questa lettura critica a cura di Lucia Bonanni

Forte di variegate competenze culturali e sensibilità umana e artistica, il Nostro si attiva affinché la voce della sua poesia non sia mai isolata e dipendente da schemi precostituiti, ma cerchi sempre di emozionare il lettore in modo che possa richiamare “l’obliato proprio sé fanciullo[40] e sia in grado di strutturare uno spazio comunicativo con l’autore, un momento che sia ascolto e non silenziosa lettura. Nei propri versi Marcuccio ricrea atmosfere classiche con archetipi di donne oltraggiate e uomini che le proteggono dagli abusi, definendo negli aforismi l’istruzione e la cultura come mezzi per sfuggire ad ogni forma di violenza. Nelle sue poesie sono presenti personaggi della classicità e dei vari ambiti culturali, riferimenti ai corpi celesti e ai fenomeni naturali, alle fasi del giorno, agli ambienti e agli animali e non ultimi gli affetti più cari. L’autore non inizia a scrivere, se non a seguito di un’ispirazione che lo raggiunge improvvisa, altrimenti preferisce lasciare il foglio bianco e attendere il momento magico che vede giungere la “capricciosa padrona”, che gli fornirà quel “primo fuoco d’ispirazione” su cui andrà a creare.

In un recente aforisma, Marcuccio rivolge la sua attenzione al rapporto controverso tra l’io lettore e l’io autore, un pensiero denso di significati: «Un autore non è mai completamente soddisfatto di ciò che ha scritto. Chissà, forse il lettore vorrebbe prendere il sopravvento sull’autore, ma alla fine quest’ultimo gli fa capire chi governa la “baracca”. Se ogni volta fossimo completamente soddisfatti, smetteremmo di scrivere» (aforisma inedito sessantasei). “Un poeta soddisfatto non soddisfa”, dichiara Mário Quintana (1906 – 1994), abile poeta di lingua spagnola; in qualche modo è necessaria questa insoddisfazione che sfocia nel desiderio di migliorarsi e fare sempre meglio, di contro ci sarebbe soltanto boria e presunzione.

Secondo Marcuccio la cultura è un divenire continuo perché essa è un’entità viva e i suoi frutti più succosi, oltre ai buoni libri, sono l’autonomia di pensiero, la libertà nel saper esprimere le proprie opinioni, lasciando da parte i vari casi di condizionamento ed essere parte attiva del tessuto sociale, tutto nel rispetto di se stessi e degli altri. Quindi, anche a supporto delle altre arti, è “[l]a letteratura [che] dà voce ai sogni dell’umanità, ai suoi dolori, alle sue speranze e, leggere un classico significa immergersi in un mondo lontano ma allo stesso tempo vicino ai nostri sogni, alle nostre speranze, ai nostri dolori[41].

Con la scrittura del dramma epico in versi liberi, Ingólf Arnarson, Marcuccio esprime un ideale allegorico di libertà con rimandi all’argomento storico-fantastico e all’ambiente fascinoso dell’antica Thule, l’attuale terra d’Islanda. Il viaggio compiuto dal “gran drakàr” verso la “baia del fumo”, la moderna Reykjavík, può essere interpretato come un viaggio all’interno di se stessi in un percorso di redenzione, attuato con l’esplorazione del proprio essere in una dimensione parallela alla realtà e completata alla luce della fede. Infatti, così scrive Marcuccio nei suoi aforismi: «Ognuno, per sua natura, è viandante, alla continua ricerca del proprio sé, alla continua ricerca della felicità [mentre] il cuore […] è sede degli affetti [e] da questo profondo abisso, i poeti traggono tesori e, a questo dolce vento affidano ogni loro pena»[42].

È dal proprio cuore che il Nostro trae la scrittura dei 2380 versi che compongono il dramma epico, inteso quale sintesi di un messaggio di speranza che l’autore ha voluto lanciare per “[…] commuovere cuori di pietra in un’alba d’amore, di pace e libertà[43].

In questo nostro tempo distorto e travagliato, saper riconoscere le proprie mancanze, le proprie debolezze e i propri errori e riuscire a superare disagi e incomprensioni, conduce alla riflessione individuale che porta al superamento del dolore e allontana dalla disperazione. Tale atteggiamento definisce un modo di comunicare tra individui che si denota quale espressione di umana solidarietà e, pur restando sempre se stessi, permette di procedere fianco a fianco e condividere i problemi e le insoddisfazioni derivati dalla non linearità delle Istituzioni in quanto “Lo stato non fa altro che importunarci con la sua fastidiosa e puntigliosa burocrazia che, non fa altro che pungerci e importunarci come uno sciame d’insetti[44]. Pertanto, come suggerisce Marcuccio, sarebbe auspicabile ed opportuno che gli artisti, e con essi anche gli insegnanti, riuscissero a costruire una corrispondenza relazionale di “stima reciproca” ed essere ribelli come lo è il fuoco nel contrastare i canoni velleitari dei burocrati, tracciando ben definiti confini culturali entro i quali muoversi in piena autonomia – “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” recita l’articolo 33 della Costituzione italiana – distinguendosi dalla massa che è solo apparenza, facendo dissolvere anche “le nebbie del pregiudizio” legati all’istruzione, evitando di essere risucchiati dalla “cupa […] scena di questo mondo”. “La libertà, per sua definizione, si oppone ad ogni azione o sentimento di intolleranza o prevaricazione sull’altro, come quello del razzismo, della xenofobia, dell’omofobia, dell’offesa contro ogni fede, perché non si giunga al suo contrario: la schiavitù” enuncia Marcuccio nell’aforisma inedito sessantaquattro.

I concetti espressi dal Nostro si allacciano ad altri enunciati aforistici in una circolarità logica e formale per cui “la raccolta in questione rifugge nella maggior parte dei casi un sentimento cupo o crepuscolare per manifestarsi, invece, come un vigoroso proclama che celebra il potere della parola”[45]. Una parola che può diventare di seta, se il poeta nella sua visione sa cogliere l’attimo fuggente dell’ispirazione e promuovere immagini di levità e suggestione armonica: «Di seta/ la parola// di poesia/ l’anima mia// investe il verso/ e para/ i colpi// verga/ veloce il rigo/ leggero// pieno»[46]. Un componimento, questo, in cui l’essenza delle immagini è la parola nel suo fluire simbolico, mentre l’elegante musicalità dei versi, lo stile edotto e originale, sono elementi che danno voce all’ampia gamma di stati d’animo e riflessioni profonde come più volte accade nelle “scorciatoie” ben orchestrate dei suoi aforismi.

LUCIA BONANNI

San Piero a Sieve (FI), 10 agosto 2018

 

NOTE

[1] Emanuele Marcuccio, Pensieri Minime e Massime, Prefazione di Luciano Domenighini, Postfazione di Lorenzo Spurio, con una nota di “Introduzione alla Poesia” dell’Autore, Photocity, 2012, pp. 47.

[2] Op. cit., aforisma n. 32, p. 12. Già edito, in AA.VV., Antologia del premio internazionale per l’aforisma “Torino in Sintesi”. II edizione – 2010, Joker, 2010, p. 85.

[3] Emanuele Marcuccio, in “Intervista ad Emanuele Marcuccio”, in Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi, PoetiKanten, 2015, p. 254.

[4] AA.VV., Le figure del pensiero. Aforismi, haiku, paradossi, epitaffi, Sillabe di Sale, 2013.

[5] Luciano Domenighini, Prefazione a Emanuele Marcuccio, Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, p. 1.

[6] Emanuele Marcuccio, Introduzione alla poesia, in Op. cit., p. 31.

[7] Id., da “Emanuele Marcuccio (Acrostico)”, in Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 22.

[8] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, da aforisma n. 40, p. 14.

[9] Ivi, aforisma n. 1, p. 7.

[10] Id., da “Per i terremotati d’Abruzzo”, in Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 18.

[11] Ivi, da “Muro, che ti discosti…”, p. 36. Già edita, in AA.VV., L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012), a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, Kairòs, 2013, p. 585.

[12] Emanuele Marcuccio, da “A notte”, in AA.VV., Nelle ferite del tempo. Poesia e Racconti per l’Italia, a cura di Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio, Photocity, 2016, p. 74.

[13] Id., Pensieri Minimi e Massime, da aforisma n. 27, p. 11.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, da aforisma n. 23, p. 11.

[16] Ivi, da aforisma n. 26, p. 11.

[17] Ivi, da aforisma n. 65, p. 19. Ri-edito, in AA.VV., Le figure del pensiero, Sillabe di Sale, 2013, p. 26.

[18] Lorenzo Spurio, Postfazione a Emanuele Marcuccio, Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, p. 27.

[19] Op. cit., aforisma n. 20, p. 10.

[20] Ivi, aforisma n. 42, p. 15.

[21] Id., “Distanza: Quarto omaggio a García Lorca”, in Visione, in AA.VV., I grilli del Parnaso, PoetiKanten, 2016, p. 82. Già edita, in Id., Per una strada, SBC, 2009, p. 91.

[22] Id., da “Carpe”, in Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 42.

[23] Id., da “Ultimi pensieri di un robot”, in Per una strada, SBC, p. 71.

[24] Id., Lo stupore e la meraviglia. Aforismi e pensieri (silloge inedita), da aforisma n. 23, già pubblicato sul sito dell’autore al link “www.emanuele-marcuccio.com/antologia-aforismi”.

[25] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, aforisma n. 14, p. 9.

[26] Ivi, da aforisma n. 4, p. 7.

[27] Id., “Bach”, in Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 32.

[28] Id., da “Musica lontana”, in Per una strada, SBC, 2009, p. 83.

[29] Id., Ingólf Arnarson. Dramma epico in versi liberi. Un Prologo e cinque atti, Le Mezzelane, 2017, atto II, scena II, vv. 171-172, 183-185, p. 78; vv. 197-202, p. 79; vv. 227-228, p. 80.

[30] Ivi, atto V, scena unica, vv 104-108, p. 159.

[31] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, da aforisma n. 31, p. 12.

[32] Come scrive l’autore in nota all’aforisma, “il termine ipocrita è […] usato in senso etimologico, dal greco ποκριτής (iupokrithés) ossia attore”.

[33] Op. cit., da aforisma n. 88, p. 24.

[34] Con felice accezione, per distinguerlo dal dittico poetico classico, che invece è scritto da un solo autore, così ha definito il dittico a due voci il nostro autore: “Una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica”.

[35] Lorenzo Spurio, Postfazione. Risonanze empatiche, lʼesperienza del “dittico poetico” di Emanuele Marcuccio a AA.VV., Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, a cura di Emanuele Marcuccio, PoetiKanten, 2016, p. 143.

[36] Silvia Calzolari, da “Vita parallela”, in Op. cit., p. 16.

[37] Emanuele Marcuccio, da “Telepresenza”, in Op. cit., p. 18. Già edita, in Id., Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 26.

[38] Id., Introduzione a AA.VV., Dipthycha 3, nota n. 2, p. 7.

[39] Op. cit., p. 7.

[40] Id., da “Sé e gli altri”, in Per una strada, SBC, 2009, p. 68.

[41] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, aforisma n. 4, p. 7.

[42] Op. cit., da aforisma n. 77, p. 22; da n. 83, p. 23.

[43] Id., Introduzione a Ingólf Arnarson. Dramma epico in versi liberi, Le Mezzelane, 2017, p. 22.

[44] Id., Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, aforisma n. 37, p. 13.

[45] Lorenzo Spurio, Postfazione a Op. cit., p. 28.

[46] Emanuele Marcuccio, “Di seta”, in AA.VV., Soglie, Limina Mentis, 2016, p. 124. Ri-edita, in AA.VV., Dipthycha 3, PoetiKanten, 2016, p. 54.

 

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“Sandro Bella e la voce del mare” articolo di Stefano Bardi sul noto poeta civitanovese e la sua produzione dialettale

Articolo di Stefano Bardi

Fin dall’alba dei tempi, il tema del mare è stato sempre prediletto nella letteratura, come è dimostrato da numerose opere a partire dalla Sacra Bibbia e dai Vangeli. Un mare che simboleggia i principali aspetti di Dio, ovvero il castigo (Mosè e la sua attraversata del mar Rosso) e la salvezza (l’acqua battesimale). Mare che sarà poi ripreso dalla letteratura greco- romana e bizantina, dove, come tematica, ricoprirà un ruolo prettamente sacrale visto nell’acqua intesa come energia esorcizzante e antidemoniaca.

Un tema, quello del mare, che sarà trattato anche dalle grandi firme della letteratura italiana dal Medioevo fino ai giorni nostri, passando per la poesia cantautoriale come per esempio il Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi, il De Jerusalem celesti e il De Babilonia civitate infernali di Giacomino da Verona, la poesia scherzosa di Cecco Angiolieri, la Divina Commedia di Dante Alighieri, il Dialogo della Natura e di un Islandese di Giacomo Leopardi, la natura sommersa di Salvatore Quasimodo, il mare, anzi l’oceano esistenziale, di Domenico Modugno in Oceano (infinito mare), il mare tombale di Lucio Dalla in Com’è profondo il mare, il mare come luogo magico dove rifugiarsi in Sharazan e il mare come cadavere in decomposizione in Notte a Cerano entrambe di Albano Carrisi. Tanti altri nomi si potrebbero e si dovrebbero fare, ma troppo lunga sarebbe la lista.

Il mare come ambiente e concetto è presente anche nella poesia marchigiana come è dimostrato dal mare scenografico di Elvio Angeletti, dal mare reminiscenziale di Michela Tombi, dal mare civico-umanitario di Marco Bordini, dal mare chimerico e “divino” di Mario Rivosecchi e, in particolar modo, dal mare intimo, nostalgico e cantastoriale di Alessandro Bella (meglio noto come “Sandro”, nato a Civitanova Marche nel 1929) che ci ha lasciato due bellissime opere di poesia marittima, ovvero Quagghiò lo porto (1988) e Li “Portési” (2007). Opere queste, dove al centro c’è sempre la città di Civitanova Marche colma di turismo, arte, inebrianti sapori, popolata da una vasta comunità multietnica. Dire Civitanova Marche o “Citanò”, nell’idioma dialettale locale, vuol dire sopratutto mare e porto, con la sua millenaria storia fatta di rapporti commerciali e con la sua storia moderna, imbevuta da rievocazioni marittimo-culinarie e culturali.

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Il poeta civitanovese Sandro Bella in uno scatto durante la sua pluridecennale attività di barbiere

Un’opera, quella del 1988, dedicata sì al porto di Civitanova Marche, ma il porto marittimo fa da scenografia anche ad altri temi. Un primo tema riguarda il porto marittimo dalle origine Picene e Romane, che nel passato viveva di pesca, mercato ittico e ambulanti che sostavano con le loro mercanzie e che oggi vive sì con la pesca, ma anche con fabbriche di vario tipo ad esso vicine.

Un secondo tema riguarda il vento d’estate, inteso dal poeta come un dolce e chimerico sospiro che ci conduce in fantasiosi universi, immersi nella pace e nella gioia.

Libro-na-Storia-na-Citta-Vicende-Civitanovesi.jpgUn terzo tema riguarda un intimo ricordo e, più nel dettaglio, quello legato alla figura di suo padre. La figura paterna è ricordata come un uomo colmo di nobiltà d’animo, profondo ossequio verso gli altri e, in una parola sola, come esempio virtuoso di vita.   

Nell’altra sua opera citata, pubblicata nel 2007, ritroviamo arcane sapienze marittime ormai dimenticate, arcaiche parole dialettali, il difficile e doloroso legame dell’Uomo con il mare e tanto altro ancora. In particolar modo leggiamo poesie in cui i marinai e i pescatori sono concepiti dal poeta civitanovese come dei moderni menestrelli e cantastorie che ricordano le loro avventurose battute di pesca con le loro lancette che, fra intemperie e tempeste, sfidavano dio Nettuno.

 Un’opera, infine, che tratta in versi anche la figura della donna, vista dal poeta come un’immensa Madre Universale che domina il mondo intero con la sua magica eloquenza dialogativa, il suo tenace spirito da guerriera, il suo amore dolce e la sua fraterna compassione.     

 STEFANO BARDI

Chiaravalle, lì 15/10/2018

 

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