Trittico poetico Francesca Luzzio – Emanuele Marcuccio – Daniela Ferraro

PhotoGrid_per Dipthycha 4.jpgDal maggio 2010 il poeta e aforista Emanuele Marcuccio ha individuato numerosi dittici a due voci[1], alcuni anche senza una sua poesia. Di questi particolari dittici poetici sono edite tre Antologie su suo progetto e cura editoriale, che contengono anche dittici proposti da alcuni dei poeti partecipanti, come Giusy Tolomeo, Lucia Bonanni, Daniela Ferraro, Aldo Occhipinti, Silvia Calzolari e Maria Palumbo, e il cui ricavato vendite è interamente devoluto ad AISM:  Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, cʼispira…, Photocity Edizioni, 2013, pp. 90 (con postfazione di Alessio Patti), ISBN: 9788866824749;  Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…, TraccePerLaMeta Edizioni, 2015, pp. 184 (con postfazione di Antonio Spagnuolo), ISBN: 9788898643257; Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, PoetiKanten Edizioni, 2016, pp. 180 (con prefazione di Michele Miano e con un saggio di postfazione di Lorenzo Spurio), ISBN: 9788899325374. Un quarto Volume, «Dipthycha 4. Corrispondenze sonore, emozionali, empatiche… si intessono su quel foglio di vetro impazzito…» è in lavorazione, che raccoglierà anche una sezione di nove trittici a tre voci, tra cui il presente, e il cui ricavato sarà devoluto per i terremotati del nostro centro Italia.

Scrive Marcuccio in un suo aforisma del 2016, sul dittico a due voci: “Il tema comune alle due poesie dei due autori è solo il punto di partenza per l’individuazione di un dittico a due voci; è necessario che ci sia anche una corrispondenza sonora o emozionale e/o di significanza, una sorta di corrispondenza empatica, una analogia, una affinità elettiva poetica (una dittica corrispondenza/comunicazione) e soprattutto i due autori del dittico a due voci devono attenersi ai rispettivi modi di fare poesia, senza cercare di imitarsi a vicenda, per non avere come risultato qualcosa di simile a una poesia a quattro mani. Il fine non è l’imitazione dell’altra poesia per cui si vuole individuare il dittico, ma l’affinità elettiva, l’analogia, l’empatia poetica”.

Come naturale evoluzione del dittico a due voci, nell’agosto 2016 nasce il trittico a tre voci. Tuttavia, in futuro, come ha dichiarato l’ideatore Marcuccio, non saranno individuati polittici a più voci, in quanto con la triade (tesi-antitesi-sintesi) si realizza la perfetta ‘trittica’ corrispondenza, non è necessario andare oltre, si creerebbe solo dispersione.

Alla vostra lettura il trittico poetico a tre voci sui ricordi, proposto dallo stesso Marcuccio, con i poeti Francesca Luzzio, Daniela Ferraro, Emanuele Marcuccio: “Ricordi” di Francesca Luzzio, “Larve” di Daniela Ferraro e “Ricordo” di Emanuele Marcuccio.

 

RICORDI[2] 

FRANCESCA LUZZIO 

Qui, vicino

al camino

guardo le fiamme

delle illusioni

e tra i vetri madidi

di sudore

i campi innevati

per amore.

Mi immergo nel tepore

dei ricordi senza nome,

cenere di un passato

carico di passione.

Sorrido piango

e mentre il gatto fa le fusa

scivola leggera

la musica disarmonica

della vita.

Nel brivido pesante

del patire di sbiaditi ricordi,

solo le tue rosse labbra

guizzano trasparenti

dalle fiamme…

e suda bianca la mia fronte

nel silenzio faticoso

dell’amore.

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LARVE[3]

DANIELA FERRARO 

E ritornano ancora

i ricordi inumati.

– Eppure, in bianche bare,

giacevano sul fondo –

Li ho sentiti ululare

dentro un sole ammalato

mentre graffia le nubi

mendicando la vita.

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RICORDO[4]

EMANUELE MARCUCCIO

O tu che l’ampia volta

della vita ascendi,

o tu che l’ampia prora

dell’azzurro varchi!

Il sonno m’inabissa profondo,

il mare mi plasma tranquillo,

ricado riverso

nel fianco ritorto,

ricado sommerso

nel freddo glaciale,

quel bianco dolore,

che mi arrossa la faccia,

quel freddo vapore,

che m’avvampa tremendo.

28 ottobre 1994

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[1] Così ha definito Marcuccio il dittico a due voci: una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica.

 [2] Francesca Luzzio, Ripercussioni Esistenziali, Thule, 2005, p. 16.

[3] Daniela Ferraro, Piume di Cobalto, Aletti, 2014.

[4] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, p. 51.

 

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I tre testi poetici vengono pubblicati su questo spazio per gentile concessione dei rispettivi autori e con la loro autorizzazione. Le immagini presenti su questo post hanno fini esclusivamente illustrativi e non commerciali.

“Ad Astianatte”, poesia di Emanuele Marcuccio

AD ASTIANATTE[1]

DI EMANUELE MARCUCCIO

 

«Non giunga Menelao al suo focolare, con la sua sposa malvagia, vergogna dei Greci, rovina di Troia. Disgrazie sopra nuove disgrazie. Cumulo di sciagure sopra questa terra. Spose, guardate là il corpo di Astianatte, il suo povero corpo gettato giù dalla rocca». (Dal Coro de Le Troiane di Euripide, scena XI)

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Corpicino…

che non hai

vissuto abbastanza

per mostrare

il tuo valore…

ti diruparono

crudeli assassini

dall’ampia rocca di Ilio…

rosso  vermiglio

ti sprizzò il sangue,

e tua madre,

impotente all’atto

esecrabile…

rossore  tremendo

non vi rode,

non vi avvampa

d’orrore

la faccia ferrigna!

E che cosa volete pensare,

voi crudeli… assassini!

Vi schiaccerà il rimorso,

v’inabisserà…

vi squarcerà…

vi frantumerà

le corde del petto!

Pensate al fato…

al delitto…

pensate al mare…

 

 

[1] Ispirato da un episodio de Le Troiane di Euripide. Astianatte, secondo la mitologia greca è figlio di Ettore e Andromaca, precipitato dagli Achei dalla rocca della città di Troia. Rimane come archetipo di ogni bambino o minore, sottoposto ad ogni genere di violenza. Scritta il 9 febbraio 1996, poi edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, viene qui presentata in una seconda versione da me rivista tra il 4 e il 5 dicembre 2016. [N.d.A.]

“Ferite del tempo”, l’antologia in beneficenza per i terremotati ha donato i ricavi

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Sono stati versati, per un importo di settecentocinquanta euro (€ 750), alla Protezione Civile – Emergenza Terremoto, i ricavi derivanti dal Progetto antologico Autori Vari ideato e curato dai poeti Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio «Nelle Ferite del Tempo. Poesia e Racconti per l’Italia» a pochi mesi dall’uscita.

Realizzazione progetto locandina a cura dello scrittore Gaetano Cuffari. Ringraziamo per l’acquisto e la promozione dell’opera o tutto ciò non sarebbe stato possibile.

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“A notte” e “A sera” di E. Marcuccio con un saggio comparativo a cura di Lucia Bonanni

“A notte” e “A sera” di Emanuele Marcuccio

Una lettura comparata  a cura di Lucia Bonanni

I calendari che si usavano a Roma, Ab Urbe condita, nel 46 a.C. furono sostituiti dal calendario giuliano. In origine il giorno era diviso in dodici ore e la loro durata dipendeva dal tempo effettivo di luce, quindi era variabile, iniziava in media nox e terminava a l’hora duodecima che era l’ultima ora di luce del tramonto.

Per vigilia, il cui sinonimo è la parola veglia, si intende il giorno che precede un determinato evento oppure la guardia notturna, la veglia del cavaliere prima della vestizione ovvero l’astinenza e il digiuno e la notte trascorsa senza dormire.

In ambito militare presso i Romani la notte era divisa in quattro vigiliae o turni di guardia di tre ore ciascuno e Vespero, media nox, gallicinium e conticinium erano le denominazioni che corrispondevano a ciascuna vigilia.

e annotta la notte

e profonda si inerpica

su per le ore

 

e corre al suo centro

 

quelle tre

quella nona vigilia

che si perde

 

e giunge l’aurora

e poi l’alba

 

è di nuovo giorno

Il significato lessicale del verbo annottare è quello di “fare notte, farsi notte” mentre il suo contrario corrisponde a “fare giorno, farsi giorno, albeggiare”.

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La recente poesia “A notte” di Emanuele Marcuccio, come spiega l’autore in nota a piè di pagina, è una meditazione sulla notte e il tempo che corre lungo le sue ore. Non è infrequente che il poeta rivolga la propria attenzione al tempo quale scansione delle ore come ad esempio nella lirica “A sera”[1] del 2014 e già edita in «Dipthycha 3»[2] e prima ancora in chiusura della silloge «Visione», facente parte del volume collettaneo I grilli del Parnaso.

a sera/ e luminose/ scandiscono/ le ore”. Nella lirica “A notte” si possono identificare le peculiarità del periodo che va dal tramonto all’alba con espliciti riferimenti al calendario romano e ad alcune liriche d’autore. “e profonda si inerpica/ su per le ore”, usando la personificazione, Marcuccio fa diventare umana quella notte che dopo il tramonto si fa sempre più densa, più fitta, più intima e radicata nel buio, una notte che a guisa di uno scalatore faticosamente si arrampica sulla parete rocciosa delle ore. Poi, dopo aver superato le difficoltà della salita, “corre al suo centro” cioè a quella parte mediana che di ora in ora dà vita ad un nuovo giorno, iniziando proprio dalla seconda vigilia. Alla “nona vigilia”, dalle tre la notte scema, il buio diminuisce di intensità, dilegua per far posto all’aurora e poi alla luce dell’alba, ed “è di nuovo giorno”.

La lirica si apre e si chiude con due immagini quasi in antitesi; nella prima terzina a dominare è l’oscurità, mai tenebrosa, mentre nell’ultimo verso è la luminosità crescente a far chiaro il giorno, portando con sé una nota di speranza. Il nucleo del componimento è essenziale e delinea la tematica del ricordo sia nella dimensione individuale che nella forma storica. Con l’espressione “quelle tre”, locuzione assai incisiva e intensa, l’autore ha inteso evocare la fatalità dei terremoti di L’Aquila e di Accumoli (RI) che alle 3:32 e alle 3:36 si sono abbattuti su quei centri abitati tra il 6 aprile 2009 e il 24 agosto 2016. Scrive sempre l’autore in nota che, con l’espressione “nona vigilia”, ha voluto creare un corrispettivo notturno con l’ora nona canonica del giorno, quella che va dalle 15 alle 16, e l’antico calendario romano. Ma io nel sintagma “nona vigilia” rilevo l’echeggiare dei versi dell’idillio leopardiano “La sera del dì di festa”, “io, doloroso, in veglia/ premea le piume”ed anche “dolce e chiara è la notte e senza vento” versi la cui ripresa va ad abbracciare anche le strofe del componimento “A sera”. Ma l’impiego della parola vigilia contiene anche la ripresa di uno dei Canti del recanatese, “Il sabato del villaggio”, dove si annuncia l’approssimarsi della festa, “ornare ella si appresta/ dimani, al dì di festa, il petto e il crine”. E nella lirica di Marcuccio la festa si configura nel fascino degli elementi paesaggistici e nelle cadenze cromatiche, sfumate nella progressione del nuovo giorno che si apre alla luminescenza del sole. Dopotutto, parafrasando Umberto Eco, la poesia è una macchina per generare interpretazioni. (Cfr. Postille a Il nome della rosa, Bompiani, 1984)

a sera

e luminose

scandiscono

le ore

 

vanno

lente

lente inanellano

ricami

ricolmi

 

ricolme d’anni

passano

le ore

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Se nei versi di “A notte” le ore denotano la faticosa ascesa della notte verso il proprio centro, in quelli di “A sera”, le ore sembrano di buon animo e quasi sagge per quel loro andare pacato che elabora e arriccia “ricami/ ricolmi” di un piglio felice, ma anche della fiumana di vicissitudini che attraversa la vita in cui sempre “ricolme d’anni/ passano/ le ore”.

Nel primo verso del componimento “A sera” si riflette il pianeta Venere che si affaccia poco dopo il tramonto ed è di nuovo visibile poco prima dell’alba. “Dove Espero già striscia mattutino” scrive Salvatore Quasimodo in “Strada d’Agrigentum”.

In entrambe le liriche di Marcuccio il sentimento dell’autore si accorda con le diverse possibilità degli eventi ed affiora in un ventaglio di sensazioni di edificante sentire mentre la poetica denota la compostezza dei versi per un dire intenso e immediato, arcano e quasi oracolare che opera una sintesi di verità, ispirata al mistero che da sempre circonda L’Uomo nel divenire.

LUCIA BONANNI 

 

San Piero a Sieve (FI), 6 settembre 2016

 

[1] Emanuele Marcuccio, Visione, in I grilli del Parnaso, PoetiKanten, 2016.

[2] Emanuele Marcuccio (a cura di), Dipthycha 3, PoetiKanten, 2016.

Lucia Bonanni sul secondo e quarto omaggio a F.G. Lorca di Emanuele Marcuccio

I due componimenti, come specifica Marcuccio nella silloge «Visione», “fanno parte di un ciclo di quattro omaggi al grande poeta Federico García Lorca, scaturiti dopo la lettura di un’antologia delle sue poesie in traduzione italiana e in cui h[a] cercato di rivisitare il suo stile1.

Ali di vaporoso verde,

pettini concentrici

si schiantano nel mare

in rigurgito azzurro.2

La lirica del secondo omaggio, già pubblicata in «Per una strada», presenta versi sintetici ed essenziali per definire visioni fugaci che traguardano il reale e si raggrumano in una poiesi intrisa di naturalezza e originalità espressiva. La lettura rapisce per l’ariosa disposizione dei lemmi come a voler eludere descrizioni e racconti ed evocare immagini mediante forme allusive, analogie e simbolismi. Il mare con le sue voci, i suoi colori, i suoi ambienti e le sue creature è elemento ricorrente nella poesia marcucciana, un archetipo in cui il poeta specchia se stesso per ritrovare esigenza di scrittura insieme alla dimensione di un colloquio interiore mai dimenticato.

«Azzurro! Azzurro! Azzurro!/ ci inganna, poderosa/ la potente luce del sole»3.

Nella poetica lorchiana come nel teatro il cromatismo assume una funzione fondamentale per enunciare e descrivere l’inestricabile groviglio di sensazioni di vissuti e accadimenti; ne sono esempio il verde della bandiera cucita da Mariana Pineda e quello del vestito di Adela, il giallo e il bianco della casa in «Nozze di sangue», il nero della notte e quello dell’abito della sposa.

Con le sinestesie “vaporoso verde” e “rigurgito azzurro”, affiancate alla originalità della metafora “pettini concentrici” il Nostro descrive forse il volo dei gabbiani che in modo repentino si tuffano in mare “ad acciuffare il cibo4 e ne riemergono come rigurgitati da una bocca invisibile. Il verde e l’azzurro simboleggiano la libertà e la meditazione; così quelle ali sembrano librarsi nel tulle vaporoso del cielo mentre le penne remiganti facilitano il volo ed i ripetuti tuffi nell’acqua.

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Federico Garcia Lorca

«[I]l tormento delle anime/ è azzurro e la ragione/ si oscura dinanzi allo spazio e alle stelle»5. Anche il Nostro alla maniera del poeta Andaluso trae linfa vitale dal contatto con la Creazione e sa conciliare i drammi interiori con i dissidi della mente che si flette dinanzi al trionfo del bello in cui sono le stelle a segnare il confine con la malinconia. Il verbo “schiantare”, “stiantare” nella parlata popolare toscana, è usato con significato lessicale di “rompere con violenza, staccare, cogliere, provocare forte dolore, morire dalla fatica e dalle risa”. Nella descrizione marcucciana i gabbiani si tuffano in mare con schianto secco e fragoroso e di riffa rompono l’azzurro liquido e in modo altrettanto impetuoso fuoriescono dai mulinelli spumeggianti. Al pari di Cardarelli anche il Nostro non sa “dove i gabbiani abbiano il nido/ ove trovino pace6 e nella rifrazione del vivere come gli stessi gabbiani si ritrova “in perpetuo volo [prendendo atto che talvolta] il destino è vivere/ balenando in burrasca7.

Per Dante, Petrarca ed anche per Leopardi “ragionare” equivale a “poetare” e non per niente il Nostro ragiona per dare voce al proprio animo e fare poesia, proponendo al lettore un linguaggio nobile e innovativo. Secondo Mario Luzi “[ermetismo] è una parola convenzionale, di comodo, che non risponde a nulla. Il problema è un altro; è riconoscere la poesia come momento discriminante nella vita dei singoli, della cultura e dell’umanità8. Quindi quella di Marcuccio non può essere definita poesia criptica, ambigua e misteriosa; in essa si ritrovano frammenti di verità e scelte ben precise che si connotano nella rivelazione poetica anche in merito ad aspetti umani e culturali.

 A strapiombo sul mare

si staglia l’ombra

d’un’alga rinsecchita,

l’ombra d’un orizzonte

chimerico.9

La fonte dell’infinito/ è l’ombra10, ombra che è assenza di luce, zona non esposta ai raggi solari, figura proiettata su una superficie da un corpo, effetti di chiaroscuro, zona scura su un qualcosa di trasparente. E l’ombra che nei versi del Nostro “[a] strapiombo sul mare/ si staglia [è quella]/ d’un’alga rinsecchita”, una pianta acquatica marina non più fulgente, ma appassita e di aspetto misero e rugoso. Ma anche “l’ombra d’un orizzonte /chimerico11, una linea apparente dove il cielo sembra toccare il mare. Tale limite immaginario a causa della foschia che riduce la visibilità, è chimerico, fantastico, illusorio, utopistico, un’ombra appena intravista, un sogno che mai si avvera.

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Il poeta Emanuele Marcuccio autore dei due omaggi lorchiani analizzati in questo saggio.

Se nel secondo omaggio i campi semantici sono costruiti intorno alle parole “si schiantano” e “rigurgito”, in “Distanza: quarto omaggio a García Lorca” si imperniano sulle accezioni di “strapiombo” e “chimerico”. Per definizione linguistica lo strapiombo è costituito da una conformazione verticale che alla sommità presenta una sporgenza verso l’esterno mentre l’aggettivo “chimerico” implica l’idea del mostro mitologico il cui corpo risulta assembramento bizzarro di parti anatomiche di altri animali. Inoltre alla fisionomia delle ali libere che volano libere, qui intese anche nel traslato di speranza, si oppone quella di un’alga ormai priva di vita a mutuare la metafora di desideri che non trovano accoglimento e per inerzia si trasformano in foschia per cui l’orizzonte sperato appare sempre più distante. I lemmi “si schiantano” e “strapiombo” combaciano perfettamente in un assioma geometrico di verticalità, assimilato sia al volo naturale che a quello meccanico. Anche “ali” e “si staglia” combaciano nel loro sillogismo interpretativo; le ali offrono senso di leggerezza e permettono il fluttuare nell’aria come accade ai pensieri assiepati nella mente. È il sintagma “si staglia” a mediare il senso di un qualcosa di nitido, inconfondibile e ben definito, dovuto al fascio di luce che investe e si frange dietro al soggetto ad esplicitare la nebulosità di voleri negati. Ed è in tutto questo che trova campo la parte intimista in cui l’autore mette su carta il proprio sentire. In matematica la distanza tra due punti è data dalla parte di retta che li unisce oppure dallo spazio da un luogo e un altro, due oggetti, ovvero la lontananza anche affettiva tra due persone per differenza e carattere. “La tua assenza che tumultuava,/ nel vuoto che hai lasciato,/ come una stella12, scrive Cardarelli nella lirica “Attesa” per definire la distanza emozionale, creata da un incontro mancato.

Ritornando a Federico García Lorca (1898 – 1936), artista immenso in umanità e produzione letteraria”, come ricorda Jorge Guillèn (1893 – 1984), “fu una creatura straordinaria [che] metteva in contatto con la Creazione” e Vicente Aleixandre (1898 – 1984) afferma che lo si poteva “paragonare ad un’acqua o una roccia [e] la sua presenza suggeriva sempre associazioni con elementi naturali”. I componimenti del Nostro a lui dedicati, sono caratterizzati da elementi naturali e da istanze affettive mediante l’uso di stilemi simbolici che si fanno organismo e colloquio nel momento in cui le immagini della fantasia vengono trasfigurate nelle finezze poetiche. Originali e incisive le rappresentazioni del poeta andaluso che Marcuccio realizza con le immagini dell’acqua e della roccia, il volo dei gabbiani e l’orizzonte chimerico anche in ordine a quella che viene definita poetica del duende.

Boscaiolo,

tagliami l’ombra.

Liberami dalla pena

di vedermi senza pompelmi.13

L’ombra descritta da Federico nella lirica “Canzone dell’arancio secco”, è quella prodotta da un albero ormai seccato nella linfa vitale e quindi incapace di poter dare tenere fioriture e frutti aranciati. Il richiamo ad elementi naturali quali l’alga e l’albero ormai sterili, più che ad una sterilità fisiologica, fanno pensare a quella omologazione delle idee in ambito socio-culturale che tende a far scomparire tracce di umanità e lascia che prenda piede l’ombra di un proclama mirante a soffocare aneliti di libertà e di uguaglianza. Nei due omaggi, in colloquio intimo e appassionato, l’autore incontra la scrittura lorchiana e rammenta che in un giorno assolato d’estate al bivio di Alfacar la luce si è macchiata di ombre mentre nei campi andalusi ancora grondante di freschezza è lo scrosciare della presenza del poeta.

Composizioni lodevoli e sincere, partecipate e avvincenti quelle scritte da Marcuccio in un rondò di evocazione panica e rimembranze emotive.

LUCIA BONANNI 

 

San Piero a Sieve (FI), 6 novembre 2016

 

 

Note:

[1] Emanale Marcuccio, Visone, in I grilli del Parnaso. Alterne Stratificazioni, PoetiKanten, 2016, nota n. 13, p. 81.

2 E. Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, p. 75.

3 Federico García Lorca, Poesie, a cura di Claudio Rendina, Newton Compton, 2007, p. 441.

4 Vincenzo Cardarelli, Opere, Mondadori, 1981, p. 60.

5 F.G. Lorca, Op. cit., p. 443.

6 V. Cardarelli, Op. cit., p. 60.

7 Ibidem.

8 Michele Miano, Una testimonianza su Mario Luzi, cit. in Mario Luzi: l’uomo e il poeta, PoetiKanten, 2015, p. 15.

9 E. Marcuccio, Op. cit., p. 91.

10 F.G. Lorca, Op. cit., p. 441.

11 E. Marcuccio, Op. cit., p. 91.

12 V. Cardarelli, Op. cit., p. 53.

13 F.G. Lorca, Op. cit., p. 173.

“Il mare”, poesia del palermitano E. Marcuccio

IL MARE[1]

DI EMANUELE MARCUCCIO 

per_Il Mare, foto di Edoardo Pisani.jpg

Come i nostri pensieri è il mare,

scroscianti acque,

ondeggianti flutti,

onde che vanno senza ritorno

e i nostri pensieri così,

vanno, vanno…

in questo ondeggiar,

in questo scolorar

d’acqua salata…

Così, in un mare

d’immenso

il cor s’inabissa

e dolce mi viene all’anima

una suprema quiete.

[1] Scritta il 27 gennaio 1991, poi edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, viene qui presentata in una seconda versione da me rivista il 7 settembre 2016. [N.d.A.]

“Oreste a Elettra”, poesia di Emanuele Marcuccio

ORESTE A ELETTRA[1]

DI EMANUELE MARCUCCIO 

Oh quale dolore provasti

per la tua

trista sorte:

reietta, percossa, disprezzata!

Ma ora,

felicità insperata

giunge

alle tue pupille stanche:

tuo fratello,

creduto morto,

giunto è alfine

a liberarti,

ad abbracciarti,

dolce sorella;

quanto hai sofferto…

aspra guerra…

quale battaglia…

fosti risoluta!

Come montagna

che giammai trema

sotto le sferze del ciclone,

come cascata,

che vasta

erompe precipite,

non t’arrestasti!

Pronta eri

anche a morire,

cara sorella…

pronti erano

a seppellirti viva,

pur di

serrarti la bocca…

una bocca che nacque

ad indorare baci

quando sposa…

casta fanciulla,

ambra di rose…

non soffrir più…

riposa

sul mio cuor…

non soffrir più…

non soffrir più…

 

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[1] Ispirato da un episodio dell’Elettra di Sofocle. Scritta il 9 ottobre 1996, poi edita in Emanuele Marcucio, Per una strada, SBC, 2009, pp.72-73, viene presentata in una seconda versione riveduta del 4 dicembre 2016. [N.d.A.]