“Soltanto una vita” di Ninnj Di Stefano Busà – Introduzione di Nazario Pardini

Soltanto una vita

Di NINNJ DI STEFANO BUSA’

Kairos, Napoli, 2014

 

Un grande mélange di cospirazioni naturistiche e di intrighi che mai si allontanano da una verità, specchio dei nostri giorni.

 

 

INTRODUZIONE di Nazario Pardini

copertina busà per stampa andersen_La_-page-001Nuova avventura letteraria per Ninnj Di Stefano Busà: per la prima volta si presenta al suo pubblico in veste di narratrice, con un’opera dove si riversa tutto il sapere, tutta l’immaginazione, e tutta la visione di una realtà sociale e ambientale poeticamente vissuta e ri-vissuta, condita con tanta generosità emotivo-esplorativa, di cui la scrittrice ci ha dato forti connotazioni nelle plurime realizzazioni letterarie e poetiche. Qui si tratta di un romanzo, il primo della Busà: ma è come se alla sua prima prova lei facesse il bang.

Si tratta di un romanzo pregevole, in cui l’analisi dei sentimenti umani s’intreccia con lo scavo psicologico di un’esemplare e rara competenza letteraria, che possiede una carica emotiva singolare; un grande mélange di cospirazioni naturistiche, di panorami mozzafiato, di forze evocative, di scavi psicologici, e di intrighi che mai si allontanano da una verità, specchio dei nostri giorni. L’opera si apre con un quadro da schermo tridimensionale di sperdimento panico; un tuffo in un oceano che farà da base erotico-cromatica a tutta la vicenda: «Dopo la curva, sull’altro versante, l’oceano si apre improvvisamente, come una valva sul fondale lussureggiante di un’immensa esplosione di luce. L’ora, illuminata già dalle prime avvisaglie d’alba, appare col suo splendido manto arabescato di rosa tenue e oro».

Già il lettore è messo in guardia. Percepisce fin da subito l’eleganza, e la forza evocativo-linguistica di un’autrice che sa trattare la parola come argilla, plasmarla per captare l’animo, la mente e la sensibilità di chi partecipa alla scena.Un momento prodromico di grande rilevanza: l’antiporta

su un “altrove” equivalente alla carta di identità di un’autrice che da una vita lotta a tu per tu con la parola per renderla adatta a tradurre un’anima infinitamente vasta e infinitamente disponibile verso plurime esperienze di perspicua validità umana.

La scrittura si fa possente di intuizioni immaginifiche. E ci si imbatte subito col personaggio principale: Julie. Personalità manageriale, colta, affascinante, attiva, generosa, che dopo un rapporto di grande conflittualità con Paul, infantile, complesso e difficilmente gestibile, incontra George. L’incontro assume contorni di sapore odissiaco. Da quel momento la vita ha senso, profondità, valenza, i due vivono l’incontrastato legame che li confonde, li disorienta, ma si fa tempio mai visitato da altri, le loro anime si trovano in un lucernaio d’amore che è viatico di luce per il loro percorso. Una storia di grande passione, di un’intensità che li fa divenire una sola entità, non più duali: «Carne e sangue si sentono rimescolare in un piacere furibondo. La sessualità è perfezionata tra loro da un visibile esempio di coinvolgenza intima. Un’imprenscindibilità vulnerabile, di fuoco

infiamma la loro pelle, li stringe in una complicità emotiva smaniosa e ineluttabile».

La vacanza da incantamento, dal sapore edenico, sembra esorcizzare il canto della rinascita, una sorta di bagno purificatore che li porta a scoprire fino in fondo all’anima, quell’aspetto trascurabile dell’essere umano che si chiama “amore” in cui l’anima si eleva, conquista l’essenza pura della ragion d’essere.

Vi sono scavi di riflessioni, lectio magistralis di una puntualità e validità ineccepibili- con quei tocchi di eleganza che concorrono a delineare un ambiente raffinato e signorile, ma anche

vastissimo di movimenti, di azioni, di congiunzioni sensoriali, che arrivano a contemplare la sessualità come un fatto perfettibile, sublimativo della fisicità umana. «Ogni fibra del loro

corpo vibra all’unisono, ogni bracciata in quel liquido azzurro, immersi nel tepore di acque placide, è un inno al creato. In quella natura che fa da sentinella all’anima e si stende

sovrana, con quella percettibilità che li cinge, fin quasi ad abbracciarli, i due…».

Opera pulita, chiara, propositiva; cresciuta su baluardi di sani principi, dove alla fine, quello che conta veramente sono i significati della famiglia, della fedeltà, dell’amore; un’opera che va certamente controcorrente considerando i disvalori che, spesso, vengono propinati dalle letture di poca pregevolezza prese in considerazione da case editrici cosiddette “grandi”.

Un romanzo pieno, zeppo, colmo di vita e di bellezza. Bellezza narrativa e sostanziale. Qui, la forza evocativo-descrittiva della Di Stefano Busà. Una forza che trae la sua linfa da una storia di ricerca, di abbandoni e di rinascite; di gioie e di dolori. E tutte si concretizzano nel dipanarsi delle vicende; nel succedersi des accidents che sono l’esistere di ognuno.

Con una profonda differenza: che qui c’è la mano di una scrittrice che sa trattare la parola tenendola ben stretta ai fili dell’anima, la sa condensare quanto basta per avvicinarla al sentire del lettore, farlo quasi protagonista. Una parola che contiene gli impulsi emotivi del vivere, e armonizza, o stride di fronte a certi avvenimenti che tradiscono l’amore, i buoni sentimenti; diciamo pure vicende di un

umanesimo rinfrescato da una modernità trattata con eleganza e stile.

Momenti di alta, vera poesia, di immensa vicissitudine umana, che una poetessa come Ninnj Di Stefano Busà può cogliere e trasferire in qualsiasi genere di scrittura. E, in particolare, in quella che tratta di una società in decadimento con tutte le sue sfumature conflittuali, contraddittorie e limitative. Con figure altamente simboliche ed emozionanti, l’autrice sa reggere la prora come un capitano temerario: non vi è una sola parola fuori posto, non un sintagma, non un accento.

Tutto è regolato da una scuola di sofferenza e di pietà, una lectio vitae che consiglio di leggere al lettore più accorto, perché possa provare emozioni forti, descrizioni anche sensuali in cui si trovi a testimoniare la grande potenza dell’amore. È qui che s’incontra la vera autrice, in una prosa poetica

di grande effetto suggestivo, di sostanza e potenzialità creativa. Con figurazioni mai oziose, ma sempre intonate a un procedere, a una diegesi, che, non di rado, assume configurazione poematica;

soprattutto quando si tratta di puntualizzare quei tratti dell’animo umano che presuppongono una grande capacità analitico-psicologica; quando si tratta di pervenire a degli assunti che sono i pilastri dell’essere; quando si tratta di delineare l’armonia dell’universo, come nell’atto erotico, unico e

irripetibile di un amplesso. Quell’apprendistato che l’autrice ha esperito, ha istruito in un percorso delusioni, dolori, e infine gioie. Gioie che possono maturare solo dopo un lungo cammino, quando l’anima raggiunge la vetta della quies estetica, e se non dell’atarassia, almeno della serenità.

Ed è così che certi contenuti di infinita rilevanza si possono tradurre in massime, in prose poetiche, diciamo, per nitidezza verbale, ma soprattutto per una visione quasi ariostea del mondo e del suo andare che matura nel corso degli anni. Un momento di alto spessore lirico-memoriale che ci avvicina sempre di più a quella visione eraclitea del tempo e del suo fugace correre che sembra tracciare un percorso sotterraneo nel romanzo fino a costituirne motivo di connessione e compattezza.

La trama del romanzo è avvincente, ben omologata, senza vuoti; le pagine scorrono veloci. Ogni descrizione è finalizzata a rese psicologiche di eccezionale valenza. Il carattere dei personaggi spicca chiaro e ben delineato. I dialoghi sono incalzanti. E la natura coi suoi squarci di cielo, di terra e di mare accompagna attenta il dipanarsi della storia con colori ora tenui, ora vivaci, ora brumosi in funzione non tanto descrittiva, quanto introspettiva. Questo è un romanzo come pochi, ha l’aria di essere il bestseller della prossima estate, quando si comincia a leggere non si può più smettere

di farlo.

Ci prende l’anima, ci si sente dentro la storia, nella trama fitta degli avvenimenti che commuovono.

Si chiede scusa al lettore per aver sottolineato pagine memorabili, sentimenti e visioni, adattamenti riepilogativi di una vita, che vanno evidenziati per la potenza evocativa del messaggio. L’intreccio va avanti rapido e avvincente, suasivo e trascinante. Si legge tutto di un fiato. Il finale non lo rivelerò, anche per non togliere il piacere della lettura al fruitore. A me tocca invece dire che la grande editoria dovrà, sicuramente, porre attenzione a quest’opera pregna di vita e di creatività; di

problematiche sociali e ambientali attualissime. I personaggi sono delineati con tale realismo visivo, da darci l’idea di essere dentro un film in proiezione. Sì! si dovrà porre attenzione a questo romanzo da parte di certi editori alla scoperta del best seller. Perché qui c’è un valore aggiunto in più: la penna di una grande poetessa che da una vita offre tutta se stessa alla ricerca del verbo e dei suoi innesti per trame ricche di pathos ed energia creativa. E difficilmente certa prosa di oggi riesce ad avere la potenza creativa della poesia. A voi la lettura perché vale più saper leggere che saper giudicare. Noi possiamo solo riportare la frase emblematica del finale; conclusione che ha tanto della filosofia umana della scrittrice. Un  leitmotiv che lega le vicende come lo fa un tema musicale

di sottofondo in un’opera lirica pucciniana: «Non passi per troppo mieloso il concetto che Dio è la fonte, noi siamo la gola riarsa: il nostro limite è la sete inestinguibile, impetuosa e inarrestabile, abbiamo bisogno di lui per dissetarci. Siamo soltanto una vita, nient’altro…».

Credo non vi possano essere espressioni più immortali.

 

Nazario Pardini

 

febbraio 2014

 

“Il silenzio della neve” di Giuseppe Filidoro: un romanzo antropologico. Recensione di Lorenzo Spurio

Il silenzio della neve
di Giuseppe Filidoro
Osanna Edizioni, 2013
Pagine: 275
ISBN: 97888881673469
Costo: 13€
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 “Ogni uomo, anche il più buono e onesto, diventa tanto meno sensibile alle disgrazie altrui quanto più aumenta la distanza dal luogo dove è sentita la sofferenza” (100)

 

coverUn libro “parlato” questo di Giuseppe Filidoro dove lo scrittore utilizza il genere del romanzo, ma non disdegna nella sua perfetta padronanza scrittoria di eclatanti squarci lirici né di inserire storie nella storia come un’ardimentosa costruzione a matriosca. E in effetti la trama di questo libro è fatta dalle cose semplici, dai piccoli fatti che accadono quasi inavvertitamente e sempre uguali in un anonimo e desolato villaggio di paese. All’autore non interessa tracciare precise coordinate geografiche dove collocare l’intera storia, anche se al lettore con un minimo d’attenzione non farà difficoltà a capire che la storia è ambientata in quel sottobosco di vita popolana e popolaresca di una classe subalterna che si trova a vivere il passaggio tra prima-dopo, tra vecchio-nuovo, tra certezze e desiderio di espatrio per una maggiore realizzazione. Sono alcuni elementi che Filidoro dissemina qua e là nel libro a dirci che ci troviamo nel Meridione: si parla del vino Aglianico, un vino rosso che viene prodotto principalmente nella zona della Campania, Basilicata e Puglia ed anche il “lampascione” (una variante di cipollotto) è in effetti tipica di quelle zone mediterranee. A rafforzare l’idea che ci si possa trovare in territorio del sud Italia, è il continuo utilizzo dell’accrescitivo “assai” nel linguaggio comune dei tanti personaggi, posto in posizione finale, com’è appunto caratteristico di questa parlata locale, che per alcuni è una vera e propria lingua.

Proprio per l’intreccio intelligente di cui sopra nel quale Filidoro è come se prendesse il bandolo di più matasse e li mischiasse con il risultato di ottenere una massa amorfa di fili difficili da individuare all’occhio se non fosse dal loro diverso colore, questo libro ci immette direttamente in un mondo di provincia del dopoguerra dove si ritrovano molti degli elementi e delle inquietudini della gente di quel periodo: l’essere orfani perché si è perduto il padre in guerra, il non aver avuto mai notizie di proprio marito perché probabilmente deceduto in qualche missione di guerra come avviene alla vecchia Mezzavedova, la novità e il progresso visti sia attraverso nuove e salvifiche introduzioni quali quella della televisione, ma anche per mezzo del mito americano che a sua volta motiva la migrazione in una terra che agli occhi di rozzi provinciali non è altro che la terra promessa.

E’ un romanzo popolare, questo di Filidoro, ma a differenza della letteratura naturalista non si sofferma solo a dipingere il tessuto di una comunità nel suo ambiente, perché va anche ad approfondire che cosa succede nella mente dell’uomo e della collettività quando accade qualcosa d’inaspettato che si configura, quindi, come misterioso. Nel romanzo assistiamo, soprattutto nella seconda parte del libro, ad almeno due eventi che caricano la narrazione d’intrigo e che tengono incollato il lettore alla disperata ricerca della verità. Ma la verità, della quale parlano alcuni personaggi della narrazione, è sempre qualcosa di inafferrabile se non è possibile affidarsi su fatti certi, esperiti direttamente: “In assenza di prova contraria, il plausibile prende con forza il posto del vero, affermandosi senza possibilità di smentita” (225).

Filidoro dà voce a un’intera popolazione tracciandone le caratteristiche che determinano ciascun compaesano agli occhi degli altri con una tecnica denotativa d’impatto, che è quella del soprannome o del nomignolo, trasmettendo al lettore quali sono i veri motori di un mondo provinciale, campagnolo, che sembra essere addormentato e in attesa di qualcosa. La narrazione di Filidoro ricorda la prosa oculata e puntigliosa di Verga e nel riferimento alla migrazione dal sud verso al nord della quale si parla nelle prime pagine con la creazione dello stereotipo terroni/polentoni sembra di sentire Vittorini della Conversazione in Sicilia. E’ una narrazione questa del Nostro che affonda nel culto e nel richiamo della terra, nell’autenticità di legami familiari e religiosi che ancora si conservano in una dimensione corale che, proprio come richiama il titolo del romanzo, Il silenzio della neve, sembra rimanere in fase di latenza e, pur curiosa del mondo nuovo che si prospetta con il progresso o con il mito americano, rimane salda alle sue radici e ritualità. Perché in fondo questo è un romanzo che ha in sé una grande forza del parlato, di quel senso forte di comunità che si realizza attraverso azioni rituali, quasi ridondanti, quali la partita a carte al bar, la preghiera o la frequentazione in Chiesa, la passeggiata o lo spiare non visti dietro le ante delle persiane.

La comunità preserva se stessa e parla di se stessa, si anima, si costruisce e si difende: ne sono testimonianza le tante chiacchiere, supposizioni, dicerie, pregiudizi, voci di rione, attribuzione di nomignoli che si sommano a superstizioni, pensieri che non trovano verifica, idee, paure e continue ricerche di spiegazioni. Filidoro dà la voce a ciascun personaggio, come se si avvicinasse a lui con un microfono e lo lasciasse parlare, proprio perché debbono essere tutte le anime del paese a dire la loro, a costruire quel senso di coesione che solo nell’abbraccio corale della comunità è possibile.

Ed è per questo che il realizzarsi di due fatti eclatanti, da sempre estranei a quel mondo e sonnolento, vengono a significare incomprensione, inquietudine e un arrovellamento continuo degli autoctoni come in un romanzo di Thomas Hardy: l’arrivo di un uomo “misterioso” e l’uccisione di un certo Settedenari che poi, dopo indagine lente e inconcludenti, si scoprirà essere un caso di strozzinaggio locale. Ma in che misura poi un uomo può essere “misterioso”? Il mistero, il fascino misto a paura, è un qualcosa che viene da una nostra suggestione privata di fronte a qualcosa e non è una proprietà intrinseca della cosa stessa. Ed ecco che il nuovo, le introduzioni di ciò che normalmente non è stato fatto, un rituale che si rompe o che si sospende, viene anche ad avere forti connotati di carattere misterico. Si pensi a questo riguardo alla sapienza esoterica di Angelina Sapone che in effetti ha tutte le caratteristiche della vecchia megera profetica e conoscitrice dei destini altrui, una sorta di strega dal karma buono. Come in ogni tradizione che ha una buona origine nel mondo contadino del culto e del lavoro della terra, la religione si pone a metà strada tra devozione e confessione, appoggiandosi sulla stampella della ritualità, della sapienza occulta, della superstizione (si veda le “fatture” della Sapone) e alla credenza nel Male (che è pure di derivazione biblica) ma s-denaturalizzata e usata come motivo di tormento e condanna. Ed è in questo mondo che sembra essere in apnea, respirare solo nei momenti “pubblici” durante lo struscio, in chiesa o in seduta dal barbiere che si galleggia in una ritualità stanca che si perpetua quasi in maniera inconsapevole come motivo di recupero e di difesa di quella memoria contadina, di quel modo di fare e vivere le cose in maniera dicotomica: condivisa, partecipe e (sembrerebbe) entusiasta nei pochi e ripetuti momenti conviviali e dall’altra silenziosa, osservatrice, omertosa e indagatrice anche tra gli stessi compaesani. L’Appuntato, che sarà chiamato ad investigare sul delitto di Settedenari, è anche lui un uomo stanco, poco interessato e quasi indifferente e preferisce mettere in galera il primo che, anche con una schiacciante mancanza di prove, secondo lui potrebbe essere l’assassino. La sua figura produce una leggera reminiscenza nel cervello del lettore del celebre capitano Bellodi che ne Il giorno della civetta veniva chiamato a risolvere un caso intricato di mafia trovando incomprensione, freddezza e gente sempre pronta ad ostacolarlo nelle sue ricerche.

Questo di Filidoro è anche un libro ricco di pillole di saggezza, di riflessioni acute che, se sembrano rasentare l’ordinario, in realtà sono foriere di un pensiero ragionato, introspettivo, filosofico come quando il narratore, con estrema pacatezza e con un buonsenso d’altri tempi, osserva: “Ogni azione, dalla più piccola e insignificante a quella più laboriosa e complessa, un giorno, spesso del tutto imprevedibilmente, è compiuta per l’ultima volta, senza che ci sia la possibilità di fermare nella memoria l’istantanea di questo momento irripetibile, per poter un giorno farlo rivivere nel ricordo” (72).

La ritualità della gente di paese si sposa con la circolarità metereologica: assistiamo a un “caldo cocente del sole pomeridiano di fine luglio” (89) nei primi capitoli che poi nella parte terminale del romanzo lascia il posto a un freddo asciutto dominato dalla coltre candida della neve. Un romanzo popolare, dunque, ma anche un romanzo psicologico e antropologico, che mostra un’attenta disamina da parte dell’autore del legame stretto tra singolo e comunità in una dimensione di provincia che sembra arretrata e conservare i suoi antichi modelli degradati a obsoleti, ma dove l’autore indaga la fitta rete di rapporti tra i paesani, come in un prisma dalle infinite tinte cromatiche. Un romanzo sul silenzio che spesso si cerca e quasi mai si trova e che fa da intervallo tra un prima e un dopo, che esorcizza una pausa o una ricerca di tregua, un silenzio che si fa assordante e deprimente e che si uguaglia al sentimento di morte dove la materialità si dissolve in un fremito di sospensione e leggerezza che amplia il mistero e addolcisce il ricordo: “Il passaggio del vento impetuoso tra gli anfratti della valle sottostante era l’unico suono percepibile, mentre l’ovattato dominio della neve pacificava ogni altro rumore, fino ad avvolgere l’intero paese in un glaciale silenzio” (252).

 

 

Lorenzo Spurio

 

 

Jesi, 11.03.2013

Iuri Lombardi su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

        La cucina arancione: quando la de-costruzione diventa un atto di verità

Di IURI LOMBARDI

 

 

cover_frontLa cucina arancione, la raccolta di racconti di Lorenzo Spurio edita nel 2013 da Tracce per la meta edizioni, oltre ad essere un libro interessante, pieno di spunti e di riferimenti, oltre ad essere una netta e chiara (inequivocabile) indagine di un mondo minuto, emarginato, nascosto, che alberga in noi oltre che ai margini prestabiliti dal sociale, è sopratutto un’opera post-moderna in cui Lorenzo (anche in questo caso chiamo per nome lo scrittore perché gli sono amico) si colloca a pieno in un filone preciso della letteratura contemporanea (a mio avviso l’unica possibile): quella del post-moderno. Filone che se in apparenza un critico può nutrire perplessità nel definirlo, ha tuttavia dei connotati precisi che di seguito vorrei esprimere in termini storiografici.

In primo luogo, la caratteristica principale del post-moderno è sicuramente la de-costruzione di ogni classica funzione che per secoli ha avuto la letteratura. E in primo piano, la de-costruzione del classico (de-mode e anti-storico) mette in luce non solo un mutamento di rotta sulla lingua (non più conservatrice), non solo nello stile, che diventa per forza di cose un catalizzatore di eventi linguistici e ipertestuali, ma compie una rivoluzione – e consentitemi di affermare gobettiana- nel porre come protagonista della propria storia l’emarginato, il prossimo del quotidiano, volendo l’uomo medio gonfio di solitudine e di paranoie, di paure e di fobie.

Questa è in primo luogo la caratteristica della Cucina arancione. Un libro rivoluzionario – in termini, ripeto, gobettiani della parola- che mai come adesso nel panorama editoriale italiano s’era visto. Infatti, in luce di quanto sostenuto sino ad ora, l’opera di Spurio è una indagine diretta, quasi un punto di osservazione continuo, una sequenza di storie apparentemente lontane dalla normalità che quasi al lettore medio creano scandalo.

Lorenzo si cala nei panni di un viaggiatore di un mondo sconosciuto, da noi tutto saputo ma celato per timore del pregiudizio, in cui lui stesso da scrittore è costretto, vuoi per piacere della scrittura, vuoi perché curioso, a narrarci questa realtà costituita solo da muri, da alte saracinesche di paure e fobie, di paranoie e di ripetizioni. Ripetizioni di gesti, di riti quotidiani che andando ad oggettivare la materia d’indagine diventano interessanti spunti su di un contesto o più contesti sommersi alla maggioranza delle persone. E la ripetizione dei gesti, delle paure che si rinnovano regolarmente in un tempo x sono parte integrante di una nostra forma mentis che il più delle volte allontaniamo da noi per paura. L’indagine di Spurio (notevole critico letterario e studioso di un certo tipo di letteratura psicologica) fonda sulla ripetizione la propria poetica, quasi avesse assorbito in pieno e in modo positivo e costruttivo la lezione dei funzionalisti francesi, in particolare di Deleuze e Derrida. Infatti tra le righe della cucina arancione si possono cogliere una serie di spunti che legano, volente o non, la narrativa alla questione del linguaggio psicanalitico. E questo viene fuori, emerge come un relitto dalle acque profonde del mare, quasi portato a galla dalle correnti di una volontà remota, non solo nei contenuti (in cui il protagonista è l’anti-eroe), ma in particolare nella lingua.

Una lingua che nell’atto della descrizione si fa distante e riesce ad oggettivare la cosa narrata quasi come se l’autore non volesse intaccare l’oggetto conferito con la propria emozione o personalità. Esperimento questo che somiglia molto alla lezione del romanzo scientifico dei naturalisti francesi, del Verga e del Capuana per un contesto agreste e italiano, per il teatro somigliante all’epicità di Brecht.

In altre parole, si tratta di una lingua diretta, senza inflessioni emotive, che racconta il narrato con scientificità e rigore assoluto, dando al lettore la possibilità di interagire all’interno della storia come figura protagonista. Figura che ha il compito di ultimare il racconto attraverso una riflessione che trova con l’ipertestualità del testo una propria alchimia. E questo è tipico del post-moderno.

 

Altro aspetto, direi non marginale, è il discorso dello spazio/tempo come nel racconto Jonny, in cui una realtà cela e si sovrappone ad un altra, per cui il tempo e lo spazio diventano un disegno teatrale, drammatico della nostra vita. Spazio/ tempo che si annida e si esplicita in più tempi e in più spazi attraverso riti quotidiani, paure, cose non dette. Questo aspetto svela in Spurio una cultura sociologica del vedere la letteratura, nello specifico la narrativa, in cui il pensiero di Durkheim[1] e di Debord[2] trapela come interrogativo mai risolto sul nostro tempo.

Quel senso di morte (fisica e simbolica) che si respira in Durkheim pare lambire, albergare nei personaggi della Cucina arancione, come se la vita di questi si alimentasse di uno spazio/tempo proprio, fosse costellata di suicidi violenti sia verbali che fisici. Si tratta in sostanza, di attentati verso il proprio essere continui che pare non trovino soluzione.

In secondo luogo, il contesto calato in un contesto altrettanto drammatico, allude o può ricordare la famosa società dello spettacolo di Debord, in cui l’idea dell’altro e della propria persona è minacciata dall’equivoco costante e continuo dei giornali e delle immagini. Ed eccoci al punto: la cucina arancione, pur essendo un libro di racconti, è una sequenza di scene drammatiche in cui la realtà di noi tutti trova il suo naturale palcoscenico. Si tratta di una scena dolorosa, piena di traumi e paure, di muri invalicabili, in cui l’osceno non avendo più pudore di sorta (e dico in termini letterari giustamente) balza in primo piano facendo dell’opera un teatro alla Artaud[3]. Si tratta della narrativa del crudele: dello svelamento della verità. Di una verità dolorosa, antipatica, sofferente che alberga nell’uomo, ad ogni livello o estrazione sociale, che fa della vita una esistenza ferita[4].

 

27.02.2014

                                                                                   Iuri Lombardi


[1]Durkheim, Il suicidio, Bur, 2013

[2]Debord, la società dello spettacolo, Baldini e Castoldi, 2011

[3]Artaud, il teatro e il suo doppio, Einaudi, 2000

[4]Moravia, l’esistenza ferita, Feltrinelli, 1999

Lorenzo Spurio su “Oltre l’azzurro dei cieli” di Anna Alessandrino

Oltre l’azzurro dei cieli
Di Anna Alessandrino
Edizioni Agemina, Firenze, 2013
Pagine: 55
ISBN: 978-88-95555-68-3
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Eppure in quella melma
piano una ninfea si schiude
mentre al cielo
s’alza il riso di un bambino. (14)
 

copertina-web-Alessandrino_pa265sfx (1)Anna Alessandrino, poetessa della provincia di Bari, ha recentemente vinto il Primo Premio per la poesia inedita al Concorso Letterario Internazionale Pablo Neruda organizzato dalla casa editrice Agemina di Firenze. Non è un caso che il Premio sia intitolato al grande poeta cileno in quanto, tra le prerogative per poter partecipare a questo concorso, era necessario l’invio di almeno venti liriche di impronta civile. La poesia civile, che indaga cioè sui disagi, le storture, i drammi e le esigenze della società in un determinato luogo e tempo riveste una amplissima categoria della poesia che è sempre stata trattata nel corso della storia della letteratura con diverse intenzionalità: canti di sdegno, di denuncia, proclami di dissenso e quant’altro.

Sfogliando il volume di Anna Alessandrino, pubblicato dal concorso da lei vinto, che porta il titolo “Oltre l’azzurro dei cieli” ci rendiamo subito conto di trovarci di fronte a una poesia intensa, ben strutturata, frutto di una mente consapevole del tempo che ci è dato di vivere. La poetica di Anna Alessandrino gioca sulle pennellate di invidiabile liricità, con curiosi riferimenti al mondo classico e una vocazione portata al culto della parola. La forza espressiva delle liriche e in particolare la magia evocatrice che le contraddistingue è di certo il fiore all’occhiello di questa silloge che, per ritornare a quanto si è detto all’inizio di questo commento, è una poesia prettamente sociale, di riflesso di incongruenze della società; si legga ad esempio “La rabbia delle donne” e “Non più Penelope” che affrontano la difficile situazione dell’esser e conservarsi donna nel nostro presente. Poesie che fanno anche riflettere su un dramma caratteristico del nostro tempo ossia quello dell’incremento di forme di violenza sul sesso femminile.

Nella poesia “Missioni di pace?” sembra che la poetessa ci bisbigli all’orecchio una qualche domanda, che è poi quella contenuta nello stesso titolo della poesia. Esistono veramente delle missioni di pace, se queste vengono poi fatte con l’utilizzo delle armi? Anna Alessandrino non fornisce mai un vero e proprio giudizio sui fatti che osserva, descrive con sfiducia e praticamente “dipinge” nel momento stesso in cui noi leggiamo i suoi versi. Il tono di questa poesia è austero, mesto, opprimente e non potrebbe essere altrimenti; predominano la spietatezza di un’esistenza  che si “sacrifica” in nome di un progetto che però sarà fautore dei “sogni rubati” e causa dello “squarcio amaro/ di una giovinezza/ senza più sapore” (8).

Anna Alessandrino attinge dalla storia e dalla cronaca, ma struttura le sue poesie in una cornice che perde il senso di storicità per mostrare invece la componente universalistica, sempre attuale. E così, parlare della guerra di Bosnia nella poesia “Sarajevo 1992” è come intessere con sapienza e incredulità nei confronti di un mondo atroce, una metafora che è specchio del dramma che spesso, anzi sempre, purtroppo si rinnova, in ogni angolo del mondo:

 

Dove sono le stelle
In questa notte
Che non finisce mai? (5)

 

Non è sufficiente scorgere le stelle nella volta celeste in una sera d’estate e portare poi nei cuori l’indifferenza, l’odio, la prevaricazione e la ghettizzazione. Affinché quelle stelle possano splendere davvero, c’è bisogno che l’umanità si sollevi dal buio tenebroso nel quale è sprofondata.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.02.2014

Lorenzo Spurio su “Nostalgia di un altrove/Doppia coppia” di Giuliana Montorsi

Nostalgia di un altrove-Doppia coppia
Di Giuliana Montorsi
Elis Colombini, Modena, 2012
Pagine: 120
ISBN: 978-88-6509-089-5
Costo: 16€
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
Tante le prede
ferite a morte
stessi lupi
per altro sangue. (54)

 

116-1_GQuesto di Giuliana Montorsi è un libro alquanto particolare per la sua maniera di presentarsi al lettore. Esso infatti è duplice, nel senso che presenta al suo interno sia una parte con una raccolta di poesie che una con una serie di racconti brevi. Quella di riunire in un unico libro poesie e racconti non è di certo una stupefacente novità, ma la peculiarità del libro della Nostra è quella di fornire al lettore in realtà due libri in uno. Aprendo il libro da una parte, entreremo nel mondo di Nostalgia di un altrove, che è la componente poetica del volume, se, invece ruotiamo il libro di 180° dal basso all’alto, scopriamo un nuovo percorso scrittorio che va sotto il nome di Doppia coppia che contiene racconti.

La poetessa in una nota preliminare al testo osserva che non percepisce una netta divisione dell’esprimersi in versi piuttosto che in prosa e considera i due generi entrambi efficaci, privi di competizione, per la resa dei suoi pensieri, tormenti, idee, riflessioni sul suo trascorso e sul mondo. L’attestazione è chiaramente il frutto di una grande sperimentazione della donna tanto in un genere che in un altro e mi trova parzialmente d’accordo nella misura in cui è possibile esprimere un concetto tanto con una poesia che con un racconto, ma non con il fatto che i due generi non siano realmente divisi e in sé indipendenti. Chiaramente la questione è opinabile e questa è solo una mia personale veduta sulla questione, ma per ritornare all’esperimento letterario di Giuliana Montorsi va senz’altro detto che questo è fortemente riuscito, al di là della polarità dei generi e del suo essere speculare dentro di sé, per i contenuti e per la semplicità del linguaggio (e del versificare) che la Nostra impiega. Nella poesia ricorrono i riferimenti ai colori, alle immagini naturali (soprattutto il cielo e il mare) con particolare attenzione alla semantica legata al mondo della navigazione (nave, porto, faro, onde) impiegata anche in liriche che possiamo interpretare come drammatici quadretti di disperate fughe da paesi in rivolta.

Per la narrativa, invece, si percepisce ancor più questo aspetto dualistico della materia, il necessario ricorso a un mondo di doppi, riflessi, parallelismi e false antinomie, contrasti temporali o geografici. A salire sul podio della invidiabile riuscita concettuale del libro sono senz’altro la vista meticolosa e mai pedante su ciò che circonda la poetessa (poesia) o la rielaborazione del suo vissuto (racconto), l’avvalersi di un linguaggio semplice e concreto senza particolare ricorso ai giochi retorici, la lucidezza delle immagini, la forza espressiva di alcune liriche più dichiaratamente sociali e la riflessione continua sui fatti del passato, sulle vicende accadute e riproposte quale rivisitazione della memoria.

Nella parte di poesia possiamo intravedere una nostalgia e la consapevolezza della nostalgia che porta la donna a voli immaginifici quasi ad occhi aperti: “lasciandomi andare/ potrei anche volare” (11), il peso del ricordo e la forza degli eventi che hanno contraddistinto il passato che tornano ad accompagnarci nel presente a livello puramente emotivo: “Ricordo il ricordo di un passato” (12) e la frustrazione di una donna che vive in una Capitale del Vecchio Mondo, caotica e descritta come insensibile nei confronti del disagiato (si veda “Censimento a Roma”, 15).

116-2_GEd è forse la lirica che dà il titolo alla parte poetica del libro, “Nostalgia di un altrove” a serrare le fila del significato intrinseco dell’intero libro che va analizzato sia come percorso (le due copertine riportano l’immagine di una strada con un’iscrizione stradale da seguire), sia come punto di arrivo, di meta costruita negli anni e realizzata mediante le tante esperienze di vita, più o meno felici. Nell’ “altrove” che Giuliana nomina è forse da percepire quel desiderio continuo della donna di ricerca, di sperimentazione, modernizzazione e di pervasiva inquisizione di un significato alla vita e non è un caso che la donna riproponga qui ancora una volta una delle tante forme antinomiche che pullulano nel libro: la nostalgia è comunemente da intendersi come un sentimento di mestizia e di dolore pacato verso qualcosa che è accaduto nel passato (di qualcosa che si è fatto o che non si è fatto, in questo caso accompagnato dal rimorso) e che si rivive dunque con un senso di patimento dovuto anche alla consapevolezza dello scorrere del tempo e alla mutabilità delle cose. Il concetto dunque si proietta al presente ed è legato al passato. L’ “altrove” che, invece non fa riferimento a una dimensione cronologica (prima-dopo), si dipana su di una dimensione spaziale, topografica e in questo termine ravvisa un necessario distanziamento, spiazzamento e de-localizzazione dal qui. Il termine lascia intendere, dunque, un’opposizione tra qui, il presente geografico, la “residenza dell’io” e uno spazio agognato e reso nostalgicamente che è lontano, al di fuori del nostro qui, delocalizzato, magari dall’altra parte del Pianeta. Credo a questo punto che non ci sia nulla di più azzeccato, a fronte di tante chiacchiere, riportare il testo integrale di questa poesia, la cui aggettivazione –come si noterà- presenta un ricorrente ricorso a un universo semantico legato all’inquietudine e al senso di allontanamento:

 

Mentre sfugge la vita
in tenace silenzio
inquieta tensione
porta chiusa all’andare
 
incauto lettore
forse diverrai viaggiatore.(21)

 

Il lettore che sono io, che siete voi e che siamo tutti messi insieme, è incauto perché poco attento, reticente, non propenso ad aprirsi ai misteri del Verbo della poesia, forse sbadato, o addirittura pericoloso e al quale non possiamo concedere la nostra interiorità, senza remore, sfrontato o forse semplicemente inadatto alla comprensione di una poesia prodotta da una persona che non si conosce. Si può sempre cercare di interpretare un testo, anche in varie maniere, affrontando vari livelli di esegesi, analizzando clinicamente, spogliando i versi, denaturalizzando le parole, rompendo legami non visibili agli occhi. Chiaramente il critico deve essere in grado di farlo, ma di smentire o eludere il modo con cui lo fa. In questa mia ricerca sulle poesie dell’amica Giuliana ho molto riflettuto e di certo quel “forse” contenuto nel verso finale di questa poesia mi ha dato molto da pensare. Rileggendola tutta più e più volte mi scopro incantato e la suggestione che quell’avverbio dubitativo che anticipa un futuro, che normalmente connota incertezza, fa sì che la poesia nasca e si rinnovi di continuo nel momento in cui ce ne appropriamo con orgoglio.

 

Questo premio ha vinto il secondo premio – sezione Poesia al Premio Nabokov edizione 2012.

 

 Lorenzo Spurio

 

Jesi, 13.02.2014

La “Recherche” di Proust secondo Ninnj Di Stefano Busà

Marcel Proust e la sua Recherche del tempo perduto: A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

downloadDiciamo subito, che nei primi decenni del Novecento la Francia continua ad avere grande seguito in quel ruolo di guida culturale dell’Europa, che ha già impersonato negli ultimi decenni del secolo precedente. L’autore che ha avuto un ruolo preminente per lo sviluppo delle letterature europeiste, per la validità significante dei suoi risultati, per l’influenza, infine, che avrebbe rappresentato per tutta la narrativa europea è Marcel Proust.

Nato a Parigi nel 1871 da famiglia agiata, ma non ricchissima borghesia. Dopo un’infanzia tormentata da un’asma che lo avrebbe condannato per l’intera esistenza, segue assai irregolarmente gli studi.

Più tardi nel 1880 inizia a frequentare i salotti mondani, ricercato per le sue qualità di fine parlatore, i suoi vezzi da dandy, coi quali contribuisce a creare una certa raffinatezza e attrattiva nei luoghi di frequentazione.

Alla morte della madre alla quale era legatissimo, Proust inizia il grande ciclo narrativo: Alla ricerca del tempo perduto a cui  è legata la sua fama.

L’opera è composta da tre parti. La prima parte, rifiutata da Andre Gide, viene respinta dall’editore Gallimard, poi stampata in proprio dall’autore stesso, nel 1913. La seconda: All’ombra delle fanciulle in fiore, presa in esame in questa introduzione, ottiene il premio Goncourt  nel 1919.

Successivamente le altre parti vengono pubblicate dopo la sua morte, avvenuta nel 1922. Tutta l’opera comprendente più di tremila pagine, si articola in sette parti e si conclude con una illuminazione che è anche una dichiarazione di poetica: fissare con la creazione artistica i momenti del passato equivale a recuperare il tempo perduto (Il tempo ritrovato).

Pur trattandosi di un’opera estremamente originale, la critica ha indicato per la Recherche alcuni fondamenti culturali della tradizione francese.

Per primo l’entroterra culturale, con una produzione memorialistica e diaristica di tanti autori tra il Seicento e il Settecento che hanno descritto il loro ambiente dal di dentro, con dovizia e ricchezza di dettagli. Proust infatti si mostra molto attento ai costumi del tempo che ne determinano il sapore, il clima, il soggettivismo, le ambientazioni del mondo reale e sociale. La sua attività di scrittore  e frequentatore dei salotti-bene di Parigi si snoda nel periodo compreso tra la repressione della Comune di Parigi e gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale; egli seppe cogliere in pieno, dunque, la trasformazione della società francese del suo tempo, con la crisi dell’aristocrazia e l’ascesa della borghesia durante la Terza Repubblica francese.

Proust ci dà un’approfondita rappresentazione del mondo di allora e della modificazione sociale del periodo storico cui appartengono le sue opere. L’importanza di questo scrittore è tuttavia legata alla capacità espressiva della sua scrittura che si autodetermina e si sviluppa nella sua potenza narrativo-introspettiva, nelle minuziose descrizioni dei processi interiori, attraverso i filamenti sottili di una psiche legata al ricordo e ai sentimenti; la Recherche infatti è un viaggio nel tempo e nella memoria che si snoda tra vizi e virtù, tra realtà e fantasia, tra aristocratiche dissolutezze e simbolismi filosoficamente compiaciuti di un più “nuovo” sentire.

L’indagine analitica sui suoi scritti ci mostra la sua abilità psicologica di meticoloso e vigile indagatore dell’animo umano. Più precisamente, Proust prende in rassegna i sentimenti, le suggestioni, le emozioni attraverso la lente dei moralisti del Seicento francese, fino a giungere al romanzo psicologico di fine Ottocento.

Inoltre nella sua scrittura si riscontra la filosofia di Bergson, con la teorizzazione del tempo interiore, del “tempus”-rivisitatio-  visto e indagato nella sua essenza (o veste) di Comedia umana, come durata temporale, e infine, tutte le conquiste della poesia francese di fine ottocento, che avevano portato alla valorizzazione delle “corrispondenze” come egli le definisce, ovvero, dei reconditi rapporti tra gli stati d’animo e la natura, tra l’evocativa, analogica assemblee emotivo/psicologica e le connotazioni naturali del genere umano, che si differenziano in ognuno.

Già Bergson aveva parlato di coscienza interiore, cioè di una coesistenza tra il passato e il presente proprio in riferimento alla caratterizzazione dell’essere. Proust ritiene vi siano due stadi, due gradi di recupero possibile della coscienza e ne distingue soprattutto due: memoria volontaria e memoria spontanea.

La prima richiama tutti i dati del passato, pur se in termini logici, senza restituirci sensazioni, suggestioni, sentimenti che in una  determinata circostanza vi appaiono irripetibili; la memoria spontanea (o sensoriale), riferita soltanto a un amarcord dei sensi, si caratterizza come un revival della felicità protetta nell’intimo della psiche: un profumo, un sapore, una musica, un suono, una nota, un tramonto che riportino l’occasionale analogico, ovvero la “casuale” sensazione di un momento cronologico, la qual cosa, sì, ci rituffa nel passato, ma senza riferimento logico: una sorta di <sentire> a distanza ravvicinata, (a pelle), un tentativo di far rivivere impressioni e atmosfere di un tempo andato, di un ricordo sopito o accantonato, (non del tutto rimosso).

È questa la famosa teoria dell’intermittenza del cuore per il recupero memoriale dei sensi, una vera e propria (re)incarnazione della propria identità passata, che diventa sollecitazione dei sensoriale somatico della psiche richiamando in superficie l’invito a ritornare al passato, (apparentemente) tempo perduto, (mai rimosso), che si presenta come un reverie un de ja vu momentaneo, che non ha nulla della cancellazione definitiva di memoria, perché permane dentro di noi, persiste nell’inconscio e, all’occorrenza, riaffiora in superficie, riappropriandosi delle sensazioni provate o delle suggestioni mai dismesse. Proust con le sue opere riprende in mano lo studio della psicologia e la fa rivivere nei suoi romanzi come la trama e l’ordito, che determinarono la vena letteraria del suo repertorio, ma successivamente ne caratterizzarono l’impianto  logico, dopo di lui. Si tratta dunque di un recupero memoriale che interpreta la creazione artistica, come coscienza di sé, trattasi di una forma perfettibile (se non perfetta) di realtà che orienta a quel paradiso (perduto), cui fa riferimento il narratore.

Critici che dedicarono molta attenzione a Proust sono stati i nostri: Giacomo De Benedetti, Giovanni Macchia, Pietro Citati, Giovanni Raboni, Franco Fortini.

Quest’ultimo che fu uno dei critici più accreditati agli studi di Proust ritenne che egli proseguisse in un discorso tutt’altro che lineare, senza ordine cronologico normale, né logico, tra passato e presente, in un andirivieni movimentato, a rembour, e con una narrazione che non segue il ritmo usuale, perché questi passaggi o transizioni creano vere sospensioni, ritardi, intervalli, effetti d’eco e variano continuamente, senza assumere precise connotazioni, cronologie e forzature, tra i rapporti umani e gli eventi. Anche se questo suo stile basato sull’altalenante impiego del tempo/spazio, è spesso rivolto al caos di successioni mnemoniche o sensazioni improvvise, si delinea lucido e acuto, votato tuttavia ad evocare un “sentire”, che obbedisce al sapiente gioco delle “rispondenze”, quasi ad un reciproco integrarsi tra un evento e l’altro, tra un velocissimo sguardo e la parola.

In tutta la Recherche s’incrociano vari piani psicologici. In Proust l’interesse si sposta dal personaggio alla dinamica del gioco, dalla coscienza alla psicologia strategica di un processo retrospettivo memoriale quasi yunghiano, su cui si porranno altri analisti del pensiero: Joyce soprattutto e tanta parte della narrativa del Novecento, che si concluderà col famoso flusso di coscienza. Proust ha ricreato il mondo del romanzo dal lato della relatività immaginifica, dando per la prima volta una matrice connotativa alla letteratura di fine secolo; un equivalente teorico della fisica moderna (E. Wilson). In realtà la Recherche è un’opera assai complessa, una straordinaria e suggestiva discesa agli inferi della coscienza dell’essere, che nel riappropriarsi del meccanismo che introduce ai meandri della complessa macchina umana, ne fa una ricognizione dettagliata, una rivelazione in progress, ricreando il romanzo alla maniera di cui, infine, disporrà l’arte narrativa dell’intero Novecento.

Da più parti ci si è chiesto da dove è venuto questo fortunato titolo, molto azzeccato in verità, perchè è divenuto quasi una locuzione proverbiale della sua scrittura. Pare gli sia stato suggerito dall’amico Marcel Plantevignes.

Nella simbologia proustiana, le “fanciulle” costituiscono un perfetto ed esemplare connubio, tra il mondo turbativo degli elementi esterni e “la felicità sconosciuta e pur possibile nella vita”, attraverso di esse si dipana e acquista splendore e turgore quel mondo esemplarmente sognato, facendo scatenare tutto il virtuosismo dialettico e linguistico proustiano: certi luoghi, certi soggetti, certi paesaggi che sono la caratterizzazione delle Fanciulle fanno emergere nel lettore tutta la stupefazione per la Bellezza della natura.

Esse vengono designate di volta in volta come “uno stormo di gabbiani”, “una luminosa cometa”, “una bianca e vaga costellazione”, “un’indistinta e vaga nebulosa”,”una rosea infiorescenza” etc, insistendo sui dettagli, sulle sottili interconnessioni, sui dialoghi, sulle presenze fascinose e sublimi di Albertine, Andrée, Gisele e Rosemonde.

Balbec è il luogo-simbolo, il teatro (per così dire) delle scene che  i protagonisti della storia si apprestano ad impersonare, ciascuno per proprio conto, attraverso le tendenze, le stravaganze, i vizi e i difetti delle variegate figure.

Lo stesso scenario “marino” ambienta una rappresentazione di quello che, secondo la tendenza artistica del secolo, costituisce la pittura impressionista.  

Credo che queste siano alcune osservazioni che vanno proposte per l’approccio alla lettura de la Recherche.

Proust ha (ri)creato il mondo del romanzo dal lato della –temporalità relativa – , con una ricognizione libertaria e caotica del genere umano e dei suoi meccanismi di difesa (della  psiche), entrando nei labirinti dell’animo come nessun’altro narratore, con le proprie frustrazioni, le proprie insicurezze, gli indugi, le complesse manifestazioni edonistiche dell’uomo,

le parvenze rarefatte e sottili della coscienza, soprattutto rivolte alla fisionomia dei personaggi, al loro labirintismo, la qual cosa li porta ad affinare immagini, a evidenziare e metabolizzare circostanze, episodi e avventure, tali da rievocare e portare alla luce ambienti, persone, stati d’animo, profumi, odori e sapori dell’infanzia: un tempo perduto viene così ritrovato; il resto: l’esteriorità minutamente descritta nei dettagli fornisce agganci per comprendere il difficile meccanismo che entra in gioco nella coscienza dell’essere, quando viene fagocitata dall’esterno.

Vi sono pagine mirabili e fondamentali nell’opera di Proust, in cui egli indaga con stile raffinato e insieme con la precisione di un bisturi la capacità di esprimere le più impalpabili, minute e segrete sfumature del genere umano.

Il suggestivo: All’ombra delle fanciulle in fiore è il terzo titolo della raccolta (1919) e ne rappresenta la tappa essenziale, una sorta di riferimento fondamentale di tutta l’opera. In questo volume sono tanti i risvolti psicologici, gli orli, i nodi, le pieghe,  le dritte e i rovesci, gl’incantamenti che vi si riscontrano.

Ogni avvenimento è scandito secondo le luci, le ombre, i chiaroscuri, i colori, i ritmi delle ore, una sorta di reverie che sa scatenare, alla luce di una lettura accurata e attenta, tutti i sommovimenti della sapienziale e filosofica struttura linguistica.

In tutta l’opera lo scrittore ci dà mostra di sé, del suo approcciarsi ormai ai livelli di scrittura degli autori considerevoli e professionalmente più preparati, un mondo fin lì sognato, (poterli eguagliare!), quasi desiderio inaccessibile, per l’incrociarsi di eventi e accadimenti che segnano la scrittura dei grandi narratori e ne marcano profondamente la vena.

L’entroterra culturale dell’autore si rivelò in grado di sfondare la cortina di nebbia, tale da segnare la sua identità artistica di narratore come pochi altri. Nessun’altro infatti aveva mai scritto in prima persona quanto Proust. La sua vena risulta assolutamente sterminata nei dettagli, nelle piccole, inafferrabili arguzie dei retroscena umani. Le 4.870 pagine de la Recherche potrebbero bastare a far conoscere l’ampiezza della vasta gamma dei sentimenti che albergano nella psiche.

Proust si rivela immenso, penetrarlo è un’impresa non facile. L’astrattezza dei pensieri, delle immagini viene continuamente mossa da una sorta di circonvoluzione cerebrale, con una trama fitta, ma sottile, che dà ampio respiro alle sensazioni, anche meno significative, ve ne diamo es: “…le ragazzine che avevo scorto procedevano leste, con quella destrezza dei gesti che nasce da una perfetta scioltezza del corpo e da un disprezzo sincero per il resto dell’umanità, procedevano leste, senza esitazione né rigidità, compiendo esattamente i movimenti voluti, in una piena indipendenza reciproca di tutte le membra, mentre la maggior parte del corpo conservava quell’immobilità così notevole nelle buone ballerine di valzer”. 

Se letto con calma, All’ombra delle fanciulle in fiore evidenzia tutta la potenza introspettiva e il glamour dell’intero repertorio proustiano, delineandosi come un classico dalle splendide e indimenticabili descrizioni, che il narratore investe di grande humor e più dettagliatamente delineandone le attese dell’alta società francese del suo tempo, avendone individuato spesso le vicissitudini amorose, i gesti, i dialoghi,  e interpretandone vizi e virtù. Questo romanzo apre a sfondi metafisici e filosofici finora mai eguagliati. Ad es. la conclusiva descrizione dell’ultimo giorno vacanziero: “il giorno d’estate ch’ella [la domestica] scopriva sembrava altrettanto morto e immemorabile d’una sontuosa e millenaria mummia che la nostra vecchia domestica avesse liberata con cautela da tutte le sue fasce, prima di farla apparire, imbalsamata nella sua veste d’oro”).

Un’opera come poche, allora, che predilige il dipanarsi della narrazione in mille rivoli introspettivi, e appare (ir)rrisolta, per certi aspetti analogici che guardano ai dettagli, ma pur sempre, senza il frammentarismo in cui si può facilmente cadere. Tutto sembra avvenire come quando si osserva un panorama col binocolo, molto ravvicinato o molto distanziato dall’oggetto in esame, oppure, si capovolge l’immagine che diviene altro da sé: la visione allora prende la forma di un caleidoscopio che guarda al puzzle occasionale, alla realtà virtuale e chiude in un corteggiamento tutte le altre forme e, nello stesso tempo, scopre l’impossibilità di trovare la felicità che cerca nell’amore, poiché esso rimane compresso tra i propri limiti e la natura stessa dell’individuo che v’interagisce.

Tutta l’opera è un capolavoro della letteratura francese.

Per Marcel Proust il recupero del passato e la creazione artistica coincidono, si combaciano, fin quasi a colmare la brevità illusoria del tempo, forse anche a recuperarlo, a conservarne aromi e freschezza dentro l’anima che è tutta attraversata dal desiderio della giovinezza fuggitiva, ritenendola parabola stessa della vita, in un percorso di relatività spirituale, ancorché biologico e naturale della specie.

 

Milano, giugno 2013                                                                                                                                                   Ninnj Di Stefano Busà

Santina Russo su “Dipthycha” di Emanuele Marcuccio

Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…
di Emanuele Marcuccio e AA.VV. [1]
Curatore: Emanuele Marcuccio
PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (NA), 2013, pp. 90
ISBN: 978-88-6682-474-9
Prefazione: Cinzia Tianetti
Postfazione: Alessio Patti
Prezzo: 10 €
 
Recensione a cura di Santina Russo

 

 

download“Dipthycha” è un libro molto particolare. Il titolo scritto a caratteri greci e l’immagine di copertina che riporta uno scorcio dell’antica Delfi possono lasciar pensare che si tratti di una raccolta di dittici greci o di studi e ricerche sulla letteratura greca classica. In realtà, basta poco per accorgersi che il libro va ben oltre, trovando un insolito quanto ben saldo anello di congiunzione tra il lontano passato, quello dell’antica Grecia, e il presente più attuale, quello delle comunicazioni attraverso un monitor ( o meglio “foglio di vetro”).

Attorno ad Emanuele Marcuccio, autore di innumerevoli poesie pubblicate sia in raccolte personali che in antologie di autori vari, si riuniscono altri illustri poeti, provenienti da ogni parte d’Italia, per un confronto poetico e umano che esula le distanze, sfruttando la tecnologia che ci permette di accorciarle al punto da ritrovarsi tutti insieme sulla stessa pagina, seppur a centinaia o migliaia di chilometri di distanza.

La raccolta comprende ventuno poesie di Emanuele Marcuccio, ma la novità e la particolarità, cui si accennava all’inizio, si manifesta nell’idea di creare ventuno dittici poetici attraverso i quali Marcuccio si confronta con ciascuno degli altri poeti in un tema comune e vario di volta in volta.

Le poesie costituenti ciascun dittico nascono autonomamente, in tempi e in luoghi diversi, da autori diversi e inizialmente forse anche estranei, senza la minima idea del loro destino che nel futuro le avrebbe viste accostate in uno stesso libro, in virtù della medesima tematica affrontata e dell’idea di Marcuccio di realizzare una così originale raccolta poetica. Una raccolta poetica che, non solo presenta autori diversi, quindi stili diversi, concezioni diverse, origini e storie diverse ma li pone ciascuno di fronte all’autore, instaurando un dialogo circolare, un dialogo che supera le distanze, come solo la Poesia da sempre è riuscita a fare.

La Poesia, a detta di molti, è arte per pochi eletti. La Poesia non è accessibile a tutti, come può esserlo la prosa o il teatro. Eppure, il fine ultimo della Poesia è quello di essere popolare pur rimanendo aulica, di raggiungere un pubblico il più vasto possibile, pur restando produzione elitaria. Solo la Poesia può sollevare la sensibilità umana dalla cruda materialità alla più alta spiritualità, come dimostra la colta e raffinata civiltà greca, culla della moderna cultura, sia orientale che occidentale.

Ancora oggi, la Poesia è immutata. Cambiano le condizioni umane, cambia la società ma essa è sempre la stessa e spetta all’uomo il compito di assegnarle il giusto ruolo e il meritato spazio nella costruzione della società umana. Ecco, dunque, l’anello di congiunzione tra il passato e il presente, tra la Poesia classica greca e la Poesia contemporanea dei poeti raccolti in questa silloge: l’umanità che si abbandona alla Poesia.

Oggi, come nel passato, il mondo esterno c’ispira, ci chiama alla Poesia. I greci, che scrivevano su delicati fogli di papiro, non riconoscerebbero il nostro gesto mentre battiamo le dita su una tavoletta quadrettata collegata ad un “foglio di vetro impazzito”, ma è molto credibile che possano riconoscere il linguaggio universale dei versi riuniti in questa raccolta, ne coglierebbero il senso profondo e non avrebbero dubbi nel riconoscere in queste parole la loro stessa Poesia.

“Diptycha” racchiude un messaggio molto profondo, rivolto simultaneamente sia agli antichi Greci che a tutti i lettori e poeti contemporanei, ed è il sottotitolo che il curatore ha scelto: “Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…”. È un messaggio rivolto ai Greci per dire “ Cambiano le condizioni, ma non la Poesia” ed è un messaggio per i contemporanei e per i posteri “Nulla potrà mai fermare la Poesia”.

Ad avvalorare l’idea dell’universalità e dell’utilità della poesia ai fini di un solidale sviluppo dell’umanità, si ricorda che il ricavato delle vendite di questa raccolta sarà interamente devoluto in beneficenza: un motivo in più per dire che la Poesia è di tutti ed è per tutti.

 

 

Santina Russo

(Poetessa, docente di Lettere)

 

 

Barrafranca (EN), 6 gennaio 2014


[1] D’accordo con tutti gli autori, l’intero ricavato delle vendite del Volume (€ 3,81 su ogni copia) sarà devoluto a AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla.

Si procederà però per via privata alla devoluzione dell’intero ricavato delle vendite, non essendo stato possibile inserire la notizia della devoluzione all’interno del libro. AISM riceve tantissime richieste simili, ringraziando hanno quindi risposto che non hanno il tempo materiale per esaminarle tutte.

Nell’antologia figurano le poesie dei seguenti autori: Emanuele Marcuccio, Silvia Calzolari, Donatella Calzari, Giorgia Catalano, Maria Rita Massetti, Raffaella Amoruso, Monica Fantaci, Rosa Cassese, Rosalba Di Vona, Lorenzo Spurio, Giovanna Nives Sinigaglia, Michela Tarquini e Francesco Arena.

“Il resto non è stato” di Giuliana Montorsi, recensione di Lorenzo Spurio

Il resto non è stato
Di Giuliana Montorsi
Edizioni Il Fiorino, 2013
Pagine: 38
Costo: 5 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Con Il resto non è stato (Edizioni Il Fiorino, 2013), Giuliana Montorsi ha meritatamente vinto la prima edizione del concorso letterario “Il cavaliere”. Le poesie che compongono questa silloge nascono da intenti diversi e anche dal punto di vista stilistico dimostrano un’ampia capacità della donna di sapersi destreggiarsi tra metri diversi. Ci sono poesie brevissime, di appena quattro o cinque versi, che leggiamo con un piacere tale che ci porta al desiderio di condividerle, sono come battiti veloci d’ali di qualche pennuto che, non visto, osserva il mondo dall’alto, da una posizione privilegiata. La poetessa non veicola attorno a un unico tema concettuale l’intera collezione di poesie, ma dà suggestioni di varia natura e riflessioni –amare, ma realistiche- del nostro oggi dominato dall’ignavia e dalla prepotenza.

Il titolo fa chiaramente riferimento al peso (da intendere come importanza) del passato, di quel mondo che si è vissuti in epoche precedenti e del quale portiamo sempre con noi un qualche riflesso e condizionamento. Non è un caso che molte delle liriche che Giuliana Montorsi affida al lettore con questo libro partano proprio da un difficile rapporto con la memoria. Il ricordo, l’elemento non tangibile, invisibile e astratto che ci lega al passato, alla nostra famiglia, alla nostra terra e che dà ragione a ciò che siamo nel presente, è da sempre stato impiegato nella letteratura intimista e diarista come indagine della propria coscienza. Nel caso di queste liriche ci troviamo di fronte a un ricordo che sembra essere slavato, che ha perso la sua turgidità e che trasmette alla donna principalmente dolore. Una desolazione che è perlopiù motivata dal fatto che il passare del tempo modifica (a volte rovina, addirittura) le cose, le esistenze, i rapporti e costringe l’uomo a dover soprassedere a questi mutamenti che, imperiosi e ineluttabili, si sono manifestati. Giuliana Montorsi è una donna molto legata al passato, al tempo, ai ricordi e da qui nasce proprio la fobia del ricordo, quasi che esso da una parte sia salvifico perché ci consente di riconoscerci e di identificarci, ma dall’altro di distruggerci giorno dopo giorno, venendo meno quelli che nel tempo sono stati eventi/persone centrali del nostro percorso di vita. La lirica che apre la raccolta, “L’album vuoto” è metafora di quella ricerca impetuosa di un tempo che è andato e che nel presente non può che dar forma a una mente nostalgica nella quale “si affastellan ricordi” (9); l’inganno dell’album nel quale la donna pensava di trovare immagini (“non c’erano disegni”, 9) è in realtà l’inganno stesso del tempo: una foto che sappiamo esser stata scattata e che manca è come un episodio vissuto del quale abbiam perso memoria o che nel diluirsi del tempo si è semplicemente disciolto nella nostra esperienza.

Non mi pare a questo punto una forzatura sostenere che le immagini che corredano questo libro, volutamente in bianco e nero, sono ulteriore segno da intendere alla luce di questa indagine psicologica di recupero della memoria. Il mondo dei colori si addice alla vita e all’esperienza di essa, mentre il bianco-nero, la gamma cromatica dei grigi, è in linea con la rievocazione del ricordo: “e tutto è in bianco e nero/ e tutto ciò che è stato,/ non può esser stato vero” (10).

La conversione della donna alla divinità del Passato che si calcifica e che non può essere percorso in maniera reversibile è tale che la poetessa giunge addirittura a domandarsi se ciò di cui ha memoria è realmente esistito o se, invece, il trascorso del tempo non abbia funzionato su di lei meschinamente. E’ davvero successo tutto questo?, sembra chiedersi. La mente salda e fresca di una donna che giustamente arriva a porsi queste domande chiarifica un certo stato di rottura con gli eventi, una sfiducia in un tempo visto come un qualcosa di privativo.

Ed è proprio per questo che sono convinto di scorgere nella poesia di Giuliana Montorsi una penna molto cosciente, che interroga con se stessa per cercare di capirsi meglio, che non si arrende e che, come osserva Patrizia Belloi nella prefazione, non può che partire dall’esaltazione delle piccolezze, dall’amore verso il dettaglio che comunemente non consideriamo. Molte liriche sono chiare attestazione d’amore verso la natura, vista non solo come scenario di un ambiente che conserva in sé un suo significato e una ragione di spensieratezza, ma come diretto riflesso di suggestioni sull’animo della donna.

Quelli di Giuliana sono, come lei li definisce “tormentati versi” (11) che nascono da riflessioni, analisi interiori, escursioni nel passato e nei tanti ricordi che vengono percepiti come espressione di una dimensione lontana, sospesa, ossia del “nostro tempo perduto” (12).

A completare questa raccolta di poesie che merita vivamente di essere letta vi sono alcune liriche di impronta sociale in cui la poetessa affresca delle realtà di indigenti che affollano le nostre città: il barbone che sembra non trovar la clemenza e l’accoglimento delle troppe “Sorde,/ sante,/ solenni,/ sprangate Chiese” (30) della Capitale; il dramma di una donna costretta a vendere il proprio corpo, a mascherarsi di bellezza e felicità per poi scoprirsi derelitta dentro di sé: “Tra fari e soldi/ un pianto di donna” (34), sino alle continue e intuite tragedie per mare dove muoiono tanti immigrati ai quali la poetessa affida dei versi misericordiosi e di grande dolcezza:

 

Come fiori o ghirlande

come barche o aquiloni

li vorresti salvare. (37)

  

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 12-02-2014

Lorenzo Spurio su “Liceali” di Francesca Luzzio

Liceali
Di Francesca Luzzio
Con prefazione di Sandro Gros-Pietro
Genesi Editrice, 2013
Pagine: 130
ISBN: 9788874144051
Costo: 13€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Neanche il mio malessere induce mia madre a starmi vicino. (83)

 

downloadDopo varie raccolte poetiche e un interessantissimo saggio sulla storia della poesia nella letteratura italiana, la scrittrice palermitana Francesca Luzzio torna con una nuova opera, una sorta di compendio artistico od opera omnia che si compone di una prima parte con vari racconti e poi una seconda parte dedicata alla poesia. Il tema o, meglio, il sottofondo delle varie vicende narrate, è quello della scuola e in particolare quello dei licei, riferimento biografico alla stessa Francesca Luzzio che per tanti anni ha insegnato in scuole di questo ordine e grado. Il libro si apre con una propedeutica e riflessiva analisi del critico Sandro Gros-Pietro che veicola già da subito quali sono le intenzioni che muovono l’intero progetto contenuto in Liceali.

La scuola, comunemente considerata come luogo di istruzione e di cultura, come condizione di crescita e sviluppo e motivo di apertura, riflessione è ciò di cui più sta a cuore alla Nostra che in queste pagine, nell’artifizio della narrazione, non può esimersi di celarsi dietro gli sguardi di vari insegnanti che descrive, alcuni nuovi, altri veterani, impegnati in lezioni o accompagnatori in visite d’istruzione. Ma ciò che Francesca Luzzio intende sottolineare con questo libro è probabilmente la poca attualizzazione di programmi di studio che finiscono per non interessare gli studenti come quando nel racconto conclusivo la ragazza, che sta leggendo con piacere Le Metamorfosi di Kafka, si stupisce che un simile libro sia parte del prossimo modulo di programma.

A fronte delle instabilità insite nella società contemporanea e della gravosità del mercato del lavoro sembra che anche la scuola in certi momenti perda la sua canonica funzione di “ente regolarizzatore” e performante delle coscienze dei giovani. Ed è così che la scuola, dove una serie di atteggiamenti una volta erano severamente banditi e puniti, che diviene lo scenario di sregolatezze, fenomeni di abuso, violenza o di ghettizzazione dei quali la Cronaca non è che portavoce. La scuola dunque sembra de-scolarizzarsi per assumere un aspetto molto più simile e paragonabile al ben più privato spazio domestico della casa dove la noncuranza dei genitori o la loro assenza possono in effetti consentire atteggiamenti che pure lì andrebbero monitorati e fatti osservare. Si nota una certa criticità o addirittura una delusione vera e propria della scrittrice che in quanto insegnante ha osservato con attenzione problemi, disagi e necessità dei giovani nel comprendere le loro azioni e questo non può che avvenire con un continuo riferimento alla precarietà o difficoltà delle condizioni familiari ai quali sono sottoposti. Si parla spessissimo di famiglie separate, divise, di madri insensibili agli stati emotivi dei giovani e interessate solo al loro possibile futuro da favola, genitori disinteressati, indifferenti o perché si sono costruiti una seconda famiglia, o perché gravati dalle dure condizioni lavorative o semplicemente perché non hanno mai eretto la famiglia a obbligo morale.

 Non ne posso più di essere spedito come un pacco postale, da una casa all’altra, tra l’indifferenza più netta di mio padre e mia madre, della compagna dell’uno e del compagno dell’altra. (54)

 Privati della loro naturale dimensione domestica dove di fatto vengono de-localizzati e de-privati, i giovani non hanno uno spazio, un nido, nel quale riconoscersi e sentirsi realmente protetti e “a casa loro”. La separazione dei genitori e il continuo trasferimento da una casa all’altra a seconda del tempo concesso per stare con un genitore o l’altro producono un effetto destabilizzante sulla necessaria tranquillità del giovane, infastidendolo e facendolo sempre vivere in uno stato di andirivieni, di esilio e spostamento continuo senza poter trovare la giusta pace interiore e calma con il suo spazio.

C’è denuncia in questo senso nei confronti della società: la mancanza di valori, le attestazioni di violenza, l’utilizzo del potere sugli altri, la sfrontatezza, il bullismo e l’offesa sono chiaramente delle manifestazioni degradate e degradanti di una mancata cura, presenza e “alimentazione” familiare che unite all’assenza di quelle figure che dovrebbero impartire il rigore, l’educazione e far intravedere i doveri vengono a dar man forte a quel sistema deviato e auto-impostosi come corretto nella mente di alcuni giovani.

Non mancano dunque episodi dolorosi in cui assistiamo a suicidi che avvengono nel silenzio e nella pura incomprensione della famiglia, violenze ed aggressioni per il bisogno di avere maggior denaro per comprare droghe, insensibilità e grettezza nei confronti del “diverso” che portano all’istaurazione di veri e propri modelli razzisti, l’omofobia nei confronti di un ragazzo omosessuale che tanto ricorda la vicenda passata alla cronaca come la storia “del ragazzo dai pantaloni rosa”.

L’adolescenza come periodo di crescita e di traghettamento da un prima e un dopo è sempre stata descritta come una fase difficile, esplosiva che va trattata con attenzione, rifuggendo sia morbosità che disinteresse da parte dei genitori. Ed è proprio quello il momento in cui il ragazzo farà le conoscenze più importanti della sua vita (siano esse amorose, che amicali) che in un certo senso decreteranno il suo essere uomo/donna nella società; ma è anche il momento delle “nuove autorizzazioni” genitoriali al raggiungimento della maggiore età che, se sommate a un indomito lasciar-fare possono avere un contraccolpo: l’abuso di droga e di alcool, l’acquisizione di atteggiamenti superiori e sprezzanti contro gli altri (si veda l’episodio in cui il ragazzo picchia un barbone, episodio che poi darà luogo a un suo tortuoso ripensamento su quanto l’uomo gli ha detto).

In molti casi assistiamo a giovani, a studenti, che pur essendo inseriti in un contesto sociale che è quello della classe, vivono la loro diversità auto-recludendosi e al contempo soffrendo una logica claustrofilica indotta: la solitudine che alcuni giovani sperimentano e vivano in classe e che li conducono a una sorta di “esilio” (si veda il ragazzo gay, o il ragazzo di colore) è una situazione dolorosa che deprime lo stato psicologico del soggetto e lo demotiva, ne svilisce l’esistenza e lo conduce spesso anche a pensieri autolesionistici nutriti dal suo senso di nullità e incomprensione per il mondo tutto.

Come si diceva, l’analisi è abbastanza amara. Gran parte dei racconti denunciano, affrescano delle realtà che sembrano sommerse e che invece non vanno taciute, manifestano attenzione verso casi di emarginazione che debbono necessariamente essere estirpati con la chiara consapevolezza che è di certo semplicistico attribuire alla famiglia di un certo ragazzo depravato colpe e cause, ma sicuri anche del fatto che il germe d’origine di una personalità depressa, chiusa o pericolosa per gli altri ha di certo un’origine primaria che va localizzata nello spazio delle mura domestiche. Le poesie che compongono la seconda parte del libro, invece, sembrano avere un tono più rilassato dove in effetti anche alla speranza è possibile co-esistere all’interno di una prospettiva di sdegno che ha animato le pagine dei racconti.

Su un libro come questo che affronta il disagio giovanile facendolo da dentro, ossia dallo spazio dove i giovani sono chiamati a dare (in termini di conoscenze), ma dove finiscono per chiedere (l’aiuto, una sorta di sostegno, anche se indirettamente) ci sarebbe molto da dire, ma ciò che è necessario osservare è che Francesca Luzzio fornisce al lettore dei racconti piuttosto brevi nei quali condensa con normalità e voglia di far riflettere delle storie di ineguaglianza, prevaricazione e smarrimento della propria personalità. Non è un caso che il tema dello specchio ritorni più e più volte nel corso del libro: prima quando la ragazzina bellissima prende a farsi delle foto in posizioni osé e poi deciderà di venderle praticamente ad amici e conoscenti per mezzo del telefono arrivando a vendersi lei stessa (lo specchio qui è l’elemento che dà sicurezza alla giovane della sua bellezza e dunque della sua superiorità, quasi un contemporaneo Narciso che come quest’ultimo finirà per soccombere al suo stesso desiderio) e poi nella storia del barbone picchiato e vilipeso dove il ragazzo, specchiandosi, si vedrà d’improvviso invecchiato e tramutato proprio nel senzatetto che ha battuto.

L’identità, la perdita di essa e del suo sdoppiamento, si localizza come uno dei vari temi che costituiscono la trama organizzativa dell’intero libro e non è un caso che si citi Pirandello e Kafka e lo specchio come oggetto che ci fa conoscere noi stessi, ma che al contempo ci destabilizza e ci inquieta (ricordiamo Vitangelo Moscarda che metterà a soqquadro la sua intera esistenza). Nel racconto conclusivo questo sdoppiamento del personaggio, questa impossibilità di potersi riconoscere in maniera identitaria viene sviscerato da una ragazza che si trova in visita d’istruzione e che ben si addice alla manifestazione della perdita di quell’autocoscienza che porta a una vera e propria forma di estraniamento dal sé:

Tutti vogliono che mi comporti in un modo o nell’altro e io cerco di contentare tutti, opprimendo e schiacciando quelli che sono i miei desideri, le mie passioni. […] Non so più chi sia. […] Il sabato poi,… la metamorfosi, nell’arco di un pomeriggio, è duplice: prima divento la nipotina rispettosa che ogni settimana va a visitare i nonni, la sera mi trasformo nella puttana di Vincenzo, il mio ragazzo. (88).

Con un linguaggio che fa completamente ricorso al gergo giovanile, assistiamo a fatti eclatanti che avvengono all’interno della dimensione scolastica, tra lezioni, pause, assemblee, occupazioni, consigli di classe, visite d’istruzione e pause tra un’ora e l’altra. Il tutto è scandito dal suono della campanella e dalla figura dell’insegnante che, forse, a volte non è neppure capace di gestire le varie problematiche dei giovani disagiati come avviene appunto all’insegnante nell’ultimo racconto:

Mi sento avvilita, confusa, né riesco a trovare le parole giuste per rincuorarla.  (89)

 Il fenomeno di ghettizzazione per motivi di carattere razziali contenuto nel racconto “Italiano non italiano” fa senz’altro riflettere, perché in questa circostanza il sentimento di estraniamento e di non-coesione nel gruppo è ulteriormente accentuato per motivazioni di colore della pelle. Il finale del racconto di certo non getta luce troppo positiva in quanto, se è vero che il giovane farà conoscenza con una ragazza, anch’essa di colore, e i due diventeranno vicini di banco e quindi nessuno dei due sperimenterà più da solo la sofferenza per l’emarginazione, va anche detto che questa è una felicità surrogata, o addirittura una felicità che non è tale in quanto spetterebbe all’insegnante facilitare l’inserzione dei due “diversi” nel tessuto della classe non permettendo un ulteriore caso di esclusione e separazione dalla stessa acconsentendo al fatto di tenerli vicini tra loro e separati dagli altri. Secondo la mia prospettiva questa è chiaramente una nuova forma di razzismo che, se motivata dalla volontà di facilitare i rapporti tra i due africani e abbattere il loro sentimento di solitudine, dall’altra li allontana doppiamente e in maniera ancor più grave dall’intero tessuto sociale della classe.

Il fenomeno di ghettizzazione per motivi di carattere razziali contenuto nel racconto “Italiano non italiano” fa senz’altro riflettere, perché in questa circostanza il sentimento di estraniamento e di non-coesione nel gruppo è ulteriormente accentuato per motivazioni di colore della pelle. Il finale del racconto di certo non getta luce troppo positiva in quanto, se è vero che il giovane farà conoscenza con una ragazza, anch’essa di colore, e i due diventeranno vicini di banco e quindi nessuno dei due sperimenterà più da solo la sofferenza per l’emarginazione, va anche detto che questa è una felicità surrogata, o addirittura una felicità che non è tale in quanto spetterebbe all’insegnante facilitare l’inserzione dei due “diversi” nel tessuto della classe non permettendo un ulteriore caso di esclusione e separazione dalla stessa acconsentendo al fatto di tenerli vicini tra loro e separati dagli altri. Secondo la mia prospettiva questa è chiaramente una nuova forma di razzismo che, se motivata dalla volontà di facilitare i rapporti tra i due africani e abbattere il loro sentimento di solitudine, dall’altra li allontana doppiamente e in maniera ancor più grave dall’intero tessuto sociale della classe.

Un libro forte, ma necessario, attuale e vero del quale la letteratura ha di certo bisogno per riflettere con attenzione su quelle che sembrano essere a-normalità e dunque manifestazioni da denigrare, annullare e violentare e che, invece, rappresentano semplici varianti al nostro concetto di normalità. Chiaramente la scuola e la figura dell’insegnante è centrale nel percorso di crescita del ragazzo e nella sua presa di coscienza nei confronti del suo ruolo sociale, ma l’autrice è attenta nel calcare la mano su quanto sia la famiglia la prima detentrice dell’educazione, del calore e del rispetto verso gli altri.

 

Lorenzo Spurio

 Jesi, 2 Febbraio 2014

“La meccanica del cuore” di Mathias Malzieu. Recensione di Rita Barbieri

LA MECCANICA DEL CUORE
Di Mathias Malzieu
Feltrinelli, Milano, 2012
Costo: 12,75 €
Pagine: 160
 
Recensione di Rita Barbieri

 

cop5 Febbraio nelle sale francesi uscirà il film d’animazione, prodotto dalla casa produttrice  Europacorp (diretta da Luc Besson),  “Jack et la mecanique du coeur” basato sul romanzo “La meccanica del cuore” di Mathias Malzieu, scrittore e leader della rock band Dionysos.

In una notte gelida e tempestosa, ambientazione ideale e incipit perfetto di ogni favola antica o moderna, nasce Jack, bambino dal cuore ghiacciato. Non ha nessuna possibilità di sopravvivere se non affidandosi alle mani sapienti della levatrice Madeleine che, da esperta guaritrice, applica  una protesi al suo piccolo cuore ibernato. Si tratta di un ingranaggio meccanico e delicato: un orologio a cucù che, per funzionare, ha bisogno di una manutenzione attenta e accurata.

Ma soprattutto ha bisogno di istruzioni precise:

 “Uno: non toccare le lancette.

Due, domina la rabbia.

 Tre, non innamorarti, mai e poi mai.

 Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore, la grande lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle, le tue ossa si frantumeranno, e la meccanica del tuo cuore andrà di nuovo in pezzi.”[1]

Le regole però, sono fatte per essere infrante, esattamente come i cuori… Infatti Jack, durante una piacevole passeggiata per le strade di Edimburgo, sente il richiamo di una musica triste e affascinante che, come in un incanto, lo conduce verso una bellissima  e fragilissima ballerina con occhi così immensi che vale la pena di guardarci dentro. Il cuore di Jack comincia a fare brutti scherzi, sussulta e strepita come un animale in gabbia. Madeleine lo riporta immediatamente a casa  e lo ammonisce:

 

“(…) Sappi che è una sofferenza ridicola rispetto a quella che ti può provocare l’amore. Un giorno o l’altro, tutto il piacere e la gioia che l’amore può suscitare si pagano con la sofferenza. (…) Sperimenterai l’assenza, poi i tormenti della gelosia, dell’incomprensione, infine la sensazione del rifiuto e dell’ingiustizia. (…) La meccanica del tuo cuore esploderà. Ti ho trapiantato io questo orologio, conosco perfettamente i limiti del suo funzionamento. Può darsi che resista all’intensità del piacere, e sarebbe già molto. Ma non è abbastanza robusto da sopportare le pene d’amore.”[2]

 

Ma Jack ha un solo desiderio: ritrovarla. Comincia così una lunga serie di avventure, incontri, personaggi, luoghi che sembrano usciti dalla fantasia onirica di Terry Gilliam e dalle atmosfere gotiche di Tim Burton. Maghi, prestigiatori, circensi nonché Georges Méliès in persona che diventa la guida, sentimentale e non, del piccolo Jack.

Il romanzo si fa leggere con leggerezza, con un sorriso sulle labbra appena accennato. Sappiamo che è una favola, nient’altro che un racconto per bambini già cresciuti; ma sappiamo anche molto bene che tutte le favole hanno un fondo di verità, nemmeno troppo nascosto…

Le favole, quelle antiche e quelle moderne, hanno sempre un messaggio, una morale. La morale della favola, appunto:

 

“Georges Méliès scuote la testa lisciandosi i baffi. Cerca le parole come un chirurgo sceglierebbe gli strumenti.

-Se hai paura di farti male, aumenti le probabilità di fartene sul serio. Guarda i funamboli: secondo te, quando camminano sulla corda tesa pensano che potrebbero cadere? No, accettano il rischio, e assaporano il gusto che procura scampare al pericolo. Se passi la vita cercando di non romperti niente, ti annoierai tantissimo, credimi… (…)”[3]

 

Un libro piccolo, scoperto e letto per caso, completamente fuori dai miei gusti e dalle mie letture abituali. Una storia tenera anche se non dolce, appesa a un pentagramma che, pur prevedendo sempre le stesse note, permette infinite variazioni e combinazioni.

 In amore, come in musica, c’è sempre qualcosa di nuovo da ascoltare.

 

Rita Barbieri


[1] Mathias Malzieu, La meccanica del cuore, p.30.

[2] Mathias Malzieu, op. cit., p. 28.

[3] Mathias Melzieu, op. cit., p. 57.

Ninnj Di Stefano Busà sul saggio di Sandro Angelucci sul poeta Rescigno

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Angel... di rescigno......Intervenire criticamente su un saggio, a sua volta,  -critico- è quel che si può dire il clou in letteratura.

Ma quando questo disquisire giunge da un esegeta accreditato come Sandro Angelucci, il fatto incuriosisce e si va a leggere con più pertinente attenzione l’autore segnalato.  Non fosse altro che perché conosco da molti anni Rescigno, sarei stata per prima curiosa di apprendere una più profonda esegesi su questo autore: schivo, coerente al suo episodio letterario fin dall’esordio, interessato alle varie tappe della vita, profondamente naturale e fruibile in ogni suo testo poetico, che va a toccare avvenimenti, esperienze plurime dell’uomo, soprattutto, il suo dolore e il suo distacco dalla realtà, con la morte. Gli ultimi due libri si fermano su quella tematica o almeno la sfiorano con quell’ineluttabilità che è propria delle persone autentiche, nel voler valutare il passaggio nell’aldi là con somma chiarezza e senza dileggio. Vi è da sempre nel poeta Rescigno il sacro fuoco della poesia.

La parola del poeta è fede e religio di una verità ultima che pone in rilievo la vita con i suoi molteplici aspetti peculiari, con la sua meditazione e speranza, con suo pianto e le sue gioie.

Sempre, l’autore ha trattato il tema lirico con grande rispetto per i valori dell’uomo, e vista dal lato del sublime, la sua ispirazione rigorosamente attinge alla visione cosmica, ad un più dettagliato e lucido panorama del mondo, che è mistero e religioso stupore, amore e morte, amalgama potente e lungimirante di una contemplazione che si fa viaggio e passaggio dall’uno all’altro, da un aspetto all’altro, diventando memoria e ricordo come categorie ultime di un umanesimo che si ricompatta col mondo, con le sue varianti prodromiche e le sue esperienze temporali.

Una ricerca lunga quanto la vita, quella di Gianni Rescigno, che da grande affabulatore è riuscito a dare l’interpretazione del suo lirismo in maniera esaustiva, sia idealmente che concretamente: i suoi superbi paesaggi terragni, le sue vigne, i suoi ulivi, la natura selvaggia e imponderabile di un Sud fatto a immagine di poesia, tra luci e ombra, tra passaggi interiori e suggestioni, tra emozioni e scoperte, tra lusinghe e dolore; si snoda la vita, e il poeta Rescigno la percorre in un fremito che tutta la raccoglie.

Il suo impianto linguistico è moderno, contemporaneo, mai sperimentale, perché sa cogliere un panismo, un misticismo lirico che non sono di tutti. L’ermeneutica su cui si colloca l’esegesi di Sandro Angelucci è ricchissima di spunti che serviranno a incorniciare la figura di questo poeta entro l’ambito di una scrittura poliedrica e versatile, senza nulla togliere al viaggio reale della sua esistenza, al quale giustamente il Critico riserva tutta l’attenzione.

É scevro da funambolismi ariosi e descrittivi questo saggio, va dritto al punto cruciale che è la personalità del poeta Rescigno: le sue carrellate di versi, tutti potenti, tutti immersi in un’armosfera lirica da lunga e pesante permanenza in poesia.

Il critico ne ha saputo individuare linee e forme, categorie e passaggi cruciali, i flussi e i riflussi che ne hanno regolato le stagioni, i gusti, le sollecitazioni amorose, i dubbi, le speranze.

A indicarne la camaleontica tranche de vie non potrebbero essere che le stesse parole del poeta: “forse è l’anima nostra in continua prova/ per raggiungere l’infinito (da: Nessuno può restare) Genesi, 2013. Quest’ultima è una raccolta lucida e ben delineata, una sintesi oserei definirla di quel percorso che Rescigno compie a rembours, per abbracciare l’intero percorso e donarsi infine nelle braccia dell’Ultimo Morfeo, come un guerriero stanco.

L’esegesi di Angelucci è di quelle che non si fanno attendere, ne delimita gli assunti, ne ricrea le atmosfere, ne illumina i contorni con un’aderenza alla realtà tra le più straordinarie. E lì, infatti che si sentono l’abilità e la preparazione di un critico, quando questi ne avverte i segni, le interferenze, le angolazioni, i traguardi, le impalpabili sottigliezze, gl’indicibili rifrangenti dell’umano percorso che si fa carne e sangue della vita, ne assume i contorni, ne evidenzia i dati più eclatanti, per giungere all’ultimo stadio che è il più verosimile – come la nascita, infatti, anche la morte è un barlume di vita, anche se l’una dà, l’altra toglie, ma è l’inafferrabile, il mistero di ogni umanità ad attaccarsi al sogno, alla rappresentazione scrittoria di un progetto che si trasforma in poesia, come in arte. Un processo salvifico, un procedimento di gran lunga più misterioso e potente della stessa nascita. Angelucci sembra dire nel suo saggio: se un poeta dopo aver percorso il suo cammino, aver ostinatamente scavato per trovare la peculiarità del linguaggio, la chiave più opportuna offertagli dalla vita, ha saputo parlare con le sembianze di un uomo qualunque “umile” eppure elevato, dal perentorio bisogno del –dire- allora gli si può riconoscere l’immortalità dello spirito, la sua lunga permanenza nei territori dell’anima, che ne testimoni il grande privilegio della Poesia. Mi pare che un critico non potesse dare miglior giudizio di questo. Spero di averlo interpretato bene!

 

“25 racconti per altrettanti gusti”: Paolo Ragni su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

Lorenzo Spurio,  La cucina arancione

25 racconti per altrettanti gusti

a cura di PAOLO RAGNI 

 

cover_frontMa guarda un po’! Questi racconti raccolti attorno alla Cucina Arancione stanno insieme tenuti da un filo sottile, quello che intercorre tra un regista e i suoi attori, o tra un allenatore e la sua squadra.

E’ vero, può sembrare una provocazione, e nemmeno delle più gradite in certi casi: potrebbe fare pensare che l’autore si nasconda così bene dietro ai suoi stili che magari non ne conosce nemmeno uno. O, per essere più preciso, che magari non si riconosce nemmeno in uno. Invece, fortunatamente, non è questo il caso, perché siamo difronte ad uno scrittore, a noi ben conosciuto, che intraprende varie strade sulle basi uno studio metodologico molto serio e puntuale.

Lorenzo Spurio chi è? E’ essenzialmente uno studioso, un ricercatore, un saggista, un operatore culturale. Ma della sua preparazione accademica noi apprezziamo subito, nella Cucina Arancione, la grande abilità di “switchare” da un registro all’altro, la furbizia nell’incatenare il lettore con incipit brucianti e conclusioni straordinarie, l’eleganza con cui le scene si preparano, si sviluppano, si concatenano l’una all’altra, in modo logico, consequenziale e talvolta perfino meccanico.

Le storie di Spurio sono storie essenzialmente di disagio, di difficoltà, di stramberie. Sono storie di persone che difficilmente riescono a scrivere la propria storia, sono storie di gente alla rinfusa, di bric-à-brac, di desolazioni e dolori, di inettitudini, di anime senza qualità. Si potrebbe tentare di trovare attenzione, carità, affetto verso i protagonisti delle stravaganti avventure quotidiane di Spurio. Ma non è così. Le storie si dipanano quasi sempre senza partecipazione alcuna da parte dell’autore. Non ama né disprezza i suoi personaggi, non li prende in giro, non prova affetto o derisione verso di loro. Solo in un caso (in una lunare fantascientifica storia che il lettore non avrà fatica a rintracciare nel libro) l’autore appare con una morale, con una idea che vuole esporre, con una partecipazione che spiega e dà un senso al tentativo patetico di raggiungere l’immortalità attraverso l’ibernazione.

Per il resto, quel che sorprende del libro è proprio la freddezza degna dei migliori naturalisti francesi, specie quando non si facevano prendere dai sentimenti e si lasciavano invece trascinare dal delirio di spiegare per forza una loro tesi, più o meno meccanicistica. In questo, senza dubbio Spurio è erede proprio dei naturalisti francesi (e loro assimilati). Si ha in lui il massimo del realismo e il massimo del delirio, così che capita come nei romanzi di Balzac in cui ci perdiamo volentieri tra i calcoli dei franchi, le rendite e le pigioni, oppure come quando Zola, in un vero e proprio delirio e furore ideologico, parla di Parigi come parlerebbe dell’altra faccia della luna, solo come luogo dove potere sperimentare scientificamente i propri assunti e verificare se la tesi è esattamente quella presente in nuce agli inizi del racconto.

Senz’altro, a volere analizzare cocciutamente il realismo e l’attenzione estrema ai dettagli di cui Spurio fa gran profusione può sorgere il dubbio se tutti i particolari sono realmente tutti strettamente necessari alla trama. Può sorgere il dubbio se il lettore, a un certo punto, sia più interessato allo svolgimento onirico e furioso della concatenazione degli eventi oppure se gli piaccia perdersi nelle descrizioni estremamente visive delle case, degli esterni, dei paesaggi che Spurio ama.

Spurio è autore essenzialmente visivo, che però evita i rischi cui ho appena accennato mediante una grande attenzione alle motivazioni psicologiche che muovono i personaggi. Non c’è dubbio che niente o quasi appare lasciato al caso. Molti dei racconti presentati in questa antologia viaggiano sul doppio binario della traccia che si dipana mediante molti eventi e della spiegazione del perché delle scelte dei personaggi.

Si tratta di uomini liberi? La domanda non è di poco conto. E la potremmo rivolgere ai 25 lettori dai differenti gusti che si saranno imbattuti in questo libro. Perché, eccetto rari casi, proprio i protagonisti principali sembrano mossi da un fato inesplicabile, da un destino, spesso avverso, o comunque da una fissazione originaria, da un peccato originario che li porta via, li trascina dove, in fondo, loro stessi desideravano di sprofondare. Forse “Fili elettrici bluette” e “Scettico” sono i testi più esemplari di queste fissazioni, magari neanche molto innocue, mediante la creazione di anime diverse, emarginate, ma più che altro di anime (si possono nutrire grossi dubbi sugli altri protagonisti, spesso macchine messe in moto da un terribile e spietato autore che non garantisce loro se non scarsa autonomia). Si tratta di persone che sono fuori dal contesto: come si vede, ad esempio in questa frase emblematica di una situazione esistenziale, più ancora che psichica: “Il più delle volte si trattava di cose sensate anche se, però, erano fuori contesto”. Oppure “nominò l’asino di Buridano, il cubo di Rubik e la psicologia della Gestalt”.

Ecco, questi riferimenti ammucchiati l’uno sull’altro fanno riflettere sul tipo di società del quale Spurio è, in qualche misura, portavoce. Siamo nella società post-moderna, ops!, liquida, dove tutto è sostituibile, la storia, la geografia, gli amori e i disamori, la vita e la morte, la lucidità e lo sballo. Realmente, una scrittura pure così lucida (ripeto lucida e onirica, perché il tono è spesso stravolto come nei tentativi deterministici dei realisti francesi) raggela per le implicazioni sociologiche e per l’attenzione forte al fenomeno dell’ossessione. Forse, “Sofware di base” è il miglior esempio di questo prendere una idea e portarla fino alle estreme conseguenze, come in “L’alfabeto numerico”. Anche l’”Ordigno inesploso” esprime con grande chiarezza come una fissazione (la perdita della propria identità) possa tramutarsi in uno stile di vita. Mi pare che una influenza sia identificabile nel nostro Buzzati, che sviluppava logicamente da un fatto pratico, concreto, tutta una sua teoria sconvolgendo gli eventi e facendo loro assumere, nella apparente logicità, una visionarietà diffusa, fuorviante ed enigmatica. Qui, forse, il tema della malattia è troppo forte perché l’elemento fantastico (pur se ridotto a mero schema logico come spesso in Buzzati, con le conseguenti estremizzazioni) riesca a prevalere.

Spurio è, anche, non dimentichiamolo, anche un saggista e gli slanci troppo acuti della fantasia sono tenuti saldamente a freno da una argomentazione stringente, da una attenzione ai processi del pensiero, per storti che siano, facendoli parere perfino logici. Si arriva ad una coerenza, dentro il singolo racconto in tutto il volume, tra le premesse e le conclusioni. Ed a questo si arriva senza nulla levare alla grandissima varietà di intrecci, alla differenziazione di stili, alla capacità di percorrere non solo tematiche ma generi differenti.

In definitiva, un libro accattivante, inquieto, che forse trova le sue parti migliori quando l’autore si lascia prendere dal fluire della storia e riesce a ironizzare sulle stravaganze altrui. Quando parte con incipit fulminanti così: “A un certo punto mi accorsi che stavo sognando in arabo (mi hanno schedato)”, oppure quando in “Al negozio cinese” dice “Infatti una banana sola non fa compagnia (…) ma un casco di banane sì”. Probabilmente queste perle sono indispensabili in un tessuto connettivo in cui pare di assistere ad un franare continuo di rocce dalla sommità di una montagna. Sono quella ricchezza gratuita e non esplicativa che impreziosisce la storia e tiene l’autore a debita distanza, come un nascosto burattinaio.

 

PAOLO RAGNI

20 gennaio 2014

 

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