“Monte Olympus”, poesia di Emanuele Marcuccio con commenti di Spurio, Castagnetta, Carocci, Domenighini, Pardini e Cassese

 MONTE OLYMPUS

POESIA DI EMANUELE MARCUCCIO

Ispirato dal vulcano “Olympus Mons”, il più grande rilievo del pianeta Marte e di tutto il sistema solare, con i suoi venticinquemila metri di altezza e i seicentomila di larghezza.

Marte
rosso pianeta
di sole abbacinato
 
 
monte
che ti slarghi
e in altezza
per miglia
e migliaia
di chilometri
 
 
solitario
fredda la cima
forse fuoco
ancora alberga
nei recessi

(9 giugno 2013)

Commento a cura di LUCIANO DOMENIGHINI

644px-Olympus_MonsComposizione in tre tempi con apertura in vocativo, dà il senso dell’avvicinamento, dell’approdo spaziale “Marte […] monte […] solitario”. Le prime due parti sono descrittive, topografiche, con effetto di ingrandimento visivo fino all’ingresso dell’immagine sul terzo tempo, meditativo, all’interno della mente del poeta, con lo straordinario risalto dato dall’avverbio “forse” alla fase speculativa, indagatrice, appropriante, del pensiero conoscente. Interessante è anche la costruzione sintattica e grammaticale del secondo momento, una valutazione dimensionale dove i due parametri geometrici (larghezza e altezza) sono sostenuti l’uno da una relativa “che ti slarghi” e l’altra da un quinario in complemento di limitazione “e in altezza” fortemente ellittico per finire con l’unità di misura tramite un neologismo gergale allitterante “per miglia e migliaia”: l’effetto complessivo è vago e mitico, iperbolico e amplificante.

In questa lirica Marcuccio perfeziona il suo metodo ellittico sottrattivo e, anche grazie a una sempre maggior sicurezza e distinzione delle scelte lessicali e al prosciugamento della punteggiatura, perviene a una forma netta, sbalzata, essenziale.

Malgrado la brevità e l’apparente semplicità, questa lirica segna un punto di maturazione importante nel cammino artistico del poeta palermitano.

LUCIANO DOMENIGHINI

Travagliato (BS), 12 giugno 2013

Commento a cura di ROSA CASSESE

La lirica “Monte Olympus” è non solo originale, ma ispirata da sensazioni reali, “assaporata” dalla visione di un Monte “di sole abbacinato”. Pur nella scientificità dell’argomento, si nota la voce “calda” del cuore del poeta-rosso-come il pianeta Marte, la maestosità della sua cima, in cui quasi s’intravede lo sguardo “proteso” verso l’altezza e, la fissità oculare quando è raggelata, inoltre la possibilità che, nei “recessi”, possa esserci ancora fuoco e, pertanto vita. Una poesia dall’ampio respiro e, dalla notevole capacità di poter, mediante pochi versi, renderci partecipi di tanta maestosità, con la maestria di un grande poeta come Marcuccio.

ROSA CASSESE

11 giugno 2013

Commento a cura di MARZIA CAROCCI

Poesia che va oltre l’immaginazione, poiché il soggetto è scrutabile solo attraverso il dubbio e il quesito dell’umano pensiero. Marte , pianeta solo ipotizzabile a livello dell’occhio, ma scrutabile nella genialità dell’indagare. Rosso di luce riflessa che ospita la grandezza di un promontorio naturale, vivo come vivo può essere il movimento vulcanico che esternamente è freddo come il marmo ma nella pancia la fiamma, l’ebollizione, il fermento vivo e rigoglioso della forza del fuoco.

Una poesia dove ogni singolo idioma , tassello, dopo tassello completa minuziosamente un grande movimento/spettacolo lontano dal nostro occhio attento, ma reale in un universo tutto da scoprire.

Emanuele Marcuccio, con questa sua composizione, ha colto l’invisibile rendendolo presente e traccia d’esistenza.

MARZIA CAROCCI

Firenze, 15 giugno 2013

Commento a cura di PIERANGELA CASTAGNETTA

“La rappresentazione di un pianeta infuocato descritto come un alto monte, il vulcano Olympus, per l’appunto, che si slarga all’apice per fare uscire, dalla fredda cima, il magma che ancora alberga nel suo interno. Interpreto la poesia del poeta Marcuccio come vedessi un dipinto e intravedo il bisogno di fare uscire fuori dalla sua anima quanto di infuocato e pur vero alberga dentro di sé. E’ la passione che risiede nel suo intimo e che necessita di venir fuori da una fredda apparenza che l’imprigiona.”

Pierangela Castagnetta, 14/6/2013

Commento a cura di Lorenzo Spurio

E’ stato lo stesso autore ad anticiparmi che questa poesia “spaziale”, una delle ultime scritte, tratta un tema particolare e, forse, poco conosciuto. La poetica asciutta ed essenziale che rifiuta la punteggiatura –Marcuccio mi ha rivelato di essere entrato ormai in una nuova “fase poetica” caratterizzata dal minimalismo- si sposa con la volontà di fotografare l’alta vetta presente sul pianeta rosso.

Il monte sembra acquisire vita propria quando il poeta affresca questa vista aerea ed osserva “ti slarghi”, come se il gigante di roccia avesse delle braccia e scansasse con una certa prepotenza che le deriva dalla sua supremazia tutto ciò che lo attornia. E’ chiaramente l’iperbole, la figura che più risalta dalla poesia “per miglia e migliaia di chilometri” usata, però, senza volontà di ingigantire le reali misure del rilievo montagnoso, ma come fedele rapporto geologico della sua altitudine.

Marte, da sempre noto come pianeta “rosso”, ritrova questo suo legame con il colore forte, carnale e violento nel termine che chiude la lirica, il “vulcano”, che richiama alla mente una forte immagine di vitalità, energia e manifestazione impavida del corso della natura.

Commento a cura di Nazario Pardini

I connotati indicativi di questa poesia si verticalizzano, consciamente, su una struttura metrico-simbolica di effetto contemplativo: rosso, abbacinato, slarghi, fuoco; e dominano, con un significante figurativo di labor limae, sul λέμμα[1] (lèmma)/solitario, che, citato una volta, anticipa il verso “fredda la cima”. E si sa che il fuoco è nel cuore delle cose. Nella pancia del cosmo. E si sa, anche, che il poeta è in continua tensione fra la coscienza dell’effimero e l’azzardo dell’oltre. Un azzardo che vorrebbe e bramerebbe realizzarsi in qualcosa di superlativo del sapore di cielo. Solitario. Forse solitario come ogni uomo che “sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole…”. E la solitudine fa parte della vicissitudine umana. Ed è motivo di stimolo, grande stimolo per la poesia. Segno che contraddistingue una stretta vicinanza fra il fatto di esistere ed uno stato interiore che coinvolge la filosofia del creato. Il tutto molecolare che non riesce a confondere l’unicità con gli insiemi. Climax, quindi, di grande impatto visivo ed emotivo; di un crescendo trascinante verso l’alto; e, volendo, verso un pianeta che non è più solamente quel corpo a noi, in parte, noto, ma, direi, verso un mondo che segna uno slancio, un abbrivio, un confondersi in stupefazioni a vincere l’ἀπορία[2] (aporía); a limitare l’entropia[3] e la corruzione dell’uomo/tempo; leggo qui il desiderio di svincolarsi, in qualche misura, dal terreno; di sublimarlo, questo terreno, nell’immaginifico, in uno stadio dove la realtà stessa si coniuga in aspirazione, in avventura. L’ordine morfosintattico di estrema sottrazione, la  geometria verbale, la ricerca speculativa, l’inconscio propedeutico all’atto creativo, cristallizzano una emozione, che, attraverso un percorso allusivo, si generalizza in una scalata dell’anima verso le vertigini dei fuochi eccelsi. Fuochi sempre da scoprire, però. Luminosità verso cui poter penetrare scrostando il ghiaccio che nasconde il nerbo e il mistero del nascere umani. Esistono quei fuochi. Nel nostro animo vivi: forse vogliono combaciarsi con la totalità per tornare alle origini. Una ricerca continua verso quella pancia che contiene la luce accecante di un Marte/Universo e della Poesia.

Nazario Pardini

(Poeta, scrittore, critico letterario)


[1] Dal greco λέμμα (lèmma), involucro; guscio; lessema di una parola.

[2] Dal greco ἀπορία (aporía), difficoltà; disagio; incertezza.

[3] Dal greco εντροπία (entropía), disordine.

“Penne d’aquila” di Susanna Polimanti, recensione di Lorenzo Spurio

Penne d’aquila
di Susanna Polimanti
Kimerik Edizioni, Patti (Me), 2011
ISBN: 978-88-6096-716-9
Pagine: 173
Costo: 12 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

images“Penne d’aquila”, dell’amica Susanna Polimanti, è un romanzo che non lascerà indifferente il lettore. Il perché di questa affermazione il lettore lo sviscererà lentamente, pagina dopo pagina.

Il linguaggio chiaro e pulito, la ricca presenza di citazioni e riferimenti a testi “classici” della letteratura europea e non solo, rendono il percorso del lettore ulteriormente piacevole e motivo di riflessione sui temi che Susanna Polimanti affronta. Dolore, solitudine e senso d’apatia si intervallano a momenti d’evasione, flirt amorosi, serate spensierate con le amiche per poi risprofondare nella sofferenza per la dipartita di un congiunto, la desolazione interiore e lo scoraggiamento per una situazione lavorativa traballante, insicura, e ulteriore motivo di tormento. Ma il romanzo non è un elogio alla sofferenza, né una presa di coscienza sulla miserevolezza e la condizione disagiata dell’uomo nella società contemporanea, piuttosto è la trasposizione su carta di un animo sensibile che ha combattuto battaglie che l’hanno forgiata. Perché il libro è chiaramente una summa organica di motivi e riferimenti biografici della scrittrice (la citta natale dove scorre il fiume Topino, che è chiaramente la città di Foligno, la “cittadina delle Marche piena soltanto di salite e discese” (32) in cui vive che è di certo la città-capoluogo di Fermo, il lavoro di traduttrice-interprete, etc).

Il lettore è affascinato dalle pieghe intimistiche del romanzo ed accompagna mano nella mano la sua eroina, Virginia, ragazza dall’animo inquieto, sofferente, taciturna e minata –lo si dirà nelle primissime pagine del romanzo- da ricadute e svenimenti che, oltre a indebolirla, la conducono a domandarsi di continuo il perché di quegli avvenimenti.

La narrazione prende una virata più colorita quando la narratrice ci parla della sua introduzione al mondo del lavoro con colloqui, licenziamenti, contatti con dirigenti e quant’altro nella sua attività di interprete e traduttrice in imprese del calzaturiero nel Fermano (altro riferimento alla stessa autrice dove appunto vive ed ha lavorato).

“Penne d’aquila” è un romanzo di formazione: seguiamo Virginia dall’adolescenza fino alla maturità e nel trascorso degli anni intuiamo una crescita morale che si esplica nella felice riconciliazione con sé e nella scoperta del bello nel semplice, ma è anche e soprattutto un romanzo d’amore perché la componente formativa, di conoscenza del mondo, tipica del bildungsroman, non può non passare attraverso la conoscenza, l’attrazione e l’amore verso qualcuno. L’amore è di certo un elemento conoscitivo ed esperenziale di fondamentale importanza nel percorso di crescita e qui, nel romanzo di Susanna, è il tema che aggruma tutta la narrazione, come il finale agrodolce evidenzierà. Ma la crescita non può avvenire neppure senza aver sperimentato realtà spaziali differenti da quella natia ed è per questo che l’esperienza universitaria di Bologna, la singolare vacanza-studio in Germania, le trasferte lavorative a Copenaghen e a Shangai, oltre a significare momenti di lucido ritrovamento di se stessa, di pacificazione e di osservazione dei suoi problemi da fuori, funzionano come rinvigorimento di quell’essere a tratti depresso a tratti perturbato dai sentimenti contrastanti che l’amore spesso genera. Ma nella vita di Virginia –il cui nome non può che richiamare la grande scrittrice inglese che soffrì di depressione e che introdusse il celebre “flusso di coscienza”-  non mancano forti contraccolpi e momenti bui ad aggravare la pesantezza di un vivere tormentato quali sono la morte del padre, prima, e quella di una grande amica. Momenti difficili che pongono l’autrice ad elucubrazioni ancora più particolareggiate e di difficile risposta che affida soprattutto ad alcune citazioni che la scrittrice ha deciso di mettere all’inizio di ciascun capitolo.

Un romanzo d’indagine nelle pieghe dell’io, alla continua ricerca della ragione del mal di vivere e al contempo di una esasperata volontà di sentirsi amata. A volte –sembra sussurrarci l’autrice all’orecchio- non c’è una spiegazione chiara e definita a ciò che ci accade. Possiamo collegarlo a qualcos’altro o rintracciarne la causa in ciò che più ci fa piacere, ma il più delle volte le cose accadono per caso, per sbaglio, per coincidenze. Ed è proprio per questo che Virginia ed Angelo riusciranno a rincontrarsi dopo trenta anni e a riscoprirsi attratti, coinvolti, uniti in un amore mai del tutto esplicitato, ma che ancora una volta verrà vissuto troppo velocemente.

Nelle ultime pagine leggiamo: “Aveva imparato a sorridere, anche quando le circostanze le avevano impedito di farlo” (172). Il tempo dona esperienze, nuove amicizie, amori, regala viaggi, momenti di condivisione, ma porta con sé anche l’aggravarsi di malattie e ci priva di persone care. Forse, allora, la soluzione di tutto sta nel saper colloquiare con esso, riconciliandosi agli eventi passati senza rancori né recriminazioni, per consentire a quelle ali invisibili che tutti abbiamo, di spiegarsi e di dar vita a un soave volo. E magari di sorvolare sui lidi adriatici delle Marche di cui Susanna ci parla e dei quali io stesso condivido un grande attaccamento.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 

Jesi, 6 Giugno 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

E’ uscito “Euterpe” n° 8, rivista a tema “Panta Rei: Tutto scorre”

LOGO COLORISiamo felici di comunicarvi dell’uscita del numero 8 della rivista di letteratura Euterpe e siamo a ringraziarvi per la vostra grande partecipazione. Il numero a tema “Panta Rei: Tutto scorre” raccoglie poesie, racconti, saggi, recensioni, interviste ed altri testi critici, oltre a varie segnalazioni.  

Nella rivista sono presenti testi di Lorenzo Spurio, Monica Fantaci, Massimo Acciai, Maria Rosaria Di Domenico, Fiorella Carcereri, Anna Maria Folchini Stabile, Monia Minnucci, Fabrizio Bregoli, Cristina Biolcati, Veronica Liga, Antonella Troisi, Annamaria Pecoraro, Giorgia Catalano, Sandra Fedeli, Felice Serino, Anna Alessandrino, Simona Verrusio, Maria Urbano, Carla De Falco, Luisa Bolleri, Alessandro Dantonio, Michela Zanarella, Giuseppe Bonaccorso, Sandra Carresi, Giuseppe Gambini,  Cristiana Conti, Pietro Rainero, Nadia Bertolani, Gianmario Camboni, Ilaria Celestini, Angela Crucitti, Gianluigi Melucci, Cinzia Baldini, Mauro Biancaniello, Valentina Mattia, Antoine Fratini, Umberto Del Negro, Francesco Paolo Catanzaro, Antonio Spagnuolo, Marzia Carocci, Barbara Lo Fermo, Emanuele Marcuccio, Apostolos Apostolou, Benedetta Toti, Miriana Di Paola, Iuri Lombardi, Luigi Pio Carmina, Martino Ciano, Veruska Vertuani, Claudia Piccinno, Anima e Oceano (Cristina Lania), Stefano Caranti, Giuseppe Guidolin, Lorenzo Campanella, Ivan Pozzoni, Vesna Andrejevic, Clemente Condello, Fiorella Fiorenzoni, Rita Stanzione.   

La rivista può essere letta e scaricata in formato pdf, cliccando qui.

Ricordiamo, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà come tema “Disagio psichico e sociale”. I materiali dovranno essere inviati a lorenzo.spurio@alice.it (Oggetto: Euterpe) entro e non oltre il 15 Settembre 2013.  

Cordiali saluti  

Lorenzo Spurio

Direttore Euterpe  

“Nessuno è al sicuro” di Cristina Biolcati, recensione di Lorenzo Spurio

Nessuno è al sicuro – Attacchi di squalo all’uomo in acque italiane dal 1926 ad oggi
di Cristina Biolcati
Edizioni Simple, Macerata, 2013
ISBN: 9788862597456
Numero di pagine: 57
Costo: 8,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio

NESSUN~1Lo squalo è per antonomasia considerato assieme ai vari predatori della savana e ad alcune specie di serpenti, uno degli animali più feroci, famelici e terribili che il nostro Pianeta annoveri. E se si prende in considerazione il solo regno “acquatico”, allora ne detiene di certo il primato assieme alla balena con la quale spesso viene ingiustamente confuso e all’orca, l’unico esemplare del regno animale che sia in grado di uccidere uno squalo bianco.

Importantissimi i tanti documentari naturalistici che si sono occupati e continuano ad occuparsi dello squalo informandoci sulle sue condizioni di crescita, sulla riproduzione e sugli habitat caratteristici ma tutti, a loro modo, hanno sempre presentato l’animale come una bestia assassina, priva di logica e alla continua ricerca di una sorta di vendetta nei confronti dell’uomo. Si tratta, ovviamente, dell’errata considerazione che l’uomo, alla pervasiva ricerca di rimuovere una fobia e di allontanare da sé il pensiero morboso, ne ha fatto: ha costruito, cioè, e continua a tramandare, una serie di convinzioni sull’animale che, se si analizza la letteratura scientifica, non hanno niente di rispondente alla realtà dei fatti. Che lo squalo sia uno dei pesci più grandi, feroce, dotato di un sistema dentale spaventoso, è una realtà intramontabile, ma il suo comportamento sfrontato e vendicativo sono delle mere costruzioni mentali dell’uomo come appunto il saggio in questione, opera di Cristina Biolcati, si appresta a sconfessare.

Si fa un breve excursus sulle varietà degli squali e da subito la scrittrice sottolinea il fatto che, seppure casi di aggressione all’uomo nei mari del nostro paese non avvengono con frequenza, nella memoria storica ci sono, però, numerosi casi che vanno ricordati e, ancora più importanti, tenuti da conto. Il saggio utilizza un linguaggio semplice ed accessibile a tutti, rifuggendo scientificismi e una sintassi settoriale e si costituisce di casi storici presentati sotto forma di cronaca con tanto di documentazione (testuale e fotografica) di incontri dell’uomo con l’animale: alcuni fatali, altri, invece, in cui l’uomo è riuscito a mettersi in salvo.

imagesSi sconfessano man mano che il lettore prosegue la lettura una serie di falsi pregiudizi e di convinzioni autoindotte dalla tv e dai mezzi di comunicazione (si noti ad esempio che gli occhi dell’animale ruotano all’indietro quando addenta le vittime e vengono coperti da una membrana che in quel momento lo rende praticamente cieco; alcune parti del suo corpo sono molto delicate e vulnerabili; i suoi attacchi alle prede falliscono nel 55-60% delle volte); si ricordi, inoltre, che il mito della ferocia del pescecane e con esso la diffusione della relativa fobia può essere rintracciato nel sequel televisivo “Lo squalo” di Spielberg degli anni ‘70.

Allora il lettore potrebbe chiedersi… perché un saggio di questo tipo?

Dalla scuola elementare ci hanno sempre insegnato che squali e balene si trovano solo negli oceani ed essendo l’Italia un paese circondato da mari, non deve temere la loro presenza. E’ errato perché come dimostra Cristina Biolcati nel saggio, una serie di motivazioni di natura diversa nel corso degli anni hanno fatto sì che lo squalo mutasse il suo habitat originario e giungesse, dunque, ad abitare e riprodursi anche nei mari. Nel testo si fa appunto riferimento a una zona compresa tra le Egadi, Malta e la Tunisia. La storia ricorda vari attacchi di squalo bianco nei mari del Belpaese, addirittura nelle acque del Tirreno e dell’Adriatico dove, si penserebbe, che un simile pericolo sia impossibile.

Con questo saggio la Biolcati, oltre a smitizzare le componenti canoniche che fanno dello squalo una sorta di demonio, una macchina portatrice di violenza, sottolineandone il carattere dell’animale, offre al lettore un valido supporto storico sulla serie di aggressioni che si ricordano e in particolare dedica spazio a due di esse: quella avvenuta a Goffredo Lombardo nel 1956 nel mare adiacente a Capo Circeo dove, immerso nei fondali, si trovò praticamente faccia a faccia con l’animale, riuscendosi a salvare e quella di Luciano Costanzo avvenuta nel 1989 nei pressi di Piombino, questa volta fatale.

Al contrario di quanto avviene al capitano Achab in Moby Dick, che ha sofferto l’intera vecchiaia nella lotta, ricerca e duello con il grande nemico, rappresentato dalla balena bianca di cui alla fine sarà vittima, Goffredo Lombardo, superstite del primo incontro con lo squalo, lo sfiderà e, mettendo a rischio la sua vita, riuscirà a pescare poi il grande pescecane che appena una settimana prima l’aveva terrorizzato.

Questo perché, come sottolinea Cristina Biolcati in più punti dell’interessante saggio, l’uomo è tormentosamente affascinato da ciò che teme, come lo squalo, e non riesce ad ammettere che l’animale possa essere più forte dell’uomo e quindi in grado di minacciare l’umanità. Vari episodi in cui le persone sono state aggredite e uccise dall’animale hanno, però, sottolineato che lo squalo resta padrone del suo habitat, il mare, dove pure l’uomo per i suoi fini (balneazione, pesca, immersione, snorkeling) può “abitare”, ma non da padrone.

Il fine del saggio è quello di comprendere il comportamento dell’animale evitando stigmatizzazioni che ci vengono indotte dai mezzi di comunicazione che tendono a vedere in lui solo una macchina di morte. La Biolcati con questa interessante opera di facile lettura a metà tra ricerca storica e interesse zoologico ci consegna un testo che fa riflettere e che chiama in causa il lettore a una maggiore “coscienziazione” sul pericolo che, pur non diffusissimo, resta comunque presente. “Nessuno è al sicuro”, intitola il libro la scrittrice. La paura che si nutre verso questo indomito animale, leggendo il libro pian piano si placa e solidarizziamo con le vittime, ma comprendiamo in maniera più attenta e veritiera il comportamento del gigante dei mari.

Per rispondere allora agli insegnamenti facilistici della prima istruzione, bisognerebbe dire ai ragazzi da subito che gli squali non vivono solo degli oceani e che non riguardano solo paesi a noi distanti, ma che per una serie di cause, quale l’innalzamento della temperatura dell’acqua, la mancanza di alimentazione e la caratteristica “migrante” che si sposa con l’animo curioso dell’animale, che lo squalo “abita” o “può abitare” anche i nostri mari.

Non si tratterebbe di un frivolo allarmismo, ma di una sana sensibilizzazione.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 Jesi, 1 Giugno 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“A volte non parlo” di Anna Maria Folchini Stabile, recensione di Lorenzo Spurio

A volte non parlo
di Anna Maria Folchini Stabile
con prefazione di Paola Surano
Liberia Editrice Urso, 2013
Numero di pagine: 55
ISBN: 9788898381104
Costo: 9,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

198La nuova silloge poetica di Anna Maria Folchini Stabile, A volte non parlo (Libreria Editrice Urso, 2013), arricchisce il suo curriculum letterario che vanta altresì di varie pubblicazioni di narrativa breve. Chi conosce la poetica di Anna Maria, o ha avuto almeno il piacere di leggere qualche sua poesia (ricordo che la poetessa pubblica con regolarità le sue liriche sul sito Racconti Oltre gestito da Luca Coletta), sa bene che le suggestioni che ci trasmette fuoriescono direttamente dalla sua considerazione nei confronti della realtà quotidiana. Le sue poesie, infatti, sia quelle che hanno come tema l’amore, sia quelle che, invece, partono dall’indagine del tormento interiore motivato spesso da una riconsiderazione del passato, condividono tutte una essenzialità di linguaggio e una purezza semantica che incontra di certo il favore del lettore. La poetessa rifugge gli orpelli retorici, i tecnicismi e addirittura sembra mostrare una certa sofferenza nei confronti della metrica stantia, del verseggiare classico e chiuso e si offre, invece, in pensieri sciolti, che giungono diretti al cuore del lettore e poi alla mente. Troveremo, dunque, la poetessa a riflettere su un amore solido ed entusiasmante, duraturo nel tempo tanto che il lettore è certo che esso non conoscerà mutamento nel suo divenire, descrizioni più cupe che partono, invece, dall’analisi a tratti inquieta a tratti dubitativa dell’essere. Ci saranno, inoltre, liriche che presentano il sottofondo scenico caro alla poetessa, quello del suo luogo di residenza con vari e continui accenni al lago come avviene in “Lacustre”, dove la vista del lago al primo mattino, come fosse un saluto rinnovato ad un amico sempre presente, si veste di imperscrutabilità del futuro: «Niente/ turba/ questo inizio di giorno.// Tutto/ è possibile» (48).

Una lirica ricca di contenuti, di tematiche e di sfaccettature; si susseguono prospettive visuali diverse: a volte è come se la poetessa colloqui con se stessa, altre volte è evidente l’intento di voler annunciare il contenuto delle sue liriche al mondo; molte poesie si arrovellano sul Tempo sia dal punto di vista tematico che dal punto di vista strutturale: intere liriche in cui Anna Maria utilizza il condizionale, quella condizione ipotetica che si sarebbe sviluppata nel passato se avesse fatto/non fatto qualcosa («Avrei cambiato il mondo/ se avessi fatto…/ Ma sono rimasta alla finestra/ e avete fatto tutto voi», 12), altre, invece, si configurano come una sequela di domande, con un tono ascendente dove, però, i quesiti non trovano risposta. Ma è un po’ tutta la silloge ad essere investita da una sensibilità nuova; nell’opera precedente, Il nascondiglio dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012), che si apriva con una mia nota di prefazione, avevo osservato che le liriche si caratterizzavano per una eclatante fascinazione per il colore, il bello, gli elementi naturali nel loro felice divenire, tanto da definire la sua poetica modernista (con riferimento al modernismo spagnolo e sud-americano). Qui, nella nuova silloge, l’atmosfera è differente, si è stemperata, le primavere e i bagliori sembrano aver lasciato il posto a crepuscoli e folate di vento gelido. I colori si sono scuriti e a tratti anche la parola –pur sempre limpida e lineare- si è ispessita, in linea con una nuova concettualizzazione delle tematiche. E questo mutamento, questa metamorfosi “decadente” si esplica nei vari riferimenti al sé-poeta dubbioso, alla continua ricerca di risposte, di soluzione a quesiti, alla difficile liberazione da inquietudini che fanno dell’io lirico un animo scisso, apparentemente debole e tormentato, anche e soprattutto dalla difficoltà dei tempi contemporanei riscontrabili nei «Giorni pesanti/ Difficoltà nuove/ […] Ogni giorno/ ha il suo fardello» (18) di “Uomini e draghi”. E se è vero che la poetessa molto ci trasmette con le sue liriche, è altrettanto vero che si respira un certo sentimento omertoso, come se ci sia nel sottofondo qualcosa che, sino alla fine, non viene mai rivelato al lettore. Tutto questo è esemplificato dal titolo stesso della raccolta, A volte non parlo, lirica che apre il testo. La poetessa Anna Scarpetta tempo fa, parlandomi della nuova silloge dell’amica Anna Maria Folchini Stabile, mi disse: «Hai visto, Lorenzo? Anna ha scritto “A volte non parlo”… e, invece, dice tanto. Dice tutto!»; ed è di certo una considerazione valida e possibile anche se a mio avviso, come già detto, nella silloge si respira una nuova aria, insomma una diversa Anna Maria. E sulla mia stessa linea è anche la poetessa varesina Paola Surano che nella prefazione al testo osserva: «balza subito all’occhio e alla mente che questa raccolta è diversa dalle altre» (5). Vediamo il perché di quanto si sta dicendo in maniera più scientifica.

E’ di certo la lirica iniziale che contiene il manifesto di questa nuova venatura poetica di Anna Maria Folchini Stabile; qui si legge, infatti, di “pensieri masticati” (pensiamo si tratti di idee difficili da gestire, che ritornano a infastidire l’animo della poetessa, dure, ingestibili e che, dunque, necessitano una masticatura più prolungata e veemente) e di “labirinto di ipotesi” che evoca nella nostra mente una situazione fastidiosa di stallo e di tomento, di ricerca di una fuga con esiti già scritti e tutti abbastanza deludenti come osserva lei stessa nei versi che seguono: «non vi è alcuna uscita tra le siepi di bosso/ che costeggiano questo cammino…» (9). Vicolo cieco? Strada sbarrata? Vie tortuose che confluiscono con altre per poi depistare? E’ una possibilità con la quale l’autrice vuol intendere quella difficoltà insita nel senso stesso dell’esistenza da lei rappresentato enigmaticamente come un «rigioco sulla scacchiera invisibile» (9) che tanto mi fa pensare al gioco a dadi della Morte nella celebre ballata di T.S. Coleridge.

E come si diceva poc’anzi il tempo è oggetto della poetica della donna: esso è onnipresente, a tratti latente, a tratti esplicitato, la poetessa non lo teme né ha necessità di affrontarlo, non ci colloquia, evitando di considerarlo un degno interlocutore, ma lo tiene in considerazione, lo osserva da distante e ne tiene conto. Il passato è visto quale momento felice dell’esperienza personale che non è morto e in sé chiuso a comparti stagni con il presente liquido, ma si configura quale fattore esperenziale che si rinnova con la rimembranza e che nel momento in cui viene “rivissuto” giunge addirittura a eternizzarsi nell’istante che funziona nell’animo come rivelazione: «E le speranze promesse/ e i desideri accennati/ e i sogni sorridenti/ per un attimo/ riprendono vita./ Solo per un attimo» (20-21). Ma quel presente che si riappropria del passato a sprazzi, per immagini o ricordi singoli, è illusorio e fugace: il momento si esaurisce velocemente e la finitezza del ricordo “rivissuto” è, forse, ulteriore causa del disagio e del senso d’apatia dell’io lirico, conseguenza dell’incapacità di sapersi destreggiare nei vari piani temporali: «Non è dolore/ questo tempo andato,/ ma sabbia di clessidra/ che vorrei rivoltare» (14) scrive in “Grigio di cielo”.

In “Occhi innamorati” la poetessa si proietta verso il futuro cercando di ipotizzare come sarebbe stato se avesse fatto/fosse successo qualcosa sviluppando uno sguardo acronico nel quale cerca di vedersi dall’alto come si sarebbe comportata in certe situazioni per concludere lapalissianamente «Non lo sapremo mai/ come sarebbe stato» (17): la storia, tanto privata quanto pubblica, infatti, non si costruisce con i ‘se’ né con i ‘ma’; le ipotesi, lecite e curiose, di ciò che sarebbe successo “se” riflettono ancora una volta quel senso di continua ricerca della donna di giungere ad una più completa analisi delle sue “gesta” passate. Solo nel sogno il tempo si ferma e sembra congelarsi: esso non scorre e sembra annullarsi, semplicemente perché anche la ragione e dunque tutte le attività umane ritrovano pace e riposo: «Attimi sospesi, idee scintillanti/ tempo fermo» (26) ed anche Peloso, il cane della poetessa, sembra divertirsi di più nel sogno/ricordo piuttosto che nel presente ed infatti «rincorre farfalle/ di un’altra primavera» (27).

In “Incapace” la poetessa esprime nel suo “scoramento” il senso di desolazione che si mostra come miscela di paura, scoraggiamento e rabbia tacita per quella falsità endemica che, purtroppo, ci circonda, contenuta nei «pensieri doppi» (10) che, più che individuare strutture polisemiche, mi sembra di intendere come sinonimo di falsità, mediocrità, opportunismo e menzogna. In questo clima ripugnante il sensibile io lirico non può far altro che chiedere aiuto («Aiutami») e far appello affinché un valido sostegno morale sopraggiunga a rinfrancare la poetessa: «Ti prego/ sostienimi» (10).

L’ambientazione cupa chiaramente intimistica si ravvisa anche nei «pensieri inespressi» (12), nel «sorriso bello/ di anni e luoghi/ sepolti/ nel passato,/ tempo di sogni/ e di incertezze certe» (23), nella solitudine dalla quale la poetessa cerca di distanziarsi in “Pausa” (30), nel desiderio di sentirsi  priva di tomenti: «Vorrei essere libera e senza pensieri» (39) e nelle «domande/ senza voce,/ sospese/ nella timidezza/ della mente» (53). A stemperare la gravità delle divagazioni esistenzialistiche che Anna Maria fa mi sento di osservare almeno due elementi: 1) il sentimento di giovinezza che la poetessa nutre e 2) la vita intesa come percorso, come un cammino a tappe e rivolto a una meta. In relazione alla giovinezza d’animo, nella lirica “Spuma di mare”, infatti, leggiamo «Mi guardo/ nello specchio della vita/ e ritrovo/ la ragazzina/ che mi sento» (43); si osservi che la poetessa non dice “la ragazzina che ero” né “la ragazzina che vorrei essere”, ma “la ragazzina che mi sento” in un verso che traspira grande carattere e forza di volontà e di certo smorza l’inquietudine che pervade l’opera. Quanto al cammino, poi, vorrei segnalare la bellissima lirica “I giorni a venire” –a mio modesto parere la migliore della silloge- dove è chiaro e continuo il riferimento all’universo itinerante: ‘incontri’, ‘strada’, ‘cammino’, ‘percorso’, ‘sosta’ che, più che delineare un componimento on the road, concretizza sulla carta il suo fervido convincimento nell’idea che il percorso formativo, culturale, morale dell’uomo nella realtà terrena sia una semplice ma non banale metafora dell’esistenza. Non è un caso che l’Associazione Culturale da lei fondata assieme a me, Sandra Carresi, Laura Dalzini e Paola Surano e della quale è Presidente, abbia come nome TraccePerLaMeta e che l’ultimo concorso organizzato abbia avuto come tema “il cammino”. In questo percorso fisico dell’uomo verso una meta, un luogo ambito o sconosciuto, da raggiungere mediante un percorso accidentato o progettato, più o meno lungo, l’uomo è continuamente minacciato, osteggiato e macchiato dall’errore che potrà porlo nell’infelice situazione di «inveire/ [o] maledire la vita» (24). La silloge rifugge il pessimismo, ma è chiaro l’intento di fondo: l’uomo deve rimboccarsi le maniche e non lasciarsi scoraggiare dalla desolazione che può investirlo e demoralizzarlo sempre più per riscoprire, invece, la ricchezza insita nella sua genuinità:

 

Usciamo
dalle nostre solitudini
riscopriamoci persone
quali siamo
in questi egoismi di realtà divise
con muri invalicabili e invisibili. (36)

 

 

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 

Jesi, 27 Maggio 2013

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

ANNA MARIA FOLCHINI STABILE è nata a Milano nel 1948. Attualmente vive tra la Brianza e il Lago Maggiore. Ha alle spalle una lunga carriera nel mondo dell’insegnamento. E’ poetessa, scrittrice e presidente dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Per la poesia ha pubblicato Spuma di mare (Lulu Edizioni, 2009), Il nascondiglio dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012). Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti L’estate del ’65 (Lulu Edizioni, 2008), Un topolino di nome Anna (Lulu Edizioni, 2010) e Noccioline (Lulu Edizioni, 2010). Ha curato, inoltre, per il sito Racconti Oltre dove scrive regolarmente, il manuale Come si scrive? – piccolo prontuario per l’autocorrezione dei più comuni errori ortografici, assieme a Luca Coletta. Partecipa a concorsi letterari ottenendo buone attestazioni ed è membro di giuria nei concorsi organizzati dall’Associazione di cui è Presidente.

PALERMO: Programma di eventi letterari per il secondo finesettimana di Giugno

La rivista di letteratura online Euterpe, il blog Intingendo d’inchiostro della poetessa palermitana Monica Fantaci e Blog Letteratura e Cultura di Lorenzo Spurio organizzano un ciclo di eventi letterari per il secondo fine settimana del mese di Giugno.

Gli eventi avverranno con la gentile collaborazione e organizzazione dell’università di Palermo, del Centro Caterina Lipari, dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta, dell’Associazione Culturale Caffè Letterario “Convivio” e si svolgeranno secondo il seguente programma

 

venerdi 14 giugno ore 16:00

Biblioteca dei Saperi, Facoltà di Lettere, Viale delle Scienze –edificio 12 – PALERMO

Reading poetico dal tema “Disagio psichico e sociale”

saranno presenti 32 poeti che leggeranno le loro composizioni a tema

parteciperanno utenti del C.S.M. di Caltagirone (PA) accompagnati da Gaetano Interlandi (Primario del Centro Salute Mentale di Caltagirone) e da Giusi Contrafatto (Presidente Ass. Culturale Caffè Letterario “Convivio”)

 

sabato 15 giugno ore 17:00

Palazzo Steri, Piazza Marina 61 – PALERMO

Presentazione del libro “La riva in mezzo al mare” della poetessa Monica Fantaci

Relatori: Lorenzo Spurio (scrittore, critico letterario, direttore rivista Euterpe) e Salvuccio Barravecchia (poeta e scrittore)

Interverranno: Emanuele Marcuccio (poeta e aforista) e Pierangela Castagnetta (poetessa)

 

sabato 15 giugno ore 18:00

Palazzo Steri, Chiesa Sant’Antonio – PALERMO

Presentazione dell’antologia poetica “L’arte in versi” edizione 2012

opera antologica dell’omonimo concorso ideato da Monica Fantaci, Lorenzo Spurio e Massimo Acciai

Relatori: Lorenzo Spurio (scrittore, critico letterario, direttore rivista Euterpe) e Monica Fantaci (poetessa, scrittrice e vice-direttrice rivista Euterpe)

 

domenica 16 giugno ore 17:30

Centro Caterina Lipari, Via Francesco Petrarca 26 – PALERMO

Presentazione dei libri “Per una strada” e “Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio

Relatori: Lorenzo Spurio (scrittore, critico letterario, direttore rivista Euterpe) e Monica Fantaci (poetessa, scrittrice e vice-direttrice rivista Euterpe)

 

domenica 16 giugno ore 19:00

Centro Caterina Lipari, Via Francesco Petrarca 26 – PALERMO

Presentazione dell’antologia del I Concorso Letterario Internazionale Bilingue TraccePerLaMeta

Relatore: Lorenzo Spurio (scrittore, critico letterario, socio fondatore dell’Ass. TraccePerLaMeta)

Interverranno: Emanuele Marcuccio (poeta, aforista e membro di giuria nel concorso) e Monica Fantaci (poetessa e socia dell’Associazione)

 

 

Tutti gli eventi sono liberamente aperti al pubblico.

Con preghiera di diffusione questo programma di eventi.

 

Info:  lorenzo.spurio@alice.it – moni.fant@virgilio.it

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“Io sono soltanto un granello di sabbia” di Anna Scarpetta, recensione di Lorenzo Spurio

Io sono soltanto un granello di sabbia
di Anna Scarpetta
con prefazione di Gianni Ianuale
Liberia Editrice Urso, 2013
Numero di pagine: 55
ISBN: 9788898381319
Costo: 9,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

  

216Devo confessare che per poter eseguire un’analisi appropriata ed attenta di questo recente libro di Anna Scarpetta la recensione, come forma testuale, non è di certo adatta, poiché servirebbe almeno un saggio se non un intero volume critico, tante sono le cose che –a mio modesto modo di vedere- debbono essere dette, considerate e interpretate. Comincerò con il dire che in questa silloge si respira un’aria soave ma pacata dove a dominare sono le immagini che fanno riferimento al mondo cattolico: molte delle poesie, in realtà sembrano delle vere preghiere, proprio per la profondità dei richiami e per la pervasiva e credente considerazione della vita quale percorso terrestre che si caratterizza per la sua finitudine. Aggiungerò che Anna Scarpetta è stata recentemente premiata al I Concorso Letterario Internazionale Bilingue TraccePerLaMeta per la sua poesia religiosa dal titolo “Sulla via di Damasco”, ulteriore segno che evidenzia questa sua nuova apertura nei confronti di un genere poetico molto diffuso e seguito. La parola nelle poesie di Anna Scarpetta si fa lode, invocazione, condanna, rinuncia ed esortazione, ma essa è anche appello alla sensibilità dell’uomo, elogio dei sentimenti e apologia del credo cristiano. Non è un caso che sia proprio la prima lirica della silloge, “Io sono soltanto un granello di sabbia” che è quella che dà il titolo all’intera raccolta, che esordisca con questi versi: “Io sono, soltanto, un granello di sabbia,/ dell’immenso deserto, Signore” (7) in cui la poetessa, partendo dalla constatazione della minuziosità del suo essere il rapporto alla mondialità delle esperienze, evidenzia e rende grazia al Divino per il “dono” che le ha fatto: quello della poesia. Ma, siccome sappiamo che la poesia non è che la forma più autentica, vivida e sofferta di espressione umana, con questa espressione la poetessa non fa che eguagliare la poesia alla vita. E come si evince in questa prima lirica c’è una grande attenzione nella poetessa nei confronti del tentativo di auoto-definirsi, di identificarsi e di svelare agli altri chi è, come avviene anche nella poesia “Non so più chi sono” (31).

Centrale, come era stato per la precedente silloge poetica della poetessa, Le voci della memoria (Ismeca, 2011), da me recensita e la cui recensione è disponibile qui, è il tema del tempo. Il colloquio che la poetessa intrattiene con esso si fa qui più aspro e si nota un certo indurimento del linguaggio dovuto, molto probabilmente, dalla desolante constatazione che esso è l’unico “eterno vincente” nella continua lotta della vita. La poetessa fornisce le più ampie caratterizzazioni per evocarlo (“il tempo,/ silenzioso, con la sua faccia di marmo scolpito”, 12; “il tempo, col suo volto annoiato”, 22; “il tempo, così infame e crudele”, 25: “[tu], come statua regale”, 46, ecc.), e nella gran parte di esse si intuisce un certo disprezzo e sconsiderazione, che fanno seguito alla presa di coscienza della sua pericolosità e al contempo della sua tragica ineluttabilità. Ed è così che esso non è altro che “il vero palco delle pittoresche scene degli orrori” (8), cioè esso è un davanzale verso il mondo che assiste indisturbato e senza fretta alle rappresentazioni della vita, del mondo, delle famiglie, agli inganni e ai tormenti, alle guerre e ai sistemi di vendetta, ma anche ai momenti più belli che solo nel ricordo potranno conservare la loro leggiadria.

Il sentimento religioso è facilmente intuibile anche attraverso i chiari riferimenti alla vita intesa come percorso, come cammino errante e l’uomo come misero “abitante delle fatiche umane”, come pellegrino per le vie del mondo, a volte consapevole, altre volte meno ed obbligato ad esodi carichi di dolore a causa di guerre, scontri religiosi, deportazioni. Perché va subito osservato che varie liriche qui contenute hanno un forte intendimento civico, morale e mettono il lettore di fronte a realtà sociali endemiche, cancrenose, corrotte e ignominiose. E’ così che Anna Scarpetta fotografa i massacri che avvengono al silenzio dei governi e dei mass media europei, come in Libano, dove la poetessa ci “narra” dei pianti e dei lutti di Beirut. Il pensiero non può non andare anche ai massacri in Sudan e quelli leggermente più conosciuti perpetuati da Assad, in Siria. Nella poesia “Libano” la speranza sembra esser ormai abbattuta e tutto ricade su una tortuosa domanda la cui impossibilità di risposta ferisce ancor più gli uomini di quella terra e demoralizza il mondo: “Agli occhi del mondo, tra due fuochi, ardi muto Libano,/ c’è chi si chiede, invano, ma tutto questo perché” (14). Il tema sociale ritorna nella lirica “Berlino est”, quadretto chiarificatore del senso di giubilo l’indomani dell’abbattimento del Muro che divise i berlinesi a seguito di un conflitto ideologico disprezzabile.

Si susseguono liriche più dolci e positive nelle quali la poetessa rievoca momenti passati e ricorda i suoi cari, soprattutto la madre, celebrata in due liriche e in maniera particolare nella bellissima “Sei volata via, madre” dove l’atroce ricordo della dipartita della madre è associata a una colorazione bianca, quasi accecante, che la poetessa vede e riconosce nella neve e nei gabbiani dal piumaggio candido. Ed anche qui, dove la lirica è pensata come commemorazione della madre, Anna Scarpetta non si risparmia per criticare la spietatezza di questo mondo nel quale siamo chiamati a vivere: “Sola sei andata via da questo strano mondo” (18). La “stranezza” del mondo è spiegata nella lirica “Il male del mondo” che è un vero pugno allo stomaco. In essa la poetessa plasma la parola in maniera meditata affinché sia acuminata, folgorante e distruttiva proprio come è l’efferatezza del mondo, la cattiveria diffusa negli animi imbarbariti nel nostro oggi: “Il male ha mostrato tutta la sua malvagità agli occhi del mondo/ coi suoi aguzzi artigli, graffiando volti di sfide verso il futuro/ ricacciando all’indietro tempi nuovi, che non sanno avanzare” (23). La poetessa non esplica quali intende essere i “mali” del mondo e lascia volutamente aperta la questione al lettore che può facilmente leggerli nell’aumento di femminicidi, nei suicidi per colpa della crisi economica, nelle inspiegabili tragedie familiari, nella bestialità di alcuni atteggiamenti umani e nelle invidie logoranti, negli abusi, nelle catastrofi naturali, ma anche nelle dolorose e fulminanti patologie a cui spesso non vi sono rimedi.  

Per ultimo, ma non per importanza, ci sono liriche curiose dove Anna Scarpetta chiarifica la sua felice propensione nei confronti delle nuove tecnologie, esplicate soprattutto nel mezzo informatico al quale la poetessa riconosce grande capacità: con Facebook, ad esempio, si può ritrovare amici e parlare con loro, anche dopo tanti anni di lontananza e silenzio, e il web è molto positivo perché accorcia le distanze e fa viaggiare più veloce le notizie come sottolinea all’apertura di “Grazie a te web”. La versione digitale del libro, che oggigiorno sta combattendo una prima battaglia con il suo progenitore cartaceo –battaglia che a mio modesto parere sta perdendo e clamorosamente- è motivo addirittura di una lirica, “Ebook”, dove la poetessa ricorda, elogia e innalza il valore del cartaceo, custode di tradizione, fruitore di un contatto diretto e dispensatore del fresco profumo di stampa o acre di invecchiamento.

Il pensiero finale che la poetessa fornisce al lettore e sul quale si appella a una sua maggiore considerazione è quello che verte sul futuro: che cosa ci aspetta nei tempi a venire? Riusciranno le persone veramente brave e sincere a farsi valere in un mondo dominato da tante nefandezze? Anche la poetessa trasmette un sentimento d’incertezza al riguardo: “Da dove dovranno venire questi nuovi tempi/ carichi di profili, scolpiti di albe boreali, rinchiusi/ nell’immane destino che ancora non si profila” (41).

C’è bisogno di cambiamento e di gente valida che possa proporre una svolta. Subito.

I tempi attuali sono fermi e stantii, pur nel loro ineluttabile incedere.

Un plauso alla poetessa per darci tanti spunti su cui riflettere con questo libro che di sicuro non lascerà indifferente nessun lettore.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 Jesi, 25 Maggio 2013

  

ANNA SCARPETTA è nata a Pozzuoli (Na) nel 1948. Per moltissimi anni ha vissuto nel capoluogo campano. Ha lavorato, poi, a Milano presso la Rete Ferroviaria Italiana – Direzione Asse Orizzontale e attualmente vive a Novara. Si è sempre dedicata alla poesia, narrativa e saggistica. E’ stata membro di giuria a Napoli nei concorsi letterari in lingua e in vernacolo. Ha recensito numerosi libri di poesia. A Milano si è dedicata al teatro sperimentale, in qualità di Aiuto regia, con la compagnia di Ciro Menale. Ha collaborato con prestigiose riviste culturali ed è stata Presidente Onoraria per la Città di Napoli di MOPEITA, Movimento per la diffusione della poesia in Italia. Ha pubblicato le seguenti sillogi di poesia: Poesia (Gabrielli, 1985), Frantumi di tempo (Lo Faro, 2004), L’altra dimensione della vita (LibroItaliano World, 2004) e Le voci della memoria (Ismeca, 2011) da me recensito e la cui recensione è presente qui.

 

 

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“Il sogno e la sua infinitezza” di Ninnj Di Stefano Busà, recensione di Gabriella Pison

Il sogno e la sua infinitezza
di Ninnj Di Stefano Busà 
prefazione di Walter Mauro
Edizioni Tracce , Pescara, 2011
 
recensione a cura di Gabriella Pison

 

imagesCAY18JGQLeggendo la poetessa Ninnj Di Stefano Busà attraverso la sua ultima silloge poetica ”Il sogno e la sua infinitezza” sospetto immediatamente che il leitmotiv sia quello della solitudine, intesa come solitudine esistenziale, essenziale ed ineluttabile (“abitiamo l’addio….ognuno è muto nello slabbrato cerchio….tu solitudine  desolata, incolmabile orizzonte dei nostri desideri” e poi ancora” la fatica del viaggio ci rende corpi inospitali all’amore”)ma, come il Gabbiere di Alvaro Mutis  che” sopporta la vita quando nessuno ascolta nessuno” anche in Ninnj Di Stefano c’è una forza centrifuga che le consente di fare l’elogio della solitudine stessa(“mi fa rinascere creatura alare……”), per portare alla luce la valenza straordinaria della sua capacità di approdare all’equilibrio sereno della coscienza, dove vi è comunicazione universale con la natura e il mondo(“non sia epicedio di tenebra la malinconia del tramonto” o si leggano i versi “amiamo i silenzi rappresi nei corpi, nella pagina che lentamente accorda le creature”) .

La Poetessa, oltrepassando i confini dell’esperienza individuale, percorre i sentieri di ricerca della Luce, del superamento dell’Io, per avvicinarsi alla Verità, a ciò che ci fa essenziali: riconosco  nei suoi versi una sorta di dualismo, da un lato la donna della “desperanza”( rifacendomi a Mutis), che in alcuni momenti cerca di cogliere l’attimo (“chiedevo cattedrali, tatuaggi d’oro alle mie sere di gemme vive” ), ma se ne dissocia, epurata dai punti d’appoggio del contingente, in un ideale escatologico (“in Te solo le ferite del mattino sembrano incorruttibile luce che si propaga”), dall’altro la donna della trasformazione e della – rinascita -, la donna dell’ordine, della maturazione della fede, che, mutuando un termine al mondo della fisica, non esiterei a definire donna dell’entalpia, nel senso greco di ”portare calore dentro” e Ninnj DiStefano Busà ci sa trasmettere il fuoco della sua passione: come “regalami lo strappo dell’abbraccio” e nel contempo ci guarda con serenità dall’ appagamento della sua illuminazione: “la poesia ha parole dirompenti…in grado di mutare l’universo sensibile”.

Questa è Ninnj Di Stefano Busà, che emerge con voce ancora più limpida e potente rappresentando un punto di riferimento nel panorama della letteratura contemporanea  e con le sue parole di indubbia  forza morale sottolinea l’incertezza delle apparenze per dar corpo alla suggestione e all’abbandono di schemi terreni come siamo abituati a fare; l’autrice cerca di superare  il dolore del vivere in  complessa figurazione esistenziale, riportandoci alla mente le litografie di Odilon Redon “Dans le reve”, in cui il tempo-spazio si carica di valenze psichiche e cerca di esorcizzare l’angoscia che ne deriva: “La vanità della parola che non cede alla mestizia della carne” ma “sulla cangiante illusione riposa l’acqua dolce della tua fronte”.

Ebbene, cos’è dunque la trasformazione? È una crescita, certo, ma è anche una  Maschera?…  strumento ideale per poter giocare con l’Io, per scardinare i legami con la soggettività e per assumere una identità diversa, ne’ migliore ne’ peggiorere…credo che Ninnj Di Stefano non abbia bisogno di maschere, può prsentarsi a viso aperto, può permettersi di trasferirsi in un altro mondo, parallelo e ricchissimo di musicalità e tensione verso l’assoluto, dove diventa possibile comunicare in liberi orizzonti, senza timore di venir scoperti, senza una maschera che faccia da  cassa di risonanza per amplificare la propria voce…”la nostra gioia è arsura o che la Gerusalemme dei vinti ci indichi il sacrario del cielo?”

E il tempo, come ben dice Walter Mauro nella sua prefazione,  è tema prediletto e imprescindibile della sua  lirica,  “tempo d’inattuabile, di impenetrabile” sia inteso come nostalgia “racchiude in se ali di gioia…la vena rifiorente delle primavere d’acqua”, sia come inesorabile decadenza: “una tregua da cui escono illesi la morte e la vanità dei trapassati”, ma Ninnj Di Stefano si libera da queste paure ancestrali, dai rigidi schemi comportamentali che la ingabbiano e fa sì che la sua raffinata  arte poetica diventi un autentico atto sacro, dove la ricchezza dell’interiorità unita ad un lessico raffinato le consente di manifestare appieno il suo estro creativo prepotente e la realizzazione della sua dimensione di purezza, in un percorso salvifico del vero. Se…parafrasando Antonio Porchia, sento che potrei attribuire a Ninnj Di Stefano Busà la celebre frase ”prima di percorrere il mio cammino, ero il mio cammino”: cosi scrive la Di Stefano: “Siamo ombre alla luce della resurrezione” e nell’avvicinarmi all’altezza delle sue parole ne sono rimasta incantata e sgomenta.

Di un virtuosismo estremo, ma puntuale e fedele alle varie sensazioni: (“la vanità della parola che non cede alla mestizia della carne”), in una continua seduzione per il lettore: ( a tratti ci restituisce l’innocenza, l’amore…”ma non abbiamo ali che ci spingano in mare aperto”) ed è proprio la sua capacità di risintetizzare il disagio esistenziale e la solitudine coniugandoli con una malinconia non priva di speranza:(“cancelliamo i giorni dal calendario, ci offriamo alla dimenticanza”), che la rende una grande Autrice, dalla cui penna ogni parola che nasce è autentica arte.

 Gabriella Pison

Warmbad Villach, 6 ottobre 2012                   

 

 

pagina Literary dedicata al libro: http://www.literary.it/dati/literary/A/angelucci/il_sogno_e_la_sua_infinitezza.html

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

 

 

 

 

 

“Amore latitante” di Fiorella Carcereri, recensione di Lorenzo Spurio

Amore latitante
di Fiorella Carcereri
Arpeggio Libero, 2013
ISBN: 9788897242369
Pagine: 72
Costo: 8 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

A volte, la nostra storia rasentava la morbosità, ma le vere storie d’amore, forse, sono tutte patologiche (p. 51).

 

COPERTINA-AMORE-LATITANTEUn romanzo breve ed asciutto, quasi dal gusto minimalista, che il lettore legge con piacere condividendo a tratti pensieri e timori di Valeria, la protagonista di “Amore latitante”, la nuova fatica in prosa di Fiorella Carcereri.

La narrazione è inserita nella cornice della forma strutturale del diario confidenziale, quell’amico inanimato che molte ragazze e donne hanno avuto o con il quale, anche in una fase post-adolescenziale, continuano a colloquiare. Tutto il romanzo si concretizza attorno ai vorticosi pensieri della protagonista, al suo apparente senso di inadeguatezza al mondo, alla sua incapacità di saper cogliere “gli istanti” o, come poi la stessa Valeria dirà nella parte finale, di saper “vivere il momento”. La narrazione prosegue spigliata attraverso una serie di ricordi e momenti del passato che vengono rievocati in maniera attenta sia sotto un punto di vista descrittivo che affettivo. L’amore assurge a personaggio in questo breve racconto in cui la ricerca continua di una storia, di un amante e la concretizzazione di una vita condivisa, incontrerà ostacoli, bugie, parole non dette, incomprensioni ed altro. La favola del bel principe romantico e dolce, ben presto si infrangerà nella vita della non più bambina che, a contatto con il mondo, imparerà a conoscere quale è la verità, squarciando quella bolla tra fantasia ed utopia.

Un percorso umano alla ricerca dell’amore, sempre sfuggente, inaspettato, incredibile, inavvertibile e difficilmente congetturabile o “razionalizzabile” che porterà il lettore anche in Australia.

Un amore vissuto in maniera opprimente e che porterà alla disillusione, all’autoinganno, alla delusione e alla rabbia condita a un mesto senso di inettitudine nel gestire la propria esistenza.

C’è un tempo per ogni cosa e quello non deve essere forzato, sembra dire la scrittrice.

Un romanzo da leggere e sul quale riflettere.

Inutile avere progetti di cemento in testa quando poi la natura dell’oggi non è altro che di una sabbia fine che viene spazzata dal primissimo vento al cambio di stagione.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 

Jesi, 20 Maggio 2013

“Nel fruscio feroce degli ulivi” di Angela Caccia, recensione di Lorenzo Spurio

Nel fruscio feroce degli ulivi
di Angela Caccia
prefazione di Davide Rondoni
Fara Editore, Rimini, 2013
ISBN: 978-88-97441-23-6
Pagine: 91
Costo: 12€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Il tempo è un oceano inclemente
separa la battigia dall’orizzonte (p. 38).

 

imagesChe cosa si nasconderà tra quel “fruscio feroce degli ulivi”? E’ la primissima cosa che mi sono domandato, libro alla mano, prima di avventurarmi in questa curiosa lettura. E, soprattutto, perché il fruscio è “feroce”? Ho immaginato scenari paesaggistici estremi dove la natura si manifestava con forza ed energia tanto da motivare un fruscio “feroce”, qualcosa del tipo rintracciabile in passi di romanzi di Thomas Hardy o Jack London. Il percorso interpretativo, però, era sbagliato.

Questo libro, che si apre con una preziosa nota introduttiva scritta da Davide Rondoni, si compone di sessantatré poesie che, pur condividendo un progetto concettuale che le unisce, possono essere suddivise in vari sotto-temi: si notano, infatti, poesie dal chiaro intento sociale e che si focalizzano, quindi, su comportamenti/usi diffusi nella nostra contemporaneità (“Facebook”) e di eventi storicizzati (“Anno 2012”, “Lettera alla mafia”, “A Giovanni Paolo II”), c’è poi una attenzione sull’atto poetico (quei “coriandoli di idee”, p. 24) come creazione dove la poetessa confida il legame che la unisce alla letteratura, alle aspirazioni e  influenze (“Autobiografia”, “Ho letto Borges”) e in ogni caso il tutto è condito da elementi che riconducono alla natura, soprattutto vegetale (l’ulivo, ad esempio) e la natura nel suo divenire (l’alba e il crepuscolo), ma che richiamano anche il mito classico come nel caso di “L’eco”. Gli accurati e mai pedanti riferimenti paesaggistici hanno di certo un legame stretto della poetessa con la sua terra originaria, che in queste liriche viene affrescata talvolta in maniera colorata, altre volte con un cromatismo sbiadito: “Vivo l’oggi e/ il passato è già un magnete/ il paesello natio a cui si torna” (p. 22). Una sorta di manifesto della poetica della donna è contenuto il “Parole in fuga” il cui titolo sembrerebbe un rimando alla poetica avanguardistica di inizio secolo del ‘900, in realtà qui Angela Caccia esplica il suo rapporto con la Parola: “Parole parlanti le tue/ parole scritte in fuga// corrono scalze/ su frescure di sabbia tersa” (p. 19). Il linguaggio è a tratti evocativo, a tratti volutamente scarnificato e acuminato (“fruscio feroce”, p. 13; “ossario di parole”, p. 14).

La natura ne esce come quel luogo che attornia l’uomo, ma che lo guarda di sottecchi, quasi in maniera infingarda e la poetessa, dall’animo sensibile, ne avverte un leggero timore, consapevole che è Essa che comanda tutte le nostre esistenze. Ed è per questo che il fruscio è “feroce”, che si fa violento e sconsiderato e che “il vento […] si spera [sia] amico” (p. 16) e il ciottolo è “assetato di sale” (p. 17): sembra che la natura –anche quella inanimata- si umanizzi e inveisca contro l’uomo. Se ci chiediamo perché, la poetessa non ci illumina su questo e possiamo sentirci liberi nell’interpretare: perché l’uomo ha sfruttato la natura? perché la contamina e la oltraggia? E’ una lettura possibile.

Le introspezioni continue della poetessa si realizzano attorno a una analisi che potremmo definire toponomastica degli spazi geografici: spesso vi è il contrasto tra centro e periferia: “Vivo la mia periferia/ nell’insana nostalgia del centro/ – dice il Cuore” (p. 17); “Poesia/ mistero e maledizione// infermiera del pensare/ e ripensare// cammino verso il centro/ o procedo in tondo…” (p. 26).

Una silloge di ampia caratura dove è la vasta gamma dei sentimenti umani ad essere tracciati con pennellate che lasciano il segno: liriche cupe e riflessive (“La morte/ sbuccia ogni giorno/ una scorza d’umano/ conia l’orfano/ la vedova// ma sventrata d’un figlio/ come si chiamerà la madre?”, p. 54), poesie critiche nei confronti della società (“sconfessa il fasullo del mondo”, p. 42; “un quotidiano che/ forgia uomini di pietra”, p. 62), ma estremamente lucide, manifesto di una poetessa che ha molto da dire e che lo fa nel migliore dei modi. C’è poi spazio per liriche dolorose pensate come commemorazione di gravi calamità naturali quali il terremoto in Emilia e gli allagamenti sofferti dalle Cinque Terre descritti come “una pioggia impietosa [che] ha tumulato la/ Liguria” (p. 71)

Questo libro ci fa viaggiare in terre verdi e profumate, ai bordi di mari, ci fa sentire il rumore delle fronde degli ulivi e ci fa bagnare della guazza delle felci. La poetessa ci accompagna mano nella mano e a piedi scalzi su queste terre tutt’ora inviolate e dove la Natura manifesta ancora la sua incorrotta potenza.

   

a cura di Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 Jesi, 06-05-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

A Senigallia la presentazione di “Come Bovary” di Cinzia Piccoli

 VENERDI 3 MAGGIO  2013

 

ORE 17.00

 

BIBLIOTECA COMUNALE ANTONELLIANA

 SENIGALLIA

 

PRESENTAZIONE DEL ROMANZO DI CINZIA PICCOLI

 

COME BOVARY

 

INCONTRO CON L’AUTORE

  LUCA RACHETTA, SCRITTORE E CRITICO LETTERARIO,

PRESENTA E INTERVISTA L’AUTORE

 

coverVenerdì 03 maggio, alle ore 17.00, presso la Biblioteca Antonelliana di Senigallia, si terrà la presentazione del libro “Come Bovary” di Cinzia Piccoli edito da Pequod.

L’incontro sarà condotto dal noto autore senigallliese Luca Rachetta che curerà l’intervista all’autrice.

Il romanzo, le cui recensioni sono state pubblicate dai quotidiani  Resto del Carlino e Il Messaggero, è già stato presentato a Pesaro con l’introduzione della’Assessore alla Provincia di Pesaro e Urbino Davide Rossi presso la libreria Il Catalogo di Giovanni Trengia.

“Se avessi previsto tutto questo – In cerca d’amore nella Catania di fine millennio” – di Luca Raimondi

Se avessi previsto tutto questo – In cerca d’amore nella Catania di fine millennio – di Luca Raimondi
Edizioni Il Foglio, 2013
ISBN 9788876064197  
Pag. 240
Euro 15
Sinossi:

Stampa21 (1)Carlo Piras, studente all’Università di Catania, vive i suoi diciotto anni incastonati nella metà degli anni ’90, in un Paese dove da pochi mesi è crollato il primo governo Berlusconi e tutto sembra finalmente andare per il verso giusto. Soprattutto in una città che sembra vivere la sua rinascita. È qui che Carlo spera di trovare nuovi amici e – forse, magari – il grande amore. Attorno a lui il mondo si muove contromano, però. Le lezioni lo lasciano perplesso, le notti sembrano stordirlo e le ragazze sono enigmi che si muovono su gambe bellissime. Il primo vero scacco coincide col mancato conseguimento della patente, ma è la cugina installata in casa a destabilizzare Carlo, che comincia a fare i conti col proprio passato di ragazzo e col futuro da uomo. L’insonnia morde, la solitudine divora. I tentativi di conquistare le ragazze di cui si innamora rivelano la sua inadeguatezza alla vita.    

“Luca Raimondi attinge all’autobiografia ma se ne distacca ironicamente, raccontando una generazione che pagava in lire e rimorchiava artigianalmente. Un romanzo di formazione impastato di umorismo ma speziato di malinconia. Un’epopea quotidiana tardo-adolescenziale in cui l’amore e l’amicizia sono i valori da esaltare e (occasionalmente) tradire. La vita com’era meno di vent’anni fa, non troppo diversa da quella di oggi. La vita, insomma”. (Roberto Alajmo).

         

Luca Raimondi è nato nel 1977 ad Augusta, in provincia di Siracusa. Presso l’Università di Catania si è laureato in Filosofia nel 2000 e in Scienze dell’educazione nel 2003. Ha pubblicato con le Edizioni Dell’Ariete i romanzi “Cerniera lampo” (1996) e “Cuore del vuoto” (1998), con Aracne “Marenigma” (2009), con Melino Nerella il lungo racconto contenuto in “Amore, rabbia e verità” (2009) e quello più breve in “Le eccellenze del gusto” (2011). È autore anche di alcuni saggi, tra cui “Nient’altro che un sogno. Pasolini e la Trilogia della vita” (Bastogi, 2005), “Il pensiero pedagogico di Pier Paolo Pasolini” (Sampognaro & Pupi, 2006) e “Comunicare la cultura” (Bonanno, 2007). Regista, montatore e sceneggiatore, tra il 2002 e il 2008 ha diretto sei edizioni del festival “Corto Siracusano” (www.cortosiracusano.it), nel cui ambito ha pubblicato il volume “Fronte del corto. Scenari siciliani del film breve”. Collabora con il periodico on line “Diorama” (www.dioramaonline.org).   

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