“L’angelo che imparò a volare” di Anna Verlezza, recensione a cura di Lorenzo Spurio

L’angelo che imparò a volare

di Anna Verlezza

prefazione di Tiziana Ruscio

Edizioni Melagrana, San Felice a Cancello (CE)

ISBN: 978-88-6335-081-4

Pagine: 59

Costo: 10 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

 

Ma con lui c’erano anche mamma

e papà ed in fondo dove ci sono loro

c’è sempre casa. (p. 31)

 

L’angelo che imparò a volare di Anna Verlezza è un libro curioso e didattico pensato e dedicato ai lettori dell’infanzia e basato su di una storia vera. Il libro risulta particolarmente avvincente a un lettore giovane proprio in virtù del suo aspetto estetico (assomiglia più a una sorta di Student Book per le vacanze estive che a un vero libro) e per i numerosi disegni multicolori che accompagnano passo passo l’intera narrazione che la Verlezza costruisce.

Il libro si apre con la struttura della favola e contiene la storia di Francesco Pio, una storia a tratti felici, a tratti amara che, nel complesso ci trasmette un sapore di agrodolce in bocca. Ma è anche un esempio di amore, di manifestazione di sentimenti allo stato puro, di attaccamento all’altro e di speranza. E’ questo, forse, il messaggio principale che Anna Verlezza con questo libricino vuole trasmettere.

Ma, esulando la trama, sono molti i punti di forza del libro che ci consentono di dire che sia davvero, se non unico, per lo meno raro: l’utilizzo di carta riciclabile (è una scelta questa della casa editrice alla quale la Verlezza si è affidata ma credo e mi pare di intuire che sia anche una sua precisa volontà) e l’apparato sussidiario con esercizi sul testo che vogliono essere una prima guida al lettore giovane su come analizzare un testo. Non solo, gli esercizi gli permettono di rielaborare quanto letto, dare una sua interpretazione e di produrre quindi, seppur con un dominio lessicale non ancora ampio, un pensiero di tipo critico-analitico.

Per tutte queste ragioni, per la sua semplicità e sistematicità nella struttura, per la sua componente più chiaramente didattica e ludica, il testo è da consigliare ampiamente come materiale didattico nelle scuole primarie.

Chi è l’autrice?

Anna Verlezza (Caserta, 1973) dopo la maturità ha conseguito il diploma all’Istituto Magistrale spostando la sua attenzione sui bambini e i loro bisogni. Ha conseguito la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Al suo attivo ha due masters universitari, di primo e secondo livello, rispettivamente sulle “metodologie e strategie d’insegnamento” e su “il profilo del D.S. Management, leadership e responsabilità”. E’ docente alla scuola d’infanzia presso la Direzione Didattica di S. Maria a Vico (Ce). Partecipa attivamente a commissioni e progetti che investono il campo della didattica di qualità.

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O IN STRALCI, SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE. 

a cura di Lorenzo Spurio

“Attimi. Il puzzle della vita” di Antonella Ronzulli, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Attimi. Il Puzzle della vita

di Antonella Ronzulli

prefazione di Roberto Incagnoli

Lettere Animate Editore, Martina Franca (Ta), 2012

ISBN: 9788897801290

Pagine: 107

Costo: 10,00 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Domani tornerà il sole

e noi umani, senza comprendere

tra fango e morte ci rialzeremo.

(da “Nei silenzi della paura”, p. 30)

Antonella Ronzulli, poetessa piemontese, dopo il grande successo ottenuto con la prima silloge di poesie, AliVive (Rupe Mutevole, 2010), torna con un nuovo lavoro, tutto da scoprire. Nella copertina, dagli scenari fantasy e riccamente sfumata in azzurro, vediamo una donna bionda di spalle (proiezione della stessa autrice?) che si approssima ad attraversare una porta. La cosa curiosa è che la porta non appartiene a un edificio particolare, non ne intravediamo la struttura. L’edificio è il cielo, l’atmosfera infinita attorno alla quale si stagliano anche altri pianeti. Il titolo, Attimi, richiama subito il tema del tempo, uno dei più utilizzati da sempre in letteratura che la Ronzulli coniuga in questa silloge a una serie vasta di sentimenti dell’uomo d’oggi. Ecco perché il titolo da solo non basta, e l’autrice ha deciso di utilizzare un sottotitolo, “Il puzzle della vita”, ancor più significativo. Ci chiediamo ad una prima vista in che maniera la Ronzulli intenda la vita come puzzle; probabilmente come serie congiunta e necessaria di momenti, come excursus obbligato di riti di passaggio, come sfaccettature multiple onnipresenti contemporaneamente.

La silloge si apre, dopo una nota di prefazione, con due citazioni che “consacrano” l’attimo, una di Giuseppe Ungaretti, l’altra del filosofo Nietzsche.

In “Senza maschere” la poetessa si lascia andare a una veloce autoanalisi sul sé: chi sono e come dovrei essere? Dovrei essere diversa? Conclude sostenendo di no, altrimenti finirebbe per essere un’altra persona: “Fingere per compiacere?/ Impensabile/ l’inganno è ipocrisia./ Maschere non so indossare” (p. 24). La poesia di Antonella Ronzulli va, forse, letta proprio in questi pochi versi nella quale la poetessa innalza la semplicità, l’autenticità e il desiderio di offrirsi per come si è agli altri. E’ una poesia che ama il vero, il visibile e che rifugge le morbosità, le macchinazioni, gli inganni. Autenticità e preservazione dell’innocenza che si ritrovano nella dolorosa poesia “Assassino d’innocenti” in cui la poetessa è affranta per l’uccisione insensata di una giovane ragazza e si sente priva di perdono e comprensione per quanto un bruto ha irrimediabilmente commesso.

Le liriche di Antonella Ronzulli sono, inoltre, in grado di farci respirare odori particolari, “fragranze e sapori d’allegria” (p. 26) , “essenze di faggi che porgono foglie al vento” (p. 26) ma attente anche dal punto di vista sonoro: “battito d’ali notturno” (p. 39), “miagolii di gatti ammaliati” (p. 41) e possiamo dire che nel complesso si configurano come una celebrazione della vita; il suo messaggio è chiaro: goditi la vita e fai le scelte che credi essere le migliori: “Assapora e respira la vita” (p. 36); per conservare l’isotopia del “mangiare”, la Ronzulli ci dice che la vita va addentata (afferrata), mangiata (fatta nostra), assaporata (vissuta). Il carpe diem oraziano si fa concretezza nella poesia della Ronzulli come esortazione vivida a non lasciarsi scappare il tempo che passa, perché poi, non ritorna: “Ieri è tramontato/ sfida il domani/ sfuggi gli eventi/ nell’anima scolpiti” (p. 36), in altre parole, lasciati il passato alle spalle, vivi il presente, che è il tuo futuro!

La lirica “Angelo nero” è –secondo la mia opinione- la più bella della collezione: la poetessa è riuscita ad allontanare da sé la Morte quando “rasente oltre misura/ mi hai volutamente lambita”, ha trionfato, ma sa che per la natura degli esseri umani, prima o poi sarà l’Angelo nero a decidere. E’ per questo che essa “riappare ogni giorno” ed è sempre in agguato. “Chissà, se ti concederò il trionfo”, conclude la Ronzulli in questo breve monologo ragionato con la Morte. Considerazioni ed esternazioni che ritornano in “Nemico invisibile”, già edita nella precedente silloge nella quale la poetessa si scaglia con violenza contro quello che la Fallaci definì “L’Alieno”. Condivido il pensiero di Roberto Incagnoli, editore di Lettere Animate e amico di Antonella Ronzulli che osserva: “Antonella è esattamente quello che scrive”. La poetica di Antonella Ronzulli, semplice, piana ed accessibile a tutti, fornisce squarci del suo vissuto intercalati nel suo animo lirico che dona alla semplicità degli eventi un’aura tutta particolare.

Personalmente mi sento di consigliare vivamente questo libro perché è espressione di un’autenticità lirica preziosissima e unica nel suo genere nella nostra contemporaneità; le liriche di Antonella Ronzulli si susseguono fresche e l’intero libro è una vera celebrazione del connubio di due espressioni artistiche: poesia e fotografia. Ambiti che la Ronzulli “apre” anche agli altri per mezzo di una serie di collaborazioni molto importanti che si notano leggendo il testo. Nella seconda parte del libro, ad esempio, si respira l’ebrezza di elogio alla scrittura congiunta, con apprezzabili componimenti scritti a più mani con altrettanti poeti contemporanei tra cui Annamaria Pecoraro, Donata Porcu, Gianluca Regondi, Mario Di Nicola ed altri. L’apertura nei confronti degli altri è riscontrabile anche in alcune liriche finali tradotte in inglese e in spagnolo, proprio a testimonianza del fatto che la poesia abbraccia tutti, indistintamente. La comunione di intenti e la collaborazione letteraria sono aspetti centrali per il percorso che Antonella Ronzulli ha deciso di fare: “Siamo uomini e donne/ nati per non essere/ soli”, conclude in “Soli” (p. 35).

Chi è l’autrice?

Antonella Ronzulli (Novi Ligure, 1963) scopre la scrittura come ancora per superare un problema di salute; diventa una passione che associa a quella per la fotografia. Nel giugno del 2010 pubblica con Rupe Mutevole la silloge di poesie AliVive e nel gennaio 2012 la seconda edizione, essendo la prima esaurita con un buon riscontro di critica. Collabora alle attività letterarie della “Vetrina delle Emozioni”, è membro del Consiglio Direttivo e Responsabile del settore web dell’Associazione Culturale “Orizzonti Nuovi”. E’ vice-direttore editoriale di Lettere Animate Editore e direttrice delle Collane “Phoetica” e “Insieme”.

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Racconti hunderground” di Luigi Pio Carmina, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Racconti hunderground

di Luigi Pio Carmina

Editrice Zona, Arezzo, 2011

ISBN: 9788864382173

Pagine: 142

Costo: 15,00 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Leggendo il libro di Luigi Pio Carmina, ho da subito notato una serie di parallelismi e punti di contatto con un romanzo che ho recentemente recensito, Graffio d’alba, scritto dal fiorentino Lenio Vallati. Anche qui il protagonista, infatti, è un barbone o meglio una persona qualsiasi che, stanca del tran tran quotidiano, decide di abbandonare la sua vita e inaugurarne un’altra, più semplice, grezza e on the road. E’ per questo che la stazione ferroviaria, nei due romanzi viene assunta come “nuova casa” di questi protagonisti: un luogo pulsante, spazio di partenze e di arrivi, un universo caotico dove persone si incontrano, si salutano e si conoscono. Nel romanzo di Luigi Pio Carmina, a differenza di quello di Vallati, non è presente un vero e proprio messaggio sociale, una sorta di denuncia nei confronti del capitalismo e del consumismo dell’oggi anche se si evidenziano in più punti delle criticità nei confronti della Chiesa. Il personaggio di Racconti hunderground, ha grande coscienza di sé ed è un uomo che non accetta la realtà falsa, alienante di tutti i giorni nella quale per altro non è riuscito a trovare un gran senso. Fuggire dal mondo, dall’oggi, dalla vita, però, non è mai una grande decisione. Il personaggio finisce così per auto-escludersi da quella realtà quotidiana per sostituirla con una più semplice, fatta di privazioni e austerità economiche ma anche di maggior tempo libero, spensieratezza: “Finite le pulizie, balena un’idea in mente a tutti e due contemporaneamente e cioè osservare ed ammirare le nuvole da una fessura” (p. 39). Luigi Pio Carmina ci consegna così l’immagine di un uomo che solo fuggendo dalla sua vita riesce a trovare un senso e a dare il giusto valore alle cose. E’ –se vogliamo- una sorta di ritorno all’agognato “stato di natura”, una dimensione primordiale indistinta e priva di dolori che, però, è utopica.

Altro parallelismo al romanzo di Vallati è che il personaggio è amante della scrittura: scrive di notte, al buio, coperto dal sacco a pelo, in un angolo della stazione.

E’ apprezzabile l’idea che sottende l’intero libro e lo stile utilizzato, fresco e spigliato, contribuisce ad agevolare la lettura che mai cade nel disinteresse del lettore. Quello che, forse, mi resta più difficile è comprendere con attenzione perché Luigi Pio Carmina abbia utilizzato una materia bohémien, o semplicemente “maledetta” che risulta un po’ anacronistica. Il libro, infatti, si snoda tra vicende di strada, scazzottate, esistenze da outcast, amplessi consumati sotto gli occhi di altri (si parla di sesso, non di amore), sporcizia. In alcuni tratti le immagini che fuoriescono contribuiscono a generare un miscuglio di orrido e violento (credo sia chiara l’intenzione dell’autore di scioccare o, comunque, di infastidire un po’ il lettore): un poster con una scena del kamasutra, scheletri, ragnatele, siringhe finte e vere, un lupo sbranato, vomito, ragazze stuprate, allucinogeni; sono immagini che, nel complesso, non contribuiscono di certo a dare un buon messaggio. A questo deve aggiungersi, inoltre, che molti degli avvenimenti sembrano costruiti in maniera poco realistica, e donati al lettore in maniera pre-confezionata: il protagonista attua le varie azioni con troppa semplicità; c’è poca riflessione e poca interazione da parte degli altri che, invece, sembrano clamorosamente soggiogati e “comandati tacitamente” da lui. Ho avuto l’impressione che Luigi Pio Carmina abbia voluto inserire troppo in questo libro: si parla un po’ di tutto.. di afa e temperature altissime, di pioggia e dell’allagamento della stazione, di terremoto, di donne conquistate con estrema semplicità e interessate solo a momenti di sesso.

Chi è l’autore?

Luigi Pio Carmina (Palermo, 1985) studia a Palermo. Prossimo alla Laurea in Scienze Biologiche, è impegnato in alcune associazioni universitarie e cittadine. Credente convinto ma riluttante verso qualsiasi forma di religione. Lettore tenace di libri d’ogni genere – dal fantasy al giallo, dalla saggistica alla politica- si occupa anche di fotografia e video. Racconti hunderground è la sua prima pubblicazione.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI, SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“La metafora del giardino in letteratura” di Lorenzo Spurio e Massimo Acciai

La metafora del giardino in letteratura

di Lorenzo Spurio e Massimo Acciai

Faligi Editore

Genere: critica letteraria

ISBN: 978-88-574-1703-5

Numero di pagine: 240

Prezzo: 20,00

La metafora del giardino in letteratura è la recente pubblicazione a quattro mani di Lorenzo Spurio e Massimo Acciai, edita per la Faligi Editore. Si tratta di una raccolta di saggi di breve-media lunghezza che analizzano il tema del giardino e il suo significato in numerosi libri della letteratura europea, prevalentemente quella italiana e quella di lingua inglese. La passeggiata che i due autori ci fanno fare in questi giardini – alcuni edenici, altri misteriosi, altri in decadenza – si apre con una interessante riflessione del poeta e scrittore fiorentino Paolo Ragni che, gentilmente, ha scritto una nota di prefazione. L’opera in questione, come osserva lo stesso Acciai nella postfazione, non ha “nessuna pretesa di esaustività, abbiamo seguito i nostri gusti e sensibilità per dare uno sguardo personale all’argomento”.

Il percorso parte dall’immaginario del giardino nei testi religiosi e nel mito per poi passare alla letteratura moderna e contemporanea; i capitoli si susseguono volutamente senza seguire un criterio cronologico per rendere la lettura più varia e meno dottrinale. Acciai ha prediletto prevalentemente lo studio e l’analisi di testi che appartengono al genere fantasy e al fantascientifico, tra cui opere di Asimov, Tolkien, C. S. Lewis, Oscar Wilde, G.H. Wells mentre Spurio si è dedicato ad analizzare la “metafora del giardino” in vari classici (Jane Eyre di Charlotte Brontë, Il giardino segreto di F.H. Burnett, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll…).

Nella introduzione, a cura di Lorenzo Spurio, è chiarito l’intento del libro: analizzare come uno dei maggiori locus del romanzo e della letteratura in generale è stato impiegato per significare simbolicamente o allegoricamente dell’altro. Nella stessa introduzione si fornisce un breve excursus del giardino come prodotto umano, a partire dalla giardino biblico.

Il testo fornisce, infine, una adeguata bibliografia in lingua italiana e in lingua originale delle opere trattate e di altri testi saggistici per chi fosse interessato ad approfondire ulteriormente l’argomento.

LORENZO SPURIO (Jesi, 1985) ha ottenuto la Laurea Magistrale in Lingue e Letterature Straniere presso l’università degli studi di Perugia nel 2011. Ha pubblicato saggi di critica letteraria su alcune riviste di cultura e letteratura italiana (“Osservatorio Letterario”, “Le Reti di Dedalus”, “Sagarana”,..), dove pure ha pubblicato vari racconti. Dal 2010 è redattore della rivista di letteratura e cultura “Segreti di Pulcinella” dove pure svolge la mansione di impaginatore della rivista in formato pdf e gestore di “Blog Letteratura e Cultura”, spazio internet dedicato alla pubblicazione di racconti, recensioni e segnalazioni di concorsi o autori esordienti. Dal 2011 è direttore della rivista di letteratura on-line “Euterpe” e socio fondatore della Associazione Culturale TraccePerLaMetaNel 2012 assieme alla scrittrice fiorentina Sandra Carresi ha pubblicato il libro “Ritorno ad Ancona e altre storie” (Lettere Animate Editore), una raccolta di tre racconti scritti a quattro mani.

MASSIMO ACCIAI (Firenze, 1975) ha ottenuto la Laurea in Lettere presso l’università degli studi di Firenze nel 2001 con una tesi sulla comunicazione nella fantascienza. Ha collaborato alla rivista “L’area di Broca” e all’attività di varie organizzazioni esperantiste; nel 2003 ha fondato la rivista di letteratura e cultura varia “Segreti di Pulcinella”, di cui è direttore. Ha pubblicato numerosi racconti e poesie su varie riviste ed antologie letterarie e nel 2009 presso la Faligi Editore ha pubblicato “La sola absolvita / L’unico assolto” in formato di e-book. Ha scritto inoltre vari testi musicali, musicati da Paolo Filippi. Nel 2011 ha pubblicato il romanzo fantasy “Sempre ad Est” presso la Faligi Editore.

 

Il testo può essere acquistato in qualsiasi libreria italiana, dietro prenotazione, e su ogni libreria online. Per accorciare i tempi, però, si consiglia di:

 –          ordinarlo direttamente alla casa Editrice Faligi

Rue Amerique 9

c/o Centro Direzionale “La Rotonda”

11020 Quart (Aosta)

Valle d’Aosta – Italia

Tel/ Fax  +39 0165 765709

www.faligi.eu      info@faligi.eu

–          ordinarlo a uno dei due autori che poi trasmetteranno la richiesta alla Casa Editrice:

Lorenzo Spurio:   lorenzo.spurio@alice.it                –               Massimo Acciai:  massimoacciai@alice.it

–          è possibile l’invio di una copia gratuita a docenti universitari che siano REALMENTE interessati a prendere in considerazione l’opera come eventuale strumento di studio per corsi di laurea, o testo di riferimento.

“Racconti Hunderground” di Luigi Pio Carmina, recensione a cura di Miriana Di Paola

Racconti Hunderground

di Luigi Pio Carmina

Zona Contemporanea Edizioni, 2011

ISBN: 978 88 6438 217 3 

Prezzo: 15 Euro

Pagine: 146

“Ho deciso di andare a vivere in una metrò. Non quella più vicina a casa mia che è solo ad un chilometro, sarei subito rintracciabile, ma quella due fermate dopo.”

Spesso la vita viene paragonata ad un viaggio in treno : c’è chi sale, chi scende, chi vive il suo viaggio per lungo tempo e chi, invece, non ha nemmeno il tempo di gustarlo per bene. E quale posto migliore per scappare da questo mondo, oramai inconsapevole di ciò che fa, e rifugiarsi laddove la vita trova la sua perfetta metafora? Una metrò : è ciò che sceglie Luigi, protagonista e narratore interno della storia, nella quale assiste ad esperienze di vita di ogni genere e tipo, affermando con decisione le sue idee ed i suoi valori. Vengono affrontate così varie tematiche che trattano argomenti filosofici,sociali, di vita quotidiana, di storia contemporanea e di mafia. Domina, punto fermo nel racconto, l’amore e la passione che conciliano perfettamente due anime, ma nel momento in cu l’altra metà scompare, come afferma il mito degli androgini, l’essere umano è costretto a soffrire. Viene così raccontata la storia e l’avventura di Luigi, rifugiato in una metrò, luogo perfetto per conoscere gli altri ed avere piena coscienza di sé. Nemmeno l’amicizia può sconfiggere un male esistenziale e Luigi, un ragazzo fermo e risoluto nelle proprie idee, decide di prendere un treno, ma questo non sarà di passaggio, ma quello che gli permetterà di vedere la candida luce della sua pace interiore. “Racconti Hunderground” risulta così essere un libro perfetto per chi vuole aprire una finestra sul mondo, affinché possa osservare e riflettere su come quest’ultimo soffre di gravi mali, causati dall’essere umano.

a cura di Miriana Di Paola

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA SU QUESTO SPAZIO DIETRO CONSENSO E APPROVAZIONE DA PARTE DELL’AUTORE DEL LIBRO E DELLA RECENSIONISTA.

“310307” di Mario Di Nicola, recensione a cura di Lorenzo Spurio

310307

di Mario Di Nicola

con prefazione a cura di Roberto Incagnoli

Lettere Animate Editore, 2012

ISBN: 978-88-97801-27-6

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Ci si cambiava abbracci,

per rimanere uomini.

Il mare ci prestava lacrime.

(Da “Schiavi”)

La poesia di Mario Di Nicola è fortemente colorista e paesaggista. Ce ne rendiamo subito conto con la poesia che apre l’intera silloge, intitolata “Il mio paradiso” dove il canto d’amore alla donna è frammisto a una serie di riferimenti al mondo naturale. Interessanti le costruzioni strofiche che Di Nicola trasmette: il poeta, dall’animo sensibile e dalla capacità visionaria illimitata, è capace di “bere” il sole.. non tanto la sua materialità, ma la sua energia: “ne bevo il giallo calore”, scrive. In questo quadretto di panteismo naturalistico, i fili d’erba divengono i capelli dell’amata. La silloge è fortemente impregnata su questa visione naturalistica, a tratti esistenzialista, alla quale si coniuga la lode – a volte il rimpianto – nei confronti della donna amata.

Qual è il significato del titolo di questo libro? Si tratta di un codice, di una somma, di un costo? Non si sa. Di Nicola non lo chiarisce nel corso del libro e l’idea più semplice da imboccare è quella che si tratti di una data, l’ultimo giorno di marzo dell’anno 2007. Forse –dunque- queste liriche sono state scritte cinque anni fa o comunque in un periodo ad esso coevo, significativo per l’autore in quanto lo ha scelto come “etichetta” di questi suoi lavori.

La poesia di Di Nicola si offre al lettore in maniera semplice, spontanea…le varie strofe si susseguono in maniera fresca e cadenzata come un leggero venticello di primavera. Dalle poesie ne fuoriesce un uomo maturo, che ha affrontato periodi più o meno difficili nel suo trascorso terrestre, ma anche una persona riflessiva, meditabonda, altamente cosciente dei valori e delle grandi ricchezze – non materiali- alle quali, però, troppo spesso non diamo importanza:  “Lo stolto uomo/ mangia amore,/ saziandosi di povere portate,/ seduto,/ ad un tavolo senza commensali.”, scrive in “Un’altra vita”.

In conclusione è possibile sostenere che la poesia di Di Nicola, pur avendo una chiara matrice modernista (non tanto nella cura metrica-stilistica, ma nell’evocazione del mondo naturale, dei paesaggi e dei colori), in molti casi si svincola da questo mondo pluricromatico per farsi monocromatica e prediligere “le buone cose” per dirla alla Gozzano: immagini e avvenimenti semplici, quasi anonimi: una serata al porto, il ricordo sbiadito della nonna, una scena di circo o la ricorrenza patronale del proprio paese.

Numerosi e continui i riferimenti al paradiso, alla morte, alla necessità di desiderare e sperare, forse per allentare la consapevolezza che, prima o poi, ci sarà da fare i conti con il tempo immortale: “Questo vorrei fosse il paradiso/ Questo vorrei fosse il mio paradiso./ Questo vorrei fosse il tutto./ E sussurro gioia alla morte” (in “Sussurro”).

La poesia di Di Nicola, da qualsivoglia prospettiva critico-letteraria venga analizzata, è un positivo inno alla natura e con esso alla vita. Il messaggio è chiaro e trasuda da ogni poesia: l’uomo deve ritrovare la felicità e la spensieratezza dell’essere nelle piccole cose, attorniarsi della natura e bearsi di essa. In questo universo, riuscirà a sentirsi se stesso ma potrà identificarsi anche con il sole, con il mare o con un gabbiano: “E mi ritrovo ad essere un gabbiano,/ con il suo ultimo desiderio.” (in “Il gabbiano”).  Non si tratta di un mero pensiero fantastico o utopico, ma di una manifestazione sensoriale di un animo particolarmente sensibile e a contatto con l’Altro. Metamorfosi, cambi di identità, rinascite sono possibili solo adottando una visione ampia e immateriale del mondo. Di Nicola lo fa con autenticità e vigore.

Complimenti vivissimi all’autore.

La silloge è inoltre arricchita da delle fotografie di Antonella Ronzulli (curatrice di questa opere e poetessa) e di Stefano Gallo.

Chi è l’autore?

Mario Di Nicola nasce a Roma il 3/10/1970 e vive a Pescara con la moglie Paola e la piccola Veronica.

Le sue capacità letterarie sono apprezzate sia nelle liriche ermetiche descritte come eredità ungarettiana nel nostro tempo, sia nelle composizioni di musica e testi. Le sue liriche sono state inserite in varie antologie poetiche.

 

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Graffio d’alba” di Lenio Vallati, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Graffio d’alba

di Lenio Vallati

Bastogi Editrice Italiana, 2011

con prefazione di Lia Bronzi

con postfazione di Marzia Carocci

ISBN: 978-88-6273-373-1 

Costo: 14,00 Euro

 

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Ho avuto il piacere di conoscere di persona Lenio Vallati solo negli ultimi mesi. E’ un poeta e scrittore di Sesto Fiorentino che ha all’attivo varie pubblicazioni, oltre a numerosissime attestazioni di merito e premi in vari concorsi letterari nazionali. Ho avuto la fortuna di leggere la sua ultima “fatica”, un romanzo breve dal titolo Graffio d’alba, ambientato nella sua città d’origine, Sesto Fiorentino. Devo osservare che è difficile dire qualcosa su questo romanzo evitando di svelare troppo al lettore. E’ sicuramente una lettura avvincente, un romanzo che va letto e sul quale va riflettuto molto. La storia contenuta, incentrata su un “cambio d’identità” e che sembrerebbe essere di derivazione pirandelliana, sviluppa, invece, una drammatica ma pertinente analisi della società a noi contemporanea. La narrazione, infatti,  parte dal desiderio di un uomo frustrato che, pur avendo ereditato una fiorente industria dal padre, si trova in miseria dopo essere fallito sia da un punto di vista professionale che personale. Questa rovina è di certo motivata – come lo stesso Vallati riferisce in più punti del romanzo – alle difficoltà odierne del mercato economico: recessione, aumento del prezzo del petrolio, concorrenza spietata e la massiccia avanzata del mercato cinese. Capiamo leggendo, però, che alla perdita dell’azienda e della sua ricchezza hanno contribuito anche lo scarso spessore del personaggio principale, la sua mancanza di autorevolezza nel gestire gli affari – a differenza di suo padre- o, detta in parole semplici, la mancanza di stoffa nel sapersi destreggiare con la sua attività. Il personaggio, infatti, ha preferito evitare atteggiamenti spregiudicati e discriminatori all’interno della fabbrica, evitando licenziamenti o misure restrittive con il desiderio di salvare l’intera classe dei dipendenti. Una decisione che, però, finisce per essere sprovveduta anche se motivata da un animo buono e filantropico. L’azienda fallisce, la vergogna e il disonore del’ex dirigente è tanta che preferisce partire da quella città e andarsene per sempre, lasciando anche la propria famiglia alla quale non dà indicazioni su dove sia andato e perché abbia fatto un gesto come quello. Questo mi fa pensare alle vicende del salumiere Franco Giacobetti, alias Renato Pozzetto, nel film “Mollo tutto” che ad un certo punto della sua vita – stanco del lavoro e della famiglia in cui ognuno pensa a se stesso – lascia lavoro e famiglia, senza dar spiegazioni a nessuno. Nel romanzo di Vallati il personaggio principale, un ex industriale, è attento a costruire la sua nuova identità di barbone. E’ un vagabondo, però, atipico: non denigra il suo stato – che si è scelto autonomamente – ma lo vive con autenticità; è un barbone dall’animo sensibile che ama pensare, riconsiderare le cose, socializzare e darsi all’altro. Inizia così per lui una nuova vita, a Sesto Fiorentino, prima periferia del capoluogo toscano, dove vivrà come barbone, per le strade e in cerca di coperte nei cassonetti. In questa dimensione di indigenza e precarietà, però, riuscirà a riscoprire la bellezza della vita, l’importanza del tempo e addirittura a bearsi della natura come una sorta di San Francesco che da ricco figlio di mercanti di stoffe vende i suoi averi per vivere in povertà, dimensione nella quale riesce a riscoprire Dio e se stesso.

Il libro è carico di un’aspra critica sociale nei confronti della società a noi contemporanea dominata dalla crisi economica, dalla disoccupazione, dalle tragedie degli imprenditori che a causa della chiusura delle loro fabbriche decidono di suicidarsi. Vallati dà una soluzione diversa e quanto mai al limite per esistenze che si trovano dall’oggi al domani private di tutto. Non riesco, invece, a comprendere completamente il comportamento che il personaggio ha nei confronti della sua famiglia: la abbandona come si abbandonerebbe un cane anche se poi nel corso del tempo ha modo di ripensare ad essa e rimpiangerla. Perché un uomo fallito, senza lavoro ma con una bella famiglia decide di abbandonarla e starsene da solo? La trovo questa una scelta poco felice; sarebbe, forse, stato di gran lunga migliore che tutta la famiglia diventassero dei barboni vaganti per la città senza necessariamente che la moglie e il figlio – oltre a sentire il disagio economico – sentissero anche quello affettivo dovuto alla privazione del coniuge/padre.

Trovo ad esempio abbastanza facile e intuitivo cercare una causa nell’abbandono della famiglia nel film di Pozzetto sopra citato che, invece, non riesco a trovare in questo romanzo di Vallati. La decisione di fuga e di abbandono, ai miei occhi si configura come un gesto d’impeto motivato da un chiaro egoismo e –se vogliamo- pura sconsideratezza. E’ chiaro poi – e la storia ne dà testimonianza – che non è il fuggire da un qualcosa la chiave di volta della risoluzione di un problema.

Ma il messaggio di Vallati, sostenuto da un linguaggio chiaramente poetico, vuole essere – credo- positivo e speranzoso: l’uomo non è un “animale sociale” ma un’esistenza che si caratterizza di cultura; è per questo che il suo personaggio – pur essendo un barbone e vivendo un’esistenza indigente –  ama la lettura e in maniera particolare la poesia. All’uomo –ricco o povero che sia- è dato di pensare, amare e costruire un qualcosa. L’identità in tutto questo, è qualcosa di illusorio e insignificante: non siamo semplicemente i figli dei nostri genitori o i cittadini del nostro paese natale, ma siamo chi vogliamo, possiamo essere miliardari ma fare la vita da barboni, possiamo essere ricchi materialmente ma sterili d’animo. All’uomo sta cercare il proprio percorso più congeniale o cambiare strada per modificarsi, ricrearsi, riadattarsi o semplicemente “rinascere”. Il romanzo di Vallati è una fine rappresentazione di come una metamorfosi sociale può avvenire nella nostra contemporaneità.

 

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

“L’ombra dell’anima” di Sandra Carresi, recensione a cura di Lorenzo Spurio

L’ombra dell’anima

di Sandra Carresi

con prefazione di Katia Petrassi

Editrice Urso, Avola, 2012

ISBN: 9788896071632

Prezzo: 9,50 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

 Chissà quando questo fiume

bacerà il mare,

con quanta nostalgia

ricorderà la salita.

(Da “Eppur è amore, p. 10-11)

Dopo “Dalla vetrata incantata” (Lulu Edizioni, 2011) Sandra Carresi torna con una nuova silloge di poesie, introdotta da Katia Petrassi, redattrice del sito “Racconti Oltre”, ideato da Luca Coletta e sul quale Sandra Carresi pubblica ogni settimana poesie e racconti brevi.

La prima impressione che si ha approssimandosi a leggere questo libro, complice la copertina – che, però, non è stata scelta dall’autrice- è che il contenuto sia principalmente volto all’analisi della componente emotiva e psicologica della poetessa, specchio della donna contemporanea. L’anima, come esplica il titolo, ha un’ombra, una zona liminare, di confine, difficile da individuare. Una sorta di alone onnipresente che funge da involucro e che la protegge ma che è allo stesso tempo un ulteriore riflesso della complessità umana di sentimenti, sensazioni, ricordi. E’ con questa prospettiva che ho iniziato la lettura di questo libro – fino per la quantità di pagine ma enorme per la stupefacente capacità di Sandra Carresi di mettere nero su bianco il vissuto.

La silloge si apre con una poesia brevissima dal titolo “Non vengo a trovarti” nella quale la poetessa si lascia andare a un ricordo particolarmente vivido in cui l’uso del condizionale ci fa intendere che qualcosa non è andato come avrebbe voluto. L’impossibilità della poetessa di “ritrovare” la persona è forse dovuta a un episodio amaro che nel frattempo è accaduto di cui Sandra Carresi non parla ma che non abbiamo difficoltà a capire.

Sono numerose le poesie qui raccolte che celebrano la natura, sia essa vegetale che animale, fiorente quasi a voler sottolineare come in un mondo frenetico preso dalle logiche del mercato e dominato da individualismi e comportamenti utilitaristici, la natura rappresenta ancora quel mondo felice, incontaminato nel quale poter immergersi per riscoprire la tranquillità. La natura va dunque osservata, interpellata ed è necessario intrattenere con essa un dialogo costante come, appunto, la poetessa fa nelle liriche “Il Tiglio” o in “Poiana” in cui la vista di un veloce rapace che vola, volteggia e poi fugge, ricorda alla poetessa il tempo vitale che sfugge e che termina con la morte.

Come avevo avuto modo di osservare nella prefazione a “Dalla vetrata incantata”, la poetessa è una attenta descrittrice della natura e in maniera particolare nel suo continuo riferirsi o richiamare la primavera si evidenzia l’importanza dei cicli di rinascita, del fiorire di una nuova realtà, del riappropriarsi di una vita dopo un momento difficile o di calma apparente. La natura, i cicli stagionali, l’acqua, le stelle, l’attenzione per le varie tinte, mi consentono di affermare che la poesia di Sandra Carresi è di stampo modernista, suggestionata appunto dalla grande ricchezza naturale ma lo è anche nel contenuto stesso delle liriche. Ciò che ne fuoriesce è un fine encomio nei confronti della Madre Terra, intesa come divinità primordiale e in tutte le sue manifestazioni “pratiche”: la Natura, appunto, ma anche la Donna, il suo sentire, la sua femminilità, il senso di maternità, il legame alla terra. E questi due aspetti si fondono in una lirica, “Il Passo” dove scopriamo un sentimento panico di identificazione della donna con la natura: “E Io…,/ che sono/ donna, farfalla,/ pantera e sirena” (p. 46).

Dalle pagine di questo libro traspaiono anche momenti forti e difficili che la poetessa ha dovuto affrontare durante la sua vita: “mi sono alzata a fatica/ ero ferita” (p.12) scrive in “I giganti”. Sono state prove della vita, decisioni di un destino beffardo, infide casualità che di certo hanno fatto di lei una donna più matura, saggia, consapevole. Sono “giganti” che appartengono al passato, perché vinti, ma come osserva “Io, non dico mai sconfitti/ potrebbero ritornare” (p.12).

Numerosi e interessanti i riferimenti e gli omaggi ai familiari della poetessa, come al coniuge in “Sto con il re del mondo” o al figlio in “Un laboratorio di idee”, metafora di uno spazio un po’ caotico dominato da matite e libri eco-design che un po’ infastidiscono la poetessa, non tanto per il loro disordine, ma perché occupano i pensieri e la vita di suo figlio, quasi a sentire una velata gelosia: “Forse,/ loro ne sanno/ più di me/ sui tuoi sogni,/ e questo disturba/ la mente e/ mortifica il mio cuore” (p. 15). La figura del figlio ritorna in un’altra lirica, una delle più belle dell’intera silloge, in cui il ragazzo veste i panni del “Re di quadri”, un amante dell’arte, ricco di idee e progetti, un poco disordinato ma amorevole per il suo atteggiamento con la madre.

La poetessa ferma il tempo prendendo degli attimi e trasponendoli sulla carta: “Prima che/ la sera tolga/ la luce a questa/ gelida giornata,/ voglio fotografare con/ gli occhi della mente,/ questo momento di vita” (p. 40). Li seleziona, li cristallizza, quasi per renderli eterni come in “Questa notte”, una lirica densa di tonalità che si allineano e uniscono con i suoi sentimenti fino ad osservare “Questa notte/ è intraprendente./Il suo scuro/ e vellutato mantello,/ questa notte/ avvolge/ anche me” (p. 22-23).

Interessante la riflessione che Sandra Carresi fa in “Le parole”: le parole scritte e le parole pronunciate – anche se sono le stesse- non hanno uguale significato. L’apporto gestuale, mimico, espressivo, sono decisivi nella comunicazione di un messaggio. Difficile stabilire dallo scritto il tenore di una comunicazione mentre dal parlato, dalla vicinanza con l’interlocutore, siamo in grado di individuarne il messaggio: “la lama o il bacio” (p. 34).

Chi è l’autrice?

Sandra Carresi è nata a Firenze. Ha lavorato all’ARCI di Firenze fino al 2011, anno in cui è andata in pensione. Molte delle sue poesie e racconti sono state pubblicate sul sito letterario Racconti Oltre e sul suo blog personale. Ha pubblicato varie raccolte di poesia: “L’ombra dell’anima” (Editrice Urso, Avola, 2012), “Dalla vetrata incantata” (Lulu Edizioni, 2011), “Una donna in autunno” (Ilmiolibro, 2010) e alcune raccolte di racconti: “Ritorno ad Ancona e altre storie”, scritto assieme a Lorenzo Spurio (Lettere Animate Editore, Martina Franca, 2012), “Non mi abbraccio, mi strizzo” (Ilmiolibro, 2009), “Battiti d’ali nel mondo delle favole”, scritto assieme a Michele Desiderato (Il miolibro, 2008).

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“I giorni, le ore” di Paola Surano, recensione a cura di Lorenzo Spurio

I giorni, le ore

di Paola Surano

Editrice Urso, Avola, 2012

ISBN: 9788896071885

Costo: 9,50

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

..e ti ritrovi a contemplare

sprazzi della tua vita

senz’ordine e senza ragioni.

E tuttavia ti emozioni.

(Da “Il Passato”, p. 29)

La poesia di Paola Surano risulta al lettore estremamente piacevole perché fresca e attuale nei contenuti e perché la poetessa è capace di cogliere dal mondo che la circonda una serie di suggestioni che provengono da differenti campi dell’esperienza: il ricordo del passato che aziona nella mente un fulmineo e immateriale flashback, la celebrazione di paesaggi incontaminati dall’uomo nei quali – pure – si ravvisa una presenza religiosa, le serate di musica jazz e tanto altro.  In questo percorso, il tempo è cruciale come indica lo stesso titolo della raccolta “I giorni, le ore”. Il primo componimento dal titolo “I giorni” è uno spaccato di quotidianità: ci sono giorni felici, altri tristi, alcuni in cui siamo in dolce compagnia, altri in cui sprofondiamo in una tetra solitudine ma per quanto possiamo trascorrere momenti “tetri senza sorriso”, si ravvisa sempre un fondo di luce buona, “ e nonostante, viviamo” (p. 7). Si capisce dalla prima lirica che la poetessa ha una grande coscienza del valore della vita che, appunto, con questa ricca silloge, celebra in maniera lodevole.

Si potrebbe azzardare col dire che la poesia di Paola Surano sia di tendenza crepuscolare, vedendo in questa accezione non tanto descrizioni di quadretti mesti di situazioni di dolore o di vittimismo o di quella che Gozzano definì “le buone cose di pessimo gusto”, ma nella semplicità delle immagini che la poetessa narra: un bambino che si stupisce del volo di una farfalla, un viandante instancabile che non dà valore al suo tempo mortale, un uomo al mare che, solo, getta sassi verso l’acqua, quasi con un moto di ribellione nei confronti del suo stato. La solitudine, in effetti, ritorna più volte nel corso dell’intera silloge, quasi a voler ricordare come l’uomo, pur essendo spesso attorniato di gente, può sentirsi psicologicamente solo, in balia dei suoi soli ricordi: “Io so come è vuota la mente/ come è fredda l’anima/ quando è sola” (p. 10). La più chiara espressione di sensibilità crepuscolare della Surano, un miscuglio di realismo amaro attraversato da spiragli di luce e speranza, si ritrova forse in “Come un giardino in inverno” dove in mezzo a tanto freddo, foschia, buio e desolazione, la poetessa scorge “solo qualche sempreverde” (p. 13).

“Serata jazz” si discosta, invece, da questa impostazione quasi che per la sua carica sonora, energica e dirompente possiamo avvicinarla a una poesia futurista: “[le note] che si innalzano/ si rincorrono, si fondono/ s’assottigliano/ s’assomigliano” (p. 16). I versi scandiscono un incedere impetuoso e cadenzato che ci fa immaginare molto bene la situazione alla quale Paola Surano si è ispirata.

In “Ti ho aspettato” si respira il senso di angoscia misto a un fremito d’impazienza della poetessa nei confronti di un qualcuno, l’attesa logorante è però mitigata dalla vista delle stelle in cielo che sembrano quasi traghettare l’animo della donna verso il finale molto positivo. Le stelle per Paola Surano non sono una semplice rappresentazione della grandezza del nostro Creatore ma molto di più: rappresentano quella parte di mondo che è altra da noi, lontana anni luce, difficilmente identificabile ma che ci dà luce, ci fa interrogare e la cui presenza è per la poetessa necessaria (non a caso il titolo di una sua precedente silloge era proprio “Alla luce di un’unica stella”, Ibiskos Editrice, 2000, da me recensito qui).

La poetessa ci fa fare un viaggio nel tempo: un percorso tra i momenti passati rievocati attraverso dei flashback (in particolare nella poesia “Il Passato”, p. 29) che, forse, portano con sé un po’ di nostalgia e rammarico, nel presente liquido che sfugge, difficile da definire e da afferrare come vorremmo, nel futuro imperscrutabile in cui in ogni secondo il presente si trasforma (“non sapevi che il futuro non si aspetta/ non sapevi che il futuro va vissuto: poi è subito passato”, p. 26): ci sono analessi, prolessi, accelerazioni e rallentamenti come se ci trovassimo in un romanzo picaresco. In “Dopo di te” Paola Surano osserva “e il tempo passa/ troppo lentamente” (p. 25). E’ sempre così quando dobbiamo riscrivere la nostra realtà dovendo far a meno di qualcosa o qualcuno che è venuto a mancare per sempre.

E in effetti le poesie di Paola Surano sono un continuo miscuglio di tempi ormai andati, di altri a venire e di quello che ci è toccato di vivere al presente, quasi che la caratterizzazione di passato-presente-futuro stia troppo stretta alla poetessa che, invece, ama fare continue e preziose incursioni nel tempo andato o pensieri di speranza nel tempo a venire. Il presente così non è altro – come aveva già sostenuto S. Agostino partendo da altre considerazioni – il tempo unico dal quale tutto diparte: passato e futuro sono proiezioni della mente, il primo non possiamo riprendercelo, il secondo non possiamo conoscerlo se non fantasticando.

Non manca nella silloge una chiara attenzione della poetessa nei confronti del sociale, ravvisabile ad esempio in “Distratta-mente” dove a un mondo televisivo patinato fatto di sponsor e di belle immagini ritoccate che pubblicizzano prodotti (chiaro riferimento al consumismo esasperato) si stagliano, invece, immagini di derelitti, poveri, scene da vera tragedia greca “fiumi di sangue, aerei impazziti/ i carri armati/ -e gli uomini bomba!” (p. 17). Forte il tema sociale anche in “Solo un elenco” (p. 42) nella quale Paola Surano ricorda il clima rivoltoso, sessantottino, la propaganda femminista ma anche il clima di terrore degli anni ’70 “terrorismo, BR, gambizzati/ morti ammazzati, rapimenti/ avvertimenti” (p. 42). Segno di una Italia ormai distante e che, forse, in troppi hanno finito per dimenticare.

La silloge si arricchisce di quadretti paesaggistici multicolori dei quali ci sono dati anche le sensazioni che provengono dall’udito e dall’odorato: “Di luce di albe rosate/ e tramonti infuocati/ scrivo/ di colori e profumi/ che abbiamo conosciuto” (p. 23).

Paola Surano ci accompagna in un mondo che a una prima vista potrebbe sembrare triste e monocromatico ma che evidenzia, invece, il potere della speranza, la grandezza del sentimento e l’importanza di credere in noi stessi. Sono poesie che generalmente partono da uno sguardo attento ma critico nei confronti di una realtà abbandonata, in stasi (un giardino in inverno) o, diversamente da un evento in moto (una tempesta) per giungere però alla comprensione che il mondo è fatto di luci ed ombre, di gioie e dolori, donandoci così una stupenda esegesi delle nostre esistenze terrene. Il messaggio che ne fuoriesce è estremamente positivo: siamo padroni di noi stessi e siamo noi a contribuire al nostro destino: “Il mondo aspetta di essere inciso/ dall’orma dei tuoi passi” (p. 40) è il promettente invito che la poetessa fa a un bambino appena nato ma che, credo, si rivolga a ciascuno di noi, qualsiasi sia la nostra età o la nostra cultura.

Chi è l’autrice?

Paola Surano è nata a Busto Arsizio, dove ha svolto per trentacinque anni la professione di avvocato; in pensione dal 1 luglio 2011, continua a svolgere l’attività di giudice tributario presso la Commissione Tributaria Provinciale di Varese. Scrive poesie e racconti dagli anni del liceo classico e ha “avuto il coraggio” di togliere le sue poesie dal cassetto negli anni ’90, sulla spinta del gruppo “Scrittodonna” attivo presso il Liceo Pascal di Busto che pubblicava annualmente un “Agendario” dove venivano inserite poesie a margine dei giorni della settimana. Partecipa a vari concorsi di carattere nazionale, ottenendo lusinghieri riconoscimenti. Ha pubblicato tre raccolte di poesie “Alla luce di un’unica stella” (Ibiskos Editrice, 2000), “La vita in sottofondo” (Pensa Editore, 2011) e “I giorni, le ore” (Editrice Urso, 2012) e un libro di racconti “Nell’anima/nel mondo” (Oceano Editore, 2000).

a cura di Lorenzo Spurio

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“Le voci della memoria” di Anna Scarpetta, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Le voci della memoria

di Anna Scarpetta

Ismeca Libri, Bologna, 2012

ISBN: 978-88-8810-039-3

Prezzo: 12 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

La caratteristica principale di questa silloge di poesie di Anna Scarpetta, celebre poetessa di origini napoletane, sta nel fatto che l’origine della gran parte delle sue liriche si collochi nel ricordo del passato, di alcuni momenti comuni e rituali che appartenevano a una sua età passata. Questo ricordo, palpabile pagina dopo pagina, a tratti trasfonde una sensibilità nostalgica e quasi crepuscolare, altre volte, invece, è il motivo d’indagine sociale del presente. La prima poesia raccolta nella silloge, “Le voci della memoria”, quella che dà il nome all’intero libro, ci inserisce subito in questa dimensione: il ricordo è forte e sempre vivo “ad ogni stagione, ogni amaro inverno, sempre” (p. 9). Il ricordo, sembra suggerire la poetessa, ci appartiene sempre, anche quando non ne siamo consapevoli ed è la somma di tutti i ricordi, di quelle pietre preziose, che danno senso al nostro esistere.

“Io sono qui” si configura come una sorta di preghiera laica nella quale Anna Scarpetta sottolinea l’importanza del hic et nunc: sono qui ora, penso, rifletto, mi faccio domande, considero il nulla, vaglio il mistero, sempre consapevole di quella cosa che ogni secondi si autodistrugge, il tempo. E’ questa una presenza costante nelle poesie di Anna Scarpetta: il tempo presiede ed osserva tutto, invisibile e a volte impercettibile e, come la morte –che poi è la fine del tempo-, è un’entità che ci rende umani e tutti uguali: “così tu, alla fine, tempo/ sei uguale per tutti dovunque” (p. 11).

Le liriche della poetessa ci consegnano una poesia vivida e riflessiva, solo a tratti filosofica, di semplice lettura, frutto di un’attenta e continua analisi dell’inconscio di una donna ricca dentro, consapevole del trascorso del tempo e che ha fatto e fa tesoro dei momenti passati, per imprimerli sulla carta. E’ un tentativo, questo, di affrescare la vita anche se – come sostiene lei stessa- “ci vorrebbe un’altra vita/ per capire cos’è la vita” (p. 12).

Anna Scarpetta è una donna che non rifugge il passato, né che ci ha litigato, ma che ci dialoga, lo interroga e lo richiama quasi che esso fosse lì, personificato, davanti ai suoi occhi. E’ un passato fatto di gioie e dolori, come quello di ognuno di noi ma che in più punti appare come una grande mamma che accoglie, riscalda, protegge con la sua “calda memoria” (p. 14).

Un interessante omaggio e lode al nostro paese è contenuto in “Italia bella patria” dove si fa riferimento alla grandezza del popolo italiano e dei suoi uomini illustri. Il canto dell’inno è –forse- il momento in cui l’Italia si riscopre fiera della sua italianità; per la Scarpetta l’Italia è “bella e sospirosa” (p. 18), segno forse che c’è qualcosa negli italiani che provoca disinteresse, tormento, affanno e credo non sia errato leggere in questa caratterizzazione un riferimento alla presente crisi economica, causa di tanti disagi sociali. E’ infatti forte il tema sociale in “Soffrono i bambini del mondo”, un canto accorato dai toni cupi e mesti che parla di bambini orfani, soli, non amati, abbandonati, affamati, che la poetessa affida nelle mani della Madre: “avvolgi e consola” (p. 21). Nella figura della Madre va vista la Vergine, la nostra madre celeste ma anche la Madre Terra, la divinità precristiana che si identificava con la Terra e ogni manifestazione attiva nella natura.

Scorrendo da una poesia all’altra la poetessa mantiene un dialogo continuo con il dio Chronos “con il suo sguardo regale di marmo” (p. 23)

La Scarpetta è una donna che dà tutto alla poesia e che, al tempo stesso, da essa riceve tutto. La poesia è fonte di conoscenza del mondo e di noi stessi, dà senso alle cose ma sa anche “lenire in silenzio e quietare il dolore/ di chi si accusa con colpa e patisce” (p. 24).

Nella bellissima poesia “Chi siamo noi” la poetessa risponde che siamo dei sognatori, dei lavoratori, delle anime sensibili. Siamo ammassi di memorie, eredi del passato, viaggiatori.

In “Verranno tempi migliori” si respira, forse, l’atmosfera più ottimista e speranzosa dell’intera silloge: la poetessa intravede tempi più felici e prosperi per tutti che saranno capaci di soprassedere alle logiche materialistiche e personalistiche dell’oggi (narcisismo, consumismo) attraverso la fede, unica vera arma di salvezza. In “Il tempo  è di Dio”, Anna Scarpetta ci ricorda che il tempo non è nostro ma che “è innanzitutto di Dio” (p. 32) e che ci è dato sotto forma di un regalo. C’è l’implicito avvertimento a non sprecarlo, a dargli il giusto valore e a utilizzarlo bene. Rallentamenti, ellissi, retrospezioni, acceleramenti sono segni dell’utilizzo umano del tempo mentre il Signore ce lo ha affidato come una materia bianca, compatta e unica.

La poetessa è talmente coraggiosa di prevedere anche uno scenario futuro che la riguarderà nella poesia “Quando vacillerà la mia memoria”: quando la memoria verrà meno – e con essa tutti i vari ricordi- allora non sarò niente ed avrò perso tutto; in un’altra poesia osserva “voglio ricordare tutto, senza azzerare mai nulla”.

Degna di nota la poesia che Anna Scarpetta dedica ad Anna Frank, la povera ragazza olandese nascostasi con la sua famiglia nell’appartamento di Prinsengracht  ad Amsterdam per vari mesi prima di essere scoperta e mandata in un lager. Con un ricco complesso aggettivale, la Scarpetta ripercorre i vari momenti dell’esistenza della ragazza, dalla giovinezza spensierata e felice mai avuta che, in altri contesti, le avrebbe di sicuro consentito di sviluppare una vita di soddisfazioni e di gioie terrene.

Grazie ad Anna Scarpetta per questo bellissimo percorso che ci fa fare. La sua scrittura ha un leggero andamento narrativo, quasi che il verso le stia un po’ stretto per raccontarsi. E’, infatti, una donna che ha tanto da narrare e da donare – tramite la scrittura – agli altri.

Chi è l’autrice?

Anna Scarpetta è nata nel 1948 a Pozzuoli (Na). Si è poi diplomata Perito ragioniere a Napoli, dove ha vissuto molti anni e dove ha studiato presso la Scuola di recitazione e spettacolo di Napoli. Ha lavorato a Milano presso la Rete Ferroviaria Italiana ed attualmente risiede a Novara. Si è sempre dedicata alla poesia, narrativa e saggistica. Ha collaborato con numerose e prestigiose riviste culturali, è stata presidente onorario per la Città di Napoli del MOPEITA (Movimento per la diffusione della poesia in Italia), è membro Honoris Causa a Vitae del Centro divulgazione Arte e Poesia; ha ottenuto numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi in molti concorsi letterari. E’ presente in numerose Antologie di poesia contemporanea e ha già pubblicato Poesia (liriche, Ed. Gabrieli, 1985), Frantumi di tempo (poesie, Ed. Lo Faro, 1991), L’altra dimensione della vita (poesie, Ed. Libroitaliano World, 2004).

 

A cura di Lorenzo Spurio

 E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMA INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione a cura di Santina Russo

 “ RITORNO AD ANCONA E ALTRE STORIE”

di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi

Recensione di Santina Russo

“Ritorno ad Ancona e altre storie” è una raccolta costituita da tre racconti, tre storie diverse, protagonisti diversi accomunati da sentimenti di insicurezza, di emozioni spesso travolgenti e inspiegabili, a volte illusorie ma, non per questo, prive di valore.  Storie di  uomini e donne comuni che rappresentano l’universalità degli eventi quotidiani e abituali che possono capitare a chiunque, portando il lettore ad immedesimarsi in maniera del tutto naturale nei personaggi delle storie che legge.

Le storie sono intercalate in contesti narrativi e descrittivi caratterizzati da un’accuratissima attenzione al dettaglio, al particolare. Sono dettagliatamente e accuratamente descritti non solo le ambientazioni geografiche ma anche, e soprattutto, le analisi introspettivi dei personaggi, il travaglio delle loro emozioni spesso soffocate, altre volte vissute pienamente, ora con timore e titubanza, ora con ardore e impulsività.

Nel primo racconto “Telefonate anonime” i protagonisti sono figure femminili, una giovane donna e sua madre, ed è quasi impossibile per una donna non riconoscersi in almeno una di queste donne o delle situazioni che vivono in questo racconto.

La narrazione inizia con un accento noir, un alone di mistero avvolge la giovane protagonista Giada, preoccupata dalla ricezione continua e scandita da un preciso ritmo temporale, di telefonate anonime. Dopo una serie di eventi che, per certi aspetti, possano sviare il lettore portandolo a ipotizzare conclusioni azzardate sul mistero delle telefonate, la soluzione dell’enigma si rivela del tutto inaspettata e inusuale. Dietro la cornetta non c’era, come di solito si pensa, qualcuno che cercava di colpire, di spaventare, di fare del male ma una persona colpita e spaventata a sua volta, che cercava il bene.

Nella storia intervengono anche diverse figure maschili, alquanto controverse. Uomini legati alle due donne protagoniste da un rapporto ambiguo, come quello di Giada con il brillante avvocato del quale al primo sguardo s’invaghisce; da un rapporto svanito molto tempo fa e improvvisamente riemerso in forme del tutto inattese, come quello dei genitori di Giada e infine, da un rapporto nato quasi per una forzatura del destino che pone Giada di fronte a Jacopo.

Il secondo racconto “Ritorno ad Ancona” vede come protagonista Rebecca, una donna matura ma ancora piacente, che sfugge alle pene vissute a causa del divorzio, cercando un po’ di pace e di relax a Ischia.  In una cornice pittoresca descritta con l’ormai tipica ricercatezza e cura del particolare, l’incontro con il dottor Vincenzo Pistola avviene in maniera del tutto casuale, come capita spesso in vacanza di imbattersi in persone nuove.  Dall’incontro alla passione travolgente passa ben poco, Rebecca inspiegabilmente si concede ad un uomo quasi sconosciuto che la intriga e la conquista per la sua gentilezza e pacatezza. Il rapporto si fa profondo, nonostante il pochissimo tempo a disposizione, all’attrazione fisica si aggiunge ben presto la consapevolezza di un sentimento che va al di là del piacere. Il ritorno ad Ancona, dopo la breve ma intensa vacanza, costituisce per Rebecca un ritorno alla realtà, un ritorno alla quotidianità. Rebecca ha vissuto un duplice viaggio, uno fisico che l’ha portata prima ad Ischia e poi ad Ancona, dove ha fatto ritorno ed uno sentimentale che dal naufragio del divorzio con il marito l’ha portata ad esplorare nuovi orizzonti. Sarà, quest’ultimo, un viaggio senza ritorno?

Il terzo racconto “Un cammino difficile” porta un titolo alquanto emblematico. E’, fra tutti, il racconto più sofferto, a tratti anche commovente. Protagonisti anche qui uomini e donne comuni, con i loro difetti e i loro pregi. Alberto ed Eva s’innamorano, si sposano quasi subito e il forte desiderio di famiglia li porta ad adottare due bambini di origine russa. Ben presto, però, Alberto va via da casa, soffocato dalle nuove responsabilità di padre, lascia Eva e i bambini, sentiti più come un peso che come un dono.  In questo racconto affascina molto l’introspezione psicologia di Eva, una donna che ama di un amore incondizionato e smisurato. Eva è l’amore, la tenacia, la maturità; Alberto è l’egoismo, la frivolezza, l’immaturità.

Gli autori, non a caso, hanno scelto il titolo del secondo racconto per intitolare tutta la raccolta: “Ritorno ad Ancona”. In effetti, tutte le storie alludono in qualche modo al viaggio, in ciascuna storia i protagonisti affrontano un viaggio, non solo fisico ma soprattutto sentimentale. Viaggia molto Giada per lavoro da Firenze a Roma, il viaggio la porta a fare nuove conoscenze, ma sarà soprattutto un viaggio a ritroso nel tempo a sconvolgere la sua quotidianità, un viaggio in un passato che le è del tutto ignoto.

Viaggia Rebecca, per la sua vacanza ad Ischia. Viaggiano Alberto ed Eva, insieme, quando si recano in Russia per incontrare i bambini che adotteranno come loro figli, ma il “cammino difficile” è quello svolto da Eva che da sola si fa carico delle proprie responsabilità per crescere, educare ed amare i suoi figli, ed è quello svolto da Alberto quando lotta contro la sua malattia.

Una narrazione semplice e lineare, impreziosita da dettagli minuziosamente descritti, assicura al lettore una lettura piacevole e rilassante. Alla fine si ha quasi l’impressione di aver letto nei diari di questi personaggi, che hanno confidato i loro sentimenti al lettore, il quale non può non sentirsi partecipe dei loro eventi.

 

a cura di SANTINA RUSSO

http://www.santinarusso.com/Ritornoancona612.htm

“Qualche lontano amore” di Carla De Bernardi, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Qualche lontano amore

di Carla De Bernardi

Ugo Mursia Editore, 2011

ISBN:  978-88-425-43701-

Prezzo: 16,00 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

 “Pensava che l’amore fosse complicato e a volte faticoso e che potesse essere coraggioso, delicato, devoto, ingenuo, impavido, impertinente, irresponsabile, irriverente, paziente, puro e naturalmente anche impuro, sincero, sfacciato… Chi più ne ha più ne metta. Ma pensava anche che fosse violento. Non perché usa la forza, ma perché esercita un potere, il potere di uno sull’altro.” (p. 101)

La narrazione si apre con un prologo in cui ci vengono narrati piccoli episodi che fanno riferimento all’infanzia della piccola Clara, una tipa ribelle, poco considerata nell’ambiente familiare, il cui unico motivo delle sue “marachelle” era quello di poter essere presa un po’ in considerazione. E’ un’infanzia difficile, fatta di privazioni e di castighi insensati (come la sadica punizione della sorella Elisabetta) e addirittura anche la sua festa di compleanno, che dovrebbe essere il giorno più bello per la ragazza, finisce per diventare una sterile e insignificante “festa di adulti” (p. 14). A questa infanzia poco felice segue un’adolescenza altrettanto traumatica, fatta di amori difficili, allontanamenti e momenti di cupa solitudine e l’autrice subito sottolinea – un aspetto che poi avremo modo di verificare noi stessi durante la lettura del romanzo – che “L’amore per lei era la cosa più importante, tutto il resto contava poco” (p. 11).

Il primo capitolo continua la retrospezione del prologo e ci conduce in Egitto, nell’anno 1959,  anno di importanti cambiamenti storico-politici che pure l’autrice tratteggia per caratterizzare la società del momento ma l’aspetto centrale di questa parte del romanzo è di certo la presentazione di Juan, “alto, sorridente, forte, ma con un’espressione piena di dolcezza” (p. 42), l’amico-amante di Clara con il quale riesce a concedersi dei momenti, pur sapendo che lui una famiglia ce l’ha già. E’ da questo punto che la narrazione prende una piega diversa per confluire su temi quali la lontananza, la mancanza dell’altro, la durevolezza dell’amore, l’adulterio, lo struggimento di chi, solo, preferisce compiere un gesto estremo. Nel romanzo, così, prendono forma due diverse forme d’amore: quello matrimoniale, cristiano, vincolo saldo di responsabilità e di doveri e quello autentico, spontaneo, senza vincoli di nessun tipo ma adultero, segreto, in contrasto con il primo che l’autrice definisce “un amore fervido, un amore di frontiera” (p. 49).

Poi man mano veniamo a conoscenza di nuovi tasselli della vita della protagonista: il suo matrimonio con un uomo più grande di lei di brevissima durata e l’arrivo nel 1978 (con tanto di riferimenti storico-politici all’anno in questione) di un figlio, Giovanni; “tutto sarebbe stato diverso, da adesso in poi, adesso che c’era Giovanni” (p. 69), osserva la protagonista quasi rinata da quel rito di passaggio che è la Vita. Istinti autolesionistici e isolamento caratterizzano la fase adolescenziale di Giovanni che reca una vera e propria pena in Clara che, in ultima battuta, fa una sorta di fioretto promettendosi di intraprendere il Cammino di Santiago. Il Cammino di Santiago è un cammino religioso che parte dal sud della Francia (il camino francés) per arrivare sino alla capitale della Galizia, Santiago di Compostela, dove il corpo dell’apostolo Giacomo è conservato in una maestosa cattedrale barocca.

La narrazione prosegue incalzante tanto da generare nel lettore solidarietà, vicinanza e amicizia nei confronti del personaggio di Clara che, dopo tante pagine, abbiamo imparato a conoscere bene ed accolto nelle nostre case. Lo stile lucido e attento, la narrativa spigliata e cadenzata nell’utilizzo di appropriati sistemi di aggettivazione, rende il romanzo avvincente e di taglio completamente contemporaneo. Durante la lettura cerchiamo di immaginarci se dietro al personaggio di Clara si celi in realtà la stessa autrice dell’opera e, senza doverci sforzare troppo a trovare la risposta, è lei stessa che nei Ringraziamenti osserva: “Spero che capiscano che Clara non sono io. Almeno, non sempre..” (p. 203). Complimenti all’autrice per aver mantenuto questa narrazione sino alla fine a metà tra vita e letteratura, tra realtà e finzione.

Carla De Bernardi scrive dell’amore: di come lo pensiamo, di come lo vorremmo, di come è in realtà, trasponendo sulla carta una serie di flussi di coscienza della protagonista Clara (che, curiosamente, è l’anagramma del nome stesso dell’autrice). L’adulterio e i momenti d’amore clandestini di alcuni personaggi che l’autrice descrive non hanno niente di amorale o di spregevole ma, anzi, sono particolarmente autentici e credo – mia personale osservazione – specchio di molte nostre storie d’oggi.

Leggendo l’opera ho avuto l’impressione che l’autrice si sia dedicata principalmente a rappresentare un mondo alto-borghese fatto di feste, incontri, aperitivi, descrivendo uno scenario di mondanità e opulenza che, di contro, poco ha a che vedere – a mio modesto parere – con l’esistenza pratica dell’uomo (il lavoro, le sue preoccupazioni, il suo impegno materiale nella vita di tutti i giorni). Ma questo è il trampolino di lancio di questa narrazione che fa del viaggio (la partenza, il ritorno, il weekend lontano da casa, la gita fuori porta, la visita di una città) uno dei temi centrali dell’intero romanzo. Con questa narrazione Carla De Bernardi ci fa viaggiare per le città italiane ed europee, assaporare vini tipici di zone regionali, respirare l’aria di mare o sentire il calore di una giornata d’estate trascorsa in compagna. Onnipresenti e interessanti i riferimenti alla storia, alla politica, al mondo della musica, della lirica, della letteratura e dei complessi architettonici italiani ed europei. Un viaggio, questo che ci propone Carla De Bernardi, che deve assolutamente essere fatto!

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 Chi è l’autrice?

Carla De Bernardi è nata ad Alessandria d’Egitto e ha trascorso l’infanzia a Parigi. Vive a Milano, dove svolge l’attività di fotografa specializzata in ritratti e foto di interni, esposti in numerose mostre nazionali e internazionali. Ama camminare sulle strade degli antichi pellegrinaggi medievali e ha percorso la Via Francigena, il Cammino Aragonese, il Cammino di Santiago e il Cammino di Assisi, sui quali ha pubblicato con Mursia Contare i passi (2010) e Tutte le strade portano ad Assisi (2011). Scrive di viaggi per il web magazine www.stileedintorni.it, di cui è vicedirettore, e su diversi blog della comunità dei pellegrini e dei camminatori.

a cura di Lorenzo Spurio

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