New Yorker’s Breaths di Maurizio Alberto Molinari (2011)

New Yorker’s Breaths di Maurizio Alberto Molinari

LietoColle Editore, Faloppio (Co), 2011

Recensione di Lorenzo Spurio

Le poesie contenute in New Yorker’s Breaths di Maurizio Alberto Molinari si caratterizzano per essere poesie fresche, vitali, e per essere altamente evocative. Così chi stupidamente pensa che un libricino così fino come questo può essere letto facilmente in dieci minuti, sbaglia di grosso. O per lo meno ha ragione nella misura in cui intende il ‘leggere’ come una semplice azione meccanica priva di comprensione e di analisi che consenta di sviscerare metafore e concetti impliciti. Non ho nessun problema nel confessare che un’unica lettura non mi ha permesso di comprendere completamente i messaggi che l’autore vuole mandarci con questa opera. Credo che la scrittura di Molinari, pur non essendo dichiaratamente criptica e oscura, è sempre alla ricerca, come l’autore ha riconosciuto nella prefazione, di un dialogo con il lettore, una sorta di negoziazione sui significati. Una lirica in particolare mi ha creato alcuni problemi di interpretazione ma al di là di questo non credo che Molinari voglia mettere paletti alla comprensione e, anzi, più  un poeta è in grado di evocare situazioni, momenti ed emozioni diverse con le sue parole, più credo sia alto il suo livello di scrittura.

Dopo queste brevi ma necessarie considerazioni è doveroso dire che questi “respiri newyorkesi” sono dei vivissimi spaccati di vita quotidiana nella grande metropoli americana. L’attenzione nelle descrizioni e alla componente emotiva si fondono per formare un tutt’uno. L’unico filo conduttore della silloge è rappresentato da questi pensieri scaturiti all’autore in seguito a un viaggio o una permanenza in America. Una delle cose più curiose è il fatto che l’autore ha reputato necessario corredare ciascuna lirica con una foto in chiaro scuro, spesso modificata che ricalca direttamente particolari di New York come il suggestivo incrocio tra West 38th St. e Fifth Avenue raffigurato nella prima foto. Ma questa “newyorkesità” non si evince solo dalle foto, ma dalle parole che Molinari utilizza e anche dall’impiego abbastanza frequente della lingua inglese in alcuni titoli delle liriche.

La silloge apre con una serie di poesie che, pur evitando di nominarla direttamente, fanno riferimento alla strage dell’11 settembre 2001: Molinari parla di «vite sfuggite» (15), «esistenze vaghe» (15), dell’ «ultimo volo» (17), di «residui umani» (25) e un’intera poesia è addirittura dedicata ai pompieri che persero la vita nelle operazioni di salvataggio dopo l’incidente. E così questo «grande frutto tutto da mangiare» (11) è descritto in maniera visiva con una serie di immagini che descrivono una vera e propria isotopia della luce: riflessi, specchi, riverberi, lampi, ombre, macchie, colore..solo per riportare alcune delle parole che più spesso ricorrono nella silloge.

Altro tema dominante, come spesso accade in poeti sensibili, è quello del tempo e il trattamento che Molinari ne fa è non solo enigmatico e metaforico ma altamente ispirato: «Il ricordo e il presente sono semplici dame e cadaveri senza delusioni né ritorsioni» (53) osserva in “Broadway – 1901”.

Ma è New York il tema dominante, il centro pulsante di questo libro affascinante. La città americana è simbolo per antonomasia di modernità o forse dovremmo dire di postmodernità? E’ centro di potere e della finanza, è una città ricca ma che conosce anche grandi disparità sociali (la poesia “Nyc Homeless” tratteggia la figura del tramp per dirla all’americana), è una città frenetica, caotica, spossante e alienante ma questi ultimi aspetti sembrano venir meno nelle liriche. Ciò che invece Molinari sottolinea con molta attenzione è l’internazionalità della gente, della mescolanza di etnie, razze, religioni, in una parola il melting pot celebrato dall’autore nell’omonima lirica:  «Visi nuovi e apparenti / somatiche sconclusionate / nel melting pot del mondo» (49). Ma di New York abbiamo anche riferimenti alla sua “voce” per eccellenza, il New York Times e a spazi arcinoti quali Broadway e Carnegie Hall

Con questa silloge breve per numero di parole ma grande per la capacità di immagini e di metafore che evoca, Molinari ci fa viaggiare per le vie di New York mostrandoci il bello e il brutto, rendendoci anche spettatori in diretta del tragico attentato terroristico delle Twin Towers. Se le immagini del momento mandate alla televisione furono in grado di scioccare e di toccare i cuori della gente in ogni parte del mondo, alcune delle poesie di Molinari sono in grado di rievocare sensazioni destabilizzanti e impotenti di simile misura. Complimenti.

MAURIZIO ALBERTO MOLINARI è nato nel 1961 da genitori calabresi. Lavora a Milano in qualità di Copywriter e Account Executive presso l’Agenzia di Packaging & Strategic Design RSTB. Ha pubblicato le sillogi poetiche Poemantikha (Maremmi Editore, 2005), Il Passeggero (Il Filo Editore, 2008), Bottoms & Joysticks (Ibiskos-Ulivieri, 2009) e Poemantikha Nova (Aletti Editore, 2010), si è classificato in vari premi e concorsi letterari e molte delle sue liriche sono state segnalate e pubblicate in antologie poetiche.

LORENZO SPURIO

 14 Luglio 2011

E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Il bisogno dei segreti, di Marco Candida

Il bisogno dei segreti di Marco Candida

Las Vegas Edizioni, Torino, 2009

Recensione di Lorenzo Spurio

Il bisogno dei segreti è un interessante romanzo di Marco Candida che ci fa viaggiare tra le pieghe dell’inconscio di una protagonista singolare e di cui comprendiamo la vera natura solo a termine della narrazione, dopo duecento pagine. La narrazione apre con la presentazione del protagonista, Connie, una ragazza di ventinove anni alle prese con una rispolverata dell’inglese, studiato a scuola ma ormai troppo ossidato perché è intenzionata ad andare nel Nord Dakota. Curiosi nelle prime pagine del romanzo sono i riferimenti alle frasi belle e confezionate tradotte in inglese che Connie legge sui dizionari che ha appena acquistato. Frasi come “ti amo” o “hai un bel sorriso” nel dizionario figurano sotto la sezione di amore e relazioni come ‘frasi comuni’, modi di dire idiomatici ampiamente utilizzati nella lingua orale. Di contro a quella schematizzazione e semplificazione di formule Connie nota quanto poco l’abbia utilizzate nella sua lingua. Se sulla carta, scritte, sembrano così banali, nella realtà di tutti i giorni hanno un peso molto grande tanto che spesso risulta difficile farle uscire dalla propria bocca. Questa scena introduce un tema molto importante nel romanzo, l’opposizione tra mondo irreale (auspicato) e mondo reale, tra la guida al mondo e il mondo: «Ogni parola e ogni espressione per lei sono state una conqui­sta» (11).

Connie ha viaggiato molto sia in Italia che all’estero e ora vive a Staglieno, affascinata dalla vicina Genova. Non c’è molta azione nella prima parte del romanzo e la narrazione, fatta da un narratore in terza persona esterno alla storia, segue e rincorre i pensieri di Connie come se abitasse nella sua stessa mente. Si tratta di uno scandaglio attento e continuo della psicologia e dei pensieri della protagonista, che fa pensare molto alla tecnica del modernismo inglese del flusso di coscienza. C’è inoltre un riferimento al fatto che Connie stia leggendo Ulysses, il capolavoro di James Joyce e questo rafforza ulteriormente l’idea che il romanzo sia caratterizzato da un forte substrato modernista. Non solo, ma il personaggio di Connie è in grado di dare un suo giudizio sul grande autore dublinese che ha reso grande la letteratura: «Il solo fatto di esistere e di muoversi e di fare le cose anche più banali può essere una storia» (24).

Con tutti i nomi di città, paesi, monumenti ed attrazioni turistiche italiane e straniere che vengono evocate è facile intravedere una grande passione per i viaggi radicata nell’animo del Candida stesso il quale, con queste vigorose pennellate, riesce a farci viaggiare per svariati km in un tempo brevissimo.

Nel secondo capitolo l’autore entra con sapiente maestria ancora più a fondo nell’io della protagonista Connie mostrandocela prima sfuggevole e pensierosa, poi lasciva e adultera e infine risoluta e aggressiva. E’ un continuo cambiare di atteggiamenti e di modi di rapportarsi agli altri che nemmeno lei sa spiegarsi e la sua amica Ginevra è la prima ad osservare che è veramente strana:  «Tu sei malata» (45). All’animo inquieto di Connie si sommano ben presto le serie preoccupazioni dei suoi genitori che la vedono cambiata e che temono si droghi o si stia lasciando andare. I genitori non capiscono che cos’abbia, le segnano una visita dal dottore e la madre si vede costretta a fare, di nascosto, un sopralluogo nell’appartamento della ragazza scoprendo così la ragione dello strano comportamento della figlia, senza però svelarlo al lettore.

Seguono una serie di vicende che concernono Connie e gli altri personaggi, suoi amici, e molto spesso si fa riferimento al tema della sessualità nelle sue varie accezioni e deviazioni. La mente disturbata della protagonista la conduce a pilotare giochi grotteschi e perversi dove arriva a ricattare un uomo richiedendo denaro per evitare che scene della moglie adultera si diffondano su internet. Connie sembra essere spietata e fa tutto con molta lucidità e convinzione. Il lettore segue le sue idee non condividendole, navigando nel buio più pesto per l’allarmante e inspiegabile mente di Connie.

Connie pensa che il concetto di privacy mascheri soprattutto quello che lei definisce “il bisogno dei segreti”: «Nella vita di ogni persona ci sono dei segreti e molto spesso sono questi che rendono la vita di ogni persona diversa l’una dall’altra. Sono i segreti. I segreti possono essere piccoli o gran­di. Le ipocrisie minuscole o gigantesche. Le menzogne stupide o indispensabili. Però, ci sono. Sono nella vita di ogni persona». (100).

E’ evidente nel corso del romanzo il pensiero condivisibile dell’autore su alcune questioni di particolare importanza nella nostra società: la difesa della privacy, la capacità dei mezzi di comunicazione di rendere straordinario ciò che è ordinario e di esaltarlo, ridicolizzarlo, enfatizzarlo. Ciò che interessa e fa notizia, osserva Candida, non è il fatto comune ma l’assurdo e l’anomalo tanto che sono sempre le notizie tragiche e sanguinose a fare da protagoniste: «Là fuori il mondo è marcio, corrotto e violento. I giornali sono il quotidiano canto di dolore dell’uomo che abita questo mondo. Un lamento senza fine, stampato e distribuito in milioni di esem­plari. Esistono giornali di destra e di sinistra. Però non esistono giornali di notizie buone e di notizie cattive. Forse bisognerebbe inventarli». (104).

Andando avanti nella lettura, ho quasi l’impressione però che Candida voglia inserire troppo materiale, troppe storie, troppi elementi in un romanzo che è molto complesso: disturbi della persona, comportamenti inspiegabili, rapporti difficili, droga, perversioni sessuali, ricatti e tradimenti. Tuttavia è proprio qui che risiede il vero significato dell’opera, dell’analisi attenta della psicologia del personaggio, delle sue debolezze ed ossessioni, della complessità e dell’imperscrutabilità della mente umana. Così verso il finale del romanzo il narratore svela degli elementi che, di fatto, ribaltano tutta la storia, quella alla quale il lettore è ormai convinto di credere. Nelle ultime righe s’insinua una svolta non di poco conto che fa tirare un sospiro di sollievo al lettore il quale, tuttavia, non riesce a sentirsi troppo dispiaciuto per la malattia mortale che presto porterà Connie alla tomba.

LORENZO SPURIO

9 Luglio 2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

La guerra degli Scipioni, di Luca Rachetta

La guerra degli Scipioni di Luca Rachetta

L’Autore Libri, Firenze, 2009

Recensione di Lorenzo Spurio

A dispetto del titolo il romanzo breve di Luca Rachetta, professore di scuola secondaria con varie opere alle spalle, non tratta di guerra, né di storia e neppure ha niente a che fare con Scipione l’Africano. Il libro narra invece le vicende dell’inquieto animo di Giovanni Scipioni, professore in una scuola della sua città, riferimento autobiografico del Rachetta. Altro riferimento autobiografico presente in Giovanni Scipioni è il fatto che sia un amante della cultura, viene detto che progetta romanzi e che in gioventù era un «aspirante poeta» (33). C’è una particolare attenzione nel dipingere i vari personaggi che ci vengono presentati non solo nel loro aspetto fisico e come appaiono agli occhi degli altri ma anche negli scandagli della personalità, facendo riferimento alle loro ossessioni, frustrazioni o debolezze.

La scelta di un narratore onnisciente in terza persona, che tutto sa della storia, può apparire inizialmente un po’ fastidioso e rimandarci alla lettura di romanzi ormai antiquati ma grandi classici della letteratura, dove pure il narratore interveniva direttamente per anticipare o informare il lettore di ciò che si apprestava a leggere. Non è un vizio di forma, ma la tecnica che il Rachetta fa sua per questa narrazione suggestiva, che non cade mai nella banalità e che riesce a mantenere alto il coinvolgimento del lettore.

Attraverso il personaggio di Giovanni Scipioni siamo in grado di vedere il mondo della scuola, delle lezioni e dello studio non tanto attraverso gli occhi di un giovane insoddisfatto ma attraverso quelli di un docente capace, stimato, il cui unico difetto, forse, è quello di essere un po’ troppo all’antica. Così, dopo una breve descrizione della sua giornata lavorativa alla scuola, il primo giorno dell’anno scolastico e l’attentissima caratterizzazione dei colleghi (tra cui l’affascinante docente di storia dell’arte e la tremenda direttrice) veniamo catapultati nella sua famiglia: la moglie Elsa e la figlia Beatrice, adolescente che sta crescendo troppo velocemente agli occhi del genitore e che, com’è tipico nella nostra società, è assoggettata dalle “mode” più in voga. C’è una scena curiosa nelle primissime pagine del libro in cui Giovanni si sente attratto da una ragazza appariscente che vede per la strada e poi entrare nel suo stesso condominio e, solo in un secondo momento, si accorge che si tratta di sua figlia. Forse è presente in Giovanni Scipioni un qualche lieve e vago riferimento a un altro Giovanni della letteratura italiana, ossia Giovanni Percolla, protagonista di Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati, autore quest’ultimo che Rachetta ha studiato attentamente e di cui ha pubblicato un’opera di critica letteraria dal titolo Vitaliano Brancati. La realtà svelata (Maremmi Editore, Firenze, 2006). Come nel personaggio di Brancati, Giovanni Scipioni è affascinato dal gentil sesso, pur avendo in questo caso una famiglia e addirittura una figlia ed entrambi i Giovanni non mancano di guardare affascinati ragazze e donne in giro per la città.

Tra gli altri personaggi troviamo i due fratelli di Giovanni, diversissimi tra loro ma, ad ogni modo, ognuno affetto da qualche problema. Antonio è celibe ed è sempre propenso a parlare di politica, della necessità di meritocrazia e dei mali della società contemporanea. L’altro fratello, Paolo, sta invece facendo i conti con un matrimonio che sta finendo perché è diventato semplicemente un insieme di rituali che vengono ripetuti. E’ però a Giovanni che tutti ricorrono per parlare dei loro problemi come se in realtà lui fosse scevro da ogni inquietudine. E così pian piano su di lui si riversano tutte queste preoccupazioni («Ci si erano messe anche quelle due zavorre dei fratelli», 32), che gli altri, nell’intenzione di alleviare, gli hanno esposto e vanno a sommarsi alla pesantezza del suo essere docente. Non è però un romanzo di adulti carichi di problemi ma una narrazione che potremmo definire “generazionale” o, per utilizzare un linguaggio più accademico, di formazione in quanto sono descritti sia fisicamente che psicologicamente gli studenti, in maniera particolare alcuni ragazzi un po’ ambigui nel contesto scolastico: il secchione sempre ansioso e il taciturno pensieroso.

L’insofferenza di Antonio nei confronti di alcuni colleghi non così ligi al loro lavoro come lui lo porta a barricarsi direttamente nella stanza del primo cittadino, dove cerca di far valere le sue ragioni basate su idee nevrotiche ma la sua azione finisce per ridicolizzarlo e, ormai bollato da tutti come pericoloso e pazzo, si congeda dal suo lavoro. Non soddisfatto della sua condizione e ormai chiaramente fuori di senno, tenta di mettersi in contatto con altre sfere del potere pubblico avanzando sempre le stesse pretese: scrive una lettera al presidente della Repubblica e incontra un vescovo. Entrambe le situazioni non sortiscono nessun effetto e, anzi, l’incontro con il vescovo si configura come un grottesco siparietto e noi, in qualità di lettori, ci rendiamo conto, mai come in precedenza, che Antonio ha ormai superato il limite della ragione ed è pericoloso per la società. Per suo fratello Giovanni non è che un ulteriore fardello e preoccupazione di cui occuparsi.

Si fa viva nel corso del romanzo la convinzione che ogni personaggio sbagli, o perlomeno confonda, il vero destinatario delle sue inquietudini: il nevrotico Antonio più che appellarsi al sindaco, al presidente della repubblica o al vescovo avrebbe, forse, bisogno di un consulto psicanalitico o addirittura psichiatrico; Paolo riversa la sua titubanza e sofferenza circa la decisione o meno di lasciare sua moglie sul fratello Giovanni piuttosto che confrontarsi direttamente con la moglie e anche Giovanni, appesantito dall’eccessivo rigorismo della scuola e intimorito dall’austera figura della direttrice finisce per non avere mai la parola sulle sue inquietudini. Rachetta ci fornisce un attentissimo e vivido spaccato tutto contemporaneo di una famiglia che apparentemente sembrerebbe fuori dagli schemi ma che, a una rilettura più attenta, si configura invece come una realistico labirinto di sofferenze, pensieri, inquietudini e comportamenti maniacali. Molti sono i personaggi-tipo che tratteggia con particolare cura: il professore sposato, forse un po’ snobbato e che deve fare i conti con la figlia adolescente con la quale spesso è in disaccordo («Doveva accettare i cambiamenti della figlia, della società, dei costumi. Erano finiti i tempi del Dolce Stil Novo. Restava solo di farsene una ragion», 58), l’uomo ossessionato dalle sue convinzioni che agli occhi di tutti si configura come pazzo, l’uomo un tempo innamorato e ora vacillante nei suoi sentimenti, indifeso e tra i personaggi femminili quello che meglio è tratteggiato è sicuramente Beatrice, la figlia trasgressiva secondo il bigottismo paterno mentre Elsa e Eleonora sono personaggi un po’ sfocati.

Un curiosissimo intrico di pensieri che va di pari passo a una certa passività dei personaggi che fa quasi pensare ai famosi indifferenti dell’omonimo romanzo di Moravia ma che mettono in luce le problematiche e le inquietudini tutte contemporanee dell’uomo nel dover vivere la vita di tutti i giorni.

LUCA RACHETTA è  nato a Torino ma risiede oggi a Senigallia (An) dove lavora come insegnante in una scuola media. Ha studiato con particolare attenzione l’opera narrativa di Vitaliano Brancati e ha pubblicato nel 2006 il saggio Vi­taliano Brancati. La realtà svelata con la Maremmi Editore di Firenze.  Con la stessa casa editrice ha pubblicato sillogi di racconti: Dove sbiadisce il sentiero (2006), La teoria dell’elastico (2008), il racconto lungo La torre di Silvano (2008) e il romanzo La guerra degli Scipioni (2009). Per settembre prossimo è prevista l’uscita del nuovo romanzo dal titolo La setta dei giovani vecchi. L’autore ha un suo sito personale:  www.lucarachetta.it 

LORENZO SPURIO

09-07-2011

Pensieri senza pretese, di Christian Lezzi

Pensieri senza pretese di Christian Lezzi

Arduino Sacco Editore, Roma, 2011

Recensione di Lorenzo Spurio



Christian Lezzi, scrittore ed opinionista milanese, mi ha proposto l’idea di scrivere una recensione per la sua raccolta di poesie. Non mi sono tirato indietro perchè il ruolo di recensore mi aggrada e perché questa silloge poetica dal titolo curioso ha richiamato da subito la mia attenzione. Mi piace molto soffermarmi sui titoli delle opere prima di proseguire nella loro lettura. Pensieri senza pretese è una raccolta di poesie che tratta temi diversi fra loro ma ogni lirica è accomunata da questo desiderio del Lezzi di presentare uno spaccato semplice, comune, senza orpelli, senza tante pretese per l’appunto. Ed anche nella prefazione, con una forma di diminutio tutta contemporanea, l’autore cerca in un certo senso di scusarsi per non essere in grado di riconoscersi un poeta propriamente detto. Preferisce definirsi opinionista ma è un dato di fatto che chiunque scriva una poesia, sia praticamente un poeta. Christian Lezzi non fa sicuro eccezione. La lirica che apre la raccolta, “Inchiostro nelle vene”, è una singolarissima sintesi della poetica del Lezzi, un prototipo di poesia personale che può essere poi riscontrato in tutte le altre: «un demone che si impossessa di te, questo è scrivere».

Il tema dell’amore è spesso presente in maniera esplicita o allegorica mediante alcuni immagini ricercate e interessanti ma spesso questo tema è minacciato dall’idea della morte o anche dalla nostalgia per i tempi andati. Le immagini che ricorrono maggiormente sono le risate, gli sguardi, labirinti, volti di donna ma, in via generale, la silloge si caratterizza per un’atmosfera grigia e cupa dovuta alle tematiche crepuscolari che affronta: il ricordo, il dolore, la guerra, l’esilio, la nostalgia e la solitudine. Un senso di sofferenza del protagonista aleggia intorno alla lirica “Resa” in cui il poeta invoca a lasciarsi andare per porre fine alle sofferenze terrene, è una dolce invocazione al suicidio: «Chiudi la partita senza aspettare un domani diverso che non sia solo l’estensione di ieri e di oggi con gli stessi pensieri tristi solitari e morenti», ma subito dopo si cambia registro ed è la vita a prevalere:  «oggi non è tempo di morire». In “Guerra” il Lezzi ci fornisce una fine lirica pacifista che, più che sottolineare gli aspetti più crudi degli scontri bellici, fa riferimento alla violenza e alla spietatezza del genere umano, incapace di evitare tragedie di inaudita gravità.

In “Cenere alla cenere” il macigno di un ricordo che immaginiamo doloroso e connesso, forse, alla perdita della donna amata si conclude però con la riappropriazione della propria vita, con la forza di ragione che riesce addirittura ad allontanare da sé quel momento del passato, quasi a voler ricordare che la forza della ragione può tutto, anche cancellare i momenti vissuti: «Come polvere alla polvere disperdi al vento il suo ricordo ti liberi del ricordo e finalmente torni a vivere».

Curiosissimi riferimenti al mondo dell’arte figurativa trapelano in “Incontri”: una donna che spicca fra i presenti «come una macchia di colore su una tela del Boccioni». Di Boccioni e del futurismo nella poesia è presente la tecnica della multi prospettiva e della immagini seriali. Un ottimo modo, a mio vedere, per celebrare un grande pittore e sculture poco ricordato. Il futurismo ritorna in maniera indiretta anche in “Metavita” dove il poeta fa riferimento all’uccisione del chiaro di luna che non può non farci pensare l’omonimo manifesto marinettiano del 1909.  In “Concetti spaziali” ritorna il tema dell’arte, in questo caso plastica, nell’atto di tagliare la tela con una lama, esperienza artistica che ci fa pensare direttamente all’opera di Lucio Fontana: «Afferri la lama e con gesto deciso ferisci il supporto aprendo un mondo nuovo creando una nuova dimensione». Una particolareggiata analisi nello scandaglio dell’io, nei recessi della personalità, è presente nella poesia che porta il titolo “Psiche” che sembra essere un vero e proprio omaggio al padre della psicanalisi.

Il tempo è il grande protagonista della raccolta mediante episodi della vita che fanno riferimento ad esso: l’infanzia o i ricordi del passato, il presente liquido e difficile, il futuro inconoscibile e apparentemente precario. Nella poesia “Tempo” è proprio quest’ultimo il vero sovrano, descritto mediante una serie di costruzioni metaforiche di particolare impatto poetico: il tempo si dilata e si comprime descrivendo quindi anacronismi che sono estranei al canonico scorrere del tempo.

Sono numerose le liriche contenute nella silloge e ciascuna meriterebbe un’analisi attenta ma posso concludere che la raccolta, pur non seguendo un ordine tematico come ha riconosciuto lo stesso Lezzi nella sua prefazione, finisce paradossalmente per avere una grande compattezza. La poliedricità dei temi trattati non è fastidiosa e l’interesse nella lettura è incentivato da questo continuo cambio di temi e di immagini evocate. L’unico cruccio, forse, risiede nella limitata musicalità delle liriche e nella trascuratezza metrica ma neppure questi aspetti sono capaci di minare l’ottima impostazione del Lezzi nel presentare squarci lirici talvolta drammatici, altre volte altamente romantici.

LORENZO SPURIO

Jesi, 4 Luglio 2011

Sempre ad Est, di Massimo Acciai

Sempre ad Est di Massimo Acciai

di prossima pubblicazione presso Faligi Editore

Recensione di Lorenzo Spurio[1]

Che cos’è un surypanta? E’ la prima domanda che il lettore del nuovo romanzo di Acciai si fa immergendosi nella lettura. Non ci sono particolareggiate descrizioni di questo tipo di animale, sappiamo che è di piccole dimensioni, che miagola e che trova particolare piacere nell’essere accarezzato sulla testa. Non è un gatto. E’ inutile indagare a quale animale possa avvicinarsi perché stiamo parlando di un romanzo fantastico, quindi in ciascun modo vi figurate questo animale, non avrete sbagliato.

Il romanzo non è altro che la storia della ricerca difficile e disperata dei surypanta che sono stati rubati da un potente mago. L’intera narrazione ci informa delle varie peripezie che l’ “eroe” deve sopportare per riappropriarsi ciò che è suo e in questo andamento non è difficile scorgere il canonico schema proppiano della fiaba. Siamo in grado infatti di individuare almeno sei delle trentuno unità fondamentali dello schema compositivo proppiano[2]: 1. la situazione iniziale ( [i] ), 2. l’allontanamento (e), 3. la partenza (­), 4. la presenza del donatore o aiutante magico (D), 5. la lotta (L), 6. la vittoria (V). La conclusione del romanzo non è però affidata alle canoniche funzioni del ritorno dell’eroe nella sua terra (¯) o delle nozze finali (N), ma andiamo per gradi.

Il recente romanzo di Acciai, Sempre ad est, è una narrazione affascinante che ci fa viaggiare attraverso terre intricate ed oscure, ricche di mistero e sulle quali domina la magia nera di un potente mago noto come il Raccoglitore. Per sfidare questo potente wizard che con le sue doti oscure è riuscito a rubare tutti i surypanta della zona ci vengono narrate le gesta di Hynreck che, più che un valoroso guerriero, ci viene presentato come un viandante sfortunato, inetto e particolarmente istintivo, «una di quelle persone che si arrabbiano due volte la seconda per essersi arrabbiati» (53). Nella sua vorticosa ricerca del suo surypanta Saj, Hynreck è accompagnato dal cavallo Frumgar che, diversamente da quanto ci si aspetterebbe, non è un cavallo parlante.

L’impresa particolarmente ardua prenderà una piega diversa nel momento in cui Hynreck incontrerà Sara, una ragazza che è stata appena depredata del suo esemplare di surypanta. L’iniziale divinazione del mago buono Sering e la conoscenza degli oracoli da parte di Sara permetterà alla coppia fortuita di trovare la fortezza dove risiede il potente mago Raccoglitore. Così Hynreck, Sara e Linda, un’altra donna che Hynreck inizialmente credeva implicata nel furto dei surypanta, si imbarcano su una grande nave diretta al piccolo porto di Ladymirail, dall’altra parte dell’oceano vivendo momenti di panico per le condizioni sfavorevoli del mare. Ma la storia non è aliena a colpi di scena: nella tormentata rotta in mare infatti Hynreck crede che il capitano sia il padre del ragazzino che ha precedentemente ucciso per legittima difesa. Così, nella notte i tre fuggono su di una scialuppa approdando all’isola di Falbroth.

L’isola ha una lunga storia alle spalle e si trova praticamente divisa in due parti che rispondono a due diverse dominazioni, ha due città-capoluogo, due porti, due popoli e la cosa curiosa è che ha anche una dimensione sotterranea, un mondo sommerso altrettanto vitale e attivo. L’altra parte dell’isola invece, che risponde alla città di Perio, si è sviluppata in maniera completamente opposta: ci sono dei palazzi molto alti come dei grattacieli che si stagliano verso l’alto, pensati per sopperire alla limitata superficie di quella metà dell’isola. Acciai è un maestro nel generare una sorta di spaesamento che deriva dal cambio improvviso degli spazi (città, bosco, osteria, nave, città sotterranea) e questo contribuisce ad accrescere un senso di claustrofobia che incrementa quella suspense che nella storia è sempre mantenuta. Dopo alterne vicende lo sfortunato trio riesce ad arrivare alla fortezza di metallo nella quale vive il mago Raccoglitore dove seguono una serie di duelli a spada. Inizialmente la sorte è sfavorevole a Hynreck che pure rimane ferito ma poi i tre riescono ad uccidere il potente mago e a mettere in salvo centinaia di surypanta, tra cui quelli loro.

Nella storia ci sono le premesse anche per la nascita di un amore che invece non si svilupperà e nell’epilogo del romanzo, Acciai sembra voler dare una nuova grande svolta alla storia parlandoci di navicelle spaziali e di colonizzazione della galassia, temi che non possono non farci pensare all’ampia produzione fantascientica di Asimov.

Se da una parte alcuni nomi dei protagonisti ci richiamano personaggi anglosassoni leggendari (Hynreck, Hykrion, Hydorn fanno pensare a Hygelac e a Hydg, rispettivamente re e regina dei Geati nel poema epico Beowulf) i nomi delle donne, Linda e Sara, richiamano invece direttamente un’origine tutta mediterranea. Gran parte dei toponimi sono anglicizzati pensati forse per darci l’idea di trovarci in territori leggendari scandinavi o tipicamente tolkieniani. Il toponimo di Gaweeck, città d’origine di Hynreck, fa pensare per assonanza a Gatwick, piccolissima città del Surrey e il nome di un importante aeroporto londinese. Il nome del cavallo, Frumgar, è un chiaro riferimento ad uno dei personaggi di Tolkien,  quarto Lord di Éothéod, nipote di Forthwini mentre il mago Sering fa molto pensare a un druido, al simpatico e sbadato Merlino e addirittura al celeberrimo Albus Silente della saga di Harry Potter. In ciascun caso è un mago buono che fornisce all’eroe gli strumenti necessari per vincere e per guarirsi nei momenti in cui viene ferito.

Acciai fonde sapientemente in questo romanzo gesta epiche, fantasiosi scenari folklorici nordici, ed elementi chiaramente favolistici che creano un’atmosfera affascinante e curiosa, così com’è nell’avventuroso e asfittico viaggio per mare di Hynreck, Linda e Sara. Sono molti e improvvisi i momenti epifanici che contribuiscono a sostenere l’intere gesta narrate e a rendere questo viaggio intricato e pericoloso un percorso surreale ma che vorremmo non finisse mai. Un percorso tutto indirizzato verso est.

LORENZO SPURIO

30-04-2011


[1] Recensione pubblicata sulla rivista Segreti di Pulcinella n° 34, Giugno 2011.

[2] cit. in Angelo Marchese, L’officina del racconto, Milano, Mondadori, 1990, pp. 14-19.

Pure – Racconti Erotici (2009)

Il testo è stato pubblicato nel 2009 in modalità e-book e scaricabile in formato pdf con il pagamento di un prezzo irrisorio, pari a 3 Euro.  La finalità del testo, oltre a quella della divulgazione di una letteratura erotica breve, è quella di riservare il ricavo dalla vendita del testo all’Associazione Nazionale Erotica “Erotic Search”, com’è indicato espressamente nell’introduzione del testo.

Sebbene sia un avido lettore e mi piaccia scrivere racconti devo confessare che a tutt’oggi non mi sono ancora cimentato con in genere erotico, sebbene alcuni stralci dei miei racconti possano essere visti e letti sotto questa luce. La mia conoscenza della letteratura erotica è pertanto non molto vasta ma, utilizzando le conoscenze a mia disposizione, scrivo questa recensione i cui pareri ed eventuali critiche rimangono di mio appannaggio.

Il testo si compone di dodici racconti, per lo più brevi. Sono presenti racconti di Romeo Sanna, Daniela Rindi, Tinta, Cristiana Danila Formetta, Kristalia Conti, Ermione e Fausto Rampazzo, Valeria Ferracuti, Cristiana Longhi, Cristina Origone, Alemar, XLater e Luciana Cameli. È evidente da quest’elenco dei coautori dell’opera che c’è una netta presenza di autori donne quasi che venga da pensare che le donne siano più portate, o forse più brave, nel raccontare storie di sesso imbevute di erotismo. È una possibilità che può rivelarsi un’interpretazione giusta leggendo il libro.

Il curatore della raccolta ha espressamente voluto lasciare le scelte tipografiche (tipo e punti del carattere) di ogni autore perché è espressione della sua personalità. Tuttavia la raccolta si manifesta compatta e percorsa da un unico filo rosso, quello dell’erotismo appunto. È un erotismo diversificato, che prende forme e simbolismi particolari in ogni storia.

In “L’ovetto Kinder” (di Romeo Sanna) ci troviamo di fronte a una storia erotica che si basa sull’utilizzo di un oggetto il cui funzionamento viene regolato da un uomo. Si potrebbe vedere nel desiderio della donna un certo feticismo e nell’uomo una certa mania ossessiva.

Un cane incauto che fa cadere un podista è il motivo dell’incontro fortuito e dell’amplesso erotico che avrà luogo sulle rive di un mare ondoso è narrato in “Onda” di Daniela Rindi. Sebbene l’aggettivazione e la descrizione della storia sia convincente, la storia è carente di originalità.

In “Regalo di compleanno” di Tinta una ragazza ha un sensuale rapporto sessuale con l’amante che, al termine dell’amplesso, riceve una telefonata della moglie e la protagonista, frustrata, lascia l’amante da solo in albergo prendendo in mano le redini della sua vita e riconquistando il valore della sua libertà. La telefonata dell’amante viene a rappresentare una sorta di momento epifanico (caro a Joyce) dal quale nasce la liberazione e a partire dal quale le cose cambiano in maniera irreversibile.

“Come tu mi vuoi” di Cristiana Danila Formetta, particolarmente corto, adotta un linguaggio diretto che evita di essere volgare. La protagonista è sottomessa alle prescrizioni del suo uomo che «vorrebbe sembrare un lord invece sembra un pappone» il quale le dice come vestirsi, pettinarsi o come farsi trovare. È un sesso ripetitivo e abituale in cui si è persa la sensualità e il desiderio tanto che la protagonista finisce per essere un oggetto, un automa.

Un rapporto lesbo tra due donne sotto gli occhi di alcuni uomini e poi una donna oggetto sessuale di due uomini allo stesso tempo è raccontato in “La Preda” di Kristalia Conti dove pure fuoriesce una senso di apatia o di rassegnazione della protagonista nell’essere sottomessa sessualmente.

In “Veleno” di Ermione e Fausto Rampazzi vengono narrate scene di sesso in Grecia con ragazzi conosciuti al momento in un bar dove l’erotismo, il bisogno di sesso della protagonista e il suo linguaggio plurilingue si unisce ad un suo senso di maternalismo verso il ragazzo con il quale sta per fare sesso ma il racconto nasconde qualcosa di raccapricciante. È un racconto particolare e ben strutturato ma che non è in grado di emozionare il lettore come altri racconti della raccolta riescono a fare.

Una divertente chattata tra una donna e un uomo che verte sul sesso mentre la donna finge al marito di controllare la posta è dipinta in “Segreti” di Valeria Ferracuti. Mentre il marito si trova nell’altra stanza la protagonista si eccita vedendo il membro del suo interlocutore tramite la webcam. Se il racconto mette in luce un erotismo platonico e una storia abbastanza convenzionale, nella parte finale si intravede la concretizzazione di un amplesso con il suo partner.

Similmente agli spruzzi delle onde del mare durante l’amplesso nel racconto “Onda”, in “Una giornata di pioggia” di Cristiana Longhi ancora una volta è l’acqua l’elemento che risalta. L’acqua, le gocce, gli spruzzi richiamano una materialità liquida, viscida, che fluisce in maniera continua. L’acqua è chiaramente elemento simbolico che caratterizza la donna di contro alla solidità e alla secchezza maschile. Una giornata di temporale è per Cristiana Longhi un momento ottimo per un rapporto d’amore.

L’acqua ritorna ancora nel corso della raccolta nel racconto “Rendimi liquida” di Alemar dove il ricordo di un rapporto sessuale particolarmente edificante e vissuto come momento di auto annullamento porta la protagonista a questo desiderio di replicare l’evento e di sentirsi nuovamente amata, di essere liquida.

“Il Piffero” di Xlater mette al centro della narrazione un’orgia dai toni grotteschi. Il protagonista, carente di rapporti sessuali, si reca ad un’orgia dove spera di poter scopare con qualche donna ma, mentre sta leccando la vagina ad una donna impegnata in attività orali con altri uomini, viene sodomizzato. Inizialmente prova dolore e si sente offeso ma lentamente prova piacere mentre gli astanti all’orgia lo osservano curiosi ed attenti.

In “Dipendenza” di Cristina Origone è di scena un tradimento e il sadismo di una donna nei confronti del suo amante che, pur venendo da lei minacciato e battuto, non può fare a meno di lei, come richiama direttamente il titolo del racconto.

“Due Liti” di Luciana Cameli è un racconto breve ma ricco di aggettivi e di caratterizzazioni. Narra l’amplesso ricercato in maniera vivida e realistica, ponendo grande importanza sul tema della parola durante il rapporto. Da una parte le liti, le argomentazioni illusorie dominate da parole e dall’altra la necessità di mutismo e di silenzio durante il rapporto.

I racconti utilizzano un linguaggio semplice e comune che ben si adatta alle scene che vanno descrivendo. Le narrazioni sono molto brevi quasi intendano fotografare direttamente l’atto dell’amplesso. Evitano di dare interpretazioni dei fatti, giudizi o valori morali e dipingono in maniera diretta ciò che avviene.

È un erotismo segreto fatto di tradimenti, desideri erotici ossessivi, manie, finzioni e meccanismi per rifuggire dal legittimo partner. È un erotismo segreto che viene taciuto o che si realizza occultamente (in chat, in un’orgia, in riva al mare) e che sgorga da un incontro fortuito, da una combinazione di incontri o, come nel caso dell’orgia, da un fraintendimento. In tutti i casi si tratta di un sesso che si manifesta nella sua interezza e che non cela gli aspetti meno edificanti (odori, puzze, sudore) e che non si esime di utilizzare vivide immagini che sono espressioni di atteggiamenti particolarmente focosi e sessualmente accesi.

Una raccolta di racconti ben fatta e che mantiene una sua unità focalizzandosi sulla centralità del momento erotico, dell’amplesso vissuto istintivamente, dell’incontro fortuito portatore di sensazioni inimmaginabili. Di contro a tanta semplicità di linguaggio utilizzata nei racconti trovo difficoltà nell’interpretare esaustivamente il titolo della raccolta, Pure. Potrebbe sembrare un titolo da romanzo seriale che aggiunge qualcosa di nuovo ad una storia già nota. Esclusa questa possibilità il “pure” credo voglia riferirsi alla capacità degli autori di saper andare oltre, travalicare confini per raggiungere uno spazio edenico, quasi utopico, dove l’erotismo trova la sua manifestazione.

Il titolo resta ad ogni modo criptico al lettore e apre alla sua interpretazione, alla necessità di ciascun lettore dell’opera di intravedere in quella definizione un concetto esteso che possa abbracciare l’intera raccolta. Sotto questo punto di vista forse è un titolo ridondante che vuol far riferimento ad un materiale eccessivo e aggiuntivo, non presente nella raccolta. O semplicemente vuole riguardare l’ampia gamma di atteggiamenti che si possono vivere quando ci si trova in situazioni analoghe a quelle descritte, situazioni abbastanza patinate, stereotipate ma che non cadono nel banale. In quei contesti non c’è una scelta binaria di comportamenti ma una scelta infinita ed illimitata di possibilità nella quale, a mio modesto parere, si potrebbe vedere la vera connotazione del titolo Pure.

LORENZO SPURIO

Sensualità. Poesie d’amore d’amare, di Michela Zanarella

Sensualità – Poesie d’amore d’amare di Michela Zanarella

Sangel Edizioni, 2011.

Recensione di Lorenzo Spurio

Devo confessare che non conoscevo Michela Zanarella, giovane poetessa originaria di Padova ma attualmente residente a Roma fino a che non mi ha contattato. Il suo invito a leggere la sua ultima raccolta di poesie mi ha trovato entusiasta e, benché  sia un grande amante di narrativa piuttosto che di poesia, mentre snocciolavo un’attenta lettura delle sue liriche, mi sono trovato sorpreso io stesso. La prima volta ho letto l’intera opera tutta d’un fiato, costruendo nella mia testa una serie di topos che la poetessa ha utilizzato e che, riassunti, possono servire per dare un’analisi dell’opera nella sua interezza. L’aspetto più bello di una silloge poetica, a mio modo di vedere, è quello che non dobbiamo seguire un determinato ordine di lettura ma che possiamo iniziare dalla poesia che chiude la raccolta per poi tornare all’inizio e seguire zigzagando all’interno del testo. Devo confessare che una sola lettura non mi è stata sufficiente non tanto perché ho trovato le liriche difficili ma semplicemente perché ho sentito il bisogno di rileggerle in profondità. Varie liriche mi sono sembrate così, a una seconda lettura, strettamente legate l’un l’altra nei loro temi e nelle suggestive immagini evocate.

Michela Zanarella è una sensibilissima compagna in questo vivido viaggio nel mondo amoroso, dipinto con grande attenzione mediante un’ampia aggettivazione, soprattutto quella che si riferisce ai colori. Non solo nella poesia “Altro colore” incontriamo un affascinante e poliedrico cromatismo, ma un po’ in tutte le varie poesie: dominano il rosso e il blu, ma anche il bianco viene evocato frequentemente.

E’ una poesia calda e sensuale, addirittura focosa nel caso di “Il colore che s’affaccia” ma l’erotismo non è reso mai banale e fine a se stesso ed è invece capace di evocare quasi una dimensione superiore, quel senso d’infinità che la Zanarella spesso evoca. Così «l’aula del desiderio» e «le musiche appiccicose della femminilità», immagini allegoriche molto curiose e raffinate, finiscono per essere altamente evocative, pur conservando un’altissima carica metaforica.

E’ un amore quanto mai realistico e vivo, per nulla romanzato, che, come nella realtà, è irrimediabilmente esposto al «dolce aggredire del tempo» (in “L’amore intatto”) e alla lontananza tra gli amanti vissuta con sofferenza: «La vita è misera come un secco ruscello d’agosto senza il tuo fiato accanto» (in “Chi ama”).

Non da ultimo, una delle immagini più ricorrenti nella silloge che mi ha affascinato, è la presenza del destino, quell’entità che nulla ha a che vedere con Dio e che pone ogni cosa in uno stato di transitorietà, dubbio, insicurezza, in una condizione vacillante, di calma apparente. E’ il dubbio che aleggia su tutto, con il quale la Zanarella mostra di fare i conti nelle sue liriche d’amore: «siamo l’ombra di un destino» dice la poetessa in “Anche se non basta”. Non è il destino ad essere una sorta di ombra, un involucro indistinto alla nostra persona ma piuttosto il contrario. Siamo noi l’ombra, la proiezione del destino, di qualcosa che non è tangibile. Ma anche quando viene evocata questa dimensione fatalistica della realtà essa è sempre funzionale per presentare il tema amoroso: «mentre il cuore sorseggia il destino» (in “Un brivido di chilometri”).

Gli scenari di questi quadretti d’amore, per nulla banali, spesso richiamano il mare o l’acqua in generale (la rugiada, il fiume, il torrente), elemento naturale che rinvia direttamente al genere femminile, alla donna generatrice di sostanze fluide: le lacrime, gli umori, la saliva, ma anche l’acqua amniotica e il latte durante la maternità. La silloge descrive un affascinante universo fondato sui sensi e sulle sensazioni, tutte viste dal sensibile animo femminile della Zanarella. Ma è l’uomo, sembra suggerirci la poetessa, a rendere la donna consapevole della sua condizione: «te, che continui con cura a farmi donna e insieme un’isola». Ancora una volta ritorna il tema dell’acqua nell’immagine dell’isola, porzione di terra circondata dal mare. E sono proprio l’universo dominato dall’acqua, il senso del bagnato e la fertilità della donna che costituiscono il leitmotiv di questa incantevole silloge poetica.

MICHELA ZANARELLA è nata a Cittadella (Padova) nel  1980 ma vive attualmente a Roma. Ha iniziato a scrivere poesie nel 2004 e personalità di cultura e enti locali si sono subito accorti del suo talento di scrittura in versi. Ha vinto alcuni premi di poesia nazionali ed internazionali, oltre alla pubblicazione di suoi pezzi in antologie di poesia a tiratura nazionale. Ha pubblicato le raccolte di poesia Credo, Risvegli e la raccolta di racconti Convivendo con le nuvole. Tutti i suoi lavori hanno trovato un buon accoglimento da parte di critica e pubblico. Il suo ultimo lavoro è una silloge poetica, Sensualità, poesie d’amore d’amare. E’ attualmente alle prese con la scrittura del suo primo romanzo. Cura i siti internet:  www.apostrofando.it , www.screensoda.it , www.iltrovaevento.it .

LORENZO SPURIO

Jesi, 25-06-2011

Un sito WordPress.com.

Su ↑