“Prima che spunti l’alba” di Anna Maria Boselli Santoni, Prefazione di L. Spurio

Anna Maria Boselli Santoni, Prima che spunti l’alba, Pragmata, Roma, 2016.

PREFAZIONE a cura di Lorenzo Spurio

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L’amore non è atto di sfida, né mezzo di comando. Non dovrebbe essere l’arnese da impiegare con il fine di instillare avversità e ampliare tormenti che già, connaturatamente e fisiologicamente, la vita ci dà e con i quali dobbiamo sopravvivere. Nel nuovo romanzo di Anna Maria Boselli Santoni sembra quasi di percepire due mondi a confronto, antagonisti e in teoricamente lontani, che giungono di continuo a lambirsi, quasi a fronteggiarsi, nonché ad imporre un dialogo retto nella protagonista principale.
Se non abbiamo la capacità di poter riprendere il passato, annullare errori o rivivere certi momenti in cui, ad esempio, abbiamo scelto pensando molto a noi stessi e poco agli altri, di certo è nelle prerogative e nelle possibilità dell’uomo la speranza di un futuro migliore. Ciò è permesso grazie all’adozione, al presente, di una serie di atteggiamenti lucidi e di una spiccata consapevolezza che matura l’uomo ad interagire con il mondo, con la sua realtà sociale, con le persone che lo circondano in un dato modo.
Nei romanzi di Anna Maria Boselli Santoni la parola “mai” e tutto ciò che essa presuppone viene usata assai poco e di certo non con un tono perentorio e assertivo a descrivere con ineludibile certezza che una possibilità delle scelte, tra le tante, non è concepibile e dunque percorribile. Piuttosto la Nostra, grazie alla profonda contemplazione dell’esistenza e al suo sguardo empatico nei confronti di una sacralità mitico-religiosa, è portata a vedere sempre un spiraglio di luce anche quando l’abitualità crepuscolare, le tribolazioni e il senso di malessere sembrerebbero dominare sull’uomo tanto da vivere la sua esistenza subendola, e non come soggetto agente.
Se il mondo fosco e ottenebrato della morte, caratterizzato dal decesso di giovani tossicodipendenti e la frequentazione di due cimiteri, ci immettono in una narrazione pregna di mestizia e costernazione, tuttavia non percepiamo il pianto doloroso e accorato perché la sofferenza è sempre elaborata, somatizzata e neutralizzata per mezzo di un elevatissimo afflato con la vita stessa.
Ed è proprio il viaggio fisico, quello spostamento che la protagonista farà verso l’Argentina, che la porterà a una sorta di crisi introspettiva che vive non come crollo emotivo ma come mezzo di autoriflessione, di rivisitazione di sé e dunque di forza. Il viaggio più significativo e pregnante, allora, non è tanto quello Oltreoceano e il relativo ritorno nella vecchia Europa ma è piuttosto un viaggio della mente, una perlustrazione serrata della propria componente intima e psicologica.
Il personaggio maschile del romanzo, pur ammorbato da grandi pensieri, sarà in grado di farsi forza con l’aiuto e l’amore della Nostra e, pur non rinnegando la vita passata, si mette a nudo dinanzi alla nuova realtà venutasi a creare. E’ un uomo vulnerabile e ferito, ingiuriato dalla vita, che ritroverà, proprio grazie a quell’unione simbiotica del pensiero da poco suffragata nello scambio emozionale con la Nostra, una sua serenità, un suo senso.

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Anna Maria Boselli Santoni, autrice del libro

Se le esperienze negative sono inevitabili, esse possono servire per irrobustirsi anche se non tutti hanno la forza di credere in sé stessi o la fortuna di trovare una compagna con la quale dar compimento a tutti i desideri e sentirsi imbattibile dinanzi a tutto il mondo di fuori.
Se è l’uomo che in un certo modo costruisce la sua esistenza con le sue scelte o non scelte, non va dimenticato che spesso il silenzio, la solitudine e l’indifferenza possono essere i peggiori nemici nel percorso volto all’ottenimento di uno stato di pienezza della vita e di concordia con il proprio animo.
Sono abbastanza certo di aver localizzato la frase più bella del romanzo all’interno della Seconda parte quando Anna Maria Boselli Santoni scrive “I morti erano figli della vita”. Ed è proprio qui, nella desolante considerazione che chi vive ai margini dell’esistenza (come i tossicodipendenti del romanzo e in particolare Tiziano) e abbandonati a se stessi, pur nella malattia, nella devianza e nell’irrecuperabilità della condotta, è sempre figlio, ossia il prodotto, di un spirito di energia volto alla creazione, all’idea di congiungimento ed unità, all’esigenza di calore e conforto da poter ricevere senza doverlo richiedere.
Non è mai tardi per chiedere all’altro di accogliere il nostro appello né di concedere ai nostri simili il rispetto che ricerchiamo noi stessi ci venga mostrato. Il cambiamento è una concatenazione di piccoli gesti concreti e non di grandi parole. Altisonanti e accorate, ma vacue e indegne. C’è sempre tempo per poter sperare di rivitalizzare il proprio vissuto inaridito dalle asperità o allucinato dalla delusione, prima che spunti l’alba.

LORENZO SPURIO

16-01-2016

“La porta misteriosa”, romanzo di Andrea Ansevini

SEGNALAZIONE VOLUME

Titolo: La porta misteriosa

Autore: Andrea Ansevini

Anno: 2016

La porta misteriosa - CopertinaSinossi:  Romanzo intrigante che racconta la storia di Michele, un ragazzo con mille problemi che vede tutto nero che, accompagnato in sottofondo dalla canzone di Bob Dylan “Knockin’on heaven’s door”, si trova davanti ad una porta chiusa, dietro la quale è celato il finale del libro.  Prima che la porta davanti a lui si apra torna indietro con la memoria a 15 anni prima e ripensa alla sua vita passata alternando suoi momenti di vita reale a momenti di fantasia. Il tutto con colpi di scena vari e flash-back; solo alla fine si saprà ciò che lo ha portato davanti a questa porta, dato che nella vita reale tutti quanti ci troviamo davanti a una porta con le belle cose o brutte che la vita oggi giorno ci riserva, per cui tutti siamo un po’ come Michele, perché Michele alla fine è anche uno di noi.

Chi è l’autore?

Andrea Ansevini è nato ad Ancona nel 1979.  Sposato con Adele Muscato, compagna di vita e di penna, è al suo esordio come romanziere, ma non nuovo ad esperienze editoriali. Ha, infatti, pubblicato nel 2010, il suo primo libro di poesie intitolato Poesia nel diario – 50 pensieri nel tempo. L’esperienza dello scrivere (come le passioni per la musica e la fotografia) che condivide con la moglie, nel corso degli anni lo ha portato anche a partecipare a concorsi in cui ha ottenuto ottimi piazzamenti e a esposizioni fotografiche presso un circolo culturale di cui è socio. Attivissimo nel mondo del rap, incide con Adele, canzoni e cd, spesso di denuncia sui “malanni della società”, che venivano  trasmessi agli inizi a Radio Aut Marche da Giancarlo Guardabassi, con il quale ha rilasciato molte interviste. Da qualche anno, oltre alla sua radio, sono trasmessi in varie radio regionali, di recente anche in quelle nazionali.

 

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“La letteratura della disintegrazione”, articolo di Martino Ciano

“La letteratura della disintegrazione” di MARTINO CIANO (*)

La chiamerò la letteratura della disintegrazione. Qui la parola non ha un senso logico e cambia continuamente il proprio significato. È una particella neutra che lo scrittore carica a suo piacimento di energia negativa o positiva. In queste opere non c’è una trama o personaggi, c’è l’uomo “grigio” né buono, né cattivo. C’è l’io che si cerca e si nega, che rinasce, che si prende beffa del perbenismo e della sociologia. Qui alberga l’antiromanzo. La vittoria della confusione e dell’assurdità.

Questa è la letteratura che mi piace perché aldilà di ogni sentimento, di ogni perversione, di ogni struttura sociale, c’è l’uomo che fa la storia e partecipa sempre al destino del mondo. Anche se indifferente. Leggendo queste opere vi renderete conto che la prosa è disarmonica, che sogno e realtà si intrecciano, che gli opposti coincidono. Non c’è bisogno di attrazione. L’uno contiene l’altro. L’io narrante si confessa con voi. Mantenete il segreto, mi raccomando. Siete il tramite tra la terra degli scrittori e il cielo della letteratura.

Ora prendiamo in considerazione quattro opere dove tutto ciò che ho detto prima si manifesta a noi lettori.

Knut Hamsun, Fame. Esce nel 1890 in Norvegia. Un’opera innovativa per l’epoca. Nessuno aveva scritto così prima. La trama? La lotta tra bisogni materiali e spirituali. La fame di vita si scontra con la solitudine del protagonista fuggiasco, vagabondo, in una città che non comprende la sua lingua interiore. Oslo-Christiania. È qui che inizia in letteratura quel processo di disgregazione dell’io che sta alla base di tutti i movimenti del novecento.

Guido Morselli, Dissipatio Hg. Viene scritto nel 1973, qualche mese dopo l’autore si suiciderà. Sarà pubblicato dopo la morte dello scrittore. Dissipatio è un atto di negazione. Letteralmente, di evaporazione dell’umanità, dei propri sentimenti, della coscienza. Un atto di ribellione volontario. Anche in questo caso il protagonista si perde nei suoi pensieri man mano che “muore” lungo le strade di Zurigo-Crisopoli.

Leggete queste due opere e troverete delle similitudini. La struttura ad esempio coincide. Ma se in Fame sentirete il costante bisogno del protagonista di aggrapparsi alla vita, in Dissipatio avvertirete solo la dissoluzione dell’io. Se nell’opera di Hamsun sentirete ancora la voce di un Dio parlante, in quella di Morselli c’è l’assenza di ogni divinità. L’uomo è origine e fine. L’io ha completato la sua disgregazione, i suoi resti devono necessariamente evaporare.

7667c59f2b359395fc6f7d5e64599549Albert Camus, Lo straniero. Appare nel 1942. Qui l’indifferenza dell’io diventa l’arma per combattere l’imprevedibilità. Il protagonista è straniero al mondo, alle sue leggi, all’ordine divino e naturale. Egli subisce e accetta ogni punizione perché ha negato la colpa e quindi la morale. Lo straniero è un anarchico, quindi. Confessa la sua voglia di libertà. Anche l’omicidio che compie è solo un atto, imprevedibile, frutto di un’idea, quindi giustificabile. Forse necessario al mondo.

Thomas Bernhard, Estinzione. Appare nel 1986. Qui l’io riacquista ed estingue. Fa i conti con la propria memoria. Ricordare, rivivere, estinguere. Il protagonista è un distruttore, non salva nulla. La memoria diventa anche un cimitero. Nulla deve resuscitare. L’io chiede il diritto all’oblio.

In queste quattro opere il lettore partecipa al dramma delle emozioni. Ci viene imposto un atteggiamento empatico. Maneggiate con cura questi libri. Sono cuori pulsanti nel mezzo di petti lacerati. Non ho parlato delle loro trame… leggeteli e lasciatevi affascinare.

 

(*) Questo articolo è apparso sul blog “Zona di Disagio” di Nicola Vacca in data 05-01-2016.  L’autore del testo ha acconsentito alla sua ri-pubblicazione su “Blog Letteratura e Cultura”. 

“Chi mi ha ucciso?” di Giancarlo Trapanese

Chi mi ha ucciso  di Giancarlo Trapanese, PeQuod, Ancona, 2015.

copertina.jpgDiciannove personaggi, uomini e donne, di età e provenienza diverse, si ritrovano in una misteriosa villa settecentesca, situata in un luogo indefinito; sono stati invitati a trascorrervi un breve soggiorno da un chimerico personaggio: “L’Autore”. Nessuno di loro è riuscito a rifiutare l’invito, pur non conoscendone il motivo. Ma prima della cena rivelatrice di verità annunciate, in un clima ai confini della realtà, un delitto oscuro sconvolge le esistenze di tutti e provoca drammatici interrogativi. Saranno il maresciallo Luigi Braschi  e il suo amico giornalista Giorgio Catanese a condurre le indagini, mentre gli altri personaggi intrecciano trame d’amore e di risentimento: una lotta per la verità, che porta alla consapevolezza dell’inconsistenza e della mancanza di senso di ogni rigida distinzione tra realtà e irrealtà, e in generale tra piani dimensionali diversi (la villa stessa sembra essere una sorta di “stargate” tra universi paralleli).

Dopo molte pubblicazioni e importanti riconoscimenti, Giancarlo Trapanese torna sulla scena letteraria con il suo nuovo, insolito e seducente romanzo, Chi mi ha ucciso?,  un thriller metafisico,  sospeso tra reale e fantastico, che muove entro confini incerti e un tempo adimensionale, privo di schemi ordinari e punti di riferimento. Forse.

Chi è l’autore?

Giancarlo Trapanese (Ancona 22.7.1954) giornalista, scrittore, ha presentato sue pubblicazioni alla Buchmesse di Francoforte e al Salone del Libro di Torino. Ha pubblicato, tra gli altri: Se son fiori (2005), Luna traversa (2006), Da quanto tempo (2007), Sirena senza coda (2009), Quella volta che… (2010), Ascoltami (2010), Madre vendetta (2012), La giusta scelta (2013).

www.giancarlotrapanese.it

 

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“Benzine” di Gino Pitaro

 In uscita il romanzo Benzine
di Gino Pitaro
Sinossi:
Benzine, libro Luigi ha trentacinque anni e vive nell’hinterland romano. La sua vita è scandita da lavori saltuari e precari, dall’impegno nel dottorato di ricerca, dalle amicizie. Spiccano tra le sue frequentazioni, Natalia, un’immigrata russa, poi Verena e Giusy – che coltivano con lui la passione per l’impegno politico, per il cinema e per la cultura in genere -, ma soprattutto Antonio che, impiegatosi presto dopo gli studi, è un po’ un punto di riferimento per il gruppo. Luigi vive un rapporto conflittuale con Guido, compagno d’università, il quale si trova a suo agio nei meandri della lotta studentesca, mentre il multirazziale e un po’ bizzarro quartiere di residenza, nonché il condominio dove abita, riempiono le sue giornate di episodi eccentrici e liminali. La comitiva si divide fra battaglie sociali e il piacere di stare insieme, condividendo piccole-grandi avventure, spesso vissute con ironia – come sottilmente ironico e umoristico è l’io narrante -, mentre in altre emerge un ideale romantico dell’esistenza. Non mancano momenti esilaranti da “gioventù di Campo de’ Fiori”, ma sullo sfondo si delinea con potenza e singolarità una certa periferia romana che, di fatto sconosciuta e oggetto di manierismi post pasoliniani, mai è stata trattata nella sua specificità in tempi recenti, preferendo appunto il “comodo” rifugio del romano del nordest per eccellenza, ovvero Pier Paolo Pasolini, il “prezzemolo di Roma”, citato a (s)proposito dal mondo culturale in una variegata gamma di situazioni. Luigi sperimenta sulla propria pelle le contraddizioni del movimento universitario, ma il mettersi alla prova lo orienta verso nuove domande e diversi sentieri da percorrere, nonostante sia invitato da Giusy e Verena a continuare ad essere un punto di riferimento all’interno dell’occupazione. Il pendolarismo e la questione rom diventano un particolare metronomo della narrazione, e ci trasmettono il gusto vero e forte anche attraverso il non detto. Gli accadimenti si susseguono altalenanti in un contesto di cambiamenti individuali e sociali. Ma c’è un avvenimento più grande che incombe sulle esistenze dei protagonisti e sconvolgerà le loro vite, determinando conseguenze per tutti e segnando sorprendenti tappe del destino. Le cose non sono sempre come sembrano e le persone che ci sono accanto possono rivelare aspetti reconditi e sconosciuti. Chi sono gli amici di Luigi?  Personaggi, situazioni e dialoghi offrono un orizzonte originale eppure pregnante, forse perché sostanzialmente la periferia italiana è vista più dall’occhio dell’intellettuale che non vi è immerso che da quello di chi la conosce davvero. Il Nordest di Roma assurge a simbolo di un nordest che non è solo un contesto geografico metropolitano, italiano o internazionale, ma un luogo dell’anima ben definito, con il suo essere “bastardo”, ovvero frutto di un’alchimia tra la grande città e il confine dei piccoli centri adiacenti, che spesso si fondono. Come in una sorta di parallelismo, ciò accade anche tra grandi aree geografiche: il movimento orario, “verso est” (e non antiorario) crea l’osmosi continua dell’esistente. Questa identità ibrida genera dei nuovi paradigmi sociali e antropologici, mai affrontati in forma di narrazione.E anche Pier Paolo Pasolini chi è se non un figlio del nordest? I protagonisti percorrono un cammino di iniziazione, lungo questa costellazione umana. Le metafore o allegorie del fuoco e degli elementi, spesso alternate a denominazioni geometriche, tracciano il libro e si fanno polarizzatrici di curiose convergenze, che sconfinano con la cultura pop. E come capita spesso il locale spiega il globale più di ogni altra cosa.
Editore: Ensemble.
Collana: Échos
Pag. 148
Isbn: 9788868810948
Prezzo di copertina: 12 euro
Link sul sito della casa editrice:
http://edizioniensemble.it/home/108-benzine-9788868810948.html
 L’AUTORE
Gino Pitaro nasce a Vibo Valentia il 7 luglio 1970. Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e articolista freelance e di documentarista indipendente. Nel 2011 esce il suo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), che ottiene buoni riscontri di critica e diviene una delle opere underground più lette nel 2012. Babelfish, racconti dall’Era dell’Acquario è il secondo libro, con il quale vince il Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata III ediz. (sez. narrativa edita), il premio speciale antologia al Concorso Letterario Caterina Martinelli II ediz., il premio giuria al Concorso Letterario Città di Parole III ediz. – patrocinato dalla Città di Firenze, dall’AICS (sezione cultura) e dall’Associazione Artecinema Rive Gauche -, il riconoscimento Libri di Morfeo, 4° posto (Città di Siracusa). Babelfish inoltre è stato segnalato al concorso Percorsi Letterari dalle Cinque Terre al Golfo dei Poeti I ediz.  Benzine è il nuovo romanzo.

Ad Agugliano, Giancarlo Trapanese presenta “Chi mi ha ucciso?”

Dopo molte pubblicazioni e importanti riconoscimenti, Giancarlo Trapanese torna sulla scena letteraria con il suo nuovo, insolito e seducente romanzo, CHI MI HA UCCISO?

Un thriller metafisico, sospeso tra reale e fantastico, che si muove entro confini incerti e un tempo adimensionale, privo di schemi ordinari e punti di riferimento. Forse.



L’AUTORE PRESENTERA’ IL ROMANZO

AD AGUGLIANO (AN)

SABATO 5 DICEMBRE ORE 21,15

C/O LA BIBLIOTECA COMUNALE

(VIA NAZARIO SAURO 1).
 
Evento organizzato dalla Ass. La Guglia

Giancarlo Trapanese, giornalista RAI, scrittore, ha presentato sue pubblicazioni alla Buchmesse di Francoforte e al Salone del Libro di Torino. Ha pubblicato, tra gli altri: Se son fiori (2005), Luna traversa (2006), Da quanto tempo (2007), Sirena senza coda (2009), Quella volta che… (2010), Ascoltami (2010), Madre vendetta (2012), La giusta scelta (2013).

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Ninnj Di Stefano Busà su “La recherche” di Marcel Proust

Marcel Proust e la sua Recherche del tempo perduto: A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs

a cura di Ninnj Di Stefano Busà 

Diciamo subito, che nei primi decenni del Novecento la Francia continua ad avere grande seguito in quel ruolo di guida culturale dell’Europa, che ha già impersonato negli ultimi decenni del secolo precedente. L’autore che ha avuto un ruolo preminente per lo sviluppo delle letterature europeiste, per la validità significante dei suoi risultati, per l’influenza, infine, che avrebbe rappresentato per tutta la narrativa europea è Marcel Proust.

Nato a Parigi nel 1871 da famiglia agiata, ma non ricchissima borghesia. Dopo un’infanzia tormentata da un’asma che lo avrebbe condannato per l’intera esistenza, segue assai irregolarmente gli studi.

Più tardi nel 1880 inizia a frequentare i salotti mondani, ricercato per le sue qualità di fine parlatore, i suoi vezzi da dandy, coi quali contribuisce a creare una certa raffinatezza e attrattiva nei luoghi di frequentazione.

Alla morte della madre alla quale era legatissimo, Proust inizia il grande ciclo narrativo: Alla ricerca del tempo perduto a cui  è legata la sua fama.

L’opera è composta da tre parti. La prima parte, rifiutata da Andre Gide, viene respinta dall’editore Gallimard, poi stampata in proprio dall’autore stesso, nel 1913. La seconda: All’ombra delle fanciulle in fiore, presa in esame in questa introduzione, ottiene il premio Goncourt  nel 1919.

Successivamente le altre parti vengono pubblicate dopo la sua morte, avvenuta nel 1922. Tutta l’opera comprendente più di tremila pp, si articola in sette parti e si conclude con una illuminazione che è anche una dichiarazione di poetica: fissare con la creazione artistica i momenti del passato equivale a recuperare il tempo perduto (Il tempo ritrovato).

Pur trattandosi di un’opera estremamente originale, la critica ha indicato per la Recherche alcuni fondamenti culturali della tradizione francese.

Per primo l’entroterra culturale, con una produzione memorialistica e diaristica di tanti autori tra il Seicento e il Settecento che hanno descritto il loro ambiente dal di dentro, con dovizia e ricchezza di dettagli. Proust infatti si mostra molto attento ai costumi del tempo che ne determinano il sapore, il clima, il soggettivismo, le ambientazioni del mondo reale e sociale. La sua attività di scrittore  e frequentatore dei salotti-bene di Parigi si snoda nel periodo compreso tra la repressione della Comune di Parigi e gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale; egli seppe cogliere in pieno, dunque, la trasformazione della società francese del suo tempo, con la crisi dell’aristocrazia e l’ascesa della borghesia durante la Terza Repubblica francese.

Proust ci dà un’approfondita rappresentazione del mondo di allora e della modificazione sociale del periodo storico cui appartengono le sue opere. L’importanza di questo scrittore è tuttavia legata alla capacità espressiva della sua scrittura che si autodetermina e si sviluppa nella sua potenza narrativo-introspettiva, nelle minuziose descrizioni dei processi interiori, attraverso i filamenti sottili di una psiche legata al ricordo e ai sentimenti; la Recherche infatti è un viaggio nel tempo e nella memoria che si snoda tra vizi e virtù, tra realtà e fantasia, tra aristocratiche dissolutezze e simbolismi filosoficamente compiaciuti di un più “nuovo” sentire.

L’indagine analitica sui suoi scritti ci mostra la sua abilità psicologica di meticoloso e vigile indagatore dell’animo umano. Più precisamente, Proust prende in rassegna i sentimenti, le suggestioni, le emozioni attraverso la lente dei moralisti del Seicento francese, fino a giungere al romanzo psicologico di fine Ottocento.

Inoltre nella sua scrittura si riscontra la filosofia di Bergson, con la teorizzazione del tempo interiore, del “tempus”-rivisitatio-  visto e indagato nella sua essenza (o veste) di Comedia umana, come durata temporale, e infine, tutte le conquiste della poesia francese di fine ottocento, che avevano portato alla valorizzazione delle “corrispondenze” come egli le definisce, ovvero, dei reconditi rapporti tra gli stati d’animo e la natura, tra l’evocativa, analogica assemblee emotivo/psicologica e le connotazioni naturali del genere umano, che si differenziano in ognuno.

Già Bergson aveva parlato di coscienza interiore, cioé di una coesistenza tra il passato e il presente proprio in riferimento alla caratterizzazione dell’essere. Proust ritiene vi siano due stadi, due gradi di recupero possibile della coscienza e ne distingue soprattutto due: memoria volontaria e memoria spontanea.

954_001La prima richiama tutti i dati del passato, pur se in termini logici, senza restituirci sensazioni, suggestioni, sentimenti che in una  determinata circostanza vi appaiono irripetibili; la memoria spontanea (o sensoriale), riferita soltanto a un amarcord dei sensi, si caratterizza come un revival della felicità protetta nell’intimo della psiche: un profumo, un sapore, una musica, un suono, una nota, un tramonto che riportino l’occasionale analogico, ovvero la “casuale” sensazione di un momento cronologico, la qual cosa, sì, ci rituffa nel passato, ma senza riferimento logico: una sorta di <sentire> a distanza ravvicinata, (a pelle), un tentativo di far rivivere impressioni e atmosfere di un tempo andato, di un ricordo sopito o accantonato, (non del tutto rimosso).

È questa la famosa teoria dell’intermittenza del cuore per il recupero memoriale dei sensi, una vera e propria (re)incarnazione della propria identità passata, che diventa sollecitazione dei sensoriale somatico della psiche richiamando in superficie l’invito a ritornare al passato, (apparentemente) tempo perduto, (mai rimosso), che si presenta come un reverie un de ja vu momentaneo, che non ha nulla della cancellazione definitiva di memoria, perché permane dentro di noi, persiste nell’inconscio e, all’occorrenza, riaffiora in superficie, riappropriandosi delle sensazioni provate o delle suggestioni mai dismesse. Proust con le sue opere riprende in mano lo studio della psicologia e la fa rivivere nei suoi romanzi come la trama e l’ordito, che determinarono la vena letteraria del suo repertorio, ma successivamente ne caratterizzarono l’impianto  logico, dopo di lui. Si tratta dunque di un recupero memoriale che interpreta la creazione artistica, come coscienza di sé, trattasi di una forma perfettibile (se non perfetta) di realtà che orienta a quel paradiso (perduto), cui fa riferimento il narratore.

Critici che dedicarono molta attenzione a Proust sono stati i nostri: Giacomo De Benedetti, Giovanni Macchia, Pietro Citati, Giovanni Raboni, Franco Fortini.

Quest’ultimo che fu uno dei critici più accreditati agli studi di Proust ritenne che egli proseguisse in un discorso tutt’altro che lineare, senza ordine cronologico normale, né logico, tra passato e presente, in un andirivieni movimentato, a rembour, e con una narrazione che non segue il ritmo usuale, perché questi passaggi o transizioni creano vere sospensioni, ritardi, intervalli, effetti d’eco e variano continuamente, senza assumere precise connotazioni, cronologie e forzature, tra i rapporti umani e gli eventi. Anche se questo suo stile basato sull’altalenante impiego del tempo/spazio, è spesso rivolto al caos di successioni mnemoniche o sensazioni improvvise, si delinea lucido e acuto, votato tuttavia ad evocare un “sentire”, che obbedisce al sapiente gioco delle “rispondenze”, quasi ad un reciproco integrarsi tra un evento e l’altro, tra un velocissimo sguardo e la parola.

In tutta la Recherche s’incrociano vari piani psicologici. In Proust l’interesse si sposta dal personaggio alla dinamica del gioco, dalla coscienza alla psicologia strategica di un processo retrospettivo memoriale quasi yunghiano, su cui si porranno altri analisti del pensiero: Joyce soprattutto e tanta parte della narrativa del Novecento, che si concluderà col famoso flusso di coscienza. Proust ha ricreato il mondo del romanzo dal lato della relatività immaginifica, dando per la prima volta una matrice connotativa alla letteratura di fine secolo; un equivalente teorico della fisica moderna (E. Wilson). In realtà la Recherche è un’opera assai complessa, una straordinaria e suggestiva discesa agli inferi della coscienza dell’essere, che nel riappropriarsi del meccanismo che introduce ai meandri della complessa macchina umana, ne fa una ricognizione dettagliata, una rivelazione in progress, ricreando il romanzo alla maniera di cui, infine, disporrà l’arte narrativa dell’intero Novecento.

Da più parti ci si è chiesto da dove è venuto questo fortunato titolo, molto azzeccato in verità, perchè è divenuto quasi una locuzione proverbiale della sua scrittura. Pare gli sia stato suggerito dall’amico Marcel Plantevignes.

Nella simbologia proustiana, le “fanciulle” costituiscono un perfetto ed esemplare connubio, tra il mondo turbativo degli elementi esterni e “la felicità sconosciuta e pur possibile nella vita”, attraverso di esse si dipana e acquista splendore e turgore quel mondo esemplarmente sognato, facendo scatenare tutto il virtuosismo dialettico e linguistico proustiano: certi luoghi, certi soggetti, certi paesaggi che sono la caratterizzazione delle Fanciulle fanno emergere nel lettore tutta la stupefazione per la Bellezza della natura.

Esse vengono designate di volta in volta come “uno stormo di gabbiani”, “una luminosa cometa”, “una bianca e vaga costellazione”, “un’indistinta e vaga nebulosa”,”una rosea infiorescenza” etc, insistendo sui dettagli, sulle sottili interconnessioni, sui dialoghi, sulle presenze fascinose e sublimi di Albertine, Andrée, Gisele e Rosemonde.

Balbec è il luogo-simbolo, il teatro (per così dire) delle scene che  i protagonisti della storia si apprestano ad impersonare, ciascuno per proprio conto, attraverso le tendenze, le stravaganze, i vizi e i difetti delle variegate figure.

Palladium-Proust-1000x667-870x490Lo stesso scenario “marino” ambienta una rappresentazione di quello che, secondo la tendenza artistica del secolo, costituisce la pittura impressionista.  

Credo che queste siano alcune osservazioni che vanno proposte per l’approccio alla lettura de la Recherche.

Proust ha (ri)creato il mondo del romanzo dal lato della –temporalità relativa – , con una ricognizione libertaria e caotica del genere umano e dei suoi meccanismi di difesa (della  psiche), entrando nei labirinti dell’animo come nessun’altro narratore, con le proprie frustrazioni, le proprie insicurezze, gli indugi, le complesse manifestazioni edonistiche dell’uomo,

le parvenze rarefatte e sottili della coscienza, soprattutto rivolte alla fisionomia dei personaggi, al loro labirintismo, la qual cosa li porta ad affinare immagini, a evidenziare e metabolizzare circostanze, episodi e avventure, tali da rievocare e portare alla luce ambienti, persone, stati d’animo, profumi, odori e sapori dell’infanzia: un tempo perduto viene così ritrovato; il resto: l’esteriorità minutamente descritta nei dettagli fornisce agganci per comprendere il difficile meccanismo che entra in gioco nella coscienza dell’essere, quando viene fagocitata dall’esterno.

Vi sono pagine mirabili e fondamentali nell’opera di Proust, in cui egli indaga con stile raffinato e insieme con la precisione di un bisturi la capacità di esprimere le più impalpabili, minute e segrete sfumature del genere umano.

Il suggestivo: All’ombra delle fanciulle in fiore è il terzo titolo della raccolta (1919) e ne rappresenta la tappa essenziale, una sorta di riferimento fondamentale di tutta l’opera. In questo volume sono tanti i risvolti psicologici, gli orli, i nodi, le pieghe,  le dritte e i rovesci, gl’incantamenti che vi si riscontrano.

Ogni avvenimento è scandito secondo le luci, le ombre, i chiaroscuri, i colori, i ritmi delle ore, una sorta di reverie che sa scatenare, alla luce di una lettura accurata e attenta, tutti i sommovimenti della sapienziale e filosofica struttura linguistica.

In tutta l’opera lo scrittore ci dà mostra di sé, del suo approcciarsi ormai ai livelli di scrittura degli autori considerevoli e professionalmente più preparati, un mondo fin lì sognato, (poterli eguagliare!), quasi desiderio inaccessibile, per l’incrociarsi di eventi e accadimenti che segnano la scrittura dei grandi narratori e ne marcano profondamente la vena.

L’entroterra culturale dell’autore si rivelò in grado di sfondare la cortina di nebbia, tale da segnare la sua identità artistica di narratore come pochi altri. Nessun’altro infatti aveva mai scritto in prima persona quanto Proust. La sua vena risulta assolutamente sterminata nei dettagli, nelle piccole, inafferrabili arguzie dei retroscena umani. Le 4.870 pagine de la Recherche potrebbero bastare a far conoscere l’ampiezza della vasta gamma dei sentimenti che albergano nella psiche.

Proust si rivela immenso, penetrarlo è un’impresa non facile. L’astrattezza dei pensieri, delle immagini viene continuamente mossa da una sorta di circonvoluzione cerebrale, con una trama fitta, ma sottile, che dà ampio respiro alle sensazioni, anche meno significative, ve ne diamo un es: “…le ragazzine che avevo scorto procedevano leste, con quella destrezza dei gesti che nasce da una perfetta scioltezza del corpo e da un disprezzo sincero per il resto dell’umanità, procedevano leste, senza esitazione né rigidità, compiendo esattamente i movimenti voluti, in una piena indipendenza reciproca di tutte le membra, mentre la maggior parte del corpo conservava quell’immobilità così notevole nelle buone ballerine di valzer”. 

Se letto con calma, All’ombra delle fanciulle in fiore evidenzia tutta la potenza introspettiva e il glamour dell’intero repertorio proustiano, delineandosi come un classico dalle splendide e indimenticabili descrizioni, che il narratore investe di grande humor e più dettagliatamente delineandone le attese dell’alta società francese del suo tempo, avendone individuato spesso le vicissitudini amorose, i gesti, i dialoghi,  e interpretandone vizi e virtù. Questo romanzo apre a sfondi metafisici e filosofici finora mai eguagliati. Ad es. la conclusiva descrizione dell’ultimo giorno vacanziero: “il giorno d’estate ch’ella [la domestica] scopriva sembrava altrettanto morto e immemorabile d’una sontuosa e millenaria mummia che la nostra vecchia domestica avesse liberata con cautela da tutte le sue fasce, prima di farla apparire, imbalsamata nella sua veste d’oro”).

Un’opera come poche, allora, che predilige il dipanarsi della narrazione in mille rivoli introspettivi, e appare (ir)rrisolta, per certi aspetti analogici che guardano ai dettagli, ma pur sempre, senza il frammentarismo in cui si può facilmente cadere. Tutto sembra avvenire come quando si osserva un panorama col binocolo, molto ravvicinato o molto distanziato dall’oggetto in esame, oppure, si capovolge l’immagine che diviene altro da sé: la visione allora prende la forma di un caleidoscopio che guarda al puzzle occasionale, alla realtà virtuale e chiude in un corteggiamento tutte le altre forme e, nello stesso tempo, scopre l’impossibilità di trovare la felicità che cerca nell’amore, poiché esso rimane compresso tra i propri limiti e la natura stessa dell’individuo che v’interagisce.

Tutta l’opera è un capolavoro della letteratura francese.

Per Marcel Proust il recupero del passato e la creazione artistica coincidono, si combaciano, fin quasi a colmare la brevità illusoria del tempo, forse anche a recuperarlo, a conservarne aromi e freschezza dentro l’anima che è tutta attraversata dal desiderio della giovinezza fuggitiva, ritenendola parabola stessa della vita, in un percorso di relatività spirituale, ancorché biologico e naturale della specie.

Ninnj Di Stefano Busà

Milano, giugno 2013                                   

“Carlo Fiore” di Camilla Cortese, recensione di Lorenzo Spurio

Carlo Fiore di Camilla Cortese

EdiKiT, Brescia, 2015

ISBN: 978-88-98423-29-3

Recensione di Lorenzo Spurio

downloadLa straordinaria lucentezza di questo romanzo breve della veronese Camilla Cortese sta nell’intuizione avuta nel procedimento di avvicinamento dell’io narrante alla materia trattata. Quasi una immedesimazione. C’è nella Nostra, per dirla in altri termini, una profonda empatia nel modo in cui narra tanto da poter azzardare l’idea che, in fondo, il romanzo sia una sorta di diario, un’agenda personale ed intima aggiornata qua e là con gli avvenimenti più cruciali per l’esistenza del personaggio principale. Sagacemente e con un desiderio quanto mai palpabile di impregnare la narrazione di un vissuto autentico, sperimentato e affrontato mese dopo mese, la Nostra impiega uno stratagemma di mimesi fingendo una spersonalizzazione. I fatti, pure puntuali e descritti con un coinvolgimento emotivo più che vivido, non sono narrati da un personaggio concretamente presente sulla scena ma da un personaggio in stato embrionale: un nascituro, appunto, che nella pancia della giovane madre sembra vedere meglio di ciascun altro ciò che accade attorno a lui.

Se da una parte si potrebbe temere che tale appropriazione della realtà e di ciò che in essa accade sia in qualche maniera viziata, se non forzata, Camilla Cortese vuole in questa maniera sottolineare le perplessità della madre e della società verso la condizione di donna-madre, dunque di una famiglia che crescerà senza il genitore maschile.

A contornare le vicende la Nostra ha provveduto a costruire una cornice storico-politica significativa e che ben si amalgama alla narrazione personale ivi contenuta. Lo scenario è quello della Torino a cavallo tra gli anni ’70 e gli inizi degli ’80 in un momento di crisi sociale ben tratteggiato dall’autrice: “movimenti studenteschi, […] tensioni politiche e […] occupazioni, […] collettivi e […] femminismo” (19).

Rilevanti sono anche i contenuti che fanno riferimento a un difficile rapporto familiare, dimensione dove la Nostra vive tra l’insubordinazione a un padre gretto e disattento e a una madre debole e remissiva che ne motivano il distacco da casa, anche per i motivi di studio, tanto che la protagonista vivrà con la zia rimasta vedova anni prima, una donna simpatica e dall’animo accogliente, disponibile e di vedute ben oltre il cliché chiuso e moralizzante del periodo.

La rottura già iniziata da vari anni (il ’68 e le sue battaglie sono già passati) tra i due modelli di vita sociale che da una parte vede la centralità della famiglia con obblighi e tabù e dall’altra un’emancipazionismo fondato su un senso di maggiore equità e di effettiva battaglia sessuale fa capolino più volte nel romanzo tra il padre austero che parla di onore e che non è in grado di accettare ciò che nella sua filosofia di uomo semplice è visto come un atto immorale e perverso e, appunto, la zia Clara che aiuta la maturazione della Nostra, ne accetta gli ideali con responsabilità, è fautrice di una società nuova che va formandosi.

Si ripropone così il duello tipico tra interesse personali, egoismo, bramosia di denaro e attaccamento alle proprie realtà materiali (tipica del padre) con la libertà di scegliere la propria vita e non di subirla come è stata per gli antecessori (la zia). Se il rimanere incinta di un ragazzo che non è disposto a dichiarare le sue responsabilità, a sposarsi con la donna e a diventare padre per un uomo all’antica è sinonimo di vigliaccheria e immoralità e dunque è disonorevole per la donna, la nuova società acconsente alla pratica dell’aborto. Mezzo quanto mai complicato e delicato di risoluzione di un problema che qui non si vuole discutere ma che la Nostra pone manifesto nel romanzo quale nuova via che la società ha per rispondere a una condizione d’urgenza. La Nostra non accetterà questa strada, sia perché ci tiene a stringere a sé il frutto del suo frugale amore con il ragazzo che si è unito a lei, sia perché in fondo, pur essendo molto diversa dal padre, sa bene che l’interruzione di gravidanza non è una soluzione efficace né giusta.

C’è da aggiungere, inoltre, che il romanzo stesso non esisterebbe se la donna effettivamente non avesse portato a termine la gravidanza, dato che è proprio l’infante che, dentro di lei, scruta e analizza, parla e capisce, ragiona e fa collegamenti, spiega e costruisce, sogna e spera.

Se in qualche modo il patriarcato e gli ideali austeri del mondo di provincia di decenni orsono sono posti sotto la lente d’ingrandimento e presi in parte come bersaglio per essere concausa di un incivilimento morale improntato alla mancata evoluzione sociale e dunque alla sperequazione di disuguaglianze, d’altro canto il romanzo non è uno scritto sull’eversione né consacra il femminismo come elemento trainante di tutta la narrazione. Nel fermento civile di quegli anni la Nostra non manca di osservare una certa ambiguità nell’adozione di comportamenti paradossali, sincronismi nelle rivendicazioni, confusioni che ancor meglio delineano l’impasse del paese alle prese con ideologie e manifestazioni: “I preti portano l’eskimo, gli uomini parrucche da donna, i dirigenti Fiat viaggiano con la scorta, i terroristi pretendono di educare!” (26). Se l’ampio capitolo del libertarismo delle lotte sociali legate alla rivoluzioni sociali è precedente a ciò di cui la Nostra narra è comunque possibile percepirne strascichi e continuazioni di varia forma nell’inedito approccio alla sfera sessuale: sesso meno disinibito, multiforme, ludico, sociale e soprattutto privo di insubordinazione o violenza tra i partner.

In tutto ciò, sempre presente e con una predisposizione amichevole e da pari, senza una comunicazione assertiva e inappuntabile come era quella del padre, è la zia ad accogliere la Nostra e a sostenere i suoi bisogni cullandone le speranze, mitigandone i timori facendo di lei la donna matura e lucida che al termine del romanzo inizierà ad essere madre.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-11-2015

“La profezia delle triglie” di Michele Caccamo e Luisella Pescatori

La profezia delle triglie

di Michele Caccamo e Luisella Pescatori

Comunicato stampa

“Le triglie, nel Mar Mediterraneo, hanno nell’occhio spento una riga di sangue. Era un dettaglio insignificante per i pescatori della Sobek, su quell’imbarcazione non facevano caso ad altro che alla quantità di pesca portata a bordo.”

profezia delle triglieUn successo notevole che ha superato ogni aspettativa per il libro La profezia delle triglie già dalla prevendita, che ha ricevuto un boom di prenotazioni, tanto che la prima tiratura è andata esaurita e ne è già stata mandata in stampa una seconda per soddisfare le numerose richieste. Una conferma per l’apprezzato poeta Michele Caccamo che, in questo suo lavoro in cui si avvale della collaborazione della valente penna di Luisella Pescatori, parla di immigrazione, profughi, barconi come nessuno aveva mai fatto prima.
Il romanzo nasce dalla testimonianza vera di un ragazzo egiziano che ha dovuto affrontare la giustizia italiana, accusato di essere uno scafista e che ancora oggi è rinchiuso in carcere. La sua storia si mescola quindi, in una prosa delicata e poetica, mai scontata, che alterna la drammaticità degli eventi della migrazione alle incantevoli leggende della sua terra e alla sacra poesia delle Sure del Corano, a quella di tante speranze, di sofferenze indicibili per le quali la partenza sul motopesca è già l’approdo di un lungo e terribile viaggio attraverso il deserto, la sua atmosfera di morte e le sue insidie.
“La profezia delle triglie” è quindi un testo che concede al lettore di vivere storie individuali, intense e crude; ne disegna una triplice esistenza. Ispira metafore, così come il Corano. Offre, nella vita di ogni clandestino e del suo massacrante viaggio, la possibilità di una rinascita. Un testo illuminante, spirituale, con un finale inaspettato. Un sano riconoscimento alla dignità della cultura araba che affronta argomenti di grande attualità, ma con lo stile di una delicata e struggente poesia.

Gli autori
Michele Caccamo è Poeta drammaturgo e scrittore. È pubblicato e tradotto all’estero e conosciuto nel mondo arabo come il Poeta della fratellanza: per la sua attenzione all’integrazione e il suo impegno letterario nell’incontro tra popoli e religioni. Firma per un magazine on line estero articoli di critica musicale. È anche autore di testi di canzoni.

Luisella Pescatori è attrice di teatro al suo debutto letterario. Si avvicina a vari generi di scrittura creativa, dapprima con un adattamento teatrale, su drammaturgia di Michele Caccamo, poi come web editor, e come contributor per un magazine on line, sul quale cura una rubrica personale di poesia e tendenza.

Ufficio stampa David and Matthaus
Michela Zanarella
Cell. + 39 340.198 12 50
E.mail ufficiostampa@davidandmatthaus.it

“L’ultraismo di Jorge Luis Borges” di Ninnj Di Stefano Busà

L’ULTRAISMO di Jorge Luis Borges

di Ninnj Di Stefano Busà

arte ultraista
Una figura importante della Letteratura e della Poesia argentine, Nato a Buenos Aires nel 1899 muore a Ginevra 1986.
Dopo una esistenza alquanto turbolenta e assai travagliata raggiunge l’apice della notorietà come scrittore e poeta
Compie i suoi primi studi nella sua città di origine, per poi trasferirsi  a Ginevra e successivamente in Spagna, dove insieme ad altri componenti scrittori e poeti promuove il movimento d’avanguardia dell’ultraismo. Ritorna nel 1921 in Argentina dove fonda le riviste Prisma e Proa. Il suo stile originale e ricco di notevoli riferimenti culturali gli danno presto la fama, riflettendolo in un clima di fermenti letterari su vasta scala internazionale. Nel 1938 inizia il suo calvario agli occhi, che lo porta ad una quasi cecità.
Il malessere alla vista di cui soffre Borges è un fattore ereditario che si tramanda da sei generazioni. Intanto svolge un’intensa attività critica che lo porta ad essere conosciuto come uno dei più eruditi intellettuali del tempo.

La sua personale visione della vita e della politica argentina di allora, sono di concezione liberale, il che lo porta a scontrarsi presto con la politica di Peron, contro il quale ha firmato il Manifesto.
Per tale motivo e, come si può immaginare, viene esautorato  e destituito dal suo incarico di Assistente Bibliotecario già ricoperto nel ’37. Successivamente alla caduta di Peron ottiene nuovamente la nomina di Conservatore e Direttore della Biblioteca Centrale di Buenos Aires, incarico da cui è costretto a dimettersi al ritorno al potere di Peron.
Si può dire che la sua attività e la sua vita siano state segnate dalle vicende politiche del grande dittatore.
Nella sua attività artistico-letteraria Jorge Borges affronta una cultura filosofica che gli assegna ufficialmente la grande visibilità internazionale, anche se non giunge mai al Nobel.
Il suo stile rigoroso e forte frammisto ad un tono marcatamente evocativo caratterizza la sua produzione e accompagna tutte le tematiche di cui si avvale l’intero svolgimento della sua vasta attività.
Pubblica le raccolte poetiche: Fervor de Buenos Aires, 1923; Luna de enfrente, 1925; Cuaderno San Martin, 1929; Poemas (‘23/ ’58), 1958; El Acedor, 1960; El Otro el mismo 1964; Elogio de la sombra 1060; La rosa profunda 1975, Historia de la noche, 1977; La cifra 1981. La sua produzione poetica è frammista ad una esemplare esegesi saggistico-narrativa che si va ad intrecciare a modelli polizieschi e fantastici di elevata qualità artistica. Pur tra tanta commistione di temi e di una così ampia varietà di interessi, l’opera di Borges appare unitaria e mai slegata dal suo intento culturale più elevato e profondo che fa riferimento alla ricerca del significato dell’esistenza, sempre attenta a cogliere anche i dettagli e le impercettibili anomalie dell’essere, pur sgravato dalle apparenze, meglio sarebbe dire <gravato> dalle molte vicissitudini e contraddizioni che lo schiacciano.
 Nonostante la sua formazione europeista, Borges rivendicò sempre con le tematiche trattate le sue radici argentine, e in particolare “porteñas” (cioè di Buenos Aires), nelle opere come Fervore di Buenos Aires (1923), Luna de enfrente (1925) e Cuaderno de San Martín (1929).
Sebbene la poesia fosse uno dei maggiori interessi dello scrittore argentino, nella sua opera letteraria, entrano quasi di prepotenza: il saggio e la narrativa, oltre la critica che caratterizzano  i generi che gli valsero il riconoscimento internazionale. Dotato di una vasta cultura, che esercita e intensifica nei numerosi viaggi e soggiorni all’estero, egli seppe costruire un’attività culturale e umanistica eccellente, con la quale mostrò la grande solidità intellettuale attraverso una prosa oculata e severa, che seppe manifestare un distacco talora ironico dalle cose del mondo, dai suoi personaggi e figure, senza per questo rinunciare al suo lirismo di fondo che è di stile evocativo. Le sue strutture morfologico-narrative vanno a modificare le forme convenzionali del tempo, per rimodulare e impostare altri modelli linguistici di più vasto contenuto simbolico, costruiti e impostati sulla base di riflessioni, verifiche, pensieri, comparazioni, allusioni, parallelismi di natura varia. Gli scritti di Borges appaiono come forti  metafore, che si pongono sullo sfondo di visioni metafisico-paradossali, senza mai perdere di vista l’essere umano che si staglia nel panorama di sfondo come interprete di una dimensione più naturalistico-evocativa che ha costituito il suo filone di ascendenza, la matrice più autentica del suo modello culturale, sempre ai più alti livelli.
Borges ricevette una gran quantità di riconoscimenti. Tra i più importanti: il Premio Nazionale di Letteratura(1957), il Premio Internazionale degli editori(1961), il premio Formentor insieme a Samuel Beckett (1969), il Premio Miguel de Cervantes insieme a Gerardo Diego (1979) e il  Premio Balzan (1980) per la filologialinguistica e critica letteraria. Tre anni più tardi il governo spagnolo gli concesse la  Grande Croce dell’Ordine di Alfonso X il Saggio. Nonostante il suo enorme prestigio intellettuale e il riconoscimento universale raggiunto dalla sua opera, lo scrittore non fu mai insignito del premio Nobel per la letteratura, probabilmente vessato dalle enormi disavventure di regime, o dalle polemiche che ne vennero fuori a causa della sua opposizione alle dittature. Il suo spirito libero ha manifestato quella certa insofferenza dei Grandi intelletti, che hanno pagato caro il prezzo della loro autonomia e libertà di pensiero.
Da tempi immemorabili essi (cultori dell’ingegno) hanno dovuto trangugiare l’amarissimo calice delle idee non conformi ai regimi, come estreme conseguenze di scelte politiche non allineate e intruppate. 
Nel 1921 viene pubblicato il primo numero della rivista letteraria spagnola Ultra, la quale, come appare evidente dal nome, era l’organo di diffusione del movimento ultraista. Tra i collaboratori più noti spiccano lo stesso Borges, Rafael Cansinos-AssensRamón Gómez de la Serna e Guillermo de Torre che diventerà suo cognato 1928 sposando Norah Borges.
Tutta l’attività di Borges si rivela infaticabile e assidua, nonostante una forma incurabile che affligge da 6 generazioni i più stretti familiari dello scrittore non bisogna dimenticare che la medesima sorte tocco anche al padre  (anch’egli muore cieco) per un fattore di infermità fisiologica che lo perseguitò tutta la vita. Anche il Nostro vive nel terrore, soprattutto, quando venne attaccato da una setticemia infettiva che minò il suo stato di salute costringendolo ad un’immobilità per parecchio tempo, minacciandolo soprattutto di una grave interruzione delle sua scrittura e del suo estro intellettuali. Viene assalito da una visionarietà che intuisce e sfocia in una visione storica come: plagio, falsità, menzogna, parodia universale, che ne sanciscono la fama di scrittore internazionale con le sue Otras Inquisiciones (1952)
Labirintico e tenebroso saggista, Borges si mostra con una linea di freddo trionfalismo nella prosa latina fino all’avvento del Realismo di Garcia Marques. Tuttoggi non si può opinare sull’attività dell’argentino, senza fare riferimenti alla letteratura di Calvino e del più recente Umberto Eco. I quali convergono per esperienze e visioni bizzarre ed eccentriche.
Borges ammette la concezione che tutti gli idealisti esplicitano, la forma allucinatoria del mondo. Però l’uso che Borges fa dei paradossi è una bizzarria singolare essa stessa, una sorta di eccentricità stravagante. Così egli si esprime riguardo al sogno del mondo: “Noi abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e fermo nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità, per sapere che è finto”
Bisogna ammettere che tale visione dell’essere e della vita si posiziona infatti in una linea di pensiero e di orientamento “orientale”: si pensi ad es. allo Zen, al Buddismo, situazioni ai limiti del pensiero che sfociano in metafisiche figure, in sostrati di intellettualità trascendente che delineano e si equiparano a grandi linee alla cultura orientaleggiante.
In collaborazione con Bioy Casares, Borges ha scritto: Sei problemi per don Isidro Parodi (Seis problemas para Don Isidro Parodi, 1942), Un modello per la morte (Un modelo para la muerte, 1946), Cronache di Bustos Domecq (Crónicas de Bustos Domecq, 1967). 
In collaborazione con Margarita Guerrero ha scritto: Manuale di zoologia fantastica (Manual de zoologia fantástica, 1957) ristampato poi con aggiunte e con il titolo: Il libro degli esseri immaginari (El libro de los seres imaginários, 1968).
NINNJ DI STEFANO BUSA’ 

“Solo un salto. E la ragione diventa follia” di Stefania Laurora, Recensione di Lorenzo Spurio

Solo un salto. E la ragione diventa follia di Stefania Laurora

Books & Company, Livorno, 2015

Recensione di Lorenzo Spurio

 

La malattia mentale affonda le radici nel disagio esistenziale. (54)

downloadIl libro di Stefania Laurora, Solo un salto. E la ragione diventa follia pone il lettore dinanzi alla fruizione di una sorta di diario della protagonista. Diario nel quale la Nostra non appunta solamente episodi e momenti centrali della sua vita (il matrimonio e la nascita della figlia, per citare i più rilevanti) ma anche la carica emotiva che la investe in ogni circostanza (come avviene nella attenzione che mostra nel dipingere un tiepido rapporto con la figura materna causa, forse, di alcuni problemi psicologici che poi sorgeranno in lei) e le avvisaglie, i prodromi o le reazioni sintomatiche del deterioramento del suo stato di salute psichica.

Perché il romanzo tratta proprio di ciò: del labile e mai indovinabile confine che separa la razionalità dalla follia ossia dalla comunità ritenuta normale e alla quale abbiamo sempre creduto di far parte, da quella compagine emarginata della società, perché attrice di comportamenti insani o assurdi.

La prima parte del romanzo, che porta il sottotitolo di “La diaspora dei pezzi”, ben apre al tema della corruttibilità della ragione e dei limiti della coscienza nel momento in cui nella narrazione diaristica e a presa diretta della Nostra ben recepiamo il messaggio che intende darci: il pezzo, la partizione è un elemento minuscolo o un aspetto minuzioso delle realtà dalle caratteristiche talmente minute e ridotte da poter sembrare insignificante ma che ha un suo significato solo e soltanto nel momento in cui è riferito e, dunque, collegato alla parte, un po’ come avviene nel primo capitolo, denso di spirito gotico che, fugacemente, ci ricorda dell’assassinio del Presidente Kennedy soffermandosi non tanto sull’elemento contingente dell’agguato ma proprio su quel “pezzo di calotta cranica”, quel “frammento di testa” (13) dell’assassinato. Entriamo così a piedi pari nella fenomenologia di questo libro, che potrà sembrare perversa o priva di una logica contenutistica o narratoriale, se facciamo l’errore di non dare il giusto peso a questa narrazione inserita a mo’ di prologo. La frantumazione della materia cerebrale va, dunque, percepita per ciò che è: una frammentazione, una partizione dovuta a un evento traumatico della massa cognitiva, dunque razionale, deputata al ragionamento e all’invio degli impulsi ad ogni settore del corpo.  Stefania Laurora con questo romanzo ci parla proprio di una vicenda in cui una donna, apparentemente debole e dall’atteggiamento fiero e contrastante, subisce una frammentazione dell’apparato neuronale: ciò ovviamente in termini simbolici. È lei stessa, dopo il racconto surreale dell’amicizia instaurata con un piccione morto, che ci chiarifica meglio lo status da cui muove l’intera narrazione: “De-composizione come alterazione disarmonica delle reciproche posizioni delle parti” (17).

Questa “disarmonia” (17), de-strutturazione e dunque anomalia nella normale fisionomia di intendere il complesso razionale come entità in sé autonoma e compatta avviene nella nostra protagonista per mezzo di una profonda crisi della consapevolezza: a partire da uno stato spossante di alienazione che produce disturbo e a tratti investe anche le capacità relazionali, la Nostra ci narrerà dello sviluppo di una vita non in una evoluzione edenica di crescita, idilliaca costruzione familiare, maturità e vecchiaia ma per mezzo dell’insorgenza di debolezze croniche, incongruenze della psiche, veri e propri stati ansiogeni, atteggiamenti bipolari e forme autolesionistiche sino alle più preoccupanti manifestazioni di delirio.

È questo, allora, il diario di una mente pazzoide, ma ciò che va detto con attenzione è che osserviamo la protagonista nello sviluppo della malattia e nel peggioramento, fatti che cerchiamo in un certo senso di poter spiegare o legare a determinati eventi traumatici nella prima fase della sua vita, episodi spiacevoli o tendenze aggressive connaturate alla sua persona. Per chi ama la psiche, e ancor meglio la psichiatria come scienza che eziologicamente cerca di costruire schemi di disturbi e patologie per cercare di individuare cause, forme tipiche ed atipiche e possibili rimedi, questo romanzo può essere un buon punto di indagine. Questo soprattutto perché l’autrice, con la sua prosa semplice e spigliata improntata alla resa di immagini centrali in ciò che narra con una predisposizione sintetica e quasi a frammenti, ben fa risaltare il fatto che soggetti di questo tipo possono convivere con dati disturbi in maniera latente, tra fasi di angoscia e ripresa, depressione e quiete emotiva.

Dall’iniziale discorso sulla partizione assistiamo a una vera e propria fascinazione feticista nella nostra protagonista sempre interessata alla partizione/particolarità piuttosto che all’oggetto/persona in senso completo: si tratta di un procedimento a sineddoche dove la parte, più che definire il tutto, lo annuncia o lo richiama, con la strenua convinzione che è sempre meglio guardare il mondo sezionandolo che con uno sguardo totalizzante che non può che essere utopico e spesso ipocrita.

Il dramma esistenziale della protagonista la porterà all’assunzione di atteggiamenti autolesionistici assai gravi, come quello di spegnersi le sigarette addosso e, quasi contemporaneamente, anche la sfera alimentare si vedrà investita di cattivi attitudini quali il picacismo ossia l’attitudine di ingerire piccoli pezzetti di un materiale solitamente non commestibile (terra, gomma, gesso, etc.). Da un punto di vista psicodinamico entrambe le forme deviate potrebbero essere dei meccanismi indotti di risposta a un dato problema personale, dunque degli automatismi che, se si radicalizzassero, diventerebbero assai nocivi e pericolosi.

L’inserzione in un gruppo allargato di quelli che potremmo definire in maniera grossolana “gruppi di recupero” non sembra aiutare di molto la nostra anche se allo stesso tempo la protagonista, che probabilmente è quella meno malata degli altri, è sempre in grado di descrivere con parsimonioso realismo i casi umani che la circondano in quel dato ambiente. Entrano così in gioco parole come ‘depressione’, ‘TSO’, ‘maniacale’, ‘psicofarmaci’, ‘ricoveri’, ‘Centro di Salute Mentale’ e via discorrendo a far capire che il percorso che d’ora in poi interesserà la Nostra sarà fatto di una condizione esistenziale frammentata e lancinante dove abulia, autolesionismo, picacismo, segnali di fissazione, automatismi ed altro motiveranno una più ravvicinata esigenza di uno psichiatra che possa occuparsi di lei. Ciò si rende necessario soprattutto nel momento in cui intervengono anche le allucinazioni uditive (le voci) e visive (le presenze) che la porteranno ad affermare di vedere, ad esempio, Eva Peron aggirarsi per le stanze della sua casa. Parimenti l’atteggiamento di vittima, di colui che è oggetto di una attitudine ossessiva-pedinatoria, se non proprio stalking, contribuirà ad accrescere il problema tanto che il lettore non saprà più se restare fedele alla protagonista e credere ai suoi barlumi di razionalità di tanto in tanto o se classificarla già, e a ragione, come una pazza furiosa che necessita l’internamento. Non è possibile infatti accettare per vero tutto ciò che lei ci racconta sia perché a volte ciò che narra sembra architettato e dunque prodotto di un ragionamento fantasioso, sia perché si è già compresa la sua propensione alla divagazione, al dettaglio, all’astrusità e, di contro, la poca adesione a una visione pratica e spontaneamente organica.

La nascita della bambina potrebbe esser vista come un fatto rilevante nell’allontanare la donna dallo sprofondamento nelle sue turbe nervose sempre più preoccupanti per occuparsi con amore e devozione al nascituro, ma così non avviene. La figlia viene da subito percepita con invidia e con un sentimento pregno d’acredine (“un’altra femmina, mia complice e mia rivale”, 39), come una estranea alla quale fa difficoltà ad avvicinarsi come dovrebbe decretando all’interno della sua psiche già dissestata un’ulteriore crepa nella coscienza dovuta proprio alla crisi post-partum. Una crisi che non è solo dovuta dal senso di inadeguatezza della donna di essere madre in termini concreti ma, come si è detto, motivata anche da una malcelata assenza di sentimento che la porta a vivere la nuova condizione venuta a crearsi come una vera e propria sfida.

È intuitivo credere, allora, che la possibilità del suicidio, quale mezzo estremo ma risolutivo, venga ponderata varie volte dalla donna: “chiedo se valga la pena di vivere così […] o se piuttosto non sia il caso di congedarsi, ammettendo una buona volta che tutto ciò, per quanto seducente […] non è per me” (46). In tale circostanza matura l’esigenza del diario, di un confidente silente ma fedele al quale poter confessare le tribolazioni, il tormento e il senso di svuotamento che la donna vive sulla sua pelle combattuta tra angosce e farneticazioni della mente che non le danno scampo. Per questo non le resta che far passare come tendenzialmente normale il sentire le voci sostenendo: “Credo, in verità, che ciascuno di noi abbia un privatissimo coro che gli sussurra nelle orecchie, e che lo assiste nei pensieri e nelle azioni” (51). Come sappiamo, infatti, il sentire le voci non è un fatto che appartiene alla normalità propriamente detta o un qualcosa che appartenga a persone, pure normali, dotate di una maggiore sensibilità o propensione creativa: mi viene in mente Virginia Woolf (citata anche nel romanzo) che nel suo diario più volte annotò di sentire queste voci. Ben sappiamo che la donna era pazza e che quelle voci alla fine, nell’eco indistinto della sua mente vessata, la portarono a trovare la morte affogandosi in un fiume.

Le terminologie che la Nostra impiega per meglio descrivere le condizioni psichiche della protagonista sono precise e fanno riferimento al mondo della bipolarità, della crisi e al piano terapeutico fatto di psicofarmaci, sostanze che hanno la capacità di agire in maniera attiva o inibendo certi meccanismi a livello cognitivo. Ed è proprio negli ipotetici stati di salute o di alleggerimento della crisi che matura nella protagonista, come in molti affetti da problematiche psichiche di questo tipo, la volontà di abbandonare i farmaci. Quando la persona riconosce un lieve miglioramento della salute, allora crede di essere guarito e, non amando la classificazione come ‘malato’ o ‘pazzo’, prende subito le distanze dicendo che degli psicofarmaci può farne a meno non intuendo che quel lieve stato di miglioramento (o meglio, di stazionarietà) è dovuto proprio all’assunzione dei farmaci che, se venissero di colpo sospesi, provocherebbero danni ben più gravi come uno psichiatra non manca di farle osservare: “Senza le medicine lei rischia la vita” (54).

Importante la nota che viene fatta nel momento in cui si parla della correlazione che può esistere tra creatività e follia ad intendere, come spesso viene fatto in campo culturale, quel collegamento tra la pazzia di un artista (Van Gogh, Alda Merini, Dino Campana, Sylvia Plath o la stessa Anne Sexton citata dalla Nostra) e la manifestazione di genialità. Il dottore, che interviene su queste considerazioni, sostiene che nel caso del pazzo, questo può essere caratterizzato da una genialità o dallo sviluppo di particolari doti artistico/comunicative ma che, in quel caso, si tratterebbe di “folgorazioni” piuttosto che di vero genio. Discorso assai interessante che meriterebbe una trattazione a parte più approfondita.

Il delirio visivo di cui si parlava ad un certo punto si fa massiccio e la stessa percezione di dati colori, forme, oggetti viene a descrivere una deformazione della realtà: chi guarda vede a suo modo, in maniera distorta e sghemba e non secondo un normale procedimento visivo (vengono in mente, allora, anche gli orologi che si liquefanno di Dalì, segno di una distorsione della realtà percepita). L’epilogo di questa allucinazione che conduce alla percezione viziata del mondo che diviene uno scenario psicotico e stordito si ha nel momento in cui la nostra è convinta di vedere oggetti che prendono vita o uomini nelle sembianze di macchine, in un delirio percettivo assordante e pericoloso alla sopravvivenza nella società. In questo clima ansiogeno ritorna, così, e non poteva essere diversamente, l’ossessione di essere perseguitata, la psicosi di uno stalking che in effetti non esiste, condizioni che rendono ormai difficile l’autonomia e la gestione della sua persona tanto da necessitare il ricovero. Il tempo a partire da questo momento sarà segnato da periodi di ricovero, nei quali è tenuta sotto controllo, monitorata ed inserita in una compagine di pazzi a vario titolo, momenti in cui le viene concesso il ritorno a casa. Chiaramente –ciò non viene detto dato che la narrazione avviene in prima persona- intuiamo che lo psichiatra abbia nel frattempo instaurato un rapporto con il marito della donna non solo per renderlo consapevole dell’effettivo stato della donna ma anche per capire se l’uomo, la sua famiglia e la sua casa rispondano alle esigenze di supervisione continua, tutela della donna, sorveglianza e custodia. Pur tuttavia non è la presenza di una famiglia amorosa e vicina che può consentire il recupero (anzi, a volte può addirittura osteggiarlo) e i periodi di crisi della donna vanno infittendosi e si fanno sempre più preoccupanti come quando viene sottoposta a un TSO (“varie volte mi legarono”, 74) dopo aver tentato, nuovamente, di uccidersi, questa volta con tentativi di asfissia. Il risultato della sedazione è quello di avere una donna più pacata (non più lucida) ma al contempo maggiormente stordita, che vive in un torpore comunicativo e in una angoscia che la rendono una sorta di alieno privo degli sconvolgimenti intellettivi che prima la interessavano. Assieme ai farmaci vengono attuate la musicoterapia, la psicoterapia di gruppo mentre sembrano ravvisarsi nella donna accenni a una scatologia comunicativa abbastanza comune in alcuni folli.

Si diceva di quanto la famiglia possa essere importante nella gestione di un caso come questo ma va anche detto che la supervisione continua e il trattamento di un paziente con simili disturbi diventano un compito assai arduo e impegnativo che, se venisse assunto con completa dovizia ed impegno, potrebbe assorbire l’intero tempo ed energie di una altra persona. Ed è un po’ per questo motivo, ossia dell’inefficacia nel sorvegliare continuativamente un malato del genere, che la protagonista finirà per abusare delle pasticche tanto da rischiare la morte per intossicazione. Il lettore non dovrebbe mostrare a questo punto troppo stupore perché, in fin dei conti, sarebbe l’epilogo più intuitivo a una storia tormentata come questa.

A partire da questo momento si apre la parte finale del libro dal titolo “Il salto” che si caratterizza per essere maggiormente disorganica, fatta di frammenti, note appuntate sul diario in maniera veloce, senza un ragionamento né considerazioni aggiuntive che permettano di contestualizzarle. La protagonista parla di “distacco dalla realtà” e sembra di vederla ormai concreta nell’attuare un gesto estremo dopo i tanti trascorsi che hanno svilito la sua autocoscienza riducendola a una persona svuotata di attività cerebrali. È questo il momento in cui il mondo delle ombre, delle voci intricate e roboanti nella testa, sembra aver vinto in maniera indissolubile. Non ci sono farmaci talmente potenti da poter sovvertire la lotta con la ragione, da poter instillare il bene in un sistema cognitivo dove la disorganicità, l’impulso e l’automatismo hanno fatto irruenza.

Credo di osservare che sia trascorso un ampio periodo di tempo tra la parte finale del libro e la stesura della postfazione, fatta dalla protagonista in un età nella quale, se non può dirsi per certo di aver sconfitto la malattia, senz’altro l’ha recuperata abbastanza bene. Manca, dunque, anche dal punto meramente narrativo questa parte intermedia vertente sul racconto delle sue giornate del suo periodo più buio: è ragionevole credere che la donna in quel periodo non abbia scritto nulla o che, facendo una cernita dei materiali nel momento in cui ha organizzato l’intera storia, ha preferito fare una operazione di ellissi.

Nel finale, infatti, veniamo a conoscenza di una donna maggiormente critica e consapevole di se stessa (“ho capito che al mondo posseggo tutto quel che desidero”, 115) che sembra aver riallacciato il giusto rapporto con la società (“godo della compagnia delle persone”, 116), normalizzato la sua alimentazione (“godo del cibo”, 116) sebbene non abbia risolto quello che, forse, era stato uno dei motivi a decretare il suo dramma esistenziale (“Il mio rapporto con le donne rimase irrisolto”, 114).

Un salto solo rimandato, allora, o perennemente scongiurato?

Lorenzo Spurio

22-10-2015

Segnalazione volumi: “Cattivo infinito” di Leandro Del Gaudio

CATTIVO INFINITO di LEANDRO DEL GAUDIO

CON PREFAZIONE DI ROBERTO SAVIANO
David and Matthaus Editore

Isbn 9788869840463

16.90€, pp. 170

Sinossi:

FRONTE La dama del castello di carte_Chinotti Rita

Napoli, 2013. Fabrizio rientra in Italia dopo una lunga latitanza in Francia. Ha trascorso anni a fuggire dalla giustizia italiana, quando scopre che non gli stanno dando più la caccia da tempo. Ma com’è possibile che un ex killer del clan Mariano, potente gruppo camorrista a capo della criminalità organizzata di Napoli, non sia più un ricercato?

Napoli, anni ’80. Fabrizio è un giovane attraente, ama le donne, il lusso, la bella vita. Uccide su comando di Ciro Mariano, in fondo la morte non lo ha mai spaventato, né la sua né quella degli altri. Vive la sua prima condanna per rapina a mano armata come un successo personale, da quel momento sa che il suo nome farà notizia. Da allora gli arresti, le fughe e la pena definitiva a 25 anni. È già a metà della condanna quando è convinto di avere chiuso i conti con la camorra e si sente pronto a una vita diversa: in carcere frequenta un corso di teatro e si innamora della sua professoressa. Ma non sa che i nemici di un tempo stanno tessendo una trama ben ordita alle sue spalle e sono pronti a ricordargli che un passato ingombrante come il suo non si può seppellire…

Estratto dal volume:
«Mi chiamo Fabrizio, faccio il killer. Anzi, ho fatto il killer. Storia semplice, storia comune da queste parti, no? Il fatto è che la
mia storia è vera e ve la racconto per un motivo: non possono farmi  più niente, non mi possono ammazzare, né mi possono arrestare, non c’è nessun giudice a condannarmi, né in giro ci sono pentiti pronti a raccontare qualcosa del mio passato. In un certo senso li ho fottuti tutti, anzi, in modo più diretto: vi ho fottuti tutti. Sì, ci siete anche voi che leggete storie di mafia e serial killer, che vi riempite la bocca di giustizia e camorra, eroi e mafiosi. Sto qua a fumare una
sigaretta, la cosa non mi diverte, ma mi è andata meglio di come è andata a quelli che ho incontrato sul mio cammino. Cammino cattivo e, come vedete, non ancora concluso: cammino cattivo e infinito».

Dalla Prefazione di Roberto Saviano:
«Cattivo infinito_ è la storia vera, anche se molti preferirebbero non lo fosse, dei tanti Caino cui non siamo disposti a dedicare tempo, che preferiremmo sapere dietro le sbarre, assicurati a una giustizia ingiusta che non riabilita, che non prevede alcun reinserimento, che dimentica. Cattivo infinito è la Napoli che crediamo dall’altra parte, che speriamo di poter escludere dalle nostre vite stringendo gli occhi e facendoli diventare fessure sottili. Cattivo infinito è il cammino dei protagonisti che la cronaca giudiziaria ha prestato alla letteratura. Cattivo infinito, se non ci decidiamo a guardare le cose
come stanno, sarà per sempre anche il nostro cammino. Un cammino, come dice Del Gaudio, cattivo e infinito».

L’autore

LEANDRO DEL GAUDIO (Napoli, 1970) è giornalista per Il Mattino, dove si occupa di cronaca giudiziaria e cronaca nera. È autore e conduttore del programma televisivo “Verità Imperfette”, dedicato ai retroscena inediti di inchieste a Napoli, e conduce “Cold case”, rubrica sulla web tv del Mattino che indaga i rapporti tra politica e camorra e le zone d’ombra nelle indagini su delitti. Nel 2011 una giuria formata da esponenti del Consiglio Regionale, dai vertici campani dell’Ordine dei Giornalisti e dalla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli gli riconosce il Premio Giornalismo Anticamorra.
Dal 2014 è impegnato nel progetto di formazione nelle scuole di Napoli“Emergenza ambientale e etica della scrittura”, patrocinato dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione e dal Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, con l’obiettivo di sensibilizzare le nuove generazioni a una maggiore responsabilità etica e morale nei confronti dell’ambiente e della cittadinanza. Sempre nel 2014 pubblica insieme al collega Gerardo Ausiello il libro inchiesta Dentro la terra dei fuochi, distribuito in allegato con Il Mattino. Cattivo Infinito è il suo primo romanzo.

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