“Congiunzioni divergenti”, romanzo di Giuse Iannello

“Congiunzioni divergenti”

di Giuse Iannello

congiunzioni-divergentiRacconta la vita parallela e apparentemente distante  di due ragazze della stessa età, a partire dal 2010  fino al 2013 con l’antefatto di un viaggio a Chennai, nell’agosto 2003, durante il quale una delle due ragazze si reca in India per scoprire il suo futuro attraverso la lettura delle foglie del destino.
Lucia Giorgianni,  giovane  architetto vigevanese di origini modeste,  si occupa di arredamento, ed è fidanzata con Cesare Della Rocca. La madre di lui ostacola il loro legame a causa della differenza di ceto e, soprattutto, per la malattia di Lucia, un’insufficienza renale, conseguenza di un’infezione contratta proprio in India e ormai arrivata alla  fase terminale, che la porterà presto alla dialisi.
Sarà poi la stessa Lucia a decidere di lasciare Cesare per non coinvolgerlo nelle sue difficoltà.
Victoria Castro, socia in un’azienda di pulizie, si innamora ricambiata di Patrizio Campisi, vivaista già amante di Lucrezia Della Rocca, madre di Cesare. Vive a Milano con la figlia e la  madre Roxana. Muore in uno strano incidente e le saranno espiantati gli  organi secondo la volontà espressa anni prima, attraverso le procedure previste.
Lo stesso giorno Lucia è chiamata dal Policlinico  di Pavia per essere sottoposta a trapianto. Si può dedurre, ma il narratore non lo dirà mai apertamente, che il suo rene provenga proprio da Victoria. Grazie al suo dono, Lucia potrà sperare di aprire una nuova fase della propria vita, di poter pronunciare nuovamente la parola futuro.
Alla fine della vicenda il lettore si renderà però conto che la realtà è leggermente diversa da come l’aveva pensata durante il dipanarsi della vicenda.

E’ narrato sia in prima persona, attraverso la voce del fratello di Lucia, Andrea, che ha un’irresistibile attrazione verso l’universo femminile, e parla al presente delle sue vicende di famiglia, d’amore, d’amicizia  e di lavoro (fa il gallerista), sia in terza persona attraverso una voce narrante neutrale, che racconta al passato la vicenda.
I due registri narrativi si intersecano e si completano: quello scanzonato, a volte trasgressivo, di Andrea, e quello più classico del narratore.
Grande parte hanno nel romanzo le predizioni, i presagi, i sogni,  senza mai scivolare nell’occulto e sempre facendo verificare al lettore stesso  che la presunta verità di una manifestazione paranormale ha comunque bisogno di una corretta, non facile,  interpretazione.

Titolo : CONGIUNZIONI DIVERGENTI
Autore: Giuse Iannello
Editore: Giuliano Ladolfi editore
Pagine:  240
Prezzo:  15,00 €
ISBN   : 9788866441830

“Il Cristo disubbidiente” di Iuri Lombardi: la postfazione del critico Lorenzo Spurio

 Un romanzo sulla devianza

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

  

Ma dove mi avrebbe portato questo viaggio? Dove? Più andavo avanti e più il viaggio pareva avere deviazioni, presentare come un albero mille diramazioni che a loro volta aprivano le porte ad altri inquietanti scenari.

 

"Il Cristo disubbidiente" di Iuri Lombardi
“Il Cristo disubbidiente” di Iuri Lombardi

Un romanzo sulla deviazione, questo di Iuri Lombardi, espressa –come vedremo- a vari livelli. Il percorso scrittorio di un autore contemporaneo quale è Iuri Lombardi, nonché icona di un movimento fiorentino che ha nel sangue il sapore acre dell’avanguardia, è senz’altro curioso, quanto eclettico, se non addirittura bizzarro. Lo è non tanto nella struttura, in ciò che canonicamente possiamo circoscrivere all’interno dell’universo della forma e del genere, piuttosto per la tematica di fondo. L’autore non è nuovo a storie agrodolci dove il sesso (con le sue implicazioni e storture) assurge a vero e proprio motore nevralgico della storia, a personaggio potremmo dire, a narrazioni sui generis nelle quali l’autore strappa un riso lieve o altre in cui, lontano anni luci dal comico, getta il lettore in un mondo di paradossi, incongruenze, finte o elaborate agnizioni, scoperte epifaniche che riscrivono la storia. Non è infatti secondario l’elemento della riscrittura nelle produzioni letterarie di Lombardi: si pensi, tanto per citare il più recente, il dramma in versi sciolti dal titolo La Spogliazione con il quale l’autore ci consegna un’incresciosa e caricaturale rivisitazione di un personaggio biblico addirittura.

L’irriverenza è di fondo nelle opere di Lombardi ed è riscontrabile già nei titoli enigmatici, curiosi e ad effetto, dove è la semantica cristologico-religiosa (ribaltata o addirittura re-investita di una significazione lombardiana) a far da padrona. Questa riottosità dei personaggi delle opere di Lombardi è denuncia di un tempo irruento e improntato alla prevaricazione dove non manca di ergersi sovrano il rispetto per la libertà, dei costumi, dei modi di fare, delle propensioni sessuali e delle vedute su come intendere la vita. Lombardi adopera la caratterialità deviata e spregiudicata di personaggi difficili da paragonare a precedenti letterari proprio perché, come si è testé detto, presi in prestito dalla realtà sociale che l’autore vive sulla sua pelle ed essendo ogni uomo testimone del suo periodo storico, va da sé che il giudizio morale è l’unico elemento che il lettore deve dimenticare nel leggere queste sue opere. Una fascinazione per il metro narrativo è ben evidente nelle sue opere e per questo sarà forse più azzeccato parlare di eventuale impalcatura estetica o piuttosto delle argomentazioni filosofico-esistenziali (sempre presenti in Lombardi) che sorreggono l’opera e che solo con una lettura più approfondita forse si può osservare di aver recepito, o almeno intuito.

Ritorno, però, e con piacere, a trattare in questo mio commento preliminare una componente dell’azione di questa nuova opera letteraria sostenendo che è ben visibile lo sperimentalismo dell’autore dato che per la prima volta si dona a una materia nuova, meno intima-personalizzata del mondo caratteriale dei personaggi e più attenta alla socialità, al mondo civico, ossia a quel sentire multiplo di uomo in quanto parte di un aggregato sociale. Con Il Cristo disubbidiente Lombardi trasmette al lettore una storia intricata con un chiaro sfondo storico-sociale dove si parte da un fatto particolare (la morte del Colonnello) per poter poi andare a indagare quello che è il sistema (corrotto e deviato) che ne sta alla base che, come il Colonnello, ha fagocitato tante altre esistenze apparentemente irreprensibili in un sistema perverso fatto dalla bieca corruzione e da un’idolatria del mistero. Un thriller dunque, ma alquanto atipico; un giallo risolto e non risolto, del tipo Il giorno della civetta del celebre Sciascia del quale pure Lombardi apre l’opera con una dedica all’autore siciliano.

La pista investigativa sembra essere anch’essa impropria e gravata da alcuni pregiudizi tanto che al lettore viene da chiedersi se, in fondo, il carattere narrante-personaggio non è poi che un chiaro esempio di “narratore inaffidabile” alla maniera di qualche modernista inglese. Ma mi sentirei di dire che, se così è, di certo Lombardi non ha tratto questa peculiarità dalla narrativa inglese, ma piuttosto l’ha ri-creata e fatta sua, sempre in linea con quel processo di ri-visitazione e ri-creazione dell’opera di cui si stava parlando. Il detective (se così vogliamo definirlo, in virtù del fatto che è lui a portar avanti delle piste, delle indagini, per quanto possano essere infruttuose perché prive dei mezzi necessari) è poi amico dell’uomo che nelle prime righe scopriamo essere stato (forse) assassinato o che inspiegabilmente si è suicidato e quindi la sua autorità in quanto garante della verità viene in effetti un po’ meno. A contribuire ulteriormente la veridicità di quanto si sta dicendo c’è il fatto che il ragazzo, un poveraccio cameriere sempre squattrinato, non solo è (era) amico del Colonnello, ma addirittura il suo confidente, termine che all’interno di un sistema corrotto e malavitoso di potere deve richiamare immancabilmente un ruolo di rilievo all’interno dell’organizzazione mafiosa.

E’ questo detective sfortunato, questo giovane che però non accetta di sottomettersi a quella che sembra essere la verità più semplice, quella del pregiudizio e della deduzione schietta delle implicità nella vicenda del Colonnello, che permette la realizzazione di tutta la storia che poi (eccettuata la prima parte) non è che un grande tentativo di riconquistare il passato per capirne poi in che modo e a quale ragione ha prodotto il fatto crudele dell’incipit in questione. Il narratore, impacciato e sottomesso a un ruolo che sembra non padroneggiare, cerca di ricostruire la storia partendo da quelle minuzie irrilevanti in relazione al fatto culminante di violenza e per questo non fa che parlare di “aspetti marginali” come se volesse minimizzare le piccole scoperte o i modesti collegamenti che, ragionando, è capace di fare. Sono elementi apparentemente insignificanti che il nostro coglierà con attenzione (e direi anche con rispetto nei confronti della vittima) e che gli serviranno forse per completare il puzzle dei suoi pezzi mancanti.

Lombardi aggiunge con questa narrazione, alla ormai decennale attenzione spasmodica per l’universo sessuofilico delle sue storie una trama che è scandaglio della memoria collettiva, che graffia quella storia mai chiarita del tutto e che cerca di investigare a suo modo, chiaramente, dacché il lettore (anche se troverà nomi di politici) deve ben tenere a mente che è solo frutto di invenzione, prodotto di fiction e che non ha nessuna pretesa di carattere storico-documentaristico.

Per tessere le fila, concludo con un argomento a me caro, studiato e investigato in varie occasioni, quello della devianza. Mi sento di poter dire che questa opera può, a ragione, essere definita un romanzo sulla devianza. Devianza che si avverte e si riscontra a più livelli come il cauto lettore non mancherà di osservare nella sua lettura. La scena sconvolgente quanto macabra che apre il romanzo ci consegna un chiaro esempio di devianza di carattere psichiatrico e cioè nel rapporto sessuale distorto tra uomo ed animale ci troviamo di fronte a una manifestazione (forse gratuita) di bestialismo o di zooerastia che il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) localizza all’interno delle parafilie ossia di quei comportamenti sessualmente deviati perché a) prevedono la sofferenza o l’umiliazione di sé stessi e/o del partner; b) si instaurano tra persone non consenzienti (bambini, animali).

Questa metastasi della deviazione si amplifica nel corso dell’opera quando veniamo introdotti in una vicenda di mafia, di relazioni non chiarite, di personaggi loschi e dalla doppia faccia: ci troviamo nel cuore della storia, in quel fitto e intricato ammasso di fili (che sono le esistenze individuali) che si intersecano aggrovigliandosi e non permettendo al viluppo di scantonare i bandoli delle varie matasse. E’ in questo sistema di collusione, protettorato, confidenzialità, patti segreti, legami ferrei e inscindibili, sistemi di immunità, cosmologie massoniche che Lombardi consacra quale componente del nostro paese (“Italietta”, e non “Italia”, quasi dispregiativamente), una terra che sembra aver eretto l’egoismo, il denaro e la logica della convenienza a suo statuto etico tanto che il protagonista, che è colui che ben conosce la faccenda da più vicino, non manca di osservare, sfiduciato e perentorio: “siamo in Italia è niente è legale ed è tutto lecito”. Questo motiva la ricerca di una strada per la segretezza, una via alternativa a quella ufficiale, si parla così di mancato riconoscimento nei confronti dello Stato di diritto con conseguente creazione di un micro-stato (potremmo dirlo al plurale) che in realtà finiscono per rappresentare degli enti collaterali, che agiscono nella malavita facendo la guerra all’istituzione legale. Lombardi parla di eversione a tutto tondo non mancando di richiamare vari ambiti geopolitici: la loggia massonica P2, il fervente separatismo basco, l’età di piombo con il terrorismo rosso e quant’altro. Tutto ciò si concretizza attorno al nucleo tematico del libro che potremmo definire devianza socio-politica, riscontrabile in una eversione subdola, che agisce al buio e che ha mezzi capaci di arrivare ovunque.

Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia "L'arte in versi" a Firenze nel novembre 2015, dove era parte della Commissione di Giuria
Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a Firenze nel novembre 2015, dove era parte della Commissione di Giuria

E la realizzazione delle bieche e laide azioni del Colonnello (le quali alla fine poco riusciamo a comprendere del tutto) non possono che attecchire dopo aver messo a tacere la componente più debole (se vogliamo remissiva) dell’animo umano: il lato emotivo-affettivo del Colonnello ha dovuto piegarsi alle logiche eversive del suo impegno corrotto nel mondo, tanto da dichiarare la moglie pazza e farla rinchiudere in una struttura psichiatrica. E il tumore di Derna, poi, non è che un’altra forma di deviazione? Il tessuto neoplasico non è che un tessuto che ha una crescita e sviluppo veloce e incontrollato, distorto e pericoloso, che va ad intaccare gli organi vicini, minacciandoli, infettandoli, decretandone la morte.

La devianza, in ultima battuta, che è poi il filo rosso del libro, è una manifestazione degenerata di un qualcosa che sortisce in maniera non vista, taciuta, ma il cui sviluppo incontrollato è altamente tossico tanto da contaminare tutto ciò che ha nelle sue vicinanze, sia si tratti di una devianza psichiatrica (la zooerastia), socio-politica (la massoneria) che medico-sanitaria (l’oncologia). E’ così che il sistema malavitoso incarnato da una figura tanto perbene (apparentemente) come il Colonnello che Lombardi ci restituisce attraverso un intrico di probabili vicende investigate post mortem dallo sciagurato protagonista; una pagina amara di un fare le cose poco pulito dove democrazia, giustizia e meritocrazia sembrano essere parole ancora da inventare.

Uno scandaglio curioso di un’età buia attraverso un’apertura che perversamente chiama il lettore a serrare le fila attorno al protagonista, scanzonato e imprevedibile anch’esso, un po’ com’è nella natura solita del Lombardi autore e uomo.

 

Lorenzo Spurio

 Jesi, 07.08.2014

Per ricordare Julio Monteiro Martins: la presentazione de “La macchina sognante”, libro postumo

Il 20 Marzo alle 17,30 al Teatro San Girolamo di Lucca si terrà la presentazione dell’ultimo libro di Julio Monteiro Martins, La Macchina Sognante per i tipi di Besa Editrice. L’autore italo-brasiliano recentemente scomparso verrà così ricordato durante la serata mediante la presentazione del suo ultimo volume, un altro bellissimo libro, un saggio quasi filosofico, dove  l’autore riflette sulla letteratura, sul ruolo dello scrittore, sulla nostra società, sulla vita, sulla morte. 

Contestualmente alla presentazione della Macchina Sognante ci sarà l’omaggio che gli amici del Teatro del Giglio di Lucca vogliono presentare a Julio Monteiro Martins.

Allegata la locandina dell’evento.

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“Il portagioie” di Alessandro Moschini, recensione di Lorenzo Spurio

Il portagioie

Di Alessandro Moschini

Prefazione di Carmine Valendino

Postfazione di Annamaria Pecoraro

LunaNera Edizioni, 2015

ISBN: 9788898052219

Pagine: 88

Costo: 12€

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

portagioieCon questa nuova opera Alessandro Moschini si misura con un genere diverso, quello del romanzo breve. Ogni genere ha canonicamente delle sue strutture tipiche e dei modi con i quali saper colloquiare al lettore che si differenziano gli uni dagli altri e che motivano il grande divario che esiste tra chi è ad esempio uno scrittore di racconti, o quella che potremmo definire narrativa breve, come pure Alessandro è e chi, invece, sa destreggiarsi con un metro narrativo più denso, intricato e padroneggiare la forma del romanzo. Chiaramente il racconto e il romanzo non si differenziano solamente per la diversa lunghezza narrativa ossia per la corposità del materiale, ma per una serie di altri fattori imprescindibili e caratterizzanti, ma non è questo l’oggetto della presente recensione.

Il portagioie di Alessandro Moschini secondo me condivide molto di più con la forma archetipica del racconto che non con quella del romanzo propriamente detto e, comunque, anche da un punto di vista meramente quantitativo (delle pagine) potremmo ad occhio definirlo romanzo breve, novella, o racconto lungo. Aspetti questi che possono sembrare viziati o ossessivi nella ricerca di una analisi critica di rispetto, ma che a mio riguardo debbono essere tenuti in viva e attenta considerazione.

Dal punto di vista concettuale Moschini dipana una storia-fotogramma attraverso dei flash spesso molto veloci che si realizza perlopiù in un ambiente domestico in un intervallo continuo di zigzaganti spostamenti tra la casa del padre e la città dove lavora e il luogo di residenza dell’ammaliante Jennifer, una ragazza che fa letteralmente infiammare il nostro protagonista nei sui balzi di sensualità, erotismo e animo protettivo e rassicurante della donna.

I personaggi sono prevalentemente dei caratteri fissi secondo una terminologia carica alla critica strutturalista ossia connotati in maniera forte, demarcante e che non ravvisano una completa evoluzione nel corso della storia se non fosse per gli eventi improvvisi e incredibili che accadono nel plot.

Il portagioie che campeggia nella prima di copertina è il vero protagonista, emblema di un passato tormentato e che ora esige di riaffiorare con forza, ma anche suppellettile legato al ricordo di un caro che, per le travagliate leggi dell’esistenza, è poi venuto a mancare lasciando dolore ed incertezza nel tessuto familiare. Ed è forse qui –a mio avviso- proprio nella componente oggettuale di questo protagonista amorfo e immobile che si carica di un vissuto travolgente tanto da rompere la pace del protagonista ed azionare in lui un atteggiamento allontanatorio e fobico (sembrerebbe) nei confronti della sorella, vago e incomprensibile in Jennifer, omertoso nei confronti del padre la vera ricchezza del romanzo breve di Moschini, ancor più che nella impalcatura da qualcuno definita assonante a quella del giallo.

L’introspezione del protagonista sembra arrestarsi laddove il rapporto soprannaturale con l’oggetto in grado di trasportalo in un altro tempo quale osservatore non visto di accaduti violenti si ripresenta con forza inaudita a tormentarlo e a costringerlo ad attuare in qualche maniera. In questa accezione è possibile vedere una componente investigativa del Nostro nei confronti di un tessuto passato difficile da annodare e dove ha dominato il vizio (accenni a un protagonista pedofilo) e la crudeltà (un assassinio).

La storia prosegue molto lentamente per la prima parte del romanzo ed oltre dove l’autore si sofferma in maniera particolare e reiterata sui gusti, tanto alimentari quanto musicali del Nostro, per conoscere poi una spaventosa accelerazione nella seconda metà dove, senza che siano dati al lettore gli elementi per inferire la verità (come nel giallo), si provvede man mano a dipanare i vari fili della storia passata, prima ammassati in un groviglio unico e che poi vengono portati alla luce ricostruendo la vicenda traumatica avvenuta anni prima nella sua interezza.

Senz’altro buona l’idea o l’ispirazione che ha mosso la stesura di questa storia familiare che è chiamata a fare i conti con un passato doloroso e colpevole; con più probabilità i frequenti laconici se non addirittura serrati interscambi dialogici tra i personaggi sembrano poco curati e sfiorare la convenzionalità, come pure la scelta di alcune azioni che spesso portano a una consequenzialità della storia in parte intuita già dal lettore.

Un esperimento che arricchisce il percorso di scrittura di Moschini e che, laddove possa trovare un maggiore approfondimento nella stesura in prosa, di certo potrà traghettarlo a una dimensione narrativa ancor più compiuta e consapevole.

 

Lorenzo Spurio

 08-02-2015

“Precariopoli” di Fabio Lastrucci

  • Formato: Formato Kindle
  • Dimensioni file: 184 KB
  • Lunghezza stampa: 52
  • Editore: Milena Edizioni (2 settembre 2014)
  • Lingua: Italiano
  • ASIN: B00N9BZE1C

Sinossi

Un giovane disoccupato s’imbatte per caso in un bando di concorso elusivo e misterioso quanto una loggia massonica. In palio c’è un solo posto come titolista di film porno.La prospettiva è irresistibile, ma che conseguenze può comportare? È quello che scopre a sue spese Mariotti Mario, precario, timido e incline al disfattismo, non appena decide di concorrere al lavoro della sua vita.Trovandosi circondato da una cerchia di amici improbabili e marginali come lui, Mario deve difendere la segretezza del suo progetto, sfuggendo ai giudizi taglienti del Filosofo e alle avventurose strategie lavorative dello Sbadante, per dimostrare a se stesso e al mondo di poter riuscire. Solo che l’impresa non è affatto semplice e richiede l’aiuto di un peso massimo della materia, il portiere esperto di trash Signor Borrelli, l’uomo senza nome e senza pudore che diventerà il suo trainer.In una narrazione immersa nel quotidiano, si dipanano situazioni grottesche e surreali, per seguire gli sforzi di un ragazzo qualunque, immerso nei meccanismi di un mondo più difficile di quanto non desideri. Una vicenda impossibile, che può essere una metafora del nostro rapporto con la vita ai tempi della crisi.È una maniera di sorridere, senza cinismo e con un pizzico di speranza, sulla realtà giovanile e le sue grandi sfide.

NOTE BIOGRAFICHE

Fabio Lastrucci nasce a Napoli nel 1962. Scultore e illustratore, ha lavorato per le principali reti televisive nazionali, il teatro lirico e di prosa con i laboratori Golem Studio, Metaluna e Forme mentre attualmente porta avanti il progetto artistico Nuages – morbidi approdi con il fratello Paolo. Nel 1987 disegna l’albo a fumetti La guerra di Martìn, su testi del drammaturgo Francesco Silvestri. Come autore di testi ha messo in scena lo spettacolo teatrale Racconti Salati(con Fioravante Rea e Fulvio Fiori), inoltre ha pubblicato numerosi racconti in riviste e antologie edite tra gli altri da Il Foglio Letterario, CS_libri, Perrone, Montag, DelosBooks, Ciesse e Dunwich. Nel 2012 presenta con le Edizioni Scudo il saggio I territori del fantastico, una raccolta di interviste semiserie con autori italiani e stranieri. Nel 2014 pubblica gli ebook di fantascienza Max Satisfaction (con le edizioni La mela avvelenata) e Utopia Morbida(con Asterisk edizioni). Con Milena Edizioni pubblica il suo primo romanzo Precariopoli – come trovare lavoro a Napoli mentre cerchi di svignartela senza pagare il conto. Con Dunwich edizioni pubblica l’horror L’estate segreta di Babe Hardy. Collabora con interviste e articoli con le riviste «Delos Science Fiction» e «Rivista Milena».

In Her Own Hand: Volume the First, Volume the Second, and Volume the Third, by Jane Austen, introduction by Kathryn Sutherland – A Review

Avatar di Tracy HAustenprose

In Her Own Hand 2014 x 200From the desk of Tracy Hickman:

The first time I read a collection of Jane Austen’s juvenilia, I remember relishing the sheer fun and silliness of the stories and plays. It was a slender paperback that included transcriptions of selected works from the original notebooks written from 1787 to 1793. These handwritten notebooks had circulated within Austen’s family during her lifetime and were later given to family members by her sister Cassandra, but the stories were not published until the twentieth-century. Because none of Austen’s six completed and published novels exist in manuscript form, these early notebooks are rare examples of her fiction that have survived intact “in her own hand” and reside in the collections of the Bodleian Library, Oxford (Volume the First) and the British Library (Volume the Second and Volume the Third).

The three-volume set, In Her Own Hand, gives Austen fans the…

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Manuela Mancini su “Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta” di Francesco Dezio

Francesco Dezio, Qualcuno è uscito vivo dagli anni OttantaStorie di provincia e di altri mali (Stilo 2014)

di Manuela Mancini

 

copertina dezio FRONTE OKIn Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta (Stilo, Bari 2014, pp. 128, euro 12), Francesco Dezio raccoglie otto storie di precarietà lavorativa e affettiva: i protagonisti appartengono tutti al proletariato della provincia pugliese degli anni Ottanta (Molfetta, Melpignano, Sansevero, ma soprattutto Altamura, città natale dell’autore). Un proletariato ora sbandato (Storia di un punk di provincia, cronache di tossicodipendenza e di AIDS ai margini della malavita e delle sue faide), ora vessato e sfruttato dai tirannelli locali (gli imprenditori del distretto del divano Santeramo – Altamura – Matera: Storia di Mino; Storia di Mimmo). Si passa, poi, al ceto medio proletarizzato degli anni Novanta e Duemila, talmente impoverito che passeggia negli ipermercati senza comprare, drogandosi di merci anche così (sottili i richiami interni al primo racconto), in un’allucinazione artificiale tra l’incubo e il fiabesco: straordinarie le descrizioni d’ambiente in L’Outlet di Molfetta e Appuntamento al Pianeta (il Pianeta è un ipermercato ormai dismesso della provincia di Foggia).   

    Ciò che tiene insieme queste storie è la tempra comicamente eroica dei personaggi, giovani e meno giovani che hanno ancora voglia di lottare mentre tutto va male, mentre la nazione si va irrimediabilmente sfasciando, mentre il paesello natale sfibra definitivamente l’illusione di essere nido, placenta protettiva (Storia di Carla). Una voglia di lottare che è furiosa, alla Tom Joad di Furore, ed è steinbeckiana nella certezza dell’imminente, ennesimo fallimento, che tuttavia non piega i personaggi: per esprimere questa furia disarmonica, stridente, che genera attrito quando incontra l’indifferenza degli indifferenti, Dezio mobilita tutti gli strumenti espressivi a sua disposizione.

     Innanzitutto la musica, che è la passione prima dei personaggi di queste storie, il loro stesso respiro: Lingomania, Sex Pistols, Pink Floyd, Joy Division, Subsonica, Arab Strap, Afterhours, Cure, U2, Church, Died Pretty, Simple Minds, Led Zeppelin, AC/DC, Clash, CCCP, Underage, Wretched, Ramones, Orda, Ultravox, Not Moving, Chain Reaction, Kranio, Negative Disarcore, Rich Fish in Hands, Delgados. Sono più di settanta i gruppi punk, rock, post-punk, post-rock e grunge citati nel testo in carattere rilevato, a formare un trattatello asistematico (perché narrativo), ma completo (ri-ordinato nell’ultima pagina, da cui è scaricabile con apposita applicazione l’intera playlist), un ‘commentario’ della storia della penetrazione delle controculture musicali di tutti i continenti in un’Italia provincialissima: “Prendiamo il ragioniere, quando ho capito che tipo era gli ho preso le misure e non è che gli concedessi tutta ’sta confidenza. Con lui era sufficiente parlare della Juventus e basta. C’era stato anche il tentativo di parlare di musica. Ma era a giocare. Perché si parlava di Toto Cutugno” (p. 67).   

    Dezio porta alle estreme conseguenze lo sperimentalismo del precedente romanzo, capostipite della narrativa ‘precaria’, Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli 2004). Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta non è né un romanzo né un racconto né un saggio musicale. Abolendo completamente la voce del narratore, con il suo filtro letterario e la sua funzione di raccordo nei fili della trama, Dezio lascia la parola direttamente ai personaggi, con la loro lingua imperfetta, sgrammaticata, nevrotica, con tutti le idiosincrasie del parlato, che rendiconta drammi individualissimi. L’effetto di verticale e profondissimo realismo è prorompente. Eppure i personaggi si muovono in un ambiente omogeneo, ruminano storie di provincia che appartengono a un immaginario collettivo: così, attraverso una sorta di discorso indiretto libero, piegato alla prima persona e contiguo al monologo, l’autore ricompone insieme le storie con un superiore risultato di unità, tutta affidata allo stile e non all’intrigo romanzesco. Questa è la vena autentica di Dezio, autore schivo e scarno, che non ama operazioni letterarie facili e preferisce farsi dimenticare piuttosto che ripetersi.

      Anche i bozzetti disegnati dall’autore (disegnatore e grafico precario) lasciano intravedere il tentativo di percorrere vie nuove. E persiste il ricordo delle due pagine post-dadaiste di Nicola Rubino è entrato in fabbrica, con la sintassi distrutta, con l’ingorgo di parole in libertà (oggetti in enumerazione casuale, cose della catena di montaggio, parole iperspecialistiche, metaletterarie, pezzi di anatomia femminile, nomenclatura di desideri e azioni sessuali…). Resta la quasi-certezza che l’autore scriverà non necessariamente più spessodi più, ma di cose nuove dette ancora in modo nuovo. Intanto aspettiamo.

“Detti, dialetti e folklore locale” il filo rosso del numero 13 della rivista Euterpe

Gentilissimo/a lettore/lettice,

siamo felici di comunicarLe dell’uscita del 13° numero della rivista di letteratura Euterpe.

Il numero a tema “Detti, dialetti e folklore locale” raccoglie poesie, racconti e recensioni selezionati dalla Redazione della rivista, oltre a varie segnalazioni di concorsi letterari.

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Hanno collaborato a questo numero della rivista (in ordine alfabetico): AMOVILLI Sandra, BALDINI Cinzia, BALDINU Stefano, BRAVI Adrián, CALABRO’ Corrado, CAMPEGIANI Franco, CARMINA Luigi Pio, CAROCCI Marzia, CIANO Martino, CIARAPICA Giulia, CROCCHIANTI Claudia, CRUCITTI Angela, DEMI Cinzia, DI STEFANO BUSA’ Ninnj, GREGORINI Daniela, INGLIMA Emanuela, KARAKATSI Evdoxia, LANIA Cristina, LAO Serena, LOMBARDI Iuri, MARALDI Maurizio, MARCONI Fulvia, MARCUCCIO Emanuele, MAULO Gian Mario, MELIS Katia Debora, MELONI Valentina, MONTEIRO MARTINS Julio, PARDINI Nazario, PASTORE Franco, PECORARO Annamaria, PERLINI Lamberto, PISCOPO Ugo, RANIERI Alessia, SPURIO Lorenzo, STROPPIANA DALZINI Annamaria, TADDEI Enrico, TRIFUOGGI Franco, VARGIU Laura, ZANARELLA Michela.

Il nuovo numero può essere scaricato, letto e salvato in formato pdf cliccando qui.

Ricordiamo, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà come tema “Diritti mancati di questa società”.
I materiali dovranno essere inviati alla  mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 20 Novembre 2014.

Clicca qui per aprire il relativo evento creato in Facebook.

Grazie per l’attenzione e cordiali saluti

Lorenzo Spurio

Direttore Euterpe

Ilaria Celestini sulla scrittura di Susanna Polimanti

Susanna Polimanti narratrice dell’anima

 A CURA DI ILARIA CELESTINI 

 

 

Susanna Polimanti, nata a Foligno e residente a Cupra Marittima, nelle Marche, oltre a essere un’esperta traduttrice e una fine esegeta di testi letterari, membro di giuria in svariati e prestigiosi concorsi, è una narratrice sui generis, che privilegia l’essere all’apparire, con un uso moderato del linguaggio, fatto di frasi brevi, senza ricerca di effetti speciali con cui stupire il lettore, senza inutili orpelli, molto riservata e al tempo stesso incisiva.

Lo si evince dalla lettura dei suoi due testi più recenti, Lettere mai lette (2010) e Penne d’aquila (2011) (entrambi editi da Kimerik, Patti – Me)

Testi molto diversi tra loro eppure complementari sul piano ideale.

Nel primo, una raccolta epistolare le cui missive non sono mai giunte ai destinatari, non vi è una trama, così come non ci sono personaggi fissi o intrecci.

C’è la voce narrante dell’autrice, che racconta in modo garbato vicissitudini, vita quotidiana, aspettative deluse, doni offerti generosamente senza chiedere contraccambio, tenerezza e amore, anche per le creature più semplici, come un cane, presenza umile ma preziosa che arricchisce l’anima.

downloadE tanto basta per coinvolgere il lettore, senza nessuna affettazione, senza pose intellettualistiche, solo con la forza espositiva di una mente lucida sorretta da un cuore che sa commuoversi, e di conseguenza è in grado di suscitare emozioni profonde.

Il secondo testo potrebbe essere ascrivibile al genere del romanzo di formazione, e sarebbe facile citare l’Emilio di Rousseau o altri analoghi, ma quello che preme alla narratrice sembra il desiderio di farsi voce dell’anima, un’anima che compie la propria maturazione a poco a poco, attraverso dolori e disillusioni cocenti, ma sempre affrontate con dignità, eleganza e pudore.

Susanna è affabulatrice elegante e discreta; conduce per mano il lettore nei segreti teneri e commuoventi di una ragazza di buona famiglia, amata e protetta, ma al tempo stesso autonoma, emancipata, capace d’iniziativa.

Ci s’innamora di Virginia, come personaggio, perché è facile riconoscersi nei suoi pudori, nella sua innocenza, nei suoi slanci e soprattutto nella sua generosità.

E’ un’anima giovane, si è detto, eppure sa amare. Profondamente.

Il suo è un sogno d’amore casto e ardente insieme, che persiste e si evolve nel tempo, e possiede una personalità ricca di sfumature, dietro un’apparenza semplice, da ragazza della porta accanto.

Estremamente attuali sono anche le delusioni, sentimentali ma anche professionali, della protagonista, che sono quelle tipiche di chi ha una cultura umanistica e deve fare i conti con le esigenze del mercato.

Sorprendente è però il messaggio di fondo, che giunge in una modalità inconsueta e insperata: tutti i singoli passi del percorso esistenziale servono, anche quelli che in apparenza sono più ostici, si rivelano e si spiegano in una visione superiore che li ricompone e li colma di significato.

Un messaggio di speranza, utile ai giovani di oggi e alle persone in cerca di risposte sui fini ultimi della vita, a tutte le età.

 

 

                            Ilaria Celestini

 

Brescia, 8 settembre 2014

“Fornarino” di Diego Vian, recensione di Lorenzo Spurio

Fornarino
di Diego Vian
Albatros, Roma, 2011
ISBN: 9788856739589
Pag. 323
Costo: 17,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

copUn libro interessante e leggermente fuori dai canoni formali della letteratura che si produce oggigiorno, questo di Diego Vian che, sotto il titolo simpatico quanto enigmatico di Fornarino, condensa un’intera storia generazionale.

Lo sfondo delle vicende ha chiaramente un riferimento storico-antropologico alla vita nella campagna veneta tra la fine degli anni ’40 ed i primi anni ’50. A Croce del Campo, un paesino del trevigiano, prendono piede le vicende iniziali di questo excursus dell’esistenza del protagonista dell’intero romanzo: il giovane Vanni. Assistiamo al difficile scenario della cronaca di guerra di quegli anni terribili con il conseguente razionamento dei beni alimentari e una vita di austerità e incertezza che poi lascerà il posto all’età della ricostruzione, momento delicatissimo della storia del nostro Paese. All’interno di questa cornice che Vian descrive con attenzione e meticolosità nei dettagli abitudinari della gente popolana in quel periodo, del mondo fatto dalle piccole cose vissuto alimentando una sempre più fervida speranza di un mondo di pace, le vicende della storia biografica di Vanni vengono ad intessere quella che ben presto si svelerà come il tema predominante attorno al quale tutto (eventi, personaggi e momenti di riflessione) finisce per allacciarsi.

In questo esperimento Vian dimostra una particolare enfasi emotiva nel dipingere la realtà popolare di un mondo di provincia, arretrato ma felice del suo poco avere, dove sono spesso i pregiudizi, le dicerie e la considerazione degli altri a rappresentare degli spauracchi con i quali misurarsi giorno dopo giorno. Ci capacitiamo della difficoltà delle condizioni alimentari e anche di quanto complicato potesse essere in una “famiglia di sole donne” vivere aspettando il ritorno di un fratello, di un figlio o del marito; dal punto di vista medico si tratteggia brevemente anche l’alta incidenza in questo periodo della mortalità infantile e delle donne partorienti. Come in ogni storia di paese ci troviamo in uno mondo retrogrado ma genuino nel quale sembra instaurarsi una sorta di contrasto tra natura e cultura che possiamo vedere ad esempio nell’uso del dialetto e della lingua standard, nella grande massa di analfabeti e dall’altra nella presenza limitatissima di persone acculturate (il dottore e il parroco) la cui cultura viene resa a disposizione della comunità tutta.

Della famiglia di Vanni si tratteggiano gioie e dolori, il più grande dei quali è la morte della sorella Gisella pochi giorni dopo della nascita, episodio che il Nostro personaggio sentirà in un certo senso quasi come colpa privata, benché non ne esistano le ragioni.

L’allontanamento di Vanni dall’universo prettamente domestico-familiare si realizza solamente nel momento in cui abbandona la scuola e comincia a lavorare nella bottega di Beppone, il prepotente e cinico fornaio della città. Lì Vanni imparerà a sfruttare una dote segreta con la quale era nato, un’eccezionalità del personaggio che non mi sento di svelare in questo contesto ma che è di certo il motore dal quale l’intera narrazione prende le pieghe. Da inesperto, Vanni passa a conoscere con piacere, entusiasmo e praticità i misteri che regolano la produzione di un buon pane, ottenendo anche una segnalazione di merito a una sorta di kermesse per i fornai che vengono da tutta Italia. L’occasione di un nuovo lavoro, questa volta non più in Provincia e non più vessato e sfruttato da Beppone, consente l’ulteriore evoluzione e miglioramento del personaggio che, una volta a Venezia grazie a quella che ben presto si convertirà nella sua sincera benefattrice, gli è finalmente riconosciuto il valore della sua persona le capacità professionali.

Ed è in questa maniera felice, ma per nulla banale (chi leggerà il romanzo se ne renderà ben conto) che mi piace chiudere questa mia riflessione sulla storia di un povero ragazzo, sfortunato e bistrattato, che grazie alla fede in sé stesso e mediante dei buoni consiglieri è capace di scegliere la sua vita e prendere atto del suo cammino percorso. Una sorta di moderno Lazarillo de Tormes che giunge a compimento di un itinerario difficile e dominato dal dramma della morte della sorella. In tutto ciò Vian ha reputato necessario inserire una folta componente misterica che rende alcune parti del romanzo leggermente più noir, psicologiche, riflesso di un mondo a tinte fosche dove domina il maleficio, la maledizione con accenni qua e là più espliciti a un personaggio femminile reietto dalla comunità e da tutti considerato come pericolosissima strega, capace, però, nell’ostica realizzazione delle vicende di Vanni, di anticipare piccole verità e, soprattutto, di far riflettere il giovane.

Ne consiglio la lettura soprattutto a quelle persone che credono in scritture-cocktail come questa, come mi piace definire questo esperimento di scrittura in cui forme  strutturali diverse della narrativa (il romanzo con una cornice storica, il romanzo di formazione, il romanzo di suggestione-misterico) vengono coniugate con abilità in un unicum con la finalità di permettere, da più punti di vista e secondo varie prospettive interpretative, la comprensione della vera natura psicologica di Vanni.

 

Lorenzo Spurio

 

 Jesi, 03-09-2014

“Soltanto una vita” di Ninnj di Stefano Busà, recensione di Rina Accardo

copertina busà per stampa andersen_La_-page-001Mi sembra incredibile che io abbia trovato pezzi di vita mia in un romanzo. Non circoscrivibili agli avvenimenti, ma alle sensazioni provate e mirabilmente descritte dall’autrice, Ninnj Di Stefano Busà. Non ho potuto fare a meno di visualizzare i posti incantevoli visitati dai protagonisti nelle foto scattate da mia figlia che si è trovata per un gioco del destino a visitarli. Mi sono ritrovata poi a tirar fuori merletti, lenzuola di lino, sete dimenticate in bauli antichi. E ancora, servizi in porcellana finemente decorati. Avevo forse bisogno di questo bagno di bellezza per godere di quanto altrimenti sarebbe rimasto sommerso da tovagliato plastificato, tazzine smaltate …tutto all’insegna del modernariato. Pescare nel passato, viverne la bellezza in ogni fattura, può essere di ristoro. Questo è successo a me, ed è tutto merito di chi, con tratti pari a pennellate, ha saputo condurmi in una magnificenza che mi ha reso grata ai miei cari così come nel libro – dove tutto si dipana quasi in un procedere obbligato, dai protagonisti della storia ai loro figli, ai viaggi, ai patemi d’animo, ai momenti sofferti, e ad altri di squisita felicità – è tangibile una grande gratitudine al Cielo. L’accostamento personale è dovuto alla mia immersione involontaria nell’intreccio, individuabile, con fili penduli cromatici, che anima “Soltanto una vita”. Non svelo la trama, mi soffermo a sottolineare che i dettagli, in questo romanzo, hanno sublimato luoghi e stati d’animo descritti nei minimi particolari, suggellando la presa di coscienza così come il coinvolgimento totale nei vari eventi di ogni ‘protagonista’. Non ci sono figure anonime/comparse infatti, l’autrice ha permesso che ogni ruolo ricoperto divenisse parte integrante, nessun soggetto comprimario. Dalla lettura si desume che capillare è l’Amore, per poter aver occhi che permettano di vedere compiutamente ogni sfumatura della natura così come ogni risvolto dell’animo. Sentimenti opposti in base agli avvenimenti, ora dolorosi ora di assoluta gioia, che portano di volta in volta o all’accettazione o a vivere con passione quella che è “SOLTANTO UNA VITA”. Libro che porta ad apprezzare il bello che già ci appartiene, riscoprendo e portando alla luce valori sommersi, o forse solo sopiti. La consapevolezza di grandi ricchezze che tacciono in noi, che ignari ospitiamo, un obiettivo. Ci troviamo di fronte a un regalo di cui non si può fare a meno di essere grati all’autrice, per questo fantastico volume, il cui valore non si può restringere al linguaggio aulico che vi ritroviamo, ma si estende, diventandone fulcro. È un canto, un ossequio alla vita. Un oceano di emozioni, che trovano la matrice in quello stesso oceano in cui è ambientato “Soltanto una vita”, e qui elemento trainante che conduce il lettore, quasi per mano, in spazi infiniti. L’arte della scrittura qui si impone nelle pagine al pari dell’arte del volo in un’aquila reale.

Rina Accardo

 

“La dolce Rua Sovera” di Anna Maria Boselli Santoni, un commento di Lorenzo Spurio

La dolce Rua Sovera
Anna Maria Boselli Santoni
Edizioni Pragmata, 2014
Pagine: 99
ISBN: 9788897792482
Costo: 12 €
 
 
Commento di Lorenzo Spurio

Copertina Dolce ruaUn romanzo che è anche e soprattutto un fine documento storico questo recente di Anna Maria Boselli Santoni che porta il titolo de La dolce Rua Sovera (Edizioni Pragmata, 2014). Sebbene ci sia una protagonista principale, che è Andreina (la ragazza che vediamo riportata nella copertina), il romanzo si offre al lettore volutamente privo di una preminenza nella descrizione dei caratteri (dei personaggi) in quanto ha proprio la volontà di dipingere una determinata fetta di società in un determinato luogo (che è quello di Leno, un paese della provincia di Brescia, ma in maniera più precisa una parte di questa città circoscrivibile attorno a Via Mazzini) in un determinato tempo storico (anni ’40-’60). Ecco per l’appunto perché si diceva che questo romanzo è un documento storico, fedele nella descrizione empatico-emotiva dei personaggi con i loro luoghi vissuti e sperimentati durante la loro età più bella, quella dell’infanzia e dell’adolescenza.

Con un espediente letterario stupefacente e ben congegnato per una narrazione di questo tipo, Anna Maria Boselli Santoni trasmette sulla carta uno spaccato del vissuto di Leno l’indomani della guerra dove non mancano i riferimenti al lavoro nei campi e alla ciclicità delle stagioni, all’animosità costituzionale tra ragazzini, alle preoccupazioni di varia natura delle famiglie, alla spietatezza della morte che spesso sopraggiunge veloce e in tenerissima età.

Un canto alla vita questo di Anna Maria Boselli Santoni condito con una profonda speziosità di nostalgia dei tanti ricordi che appartengono a un’età ormai lontana, ma non perduta perché inscindibili dal suo essere donna nel presente.

La tecnica di narrazioni multiple, di focalizzazioni che cambiano di continuo narratore e che permettono la produzione di una prosa polifonica, a più voci, fatta da più inclinazioni, sarebbe di certo piaciuta molto ai modernisti inglesi che pure la adottarono con compiacimento e abbondanza; ma la novità qui, nel libro di Anna Maria Boselli Santoni, sta nel fatto che non sono solo le persone a parlare, ma anche gli elementi fisicamente morti perché non viventi come le costruzioni architettoniche della città: cortili, piazze e vie quasi da ricordare la montagna rocciosa di Michael Ende in La storia infinita che parla in un’atmosfera avulsa dall’incomprensione e dal timore. Ed è così che la strada racconta se stessa, ciò che vede, sente e percepisce. Essa non origlia, perché non è ficcanasa, è semplicemente testimone onnipresente di un vissuto che si è avuto nella sua superfice. Anna Maria Boselli Santoni fa raccontare la sua storia d’infanzia a un mondo di carne (i vari personaggi che intervengono) e di pietra (le vie, le piazze) a testimonianza di quel legame indissolubile tra uomo e la sua terra.

Leggendo l’intero libro mi sono sentito un po’ un moscerino che svolazzando di qua e di là sulla Rua Sovera ho potuto avere una vista senza impedimenti e capire lo svolgimento delle attività di un’intera comunità. Ho osservato di continuo la via di cemento sotto di me, il principale palcoscenico di tutto, e ho goduto delle giornate assolate in cui la via era popolata di ragazzi a piedi scalzi sino ad ammalarmi di freddo nelle giornate nevose in cui andavano tutti imbacuccati.

Un romanzo sul tempo e sulla ciclicità di tutto.

Un’attestazione d’amore per la propria terra.

Un’indagine precisa e interessante su un’età che fu.

 

 Lorenzo Spurio

 

Jesi, 14.06.2014

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