Non è scopo di questo articolo, in occasione dei duecento anni dalla sua composizione (1819-2019), proporre un’analisi critica di un testo fra i più esaminati e discussi dalla critica post-romantica e maggiormente radicati (probabilmente Silvia perde il confronto) nell’immaginario collettivo sino a farne, discutibilmente, un veicolo mediatico e, apprezzabilmente, una delle sequenze più intense della pellicola che Martone, regista “leopardiano”, ha dedicato al poeta nel 2014. Tanto meno si intende approntare un “bilancio provvisorio” delle tendenze esegetiche successive alla fondamentale, ancorché limitativa, lettura desanctisiana[1] e sommariamente riconducibili all’interpretazione dell’Infinito come “momento di evasione sentimentale e fantastica culminante nel dolce naufragio, da intendersi come oblio del reale, distruzione voluta dei limiti che si impongono alla coscienza adulta, dolcezza dell’abbandono”[2] o, in antitesi, lucida operazione intellettuale di ordine altamente conoscitivo, condotta alla luce di una consapevole razionalità che si riflette nella “struttura rigorosamente geometrica del componimento”[3], prospettiva aperta nel II dopoguerra, in funzione anti-crociana, da Walter Binni le cui basilari acquisizioni verranno ribadite da S. Timpanaro e – con taluni correttivi – accolte e sviluppate dalla Paolini Giachery. Al contributo di quest’ultima rinviamo anche per l’esaustivo repertorio critico-bibliografico sugli ultimi studi dedicati al poeta recanatese, che non esclude riferimenti all’inaccettabile deriva metafisico-religiosa di certi sondaggi (avviata dal Figurelli) tendenti a cogliere nella lirica una sorta di mistico abbandono ad un “oltre” teologico, ben evidenziati e discussi da M.A. Rigoni, cui aggiungiamo gli eccessi di talune analisi semiotico-strutturaliste moltiplicatesi dopo l’ormai definitiva disamina dei deittici “questo” e “quello” da parte di un critico finissimo come Angelo Marchese. In fondo celebrare l’anniversario dell’Infinito significa, soprattutto, interrogarsi sulla sua modernità, magari sulle interferenze con gli esiti della lirica italiana contemporanea, su quanto riesca a comunicare non tanto al contesto scolastico e accademico ma alla sensibilità del lettore comune che, a dispetto di apocalittiche statistiche sociologiche, sembra coltivare una inconscia, tenace curiosità, se non propensione, per la parola poetica. Certamente molto. L’attuale produzione italiana in versi (senza far nomi) ci sembra in bilico fra prosastica, cruda, talora sciatta e gratuita referenzialità (attenzione esclusiva al vissuto quotidiano del soggetto poetante come attestazione di sincerità e fruibilità del discorso lirico) ed ermetica allusività che, all’esatto opposto, tende a trasfigurare il dato intimo in trame simboliche – (troppo) spesso oscure – che ambirebbero a conferirgli valenza universale depurandolo di ogni immediato, prosaico rispecchiamento. Nessuna delle due tendenze annovera maestri, la miracolosa sintesi l’ha raggiunta, per tutti e irripetibilmente, Montale, unico in grado di elevare le proprie cartelle esattoriali, il colpo di tosse della donna amata chiusa in un manichino di gesso, una coincidenza ferroviaria perduta ad emblemi del comune disordine quotidiano; desideriamo, invece, ricordare l’ultima, splendida raccolta di Elio Pecora, Rifrazioni, in cui la componente autobiografica si trasfigura nel respiro vivo della precaria, presente stagione di ognuno e, non a caso, evidenzia significativi punti di contatto tematico-lessicali – il topos del “silenzio” contrapposto al fragoroso esistere e quello del “vento”, assai frequente[4] – proprio con l’Infinito.
Nel sorvegliato impianto logico-riflessivo e calibrato alternarsi di sorprendente colloquialità e raffinata aulicità lessicale (culminante nell’immediato giustapporsi di sedendo e mirando), con le costanti arcature che impongono una misura melodica spezzata e, violando sistematicamente la struttura metrica dell’endecasillabo, traducono sul piano ritmico la dialettica finito/infinito, nel conclusivo, ossimorico naufragio (riecheggiato dall’ungarettiana Allegria di naufragi, da non leggersi, in ogni caso, come annullamento della propria identità pensante), l’idillio risulta “paradossalmente” intellegibile e capace di fondere, con naturalezza, testimonianza personale e allusione ad un sovrasenso cosmico (l’eterno, le morte stagioni), cifre caratteristiche delle due linee cui abbiamo accennato. Non solo, ci pare estremamente attuale nel dar voce alla (in)confessabile, latente esigenza di valicare i circoscritti confini di un’esistenza ristretta e sommamente impoetica,[5] “liquida”, eticamente alla deriva e drammaticamente incapace di fingere, con la forza dirompente e creativa dell’immaginazione, spazi più vasti e gratificanti che anima particolarmente i “favolosi” millennials (Leopardi amava la vita, questo lo intuì già De Sanctis e ad un giovane del XX sec. era indirizzato lo scritto incompiuto dell’ultimo periodo napoletano): quanti magari si sono incontrati, nell’ottobre 2018, in occasione del Sinodo dei Vescovi loro dedicato e quanti sono ancora alla ricerca di miti valoriali da sentire propri, seguire ed imitare.
Senza, evidentemente, cedere alle insidie di spericolati sondaggi testuali – alla fine, lo ribadiamo, sterili e autoreferenziali se non ricondotti al contesto della poetica complessiva dell’autore – concludiamo sottolineando come il fonema “a”, in grado di attribuire una sonorità ricca di echi interiori al singolo termine che ne dilata il potenziale espressivo, compare ben 34 volte in tutti i quindici versi del componimento ad eccezione del settimo, sorta di raccordo statico fra il dinamismo visivo/auditivo della prima parte e quello raziocinante della seconda (vv. 8-15). Tale vocale chiave, che si moltiplica significativamente nell’aforistica chiusa dei vv. 13-15, infonde al componimento un suggestivo tono di apertura ed ampiezza che divengono elementi tematici – non più solo stilistici – costitutivi del messaggio poetico: ansia, aspirazione, attesa, anelito all’assoluto. Una arricchente, provocatoria scommessa da accettare, oggi.
Marco Camerini
Alla memoria indelebile ed al magistero altissimo di Walter Binni, che ha letto ed amato Leopardi per tutti noi. M.C.
NOTE:
[1] In questa prospettiva non compariranno i riferimenti relativi ai critici nominati, ad eccezione del ricco ed esaustivo saggio di NOEMI PAOLINI GIACHERY, “Il paradosso dell’Infinito”, in L’autore si nasconde nel particolare, Aracne, Roma 2015.
[2] N.P.GIACHERY, “Il paradosso dell’Infinito”, cit., p.25. Nel passo l’autrice riporta, non condividendola, la nota tesi del Sapegno.
[4] E. PECORA, Rifrazioni, Mondadori, Milano 2018. Per il lessema “silenzio” cfr. pp.75, 80, 81 e 23 (in sorprendente unione con l’aggettivo, tutto leopardiano “smisurato”). Per “vento” cfr. pp.69, 82, 110, 111, 114, 123 e 141.
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Daniela Ferraro, docente di materie classiche presso l´IPSIA di Siderno (RC), in qualità di poetessa ha dato alle stampe i libi Icaro (2011), Cerchi concentrici (sul cadere dell´alba) (2012) e Piume di cobalto (2014); è risultata vincitrice di numerosi premi letterari a livello nazionale tra cui, per citarne alcuni tra i più recenti, il Premio Speciale “Per la tematica sociale” al V Premio Nazionale di Poesia “L´arte in versi” di Jesi (2016) con la poesia “Le stelle camminano piano”[1] e il 1° Premio assoluto al Concorso Letterario “Città di Ardore” (2018) con la poesia “Stelle”.
Poetessa profondamente legata al mondo classico (lo si evince anche dal titolo di numerose sue poesie nonché dalla partecipazione convinta al progetto di dittici poetici Dipthycha curato da Emanuele Marcuccio) e meticolosa analista delle forme metriche e stilistiche[2], ci consegna un nuovo volume poetico, Per le strade e altro, recentemente edito da Aletti.
Se ho citato poco fa quei due successi letterari della Ferraro è perché ben si comprende, dai rispettivi titoli delle liriche, una delle immagini più fertili della sua produzione che ha a vedere con il mondo siderale, misterioso e infinito, sul quale ogni poeta, dall´alba dei tempi, non ha potuto esimersi di parlare. Qui, nella nuova opera, sono stelle mute o che hanno smesso di brillare, entità inconfessabili che hanno assorbito il disprezzo e la violenza delle azioni umane; l’uomo, con le sue aberrazioni e insensibilità, ha permesso che anche una delle realtà più belle, come le stelle, imboccassero il cammino della degradazione, dell´annullamento. Sono stelle alle quali l’uomo non può più confrontarsi, dedicare parole d’amore, richiamare nel buio dei propri pensieri a riscaldare le notti insonni; la Ferraro, parlando dell’asservimento della comunità a poteri negletti che rendono alieno l’individuo attuando una vera spersonalizzazione, così annota in “Indolenza”: “Noi, popolo silenzioso di pensieri,/ ad ogni passo guardinghi, vuoti di sensi,/ tra morte lune forse vivremo ancora/ del fioco canto di ormai inutili stelle” (17).
Il tema della strada, tanto caro a una certa pattuglia di letterati, soprattutto stranieri e afferenti a generi disparati figli del secondo Novecento, è qui concettualizzato, quale ambiente di transito e motivo di peregrinazione e reso quale metafora del mondo concreto, vitale, transeunte che permea la vita dell’uomo ordinario immerso nei drammi della sua società. Il critico letterario Lucia Bonanni, che approfondisce il testo nella ricca postfazione al volume (motivo addizionale per appropriarsi di tale libro), amplia il discorso interpretativo attorno all’immagine materica e al contempo simbolica della pozzanghera, quella cavità di acqua e di organico non visibile che è contenitore e contenuto allo stesso tempo, quale motivo esiziale di un antecedente a noi non sempre noto. Dalle ragioni metereologiche che motivano la raccolta di un liquido – spesso dalle gradazioni non così immacolate – al prodotto di scarto di qualcosa, finanche di una perdita, di una rottura, e tanto altro ancora. Tutto ciò, che effettivamente non sembra avere nulla di molto poetico, è immagine-emblema della nuova raccolta della Ferraro che, forse per la prima volta in questi termini, si mostra quale poetessa che ausculta il mondo a lei circostante.
Dalle odi d’impronta classica e ai sofisticati canti di idillio o di sogni edificanti, la Ferraro prende a cuore il processo metamorfico della vita sociale, urbana e non dell’oggi. Vi sono liriche dedicate all’amata terra calabra ma non sono propriamente sotto forma di tentativi encomiastici e di fierezza identitaria, semmai di scoramento e di disillusione dinanzi alla deturpazione (per usare una parola impiegata da Luciano Domenighini nella prefazione) che concerne la sua terra e vede scorrere davanti ai suoi occhi. Eppure l’intendimento non è mail il bieco repertorio, clinico e distanziato, di chi osserva mettendo in luce le criticità senza anteporre allo stato di disagio e di rovina una possibilità di miglioramento; se non un vero e proprio rimedio (che sarebbe tale solo nel caso auspicabile di una coscienziazione condivisa e seria) ma una sorta di riscatto e di rivincita. Anche morale, se quella concreta, effettiva, dei fatti reali, per impudenze e insensibilità, risulta irraggiungibile.
A sostenere queste brevi note di lettura chiamiamo in soccorso i versi stessa della Nostra che, meglio di ciascuna annotazione, ben evidenziano questo inasprimento del tono e l’invadenza possente di tematiche sociali, di apprensioni ricorrenti, di amarezza che si accresce. In “Per le strade” leggiamo di un “Canto strozzato di sirene/ Nessuno aveva promesso/ ciò che non è stato dato” (14); c’è in questi versi un fastidioso sapore acidulo, di incomprensione e di apparente scoramento, che veicola il percorso dell’intera silloge atta a narrare e a far luce sulla corruzione emotiva dell’uomo d’oggi, abitatore disilluso di “giorn[i] ingiallit[i]” (13) che sono “lunghi giorni appassiti” (19) al punto tale di arrivare a definire la nuova alba, la vita che riappare, come “il delirio del nuovo giorno” (26).
La poetessa locrese Daniela Ferraro
La Ferraro, con una esegesi congrua del mondo di fuori, riconsegna al lettore i suoi pensieri più nefasti e smagati descrivendo il presente spazio difficile da vivere, quasi privo d’aria, dove l’uomo è stato privato pure del sentimento di mancanza (“Ci hanno tolto il silenzio”, 16) e dove i rapporti umani sono degenerati e disumanizzati a uno stadio bestiale, di impossibile contatto tra individui: “grigie solitudini”[3] (29), “abbracciammo l’indifferenza” (17), “scheletri di menzogne” (25); il sentimento più puro è divenuta propaggine di metallo: “Amore acuminato” (19) e ogni uomo-pedina è una maschera, un sembiante di qualcosa dominato da logiche forzose imposte, che non regola e di cui resta assuefatto, rintracciati negli “sdruciti poteri” (23).
Tutto questo dà luogo a un clima distorto e difficile da districare, sospeso e assurdo nelle sue complicazioni autoprodotte: la Ferraro parla – non a caso – del “disordine di pensieri” (26) e di “rughe d’ansia” (27) che si creano e si fomentano dinanzi alla dissolvenza di ciascun fremito umano: dalla fraternità alla compassione, dalla comprensione all’ascolto. Il risultato è una “quiete tristezza” (28) che, descritta in altri termini, non è che una rassegnata sofferenza. La consolazione – che proviene dalla sperimentazione dello stato di miseria – è ben poca cosa: “L’unica gioia strana è quello sbuffo di verde/ che emerge improvviso da una crepa dell’asfalto” (29), e non è di certo utile nel riportare le cose – e l’uomo – alla giusta dimensione. È il tempo indicibile e incommensurabile di un’età che sembra non avere epilogo e che pone le anime di questi poveri cristi, che siamo noi, in sospensione, verso un dopo che non subentra. Così come il sole che è nascosto e non preannuncia a ritornare, l’uomo permane fisso affinché forse qualcosa si manifesti: “Eppure attende, anche lui attende/ ma non sa cosa” (36).
Ci sono versi come fendenti nelle poesie che tracciano la crudezza di giorni intrisi di sangue (“E si era vivi tra i vivi,/ e si è morti tra i morti/ […] / tra le umide maschere,/ un dio nefando che ride” in “Terrorismo”, 15) dell´impossibilità di dire dinanzi al crimine del genocidio (“Cessa il volo d’uccelli/ e odi il vento/ che macera le ceneri/ dei dannati immolati/ al Dio umano bifronte” in “La porta dell’inferno (Auschwitz)”[4], 24), condizioni di patente indigenza (“un uomo che fruga nella spazzatura” in “Inverno nel quartiere”, 30), la minaccia di un sisma che ritorna e il disarmo (“Mi muovo a fatica tra frantumi/[…]/ La gola asciutta, gli occhi ormai ciechi,/ e sono fantasma tra fantasmi in cerca” in “Terremoto”, 38), l’avvilente trauma che sorge da un atto di violenza sessuale (in “Stupro”, 47) condizioni di sofferenza, privazione, emarginazione e di scacco alla razionalità in cui l’uomo giunge a una conclusione disarmante: “Sembrava eterna la vita e non lo era” (53) vien detto nella poesia “Tenebre”, quale referto ultimo di una radiografia umana.
Impietosa l’analisi del tessuto urbano che la Ferraro esegue in “Le città accatastate” da far pensare ai condomini-alveari dei realisti terminali dove, appunto, la realtà è descritta nei suoi anditi degenerati mediante un ribaltamento dei correlativi oggettivi e dove la materia – che è poi l’umanità de-emozionata, prevale nei meccanismi di vita dell’uomo. Parole-oggetto che qui, in questa lirica di Ferraro, si esprimono in tali termini: “Le città accatastate strillano di giorno/ […] / strangolato dal traffico, tace l’urlo segreto/[…] / urgenze ribollenti […] / lustreggiano al centro, marciscono nelle periferie” (35).
Vorrei porre l’attenzione, in chiusura a questo commento, al fremito che pervade alcuni componenti della raccolta dove, pur dinanzi a tanto dolore, dramma e sperdimento, la poetessa non può non pensare alla possibilità di un miglioramento che risieda in un ravvedimento dell’umana coscienza. Così tra “braccia esangui sradicate dal corpo/ […] / [davanti] al rotolio della mitraglie /[…] e lo sfolgorio di baionette” (40) l’imperativo non ha a che vedere con la denuncia dei cattivi e la deplorazione totale di questa triste valle di lacrime, semmai con un’ipotizzabile apertura verso una coesione e una collaborazione tra anime che, unite, possono far la differenza: “Per quanto tempo, ancora, questa sofferenza?” (40) pronuncia la Nostra, come al culmine di uno sfinimento senza pari che ha condotto l’io lirico a evidenziare le debolezze umane che degradano a crimini. I versi che serrano “La voce”, una delle ultime poesie raccolte in questo volume, richiama – con tono ben più possente di quanto non sia accaduto precedentemente – l’esigenza di uno scuotimento forte, per un risveglio tempestivo: “-ché´ non c’è suono/ per chi cuore non porge-/ ma sgranò gli occhi/ un bimbo e il grido azzurro/ dal pugno chiuso/ esplose: “Pace! Pace!” (57).
Lorenzo Spurio
[1] Questa la motivazione della Giuria per il conferimento del Premio: “L’intimistica percezione della vita e del tempo si esprime attraverso il contatto di parole e immagini. In questa poesia tutto palpita, si muove, tutto è espressione e messaggio, conoscenza e conseguenza. L’atmosfera, decisamente pregnante e spaziosa, si sussegue tra indescrivibile dolcezza e dolorosa analisi del presente che è dolore continuo della vita, condizione umana indissolubile. Scorci lirici e descrittivi alimentano nel lettore lo slancio alla comprensione e alla condivisione”.
[2] A tal riguardo va considerata la sezione in Per le strade e altro che porta il titolo definitorio di “Mottetti”. Essi sono, generalmente, componimenti poetici dal limitato numero di versi e dal carattere popolare che, al loro interno, contengono massime di vita, riflessioni e sorta di insegnamenti dal tono personale, privi di un intendimento didattico in chi legge, atti a sviscerare le virtù e le credenze di un determinato individuo radicate nella propria dimensione territoriale e cultura popolare e subalterna.
[3] La solitudine ritorna nella poesia “Piccolo inverno” dove, nell’explicit, leggiamo: “Al chiuso di un focolare,/ la solitudine intesse leggende” (33).
[4] Poesia pubblicata, quale inedito, sulle pagine della rivista di letteratura online „Euterpe“ n°16, Maggio 2016.
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I Diari di Kurt Cobain (Aberdeen, 1967 – Seattle, 1994) secondo il mio parere non può essere considerata propriamente un’opera letteraria, ma è un testo che comunque va tenuto presente rappresentando una sorta di Santo Graal della musica definita grunge. Nell’opera si ritrovano le origini del nome del gruppo musicale dei Nirvana e meditazioni personali del suo leader indiscusso.
Il gruppo era costituito da Kurt Cobain (chitarra e voce), Krist Novoselic (basso) e Dave Grohl (batteria e voce). Una miscela di musica forte, sregolatezza e assunzione di droghe e acidi avvolge l’esistenza e il successo di questa band controversa. Lo scopo sarebbe quello di produrre videoclip musicali che riflettano sui mali della società mediante l’adozione di testi folli, con prevalenza di colori tendenti al nero e al giallo paglierino, copertine “demoniache” e messaggi che incitano alla violenza, amplificano il dolore e parlano di morte. In tal modo Kurt Cobain è riuscito a esorcizzare la società americana degli anni ’90 attraverso temi ritenuti scandalosi quali la droga, il disagio giovanile, la ribellione dei figli verso i padri, l’aborto e la depravazione sessuale.
Dai Diari l’idea di musica che fuoriesce, per Kurt Cobain, è quella di una strada in grado di condurci in universi psichedelici dove il dolore è caricato come energia (sì, ma distruttiva!); strada percorsa da Cobain con le sue passioni, per lui fonti d’ispirazione per la sua breve e intensa vita. Accanto alla musica, c’è spazio per la concezione sull’Arte, concepita da Cobain come una lingua non per tutti, ma solo per pochi poiché la maggior parte delle persone la concepiscono solo come strumento da abusare per ostentare e far emergere la propria ridicola perversione ludico-sociale. Concezione, questa, in cui rientra anche la categoria dell’arte musicale vista come uno spazio in cui potersi liberamente rappresentarsi ed esprimersi senza nessun limite e confine, proprio come fece il punk e il punk-rock durante gli anni ’90.
Un cantante e artista dall’immensa profondità spirituale che gli permette di concepire la Vita come un esilio, come una dea in grado di trasformare le idee altrui e come uno stupro lessemico-narrativo dal quale devono nascere oneste espressioni linguistiche, verbali, sintattiche e grammaticali. Una concezione esistenziale che, secondo Kurt Cobain, si può realizzare attraverso i sogni, concepiti come una lente d’ingrandimento con la quale osservare la Vita nella sua vera forma. La vita prende la forma, nel leader dei Nirvana, come un mortifero cammino in grado di creare esistenze spettrali e anonime. Vita quale salvaguardia delle ombre a noi più care e infine, come una strada per trovare il nostro vero destino.
L’esistenza di Cobain è densa di ribellione: contestazione verso i propri genitori, guerriglia sociale, confusione emotiva, sesso degenerato. I giovani secondo lui devono basare la loro esistenza sulla Rivoluzione Sociale e avere la forza di combattere contro il potere. Fra i suoi vari pensieri contenuti nei Diari, c’è anche spazio per il ricordo della moglie Courtney Love (San Francisco, 1964), da lui concepita come una creatura con ali di pavone, come una femme fatale e infine, come un’irremovibile pallottola nella testa. Ella fu soprattutto una guida che cercò (forse senza successo) di portarlo sulla retta via e di farlo allontanare dalla vita depravata da lui esacerbata. Nel diario l’occhio vuole la sua parte e si notano in maniera netta le varie grafie adoperate, le frequenti cancellature e i disegni che mostrano la fragilità umana, il caos interiore e l’insicurezza di Cobain.
STEFANO BARDI
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Viene bandita la ottava edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato, fondato e presieduto dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio e organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi.
Art. 2 – PATROCINI MORALI
Il Premio è patrocinato dalla Regione Marche, dall’Assemblea Legislativa della Regione Marche, dalla Provincia di Ancona e dai Comuni di Jesi, Ancona e Senigallia.
Art. 3 – PARTNERSHIPS
Il Premio gode del sostegno e della collaborazione esterna (partnership) di alcune associazioni culturali che condividono gli intenti di promozione e diffusione della cultura e le finalità del concorso: Associazione “Le Ragunanze” di Roma, Associazione “Centro Insieme Onlus” di Scampia di Napoli, Associazione Siciliana di Arte e Scienza (ASAS) di Messina, Associazione “Arte per Amore” di Seravezza (Lucca), Associazione “L’Oceano nell’anima” di Bari, Associazione “Orion” di Morano Calabro (Cosenza), Associazione “Africa Solidarietà Onlus” di Arcore (Monza-Brianza), Associazione “Caffè Convivio” di Caltagirone (Catania), Associazione “Il Faro” di Cologna Spiaggia (Teramo), Associazione “Poesia & Solidarietà Onlus” di Trieste e della collaborazione del Museo “Stupor Mundi” – Federico II di Jesi e del Museo Diocesano di Jesi.
Art. 4 – REQUISITI FONDAMENTALI
Si può partecipare sia con opere edite che inedite. Per editosi intende pubblicato in un volume cartaceo (libro personale, catalogo, antologia, …) dotato di codice ISBN o in rivista (cartacea e/o digitale) dotata di codice ISSN. Non sono da intendersi ‘edite’ le opere apparse su siti personali, blog, riviste non registrate e Social Networks.
Qualora l’opera sia edita è necessario indicare nella scheda di partecipazione il riferimento bibliografico esatto e completo dove è precedentemente apparsa (titolo opera, casa editrice, luogo e anno di pubblicazione) in cui l’opera è contenuta. L’organizzazione è sollevata da qualsiasi problematica, disguido e controversia possa nascere nel caso in cui l’autore presenti la sua opera come inedita quando, in realtà, essa, alla data d’invio della partecipazione al premio, è edita.
L’opera non deve aver ottenuto un premio da podio (1°, 2°, 3° premio assoluto o ex-aequo) in un precedente concorso al momento dell’invio della propria partecipazione, pena l’esclusione. Se la singola opera fa parte di una silloge, mini raccolta o raccolta che è risultata premiata con un premio da podio potrà essere inviata ma non dovrà avere il medesimo titolo della silloge, mini raccolta o raccolta premiata, pena l’esclusione.
I vincitori del 1° premio assoluto dell’edizione precedente di codesto Premio (anno 2018) non potranno concorrere nella medesima sezione di riferimento, pena l’esclusione.
È fatto divieto ai Soci Fondatori e ai Soci Onorari dell’Associazione Culturale Euterpe, ai Presidenti di Giuria attivi o passati del presente premio e ai Presidenti delle Associazioni partner, prendere parte al concorso, pena l’esclusione.
Art. 5 – MINORENNI
I minorenni partecipano a titolo gratuito. Per la loro iscrizione è necessario che la scheda dati venga firmata in calce da un familiare (indicando tra parentesi il legame di parentela) o da un curatore o chi ne fa le veci. Si rammenta che le opere dei minorenni verranno valutate al pari di quelle degli adulti nelle medesime sezioni di riferimento e che la loro valutazione non avverrà secondo una graduatoria a parte. Premi speciali o d’incoraggiamento a giovani meritori potranno essere riconosciuti in linea con l’art. 12 del bando.
Art. 6 – SEZIONI A CONCORSO
Il Premio è articolato in sette sezioni identificate dalle lettere dell’alfabeto. Il partecipante può prendere parte a una o più sezioni.
SEZIONE A – POESIA IN ITALIANO
Si partecipa con un massimo di tre poesie in lingua italiana a tema libero in forma anonima che non devono superare i 40 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo, l’eventuale sottotitolo, dedica, spazi bianchi).
SEZIONE B – POESIA IN DIALETTO
Si partecipa con un massimo di tre poesie in dialetto a tema libero in forma anonima che non devono superare i 40 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo, l’eventuale sottotitolo, dedica, spazi bianchi). Le opere dovranno avere ben indicato il riferimento al tipo di dialetto o di zona nel quale è parlato e si dovrà allegare obbligatoriamente la traduzione dell’opera in lingua italiana. Qualora la traduzione non sia stata eseguita dall’autore è necessario indicare il nome del traduttore.
SEZIONE C – POESIA IN LINGUA STRANIERA
Si partecipa con un massimo di tre poesie in lingua straniera a tema libero in forma anonima che non devono superare i 40 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo, l’eventuale sottotitolo, dedica, spazi bianchi). Si considerano lingue straniere tutti quegli idiomi vivi caratteristici degli stati nazionali e federali nonché i patois e le lingue minoritarie che contraddistinguono un popolo. Non si accetteranno opere in lingue artificiali o in codici che non hanno un uso reale o non peculiari di una realtà geopolitica concreta riconosciuta dalla comunità internazionale. Le opere dovranno avere ben indicato il riferimento al tipo di lingua o alla zona nella quale è parlato e si dovrà allegare obbligatoriamente la traduzione dell’opera in lingua italiana. Qualora la traduzione non sia stata eseguita dall’autore è necessario indicare il nome del traduttore.
SEZIONE D – LIBRO EDITO DI POESIA
Si partecipa con un solo libro di poesia pubblicato con una casa editrice o auto-prodotto dotato di codice identificativo ISBN a partire dal 1990. La partecipazione può essere inoltrata dall’autore, dal curatore del volume o dall’editore. In caso di vittoria il premiato verrà comunque considerato l’autore del volume. Si accettano anche libri di poesie in dialetto o in lingua straniera (con traduzione a fronte), di haiku e libri di poesia corredati da immagini (foto e quadri) e antologie (in questo caso si leggano le specifiche sotto). Si accettano, altresì, libri di poesie di autori scomparsi, inviati da parenti, amici, centri culturali ed editori. Verranno in questo caso considerati, in caso di valutazione positiva della Giuria, per un Premio speciale o “Alla memoria”. Il partecipante deve inviare tre copie cartacee del proprio libro e, qualora ne disponga, anche il file originale in formato .doc, .docx o .pdf. Si fa presente che è comunque obbligatorio l’invio delle tre copie cartacee.
Specifiche per la partecipazione con antologie e opere di AA.VV.
Si partecipa con un’antologia poetica (di qualsiasi tipo e composizione, tranne le antologie dei premi letterari) pubblicata con una casa editrice o auto-prodotta dotata di codice identificativo ISBN. La partecipazione può essere inoltrata dall’autore principale, dal curatore, dall’editore o da uno degli autori inseriti. Il partecipante deve inviare tre copie cartacee del libro e, qualora ne disponga, anche il file digitale in formato .doc, .docx, .pdf. Si fa presente che è comunque obbligatorio l’invio delle tre copie cartacee. Qualora il partecipante sia uno degli autori inseriti e non il curatore dell’antologia, il partecipante dovrà informare previamente della sua volontà di partecipare al premio il curatore del volume e dovrà tenerlo aggiornato sull’andamento del concorso e l’esito. Il partecipante sarà l’unico responsabile in materia di comunicazioni con il curatore dell’antologia per tutte le fasi relative del Premio, non potendo il curatore/editore nulla imputare all’organizzazione del Premio.
SEZIONE E – HAIKU
Si partecipa con un massimo di tre haiku (5-7-5 sillabe) in lingua italiana in forma anonima.
SEZIONE F – VIDEO-POESIA
Si partecipa con una video-poesia che dovrà essere inviata con una delle seguenti modalità:
Caricandola in YouTube e fornendo nella mail di partecipazione il link del video. In questo caso l’utente non deve assolutamente apportare modifiche al video né cambi di URL per tutta la durata di svolgimento del premio, pena la squalifica.
Allegando il video (soli formati .avi, .mp4, .wmv) alla mail o mediante il sito di trasferimento dati gratuito WeTransfer.
Non verranno considerati validi altri sistemi di trasmissione delle opere (Jumbo mail, Google Drive, Whatsapp, supporti cd o dvd, etc.). Nella scheda di partecipazione l’autore deve dichiarare di avere utilizzato per la produzione del video materiali (foto, video, musiche) propri o di dominio pubblico o, laddove siano opere di terzi, di aver ottenuto le necessarie liberatorie per l’utilizzo, sollevando l’Associazione Culturale Euterpe da qualsivoglia disputa possa nascere in merito all’attribuzione di paternità dei componenti del video, pena l’esclusione.
SEZIONE G – CRITICA LETTERARIA
Si partecipa con una recensione, o un testo critico o un’analisi dell’opera, o un approfondimento, o un articolo, o un saggio letterario su un’opera poetica classica o contemporanea della letteratura italiana o straniera (comprensiva su autori esordienti) in forma anonima. Si potranno inviare anche note di lettura, prefazioni, postfazioni e note critiche all’interno di un volume (in questo caso esso dovrà essere corredato dei dati bibliografici). L’opera potrà focalizzarsi sull’analisi di una singola poesia o di più testi, di una silloge, di un libro o più, o dell’intera produzione poetica di un dato autore. Tale testo non dovrà superare le quattro cartelle editoriali pari a 7.200 battute complessive (spazi compresi), senza conteggiare il titolo, le eventuali note a piè di pagina e la bibliografia (consigliata).
Art. 7 – CONTRIBUTO:
Per prendere parte al Premio è richiesto un contributo di € 10,00 a sezione a copertura delle spese organizzative. È possibile partecipare a più sezioni corrispondendo il relativo contributo. Gli associati dell’Associazione Culturale Euterpe regolarmente iscritti all’anno di riferimento (2019) hanno diritto a uno sconto del contributo pari al 50% per sezione.
Nel caso si invii il materiale per posta tradizionale, la quota di partecipazione potrà essere inserita in contanti all’interno del plico.
Art. 8 – SCADENZA E INVIO
La scadenza di invio dei materiali (opere, scheda di iscrizione compilata e ricevuta del contributo versato) è fissata al 15 maggio 2019. I materiali dovranno pervenire in forma digitale (per le opere esclusivamente in formato .doc; per gli altri materiali anche in formato .pdf o .jpg) alla mail premiodipoesialarteinversi@gmail.com indicando come oggetto “VIII Premio di Poesia “L’arte in versi” – 2019”. In alternativa, l’invio può avvenire in formato cartaceo; in questo caso fa fede la data di spedizione. Il plico dovrà essere inoltrato a:
VIII Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”
Associazione Culturale “Euterpe”
c/o Dott. Lorenzo Spurio
Via Toscana n°3
60035 – Jesi (Ancona)
Le sezioni D (Libro Edito di Poesia) ed F (Video-Poesia) prevedono modi diversi di invio delle proprie opere. Per prendere visione delle modalità, si rimanda al precedente art. 6 del bando.
Art. 9 – ELABORATI
Le opere a concorso non verranno in nessun modo riconsegnate. Per quanto concerne la sezione D, le tre copie del libro verranno depositate in alcune biblioteche della provincia di Ancona. Una copia rimarrà nell’Archivio dell’Associazione Culturale Euterpe.
Art. 10 – ESCLUSIONE
Saranno esclusi dalla Segreteria le partecipazioni che non saranno considerate conformi al bando:
I testi che riportino nome, cognome, soprannome dell’autore, il motto o altri segni di riconoscimento o di possibile attribuzione dell’opera (con eccezione delle sezioni D, F e G).
I testi che siano risultati vincitori di un 1°, 2° o 3° premio in un precedente concorso;
I testi di autori che abbiano vinto il 1° premio assoluto nella medesima sezione nella precedente edizione del Premio;
I testi che presentino elementi razzisti, xenofobi, denigratori, pornografici, blasfemi, di offesa alla morale e al senso civico, d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo o che fungano da proclami ideologici, partitici e politici;
I testi che appartengano:
Ai soci fondatori e onorari dell’Associazione Culturale Euterpe;
Ai Presidenti di Giuria attivi o passati del presente premio;
Ai Presidenti delle Associazioni che collaborano esternamente;
Le partecipazioni giunte:
Prive della scheda dei dati personali;
Prive del contributo di partecipazione;
Prive dei testi con i quali s’intende partecipare;
Con la scheda di partecipazione illeggibile e/o non completata in ogni campo;
Con modalità non conformi a quanto richiesto dal bando;
Oltre i termini di scadenza.
Art. 11 – COMMISSIONE DI GIURIA
Le Commissioni di Giuria, differenziate per le varie sezioni, sono costituite da poeti, scrittori, critici letterari, giornalisti, blogger ed esponenti del mondo letterario: Michela Zanarella (Presidente di Giuria), Emanuele Marcuccio, Giuseppe Guidolin, Stefano Baldinu, Rita Stanzione, Valtero Curzi, Antonio Maddamma, Morena Oro, Fabia Binci, Antonio Sacco, Stefano Caranti, Cinzia Baldazzi, Vincenzo Monfregola e Francesco Martillotto. Il giudizio della Giuria è definitivo e insindacabile.
Art. 12 – PREMI
Per ciascuna sezione saranno assegnati tre premi da podio:
1° Premio: targa placcata in oro 24 kt, diploma, motivazione della giuria e tessera socio ordinario Ass. Culturale Euterpe anno 2020.
2° Premio: targa, diploma, motivazione e libri.
3° Premio: targa, diploma e motivazione.
Qualora se ne presenti l’occasione per punteggi meritori di stesso livello, sarà possibile riconoscere premi “ex-aequo” solo per il 2° e 3° premio da podio.
La Giuria, inoltre, attribuirà i seguenti Premi Speciali:
Premio del Presidente di Giuria
Premio della Critica
Trofeo “Euterpe”
Premio “Picus Poeticum” (assegnato alla migliore opera poetica di un autore marchigiano)
Premio ASAS (assegnato alla migliore opera in siciliano)
Premio “Centro Insieme” (assegnato alla migliore opera sulla legalità)
Premio “Le Ragunanze” (assegnato alla migliore opera sulla natura)
Premio “L’Oceano nell’Anima” (assegnato alla migliore opera su tema/ambientazione classica)
Premio “Arte per Amore” (assegnato alla migliore opera a tema amoroso)
Premio “Orion” (assegnato alla miglior opera sperimentale)
Premio “Il Faro” (assegnato alla migliore opera sul mare)
Premio “Africa Solidarietà” (assegnato alla migliore opera sul multiculturalismo)
Premio “Poesia & Solidarietà” (assegnato alla migliore opera sulla solidarietà)
Fuori concorso, come accaduto negli anni precedenti, verranno assegnati i Premi Speciali “Alla Memoria” e “Alla Carriera” a insigni poeti del nostro Paese.
La Giuria potrà proporre ulteriori premi minori, indicati quali “Menzione d’onore”, ad altrettante opere meritorie non rientrate nei premi da podio. Tale decisione dovrà ottenere il parere favorevole del Presidente di Giuria e del Presidente del Premio per poter essere attribuiti.
Nel caso in cui non sarà pervenuta una quantità di testi numericamente congrua o qualitativamente significativa per una sezione, l’organizzazione si riserva di non attribuire determinati premi.
Tutte le opere risultate vincitrici a vario titolo verranno pubblicate nell’antologia del Premio, disponibile gratuitamente il giorno della premiazione per i soli vincitori.
Grazie ad apposite collaborazioni con gli enti del territorio comunale tutti i premiati a vario titolo e i membri della Giuria potranno accedere gratuitamente o in maniera agevolata all’offerta turistica del Comune di Jesi (Musei Civici, Museo Diocesano e Museo “Stupor Mundi” – Federico II).
Art. 13 – RESPONSO
Il responso della Giuria si conoscerà nel mese di settembre 2019. A tutti i partecipanti verrà inviato il verbale di Giuria a mezzo e-mail. Esso verrà pubblicato sul sito dell’Associazione Culturale Euterpe (www.associazioneeuterpe.com) e sui siti www.literary.it e www.concorsiletterari.it I risultati e i testi vincitori della sezione haiku saranno pubblicati sul portale “Alman Haiku” – Annuario Italiano degli Haiku Premiati all’indirizzo www.almanhaiku.blog
Non si darà seguito a richieste in merito a posizionamenti e punteggi ottenuti né a commenti critici sulle proprie opere presentate.
Art. 14 – PREMIAZIONE
La cerimonia di premiazione si terrà a Jesi (Ancona) in un fine settimana di novembre 2019.
A tutti i partecipanti verranno fornite con debito preavviso tutte le informazioni inerenti alla data e al luogo di premiazione. I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia per ritirare il premio; qualora non possano intervenire hanno facoltà di inviare un delegato. In questo caso, la delega va annunciata a mezzo mail, all’attenzione del Presidente del Premio dott. Lorenzo Spurio entro una settimana prima dalla cerimonia di premiazione all’indirizzo presidente.euterpe@gmail.com. Non verranno considerate le deleghe annunciate in via informale a mezzo messaggistica privata di Social Networks né per via telefonica. I premi non ritirati personalmente né per delega potranno essere spediti a domicilio mediante Poste Italiane, previo pagamento delle relative spese di spedizione a carico dell’interessato, con eccezione del 1° premio assoluto delle relative sezioni consistente in una targa oro 24kt che dovrà essere ritirata necessariamente dal vincitore o delegato il giorno dell’evento. In nessuna maniera si spedirà in contrassegno.
Art. 15 – PRIVACY
Ai sensi del D.Lgs 196/2003 e del Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali n°2016/679 (GDPR) il partecipante acconsente al trattamento, diffusione e utilizzazione dei dati personali da parte dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN) che li utilizzerà per i fini inerenti al concorso in oggetto e per tutte le iniziative culturali e letterarie organizzate dalla stessa. Il partecipante, prendendo parte al concorso, è consapevole di essere a piena conoscenza delle responsabilità penali previste per le dichiarazioni false, secondo l’art. 76 del D.P.R. 445/2000.
Art. 16 – ULTIME
Il presente bando di concorso consta di sedici articoli compreso il presente.
La partecipazione al concorso implica l’accettazione tacita e incondizionata di tutti gli articoli che lo compongono.
□ B – Poesia in dialetto specificare dialetto: _________________________________________________)
□ C – Poesia in Lingua Straniera specificare lingua: __________________________________________)
□ D – Libro edito di poesia
□ E – Haiku
□ F – Video-poesia
□ G – Critica Letteraria
Per le sezioni A, B, C, D, E, F, G indicare il titolo delle opere, specificando vicino se sono EDITE o INEDITE e, nel caso di EDITE, dove sono precedentemente comparse.
Per la sezione D specificare il titolo del libro, casa editrice e anno.
Per la sezione E, essendo gli haiku privi di titolo, non dovrà essere indicato niente.
Per la sezione F specificare il titolo della video-poesia e di eventuali nomi di regista, musiche e voce recitante.
DICHIARAZIONE PER I PARTECIPANTI DI TUTTE LE SEZIONI
□ Dichiaro che i testi presentati sono frutto del mio unico ingegno. Dichiaro, pertanto, che essi non sono soggetti a D.A. (Diritti d’Autore) in quanto non ripresi da testi coperti da tutela di cui alla L. 22/04/41 n°633 e successive modificazioni e integrazioni.
□ Autorizzo l’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN), organizzatrice di questo Premio, a pubblicare in cartaceo i miei testi all’interno dell’opera antologica del Premio senza nulla avere a pretendere né ora né in futuro.
□ Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D.Lgs n. 196/2003) allo scopo del concorso in oggetto e per le iniziativa organizzate dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN).
□ Sono a piena conoscenza delle responsabilità penali previste per le dichiarazioni false, secondo l’art. 76 del D.P.R. 445/2000.
Data_____________________________________ Firma ___________________________________
DICHIARAZIONE PER PARTECIPANTI ALLA SEZIONE F
[ ] Dichiaro, sotto la mia unica responsabilità, di aver fatto uso, nell’elaborazione della video-poesia di immagini/video/suoni di mia proprietà o di dominio pubblico o, laddove abbia usufruito di materiali di terzi, di aver provveduto a richiedere relativa liberatoria degli autori per l’autorizzazione a usarli nell’ elaborazione del video, sollevando l’Organizzazione da qualsiasi disputa possa nascere in merito all’attribuzione di paternità dei componenti della video-poesia.
Data_____________________________________ Firma ___________________________________
Antonio Damiano è nato nel comune di Montesarchio, nel Beneventano, ma da anni vive e Latina. Si è laureato in Lettere e Filosofia e, in quanto alla sua passione poetica, ha pubblicato sinora quattro libri: Come farfalle(Montedit, Melegnano, 2013),Come le foglie(Ass. I due colli, Torre Orsina, 2015), Versi d’autunno(Genesi, Torino, 2016) e il recente Le orme dei giorni (Stravagario, Minturno, 2018). Ampiamente apprezzato dalla critica e dall’ambiente letterario ha all’attivo circa trecento premi tra podi e premi speciali conseguiti in altrettanti concorsi letterari nazionali. Nell’aprile 2018 gli è stato attribuito il “Premio alla Carriera” da parte dell’Associazione GueCi di Rende (CS)presieduta dalla poetessa Anna Laura Cittadino.
Particolarmente attento alle dinamiche socio-civiliche interessano il nostro oggi (ma non solo, come vedremo a seguire), Damiano nel corso degli ultimi anni si è imposto nello scenario ampio e variegato dell’universo delle competizioni letterarie quale anima sensibile verso ciò che accade non solo nella realtà di Provincia e nel Belpaese, ma nel mondo tutto, dimostrando capacità di analisi non indifferenti e un sentimento umanitario che lo rende vero cittadino di questo scapestrato mondo. I versi di Damiano non sono mai tesi a denunciare in maniera reproba i mandanti, gli esecutori diretti e chi ordisce il Male e alimenta le violenze, semmai a leggerle con occhio compassionevole e attento, a sottolinearne la gravità, a indagarne le ragioni e, ancora una volta, a solidarizzare con il represso, colui che viene battuto o cacciato. […] Per parlare di questo nuovo libro di Damiano non si può prescindere dai ricchi ed esaustivi apparati critici in apertura e chiusura di cui esso è dotato, brani esegetici che arricchiscono di per sé la caratura del volume e del Poeta di Latina permettendocene una lettura e un approfondimento radicali e persuasivi che ci consentono di avvicinarci all’opera e di gustarla in maniera ancor più saporosa. La poetessa Patrizia Stefanelli dedica pagine particolarmente apprezzabili sottolineando il forte realismo e pregnanza della lirica di Damiano parlando, al contempo, di una “odeporica essenza” (4) che si realizza in quell’intendimento spontaneo atto a esperire la poesia, e la scrittura tutta, come un viaggio. […] Il critico Cinzia Baldazzi, con una gamma variegata di riferimenti a intellettuali a lei amati nei quali ravvisa “consonanze” con alcuni versi di Damiano, si focalizza su un altro aspetto dominante del volume da lei definito nei termini di “cosalità dei significati quotidiani” (108) a intendere quel legame forte e spontaneo, sentito e immanente, che l’uomo ha con l’universo oggettuale che lo circonda, il contesto abitativo e sociale, finanche le pratiche rituali e celebrative che appartengono a quel dato “essere” nell’ hic et nunc.
Il poeta anconetano Franco Scataglini (1930-1994) nel 1977 diede alle stampe la raccolta So’ rimaso la spina, opera dal titolo fortemente simbolico; qui la Vita è intesa come una creatura che ci spolpa, proprio come l’irruenza delle onde del mare. Un primo tema è quello della Vita, che ci priva di qualsiasi cosa per noi importante, ci cancella, ci azzera e ci immerge in un oceano colmo di solitudine e di emarginazione. Un’esistenza, quella terrena, che è paragonata alla scrittura, poiché come essa è un cancellare gli errori dopo gli sbagli e un canto disperso, nel dolore quotidiano[1]. Vita che ha la sua parte oscura ch’è la dipartita, concepita dal poeta anconetano come una Vita senza energie, sogni, passioni e in particolar modo senza profumi.[2] Un Vita che è paragonata agli invernali moli, luoghi dove non c’è vita, solo malinconia e vite in decomposizione. In tale cornice, gli uomini di Scataglini finiscono per apparire come una sorta di pupazzi di neve, ovvero come delle creature dal cuore glaciale e dalle mortifere parole[3]. A dominare, negli spiragli della silloge, è forse il tema dell’amore, inteso come un qualcosa che ci “cucina” la carne e lo spirito fino all’osso[4], ma anche come il principale motore delle azioni e nella nostra vita[5].
Vorrei allargare il mio pensiero critico e la mia riflessione riferendomi a due poeti contemporanei: Valtero Curzi e Marco Ausili. Il filosofo, poeta e scrittore Valtero Curzi (1957) nel 2017 ha dato alle stampe la raccolta Il tempo del vivere è mutevole. Varie sono le chiavi di lettura, una prima è quella con la quale il poeta paragona la dolcezza esistenziale alla dolcezza del ciliegio che, anche se muore al primo vento, rimane per sempre dentro di noi.[6] La vita è concepita come una dolce melodia che culla la nostra mente e ci conquista con i suoi sensuali arieggi.[7] Per una lettura accessoria credo che bisogni chiamare in causa la canzone Come le onde del mare di Gianmaria Testa. Le onde di Curzi e di Testa strappano i nostri sogni e i nostri affetti per farci immergere in mondi animati da una pacata oscurità.[8] Centrale è la tematica dell’amore che ritorna nella lirica “Ti vengo a cercare”. Testi dove l’Amore, con le sembianze di una donna, è visto come una creatura da amare, lodare, glorificare e contemplare nelle sue brume, nei suoi viaggi psichici e nei sui labirinti spirituali.[9] Accanto al tema della Vita, c’è posto anche per il tema dell’Uomo e del cammino esistenziale. Uno Uomo che non è fatto di carne e di ossa per il poeta senigalliese, ma è un’ombra che vaga all’interno di un mondo annebbiato, alla ricerca di una Terra Promessa sulla quale approdare.[10] Nella poesia “Stazione Centrale” è rappresentato un effimero viaggio in treno, dove non ci sono fermate ma solo partenze.
L’opera di Curzi ha toni pascoliani, dannunziani e ungarettiani al contempo. Per quanto riguarda la reminiscenza pascoliana, dobbiamo parlare della poesia “La notte di San Lorenzo” dove le stelle cadenti rappresentano la morte delle gioie; per quella dannunziana della poesia “Piove, a Maggio” in cui è simboleggiata la tristezza in grado di calmare ogni cosa, concepita come un acqua magica.[11] Un riferimento ungarettiano lo possiamo trovare in “Una foglia”: una foglia caduta dal ramo e adagiata sulla fredda terra, che simboleggia tutta la fragilità degli esseri umani nel loro ultimo istante di vita.[12].
Concludo questa breve dissertazione ritornando nella città dalla quale sono partito, Ancona, parlando del poeta Marco Ausili (1988) che nel 2017 ha pubblicato l’opera Global carmina e altre poesie. Qui il tema è riscontrabile in tre precise sezioni, che sono: Lo spazio di un’estate, La paura della vita e Sentieri ininterrotti. Nella prima, la Vita è paragonata al mare che è visto come una fonte battesimale dalla quale far risorgere le nostre carni purificate[13] e come un baule in cui sono conservate le nostre reminiscenze, i nostri patimenti, i nostri amori e infine, i nostri defunti.[14] Nella seconda, la Vita altro non è che la Morte. Dipartita che è concepita dal giovane poeta come una sorella che ci prenderà per mano e ci condurrà alla vita eterna[15] e come la sovrana dei camposanti, intesi da Ausili come i luoghi che conservano per l’eternità le nostre gioie e le nostre melodie esistenziali. Nell’ultima sezione la vita è concepita come conoscenza e diffusione del passato[16].
STEFANO BARDI
Bibliografia di Riferimento:
SCATAGLINI F., So’ rimaso la spina, Edizioni L’Astrogallo, Ancona, 1977.
CURZI V., Il tempo del vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017.
AUSILI M., Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017.
[1] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 23 (“[…] tuta scancelatura / dopo dulor de sbai. […]-[…] el biatolà d’un dindo / spèrsose ‘nte la piova.”)
[2] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 26 (“[…] Pei morti ai quatro venti / ‘st’asenza de perfumo.”)
[3] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 76 (“Né tera né cielo / è i omini, fiola, / ma pupi de gelo / co’ morta parola. […]”)
[4] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 67 (“[…] Spolpato sopra e soto / so’ rimaso la spina.”)
[5] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 120 (“[…] Tuto è corpo d’amore / mischiato al bene e ‘l male, / tuto è ‘l fenomenale / èssece: serpe o fiore / ortiga o albaspina / infedeltà, costanza / fortuna, malandanza / sesso d’omo o vagina / e te, dialeto caro / che da l’infanzia sorti / t’ha cinguetato i morti / su l’alto colombaro […]”)
[6] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 21 (“[…] Terrò l’ultimo fiore / nel mio sguardo.”)
[7] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 23 (“[…] M’ascolto sereno / senza mutar nulla nel mio pensare / lasciando l’armonia conquistarmi.”)
[8] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 27 (“[…] E io sento in quel morir placido / il viver che ci contiene / mi perdo / nei miei pensieri / ed è già subito sera.”)
[9] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 80 (“Ti vengo a cercare / nella tua incertezza / che ti percorre / e ti inseguo / nei meandri dei pensieri / che t’avvitano. […]”)
[10] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 75 (“Cerco il mio tempo / dove posarmi / come alla sera / nel guardar le stelle disperse / nell’universo scuro di chiaro offuscato. […]”)
[11] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 66 (“[…] Piove lieve e fermo / come dolce malinconia / che tutto quieta. / Piove come il meditare / nella matura esistenza percorsa / in ogni pensiero nato e appena sbocciato.[…]”)
[12] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 64 (“[…] Mi serra il cuore / quel tuo stato sottile / d’immensa fragilità / che ci coglie. / Sento doloroso / l’adagiarti ormai morta / sull’arida terra. / Ti guardo… / e fuggo dai miei pensieri.”)
[13] M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017, p. 19 (“[…] Risalivano. La meraviglia / del respiro, come ora usciti / dall’amnio. Tra le dita / il trofeo immacolato.”)
[14] M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017, p. 22 (“[…] Ancora nell’orecchio chiuso / il rumore del mare / come fatto si fosse conchiglia / pescata dall’acque. / La mente festante di ricordi / infine piegandosi tacque.”)
[15] M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017, p. 29 (“[…] Lo sento, sta arrivando. / E presto i suoi passi passeranno / dove passi ogni tanto, / senza avvertire il mio passaggio / il passato, perduto mio transito.”)
[16] M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017, p. 62 (“[…] Non siamo mai chiusi / dentro una stanza, / siamo comunque nel mondo, / della sua medesima sostanza.”); M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017, p. 63 (“[…] Passerà l’intera mattina / a ricostruire sereno tutto / il figlio contento di creare, / con calma, senza lutto.”)
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Questo breve articolo è volto a ricordare il poeta, scrittore, giornalista e insegnanteRaul Lunardi(1905-2004), cittadino illustre del comune di Sassoferrato, vicino a Fabriano. Un intellettuale di cui oggi si rammenta per lo più l’attività di scrittore con opere quali “Diario di un soldato semplice” (1952) e “Un eroe qualunque” (2000). Intensa fu, però, anche la sua attività poetica, oggi raccolta in un volume che la compendia in forma generale. La critica poco si è espressa su tale intellettuale, se si eccettuano interventi di Carlo Bo e di Teresa Ferri.
Per praticità e per una più organica presentazione della sua opera poetica, dividerò la sua produzione in due diverse fasi. Nella prima troviamo poesie che vanno dal 1920 al 1983, raccolte in “Poesie 1923-1983” (1998) e quelle dalla seconda metà degli anni ’80 al Duemila in “Preghiera del centenario: poesie” (2003). Numerosi sono i temi da lui affrontati nelle due raccolte . Un primo tema riguarda la Politica, intesa da Lunardi come creatura dalle mani sporche di sangue e di letame, con le quali i suoi funzionari non fanno altro che denigrare la società degli Uomini, sottomettere la razza umana e trasformare lo Stato nella loro casa: un Inferno. Un secondo tema riguarda i versi poetici che sono intesi dal poeta come i flussi sanguigni, poiché come quest’ultimi, anche i versi lirici sono strutture linguistico-grammaticali frenetiche, palpitanti e meditative. C’è anche il tema della terra, della sua regione, delle Marche autentiche, da lui considerate come una Regione elisiaca, dall’eterna giovinezza, dalla viva campagna e dalle reminiscenziali primavere. All’interno di tale realtà c’è un vivido omaggio alle grotte di Frasassi, concepite dal poeta come un Eden mistico dal quale Adamo ed Eva diedero inizio alla vita.
Il poeta marchigiano Raul Lunardi (1905-2004)
“Preghiera del centenario” (2003) è un’opera che l’autore ha volutamente costruito come una moderna “Divina Commedia” dantesca; anche la sua opera è divisa in tre gironi: “Poesie al Neutrone” (configurabili col dantesco Inferno), “Dolce Colore D’Oriental Zaffiro” (configurabili col Purgatorio) e “Dalle Stalle alle Stelle” (configurabili col Paradiso).
Un girone infernale, quello del poeta sassoferratese, in cui possiamo vedere spiriti privi di anima che sono qui collocati, poiché da vivi hanno sostituito l’amore, la gioia e la compassione con la falsa e tecnologia figlia a sua volta della aberrante globalizzazione. Anime, queste, che sono eternamente condannate a non amare più; anime senza amore carnale e spirituale, ma anche profondamente emarginate nell’animo, poiché da vive hanno percorso la strada delle estremità.
Un Inferno che è animato da più anime dannate che saranno da me analizzate nelle loro principali figure. Una prima schiera è costituita dalle oscure ombre di Uomini violenti, che nella loro vita terrena hanno avuto comportamenti maneschi, usato parole brutali e creato leggi per passare negli sguardi degli altri, come dei santi ma pronti a morire durante la loro esistenza per ogni giudizio etico colmo di verità. Una seconda schiera è costituita dalle anime che durante la loro vita sono state avide verso i loro fratelli pensando solo alla cura della propria immagine. Una terza schiera è costituita dagli Uomini cyborg, paragonati agli orologi perché, al pari di essi, compiono le stesse cose impegnati unicamente a consumare i giorni della loro vita. Uomini, ma anche Donne, che sono meretrici, in questo inferno lunardiano. Puttane che nella loro vita hanno illuso i loro amanti donandogli solo un finto amore. Dannate a dolori fisici sono le anime lunardiane; esse sono anche costrette a lasciare nella vita il loro viso nel cuore di coloro che le hanno amate, senza riuscire a dare risposte a questi spettrali visi.
Ci sono anche le impersonificazioni dell’Europa e della Poesia. Il nostro continente è delineato quale creatura ambigua e dalle carni incomplete, che ha regnato solo per mezzo della schiavitù, mentre la Poesia è vista colma di silenzi spirituali e di brumosi pensieri.
Il Purgatorio del poeta marchigiano è contraddistinto da anime che espiano colpe per la conquista del Paradiso Celeste attraverso il ricordo di arcani sapori e ubriacanti odori. Espiazione che si deve basare sulla riscoperta della fola e sul cammino nel dolore. Un girone in cui c’è spazio anche per l’Uomo moderno e la sua vita pregna di super tecnologia, con la quale è fortemente convinto di potersi sostituire alla vita creaturale creata da Dio e crede di poter prendere il posto di Dio. Quest’ultimo, la divinità, è concepita da Lunardi come un geniale direttore d’orchestra che dona all’Uomo i suoi occhi per farlo camminare su una strada luminosa, le orecchie per ubriacarlo con dolci melodie, i piedi per farlo camminare nella compassione e il cuore per fargli diffondere amore.
Sia Inferno che Purgatorio in Lunardi hanno delle affinità con i celebri gironi danteschi. Centrale rimane, comunque, il cruciale tema della globalizzazione quale oscura sovrana, che ha costretto l’Uomo ad abusare della tecnologia per il soddisfacimento delle sue ingordigie più sfrenate. Globalizzazione dalla quale, però, secondo il poeta sassoferratese, l’Uomo se ne libererà rituffandosi nel brodo mistico dell’Alba Tempi, dal quale ricomincerà una nuova vita nel segno della purezza e della beatitudine spirituale.
Per concludere va rivelato che il Paradiso lunardiano è abitato da angeliche creature dal brumoso anelito luminoso, dalle rosee e marmoree membra simili a quelle della dea Afrodite. Accanto a queste creature c’è spazio anche per la Donna, qui rappresentata attraverso un intimo ricordo che ce la mostra come una creatura dalla dorata capigliatura, dallo spirito garbato. Una donna, quella liricizzata dal poeta sassoferratese, intesa come un angelo che riscalda l’uomo, quale creatura sessualmente libera e vera regina che tira i fili dell’Universo.
STEFANO BARDI
(*) Una prima versione di questo articolo, col titolo “Cultura. Sassoferrato, città d’arte e di poesia. Omaggio a Raul Lunardi, 1905-2004”, è apparsa sulla rivista “Lo Specchio Magazine” in data 27/11/2018 (disponibile a questo link). L’articolo viene riproposto con sensibili modifiche rispetto alla precedente pubblicazione, con l’assenso dichiarato da parte del relativo autore.
L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.
Che Eugenides sia uno degli scrittori più schivi, originali e talentuosi degli ultimi vent’anni è confermato dalla recente silloge dei racconti Una cosa sull’amore (Mondadori 2018, copertina felice), imperdibile per ben “cinque ragioni” secondo quanto ha scritto in un appassionato, bellissimo intervento su “La lettura” del Corriere Alessandro Piperno, ammiratore confesso del suo “talento mimetico che sfiora l’orecchio assoluto”.[1]
Nel deserto rovinoso di un presente segnato da solitudine, incomprensioni, sconfitte, fra gli spettri opprimenti di una vecchiaia mai ammessa né accettata, naufragi matrimoniali drammaticamente (o penosamente) negati, rimpianti e rinunce, ciniche rivalse e frustranti derive economiche, alienati e lancinanti smarrimenti, è certamente il “tema ossessivo dell’inadeguatezza”[2] il legame che unisce tutte le storie, ma anche, ci sembra, la tenace e irrinunciabile fiducia in un sentimento che salva e redime dall’angoscia, se non dal fallimento più o meno annunciato. È l’amicizia senile tutta femminile di Della e Cathy, insoddisfatte Brontolone[3] in eterno sovrappeso, anticonformiste e umorali che perdono mariti, figli “pallidi, sinistri, circospetti come gli assassini di un film di fantascienza” ma non se stesse, risolute – proprio nel momento in cui la più anziana precipita nel gorgo invalidante di una “violenta e aggressiva” demenza – a disseppellire “l’ascia” per uccidere insieme le avversità. O l’attrazione per l’assoluto flusso energetico dell’Universo (om cosmico, musica delle sfere, perpetua capacità di rigenerazione terrestre) del protagonista di Posta aerea il quale, alla ricerca di un’identità perduta nello scialo della propria esistenza, la ritrova nel panico, trasfigurante abbraccio di una fascinosa natura esotica (Bangkok, Bangalore, Calcutta) alla percezione di “un trillo”, sorta di pirandelliano “fischio del treno” che lo proietta al di là di ogni coordinata familiare, sociale, umana. È l’insopprimibile istinto materno di Tomasina (Siringa per ungere la carne), 40 anni 1 mese e 1 giorno, sontuosa dimora in Hudson Street, lavoro appagante, disposta – fallito “il piano A” (“improbabile armata di adulteri e perdenti, gli uomini”) – a ripiegare sul meno romantico, più solitario e triste ma anche coraggioso e creativo piano B: un figlio “senza lui”, o meglio “con tutti i lui” della sua disincantata vita di rimorsi (comunque l’amore si impone grazie a chi innamorato lo è veramente, l’ex Wally Mars, donatore mai domo e figura vincente in uno spiazzante, struggente finale) o la passione musicale di Rodney (Musica barocca), jocyana “piccola nube”, razionale e un po’ rigido maestro di clavicordo (“bordura dorata e giardino geometrico dipinto, famiglia del clavicembalo”) travolto – dopo una fugace bohème giovanile vissuta fra Berlino, Heidelberg, Kurt Weil e gli amati Bach “père et fils” – dalla squallida marea di polizze, conti in rosso, rate inevase, “cifre atroci sulla carta di credito”, (in)adempienze domestiche avvilenti di un quotidianità prosaica e assai poco artistica. Sono la nostalgia di un’America democratica, rurale, libertaria e tollerante di Kendall (Great experiment), poeta fallito non per incapacità, “intelligente ma non ricco”, costretto a fare i conti con la deriva tecnologica di una plutocrazia fondata su software personalizzati, malversazioni e “delitti fiscali di broker ludopatici” nella quale la frode bisogna saperla pensare e perpetrare alla grande, non con remore letterarie (altrimenti meglio restarsene in uno squallido loft dove piove dal soffitto a riflettere sulla Democrazia in America di Tocqueville) e il tentativo di Charlie – architetto separato, vittima di ordinanze restrittive più o meno d’urgenza che si aggira patetico intorno alla vecchia casa “a distanza di 50 piedi” – di riaccendere “il tizzone” di un rapporto nel quale nessuno dei due deve Trova(re) il cattivo, scappare o inseguire l’altro, ma accoglierlo e dire “eccomi”. Facile come “colorare un arcobaleno”, perché una “cosa” nell’amore che tiene unite le coppie “non sono i soldi, i figli o una visione condivisa della vita, ma avere cura uno dell’altra. Sono le piccole gentilezze reciproche, chiedere come è andata la giornata fingendo che ti interessi”. Soprattutto, alla fine, è l’intima necessità di sentirsi vivi e di giocarla comunque la partita con la disperazione: può essere sufficiente un pasto miracoloso a base di carciofi per metterla in fuga, come accade in Giardini volubili, il racconto forse più riuscito della raccolta. Al lettore il piacere di scoprirlo, come anche di fare la conoscenza del prof. Luce, endocrinologo/anglo-irlandese/episcopale non praticante/amante di Bruegel, strepitoso protagonista di un’ironica proto-versione del mitico Middlesex.
Lo stile di Eugenides, per citare ancora Piperno, “è un manufatto superbamente rifinito […] le frasi sono tornite al punto da non mostrare alcuna asperità. Dovendo fare due nomi: Nabokov e Salinger”.[4] Necessario, essenziale, strutturato sui dialoghi, privo di lirismo e per lo più nominale (minime le sequenze aggettivali), è capace di delineare fulminanti, efficaci ritratti come la Prokrti di Denuncia tempestiva (squarci di vita indiana ricordano J. Lahiri)[5] e solo in quest’ultimo racconto (il più recente insieme a Le brontolone, 2017) cede alla (troppo) diffusa tendenza della narrativa contemporanea di inserire brani non letterari, mail ed sms in caratteri tipografici differenti. Semmai andrà sottolineata l’intrigante “struttura aperta” delle storie, con splendidi finali che suggeriscono, non chiudendola, un’evoluzione extra-testuale della vicenda per lo più angosciosa e non consolatoria (cfr. Multiproprietà), insieme alla magistrale capacità dello scrittore di ricorrere – anche se non è certo simbolico il suo modello di scrittura – ad oggetti epifanici catalizzatori del significato più profondo del testo: l’ascia e i carciofi citati, guanti spaiati, un giocattolo, preziose statuette di giada e orwelliani…topi.
MARCO CAMERINI
NOTE:
[1]Cinque ottime ragioni per leggere Jeffrey Eugenides, “La lettura”, 26 agosto 2018. Brevissima recensione nella recensione: l’articolo citato conferma (non che ve ne fosse bisogno) l’autorevolezza di Piperno critico e saggista militante. Raffinato, acuto e, insieme, piacevole alla lettura, mai pedante o accademico. Raro.
[5] “leggins neri, scarponcini Timberland, calzettoni viola da escursionista, volto da miniatura indù, occhi di un colore sorprendente che poteva esistere solo in un dipinto in cui l’artista avesse mescolato verde, blu e giallo indiscriminatamente che la facevano assomigliare a una ballerina gopi o a una santa bambina venerata dalle masse”
L’autore della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.
L’Incontro “MI FACCIO EUROPA” si sviluppa nell’ambito del Progetto “CULTURA E TERRITORIO IN EUROPA : I PROTAGONISTI” ideato e curato dalla poetessa, scrittirce e organizzatrice culturale Anna Manna in collaborazione con il Centro A.Spinelli. Il titolo dellIncontro “MI FACCIO EUROPA” vuol essere un ricordo ed un Omaggio al Convegno “MI FACCIO VIVO” (dedicato al Prof.Gilberto Mazzoleni) che si svolse poco prima della scomparsa del poeta antropologo presso la FACOLTA’ DI LETTERE alla presenza di molti docenti e molti studenti. Durante questo convegno, che prese il nome dal titolo dell’ultimo libro del Prof.Mazzoleni, si evidenziarono molte tematiche dedicate all’Europa della cultura e si decise l’organizzazione del Premio EUROPA E CULTURA presso la Sala delle Bandiere al Parlamento europeo. Anna Manna ha voluto riproporre il concetto del Prof. Mazzoleni per rimanere fedele ai progetti ed alle decisioni che ideò sotto la sua guida durante gli ultimi anni di docenza del professore nella Facoltà di Lettere.
Si svolgerà nei prossimi mesi affrontando grandi tematiche: LE DONNE, I GIOVANI, GLI INTELLETTUALI, L’IMPRENDITORIA, LA SCUOLA. Tutti gli incontri sono ospitati presso il CENTRO DI DOCUMENTAZIONE EUROPEA A.SPINELLI – FACOLTA’ ECONOMIA E COMMERCIO – SAPIENZA UNIVERSITA’ DI ROMA , via del Castro Laurenziano n° 9.
Anna Manna, organizzatrice e ideatrice dell’intera iniziativa
Il primo incontro sarà dedicato all’universo delle donne. Si terrà il 4 dicembre 2018 alle ore 15:30.
Durante l’incontro ci sarà la Cerimonia di premiazione del Premio EUROPA E CULTURA 2018 con la presidenza di Giuria del poeta Corrado Calabrò
Programma
Benvenuto Anna Manna, Angelo Ariemma per il CDE
Saluto CORRADO CALABRO’
Presidente Giuria Premio Europa e Cultura
PREMIO EUROPA E CULTURA
Interventi :
Lorenzo Spurio
Presentazione numero speciale rivista di letteratura “Euterpe” (il n°27) dedicato al “Coraggio delle donne” già presentato presso Palazzetto Baviera a Senigallia (AN).
Tavola rotonda con le autrici: Fabia Baldi, Liliana Biondi , Jole Chessa Olivares, Neria De Giovanni, Daniela Fabrizi, Anna Manna, Antonella Pagano, Michela Zanarella. Le relatrici, nomi di grande prestigio nel mondo della cultura, illustreranno profili di donne importanti nella storia della cultura e del territorio europeo.
L’Incontro si concluderà con una performance poetica di Eugenia Serafini
IL PREMIO EUROPA E CULTURA 2018 durante questa manifestazione rivolge la sua attenzione alle donne premiando donne di grande interesse nell’ambito del panorama culturale europeo.
Il responsabile della comunicazione per il progetto Cultura e territorio in Europa
Lo sviluppo del genere noir è fluttuante, così come si evidenzia nel romanzo di Antonio G. D’Errico, e ancora oggi per i suoi scenari cupi e pessimisti ha i suoi adepti. Il noir tratta la realtà senza tante illusioni di salvezza o miglioramento, dove il male si è impossessato di insospettabili uomini. Le ambiguità delle situazioni sociali suggeriscono il ricorso alla psicoanalisi. Questi complessi fattori rappresentano, in nuce, il lato oscuro del comportamento umano. L’universo del noir è rappresentato per lo più da uomini soli che vagano spinti da motivazioni sconosciute, che risiedono nel profondo del loro passato abusato e travagliato. Sono personaggi spesso rudi, malinconici, che percorrono itinerari cittadini, dove non c’è possibilità di salvezza in una società ostile e internamente malata. Antonio G. D’Errico è uno scrittore di talento che sa muoversi bene in più generi letterari. ‘Ernest. Morte a Milano’ è un noir di qualità, scritto con un linguaggio moderno, avvincente, dallo stile originale e interessante. La trama parte dalla traduzione di un manoscritto di Monnais, già edito in Francia, che l’editore italiano vorrebbe far conoscere ai suoi lettori. Il romanzo si apre sul dialogo tra lui ed un suo collaboratore, al quale chiede con insistenza a che punto sia la traduzione del libro. Il traduttore, preso dalla rabbia e dall’inquietudine per quel comando a sbrigarsi nel lavoro, presenta il protagonista della storia di Monnais: Ernest, un giovane rimasto orfano della madre, mandato dal padre a vivere con gli zii. Qui non voglio svelare alcun altro passo ai lettori. Pagina dopo pagina ci si accorgerà comunque dei disagi psicologici esistenziali, tra cui realtà o fantasie erotiche subite per troppo tempo taciute, sdoppiamenti, riflessi. Il traduttore, andando avanti nel suo lavoro, presuppone che Monnais cerchi di alleggerire il peso della vergogna, assegnandone una parte a un altro personaggio, la zia, colpevole di un lungo silenzio. Si interroga sulle soluzioni narrative dell’autore francese. Domande e risposte saranno opera dei lettori di questo avvincente noir. Su tutto dominano i bagliori di ombre oscure di Henry James in ‘Ritratto di signora”. Sembra quasi che le esistenze dei personaggi confluiscano in un unicum narrativo dove D’Errico ha la chiave della soluzione. L’autore è abile nel proporre il mistero, suscitando curiosità. Crimini, avvicendamenti, omissioni, omicidi, da chi sono compiuti? In un alternarsi di identità, tra realtà e mistero, si snoda tutta la vicenda che rende particolarmente intrigante il libro di Antonio G. D’Errico, ambientato nella nordica città scaligera. L’autore è riuscito a costruire un noir che ha tutte le caratteristiche tipiche del genere: esiste un assassino, c’è un’indagine, gli indizi e le ipotesi sembrano casuali, ma non è così, nasce una sfida per scoprire il perché, si va alla ricerca di una verità tra vendette e rancori. Si susseguono emozioni e sentimenti contrastanti. Si racconta di violenza, abusi, amore, abbandoni, possessione, nostalgia, gelosia, disagi psicologici e follia: le molteplici fragilità umane. Con un’analisi quanto mai lucida e attenta della società, D’Errico ci proietta in una dimensione in cui finzione e realtà si intersecano e si sovrappongono in un interscambio emotivo: si entra in un labirinto di pensieri e ci si trova a dover scostare il buio, a farlo affiorare per poi poterlo affrontare. La scrittura è matura, consapevole, molto visiva e cinematografica, non ci sono mai tentennamenti narrativi o eccessive forzature e pesantezze linguistiche. Tutto scorre fluido, mentre la suspence cresce scena dopo scena. Si delinea il ritratto di un uomo smarrito e svuotato della sua identità, che non si fida di nessuno, nemmeno di se stesso. Il protagonista incarna l’uomo di oggi senza certezze, vive nel dubbio, crede di saper amare e si aggrappa alla sete di vendetta, pensando che sia l’unica soluzione per risollevare le sorti dell’umanità. Sulla scia di Raymond Chandler, altro maestro moderno del noir, ci troviamo in questo romanzo a scandagliare la psiche, ad affrontarne i limiti, a conoscere la paura, accettandone le contraddizioni. Solo andando oltre le cose e vivendo si può riuscire a trovare il giusto equilibrio. D’Errico ci accompagna in un viaggio dell’anima, dove l’unica soluzione per il lettore è arrivare alla fine.
SINOSSI DEL LIBRO
Dino Lenza, traduttore di romanzi gialli, è alle prese con l’ultimo lavoro dello scrittore francese Jean Baptiste Monnais, dal titolo “La morte di uno sconosciuto”. Il protagonista è il giovane Ernest, che è stato vittima da bambino di ripetute violenze sessuali da parte dello zio. Lenza resta scosso da quelle descrizioni, rivivendo le angosce del personaggio, immedesimandosi nei suoi stati d’animo. Trova anche nei tratti somatici del protagonista una certa somiglianza coi suoi. Viene colto da un moto intimo di rabbia, come non si era mai manifestato prima.
Elimina completamente dalla traduzione le pagine scritte dell’autore francese e inizia la scrittura del suo giallo. I toni si fanno aspri e cruenti, il cinismo e la follia omicida non lasciano più uno spiraglio per il perdono. Il commissario incaricato delle indagini, pur nutrendo forti sospetti su tutti quegli omicidi, non riesce a trovare una spiegazione efficace per evitarli.
Una figura di rilievo della narrazione è la zia del giovane traduttore, pittrice famosa e donna di grande bellezza. Il rapporto tra i due lascia intravvedere un’ossessione seduttiva reciproca.
L’AUTORE
Antonio G. D’Errico, poeta, scrittore e sceneggiatore. Premio Grinzane Pavese, nel 1998 e nel 2000. Ha scritto numerosi testi di argomento musicale. Nel 2011 pubblica per Rizzoli la biografia di Eugenio Finardi, Spostare l’orizzonte, scritta insieme al cantautore milanese e, nel 2015, esce presso Mondadori con la biografia di Pino Daniele, Je sto vicino a te, scritta insieme a Nello Daniele, fratello di Pino. Il suo esordio nella letteratura di genere noir gli vede assegnare il terzo posto dalla giuria dei lettori al “Premio Scerbanenco, Courmayeur noir in festival”, con l’opera per ragazzi Il Discepolo, ispirato ai fatti di cronaca legati alla sette sataniche. Successivamente dà alle stampe l’originale thriller sul mondo della scuola, La governante Tilde. Con Morte a Milanoritorna al noir tematico di genere, dopo aver pubblicato da poco per Controluna edizioni la delicatissima silloge poetica dal titolo Amori trovati per strada (Luglio 2018).
L’autrice della prefazione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.
i cumuli delle ombre, gli intoppi della memoria.[1]
Negli splendidi versi si trasfigura ellitticamente in III persona, con intensa e disarmante sincerità, il soggetto poetante di Rifrazioni (Mondadori, 2018), ungarettiano “uomo dai piedi lenti” che si reinventa ogni istante e ogni ora, non ha fiato bastante/per rincorrere tutto/quel che gli corre davanti/e che dietro s’inombra e pure – disincantato e disilluso, acceso di ansia e di sogni, senza più un altare né un dio da pregare – di continuo si adopera a procacciarsi piacere, a medicare il dolore. Infinitesima “fibra” di una galassia/universo, baudelairianamente condannato – fra i detriti di un assordante, tumultuoso presente in rovina – ad annaspare nel fango, occhieggiando le stelle, alimenta tenace e mai disperato la fame e la sete dell’Anima, intende “il linguaggio delle cose mute”, contempla estatico il profilo della luna vestito del suo poco, rinchiuso/nei suoi sonni che sognano mentre il tempo precipita vorticoso senza prospettive di edeniche stasi.
Alla dimensione di una contemporaneità che opprime ed assedia l’io lirico (mai l’autore ne rinnega la voce), funestata da ruberie e delitti, eccidi ed eccessi, guerre che servono a scherani del raggiro seduti a legiferare sulle immondizie[2] e piazze che chiedono un altro presente, sussulti sismici e naufragi etici – nessuno sbarco stanotte a Lampedusa/nessun morto per mare…il futuro?Una marea fangosa che avanza mentre nei giovani vacilla la speranza – si contrappone la memoria di un passato che assume le fattezze di ombre (di dove vengono a lui che non le ha chiamate? Ma chi si cerca è trovato a sua volta da un’ombra), inconsciamente evocate da un Oltre che non è Ade ma Paese dei Cimmeri se possono sostare in limine fra la vita e la morte, ferme alle porte di una città senza nome, vaganti ancora nel recinto brulicante dei vivi. Sono tante, presenza irrequieta e leggera nel rumore dei giorni, folla silente in mezzo a noi che ci chiama e muta risponde alle domande mute senza nulla chiedere se non permanere dopo l’addio, nel breve saluto di un incontro inusuale e possibile solo che Elio/Orfeo lo desideri quanto loro.[3] E se è vero che moriamo alla morte dell’ultimo che ci ha conosciuti e non è perdita l’addio se lascia tracce nelle stanze aperte del cuore, il dialogo con loro – in una delle sezioni più suggestive della silloge dall’ossimorico-sinestetico titolo “Lo spessore dell’ombra” – è struggente e vivissimo. Hanno mani, piedi, gesti queste anime assiepate nel sogno della mente e celate dietro pudiche sigle: si chiamano Arsenio, padre con cinquant’anni di mare alle spalle, Elena – dantesca figlia di suo figlio dal volto fermo e quieto, sublime ritratto di madre che rinvia a quelli di Montale e Ungaretti – Luciano, Dario, Sandro, sodali voci liriche di un cammino letterario condiviso, l’aspra, manichea Elsa dagli occhi di agata – amica e nemica insieme, scrittrice come le infelici Amelia ed un’altra Elsa ingiustamente esiliata dalla fama – mentre accanto ai fantasmi mai ingombranti nella loro autorevolezza di Alberto e Aldo si profilano quelli modesti e umanissimi di Aduccia e Rosella, rimpiante testimoni della giovinezza santarsenese. Sono tanti e tutti i loro nomi
Troppo risoluta, comunque, in Elio Pecora la volontà di risillabare la speranza e, pure a tentoni, aprirsi un montaliano varco cercandosi dentro più alto e ampio il respiro per concedere ai morti l’egoistico mandato di (tornare a) vivere accanto sé, seduzione alla fine perdente di paralizzanti “nidi”. Ferma e pronta la risposta al loro accorato richiamo e imperitura la promessa di perpetuarne il ricordo, ma la sua è poesia “della” e “per” la vita, Eros vince Thanatos, i piedi devono riprendere ad andare e nel presente, pure abitacolo in rovina, deve inevitabilmente giocarsi la personale scommessa esistenziale, anche quando il pianto punge gli occhi/e in petto s’annoda o un grido chiude la gola. Così, mentre tutto sembra perduto e si cammina per arrivare a fine giornata, trasfigurate nei topoi dialettici luce/ombra (quel che chiamiamo sublime/sta nell’ombra…luce è solo verità iniziale) e rumore/silenzio (succede alle Furie del primo, incontaminato attende chi sa di portarselo dentro), la tensione dell’attesa che non smette di origliare e l’irriducibile fiducia in una felicità che non transige e non si pronuncia, ma cui pure il poeta non intende rinunciare, si sciolgono nel recupero di un tenace rapporto con il vissuto e di un mai domo sentimento dell’amore. Presenze/emblemi stavolta vive, discrete e nemmeno chiamate del quotidiano, il violinista sulla metro, il barbone che regala i suoi versi sconnessi, il vecchio che blatera, la badante moldava, umanità varia, dolente e nemica a se stessa, si stringono intorno a lui che – capace di emozionarsi per la corolla di un fiore, il profilo minuto di un adolescente nell’autobus affollato, una voce al telefono – attraversa solidale, sebbene non vi scorga il posto appartato in cui riconoscersi, un mondo miracolosamente popolato di storie[5] le quali
L’amore, dal canto suo, si “rifrange” più di quanto non appaia ad una prima lettura lungo tutta la raccolta, illuminandola anche quando si connota come inganno, disfatta, promessa bugiarda, appassionato segno non corrisposto, aspettativa che si teme vana e rimanda a Saffo e alla Cvetaeva. In ogni caso, nella consapevolezza che il dio frecciuto ignora età e tattiche, nessuna concessione a rassicuranti proiezioni ideali, solo (solo?) la risoluta persistenza del desiderio che rende divini, è stordimento fresco e lieve, basta a se stesso e, caparbio bagliore dentro l’addio, brilla inesausto ed irrinunciabile.
Elio Pecora
Alla fine il tumulto da 100.000 watt di una città infernale con i suoi dannati che vanno/avvoltolati d’ansia/per ignoti traguardi non impedisce di auscoltare a chi sa/può/vuole le vibrazioni di viole, timpani, flauti, pascoliani sistri o di un oboe dall’invidiabile fortuna letteraria e al viluppo di inganni, scandali, miserie si oppone, non-luogo fuori del tempo, un miracoloso orto di verdi che svariano ove si declina una flora odorosa e rassicurante, umile e rara a un tempo: dalie, ibiscus, ulivi, gigli, ortensie, il loto e il gigantesco agrifoglio, la zinnia e la catalpa bignonia, foscoliani tigli, (ancora pascoliani) pioppi, il salice con la sua canzone e lo screzio sorpreso di Desdemona, il croco e l’acacia (recisa da uno schianto del fulmine, non dal “freddo” di una forbice)[7] cari all’autore di Ossi. In questo giardino ai piedi di una collina, Pecora rinviene i termini esatti e svelati atti a rendere, contro il fragore di un tempo che contiamo a minuti, la spasmodica tensione interiore e a “sciogliere il canto” del niente nel niente: se da un lato la sua cifra stilistica, esclusiva ed evocativa nella trasparente intelligibilità (echi di Saba, Penna, Pasolini e Montale convivono in un tessuto unico ed originale), garantisce una convinta adesione al reale, senza mai cedere al rispecchiamento – a volte trasandato – di certa lirica contemporanea, dall’altro le parole che gli si chiedono non possono risultare tanto scarne e sommesse/da evaporare come fuochi di foglie secche[8] né intessute di sonorità leziose: esprimono invece – spesso attraverso il ricorso ad anastrofi ed iperbati – lo strappo, l’incaglio, la discordanza infeltrita di una vigile e sofferta resa formale. Lessicalmente in magistrale equilibrio fra classicismo e crepuscolare “grado zero”, vengono meticolosamente scelte come un tubero o un seme da interrare[9] che produrrà, forse, senza illusori ottimismi, un frutto, un fiore/una foglia minuscola…non più di un cenno, un avvio/per un altrove nemmeno ancora intravisto.
MARCO CAMERINI
NOTE:
[1] E. PECORA, Rifrazioni, Mondadori, Milano 2018, p.52. Verranno citati i riferimenti alle pagine dei soli versi riportati in modo più ampio, non di quelli (in corsivo) che costituiscono una sorta di corpo unico con il testo e vi sono strettamente integrati.
[2] Per il termine scherani cfr. “La primavera hitleriana”, E. MONTALE, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2013 [1984], p.256.
[3] Nella evidente diversità delle opere, questo espediente sospensivo fra l’immanente ed il trascendente è il motivo ispiratore di un intrigante romanzo di G. Saunders, Lincoln nel bardo, Feltrinelli 2017 (vincitore del Man Booker Prize) che prende spunto dall’episodio – storicamente accertato – del Presidente americano il quale visitò più volte la bara del figlio prematuramente scomparso imponendo che non venisse chiusa.
[5] Proprio la lirica “”Nell’immenso ordito…” (p. 31) – cui si riferiscono le figure citate – ci sembra presenti significative affinità con “Città vecchia” di Saba (cfr., in particolare, il vecchio che blatera con il vecchio che bestemmia), autore non estraneo a Pecora per i comuni richiami minimalisti ad una quotidianità “senza storia”.
[7] Cfr. “Non recidere, forbice, quel volto”, E. MONTALE, Tutte le poesie, cit., p.156.
[8] Cfr. la storta sillaba e secca come un ramo di “Non chiederci la parola”, ivi, p.29.
[9] Il verbo ci pare richiami, nell’urgenza di una resa poetica definitiva e radicata nel profondo, la parolascavata dell’ungarettiano “Commiato”, cfr. G. UNGARETTI, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1972, p.58.
L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.
Sabato 10 novembre 2018 a partire dalle ore 17 presso la suggestiva location della Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (Ancona) sita nel Centro Storico della Città Federiciana (Corso Giacomo Matteotti n°19) si terrà l’attesa cerimonia di premiazione della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”. Il noto premio letterario, ideato e presieduto dal poeta e critico letterario jesino Lorenzo Spurio, quest’anno ha visto un ulteriore incremento di partecipazione nelle varie sezioni che sono state introdotte. Al fianco delle già assodate sezioni della Poesia in lingua italiana, poesia in dialetto, haiku e critica letteraria, infatti, si sono aggiunte, con particolare entusiasmo di partecipanti, le sezioni del libro edito di poesia, della video-poesia e della prefazione del libro di poesia.
Le Commissioni di Giuria, differenziate per le varie sezioni di riferimento, erano presiedute dalla poetessa e giornalista Michela Zanarella, e composte da poeti, scrittori ed esponenti del panorama culturale italiano contemporaneo: Vincenzo Monfregola, Emanuele Marcuccio, Rita Stanzione, Stefano Baldinu, Giuseppe Guidolin, Antonio Maddamma, Elvio Angeletti, Valentina Meloni, Alessandra Prospero, Fabia Binci, Antonio Sacco, Stefano Caranti, Max Ponte, Marco Vaira e Guido Tracanna, Francesco Martillotto, Antonio Melillo, Cinzia Baldazzi, Luciano Domenighini.
Tale Giuria si è espressa sulle 519 poesie in italiano, 115 poesie in dialetto, 62 libri di poesia, 102 haiku, 21 video-poesie, 20 critiche letterarie e 12 prefazione giunte per un totale di 851 opere a concorso.
Un momento della premiazione della precedente edizione del Premio (anno 2017). Nella foto da sx: i membri di Giuria Valentina Meloni, Alessandra Prospero, Susanna Polimanti (Presidente di Giuria di quella edizione) e Lorenzo Spurio (Presidente del Premio)
Vincitori assoluti sono risultati: per la sezione A (Poesia in italiano) 1° premio ad Antonio Damiano di Latina, 2° Premio a Emanuele Rocco di Pescara, 3° premio a pari-merito Carla Maria Casula di Alghero (SS) e Laura Moro di Altivole (TV); per la sezione B (Poesia in dialetto e lingua straniera): 1° Premio a Valeria D’Amico di Foggia; 2° Premio a Nerina Ardizzoni di Renazzo (FE), 3° Premio ad Angelo Canino di Acri (CS); per la sezione C (Libro edito di poesia) 1° premio a Gianfranco Isetta di Castelnuovo Scrivia (AL), 2° Premio ad Antonio Spagnuolo di Napoli, 3° Premio a Luca Cipolla di Cesano Boscone (MI); per la sezione D (Haiku) 1° Premio ad Alberto Baroni di Viadana (MN), 2° Premio ad Ornella Vallino di Pavone Canavese (TO), 3° Premio a Cinzia Pitingaro di Castelbuono (PA); Sezione E (Video-poesia) 1° Premio a Rosy Gallace di Rescaldina (MI), 2° Premio a Simona Giorgi di Sarzana (SP), 3° Premio ad Antonella Sica di Genova; per la sezione F (Critica Letteraria): Carmelo Consoli di Firenze, 2° Premio Denise Grasselli di Tolentino (MC), 3° Premio Carmen De Stasio di Brindisi; Sezione G (Prefazione di Libro di Poesia): 1° Premio Fabia Baldi di Piombino (LI), 2° Premio Katia Debora Melis di Selargius (CA), 3° Premio Lucia Bonanni di Scarperia (FI).
Premi Speciali sono stati conferiti ad altre opere particolarmente meritorie tra cui Sara Francucci di Cingoli (MC) vincitrice del Premio del Presidente di Giuria; Giovanni Tavcar di Trieste vincitore del Premio della Critica; Mario De Rosa di Morano Calabro (CS) vincitore del “Trofeo Euterpe”, Angela Catolfi di Treia (MC) vincitrice del Premio “Picus Poeticum” assegnato alla migliore opera di un poeta marchigiano; l’autore rumeno Dumitru Galesanu vincitore del Premio Speciale per il miglior autore straniero; Giancarlo Colella di Acquarica del Capo (LE) vincitore del Premio Speciale per la poesia satirica; Elena Maneo di Mestre (VE) vincitrice del Premio Speciale “Il Cigno Bianco” donato dall’omonima Associazione Culturale di Bitetto (BA) (presidente Tonia Appice) che collabora al Premio; Laura Vargiu di Siliqua (CA) vincitrice del Premio Speciale “Verbumlandi-art” donato dall’omonima Associazione Culturale di Galatone (LE) (presidente Regina Resta) che collabora al Premio; Antonio Scommegna di Savigliano (CN) per la migliore opera a tema la natura vincitore del Premio Speciale “Le Ragunanze”, premio donato dall’omonima associazione culturale di Roma (presidente Michela Zanarella) che collabora al Premio; Rita Marchegiani di Montecassiano (MC) vincitrice del Premio Speciale “Arte per Amore”, con la migliore opera a tema amoroso, premio donato dall’omonima Associazione Culturale di Seravezza (LU) (presidente Barbara Benedetti) che collabora al Premio; Giuseppe La Rocca di Trappeto (PA) vincitore del Premio Speciale “ASAS” per la migliore opera in siciliano, premio gentilmente donato dall’Associazione Siciliana Arte e Scienza (ASAS) di Messina (presidente Flavia Vizzari) che collabora al Premio; Massimiliano Pricoco di Augusta (SR) vincitore del Premio Speciale “Centro Insieme”, per la migliore opera sulla legalità/temi sociali, premio donato dall’omonima Associazione Culturale di Scampia di Napoli (Presidente Vincenzo Monfregola) che collabora al Premio.
Momento di alta intensità della serata sarà rivolto al ricordo compartecipe e celebrativo di due insigni poeti contemporanei che ci hanno lasciato e la cui eredità culturale e letteraria è assai importante tramandare: il poeta maceratese Gian Mario Maulo (1943-2014), nonché ex-sindaco di Macerata e protagonista di varie iniziative poetiche nel territorio maceratese, autore di libri di poesia e amato docente all’Istituto “Ricci” di Macerata e Amerigo Iannacone (1950-2017), poeta, scrittore, saggista, noto esperantista di Venafro (Isernia) nonché fondatore e collaboratore di riviste letterarie e fondatore della casa editrice Edizioni Eva di Venafro, voce importante del Meridione, dell’Irpinia, dell’Alto Sannio e del Matese, propulsore infaticabile di reading, incontri letterari e presenze in conferenze esperantiste. Entrambi verranno ricordati mediante gli interventi di alcuni familiari, la lettura di alcune liriche e la declamazione delle motivazioni di conferimento dei relativi premi da parte di Lorenzo Spurio, Presidente del Premio. La notizia di tali conferimenti “ad memoriam” è stata diffusa nelle scorse settimane sulle maggiori testare locali e regionali marchigiane e molisane tra cui “Picchio News”, “Cronache Maceratesi”, “TM Notizie”, “Il Cittadino di Recanati”, “L’Eco delle Marche” e “Molise Tabloid”, “Molise News 24”, “Primo Piano Molise”, “Isnews” e numerose altre.
Il poeta ed ex-Sindaco di Macerata Gian Mario Maulo al quale verrà conferito uno dei due Premi Speciali “Alla Memoria”
Il Premio “Alla Carriera 2018 del Premio “L’arte in versi” sarà, invece, assegnato alla nota poetessa e scrittrice Anna Santoloquido (foto a sinistra) nativa di Forenza (PZ) ma attiva da anni a Bari. La poetessa darà lettura ad alcuni suoi componimenti scelti e la Presidente di Giuria, Michela Zanarella, declamerà la motivazione del conferimento di questo premio speciale. La Santoliquido è autrice di numerosi libri di poesia, tanto in Italia che all’estero, ha curato antologie prestigiose e preso parte a conferenze e incontri collettivi, premiata in numerosi contesti letterari è considerata una delle maggiori poetesse italiane contemporanee.
I lettori Patrizia Giardini e Marcello Moscoloni presteranno la voce per la recitazione di alcuni brani vincitori i cui autori verranno premiati durante la serata.
L’evento è organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi con i Patrocini Morali delle Regioni Marche e Molise, delle Provincie di Ancona, Macerata e Isernia, dei Comuni di Jesi, Venafro, Isernia e Macerata e con la collaborazione dei Musei Civici di Jesi, del Museo “Stupor Mundi” Federico II di Jesi e delle Associazioni Culturali “Le Ragunanze” di Roma, “Centro Insieme Onlus” di Scampia di Napoli, “Verbumlandi-art” di Galatone (Lecce), “Il Cigno Bianco Onlus” di Bitetto (Bari), “ASAS” di Messina e “Arte per Amore” di Seravezza (Lucca).