Il critico Cinzia Baldazzi su “Una vita in versi”, volume di ritratti poetici e testimonianze sulla copiosa attività letteraria di Anna Santoliquido

Intervento critico di Cinzia Baldazzi

Il 6 aprile scorso a Roma, nei locali di Lettere Caffè a Trastevere, ha avuto luogo la presentazione di Una vita in versi (LB Edizioni, 2018), omaggio del mondo intellettuale ad Anna Santoliquido. Il volume, curato da Francesca Amendola, contiene saggi critici, interventi, testimonianze, poesie dedicate, racconti, disegni, fotografie.

Dopo la proiezione del cortometraggio Ritratto di autrice di Letizia Lamartire, Anna è stata intervistata da Andrea Lepone, ha dialogato con la drammaturga Vincenza Renata Li Gioi, ha ascoltato una sintesi di poetica di Rosanna Sabatini e partecipato a un mini-dibattito sulla condizione della donna coordinato dal giornalista Fabrizio Federici con Salameh Ashour, Badia Rami, Umberto Puato, Michele Lofoco. Le poesie di Anna sono state declamate dagli attori Mario Focardi e Carmela La Rocca. Intermezzi musicali con Manuela Ciccotti, Mario Sista e Roberta Murzilli.

Qui di seguito riportiamo l’intervento critico di Cinzia Baldazzi.

 

Ho rivisto

dopo anni

la casa di pietra

avvolta dal sole

e dalla quiete.

Il tempo

nel silenzio

ha scolpito

la sua storia

sulla facciata esterna

per offrirla in dono

agli occhi curiosi

dei forestieri dell’estate.

Anche il vecchio platano

continua a dipingere

il suo quadro

con l’ombra fresca

che da lunghi anni

regala

alle pietre arroventate

e ai resti

di una porta

ormai consunta.

Il sedile

è ancora lì

testimone

nella sua dignità

di pietra.

Non c’è più colei

che dal volto bruno

e dai capelli bianchi

scrutava il cielo

a modo di preghiera…

Tutto aveva un sapore

di storia vissuta,

di rimpianto.

Ho rivisto la vita

in un ciuffo d’erba

cresciuto per miracolo

in una crepa.

Ho parlato con le pietre

della bellezza

della vita

e dell’amore.

 

foto cover libro.jpgLa poesia di Anna Santoliquido appena letta, intitolata La casa di pietra, è compresa nella raccolta I figli della terra pubblicata nel 1981. La sua poetica generale mi ricorda in qualche modo una tematica che a Wolfgang Goethe piaceva sottolineare: “Chi desidera capire la poesia deve recarsi nella terra della poesia, chi desidera capire il poeta deve andare nella terra del poeta”.

In una simile classe di riferimenti credo sia giusto inserire il quid creativo della nostra Anna – come sappiamo, poetessa, saggista, narratrice, traduttrice – della quale il volume Una vita in versi costituisce un segno di ossequio articolato e prezioso a lei riservato dal mondo intellettuale, anche internazionale. La sintesi narrativa-illustrativa del libro è raffinata, ricca delle tracce significative di un’esistenza alimentata dalla greca ποίησις-poíesis, nell’intimo di una “poetica” mutata in vita essa stessa (secondo i termini introdotti dal professor Walter Binni).

Lo scorso mese di novembre mi trovavo a Jesi, alla cerimonia di premiazione del concorso “L’arte in versi” organizzato dall’Associazione Culturale “Euterpe”. Una sorte favorevole, direi una τύχη, ha sortito il nostro incontro: in quell’occasione, infatti, Anna ha ricevuto il prestigioso Riconoscimento alla Carriera. La circostanza – in senso semiotico – per conoscersi meglio e comunicare era pertanto ottimale, anche quando, sedute accanto durante la cena, abbiamo sfogliato insieme l’antologia.

Il giudizio estetico trasmesso dalla sua figura globale è apparso subito chiaro: nutrire una visione esaustiva del successo dell’atto semico nell’affrontare l’evocazione di un τόπος-tòpos letterario.

La Santoliquido è stata infatti, sin dagli inizi, ben cosciente di quanto il ricevente, per comprendere quanto gli viene proposto, debba poter interpretarne, nei vari segni, i segnali lanciati, assieme alle relative circostanze.

In uno scambio dialettico maturo di indicatori e messaggi si sviluppa, ad esempio, la poesia Ritorni, pubblicata in Serbia nel 2007 e sviluppata in due coppie di quartine:

 

chissà come sarò

tra cent’anni

se le gote saranno

muschio o terra

 

non sentirò il trapasso

mi rapirà la luce

le labbra non emetteranno rantoli

ma versi

 

vorrei accanto i ragazzi

il mulo nella stalla

i pulcini sotto il letto

le viole nel bicchiere

 

ritornerò nei sogni

nei desideri delle madri

nella passione degli amanti

nelle nubi del mattino

Anna 2.jpg
Uno scatto durante la presentazione del volume a Roma il 6 Aprile 2019.

Nel microcosmo di questi componimenti, il posto principale per coglierne il significato spetta al destinatario. Che l’ultima parola sul senso di una frase spetti a chi la legge o a chi la ascolta, è una tesi ormai accettata da gran parte della linguistica moderna. Fra i tanti, lo ha spiegato il semiologo Jorge Luis Prieto, uno dei miei maestri: la comprensione di noi interlocutori sarà “buona” o “cattiva”, vale a dire, potremo aver compreso o meno una poetica del genere.

Ebbene, l’atteggiamento poetico di Anna di fronte a un simile stato di cose prevede innanzitutto di fissare l’obiettivo del processo concepito per divulgare i versi, rivelandosi in grado (secondo una Weltanschauung personalissima) di stabilirne lo scopo.

E lo strumento per raggiungere un tale obiettivo, pur nella sua radice dialettica, consiste nel proiettare un insieme referenziale assai ampio, capace di accogliere una vasta gamma di opinioni o interpretazioni.

Ad esempio, nelle strofe de La casa di pietra, ascoltate in apertura, suppongo si possa, da stranieri, in una calda estate, cercare un riparo in versi dalla calura dell’afa: l’autrice intende sgombrare lo sguardo dalle nebbie – ovvero dalle possibili interpretazioni devianti del testo – auspicando di andare al di là di ricordi ininfluenti, illusori.

Introduco ora alcuni versi celebri di Emily Dickinson, scritti nel 1873. Sono contenuti all’interno di una lettera, e originariamente pubblicati in una raccolta epistolare. Chiedo ad Anna di leggerli lei stessa, perché introducono un altro aspetto della sua poetica:  

 

There is no Frigate like a Book

To take us Lands away

Nor any Coursers like a Page

Of prancing Poetry

This Traverse may the poorest take

Without oppress of Toll

How frugal is the Chariot

That bears the Human Soul.

 

Non c’è Vascello che eguagli un Libro

Per portarci in Terre lontane

Né Corsieri che eguaglino una Pagina

Di scalpitante Poesia

È un Viaggio che anche il più povero può fare

Senza paura di Pedaggio

Tanto frugale è il Carro

Che porta l’Anima dell’Uomo

 

A lungo ha viaggiato la Santoliquido, quanto i suoi libri, tradotti in oltre venti lingue, conducendo un impegno operativo di storiografia letteraria o di letteratura storica orientato verso una natura e una società progressive.

E tuttavia, secondo quanto ripeteva il maestro della poetica-critica Walter Binni, non è opportuno valutare i poeti «come un dopo almeno ideale rispetto a strutture e tendenze di loro non bisognose», poiché la loro forza esegetica risulta originale «e di sollecitazione di moti spesso oscuri e fermentati di una situazione storica, sociale, politica, culturale».

Anna 1.JPG
Il critico letterario Cinzia Baldazzi assieme alla poetessa Anna Santoliquido durante la presentazione del suo volume tenutasi a Roma il 6 aprile 2019.

La poetessa di Forenza continua a viaggiare con la sua ispirazione letteraria imparando a illuminare luoghi della sensibilità, dell’anima. Nel brano La sposa agreste, in una raccolta pubblicata a Lubiana nel 2011, dalle parole di una giovane rimasta in patria ad attendere il marito emigrato negli Stati Uniti, apprendiamo:

 

Credeva che il firmamento si sfogliasse

invece lanciava fiamme

l’anima sull’incudine

i cavalli a briglie sciolte.

 

Vorrei ora citare lo studioso canadese Northrop Frye nel celebre lavoro Agghiacciante simmetria, dedicato a William Blake. Lo ricorderete, Blake è stato l’illustratore del Paradise Lost di John Milton: lo ricordo perché Una vita in versi contiene opere pittoriche ispirate proprio all’autrice. Dunque, Frye scriveva: “Coloro per i quali soggetto e oggetto, esistenza e percezione, attività e pensiero sono tutte parti di un’antitesi gigantesca, penseranno naturalmente che l’uomo sia diviso tra una volontà egocentrica e una ragione che stabilisce contatti con il non-Io”.

Con Anna Santoliquido, di sicuro noi donne, insieme agli uomini, non lo crediamo e, per dimostrarlo, giriamo il mondo per confrontarci con noi stessi, con gli altri.

Questa poesia è dedicata a Ernest Hemingway:

 

sono poeta

anche quando la lacrima si cristallizza

la nuvola si rovescia

il pescecane mi azzanna

 

nel mare dei sogni

gli squali fendono l’onda

il pescatore si accanisce

con le mani sanguinanti

 

getto l’amo sul foglio

mi acquatto nella barca

respiro a stento

il sangue tinge l’acqua

 

sono poeta

a Belgrado e a Zagabria

sotto il sole di Puglia

e nel covo dei briganti

 

un ragazzo vigila il mio sonno

con l’impetuosità dei vent’anni

la condanna del consumismo

e il profumo della pelle

 

sono poeta

anche quando le alghe mi ammorbano

l’aria è stagnante

e il treno mi sveglia

 

 

come Santiago

porto a riva la carcassa

forse pentita

di essermi spinta troppo al largo

 

la pesca nell’oceano

ha svelato le voragini

acuito la sete

e scolpito la solitudine

 

Il brano ha per titolo Sono poeta, ed è tratto da una raccolta edita in Serbia nel 2007.   

Al pari di molti artisti, anche Anna ha sviluppato un’ipotesi di risposta intorno al significato della vita nostra e degli altri. Emerge in questa poetica – ieri, oggi, chissà nel futuro – uno spiraglio di felicità, frutto del sapere non il perché di tutte le cose, ma il perché di tutte le cose come appaiono. La base di una simile convinzione è, ad esempio, nel Sensismo di leopardiana memoria: le reazioni emotive, con il bagaglio ideale, sono basate – nel soggettivismo lirico – su dati ben definiti, sensoriali, concreti, immediati, matrice di un contesto naturale, personalizzato in parallelo.

È dunque il caso di chiedersi, con Anna, dove – lontano nel mondo – si possa costruire un nostro nido, collocati però in un transfert con figli sempre cresciuti, un tempo trascorso e, dopo aver riposato pochi istanti, con l’eventualità di continuare il cammino, di riprendere il lavoro. Per ognuno: su differenti latitudini, per ogni popolo o civiltà, in qualsiasi religione.

CINZIA BALDAZZI

 

L’autrice del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Il passato, l’amore e l’Irlanda nei racconti di William Trevor”, di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini

william-trevor-racconti-scelti-9788823520431-3-300x465.jpgNelle splendide storie dell’irlandese W. Trevor (Racconti scelti, Guanda 2018) è l’impronta del passato a conferire una sostanziale e felice omogeneità d’ispirazione: quello che nasconde segreti inconfessati (incombe sull’umbratile e “fuggevole” Ariadne,[1] “santa d’altri tempi vestita sempre in malva”) e violenze sanguinose rimosse da arcaiche comunità di campagna che “non amano vengano portati loro via i santi” (come è morta veramente la Maureen McDowd de I fatti di Drimaghleen e cosa nasconde Vera in Tre persone?) o ritorna con tutto il suo carico di rimpianto per un amore perduto (Grania e quell’estraneo senza nome “tranquillo, assennato, accomodante” – possibile sia lui?…1972 – che Un sabato d’agosto[2] ricompare nel tennis club di provincia in cui tutti, fra annoiati rituali, sopravvivono alle propri frustrazioni e ognuna delle mogli/amiche avrebbe potuto sposare il marito di una delle altre”). Il passato che svela, spesso attraverso la morte, verità scomode, taciute, rimosse (Il signor McNamara) e talvolta – troppo di rado – conserva il ricordo struggente di un affetto totalizzante empaticamente vissuto (Sole d’autunno, con la defunta moglie del pastore Moran vera “presenza assente” che rimanda al joyciano Michael Furey de I morti). Certo, in una raccolta tenacemente irlandese è anche il politicamente corretto Passato lontano dei Middleton, “bizzarri ma innocui, strani, magri e silenziosi fratelli dagli occhi azzurri come il padre” finiti in miseria per causa sua – troppi regali ad una “cattolica della capitale” – protestanti lealisti fieramente avversi al Governo indipendentista, al nuovo turismo postbellico transnazionale, alle “brezze di accenti americani”, al dilagare di prodotti stranieri e “bombe papiste”, mentre l’Ulster non prega più per la Famiglia Reale.

In una dimensione esistenziale che non riesce/vuole chiudere la partita con ciò che è stato e registra l’inevitabile paralisi di giovani Figli ossessionati da genitori cui non vorrebbero assomigliare per non finire fagocitati dalle loro anacronistiche consuetudini (“agnello e salsa alla menta, the alle cinque e plumcake  alla frutta in sale da pranzo dal sentore di muffa e, dietro l’angolo, una tragedia annunciata ne I figli del direttore) e di figlie tanto simili alla “dublinese” Evelyn come la sensibile, disperata, sottomessa Kathleen la quale, per un campo e l’attaccamento alla famiglia, accetta vergognose vessazioni, l’amore, altro tema chiave della silloge, è sempre quello che è stato o avrebbe potuto essere e sembra esistere solo nella sua segretezza, nella necessità opportunistica, nella precarietà, nel rimpianto. Riflesso, perduto, sognato, mai vissuto seguendo gli impulsi di una passione autentica, l’unico modo di alimentarlo rimane, paradossalmente, porvi fine, magari per illudersi della sua sincerità. Alla fine si riduce, inesorabilmente, ad ipocrita menzogna (Il terzo incomodo), squallido accomodamento coniugale mascherato da idillio appagante (quadro della Vergine alle pareti del medico compiacente, poi Kitty lo tiene il figlio avuto da chissà chi per una “indimenticabile” e ipocrita Luna di miele a Tramore), tormentata bugia per non ammettere le umiliazioni subite e condannarsi ad una solitudine senza alibi (Veglia con il morto), patetica ricerca di un’anima gemella fra i questionari di un’agenzia matrimoniale (da compilare “senza mentire troppo con se stessi e con il tempo” per Una ennesima, frustrante sera fuori), adulterio amaro e disperato consumato in Una stanza. Poca speranza, rari barlumi di serenità, tormentoso senso di estraneità ed abbandono nell’universo sentimentale di William Trevor popolato – in un arco temporale che va dagli anni ’50 ai primi ’90 – da una antieroica moltitudine di Gente (non) di Dublino, “pericolosa e lontana”, sullo sfondo, quasi sempre, di un’Irlanda ricca di edera, case dalla facciata georgiana, granai, sperdute contee, giardini di ortensie/mele selvatiche/faggi/erica e castagni, hall di alberghi retrò con poltrone di cuoio e lampade a gas, silenziosi conventi di reverende madri e canoniche di pastori o sacerdoti (dipende, nella terra di “villani luterani e clericali bigotti”), leggende popolari, spacci alimentari, pub polverosi e piccoli rettori di piccoli college, pane nero, porridge, sardine, brocche di porcellana bianca per lavarsi, camini, piattaie insieme a declinazioni infinite di birra e whisky, tweed e velluto a coste. Due i santi titolari di pievi sperdute, alternativamente S.Michele e S.Patrizio, uno il quotidiano, l’Indipendent.

Lo stile di questo straordinario scrittore, che eccelle nel racconto breve (come sottolinea J. Banville nella puntuale prefazione), è asciutto, essenziale, poco incline al lirismo, mai tuttavia meramente referenziale: indubbiamente “realista” – con tutto quello che di generico ed approssimativo implica oggi il termine – ma di un realismo particolarissimo sul quale vale la pena soffermarsi. Ricorrendo, per lo più, alla terza persona con ottica interna tende, infatti, a creare un’atmosfera allusiva e sospesa, di fatto estranea ad un minimalismo “ortodosso”, da un lato per la frequente tendenza a non descrivere direttamente il personaggio che determina lo spannung narrativo (Sabato d’agosto), a farne delineare i caratteri da altri (Il signor McNamara, Veglia con il morto) o addirittura, come ne Il terzo incomodo, a collocarlo del tutto fuori dall’intreccio – conferendogli, altresì, in modo inversamente proporzionale, la capacità di condizionarne ogni risvolto – dall’altro, mediante l’uso insistito del condizionale, a proiettare in un futuro extratestuale (più o meno prossimo) una situazione immaginata/temuta/desiderata.[3] Se a questo aggiungiamo le frequenti, fulminee analessi che fanno irrompere, nel presente della scrittura, la rievocazione di un fatto drammatico i cui contorni/dettagli rimangono indistinti e vengono lasciati all’intuizione del lettore, si può comprendere come i modelli di Trevor siano più il citato Joyce e F. O’Connor che Carver o Eugenides e risulti innegabile, nella sua scrittura, il ricorso all’evento epifanico rivelatore del “mistero” più profondo della trama, in grado di elevarla a quella “visione anagogica” che trascende il grezzo dato naturalistico tanto cara alla scrittrice.[4]

MARCO CAMERINI

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

NOTE

[1] In grassetto i titoli dei racconti.

[2] Le assi temporali presente/passato si fondono narratologicamente senza soluzione di continuità a sottolineare lo stato emotivamente alterato della donna in uno dei esito migliori dell’intera raccolta.

[3] Riportiamo, come esemplificazione fra le molte possibili, un passo tratto da Il terzo incomodo: “Nei successivi ottanta chilometri non vide traccia dell’automobile di sua moglie. E naturalmente, così si disse, non c’era motivo per cui ci dovesse essere: era una semplice congettura che lei partisse quel pomeriggio […] Poi si chiese come sarebbe stata la sua partenza in caso contrario. Lairdman [l’amante della moglie n.d.r] sarebbe andato ad aiutarla? Naturalmente a questo non avrebbe obiettato. Quando arrivò alle prime case del suo quartiere, Boland capì che non soltanto la Volkswagen bianca non l’aveva portata da Lairman, ma non l’avrebbe fatto l’indomani, né il giorno dopo o la settimana seguente. Non l’avrebbe fatto dopo un mese o dopo Natale. Non l’avrebbe fatto, punto e basta” (pp. 193-194).

[4] FLANNERY O’CONNOR, Nel territorio del diavolo: sul mistero della scrittura, Minimum fax, Roma 2002, p. 45 e segg.

“Una scrittura dai toni rock: Patti Smith e Jim Morrison”, articolo di Stefano Bardi

di Stefano Bardi 

Tutti in Italia, dai giovani ai meno giovani, conoscono Patti Smith come cantautrice, ma in pochi forse la conosco come poetessa e scrittrice. Una scrittura quella della cantautrice rock nata a Chicago nel 1946 che può essere definita come una grammatica colma di sangue, lacrime, blasfemi moccoli, dolore, parole ubriache d’assenzio e fragranze psichedeliche.  

Poesia, quella di Patti Smith, mista di versi e prosa, che concepisce il corpo della donna come una denuncia sociale e psichica contro le violenze da esso subite e che ci mostra, allo stesso tempo, la Donna come un’impeccabile creatura a perfetta somiglianza di Dio[1].

5964915_331988.jpgScrittura poetica anche dai toni intimo-confessionali, dove la sua folle ed estrema vita senza Dio è il rispecchiamento della vera e unica Vita, a discapito della quotidiana esistenza di tutti i giorni concepita da Patti Smith come una maledizione dalla quale se ne tiene ben lontana[2].

Figlia dalla carne dannata e lanciata verso follie psico-fisiche, ma anche dolce creatura dall’animo animato dalla bontà, dall’amore e dalla compassione[3]. Liriche scritte da una poetessa americana dove critica la società americana, concepita come un universo animato da false libertà sociali e da dittature etiche, politiche, religiose, sessuali e razziali. Contemporaneamente ci insegna che cos’è la libertà con la L maiuscola.

Il tema della Morte è assai caro a Patti Smith; esso concepito come una dolce amica che ci viene a trovare nei momenti di dolore e come una Madre, che accudisce i nostri affetti più cari[4]. Un tema che è ben liricizzato nella poesia “ala”, che può essere considerato come il suo testamento spirituale in cui la cantautrice s’immagina già morta rimembrandosi come una creatura dalle delicate carni,   dallo sguardo coraggioso, come una creatura che ha divulgato con la sua musica e le sue parole la pace, l’amore, la fratellanza.

Un tema, quello dell’acqua, che nella poesia di Patti Smith da fonte battesimale, si trasforma in acqua mortifera che affoga ogni nostro pensiero[5].

Un ultimo tema riguarda l’adolescenza persa e dannata, ovvero l’adolescenza lanciata verso una Vita fatta solo di eccessi, di follie, di anarchie e di brume spirituali. Adolescenza questa che solo dalle donne e più nel dettaglio dalle madri può essere purificata, per salvare così i propri figli da una Vita lanciata eternamente al Male[6].

Dopo la poesia passiamo ora alla scrittura, ovvero al suo pensiero espresso in prosa, per poi concludere spendendo due parole sulla rivoluzionaria scrittura poetico-prosastica della cantautrice rock. Un primo pensiero riguarda la Vita, concepita come una tirannica madre che divora i propri figli con un sarcastico ghigno sul viso e come un atto sessuale, dal quale far nascere pure, dolci, garbate e intense Vite.

Sesso inteso a sua volta e in particolar modo quello giocosamente forzato sul corpo di donna, come un atto che fonde i corpi dei due amanti in Paradisi psichedelici.

Un secondo pensiero riguarda gli asociali, che sono visti da Patti Smith come i veri uomini e le vere donne, poiché in essi convivono la purezza, la compassione e la lucidità psico-sociale.

Un terzo pensiero riguarda suo padre che è paragonato a Dio, perché come esso accoglie chi vive nella luce. Un Dio a sua volta inteso come un’entità ultraterrena in chiave negativa, ovvero come una creatura che crea leggi con le quali ingannare spiritualmente gli Uomini e penetrarli selvaggiamente, nelle loro carni.

Un quarto pensiero riguarda la musica rock, intesa come una guerriglia sociale che può portare alla giustizia sociale e fraterna, ma allo stesso tempo può trasformarsi in una valle di lacrime.

Il rock è paragonato a Dio, poiché come esso porta l’equilibrio a differenza degli essere umani, che sono concepiti dalla cantautrice e poetessa americana come dei maleodoranti e letamosi rifiuti da eliminare, per una migliore Vita della Terra.

Un quinto e ultimo pensiero, si sviluppa attraverso i ricordi di alcuni suoi amici e maestri ispiratori come per esempio il regista e sceneggiatore francese Robert Bresson, il cantante e poeta americano Jim Morrison e infine, lo scrittore, poeta, giornalista, regista e sceneggiatore bolognese Pier Paolo Pasolini. Il tutto sia in poesia sia in prosa, costruito con una scrittura rivoluzionaria fatta per lo più dalla quasi assenza dei punti finali e di minuscole dopo i punti finali, in special modo nella scrittura prosastica. Operazione questa dal doppio significato, dove il primo ci mostra la scrittura di Patti Smith come un discorso ancora aperto e il secondo, invece, ci mostra una scrittura non statica e immodificabile, ma anzi una scrittura dove possiamo togliere e aggiungere nuove parole oppure scambiare la posizione delle frasi e delle parole, per creare inedite riflessioni psichedeliche e socio-esistenziali.                

31Vt0sefwBL._BO1,204,203,200_.jpgDopo Patti Smith passiamo ora, all’ex leader dei Doors e poeta americano James Douglas Morrison o più semplicemente Jim Morrison (Melbourne, 1943-Parigi, 1971). Poeta che nel 1969 pubblicò in tiratura limitata di sole 100 copie, le raccolte I Signori. Appunti sulla Visione e Le Nuove Creature che a mio semplice e umile dire da cultore letterario, sono ancora meglio della raccolta Tempesta elettrica. Poesie e scritti perduti pubblicata nell’estate del 1971 e poi ristampata postuma nel 2002. Opere, quelle del 1969, che saranno analizzate da me in generale, poiché al pari dei Diari di Kurt Cobain, anche le due raccolte di Jim Morrison non credo siano da considerare come opere poetiche in tutto e per tutto.

Una raccolta I Signori. Appunti sulla Visione dove leggiamo liriche sotto forma di allucinazioni esistenziali, in cui il cammino degli Uomini è visto come un gioco mortale e dove il sesso depravato, malato, infettivo ne è il principale burattinaio. Un gioco, questo, che è paragonato a uno spettacolo cinematografico, dove la cinepresa cattura le nostre interiorità per poi sputtanarle avidamente e lussuriosamente al Mondo intero senza il nostro permesso. Una cinepresa che, inoltre, trasforma la Vita in natura morta che è contemplata dagli Uomini vampiro (Noi), poiché essi come la natura morta sono condannati a vivere e consumare, una vacua immortalità.

Un secondo tema è quello della dipartita dei nostri parenti, amici e compagni di Vita che si sono trasformati per noi in spettri sconosciuti, inguardabili, intoccabili e inamabili.

Una raccolta Le Nuove Creature, invece, dove possiamo vedere alcune tematiche in maniera distinta: l’adolescenza come quieta fase esistenziale, il sesso selvaggio e animalesco e infine la Morte.                       

STEFANO BARDI

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

Bibliografia:

MORRISON J., I Signori. Le Nuove Creature. Le poesie di Re “Lucertola”, traduzione a cura di Lorenzo Ruggiero, Grammalibri, Milano, 1993.

SMITH P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996. 

                             

                                                                                                             

 

[1] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 11 (“con le calze di nylon o scalza / stracolma d’orgoglio o curva come l’amore / ramoscello patibolo / beccamorto o ballerina al vento / lo stesso vento ma fetido di porci / polline che dà la tosse o rosa / fantastica crudele diversa da tutto […]-[…] essere santa in qualsiasi forma”) 

[2] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 13 (“[…] E allora Cristo / ciao tanti saluti / da questa sera sei licenziato / posso fare brillare la mia luce / ma le tenebre vanno bene uguale / ti hanno inchiodato lassù per mio fratello / ma in quanto a me il capitolo è chiuso / sei morto per i peccati d’altri / non per i miei”)   

[3] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 135 (“[…] Padre ho ferito a morte / o padre non ferirò mai più / fra le spine ho danzato / sul suolo dove bruciano le rose. / Figlia che tu possa volgerti in riso / una candela sogna una candela disegna / il cuore che brucia / continuerà a bruciare / volgiti tu al cadere delle rose”)

[4] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 29 (“[…] la morte dilaga frusciando / nell’ingresso di casa / come lo strascico di una dama / la morte arriva in moto / sull’autostrada / con il vestito della domenica / la morte arriva in auto / la morte arriva strisciando / la morte arriva / non ci posso far niente / la morte se ne va / dev’esserci qualcosa / che rimane / la morte mi fa fatto ammalare impazzire / perché quel fuoco / si è portato via / la mia bambina […]”)

[5] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 29 (“[…] ma poi quante domande salgono come schiuma./ come perfetti morti: / era proprio il mar rosso? / l’uomo domina il fiume? / le/lui annegò? / per cause naturali? / di dolore? […]”)

[6] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, pp. 75-77 (“[…] cittadini! è d’uopo che non si dorma. / i nostri figli corrono alla natura come stagioni. / armate la torre e fortificate le reclute. / figlie! siate voi vigili alla veglia / siate rigide e immobili e all’erta. / cittadini! risuscitate i vostri figli / da questo triste sito di marciume. […]-[…] è il grembo del ritorno, colei che protrae / stende la mano gli arruffa i capelli / gli copre il capo con un nero berretto di lana / l’urto del ferro i pianti delle donne / una notte accadrà accadrà nuovamente […]-[…] il ragazzo + il fiume nero / mentre si volge fra le braccia della natura / che adora i figli fiammeggianti di donna”)

Giuseppe Lorin esce con un approfondito saggio su Isabella Morra. Contributi di Dacia Maraini, Corrado Calabrò e Dante Maffia

dossier morra.jpgDall’11 aprile in libreria Il ritratto vero, appassionato, commovente e lancinante di una delle penne poetiche più intense del XVI secolo

Dopo il successo di “Transtiberim. Trastevere, il mondo dell’oltretomba” Giuseppe Lorin torna in libreria da aprile con “Dossier Isabella Morra” edito da Bibliotheka Edizioni, il ritratto di una delle penne poetiche più intense del XVI secolo. Gli scritti di Isabella Morra, riflettono il valore mediatico della Poesia stessa, che entra a far parte della linfa appartenente ad una natura troppo ricca, tanto da essere predestinata a causa del suo eccesso intatto e virginale, allo stupro e al saccheggio della sua essenza. Isabella confida che i posteri non la ricordino soltanto come fanciulla uccisa, pregandoli invece di non dimenticare i suoi lavori, le sue poesie scritte nella sofferenza di adolescente privata del padre, unico punto di riferimento in una terra amara. È nel primo sonetto, più che in altri, che si avverte la necessità di essere ricordata come poetessa, poiché, come sostiene, è la Poesia a mantenere in vita il poeta stesso. E, come sempre sostengo, si tratta di un riscatto di notorietà in forza della scrittura, ovvero della poesia, unico “ponte” tra il poeta e il lettore. Hanno contribuito per questo saggio storico di Giuseppe Lorin con loro poesie originali dedicate ad Isabella Morra: Dacia Maraini, Dante Maffia, Michela Zanarella, Corrado Calabrò, Marcella Continanza, Vittorio Pavoncello e Antonella Radogna.

Giuseppe Lorin è attore, poeta, regista, critico letterario, conduttore e giornalista, ha studiato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. Ha pubblicato: Manuale di dizione; Da Monteverde al mare; Tra le argille del tempo; Roma, i segreti degli antichi luoghi; Roma la verità violata; Transtiberim, Trastevere il mondo dell’oltretomba.

 

Approfondimento critico di Vittorio Sartarelli su “La lingua Koinè – Appunti di scrittura e parlata siciliana” di Nino Barone

A continuazione, per volontà dell’autore, si riporta l’intervento critico di Vittorio Sartarelli esposto durante la presentazione del libro “La lingua Koine’” di Nino Barone organizzata dal Coordinamento responsabile del settore culturale dell’Associazione di Lettere, Arti e Sport JO’ con il Patrocinio del Comune di Buseto Palizzolo che si è tenuta presso l’Aula Magna della Biblioteca Comunale.

 

Buona Sera, mi chiamo Vittorio Sartarelli, sono uno scrittore trapanese e ho il gradito compito di presentare questa ultima fatica letteraria dell’amico Nino Barone: “La Lingua di KOINE’” Appunti di scrittura e parlata siciliana – in effetti si tratta di un Saggio Linguistico.

Intanto spieghiamo cosa vuol dire KOINE’ che ai più sembrerà quanto meno misterioso, in effetti si tratta di un aggettivo della lingua greca che tradotto vuol dire: “comune”. Quindi la Lingua comune, cioè la lingua di tutti ma anche di ciascuno appartenente alla stessa regione, ma chi sono le persone deputate a scegliere ed utilizzare al meglio la lingua, proprio i poeti, gli scrittori e gli attori, del teatro e del cinema. Non è la prima volta che mi accingo a parlare e scrivere di questo brillante e talentuoso poeta trapanese, apprezzato e ben noto autore di liriche in dialetto siciliano. Conosciamo da tempo Barone che consideriamo come esponente di spicco della nostra tradizione letteraria popolare; tempo fa ho recensito una sua pubblicazione dal titolo: “Petri senza tempu” e questa opera con la sua recensione verrà pubblicata in una Antologia dei poeti siciliani che uscirà a breve, curata dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi che si è interessata del nostro poeta per le sue qualità liriche e capacità espressive artistiche.

La lingua di KOINE'.jpgStasera però non parleremo di poesia, in quanto quest’ultima pubblicazione non è un’opera lirica bensì un’opera di studio e di ricerca sulla lingua siciliana attraverso le sue viscere, la sua morfosintassi, le sue espressioni tipiche. Ampie, infatti, sono le riflessioni dell’autore sull’oralità della nostra lingua, nonché sull’ortografia e il parlato del quale scrive: “è inconfutabilmente, la sua vera ricchezza, quella che abbiamo appreso in modo naturale dai nostri genitori che sono stati i primi ad insegnarci a parlare.”

La lingua è lo strumento di comunicazione che rende possibile la reciproca comprensione tra i membri di una stessa comunità. È quindi un’Istituzione sociale che suppone da una parte l’attività del parlante che traduce in simboli fonici il concetto che vuole esprimere e dall’altra l’attività di chi ascolta che dalla percezione acustica ricrea il concetto trasmesso. Accingendoci a recensire questo interessante e quasi esaustivo saggio di Nino Barone sulla lingua siciliana, anzitutto siamo rimasti sorpresi, positivamente dalla quantità, qualità e puntualità della ricerca che questo autore, un eccellente poeta, dimostra di avere eseguito uno studio accurato e quasi completo sulla lingua siciliana. E questo non lo affermiamo solo noi perché è chiaramente espresso anche nella dotta e precisa prefazione al volume firmata dall’emerito professore Federico Guastella.

La lingua di un popolo è anche la storia di quel popolo. E la storia ricca e varia del popolo siciliano non poteva far altro che produrre un lessico altrettanto ricco e vario. La base lessicale del Siciliano è, molto probabilmente, derivata dal latino, tuttavia, in effetti, nel lessico della lingua siciliana è possibile trovare eredità o retaggi del greco, dell’arabo, del normanno, del catalano, del francese, dello spagnolo e, andando molto indietro nel tempo, del sanscrito, come ha ampiamente dimostrato l’eminente glottologo siciliano Enrico Caltagirone nel suo volume “Origine e lingua dei Siculi” Queste eredità rappresentano le impronte della storia dell’Isola, fatta da invasioni, dominazioni e guerre, nonché da innumerevoli contatti con le genti indo-europee e mediterranee in genere. Questi eventi, millenari, hanno determinato in quello che era l’idioma originario dei Siculi, una serie innumerevole e continua di contaminazioni, intrusioni e commistioni che tuttora, anche se in misura ridotta, continuano, con la lingua ufficiale Italiana e con termini stranieri, di uso comune che finiscono con l’essere assimilati dalla lingua nella quale penetrano, rimanendovi. E allora, ecco il greco-siculo, il latino siculo- l’arabo-siculo, il franco –siculo, l’ispano-siculo, l’italo-siculo. Ma, sostanzialmente, sempre una lingua, una sola: il Siciliano.

Il siciliano che, dopo il disfacimento del Latino, divenne la prima lingua letteraria italiana (Dante, nel De Vulgari Eloquentia: “tutto ciò che gli italiani poeticamente compongono si chiama siciliano”; e il Devoto: “la Sicilia a partire dal XII secolo, nel periodo delle due grandi monarchie, la normanna e la sveva, ha elaborato la prima lingua letteraria italiana”).

Studiando e facendo ricerche su una lingua non si può dimenticare che bisogna distinguere la lingua parlata da quella scritta che sono foneticamente e sintatticamente diverse e questo concetto appare come assolutamente precipuo nella lingua siciliana, infatti, nelle diverse zone della Sicilia o, addirittura, nella stessa provincia anche a distanza di pochi chilometri, certi termini e certe parole sono diverse nella loro espressione, parlata e scritta.

La parola, infatti, ha un suo compito preciso, è parte di questa verità del linguaggio che nulla concede ad uno sperimentalismo inconcludente di alcuni pseudo poeti di oggi. La lingua di KOINE’ di Barone è un’autentica provocazione, il poeta, dunque diventa quasi un glottologo perché vorrebbe che si realizzasse un nuovo codice linguistico ufficiale, costituito da un corpus di regole grammaticali, morfologiche, sintattiche, ortografiche e fonologiche che trasformasse il vernacolo in lingua letteraria, cioè la lingua comune, pan siciliana, con cui scrivono i poeti che vogliono esprimersi in lingua siciliana.

E questo intento Barone lo ha quasi del tutto raggiunto grazie appunto ai suoi studi e alla sua ricerca sulla lingua, infatti, le sue poesie non sono una espressione tipica del vernacolo trapanese, come potrebbe essere una poesia di un poeta catanese o messinese, interprete ciascuno del proprio idioma locale, ma una espressione in lingua siciliana.

In definitiva, questa ricerca e questi studi sulla lingua siciliana che il poeta Nino Barone ha voluto fare non si può giustificare con una volontà di volere strafare e ben figurare nell’agone poetico e culturale, insomma non lo si può considerare una sorta di esibizionismo culturale, bensì è un amore per la sua terra e le sue tradizioni; il suo talento lirico è ormai noto ed affermato ormai da tempo. Barone per completare le sue conoscenze linguistiche pure essendo un rappresentante affermato della poesia in vernacolo siciliano, ha voluto dimostrare il suo talento lirico e artistico pubblicando anche un libro di sonetti in lingua italiana: “Amor ti tocco” anche questo da me recensito, con il quale ha riscosso un ampio e meritato successo.

Egli ha dimostrato che la classe, la cultura e l’arte, non sono acqua ma espressione di sentimenti elevati, colmati da esperienze di vita vissuta nella comprensione dei valori umani e civili di una persona che ha messo in opera il suo dono naturale di poeta con una sobria capacità artistica e culturale.

Grazie dell’attenzione e una buona serata a tutti!

VITTORIO SARTARELLI

 

L’autore del testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

 

 

Musica e letteratura: presentazione della rivista “Euterpe” n°28 il 2 marzo a Firenze

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 Sabato 2 marzo a Firenze presso la Sala Beghi di Villa Arrivabene (Sede quartiere 2 – Piazza Leon Battista Alberti) si terrà la presentazione del n°28 della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe” dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi nella cui redazione figurano Lorenzo Spurio, Michela Zanarella, Luigi Pio Carmina, Emanuele Marcuccio, Cristina Lania, Laura Vargiu, Valtero Curzi, Francesco Martillotto, Lucia Bonanni e Francesca Luzzio.

Tale numero, pubblicato e diffuso all’inizio di febbraio, forniva come spunto al quale rifarsi o approfondire il legame tra due forme artistiche: “Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”. Ed è questo il titolo dell’incontro che si terrà a Firenze a Villa Arrivabene a partire dalle ore 17:30. L’evento è promosso con il patrocinio del Comune di Firenze e della Città Metropolitana di Firenze e vedrà, tra i vari contributi, poeti, scrittori e critici letterari che esporranno le proprie opere presenti in rivista. Parteciperanno il poeta e critico lettario Lorenzo Spurio (Presidente dell’Associazione Euterpe di Jesi), la poetessa e giornalista Michela Zanarella (Presidente dell’Associazione Le Ragunanze di Roma), il poeta e critico letterario Carmelo Consoli (Presidente della Camerata dei Poeti di Firenze), la poetessa e critico letterario Lucia Bonanni, il poeta e scrittore Iuri Lombardi e il poeta e scrittore Michele Veschi.

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L’ingresso di Villa Arrivabene (Quartiere 2) a Firenze in Piazza Leon Battista Alberti

Tra i numerosi contenuti della rivista si segnalano, per la sezione di saggistica/critica letteraria, gli interventi “Gli scrittori nella canzone d’autore italiana” (Iuri Lombardi), “Del testo e della musica. Un approccio storico ai problemi relativi al rapporto tra poesia e musica” (Luca Benassi), “Da La terra del rimorso di Ernesto De Martino alla “cinematografia sgrammaticata” di Pier Paolo Pasolini per un percorso interdisciplinare tra etnomusicologia, letteratura popolare e cinema etnografico (Lucia Bonanni), “La voce della fontana in Fogazzaro, D’Annunzio, nei Crepuscolari. Una musica per immagini” (Cinzia Demi), “Approcci comunicativi e sovrapposizioni di voci nel delirio comunicativo di Alice nel Paese delle Meraviglie” (Lorenzo Spurio) e altri testi atti ad analizzare personaggi quali Fryedrick Chopin (Maria Grazia Ferraris), gli chansonniers francesi (Angelo Ariemma), Patti Smith (Mario De Rosa), Bob Dylan (Cinzia Baldazzi, Fabia Baldi e Cinzia Perrone), l’universo beat al femminile (Vincenzo Prediletto), le nuove frontiere del rap (Stefano Bardi), i rapporti tra musica e letteratura (Corrado Calabrò, Valtero Curzi), il melodramma (Francesca Camponero) e tanto altro ancora

Per leggere la lista completa dei contenuti della rivista è possibile cliccare qui.

Per leggere, invece, la rivista in forma integrale e scaricarla in formato pdf, è possibile cliccare qui. La rivista è leggibile anche in altri formati adatti allo Smarphone, Tablet e Lettori di ebook.

Il precedente numero della rivista, che proponeva quale tema “Il coraggio delle donne: profili ed esperienze femminili nella letteratura, storia e arte” è stato presentato nei mesi scorsi a Palazzetto Baviera a Senigallia (Ancona) e al Centro Spinelli della Facoltà di Economia dell’Università La Sapienza a Roma.

L’evento FB della nuova presentazione della rivista “Euterpe” che si terrà a Firenze il 2 marzo prossimo è disponibile a questo link.

 

INFO

www.associazioneeuterpe.com – ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327 5914963

Il critico Lucia Bonanni esce con la monografia “Linee esegetiche attorno all’opera narrativa di Lorenzo Spurio”

copertina saggio bonanni su triade narrativa_frontale.jpgIn questo studio monografico il critico letterario Lucia Bonanni studia e approfondisce alcune delle tematiche nevralgiche che legano le tre opere di narrativa (racconti brevi) dell’autore jesino Lorenzo Spurio pubblicate nel corso degli ultimi anni: La cucina arancione (TraccePerLaMeta, Sesto Calende, 2014), L’opossum nell’armadio (PoetiKanten, Firenze, 2015) e Le due valigie e altri racconti (Waugh, Viterbo, 2018). Il volume, dal titolo Linee esegetiche attorno all’opera narrativa di Lorenzo Spurio è edito da Photocity Edizioni (disponibile qui e nelle prossime settimane su tutte le Librerie online) e si focalizza su tutti quei mondi inusuali, realtà scaturite da situazioni patologiche, forme di inerzia e abbandono psicologico, luoghi emotivi dove è il paradosso a fare notizia e accelerare il cedimento comportamentale, di cui Spurio parla a livello di fiction. Con grande maestria, senso critico, impegno e competenza culturale l’autore dei racconti indaga fenomeni sociali e di costume, facendo prevalere il complesso di quelle funzioni psichiche, caratterizzate da sintomatologie anomale, disturbi della personalità, relazioni interpersonali e atteggiamenti che determinano fenomeni morbosi. Senza mai scadere di tono e con l’uso di un linguaggio mai futile e banale, ma sempre coerente e pertinente al rigore concettuale e alla temperanza, anche là dove le tematiche trattate sembrano assumere caratteristiche suscettibili di connotazioni avverse e dispregiative, Spurio offre una raccolta riassuntiva, destinata ad enucleare e informare circa la complessità delle reazioni emotive.

 

Lucia Bonanni (Avezzano, 1951) poetessa, scrittrice e critico letterario, ha pubblicato articoli, saggi e raccolte di poesie oltre a recensioni e prefazioni per testi poetici e narrativi. In volume ha pubblicato le sillogi Cerco l’infinito (2012) e Il messaggio di un sogno (2013); ha all’attivo varie pubblicazioni in antologie poetiche, raccolte tematiche e riviste di letteratura. 

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985), poeta, scrittore e critico letterario. Per la poesia ha pubblicato Neoplasie civili (2014), Tra gli aranci e la menta (2016) e Pareidolia (2018). Per la narrativa tre raccolte di racconti, qui analizzate. Fertile nella critica letteraria ha pubblicato vari saggi in volume, rivista, siti e in collettanee, principalmente sulla letteratura straniera, prestando attenzione anche alla letteratura regionale per la quale ha pubblicato Convivio in versi (2016, 2 voll.).

Quando a rubare è la vita: i racconti di Gina Berriault. Recensione di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini 

A Gina Berriault (1926-1999) è, in qualche modo, toccata la sorte dell’umbratile J. Johnson (ci occupammo del suo unico libro Ora che è novembre, Bompiani 2017) piuttosto che quella del Nobel A. Munro, anch’essa straordinaria autrice di short stories, e questo nonostante gli apprezzamenti sinceri di alcuni fra i più autorevoli scrittori della sua generazione opportunamente riportati in quarta di copertina.

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All’editore Mattioli 1885 si deve la prima traduzione italiana dei suoi racconti, storie uniche per drammatica intensità d’ispirazione, capacità narrativa di costruire trame inquiete ed inquietanti su particolari solo apparentemente secondari, nitida eleganza formale: doveroso il tributo ad una scrittrice misconosciuta anche in America. I modelli vengono persino citati nel corso della raccolta (Gogol’ e Cechov più che Carver o Dubus, magari la Woolf, certo l’Achmatova, Whitman, Pound per la cifra poetica della sua prosa) e i piaceri sono quelli che la Vita ha rubato ad un’anonima folla di personaggi i quali solo raramente hanno saputo/voluto fare altrettanto con le opportunità di un destino assai poco generoso: la speranza in un futuro migliore (accade alla problematica Delia “dalla faccia piatta e minacciosa” e alla sorella Fleur, “riccioli color rame e aria da agnello sacrificale” de I piaceri rubati che, incapaci di “dimostrare quanto fossero preziose”, colmano un’esistenza frustrante con la reciproca e alla fine solidale confessione dei propri rimpianti),[2] il sogno della colta, fascinosa Claudia di incontrare Camus per le vie di Parigi e qualcuno “capace di spezzare le catene dei suoi sensi di colpa” (Morte di un uomo minore), le aspettative di successo del rancoroso Berger, solo “suonatore e non artista”, lui che “viveva la musica come un concentrato di tutti i desideri e le cose belle provate” (Notti nei giardini di Spagna).

Ancora ad essere sottratti senza scampo sono il recupero di un rapporto genitoriale difficile, mai rimosso né rinnegato (“colpa dello sguardo” quella di Arty che assiste, Spettatore inerte e passivo, al crollo di un padre tardivamente incontrato fra i pazienti di un ospedale psichiatrico e solo di un male inesorabile se Eli, con il suo gogoliano Cappotto “nero, poderoso e impenetrabile” non riesce a confessare al suo che dovrà sopravvivergli),[3] l’opportunità – per il cattivo/folle/solo razionale? Bambino di pietra Arnold (“Perché sei rimasto a raccogliere piselli per un’ora dopo che tuo fratello era morto?”) o la Bimba sublime Ruth, concupita dall’amante di sua madre – di vivere un’adolescenza serena, il senso ultimo della propria identità (Chi può dirmi chi sono? con la figura del bibliotecario Perera che rinvia al Tabucchi di Tutti i nomi prima che a Dickens o Dostoevskij…e non fosse per una “i”?!).

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Una foto di Gina Berriault. Fonte: https://wrongand.blogspot.com/2018/09/piaceri-rubati-di-gina-berriault.html 

Infine l’amore, il furto che scuote maggiormente e non si vorrebbe mai subire: non solo quello senile ed impossibile che nasce dalL’infinito potere delle aspettative di un anziano verso una giovane cui non serve il Kierkegaard de La pienezza del cuore per “alzare gli occhi e guardarsi intorno”, o di una donna che, per l’egoistico piacere di essere ancora desiderata (“terribile non vivere più nemmeno nei ricordi”) costringe gli altri a farlo anche se hanno 16 anni, ma l’Amore in sé, come empatico incontro di anime. Ne traccia un desolato referto la taciturna, sensibile, coscienziosa sessantatreenne de Il diario di K.W. kafkianamente ridotta alle sue sole iniziali, a parlare con un Dio che non risponde (“mi rispondo da sola e faccio tutto il lavoro al posto Suo”), a vergognarsi delle “piccole transazioni” esistenziali e sperimentare la forza rigenerante della pittura ma non quella della passione…tanto affine, in questo, alla dublinese Maria di Cenere. Accumunano le vicende di ognuno il rimpianto struggente di un passato (forse) felice, il costante senso di smarrimento e perdita, la lucida percezione del fallimento che generano rassegnazione più che rabbia, paralisi più che vitale, necessaria speranza, ripiegamento cinico ed esacerbato, mai solidale apertura alle ragioni dell’altro: amico, consorte, amante, genitore o figlio che sia.

Labili ma tenaci segnali di riscatto sembrano giungere dalla terapeutica pratica dell’esercizio artistico: non a caso due racconti vedono protagonisti degli scrittori – seppure in crisi – e la musica, in tutte le sue declinazioni, è una sorta di preziosa costante del libro. Così a Lang gli Scherzi dell’immaginazione consentono di sconfiggere “l’indifferenza per il miracolo della vita” – vera linfa dell’ispirazione creativa (e confessione di poetica) –  Kligspringer ritrova la propria dimensione di affabulatore alla Ricerca di Kruper, fantomatico, salingeriano Kurtz della narrativa e nel citato Piaceri rubati – ci limitiamo a questo riferimento – compare una bellissima definizione del jazz (oltre che…del pianoforte): “La melodia che esplode senza un vero inizio e non torna indietro per ricominciare, suonata da persone che pareva sapessero avrebbero ricevuto ciò che volevano e molto di più dalla vita” (p. 48).

L’apparente minimalismo tematico (sarebbe piaciuto a Flannery O’Connor) si traduce in uno stile mai semplicemente referenziale nella sua asciutta essenzialità (prevalgono l’indiretto – a volte libero – del personaggio o il punto di vista onnisciente del narratore sui dialoghi) con frequenti squarci lirici e splendidi finali “aperti” che raramente concludono l’esile intreccio, suggerendo intriganti perplessità/interrogativi nel lettore, sempre emotivamente coinvolto da una lettura appassionante. Gina Berriault va (ri)scoperta ed amata.

 MARCO CAMERINI

 

[2] Rimanda ad Espiazione di McEwan il rapporto di conflittualità/complicità fra le due ragazze.

[3] Questi ultimi due racconti ci sono parsi assoluti capolavori, fra i migliori della letteratura americana del secondo ‘900…ma eravamo sul punto di eliminare l’aggettivo.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Boati dal profondo” di Pasqualino Cinnirella, recensione di Lorenzo Spurio

8972e-boati-dal-profondo.pngIl poeta Pasqualino Cinnirella di Caltagirone (Catania) con all’attivo le pubblicazioni poetiche “Pieghe d’animo 1963-1977” (1978), “Fuochi sull’aia 1978-1985” (1987) e “Meditazione” (2001) è recentemente uscito con una nuova opera poetica, “Boati dal profondo”, per i tipi di The Writer Edizioni. Le liriche, tutte dotate in calce del riferimento preciso alla data della loro stesura, sono inframmezzate da commenti critici di diversa lunghezza di eminenti critici e studiosi di letteratura, tra i quali Nazario Pardini, Pasquale Balestriere e Maria Grazia Ferraris (solo per citarne alcuni), che si dedicano ad approfondire alcuni aspetti dell’arte poetica del Nostro. 

Le tematiche profonde che legano le varie liriche qui contenute sono il ricordo (di quando, affranto dalla noia e rabdomante nel campo del padre, “[s’] insaccav[a] di sole alto”,13), l’amore, la comunione con l’ambiente campestre, il sacrificio del lavoro, le figure dei cari (soprattutto quella del padre, vero e proprio maestro di vita difatti scrive in “Passaggi” che lui “impartiva alla mia coscienza, intatta allora,/ il suo modo giusto di vivere da uomo”, 23) finanche le tematiche di carattere etico-civile ad abbracciare, in un ideale girotondo di pace, le esistenze derelitte di chi, vicino o all’altro capo del pianeta, “vive[…] piegato al grigio degli eventi” (17).

La recensione integrale è stata pubblicata il 12/02/2019 sulla testata “Radio Doppio Zero” ed è disponibile cliccando qui. 

Addio al teatino Vito Moretti, poeta “umano” e saggista di ampia caratura

Giunge dalla stampa online[1] e dalle tante attestazioni di stima e amicizia in Facebook l’annuncio del decesso del professore Vito Moretti (nato a San Vito Chietino nel 1949) di Chieti, docente universitario, poeta e scrittore, saggista e critico letterario che da poco aveva festeggiato i cinquanta anni della sua carriera di letterato. Recentissima, di pochi giorni fa, la notizia che la sua poesia inedita “Potessi raccontare i sogni” è risultata nella rosa dei finalisti del celebre Premio Letterario “Don Luigi Di Liegro”, X edizione, di Roma.

Ingente il suo contributo al mondo della poesia contemporanea, pubblicò (l’elenco dei titoli non è completo!)[2] le opere in dialetto N’andica degnetà de fije (1982), La vulundà e li jurne (1986) e Déndre a na storie (1987), Na raggio ne e li déhe (1989), La case che nen e chiude (2013) e per la poesia in lingua, dopo alcune plaquettes confluite in Una terra e l’altra. Ristampe e inediti (1995), ha dato alle stampe Temporalità e altre congetture (1988), Il finito presente (1989), Le prerogative anteriori (1992) e Da parola a parola (1994), Di ogni cosa detta (2007), L’altrove dei sensi (2007), Con le mani di ieri (2009), Luoghi (2011), Dal portico dell’angelo (2014). I suoi interventi teorici sono stati raccolti nel volume Le ragioni di una scrittura. Dialoghi sul dialetto e sulla poesia contemporanea (1989).

Il mio ricordo è legato ad alcuni brevi episodi che ci permisero di incontrarci in quella che era la terra che lui amava più di ogni altra cosa, ovvero il capoluogo teatino. Difatti nella prima edizione del Premio Letterario “Città di Chieti”, ideato nel 2017 dall’amica e poetessa Rosanna Di Iorio nel quale figuravo per sua volontà quale Presidente di Giuria, data il lungo corso della sua unanimamente riconosciuta attività poetica, la vastità dei suoi interessi letterari, lo spessore delle pubblicazioni e degli interventi critici in conferenze, dibattiti e convegni di varia natura, ci era sembrato opportuno premiarlo con un Premio Speciale definito, appunto, “Città di Chieti” (aveva partecipato in quell’occasione con la poesia “Così è questa la traccia”). Si trattava, com’è intuitivo da comprendere, uno dei tanti  numerosissimi premi, attestazioni di merito e di riconoscimento che da decenni il professore aveva ricevuto con orgoglio e merito in ogni parte del Paese.[3] Ricordo che in quella circostanza, pur dispiaciuto, non ebbi l’occasione di incontrarlo perché doveva trovarsi impegnato fuori città per altre iniziative letterarie e il premio gli venne in seguito consegnato dall’organizzazione.

Lo incontrai, invece, ad aprile 2018 presso il Teatro Marrucino di Chieti nell’occasione della presentazione al pubblico del libro di poesie La stanza segreta (Vitale, 2018) di Rosanna Di Iorio dove ero stato chiamato, assieme a Lucia Bonanni, a intervenire sul volume. Scambiai qualche veloce chiacchiera con lui ma questo non impedì che ne apprezzassi l’impeto nell’esternazione delle sue battute nonché l’acume delle considerazioni.

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Il professor Vito Moretti. Foto tratta da: http://www.ilcentro.it/cultura-e-spettacoli/quelle-ombre-adorne-di-vito-moretti-1.21839?utm_medium=migrazione

Rimasi così in contatto con lui, esclusivamente a mezzo internet, e apprezzai – ben prima che la sua produzione poetica (vastissima e di alto profilo) – la sua attività di critico e di esegeta di testi letterari della tradizione abruzzese con particolare attenzione a Gabriele D’Annunzio. Molto interessato ad alcune sue pubblicazini sull’argomento (ormai per lo più fuori catalogo e dunque introvabili) era stato così gentile da inviarmi estratti delle opere a mezzo e-mail ed altre me le avrebbe sicuramente inviate per posta – quale dono – come mi aveva promesso avendo avvertito nelle mie parole il grande interesse verso il suo lavoro ermeneutico. Purtroppo non ve ne fu tempo. Conservo, invece, con piacere una serie di testi (capitoli estratti) di volumi[4] o di suoi studi critici vertenti il fenomeno del “dramma rurale”, del teatro rustico d’argomento abruzzese con riferimento a La Figlia di Iorio di D’Annunzio. Gli comunicai, nei mesi scorsi, infatti, che ero molto interessato ad approfondire tali questioni per una lettura più ampia e comparativa per un mio studio improntato sul tema dell’onore e del dramma rurale nell’opera dello spagnolo Federico García Lorca. Sono testi importanti e ben calibrati, i suoi, che saranno di certo utili nello sviluppo del mio saggio e che lo saranno per tutti coloro che, interessati al fenomeno agreste in oggetto, faranno ricerche in tal senso.

Ma la produzione di critica letteraria di Moretti è vastissima e non esula interessi d’altro tipo. Vorrei, infatti, ricordare alcuni dei testi della sua intensa bibliografia: Occasioni abruzzesi. Letture e pagine critiche (Tracce, 2000), Il plurale delle voci. La letteratura abruzzese fra Sette e Novecento (Bulzoni, 1996), D’Annunzio pubblico e privato (Marsilio, 2001), Le forme dell’identità. Dall’Arcadia al decadentismo (Studium, 2001),  I labirinti del Vate. Gabriele D’Annunzio e le mediazioni della scrittura (Studium, 2006), Ariel e Melitta. Carteggio inedito D’Annunzio-De Felici (Carabba, 2007), Di carte e di parole. Note, proposte e ricerche sulla letteratura dell’Otto e Novecento (Bulzoni, 2009), Le forme recitate. Aspetti della letteratura tra Otto e Novecento (Studium, 2011).

L’ultima volta che lo sentii, circa un paio di settimane fa, era per informarlo della decisione della redazione della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe” di pubblicare una delle sue poesie,  giunte per la selezione dei testi, ovvero la poesia “Nel nostro campo”, che figura all’interno delle pagine del n°28 di Febbraio 2019.

Alcuni versi estratti da un’altra sua bella poesia, “Dubita, se ogni punto”, così recitano: “Nulla ha più della perfezione/ che ti impegna al perdono, alla linea che declina/ e che pure sale, e che si moltiplica, tu sai,/ dove tutto è infinito”.

 

Lorenzo Spurio

09-02-2019

 

[1] La testata “Chieti Today” così titola la notizia: “La cultura abruzzese piange il professor Vito Moretti, docente universitario e scrittore”: http://www.chietitoday.it/cronaca/scomparso-professor-vito-moretti-chieti-san-vito-chietino.html mentre l’emittente locale “Rete 8” così titola: “Chieti piange la scomparsa del professor Vito Moretti”, http://www.rete8.it/cronaca/234chieti-piange-la-scomparsa-del-professor-vito-moretti/

[2] Notizie biobibliografiche più esaustive possono essere consultate sui siti della casa editrice Tabula Fati: http://www.edizionitabulafati.it/vitomoretti.htm e “Poesie del nostro tempo”: http://poetidelparco.it/9_228_Vito-Moretti.html Numerosi suoi testi poetici sono presenti sul siti, riviste online e antologie poetiche.

[3] Solo per citarne alcuni: il “Versilia-Marina di Carrara”, il “Premio Alghero”, il “Pisa-Calamaio di Neri”. Il professore, inoltre, era presidente e membro di giuria in numerosi premi letterari nazionali sia abruzzesi che di altre regioni.

[4] Principalmente estratti di VITO MORETTI,  I labirinti del Vate. Gabriele d’Annunzio e le mediazioni della scrittura, Roma, Edizioni Studium, 2006.

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Esce “La guancia sull’asfalto” del Maestro Guido Oldani, padre del realismo terminale

Di seguito riportiamo, con il suo consenso, il commento della poetessa Izabella Teresa Kostka in merito al nuovo libro del Maestro Guido Oldani, “La guancia sull’asfalto”, già apparso su “Alessandria Today” in data 08-02-2019:

img_20190208_125321_732La mia grande conquista: l’ultimo libro del M° Guido Oldani “La guancia sull’asfalto” – raccolta calda, crudele e preziosamente ruvida. Il Realismo Terminale D.O.C. che seguo col cuore dopo averlo abbracciato nel 2015 / 2016. Nota introduttiva a cura del Prof. Giuseppe Langella, editore Mursia. Testi crudi, perfettamente sincronizzati con le onde della nostra complicata tecnologica vita moderna, gettata come un rifiuto nella discarica dei sentimenti privi di misericordia. Ci siamo persi tra vari oggetti soppressi dai codici a barre, dimenticando di essere “semplici e fragili mortali”. La poetica travolgente, geniale nella sua trasparenza e metrica, scritta con una leggerezza stupefacente e un linguaggio sobrio ed efficace, mai artificiale nonostante la difficile impronta civile dell’intero volume. Libro imperdibile che consiglio sinceramente a Tutti!

Al Maestro Guido Oldani è stata dedicata recentemente l’apertura del n°28 della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe” scaricabile cliccando qui con alcuni suoi inediti gentilmente offerti alla rivista e un commento critico di Lucia Bonanni. 

 

Chi è Guido Oldani

Guido Oldani (Melegnano, 1947) ha coltivato la “discordanza culturale” collaborando con suoi studi e approfondimenti nella rivista “Acta Anatomica” e ha collaborato con il Politecnico di Milano presso l’insegnamento di Tecnica della Comunicazione. Propulsore della necessità che la poesia si faccia realmente concreta, manifestandosi nelle forme e nei temi a lei più congeniali che abbiano un rimando e un legame stretto alla realtà fisica nel 2000, durante il convegno “Varcar frontiere” tenutosi a Losanna, il poeta si dimostrò paladino dinanzi all’insufficiente espressione della realtà. Atti dimostrativi e di pronunciamento in difesa della poesia come questi non mancarono negli anni a seguire difatti nel 2001 presso la Statale di Milano, nel corso del convegno “Scrittura e realtà” ebbe modo di ampliare le sue considerazioni in materia. Ha pubblicato le raccolte: Stilnostro (CENS, 1985, con prefazione di Giovanni Raboni), Sapone (Kamen, 2001), La betoniera (LietoColle, 2005), La guancia sull’asfalto  (Mursia, 2018). Il cielo e il lardo (Mursia, 2008). È l’ideatore del realismo terminale teorizzato nel volume Il Realismo Terminale (Mursia, 2010), al quale sono seguiti La Faraona ripiena. Bulimia degli oggetti e realismo terminale (Mursia, 2013, a cura di Elena Salibra e Giuseppe Langella), Dizionarietto delle similitudini rovesciate (Mursia, 2014, a cura di Luisa Cozzi). La sua poetica è diventata uno spettacolo teatrale dal titolo “Millennio III nostra Meraviglia”, scritto e interpretato da Gilberto Colla. È direttore del Festival Internazionale “Traghetti di Poesia” e fondatore del “Tribunale della poesia”. I suoi testi sono stati tradotti in inglese, tedesco, spagnolo, rumeno, russo e arabo. Nel 2014 in seno al Salone del Libro di Torino, assieme a Giuseppe Langella ed Elena Salibra, firma e fa conoscere il “Manifesto breve del realismo terminale” che qui pubblichiamo. Oltre alla sua produzione e alle curatele è vasta la bibliografia sulla “corrente” del realismo terminale da lui fondata; tra i maggiori lavori ricordiamo: Alla rovescia del mondo (LietoColle, 2008, a cura di Amedeo Anelli), Oltre il 900 (Libreria Ticinum, 2016, a cura di Amedeo Anelli). Per il teatro ha curato una riduzione dell’opera di Carlo Porta e Tommaso Grossi, Giovanni Maria Visconti duca di Milano, e la Ninetta del Verzèe, del Porta stesso. È presente in alcune antologie, tra cui Il pensiero dominante (Garzanti, 2001, a cura di Franco Loi), Tutto l’amore che c’è (Einaudi, 2003) e Almanacco dello specchio (Mondadori, 2008), Antologia di poeti contemporanei (Mursia, 2016, a cura di D. Marcheschi), Poesia d’oggi, un’antologia italiana (Elliot, 2016, a cura di Paolo Febbraro), Una luce sorveglia l’infinito. Tutto è misericordia (La Vita Felice, 2016, a cura di Antonietta Gnerre e Rita Pacillo), Novecento non più. Verso il realismo terminale (La Vita Felice, 2016, a cura di Danila Battaggia e S. Contessini), Poesie italiane 2016 (Elliot, 2017, a cura di A. Berardinelli), Luci di posizione. Poesie per il nuovo millennio (Mursia, 2017, a cura di Giuseppe Langella). Ha collaborato e collabora ai quotidiani “Avvenire”, “La Stampa” e “Affari Italiani” (oltre a trasmissioni RAI); suoi testi sono presenti sulle riviste cartacee “Alfabeta”, “Paragone”, “Kamen” e sulle riviste e piattaforme online di letteratura “Griselda Online”, “Italian Poetry”, Sulla nostra rivista, nel n°25 (Novembre 2017), è apparsa un’intervista a Guido Oldani fatta dalla poetessa Izabella Teresa Kostka.mSulla sua produzione si sono espressi Maurizio Cucchi, Luciano Erba, Giancarlo Majorino, Antonio Porta, Giovanni Raboni, Tiziano Rossi, Cinzia Demi e numerosi altri.

(Questa presentazione è tratta dalla rivista “Euterpe” n°28 – Febbraio 2019, precedentemente citata).

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“Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”: uscito il n°28 della rivista di poesia e critica lett. “Euterpe”

Si segnala l’uscita del n°28 della rivista di letteratura Euterpe che proponeva quale tema di riferimento “Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”.

L’apertura di questo numero è dedicato al poeta GUIDO OLDANI, padre del realismo terminale, con alcuni suoi inediti e un commento a cura del critico letterario Lucia Bonanni.

Nella rivista sono presenti testi di (in ordine alfabetico): Abenante Carla, Ariemma Angelo, Baldazzi Cinzia, Baldi Fabia, Bardi Stefano, Baroni Alberto, Benassi Luca, Biolcati Cristina, Bisutti Donatella, Bonanni Lucia, Buffoni Franco, Calabrò Corrado, Camerini Adriano, Camponero Francesca, Carmina Luigi Pio, Centomo Bruno, Consoli Carmelo, Conti Maria Concetta, Covezzi Miriam, Curzi Valtero, D’Arpini Paolo, D’Errico Antonio G., De Rosa Mario, De Stasio Carmen, Demi Cinzia, Di Sora Amedeo, Enna Graziella, Ferraris Maria Grazia, Fusco Loretta, Giordano Zavanone Giovanna, Giorgi Simona, Grasselli Denise, Langella Giuseppe, Lania Cristina, Linguaglossa Giorgio, Lombardi Iuri, Luzzio Francesca, Mancinelli Giorgio, Marcuccio Emanuele, Martillotto Francesco, Mongardi Gabriella, Moretti Vito, Oldani Guido, Otello Emilia, Pellegrini Sefania, Perrone Cinzia, Pierandrei Patrizia, Prediletto Vincenzo, Raggi Luciana, Santarelli Anna, Serpi Marzia, Spagnuolo Antonio,  Spurio Lorenzo, Strinati Fabio, Tabellione Marco, Tiberio Tina Ferreri, Vargiu Laura, Veschi Michele, Vitale Carlos, Zanarella Michela, Zavanone Guido,

Di particolare interesse è la sezione saggistica del presente volume che si compone dei seguenti contributi:

 

ARTICOLI                                                                                                                                   

MARIO DE ROSA – “Una mistica fra rock e poesia: Patti Smith”                                              

IURI LOMBARDI – “Gli scrittori nella canzone d’autore italiana”                                             

FABIA BALDI – “La querelle del Premio Nobel a Bob Dylan”                                                  

CORRADO CALABRO’ – “Musica e poesia”                                                                 

BRUNO CENTOMO – “Buonaterra e Centomo: la parola in musica”                             

CINZIA PERRONE – “Bob Dylan il menestrello del rock”                                                         

GIORGIO MANCINELLI – “Musicologia all’origine della cultura globalizzata”           

FRANCESCA CAMPONERO – “La poetica, cuore del melodramma”                          

PAOLO D’ARPINI – “Musica come espressione ecologica dell’anima”                          

DENISE GRASSELLI – “Dalla letteratura alla musica: l’enigmatica storia di Orfeo e Euridice”

CETTA BRANCATO – “Canto per Francesca”                                                                

VINCENZO PREDILETTO – “Beat in rosa: musica beat ed emancipazione femminile”           

 

SAGGI                                                                                                                               

CINZIA BALDAZZI & ADRIANO CAMERINI – “Bob Dylan tra Keats, Leopardi e Shelley”       

LUCA BENASSI – “Del testo e della musica. Un approccio storico ai problemi relativi al rapporto tra poesia e musica”                                                                                                        

STEFANO BARDI – “La nuova frontiera della poesia in Italia: Rap & Company”                    

LUCIA BONANNI – “Da La terra del rimorso di Ernesto De Martino alla “cinematografia sgrammaticata” di Pier Paolo Pasolini per un percorso interdisciplinare tra etnomusicologia, letteratura popolare e cinema etnografico”                                                  

FRANCO BUFFONI – “Ritmo sopra tutto”                                                                     

CINZIA DEMI – “La voce della fontana in Fogazzaro, D’Annunzio, nei Crepuscolari. Una musica per immagini”                                                                                                                

LORENZO SPURIO – “Approcci comunicativi e sovrapposizioni di voci nel delirio di Alice nel Paese delle Meraviglie”                                                                                                              

MARIA GRAZIA FERRARIS – “Fryderyk Chopin e George Sand. La goccia d’acqua”          

GABRIELLA MONGARDI – “Letteratura e musica in La morte a Venezia di Thomas Mann”

VALTERO CURZI – “Letteratura e musica: influenze e contaminazioni”                       

MARCO TABELLIONE – “La Musica silenziosa. La poesia e la sua musicalità”

ANGELO ARIEMMA – “Les Chansonniers ovvero poesia per musica”                                     

GRAZIELA ENNA – “Due poeti francesi reinterpretati da Fabrizio De André: François Villon e Pierre de Ronsard”                                                                                                                 

CARMEN DE STASIO – “Pienezza espressiva tra musica e letteratura”                         

FRANCESCO MARTILLOTTO – “La musica, “dolcezza e quasi anima de la poesia” in Torquato Tasso    

                                                                                                                          

RECENSIONI                                                                                                                               

GABRIELLA MONGARDI – “Come se di Luigi Santucci”                                                       

LAURA VARGIU – “Cattivi dentro. Dominazione, violenza e deviazione in opere scelte della letteratura straniera di Lorenzo Spurio”                                                           

LAURA VARGIU – “Quadro imperfetto di Stefania Onidi”                                           

CARMELO CONSOLI – “Così è. Colloqui con Dio di Ermellino Mazzoleni”

 

La rivista può essere letta e scaricata in formato pdf collegandosi al bottone del sito dell’Ass. Euterpe (www.associazioneeuterpe.com) “Leggi i numeri della rivista” o, per maggiore praticità, può essere raggiunta cliccando qui.

Segnaliamo la possibilità di poter visualizzare e leggere la rivista anche in altri formati compatibili con altri dispositivi:

ISSUU/ Digital Publishing

 

Formati e-book:

Azw3 per Kindle di ultima generazione

Mobi per compatilità con tutti i Kindle

Epub per tutti i lettori non Kindle

Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “I drammi dei popoli in letteratura: genocidi, guerre dimenticate, questioni irrisolte, rivendicazioni e speranze deluse”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.comentro e non oltre il 31 Maggio 2019 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista che è possibile leggere a questo link

È possibile seguire l’evento Facebook del prossimo numero a questo link.

 

Euterpe n. 28 - Febbraio 2019 - Musica e letteratura, influenze e contaminazioni-page-001.jpg

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