Sabato 4 marzo alle ore 17:30 presso il Caffé Letterario “Le Giubbe Rosse” di Firenze (Piazza della Repubblica 13) verrà presentato al pubblico il saggio Grendel e il Poeta. Da Beowulf a Shakespeare della scrittrice, poetessa e critico letterario Daniela Quieti. L’evento si inserisce all’interno degli appuntamenti “Artisti & Autori alle Giubbe rosse” curati da Jacopo Chiostri e Anita Tosi. Interverranno Jacopo Chiostri (giornalista), Roberta Degl’Innocenti (poetessa) e Alessandra Ulivieri (Editrice). L’evento sarà ripreso dalle telecamente di Toscana TV per mezzo dell’inviato Fabrizio Borghini.A conclusione sarà oggerto breve drink/buffet agli intervenuti.
L’autrice
Daniela Quieti, scrittrice e giornalista, vive a Pescara. Iscritta all’Albo dell’Ordine dei giornalisti pubblicisti, è Direttore Responsabile del Periodico Logos Cultura e Presidente dell’omonima Associazione.. Dirige la collana editoriale di narrativa Emotion per la Pegasus Edition ed è nella redazione del quadrimestrale di poesia e letteratura italiana e straniera “I fiori del male”. Ha pubblicato i libri: I colori del parco (2007, poesia); Cerco un pensiero (2008, poesia); Altri Tempi (2009, narrativa); Echi di riti e miti (2010, narrativa); Uno squarcio di sogno (2010, poesia); L’ultima fuga (2011, poesia); Francis Bacon La visione del futuro (2012, saggistica); Quel che resta del tempo(2013, narrativa); Atmosfere (2014, narrativa); La Travolgente domanda – Cent’anni di Prufrock (2015, saggistica); Grendel e il Poeta Da Beowulf a Shakespeare (2016, saggistica). Numerosi i suoi contributi critici in antologie, curatele e volumi collettivi. È storicizzata in testi di letteratura fra cui Letteratura Italiana-Dizionario biobliografico dei poeti e dei narratori italiani dal secondo novecento ad oggi (2010) ed Evoluzione delle forme poetiche (2013).
“John Milton: Meglio regnare in Inferno che servire in Paradiso”
a cura di Giuseppina Vinci
Chiunque abbia letto versi di John Milton, non può non ricordare questi versi. Forti, toccanti, coinvolgenti…. J. Milton, poeta inglese vissuto nel 17° secolo, ci lascia un’opera indimenticabile dal titolo Paradise Lost, quel Paradiso perduto da tutti gli esseri umani dopo quell’atto, quel gesto, quella disubbidienza a Dio ricordato come ”the original sin” di Adamo ed Eva. Un gesto che ha condannato l’essere umano alla schiavitù del peccato secondo la teologia cristiano-cattolica. Gli angeli ribelli, the fallen angels, guidati dall’angelo più bello, Lucifer, cacciati dal Paradiso per sempre. Non più speranza, non più riscatto, non più salvezza.
Il capo degli angeli ribelli domina nel suo regno, governa il luogo dove insieme ai suoi seguaci dimora. Adesso è capo, non più dipendente, capo di una schiera di angeli decaduti. L’atto del servire lo degrada, non può accettare ordini, comandi, lui deve disporre, governare, altri devono sottostare a lui.
La legge del più forte, del più audace, del condottiero per una causa ”giusta” solo per lui. Nessuno deve essere più forte di lui. Nessuno più ”illimitato” di lui. Nessuno può o deve dire Cosa deve, può, e in che modo fare. Soltanto lui deve stabilire cosa e come si può fare o è lecito fare. Nessuna sottomissione ad alcuno, nessuna reverenza, niente che possa costringerlo a genuflettersi. Soltanto a lui i comandi, soltanto lui può stabilire e decidere a cosa ci si deve attenere.
Pur avendo ottenuto tutto ciò, pur seguito da ”angeli ribelli”, avuto una dimora, un ”regno” tutto per lui, non è e non può essere appagato. Non accetta la nuova dimora, non sente di essere ”re” nel suo nuovo regno, perché tutto detesta anche il regno dove sarebbe l’unico capo incontrastato.
”Meglio regnare in inferno che servire in paradiso” potenzia il suo stato, nonostante la nuova inospitale dimora, nonostante gli odori del nuovo ambiente, nonostante la grande rabbia che sovrasta tutto e tutti intorno, lui ”regna” non serve, servire non gli appartiene, non può essere il suo stato. Non lo sarà mai. Perché dal suo stato non si torna indietro. Non può più tornare alla celestiale dimora. Non vuole, non può, il cielo è distante, chiuse le porte, se porte esistono, ormai è Fuori per sempre. Una lotta infinita è iniziata, non cessa, sarà la lotta eterna tra due Forze e spera di vincere.
Il poeta fa parlare il più ribelle degli angeli, a tratti sembra condividerne gli umori, lo stato d’animo di chi non ha più voluto accettare la DIPENDENZA, di chi non ha voluto sottomettersi a una Volontà Superiore. L’essere servi lo avvilisce, lo umilia, lo annienta.
Le condizioni storico-sociali dell’Inghilterra del 17° secolo, il conflitto e la conseguente guerra civile tra la casa reale inglese e i Roundheads, con la vittoria dei Puritani guidati da Cromwell ha senza dubbio condizionato e determinato le convinzioni del Poeta, la sua avversione verso la casa reale che rappresentava il potere, il rigore, che aveva soffocato la democrazia a cui il popolo inglese era oramai con e dopo i Tudors legato, Milton si sentiva suo malgrado costretto ad accettare la guida degli Stuarts, diremmo oggi anacronisti, governare secondo il cosiddetto Diritto Divino suonava agli inglesi una forzatura, un ribaltamento della loro civiltà e la fine della democrazia.
E allora la forza, la ribellione contro il potere temporale, contro gli Stuarts appariva come l’unica soluzione. Starà dalla parte di Cromwell e per 20 anni, tanti sono gli anni del Protettorato, appoggerà the Commonwealth.
Milton non giustifica la ribellione di Lucifero verso Dio, ma potremmo dire trova ”legittimo” quel gesto, quell’atto, quella sorta di coraggio, di impeto, di volontà forte a non sottomettersi a quella che ai suoi occhi, purtroppo, è ritenuta tirannia. La volontà di sapere, di conoscere gli appare negata, e non potendo giungere alla piena conoscenza, al sapere assoluto e universale, cerca e vi riesce, di convincere gli altri a ribellarsi, con il risultato di essere cacciati anche loro dalla dimora a loro concessa. Da qui il pianto, la sofferenza di essere diseredati, l’eredità assegnata tolta, non più paradiso ma inferno, non più condivisione ma separazione da Dio.
L’eredità, gratuitamente data, ora bisogna riottenerla e i modi e le vie sono tante e sconosciuti.
L’Albero della Conoscenza del Bene e del Male è inavvicinabile, lontano dalla loro vista, una vista divenuta miope, distante dalla Verità. Non resta che la sofferenza, quello stato di sofferenza comune a chi ha scelto la separazione e il distacco in nome della libertà.
La libertà, la facoltà di sentirsi non sottoposti, non sottomessi è lo stato e del primo RIBELLE della storia umana e di tutti gli esseri che consapevolmente e/o no hanno seguito e seguono le sue tracce, le sue orme. In nome della libertà, dell’autonomia, della gestione del proprio io, si innalza una barriera, un muro, si esce da una ”porta” per entrare verso un’altra non definibile, sconosciuta, dalla quale non sai ove precipiti. Storia di esseri umani, di esseri alla conquista della libertà, della indipendenza, percorsi mai conosciuti ma allettanti, l’uomo che scopre, che distingue, che scruta o si allontana dalle origini o si avvicina alle origini, un mistero tutto da svelare.
Giuseppina Vinci
L’autrice di questo saggio acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un testo personale, frutto del suo ingegno.
Anton Cechov (1860-1904) è stato un celebre scrittore e drammaturgo russo. Sono molto famosi i suoi racconti e soprattutto le sue opere per il teatro. Tra i racconti ricordiamo Степь (La steppa, 1888), Палата n. 6 (La corsia n.6, 1892) e Чёрный монах (Il monaco nero, 1892). Per il teatro le opere maggiori sono considerate Чайка (Il gabbiano, 1896), Дядя Ваня (Zio Vanja, 1899), Три сестpьі (Tre sorelle, 1901) e Вишнёвый сад (Il giardino dei ciliegi, 1903). L’opera che analizzeremo in questo capitolo è Il giardino dei ciliegi, ultimata da Cechov nel 1903 e messa in scena per la prima volta nel 1904, pochi mesi prima della morte prematura dell’autore avvenuta nel luglio dello stesso anno. Sebbene l’opera teatrale fu pensata da Cechov come una sorta di commedia (poiché presenta alcuni elementi divertenti che possono essere avvicinati alla farsa), nella prima realizzazione teatrale dell’opera, avvenuta nel 1904 e curata da Konstantin Sergeevic Stanislavskij e Vladimir Nemirovic-Dancenko, questa venne presentata principalmente come una tragedia.
L’opera si compone di quattro atti ed è basata su elementi autobiografici dell’autore tra i quali i problemi economici che riguardarono sua madre, il suo interesse per il giardinaggio e il giardino di ciliegi che frequentò durante l’adolescenza. La storia ruota intorno alla tenuta di una famiglia aristocratica russa con annesso un vasto giardino dei ciliegi ambientata nel momento immediatamente successivo alla concessione dell’emancipazione dei servi della gleba mediante l’abolizione del sistema feudale del 1861. Tale data segnò l’inizio di un’epoca buia per l’aristocrazia che entrò in una lenta decadenza: molti nobili, privati dei loro servitori che prima si erano occupati delle loro case, caddero in povertà, mentre lentamente prese a svilupparsi la classe borghese.[2]
La scena si apre col ritorno alla tenuta della proprietaria terriera Ljubov’ Andreevna Ranevskaja (Ljuba[3]), dopo un soggiorno di cinque anni a Parigi con la figlia Anja, diciassettenne. Si tratta di un’aristocratica decaduta che, per far fronte ai debiti, è costretta a vendere la proprietà, compreso il tanto amato giardino dei ciliegi, simbolo dell’infanzia serena: tutta l’opera è incentrata, infatti, sulla vendita del giardino e sul conseguente abbattimento degli alberi. Sono molti i personaggi che popolano la scena e le cui vicende personali s’intrecciano: oltre a Ljuba e alle due figlie, Anja e Varja, c’è il fratello di lei, Gaev, il mercante Lopachin, amico della famiglia, lo studente Trofimov, il proprietario terriero Pišèik, la governante Šarlotta, il contabile Epichodov (soprannominato “Settantasette disgrazie” a causa della sua sfortuna, di cui tuttavia ride lui per primo), la cameriera Duniaša, il vecchio maggiordomo Firs, il giovane servitore Jaša, un anonimo viandante che fa una breve comparsa ed altri personaggi minori.
Ljuba e la figlia trovano una calorosa accoglienza al loro arrivo; ci sono tutti, familiari e servitori, compreso l’amico Lopachin che consiglierà di ricavare dal giardino tanti lotti da affittare ai villeggianti e salvare così la proprietà. La proposta non trova però ascolto, nonostante venga ripetuta più volte: Ljuba è riluttante e neanche gli altri sono molto d’accordo. La vicenda del giardino fa da sfondo ai rapporti che s’intrecciano tra i vari personaggi; storie amorose, mancati matrimoni e scontri scherzosi. Non ci interessa riassumerli in questa sede, ci concentreremo infatti su tema del giardino e su ciò che simboleggia per ciascuno dei personaggi. Per Ljuba, lo abbiamo già anticipato, esso rappresenta l’infanzia e la giovinezza passate, oltre che il ricordo del figlioletto morto annegato in un fiume nei pressi della casa, tragedia che scopriamo averla spinta alla partenza per Parigi:
Io amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non ha senso la mia vita, e se è proprio indispensabile venderlo, allora vendano anche me assieme a lui… (Abbraccia Trofimov, lo bacia sulla fronte). Mio figlio è annegato qui… (Piange).[4]
Il fratello di Ljuba cerca di richiedere un prestito e di farsi aiutare da qualcuno pur di non cedere la casa a un acquirente interessato a comprarla mediante l’asta. Tuttavia i vari tentativi saranno fallimentari e alla fine Ljuba dovrà dare un doloroso addio, al momento in cui apprenderà che il giardino è stato venduto:
L’amarezza nella storia è data dal fatto che ad acquistare il giardino è stato Lopachin che non riesce a celare il suo grande entusiasmo quando comunica che è il nuovo possessore della casa:
Il giardino dei ciliegi adesso è mio! Mio! (Ridacchia). Dio mio, signore, il giardino dei ciliegi è mio! Ditemi che sono ubriaco, che ho perso la ragione, che mi sono immaginato tutto… (Pesta i piedi). Non ridete di me! Ah, se mio padre e mio nonno potessero venir fuori dalle loro tombe e vedere tutto quel che è successo, che il loro Ermolaj, quello che picchiavano, l’ignorante Ermolaj che d’inverno andava in giro a piedi nudi, se vedessero che quello stesso Ermolaj ha comprato la proprietà più bella che esiste al mondo. Io ho comprato la proprietà in cui mio nonno e mio padre erano schiavi, in cui loro non erano ammessi neanche alle cucine.[6]
L’acquisto del giardino dei ciliegi da parte di Lopachin, oltre a rappresentare una sorta di affronto nei confronti di Ljuba, ha tuttavia un significato più profondo. Lopachin è il figlio e il nipote di uomini che sono stati servi nella casa degli antenati di Ljuba ma, a seguito dell’emancipazione dei servi, quest’ultimi ottennero la libertà e iniziarono ad arricchirsi. Il fatto che sia Lopachin ad acquistare la casa e il giardino dei ciliegi viene dunque a configurarsi come il riscatto e la rivincita della classe popolare e sancisce in maniera netta l’irreversibile decadenza della nobiltà russa. Il giardino di Cechov è quindi una metafora della Russia e delle sue condizioni all’indomani dell’abolizione della servitù della gleba a opera dello zar Alessandro II, con mezzo secolo di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Dirà infatti Trofimov, parlando con Anja[7], ormai disinteressata alla sorte del giardino:
Tutta la Russia è il nostro giardino. La terra è grande e bella, e piena di luoghi meravigliosi. Pensate, Anja: vostro nonno, bisnonno e tutti i vostri antenati erano possidenti, proprietari di anime. Non vedete che da ogni ciliegia di questo giardino, da ogni foglia, da ogni tronco vi guardano creature umane, non sentite le loro voci… Possedere anime vive: è questo che vi ha degenerati, voi tutti che vivete adesso e quelli vissuti prima di voi, e così vostra madre, voi, vostro zio non notate più che vivete in debito, alle spalle di altri, alle spalle di quella gente che non ammettete più in là della stanza d’ingresso… Siamo rimasti indietro di almeno duecento anni, non abbiamo nulla di certo in mano, non abbiamo un preciso rapporto col nostro passato, non facciamo che filosofare, soffriamo di nostalgia o beviamo vodka. È talmente chiaro che per cominciare a vivere nel presente, bisogna prima di tutto riscattare il nostro passato, farla finita; e riscattarlo è possibile solo con la sofferenza, solo con una continua e straordinaria fatica.[8]
La riforma aveva significato la decadenza dell’aristocrazia che, non potendo più contare sulla forza lavoro della schiavitù, si vide indebolita e impoverita. Molte famiglie aristocratiche preferirono vendere le loro tenute a causa della loro incapacità di gestirle senza la servitù della gleba che nell’opera è rappresentata dal vecchio servitore Firs, quasi novantenne, uomo che simboleggia un’epoca ormai tramontata: da notare però che Firs rimane comunque a servizio della famiglia, rifiutando l’emancipazione.[9] La decadenza dell’aristocrazia, oltre ad essere individuata nella perdita di prestigio e di denaro della famiglia in questione, è presente anche sotto un’altra forma. Al termine della storia viene detto che Firs, l’anziano servitore rimasto fedele alla famiglia, si è sentito male ed è stato portato in ospedale. La malattia e la vecchiaia di Firs non è altro che una metafora della malattia e della vecchiaia dell’aristocrazia, del suo essere obsoleta, superata, troppo legata al passato.
Il drammaturgo russo Anton Cechov
L’intera opera è attraversata da un certo fatalismo: tutti lamentano la perdita del giardino ma nessuno fa qualcosa di concreto per impedirla. Tranne Lopachin che è sempre intento a proporre a Ljuba il suo progetto di abbattimento dei ciliegi e di conversione dei terreni in lotti da affittare ai villeggianti, nessuno sembra realmente preoccupato dalla questione. Si festeggia e si amoreggia quasi a voler distrarsi da questo pensiero, che comunque riaffiora spesso. Alla fine ognuno va per la sua strada, verso una nuova vita, mentre gli alberi vengono abbattuti, immaginiamo per far posto ai villini per i turisti. Rimane solo Firs, appena tornato dall’ospedale, abbandonato al suo destino. Ci risulta difficile immaginare Firs lontano da quella casa e non più al servizio della famiglia ma la sua avanzata età si protende verso la fine, così come quella della classe aristocratica. È evidente la satira sociale contro l’aristocrazia, ma anche contro la borghesia (rappresentata da Lopachin) che non sa trovare dei veri valori su cui costruire una società nuova. Lopachin, che rappresenta il borghese nuovo che si fa da solo e acquista potere grazie alle sue intuizioni, viene a configurarsi come una sorta di nobile. L’opera può, in un certo senso, voler far intendere che laddove i vecchi nobili vengono spodestati e sfrattati dalle loro dimore, altri nuovi ricchi sono pronti a sostituirli.
Il giardino dei ciliegi del quale sappiamo solo che è molto grande, che è l’unica cosa notevole del governatorato e che è perfino menzionato nel Dizionario Enciclopedico, rappresenta quindi il passato della nazione e non solo di Ljuba e di Firs che viene abbattuto non senza un certo rimpianto. L’opera si può leggere anche più in generale come rimpianto per il tempo che passa. Possiamo essere abbastanza sicuri nel ritenere che il giardino dei ciliegi possa essere interpretato in una grande varietà di modi. È il luogo dell’infanzia felice e agiata, è lo spazio della spensieratezza e dei ricordi, è il luogo degli affetti, è espressione di un’epoca di splendore per l’aristocrazia, è simbolo di una Russia ottocentesca oramai obsoleta e tramontata, la Russia dei ricchi. Perdere il giardino significa per Ljuba perdere tutte queste cose allo stesso tempo e per questo sostiene:
Io qui sono nata, qui hanno vissuto mio padre e mia madre, mio nonno, io amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non ha senso la mia vita, e se è proprio indispensabile venderlo, allora vendano anche me assieme a lui.[10]
La perdita di prestigio della nobiltà e la nascita della classe borghese possono essere viste entrambe in un’unica immagine che viene evocata più volte nel corso della storia. Non si tratta di un’immagine visiva ma di un elemento sonoro, quello dei sordi colpi d’ascia che abbattono gli alberi di ciliegio.
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Note
[1] Capitolo estratto da LORENZO SPURIO, MASSIMO ACCIAI, La metafora del giardino nella letteratura, Faligi, Quart, 2011, pp. 142-148.
[2] Limitatamente alla decadenza dell’aristocrazia russa a seguito dell’emancipazione degli schiavi promulgata nel 1861, va notato che qualcosa di molto simile succede nel romanzo di Jean Rhys, Wide Sargasso Sea (1961) al quale è stato dedicato un capitolo limitatamente al giardino di Coulibri. In Wide Sargasso Sea la scrittrice fa riferimento all’emancipazione degli schiavi neri sull’isola della Giamaica ottenuta nel 1834. Con la fine dello schiavismo i neri, che prima venivano impiegati come forza lavoro nelle case dei ricchi, divennero liberi e al tempo stesso le dimore dove prima avevano lavorato entrarono in una lenta e progressiva decadenza. In entrambe le opere l’abolizione dello schiavismo (feudale nel caso de Il giardino dei ciliegi, razziale nel caso di Wide Sargasso Sea) si configura come un vero e proprio problema e disagio per i ricchi e l’origine della loro decadenza.
[3] La decadenza della nobiltà è presentata mediante la figura di Ljuba, rimasta senza un soldo a seguito dei debiti contratti da suo marito e a causa del suo comportamento dispendioso. Nel testo vengono impiegati vari termini economici che alludono alla precaria situazione finanziaria della famiglia: “debiti”, “prestito”, “cambiale”, “asta”, “vendita”, “rubli” e “denaro”.
[4] Anton Cechov, Il giardino dei ciliegi, Torino, Einaudi, 1970, Atto III.
[7] Nel corso della storia Anja, pur essendo inizialmente molto legata alla casa e al giardino, finisce per mostrarsi sempre meno interessata avendo compreso la lezione che la classe popolare ha dato all’aristocrazia. Tuttavia non è pessimista come la madre e considera quell’avvicendamento di poteri come un cambiamento positivo, il punto d’inizio di una nuova vita.
[9] Firs sostiene infatti: «Quando hanno liberato i servi ero già cameriere anziano. Ho rifiutato la libertà, sono rimasto con i miei padroni», in Anton Cechov, Il giardino dei ciliegi, Torino, Einaudi, 1970, Atto II.
Autenticità, fedeltà e vocazione umana in Casa di bambola e L’anitra selvatica di Henrik Ibsen
Saggio di Lucia Bonanni
Con la produzione letteraria del drammaturgo norvegese Herik Ibsen (1828-1906) prende avvio quella che viene definita “drammaturgia borghese” e che troverà conclusione negli scritti di Čecov e Pirandello.
Nella stesura delle opere lo scrittore predilige la saga, la fiaba e la storia con cui esplicita impegno sociale e intenzione pedagogica. L’esperienza in qualità di direttore artistico presso i teatri di Bergen e Christiania favorisce la sua formazione culturale e gli offre la possibilità di dare alla Norvegia una drammaturgia di stampo nazionale. Durante i quattro anni di soggiorno in Italia scrive Brand e Peer Gynt, ma la mancata accoglienza, riservata al secondo dramma, porta Ibsen verso quei dissidi interiori che successivamente daranno vita a una produzione assai feconda con le pièce: Casa di bambola, Spettri, Un nemico del popolo, L’anitra selvatica, Casa Rosmer, Hedda Gabler e Il piccolo Eyolf.
In tutte le opere di Ibsen i nuclei tematici sono soggetti a mutamenti e sviluppi, usati dallo scrittore come critica verso la società contemporanea e analisi psicologica degli individui. Uno dei temi costanti nella scrittura ibseniana, oltre a quello del potere, è la vocazione umana e secondo il suo pensiero il peccato consiste nel mancato conseguimento di aneliti vocativi a causa di atteggiamenti di ipocrisia, egoismo e viltà che ne impediscono la fattiva realizzazione. Di conseguenza i suoi personaggi sono sempre tridimensionali e non restano fissi nel presente, ma sono orchestrati in un arco temporale labile e suscettibile di cambiamenti e che ne rivela la storia interiore anche in merito a un simbolismo incentrato sul retaggio sociale.
Il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen
Le figure femminili del drammaturgo norvegese sono eroine che, pure anelando alla libertà, vivono soggiogate dal dissidio tra vita e intelletto. Il potere a cui devono sottostare è quello che prende corpo nella cerchia sociale, nel nucleo familiare e nelle manifestazioni amorose. È la solitudine interiore che porta l’uomo a prevaricare sulla donna nel binomio prepotenza-rinuncia, dovere-piacere e la cui ubicazione ideale può essere rintracciata nelle strade di una città, la quiete di una stanza o nelle vie del cuore. Nora, Edvig, Rebecca, Hedda, Helene, Gina sono creature che vivono in forzata cattività e che reagiscono in maniera differente per liberarsi da quella condizione angusta che ne svaluta anche il sentire.
«Così tradisci i tuoi più sacri doveri?»,«Che cosa intendi per i miei più sacri doveri?/Credo di essere prima di tutto una creatura umana»[1]. Dopo otto anni di matrimonio Nora trova il coraggio di ribellarsi al proprio stato di soggezione intellettuale e affettiva e nella ferma convinzione di poter realizzare se stessa ed affermare la propria dignità, abbandona la casa coniugale. Fin dalle prima rappresentazioni il dramma di Ibsen costituisce l’evento teatrale più clamoroso e chiacchierato nella seconda metà dell’Ottocento che, suscitando polemiche e talvolta anche scandalo, decreta la fama dell’autore. La storia dei due protagonisti è causa di turbamento per il conformismo borghese tanto che negli inviti a feste e ricevimenti diventa consuetudine aggiungere la postilla “Si prega di non discutere di Casa di bambola”. Proprio in quegli anni trovano campo le prime battaglie femministe, eventi che negli scritti del Nostro rappresentano soltanto uno degli aspetti non sostanziali della realtà mentre il “nucleo vivo” dell’intera vicenda permane il tema ibseniano per eccellenza della “fedeltà alla vita”. L’aspirazione verso un assoluto morale conduce i suoi protagonisti verso un tipo di fedeltà che non esclude la catastrofe e rappresenta l’unica possibilità di salvezza. Nella scrittura drammaturgica di Ibsen Nora risulta essere un personaggio inflessibile, però non sono i sentimenti negativi quali egocentrismo, ambizione, avidità e vendetta a determinare il suo agire, al contrario la sua indole è di natura tenace, lungimirante, e combattiva perché lei si sente in trappola e sa che in gioco ha qualcosa di vitale. Nel suo desiderio di espressione Nora racchiude in sé altre figure femminili, accumunate dalla medesima prontezza di spirito e determinate a perseguire i loro ideali per dare una svolta di senso alla loro vita anche a costo di percorrere strade tortuose e giungere a tristi conclusioni.
Adela, Yerma, Mariana Pineta nei drammi rurali di Federico García Lorca, Madame Bovary nel romanzo di Flaubert, Sibilla nel racconto autobiografico della Aleramo sono donne che vanno incontro al proprio destino dopo aver scardinato i codici vincolanti del potere, un tipo di autoritarismo esercitato da una madre dominante, un marito totalmente insensibile al desiderio di maternità della donna, un patriota interessato a salvare soltanto se stesso, un uomo che conduce la propria amante verso il suicidio e una madre che, dopo aver subito una violenza carnale, si ribella alle costrizioni della vita sociale. Nei momenti di crisi nessun essere umano è in grado di comportarsi normalmente per cui in un contesto drammatico il suicidio, l’omicidio, il tradimento e l’abbandono non sono veri e propri atti di debolezza ovvero di crudeltà, ma conseguenze di uno stato mentale di forte conflitto fuori e dentro di sé.
«È la mia Lodoletta che trilla là fuori?/È lo scoiattolo che ruzza?/Il passerotto sventato che se n’è andato di nuovo in giro a sciupar denaro?»[2]. Fin dalle prime battute con cui l’avvocato Helmer si rivolge a Nora, sua moglie, già si può intuire la premessa che sarà poi confermata dal climax dei due personaggi. Nel clima soffocante del rapporto coniugale Nora, che secondo l’idea canzonatoria del marito, è “proprio una donna”, cerca la realizzazione del Sé nell’ambiente familiare, una realtà alienante la libertà, il futuro e l’armonia. «Io? Io non conosco…?/Nessuno mi crede capace di agire seriamente…/Anch’io sono buona a qualche cosa, no?»[3]. Vezzeggiata prima dal padre e poi dal marito come una bambola con cui poter giocare, Nora sviluppa una sorta di teoria di inferiorità comportamentale secondo la quale si atteggia a persona dai tratti infantili, sempre bisognosa d’affetto, subalterna al volere e alle indelicatezze del marito.
Helmer è un uomo vanitoso ed egocentrico, la sua lungimiranza si conclude al limite del suo impiego in banca e del denaro che dispensa alla moglie con visibile parsimonia. Spesso l’uomo si mostra irascibile e poco comprensivo, critico nei confronti degli altri e autoindulgente verso se stesso. «Una Lodoletta deve avere il becco pulito per poter cinguettare; niente note false»[4]. Il conflitto tra i due coniugi deflagra nel momento in cui Helmer, dimostrando “virile coraggio”, spalanca la porta della propria camera da letto, tenendo ben aperta in mano la lettera del procuratore Krogstad. «Che cos’è questo? Sai cosa dice questa lettera?»[5]. Nora vorrebbe dire, vorrebbe poter dichiarare tutta la propria onestà, tutto il suo amore, il marito, però, le rivolge accuse infamanti, giungendo persino a sollevarla dal compito educativo verso i figli. «Sì, adesso incomincio a capire perfettamente»[6]. La meschina ipocrisia dell’uomo raggiunge il proprio apice, quando la cameriera consegna un’altra lettera contenente la ricevuta a saldo del debito contratto in buona fede da Nora.
L’indimenticata attrice Mariangela Melato nella messa in scena di “Nora alla prova”, rilettura contemporanea di “Casa di bambola” per la regia di Luca Ronconi (2011)
Nel più completo egoismo, «Sono salvo», Helmer cambia totalmente l’approccio dialettico con la moglie. Ma ormai l’unità degli opposti e l’evoluzione del personaggio, Nora, sono già in atto mentre egli resta circoscritto nella sua mancanza di intuizione e all’interno di un movimento statico, uniforme e immutabile. «Non ti accorgi che noi due, oggi per la prima volta, stiamo parlando di cose serie?»[7]. La donna che non si è mai sentita così lucida e sicura come in quel momento, afferma di aver atteso con incrollabile speranza il meraviglioso, prodigio della comunione spirituale e della convivenza che diventa matrimonio. La positività di Nora non è semplice esame di coscienza, essa si connota di impegno eroico, motivo educativo e dovere morale, un modo che dietro di sé lascia semi fertili di verità e saggezza. “Gli elementi di un’emozione costituiscono le basi della vita. L’emozione è vita. La vita è emozione. Dunque l’emozione è dramma. Il dramma è emozione”[8].
Vera emozione desta la lettura de L’anitra selvatica, dramma la cui dimensione del non-tempo non è altro che uno stato di irrealtà dove vive al piccola Edvig, l’unica in grado di provare vere emozioni e patire la falsità dell’altrui non-vita. La tenerezza e la generosità della ragazza sono obliate dai contorti influssi dell’esistenza; dei suoi sentimenti resta comunque speranza di libertà e amore. «Mi rallegro tutta nell’attesa che il babbo ritorni a casa. Perché mi ha promesso di chiedere alla Signora Sörby qualcosa di buono per me»[9]. Con la dichiarazione di Edvig il drammaturgo getta i primi indizi sulla struttura di base di Hjalmar, il padre della giovane. Insoddisfatto, conformista, privo di fantasia e spirito di osservazione, l’uomo non si esime dal deludere le attese della figlia che lo aspetta con ansia affettuosa. «Pensa, torni già, babbo!/Stai bene in abito da sera, babbo!»[10].
Disattento alle affettuosità della figlia, egli prende a discutere col vecchio Ekdal, suo padre, e neppure si ricorda di quanto ha promesso ad Edvig prima di uscire. «Ma che è dunque?», «Lo sai, le cose buone che m’hai promesse», «me ne son dimenticato. Ma aspetta un po’!Ho qualcosa per te, Edvig»[11]. Con fare meschino e quasi sarcastico, senza alcun senso di colpa e preoccupazione, Hjalmar si allontana dalla figlia che intanto salta e batte le mani, fruga nella tasca della marsina e le porge qualcosa. «Questo qui? Non è che un foglio di carta»,«Leggi la lista, e io ti descriverò poi il gusto dei piatti. Su, via, Edvig»[12]. La piccola Edvig, ricacciando le lacrime, si siede delusa vicino alla tavola. Non legge il “menu”. Osserva il padre che passeggia per la stanza e si lamenta della tristezza che si è dipinta sul volto di Edvig e di Gina, sua moglie, poi si ferma vicino al vecchio. «Hai dato un’occhiata là dentro, stasera babbo?», «Sì, puoi immaginarlo. È andata nella cesta», «No, è andata nella cesta! Comincia dunque ad abituarsi?»[13].
Il vecchio Ekdal nel solaio della casa con abeti rinsecchiti, qualche coniglio, dei piccioni e alcune galline ha ricreato un “falso bosco” per poter ricreare di andare ancora a caccia nelle foreste del Nord insieme a suo figlio. Anche l’anitra selvatica vive nella soffitta e trova riparo in una cesta. Ferita dal vecchio Werle durante una battuta di caccia, l’anatra si era tuffata sott’acqua per aggrapparsi alle alghe e morire. Era stato il cane da caccia dell’industriale a trarla in slavo, era sopravvissuta per merito degli Ekdal che si erano presi cura dell’animale. «No , Signor Werle; non è un’anitra turca; ma un’anitra selvatica»,«Ma davvero? Un’anitra selvatica?», «La mia anitra selvatica. Perché è mia./È stata colpita sotto l’ala e così non poteva più volare»[14].
Nelle parole di Jalmar e in quelle di Edvig si annuncia la catastrofe, si insinua il dubbio e si presagisce il punto di svolta dei personaggi. Secondo un’interpretazione di senso la ragazza può essere identificata con l’anitra selvatica e in questo scrive una sottotrama percepibile nel dissidio, nella negatività e nel conformismo degli altri personaggi. Come la sua anitra selvatica, ovvero il suo germano reale, anche Edvig soffre di una menomazione, un difetto visivo che nel tempo le potrà fiaccare la vista.
L’attrice Anne Marit Jacobsen nel ruolo di Edvig in “L’anitra selvatica” (titolo originale “Vildanden”, 1970)
Sempre educata, gentile e premurosa, la giovane volentieri si presta ad aiutare il babbo e la mamma nel ritocco delle fotografie e nelle piccole faccende domestiche. E i libri illustrati, la pendola dell’orologio in disuso, il silenzio che regna nella soffitta sono per lei “quel fondo dei mari” dove trova rifugio e promesse di serenità. Nella propria insoddisfazione e nel desiderio di fama per una “grande invenzione” non meglio specificata, Hjalmar non esita a mostrarsi rancoroso, inumano e pronto a danneggiare anche i propri cari. Egli attua la fuga dalla realtà nel togliere a Gina la gestione delle entrate familiari e l’occupazione del lavoro fotografico. «A quella maledetta anitra selvatica avrei voglia di tirarle il collo»[15]. La piccola Edvig trasale, manda un grido, quasi vede un presagio, soffre e si mortifica,.
Ad innescare l’esplosione della catastrofe è la lettera, consegnata dalla Signora Sörby nelle mani di Edvig, in cui il vecchio Werle stabilisce una donazione per la ragazza proprio nel giorno del suo compleanno. «In seguito questa donazione passerà a te per tutta la vita».[16] Corroso dalla gelosia e dal dubbio che Edvig non sia sua figlia, Hjalmar decide di lasciare la propria casa. «Che dici! Babbo, babbo!», «Vattene via, lontano. Non ti posso vedere. Oh. Quegli occhi… Addio».[17] Consapevole di non essere “la vera figlia del babbo”, Edvig giunge a pensare che sia una trovatella, ma che le si può voler ugualmente bene giusto come lei stessa fa con l’anitra selvatica. In un gesto estremo d’amore verso il padre, la ragazza chiede al nonno di sparare all’anitra, facendosi spiegare bene come tirare il colpo. Umiliata e di nuovo allontanata dal genitore con gesti e parole offensivi, la piccola Edvig “resta immobile un istante, con aria sgomenta si morde le labbra per soffocare il pianto; poi stringe i pugni convulsamente e dice piano -L’anitra selvatica- si avvicina furtivamente e prende dallo scaffale la pistola, chiude la porta della soffitta, vi scivola dentro e poi richiude la porta”[18]. Edvig uccide da sola l’anitra selvatica. Adesso non vive più. Giace nel fondo di quei mari dove l’umiliazione subita, la disillusione e la morte sono stele funeraria per chi è vittima della vita. Peccato che a sua memoria resterà soltanto la falsa pietà di chi è sopravvissuto allo scempio degli spettri ed alla vuota insensibilità che non vede luce.
Nello svolgimento del dramma Nora e la giovane Edvig sono personaggi cardine la cui evoluzione è orchestrata sul movimento della loro forza di volontà , effetto che trova origine sia nell’ambiente che nell’azione dei loro antagonisti. Al comportamento di Nora come al gesto di Edvig, se esaminati in un contesto asettico, sono da attribuire accezioni negative, ovvero, se visti nella loro tridimensionale realtà, nella faticosa transizione e nella sperimentazione della crisi conflittuale, allora c si può affermare che in quel tipo di agire la sventura non è semplice artificio, ma racchiude un forte messaggio d’amore. Nora si allontana dalla famiglia nella speranza di poter realizzare se stessa e Edvig offre in dono la propria vita. Sono il marito e il padre, due figure omologate e complementari, che non sanno o non vogliono dare ascolto al bisogno di espressione di chi li ama, che sono aridi e ripiegati su se stessi, statici nei loro stereotipi morali e freddi nel recepire la sottile energia insita nella vocazione umana e la bellezza illuminante di un raggio di sole.
Lucia Bonanni
Gennaio 2017
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[1] Herik Ibesen, Casa di bambola, Einaudi, Torino, 1963, pag. 86.
I calendari che si usavano a Roma, Ab Urbe condita, nel 46 a.C. furono sostituiti dal calendario giuliano. In origine il giorno era diviso in dodici ore e la loro durata dipendeva dal tempo effettivo di luce, quindi era variabile, iniziava in media nox e terminava a l’hora duodecima che era l’ultima ora di luce del tramonto.
Per vigilia, il cui sinonimo è la parola veglia, si intende il giorno che precede un determinato evento oppure la guardia notturna, la veglia del cavaliere prima della vestizione ovvero l’astinenza e il digiuno e la notte trascorsa senza dormire.
In ambito militare presso i Romani la notte era divisa in quattro vigiliae o turni di guardia di tre ore ciascuno e Vespero, media nox, gallicinium e conticinium erano le denominazioni che corrispondevano a ciascuna vigilia.
e annotta la notte
e profonda si inerpica
su per le ore
e corre al suo centro
quelle tre
quella nona vigilia
che si perde
e giunge l’aurora
e poi l’alba
è di nuovo giorno
Il significato lessicale del verbo annottare è quello di “fare notte, farsi notte” mentre il suo contrario corrisponde a “fare giorno, farsi giorno, albeggiare”.
La recente poesia “A notte” di Emanuele Marcuccio, come spiega l’autore in nota a piè di pagina, è una meditazione sulla notte e il tempo che corre lungo le sue ore. Non è infrequente che il poeta rivolga la propria attenzione al tempo quale scansione delle ore come ad esempio nella lirica “A sera”[1] del 2014 e già edita in «Dipthycha 3»[2] e prima ancora in chiusura della silloge «Visione», facente parte del volume collettaneo I grilli del Parnaso.
“a sera/ e luminose/ scandiscono/ le ore”. Nella lirica “A notte” si possono identificare le peculiarità del periodo che va dal tramonto all’alba con espliciti riferimenti al calendario romano e ad alcune liriche d’autore. “e profonda si inerpica/ su per le ore”, usando la personificazione, Marcuccio fa diventare umana quella notte che dopo il tramonto si fa sempre più densa, più fitta, più intima e radicata nel buio, una notte che a guisa di uno scalatore faticosamente si arrampica sulla parete rocciosa delle ore. Poi, dopo aver superato le difficoltà della salita, “corre al suo centro” cioè a quella parte mediana che di ora in ora dà vita ad un nuovo giorno, iniziando proprio dalla seconda vigilia. Alla “nona vigilia”, dalle tre la notte scema, il buio diminuisce di intensità, dilegua per far posto all’aurora e poi alla luce dell’alba, ed “è di nuovo giorno”.
La lirica si apre e si chiude con due immagini quasi in antitesi; nella prima terzina a dominare è l’oscurità, mai tenebrosa, mentre nell’ultimo verso è la luminosità crescente a far chiaro il giorno, portando con sé una nota di speranza. Il nucleo del componimento è essenziale e delinea la tematica del ricordo sia nella dimensione individuale che nella forma storica. Con l’espressione “quelle tre”, locuzione assai incisiva e intensa, l’autore ha inteso evocare la fatalità dei terremoti di L’Aquila e di Accumoli (RI) che alle 3:32 e alle 3:36 si sono abbattuti su quei centri abitati tra il 6 aprile 2009 e il 24 agosto 2016. Scrive sempre l’autore in nota che, con l’espressione “nona vigilia”, ha voluto creare un corrispettivo notturno con l’ora nona canonica del giorno, quella che va dalle 15 alle 16, e l’antico calendario romano. Ma io nel sintagma “nona vigilia” rilevo l’echeggiare dei versi dell’idillio leopardiano “La sera del dì di festa”, “io, doloroso, in veglia/ premea le piume”ed anche “dolce e chiara è la notte e senza vento” versi la cui ripresa va ad abbracciare anche le strofe del componimento “A sera”. Ma l’impiego della parola vigilia contiene anche la ripresa di uno dei Canti del recanatese, “Il sabato del villaggio”, dove si annuncia l’approssimarsi della festa, “ornare ella si appresta/ dimani, al dì di festa, il petto e il crine”. E nella lirica di Marcuccio la festa si configura nel fascino degli elementi paesaggistici e nelle cadenze cromatiche, sfumate nella progressione del nuovo giorno che si apre alla luminescenza del sole. Dopotutto, parafrasando Umberto Eco, la poesia è una macchina per generare interpretazioni. (Cfr. Postille a Il nome della rosa, Bompiani, 1984)
a sera
e luminose
scandiscono
le ore
vanno
lente
lente inanellano
ricami
ricolmi
ricolme d’anni
passano
le ore
Se nei versi di “A notte” le ore denotano la faticosa ascesa della notte verso il proprio centro, in quelli di “A sera”, le ore sembrano di buon animo e quasi sagge per quel loro andare pacato che elabora e arriccia “ricami/ ricolmi” di un piglio felice, ma anche della fiumana di vicissitudini che attraversa la vita in cui sempre “ricolme d’anni/ passano/ le ore”.
Nel primo verso del componimento “A sera” si riflette il pianeta Venere che si affaccia poco dopo il tramonto ed è di nuovo visibile poco prima dell’alba. “Dove Espero già striscia mattutino” scrive Salvatore Quasimodo in “Strada d’Agrigentum”.
In entrambe le liriche di Marcuccio il sentimento dell’autore si accorda con le diverse possibilità degli eventi ed affiora in un ventaglio di sensazioni di edificante sentire mentre la poetica denota la compostezza dei versi per un dire intenso e immediato, arcano e quasi oracolare che opera una sintesi di verità, ispirata al mistero che da sempre circonda L’Uomo nel divenire.
LUCIA BONANNI
San Piero a Sieve (FI), 6 settembre 2016
[1] Emanuele Marcuccio, Visione, in I grilli del Parnaso, PoetiKanten, 2016.
[2] Emanuele Marcuccio (a cura di), Dipthycha 3, PoetiKanten, 2016.
I due componimenti, come specifica Marcuccio nella silloge «Visione», “fanno parte di un ciclo di quattro omaggi al grande poeta Federico García Lorca, scaturiti dopo la lettura di un’antologia delle sue poesie in traduzione italiana e in cui h[a] cercato di rivisitare il suo stile”1.
Ali di vaporoso verde,
pettini concentrici
si schiantano nel mare
in rigurgito azzurro.2
La lirica del secondo omaggio, già pubblicata in «Per una strada», presenta versi sintetici ed essenziali per definire visioni fugaci che traguardano il reale e si raggrumano in una poiesi intrisa di naturalezza e originalità espressiva. La lettura rapisce per l’ariosa disposizione dei lemmi come a voler eludere descrizioni e racconti ed evocare immagini mediante forme allusive, analogie e simbolismi. Il mare con le sue voci, i suoi colori, i suoi ambienti e le sue creature è elemento ricorrente nella poesia marcucciana, un archetipo in cui il poeta specchia se stesso per ritrovare esigenza di scrittura insieme alla dimensione di un colloquio interiore mai dimenticato.
«Azzurro! Azzurro! Azzurro!/ ci inganna, poderosa/ la potente luce del sole»3.
Nella poetica lorchiana come nel teatro il cromatismo assume una funzione fondamentale per enunciare e descrivere l’inestricabile groviglio di sensazioni di vissuti e accadimenti; ne sono esempio il verde della bandiera cucita da Mariana Pineda e quello del vestito di Adela, il giallo e il bianco della casa in «Nozze di sangue», il nero della notte e quello dell’abito della sposa.
Con le sinestesie “vaporoso verde” e “rigurgito azzurro”, affiancate alla originalità della metafora “pettini concentrici” il Nostro descrive forse il volo dei gabbiani che in modo repentino si tuffano in mare “ad acciuffare il cibo”4 e ne riemergono come rigurgitati da una bocca invisibile. Il verde e l’azzurro simboleggiano la libertà e la meditazione; così quelle ali sembrano librarsi nel tulle vaporoso del cielo mentre le penne remiganti facilitano il volo ed i ripetuti tuffi nell’acqua.
Federico Garcia Lorca
«[I]l tormento delle anime/ è azzurro e la ragione/ si oscura dinanzi allo spazio e alle stelle»5. Anche il Nostro alla maniera del poeta Andaluso trae linfa vitale dal contatto con la Creazione e sa conciliare i drammi interiori con i dissidi della mente che si flette dinanzi al trionfo del bello in cui sono le stelle a segnare il confine con la malinconia. Il verbo “schiantare”, “stiantare” nella parlata popolare toscana, è usato con significato lessicale di “rompere con violenza, staccare, cogliere, provocare forte dolore, morire dalla fatica e dalle risa”. Nella descrizione marcucciana i gabbiani si tuffano in mare con schianto secco e fragoroso e di riffa rompono l’azzurro liquido e in modo altrettanto impetuoso fuoriescono dai mulinelli spumeggianti. Al pari di Cardarelli anche il Nostro non sa “dove i gabbiani abbiano il nido/ ove trovino pace”6 e nella rifrazione del vivere come gli stessi gabbiani si ritrova “in perpetuo volo[prendendo atto che talvolta]il destino è vivere/ balenando in burrasca”7.
Per Dante, Petrarca ed anche per Leopardi “ragionare” equivale a “poetare” e non per niente il Nostro ragiona per dare voce al proprio animo e fare poesia, proponendo al lettore un linguaggio nobile e innovativo. Secondo Mario Luzi “[ermetismo] è una parola convenzionale, di comodo, che non risponde a nulla. Il problema è un altro; è riconoscere la poesia come momento discriminante nella vita dei singoli, della cultura e dell’umanità”8. Quindi quella di Marcuccio non può essere definita poesia criptica, ambigua e misteriosa; in essa si ritrovano frammenti di verità e scelte ben precise che si connotano nella rivelazione poetica anche in merito ad aspetti umani e culturali.
A strapiombo sul mare
si staglia l’ombra
d’un’alga rinsecchita,
l’ombra d’un orizzonte
chimerico.9
“La fonte dell’infinito/ è l’ombra”10, ombra che è assenza di luce, zona non esposta ai raggi solari, figura proiettata su una superficie da un corpo, effetti di chiaroscuro, zona scura su un qualcosa di trasparente. E l’ombra che nei versi del Nostro “[a] strapiombo sul mare/ si staglia [è quella]/ d’un’alga rinsecchita”, una pianta acquatica marina non più fulgente, ma appassita e di aspetto misero e rugoso. Ma anche “l’ombra d’un orizzonte /chimerico”11, una linea apparente dove il cielo sembra toccare il mare. Tale limite immaginario a causa della foschia che riduce la visibilità, è chimerico, fantastico, illusorio, utopistico, un’ombra appena intravista, un sogno che mai si avvera.
Il poeta Emanuele Marcuccio autore dei due omaggi lorchiani analizzati in questo saggio.
Se nel secondo omaggio i campi semantici sono costruiti intorno alle parole “si schiantano” e “rigurgito”, in “Distanza: quarto omaggio a García Lorca” si imperniano sulle accezioni di “strapiombo” e “chimerico”. Per definizione linguistica lo strapiombo è costituito da una conformazione verticale che alla sommità presenta una sporgenza verso l’esterno mentre l’aggettivo “chimerico” implica l’idea del mostro mitologico il cui corpo risulta assembramento bizzarro di parti anatomiche di altri animali. Inoltre alla fisionomia delle ali libere che volano libere, qui intese anche nel traslato di speranza, si oppone quella di un’alga ormai priva di vita a mutuare la metafora di desideri che non trovano accoglimento e per inerzia si trasformano in foschia per cui l’orizzonte sperato appare sempre più distante. I lemmi “si schiantano” e “strapiombo” combaciano perfettamente in un assioma geometrico di verticalità, assimilato sia al volo naturale che a quello meccanico. Anche “ali” e “si staglia” combaciano nel loro sillogismo interpretativo; le ali offrono senso di leggerezza e permettono il fluttuare nell’aria come accade ai pensieri assiepati nella mente. È il sintagma “si staglia” a mediare il senso di un qualcosa di nitido, inconfondibile e ben definito, dovuto al fascio di luce che investe e si frange dietro al soggetto ad esplicitare la nebulosità di voleri negati. Ed è in tutto questo che trova campo la parte intimista in cui l’autore mette su carta il proprio sentire. In matematica la distanza tra due punti è data dalla parte di retta che li unisce oppure dallo spazio da un luogo e un altro, due oggetti, ovvero la lontananza anche affettiva tra due persone per differenza e carattere. “La tua assenza che tumultuava,/ nel vuoto che hai lasciato,/ come una stella”12, scrive Cardarelli nella lirica “Attesa” per definire la distanza emozionale, creata da un incontro mancato.
Ritornando a Federico García Lorca (1898 – 1936), artista immenso in umanità e produzione letteraria”, come ricorda Jorge Guillèn (1893 – 1984), “fu una creatura straordinaria [che] metteva in contatto con la Creazione” e Vicente Aleixandre (1898 – 1984) afferma che lo si poteva “paragonare ad un’acqua o una roccia [e] la sua presenza suggeriva sempre associazioni con elementi naturali”. I componimenti del Nostro a lui dedicati, sono caratterizzati da elementi naturali e da istanze affettive mediante l’uso di stilemi simbolici che si fanno organismo e colloquio nel momento in cui le immagini della fantasia vengono trasfigurate nelle finezze poetiche. Originali e incisive le rappresentazioni del poeta andaluso che Marcuccio realizza con le immagini dell’acqua e della roccia, il volo dei gabbiani e l’orizzonte chimerico anche in ordine a quella che viene definita poetica del duende.
Boscaiolo,
tagliami l’ombra.
Liberami dalla pena
di vedermi senza pompelmi.13
L’ombra descritta da Federico nella lirica “Canzone dell’arancio secco”, è quella prodotta da un albero ormai seccato nella linfa vitale e quindi incapace di poter dare tenere fioriture e frutti aranciati. Il richiamo ad elementi naturali quali l’alga e l’albero ormai sterili, più che ad una sterilità fisiologica, fanno pensare a quella omologazione delle idee in ambito socio-culturale che tende a far scomparire tracce di umanità e lascia che prenda piede l’ombra di un proclama mirante a soffocare aneliti di libertà e di uguaglianza. Nei due omaggi, in colloquio intimo e appassionato, l’autore incontra la scrittura lorchiana e rammenta che in un giorno assolato d’estate al bivio di Alfacar la luce si è macchiata di ombre mentre nei campi andalusi ancora grondante di freschezza è lo scrosciare della presenza del poeta.
Composizioni lodevoli e sincere, partecipate e avvincenti quelle scritte da Marcuccio in un rondò di evocazione panica e rimembranze emotive.
LUCIA BONANNI
San Piero a Sieve (FI), 6 novembre 2016
Note:
[1] Emanale Marcuccio, Visone, in I grilli del Parnaso. Alterne Stratificazioni, PoetiKanten, 2016, nota n. 13, p. 81.
2 E. Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, p. 75.
3 Federico García Lorca, Poesie, a cura di Claudio Rendina, Newton Compton, 2007, p. 441.
4 Vincenzo Cardarelli, Opere, Mondadori, 1981, p. 60.
5 F.G. Lorca, Op. cit., p. 443.
6 V. Cardarelli, Op. cit., p. 60.
7 Ibidem.
8 Michele Miano, Una testimonianza su Mario Luzi, cit. in Mario Luzi: l’uomo e il poeta, PoetiKanten, 2015, p. 15.
Mercoledì 8 febbraio alle ore 18 presso Palazzo Ferrajoli a Roma (Piazza Colonna 355) si terrà la presentazione al pubblico del saggio critico La donna e il mare. Gli archetipi della scrittura di Corrado Calabrò scritto da Carlo Di Lieto (Vallardi Editore). L’intervento sarà introdotto e coordinato dal prof. Antonio Filippetti; interverranno il prof. Roberto Nicolai (Preside della Facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza”, l’onorevole prof. Gerardo Bianco, il prof. Carlo Di Lieto (autore del volume), il dott. Giuseppe Manitta (Critico letterario ed editore). Maria Letizia Gorga e Corrado Calabrò leggeranno alcuni testi poetici scelti.
Vuoto, circolarità e stravaganze in La Cantatrice Calva, La Lezione eLe Sedie di Eugène Ionesco
a cura di LUCIA BONANNI
Tra Ottocento e Novecento la realtà culturale si apre a nuove forme di espressione artistica. Pittori come Edvard Munch e James Ensor con la loro forza espressiva anticipano aspetti dell’assurdo, dell’enigma, del grottesco e del visionario. Come nella poetica simbolista anche nel filone “onirico” della pittura affiora l’artista veggente che attinge dal proprio immaginario. La pittura di Giorgio De Chirico (1888-1978), preceduta da quella di Arnold Böcklin (1827-1901), esprime il nonsense della vita e insieme all’arte figurativa influenza anche la letteratura. Si sviluppa così il Surrealismo col manifesto ideato da André Breton, che intende dare spazio a meccanismi di nuove modalità di espressione, nuovi mondi “automatici”, “casuali” e “meravigliosi” in cui la frattura manifesta tra linguaggio e realtà si connota di opposizione verso il pensiero tradizionale. Altri pittori, come ad esempio Magritte, Dalì e Sorino, nelle loro opere con l’uso dell’inganno ottico descrivono l’aspetto ambiguo della realtà, aspetto determinante anche per l’inganno psicologico.
Il drammaturgo di origini rumente Eugène Ionesco
Nelle commedie di Eugène Ionesco (1909-1994) continuità e discontinuità sono “briciole” di memoria affettiva, filtrate dall’autore attraverso la scrittura letteraria. Dualità e traumi emotivi segnano l’infanzia e l’adolescenza del drammaturgo e sono tali contrasti che anni dopo danno vita a pièce come Jaques ovvero la sottomission, Vittime del dovere, Viaggio tra i morti. Negli anni di formazione Ionesco predilige Croce, Proust e Flaubert; è la lettura di quest’ultimo che gli fa “comprendere che la letteratura non consiste in ciò che si dice ma in una certa maniera di dirlo, in una qualità che rimane indefinibile”[1]. Alla fine del secondo conflitto mondiale Ionesco torna a Parigi e nel 1949 scrive La cantatrice calva a cui segue La lezione, testi emergenti nella storia del teatro come categoria di “antiteatro” o “avanguardia”. Al pari di André Gide e di A. Breton, il drammaturgo sfronda l’azione teatrale dell’intreccio, i tratti dei personaggi, l’aspetto psicologico, le motivazioni apparenti del conflitto drammatico in quanto nell’opera d’arte contenuto e forma devono coincidere per una linea innovativa dove l’opera diventa importante “nella misura in cui inventa le proprie regole”[2].
Tra le varie informazioni sulla genesi de La cantatrice calva alcune sono riportate dall’autore in Note e contronote. Nel 1948 egli inizia lo studio della lingua inglese, servendosi del metodo Assimil; nel manuale sono presenti i tipici elementi dei dialoghi inglesi: frasi brevi, banalità, espressioni idiomatiche e luoghi comuni. Nella trascrizione e lettura l’autore pensa di trasporre i dialoghi in testo teatrale ed è portato ad accrescere gli effetti fino al paradosso e all’esagerazione mentre per il titolo trasforma una “maestra bionda” in una “cantatrice calva”. Oltretutto il dinamismo della commedia è la risultante del senso innato di Ionesco per il ritmo ed anche in assenza di azioni l’opera presenta azioni, sviluppo e progressione drammatica.
«Già le nove. Abbiamo mangiato minestra, pesce, insalata inglese. I ragazzi hanno bevuto acqua inglese. Abbiamo mangiato bene, questa sera. La ragione è che abitiamo nei dintorni di Londra e che il nostro nome è Smith. […] Il Signor Smith, continuando a leggere, fa schioccare la lingua» reiterazione anaforica, questa, che l’autore ripete per ben otto volte. A motivo di in contenuto dialogico insipido sembra che nel punto d’attacco della scena prima non si riesca a percepire una struttura di base dei personaggi ovvero nessun tipo di orchestrazione e movimento; al contrario, il permanere del soliloquio della Signora Smith e il continuo schioccare della lingua, accompagnato alla lettura ininterrotta da parte del Signor Smith, suggeriscono la goffaggine egocentrica della donna e l’indifferenza ostentata dell’uomo. Quindi sarà sufficiente che il marito contraddica la moglie con tono di irascibile superiorità per dare avvio ad un conflitto che troverà il proprio culmine nel bel mezzo della conversazione con i Signori Martin e i due coniugi non esiteranno a scambiarsi epiteti, garbatamente a vicenda: «Non bisogna interrompere, cara, screanzata. […] Non bisogna interrompere, cara, sei disgustosa. […] Caro, sei stato tu a interrompere per primo, bestia». L’atmosfera che si respira in casa degli Smith non è certo delle più argute e sagaci, ma le caratteristiche di ciascun personaggio sono talmente esagerate da non mostrare nessun tipo di aspirazione da parte di ciascuno di loro. La transizione, però, esiste e si incentra non sul movimento e neppure nel dialogo, bensì sul personaggio cardine, qui ravvisabile nel capitano dei pompieri, giunto in casa Smith con l’ordine di spegnere tutti gli incendi presenti in città: «Non ci sarebbe per caso il fuoco qui da voi?»[3]
È il pompiere con i suoi aneddoti strampalati e le battute a doppio senso a colmare, se pure in maniera transitoria, i vuoti comportamentali dei coniugi Smith che inutilmente cercano di dare un senso alla loro vita, e dei coniugi Martin confinati e confusi nel loro stanziamento relazionale da richiedere stimoli esterni per tornare a riconoscersi nel loro flusso di coscienza: «Vi conoscete? […] E come no! […] È stata lei a spegnere i miei primi fuochi. […] Sono il suo spruzzetto d’acqua»[4].
Mary, la cameriera degli Smith, è un personaggio secondario come lo è il pompiere, però nell’economia della commedia è questo binomio che enfatizza le relazioni e scatena ostilità e nervosismo; comportamenti accentuati anche dal battere forte della pendola.
«Abbasso il lucido. […] Niente frecciata; è già sposata»[5]. Il registro esasperato degli Smith introduce ad un finale a dir poco parossistico in cui l’autore, servendosi di una sintassi nominale, interscambia i ruoli delle coppie e al pastiche comico sovrappone una recitazione seria: «Cactus, cocco, coccola, coccarda, cocorita/ il papavero non è un vero papa/ bazza, bizza, bozza/ Mariella fondo di scodella/ ciuff, ciuff, ciuff»[6]. La progressione delle battute presente nell’ explicit, scardina il linguaggio, portando alla luce il vuoto che investe il linguaggio e la vera natura dell’essere dopo la dissolvenza della razionalità. I personaggi litigano e si accapigliano; poi la luce si smorza e le voci cessano. Quando c’è di nuovo luce, i Martin sono seduti al posto degli Smith come all’inizio della commedia che ricomincia con le medesime battute mentre il sipario cala lentamente.
«È lo spettacolo più insolentemente intelligente cui possa assistere chiunque ami il teatro, la sapienza, la tragedia e la farsa» riporta “Le Figaro” nel 1952, riconoscendo il valore di questa anti-commedia, “[f]iore all’occhiello di un autore che pratica l’umorismo a freddo, si compone di scenette spassose culminanti in un finale clamoroso, che non sarebbe dispiaciuto ai surrealisti”[7]. Autore di un teatro d’avanguardia ossia di uno “spettacolo-provocazione”, Ionesco toglie dal testo teatrale gli orpelli della tradizione, mantenendo, però, quella che è la struttura archetipica: prologo, azione, epilogo.
Se la scrittura de La cantatrice calva prende origine da un manuale di inglese, per La lezione sono il libro di aritmetica della figlia e la caricatura del professore di filologia a suggerire al drammaturgo una nuova commedia. Entrambe le opere si innestano su stravaganze e anomalie, nella “gemella” il dialogo dei personaggi si svolge su un doppio registro e le due discipline di studio diventano veicolo di lubricità e manie che trovano sfogo nel delirio erotico e nelle pulsioni omicide.
«Buongiorno, signorina […] Buongiorno, signora. Il professore è in casa?»[8]
Con i piedi sotto la sedia l’allieva aspetta il professore con atteggiamento compunto; sembra beneducata, gaia e spigliata. Il professore ha la barba bianca, gli occhiali, una papalina nera, indossa una casacca nera con un solino bianco. Sembra assai timido e molto corretto. Si frega di continuo le mani ed è assai abile a respingere i lampi che appaiono nei suoi occhi. “Buongiorno, signorina… È lei la nuova allieva, nevvero? […] Sì, professore, buongiorno, professore”[9]. Ionesco fornisce indizi precisi, appoggiando l’attenzione sui colori, l’abbigliamento quasi grottesco, il tono della voce, la mimica gestuale, quella delle posture e l’ambiguità metaforica delle battute. Nel corso dell’azione scenica, però, la timidezza del professore cede ad una progressione di comportamento aggressivo e dominante: «Silenzio. O le spacco la zucca» mentre la ragazza sarà sempre più pallida, inerte e passiva. “Mi scusi, signorina, volevo dirle… che ci si può aspettare di tutto […] Indubbiamente, professore… Sono brava, vero professore? […] Sicuro, signorina… o quasi. Lei riuscirà a conoscere bene tutte le stagioni, ad occhi chiusi. Come me”[10]. L’inquietudine creata dal silenzio del professore che guarda l’allieva implica una inversione comportamentale che passa attraverso una ampia gamma di sentimenti: comicità e tragicità, patologia e furore, timidezza e sicurezza, fiducia e inganno. “No, professore, no… È meglio di no…”[11]
Uno scatto di una delle varie rappresentazioni italiane dell’opera “La lezione” per la regia di Tonio Logoluso. Foto tratta dal sito: http://www.teatrodelleonde.altervista.org
Il misterioso personaggio di Maria, la governante, è deputato a preparare e scandire i vari momenti dell’azione, a dispensare consigli e avvertimenti come pure a concedere il perdono. Nonostante il professore cerchi di dissimulare il proprio stato d’ebbrezza, la situazione sembra talmente inverosimile da costruire attorno all’atto osceno dell’uomo un intero paradosso di suggestioni. In una specie di danza egli gira intorno all’allieva, brandendo un coltello invisibile: «Ripeta, ripeta: coltello… coltello… coltello»[12]. L’allieva cade su una sedia vicino alla finestra mentre il professore si asciuga la fronte, poi in preda al panico chiama la governante che prontamente gli torce il polso, facendo cadere a terra il coltello. “Ed è la quarantesima volta, oggi… E tutti i giorni è la stessa musica. Tutti i giorni”[13]. Il professore,piagnucolando, si giustifica, dicendo che non è colpa sua e che l’allieva era disubbidiente e non voleva imparare; addirittura sollecita la sua complice di non fare del male alla giovane mentre prendono il suo corpo per portarlo fuori dalla stanza. “Subito, subito, arrivo”. Come all’inizio della commedia la governante prima di aprire la porta alla nuova allieva, getta un quaderno ed una cartella nell’angolo dove sono ammucchiati altri quaderni e quando cade il sipario si odono nuovi colpi di martello.
La scrittura di Ionesco trova fondamento anche sul fenomeno della “proliferazione”; nei suoi testi possiamo trovare accumuli di sedie, tazze e mobili, mucchi di uova, cadaveri che si ingrandiscono, rinoceronti vaganti per le vie cittadine. Neppure il linguaggio è privo di questa regola e tutto ciò che si enuncia si dilata fino alla soglia del fantastico mentre l’innovazione è data da un immaginario stravagante che stupisce ed estranea, disorienta e delude, si contraddice e afferma. Lo sproloquio, il significante, la prolessi e il nonsense lasciano spazio ad una logica “fittizia” che conduce verso l’assurdo. Di conseguenza lo spettatore è chiamato ad esplorare anche le linee del mostruoso. In questo dramma comico si rinnova il genere drammatico con l’uso dissimulato di quelli che sono i dettami dell’arte drammaturgica: come unità degli opposti, tridimensionalità dei personaggi, orchestrazione, conflitto adombrato e crescente, scena obbligatoria, inseriti nella commedia in una consolidata logica astratta con l’uso di limerik e nonsense.
«La scelta di un tono ha molto in comune con la creazione di un’atmosfera»[14].
L’atmosfera tematica percepita nella farsa tragica Le sedie, è quella dell’assenza, del nulla, del vuoto, dell’irrealtà del reale. Le sedie restano vuote perché non c’è nessuno ad occuparle. L’opera oscilla tra ilarità e spavento e fa aggallare un qualcosa che il censore interno tende a tenere nascosto. La vecchiaia impersonata dai due protagonisti non è quella propria dell’età bensì corrisponde ad una condizione esistenziale. L’interpretazione di senso della commedia si dipana tra personaggi invisibili, sedie vuote, gestualità e linguaggio, ambiente e rimpianto. Seppure il drammaturgo non si pone la visuale psicologica, egli afferma che gli invitati invisibili sono allegoria delle angosce, dei sensi di colpa, della sconfitta, della vanità, dell’umiliazione dei due vegliardi. Le sedie vacanti simboleggiano il vuoto della vita, dilagante sulla scena come se fosse deformato.
Mediante l’uso di linguaggi non verbali e mutamenti di tonalità l’autore racconta gli aspetti negativi dell’animo umano e la qualità della vita. I due protagonisti vivono soli, senza amici, isolati dal contesto sociale, rivivono ricordi, annullano la speranza e dimenticano la trascendenza ed il loro ciclo vitale si chiude con un gesto tragico e incredibile: «Su, tesoro, chiudi la finestra. L’acqua stagnante fa cattivo odore […] Io voglio guardare. Le barche sull’acqua fanno delle chiazze al sole […] Ma non puoi vederle! Non c’è il sole, è notte, tesoro mio, […] ne restano le ombre»[15]. Da queste battute si evince l’oscura realtà in cui vivono i due vecchi mentre l’elemento acqua e i lemmi “stagnante” e “ombra” lasciano presagire un’enfasi di crisi e conseguente risoluzione. “Il Papa, i pappagalli e i papiri? […] Li ho convocati. Annuncerò il mio messaggio”[16]. Il fruscio delle barche sull’acqua, le scampanellate, l’accoglienza ai nuovi venuti, il continuo va e vieni, il trasporto delle sedie, l’intreccio e la sospensione dei dialoghi, sono motivo di agitazione per il vecchio che, similmente alla moglie, sembra muoversi su pattini a rotelle. Il tramestio, il frastuono delle voci, il suono di fanfare contrastano col fascio di luce viva che dalla porta di fondo inonda il palcoscenico. Il sopraggiungere dell’Imperatore è salutato da immobilità, stupore e riverenze da parte degli astanti: «Non capisco… non credo… è impossibile… ma sì… inverosimile… eppure… sì… sì… s»[17]. Secondo la logica interpretativa la luce che ravviva l’ambiente e la figura dell’Imperatore possono o non possono richiamare immagini del trascendente ossia la grazia concessa in una visione di pace; secondo il senso e non senso ai due vegliardi non resta altro che compiere quel “sacrificio supremo”, la morte per acqua, che nessuno o qualcuno domanda. “Noi lasceremo delle tracce perché siamo delle persone e non delle città”[18]. Inneggiando all’imperatore i due si gettano dalla finestra; i loro corpi cadono nell’elemento liquido, forse desiderio implicito di ritorno al grembo materno, provocando un tonfo udibile dall’interno della casa. Una volta scomparsi i due vecchi, scompare anche la luce, le finestre sono buie e sul palcoscenico resta soltanto la luce fioca dell’inizio.
E quali finalità sono da attribuire a quell’oratore che si sforza di farsi capire dalla folla con suoni strani e segni bizzarri?
«Mmm, mmm, mmm, Crr, rrr, rrr. Ggg, ggg, guerr»[19]. Stelle filanti e coriandoli, le sedie, il podio, rimangono ad ingombrare il pavimento dopo che l’oratore con “andatura da fantasma” è uscito di scena e il buio fitto scherma la porta di fondo. Poi dalla folla invisibile in ordine crescente e decrescente si alza un suono di voci. La farsa dura finché il pubblico vero, inevitabilmente chiamato a risolvere l’enigma, non lascia il teatro e il sipario si chiude lentamente come ad unire i punti noti e meno noti di una stessa circonferenza.
Uno scatto della rappresentazione dell’opera “Le sedie” tenutasi al Cinema-teatro Lumiere di Ragusa nel 2012 per la regia di Vittorio Bonaccorso. Fonte della foto: http://www.ragusanews.com
Con espedienti scenici Ionesco si diverte a depistare i lettori da ciò che vuole veramente dire nelle sue opere che all’apparenza possono risultare scialbe e prive di senso, ma che al contrario nascondono una ben precisa morale e inducono a riflettere sui temi cardine della condizione umana.
LUCIA BONANNI
San Piero a Sieve (FI), 14 gennaio 2017
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO:
EUGÈ IONESCO, Teatro completo, Einaudi, 1993
LAJOS EGRI, L’arte della scrittura drammaturgia, Dino Audino, 2003
LORENZO SPURIO, “L’anti-opera di Ionesco: il teatro che smitizza la vita” (inedito)
Note:
[1] Eugène Ionesco, Teatro completo, Einaudi, 1993, p. XXXVII.
Questo che segue è l’intervento di Francesca Luzzio (poetessa, scrittrice, critico letterario) tenuto a Palermo presso Villa Trabia il 12-6-2016 nell’occasione della presentazione del volume «Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito….» (PoetiKanten, 2016) a cura di Emanuele Marcuccio.
Dipthycha 3 è un’antologia poetica curata da Emanuele Marcuccio; ma forse, è meglio leggere il numero tre come avverbiale, ter, ossia tre volte perché è la terza volta che viene pubblicata una raccolta di poesie con questo stesso titolo, se si prescinde dal numero che ne indica la successione e da qualche variante verbale presente nel sottotitolo.
Il progetto trova la sua matrice nel manifesto dell’Empatismo nato a Busto Arsizio (VA) nel 2014. I soci fondatori considerano la poesia “come forma di comunicazione emotiva ed empatica per eccellenza e come forma verbale più profonda mai creata dall’uomo”; inoltre fra l’altro si legge che “i poeti empatici eleggono il dittico poetico a due voci come forma per eccellenza di empatia poetica”. Orbene in Dipthycha 3 il curatore continua a immedesimarsi “in ogni vita vivendo mille vite in una”, come si legge ancora nel manifesto, e sicuramente ad esprimere questa “corrispondenza d’amorosi sensi”, come spesso Emanuele suole dire, citando il famoso verso dei Sepolcri di Foscolo, non poteva non nascere un terzo volume, a cui sicuramente ne seguiranno altri.
Ma la corrispondenza qui i vivi non l’istaurano con i morti, ma con la natura quale amica e confidente, con la vita attuale, con il presente, con il rifiuto dei disvalori che la caratterizzano, aspetto quest’ultimo fra l’altro dichiarato esplicitamente nel manifesto programmatico di cui si è detto, non solum sed etiam i poeti comunicano inconsapevolmente tra loro perché ispirati dalla stessa realtà, dallo stesso contesto naturale ed umano in cui tutti viviamo e rivelatore di tale corrispondenza è il computer, è internet che Marcuccio chiama “foglio di vetro impazzito” e di cui i poeti del passato, certo, non potevano fruire. Grazie alla tecnologia, grazie a questo moderno dittico, quale è il portatile, possiamo corrispondere, dialogare tra noi stessi e con il mondo. Emanuele per primo ha messo in evidenza l’importanza di internet a tal fine e, in qualità di curatore delle tre antologie nei sottotitoli ne ha rilevato il ruolo e l’importanza. Così i diptycha, le tavolette cerate d’epoca romana diventano metafora della comunicazione virtuale la cui importanza viene ribadita nel sottotitolo di questa terza antologia senza l’aggiunta di avverbi, considerata l’acquisita certezza della sua idoneità alla scoperta delle affinità elettive in poesia. Ciò detto ci resta di calarci dentro il testo e vedere come Emanuele con naturalezza empatica scopre non solo affinità elettive tra lui ed altri poeti, ma anche tra poeti diversi da lui stesso, grazie a quel meraviglioso strumento di cui abbiamo testé parlato. Affinità elettive si è detto ed “elettive” deriva dal latino “eligo”che fra l’altro significa scegliere ed Emanuele ha scelto ed ha saputo alimentare, dare vita attraverso questa antologia a quella empatia che esiste tra poeti che magari senza internet, non si sarebbe scoperta.
Robert Vischer, studioso di arti figurative e problematiche estetiche di fine Ottocento definisce “empateia” la capacità fantastica di cogliere il valore simbolico della natura, sentir dentro “con-sentire”, ossia percepire la natura esterna come interna, appartenente al nostro stesso corpo, proiettare da noi agli altri e alle cose che percepiamo. Teodor Lipps pone anche lui l’empatia al centro della sua concezione estetica e filosofica e la considera quale attitudine al sentirsi in armonia con l’altro, cogliendone i sentimenti, le emozioni e gli stati d’animo e quindi in piena sintonia con ciò che egli stesso vive e sente. Entrambe le definizioni sono idonee a definire i dittici poetici presenti in questa antologia, dove Emanuele non propone solo corrispondenze tra sé ed altri poeti, quali Silvia Calzolari con la quale ha condiviso il primo dittico presente in tutte le tre antologie, quasi come dittico programmatico dedicato alla telepresenza (leggere), ma anche dittici di poeti diversi, dove egli ha semplicemente avuto il ruolo di rivelarne “l’empatia telematica. I primi ventuno componimenti vedono interagire Emanuele con Silvia Calzolari e altri poeti, quali Giovanna Nives Sinigaglia, Lucia Bonanni, Maria Chiarello, Ciro Imperato, solo per citarne alcuni e non fare una lunga elencazione, ma tutti profondamente ispirati nel rivelare sempre i profondi moti dell’animo e proiettarli in una natura complice ed amica o nel denunziare le problematiche sociali dei nostri giorni. Ovviamente ogni poeta pur trattando lo stesso tema, tende a proporlo secondo le proprie modalità espressive, il proprio stile. Ad esempio, Silvia Calzolari, è una delle poetesse con le quali Marcuccio ha trovato molte affinità elettive, ma se prescindiamo dall’unità tematica che ha dettato l’ispirazione, notevoli sono le divergenze stilistico-formali, infatti se da un lato Emanuele propone dei versi subito intellegibili per la stringatezza morfo-sintattica e per l’immediatezza lessicale che talvolta risente di influsso leopardiano, Silvia Calzolari talvolta adopera tecniche fono-espressive futuriste, come ad esempio nelle lirica “Marcio”, giocando sul doppio senso che le parole acquisiscono grazie alla presenza o assenza di una lettera; affinità anche in ambito stilistico invece ci pare che siano ravvisabili nelle liriche “Dormivano le stelle” di Grazia Finocchiaro e “Serena e di stelle…” di Emanuele Marcuccio, dove la natura si anima e l’io si naturalizza, in una sorta di panismo dannunziano.
La corrispondenza esistenziale e panica con la natura è sicuramente la nota distintiva della prima parte dell’antologia e persiste anche nella seconda, dove tuttavia diventano significativi e più rilevanti le tematiche sociali. Dopo i primi dittici in cui prevalgono le poesie di Giusy Tolomeo in corrispondenza con Teocleziano Degli Ugonotti e poi ancora con Maria Rita Massetti, Lorenzo Spurio ed altri poeti i cui nomi sono rilevabili anche più volte nella raccolta, è presente anche qualche dittico in cui almeno uno dei due poeti è presente solo una volta, come, ad esempio, il dittico “Al piccolo Aylan sulla spiaggia” di Lucia Bonanni e “Mare innocente” di Francesca Luzzio. Come si è già rilevato, in questa sezione sono prevalenti tematiche attuali, legate anche alla cronaca di questo triste momento storico che stiamo vivendo, come il problema dell’immigrazione presente nel dittico testé citato o in quello di Lorenzo Spurio e Giusy Tolomeo, la violenza contro le donne, come nel dittico tra Rosalba Di Vona e del già citato Lorenzo Spurio, ma c’è anche l’esaltazione della donna, della sua capacità di vivere, di sapersi adattare alla pluralità delle sue mansioni: madre, amante, casalinga, etc., come nel dittico Tagliente – Massetti con cui si chiude la seconda sezione.
Dulcis in fundo a convalidare la corrispondenza, l’empatia eterna tra i poeti di ogni tempo, concludono la raccolta tre dittici tra autori del Novecento(d’Annunzio, Montale e Palazzeschi in corrispondenza empatica rispettivamente con Aldo Occhipinti e Lucia Bonanni.
È questa corrispondenza il motore, il fulcro di questi particolari dittici, tra le diverse voci di due poeti, i quali non cercano di imitarsi a vicenda, ma rimangono fedeli, ognuno al proprio modo di poetare. (Emanuele Marcuccio)
E alla poesia come a tutta l’arte si ricorre per sentire un accenno di umanità, di fraternità, di dolore, ma anche speranza e fede, comprensione e amore […]. (Michele Miano)
[G]li autori in dittico sembrano quasi tenersi leggiadramente per mano, scanzonati, […] per poi unirsi agli altri in un girotondo, che poi è il girotondo dell’Anima. (Lorenzo Spurio)
In un tempo in cui l’incapacità di stare con noi stessi condiziona le scelte individuali e i valori in cui credere, l’arte creativa è necessità, attenzione, equilibrio interiore, sollievo e terapia. Ritrovarsi in un’unica ed armonica identità, stringere mani simbolicamente, applaudire, esultare, provare emozioni, abbracciare una policromia di voci è momento eccelso di interazione sociale in cui la comunicazione offre contatti privilegiati.
In questa raccolta antologica, unica nel suo genere e nella sua valenza concettuale, sono confluite decine di liriche a confermare la validità del progetto ideato da Emanuele Marcuccio per rispondere a chi in tono distaccato e pessimista chiede se è ancora possibile la poesia. Anche per questo la lettura di ciascun dittico apre processi dinamici che fanno accedere alle emozioni di ciascun autore. Diversamente dai primi due, in questo terzo volume i poeti oltre a dialogare in simbiosi con Marcuccio, si ritrovano in “[a]ltre dittiche corrispondenze” proposte dal curatore e dalle voci poetiche dei partecipanti e non mancano le corrispondenze affini con grandi nomi della letteratura.
“Il poeta è l’uomo che vive di coraggio” scrive Salvatore Quasimodo e il coraggio dimostrato da Marcuccio si identifica con l’amore incondizionato che egli dimostra verso la poesia. Forte di una robusta preparazione culturale e dotato di grande onestà morale e intellettuale e animo disposto al bene e all’accoglienza, al pari di un “incantato pigmalione” e “grande demiurgo” Marcuccio individua e crea legami empatici, portando in superficie realtà inattese di “umanosentire”. A me che abito in terre medicee piace nominare Marcuccio quale Magnifico poeta, un mecenate che ama circondarsi di artisti per allacciare affinità elettive e donare soffi di anima a chi come lui ha fatto delle lettere ragione di vita.
«Anche la poesia costituisce un valore sociale: dovrebbe essere certo, ma valore poco tangibile, assai meno della pittura, del cinema, del romanzo. Una società come la nostra che volete che se ne faccia?» dichiara e ammonisce Mario Luzi (1914 – 2005). Quindi la sfida letteraria del curatore consiste proprio in questo suo voler andare incontro ad una realtà frammentaria e rendere alla poesia la giusta espressione di valenza sociale, trasportando il canto poetico in una dimensione collettiva e maggiormente umana, “il tutto amalgamato sapientemente da Marcuccio in un grande e ideale abbraccio fraterno nei confronti dell’umanità intera” (dalla prefazione di Michele Miano) e “l’operazione [da lui] svolta, democratica e ampia, si inserisce in un procedimento letterario assai onesto” (dalla postfazione di Lorenzo Spurio). E dato che, come tiene a sottolineare lo stesso Marcuccio, “il tema comune, da solo, non fa un dittico a due voci, ci vuole altro, sarebbe troppo facile”, mi sembra doveroso, se non opportuno, enunciare di volta in volta i vari nuclei tematici su cui si imperniano i diversi generi di poesia presentati poi in dittico da Marcuccio. I ricordi, gli affetti e l’amore, i poeti e la poesia, gli animali e l’ambiente, le profonde riflessioni e il silenzio, ed ancora le espressioni intimiste e quelle sociali pongono in evidenza i contenuti di questo manufatto tanto originale nella sua ideazione e proprio come in un dittico pittorico fanno da cerniera per quelle affinità empatiche tra i vari autori che nella maggior parte dei casi non si conoscono neppure di presenza.
“Ti porto con me/ nel brio del vento,/ che tu possa restare/ per sempre nel tempo” è la dichiarazione d’amore di Teocleziano Degli Ugonotti che oltre alla persona amata, per una diversa interpretazione di senso, potrebbe essere rivolta anche alla Poesia. “Come gardenia/ All’occhiello…/ Ti portai con me” risponde in dittica presenza Giusy Tolomeo mentre in “poetica consanguineità” Aldo Occhipinti propone un “dittico a caldo” con il d’Annunzio de “La pioggia nel pineto”, esprimendo tutta la passione amorosa che avvince il suo animo, “Noi a null’altro dobbiamo pensare,/ adesso:/ a null’altro che Amare”. Ed ancora Daniela Ferraro e Marcuccio allietano con un “Canto d’amore” in cui il sentimento si intreccia con elementi dell’ambiente, facendo risaltare “labbra di velluto” e “sospirosi ardori”. E qui mi piace riprendere le «Quartine» di Omar Khayyâm (1073 – 1126) in cui il poeta persiano esprime non solo gioia e dolcezza, ma anche misticità e immediatezza lirica: «Quando sono sobrio, la Gioia mi è velata e nascosta/ quando sono ebbro, perde ogni coscienza la mente»[2] a dire che il sentimento d’amore come il vino annebbia i sensi e fa perdere coscienza di sé, quando la passione arde il cuore e la mente.
Riflettere su disagi e dilemmi porta a cercare conforto nelle varie espressioni del creato ed allora un filo d’erba, una piccola foglia, un animaletto, il brillio delle stelle mentre “ricolme d’anni/ passano/ le ore” (Marcuccio) e lacrime di commozione solcano il viso per un tramonto arrossato che di fuoco incendia il cielo e “[s]orsi di piena sera/ gocciano nenie” (Silvia Calzolari), il cuore trova dimora “[l]à dove un pianto diventa sorriso” (Rosalba Di Vona) e l’anima assetata di quiete raccoglie “colori e rugiada/ [in quel] dedalo che lacera/ l’ultimo spicchio di luna” (Maria Rita Massetti) e dinanzi a lei “[s]i apre tutto un mondo” (Marcuccio) di canti e di suoni.
Talvolta “rughe di pensieri” (Antonella Monti) si insinuano talmente nel tessuto dei giorni da far desiderare di lasciare tutto e fuggire lontano, anche da se stessi per ritrovarsi “a pochi giri dal sole” (Monti) e nel ceruleo di “quel varco di cielo/ [acquerellato di]/ un chiarore d’azzurro/ [che affanno e]/ il tedio estivo/ scolora” (Marcuccio).
Il viaggio e l’erranza, il bisogno di fuggire, l’evasione, il presagio, il ritorno, il distacco dal mondo e da se stessi sono i temi che da sempre hanno avvinto l’animo dei poeti, specialmente di quelli più “strambi e diversi” come ad esempio poteva essere Dino Campana il cui unico punto di riferimento era la poesia che forse è proprio quel “musico cuore” giusto come amava definirlo Sibilla “l’errante”, che lo amò di più.
«La luce del crepuscolo si attenua:/ inquieti spiriti sia dolce la tenebra»[3]. Uno dei temi ricorrenti nella poetica di Campana è la notte, la notte con i suoi silenzi cupi, le finestre rischiarate da “luci opache”, le voci smorzate, i respiri sommessi e “buio pesto/ [che] vapora/ nelle nebbie” (Marcuccio) e “[…] non attende/ necessariamente/ La notte/ Ma la luce attende/ ansiosamente” con le sue “Stelle sul mare” e i suoi “Giochi d’artificio” proprio come ci dicono i versi di Luigi Pio Carmina. Un altro tema ricorrente nella poetica del marradese è lo scorcio e il porticese Ciro Imperato nella lirica “Quei vicoli” sembra quasi ricalcare le immagini di Campana “le anime, tormentate bruciano/ e ingannandosi del ver non vero,/ lente sviano tra i vicoli notturni”. Alla solitudine dei vicoli fa eco uno “[…] sguardo smarrito/ [e un’]agire impedito” (Marcuccio) che guarda oltre la folla, la oltrepassa senza farsi notare e rimanendo invisibile in mezzo alla moltitudine.
Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio ideatore e curatore diel progetto poetico-antologico “Dipthycha”
Il tema dell’acqua come quello dei colori ed anche della musica erano nuclei tematici assai cari a Federico García Lorca che ne faceva metafora di vissuti e accadimenti non sempre felici come ad esempio la morte per acqua. In questa raccolta il richiamo all’elemento liquido è contemplato in più componimenti. Nella lirica “Mare Innocente” Francesca Luzzio descrive il “destino infame” di tante povere ombre che “sulle creste delle onde/ […] lente sussurrano nomi”; sono i nomi di poveri migranti incatenati sotto la “coperta azzurra” di un “mare sereno e azzurro” che nella sua calma apparente sembra essere indifferente anche al gracchiare dei gabbiani. Il mare “fondo fondo” (Marcuccio) con i suoi orizzonti velati, le onde che si perdono sulla scogliera, tra “[…] le ruote dentate delle acque” (Lucia Bonanni) rapisce e ingoia flebili voci di bambini innocenti. “Nelle […] acque sparisce il tempo/ la speranza s’annida”, quella che Maria Rita Massetti rivolge al mare, è un’invocazione alla quiete, a frenare le onde selvagge per lasciare al salso respiro per respirare “sale e sole” -molto bello questo bisticcio fonico- e poter raccontare “di arcani mai dimenticati”. Giusy Tolomeo ci dice che il mare dialoga col fiume che alla foce giunge da lontano, che scava la roccia e attraversa monti e vallate. Qui il fiume è inteso nella sua immagine di vita che scorre e fluisce per perdersi “[…] dove le dolci acque diventano salmastre” (Di Vona), dove “[…] le onde si rincorrono/ […] e le luci si disperdono” (Marcuccio) [e] “la sabbia si fonde con il cielo” (Di Vona).
Molteplici gli argomenti e i rimandi agli archetipi che si allacciano in questa silloge di forti corrispondenze empatiche e dove “[o]gnuno, per sua natura, è viandante, alla continua ricerca del proprio sé […]”[4]
Conoscere se stessi è impresa ardua ancor più che conoscere il mondo circostante in tutte le sue sfumature. Scendere nell’inferno di noi stessi per ritrovare l’Euridice del nostro essere, equivale al viaggio agli inferi intrapreso dagli eroi delle opere classiche. È sempre “[l]a corsa folle incontro alla vita” (Giovanni Nives Sinigaglia) che crea vuoti incolmabili per quelle ferite spesso procurate da un “grande immortale ruggir”(Marcuccio) che non permette di rinvenire il proprio sé negli altri. Ma per ritrovare se stessi “[q]uando il cuore pesa” (Sinigaglia) e le lacrime sciabordano dagli occhi, occorre “[l]ibrarsi, alzarsi” (Marcuccio) oltre le contingenze del vivere e con sguardo limpido guardare alla bellezza del Creato. Nelle liriche “Cuore” e “In volo” echeggiano i versi di Joyce Lussu (1912 – 1998) che esorta a riferirsi alle bellezze della Natura, quando il dolore si insinua e opprime l’animo.
Talvolta in “rugosi pensieri” (Ferraro) i ricordi aggallano alla mente e allora “[f]reme d’intorno un andare” (Marcuccio) mentre le ombre si dilatano nell’oscurità del dolore e “nel riposto cortile” (Ferraro) anche il tiglio perde la fragranza dei fiori. “Silenzio/ che ascolti il mio silenzio/ disturbato dai battiti del mio cuore/ e dal mio respiro” (Maria Chiarello), “Indietro non andar,/ rimani e odi il silenzio,/ che fugge via come il pensiero” (Marcuccio). Nei componimenti “Silenzio” e “Picchi di silenzio” i due poeti riflettono sulla necessità del silenzio allorché il pensiero si volge in parole e nel deserto dei giorni l’anima cerca oasi di speranza. Il silenzio è essere animato che grida, canta, piange, chiede perché e lascia che le lacrime possano finalmente trovare la libertà sperata.
«[I]l primo componimento poetico della letteratura italiana è il Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi [in cui il Poverello] loda Dio attraverso tutte le sue creature»[5] e come in Dipthycha 2 in cui era celebrato il barbagianni, anche in Dipthycha 3 non poteva mancare il riferimento agli animali anche nel rimando ideale alla predica agli uccelli da parte del santo Francesco. “Sopito il tuo volo/ al mio davanzale./ […] Pettirosso,/ impavido di voli impensabili” (Sinigaglia), “Nel silenzio/ ignaro d’esistenze/ […] Gli sguardi/ rappresi tesi/ d’indicibile” (Calzolari). Il Poverello era uomo dello spirito, un fondatore di comunità e non cercava la presenza di Dio ai margini del vivere, ma nel cuore stesso della vita tra amor benevolo e caritas profonda. “Tenendoci per mano, con le corrispondenze del cuore, se segnano itinerari che non si smarriscono, noi possiamo dare un sole all’altro sole”[6].
Giorgia Catalano esterna e canta tutto il suo afflato di madre per “[…] quegli adorati diamanti” che rendono preziosa la sua vita: “Se potessi…/ cambierei le carte/ della vita/ […] Insinuerei nel vostro cuore,/ il sorriso d’un vero amore”. Come donna e madre Giorgia dona luce solare ad altri soli e nel suo prodigarsi infinito si auspica che il cuore dei suoi figli sia sempre allietato dalla gioia che solo un amore vero sa portare.
“Il tuo amare è aria del destino/ tenero germoglio di perdono/ avvolgente profumo di casa”. Nei versi di Grazia Tagliente la “Donna” è “artefice di vita” che moltiplica i propri frutti “con ventre e seno” e in ogni momento della vita devono sempre ricevere baci le sue mani “dure nelle fatiche, morbide nelle carezze”. L’autrice sembra esortare la donna, “zelante colonna” ad abbracciare il mondo, bisognoso di pensieri illuminati e carezzevoli abbracci perché “il tempo trasforma,/ abbraccia, racconta il mistero” (Massetti).
Già conoscevo la passione di Marcuccio per la musica classica e adesso dalle note biografiche leggo che Teocleziano Degli Ugonotti oltre che tenore leggero è anche studioso e cultore di Musica Antica e Barocca e che Giusy Tolomeo esprime la propria passione per la musica con lo studio del pianoforte e la collezione di dischi di musica jazz. Quindi in questa raccolta non potevano non essere presenti versi dedicati al canto e alla musica nonché ai personaggi creati dai grandi musicisti nelle loro partiture d’opera. “Drammatico è l’epilogo/ quando, nel gesto estremo,/ delle mura lo spalto offre unico/ trionfo d’amore risolto in una fine”. Maria Palumbo ci parla di Tosca, la protagonista femminile dell’opera di Giacomo Puccini (1858 – 1924) su libretto di Giacosa, che si getta dalle mura di Castel sant’Angelo dopo la fucilazione di Mario. Silvia Calzolari si chiede “Cosa resta di Tosca…”, però nel suo dire quel che resta dell’infelice donna sono soltanto “[…] mura lontane/ d’allaga(n)ti ricordi/ a sfioro di vicini schianti/ mano nella mano”.
Ad acquietare l’animo e sublimare la commozione dopo la lettura di questi versi, come scrive Giorgio Milanese, c’è l’immagine di una baita di montagna dove “[s]’illumina il focolare,/ [e] s’approntano le sedie,/ [mentre] il fuoco scoppietta allegro/ […] odor di muschio regna/ [e] la tavola imbandita,/ dà senso di calore”. Fuori fa freddo. Nevica. E la neve “[c]andida/ manti erbosi/ ricopre./ Soffice, pulita/ piove dal cielo,/ posa il suo viso/ leggera/ com’una carezza/ […] di sera” (Catalano).
Il poeta è un uomo né migliore né peggiore degli altri, che sa guardare la realtà con occhi diversi, che gioca con le parole, che coglie il mistero delle cose e sa emozionare.
«La stella dei poeti è la nostra ispirazione, capricciosa padrona che spesso tarda a farci visita»[7]. Senza ispirazione il componimento poetico risulta arido esercizio di stile in quanto l’ispirazione è quel fuoco che si alimenta di sogni e ricordi, di emozioni e fantasia.
Collage grafico contenente le cover dei tre volumi del progetto “Dipthycha” curato da Emanuele Marcuccio di cui è in lavorazione il quarto volume
“I poeti, incalliti sognatori,/ sempre con matasse di pensieri gitani” (Tagliente) tessono arazzi di sogni, “[…] seguendo le stagioni/ del cuore” (Tolomeo) ed è la poesia il loro sole, “un sole che ci illumina/ anche di notte” (Marcuccio) e “di seta/ [è] la parola/ [che] verga/ veloce il rigo/ leggero// pieno” (Marcuccio) anche perché la poesia è sempre una “[m]etamorfosi tessuta a mani aperte/ [e la] [p]arola…/ [un] tessuto sfarfallato/ di illusioni e pensieri” (Bonanni). Ed è a F.G. Lorca, uno degli autori più grandi della letteratura, che Lorenzo Spurio dedica versi di intensità luminosa. “La storia si fermò senza dilungamenti/ quella dei libri è stantia e deforme”, scrive Spurio in “La luna si nasconde” in occasione del 79° anniversario dell’assassinio del poeta andaluso, fucilato nel 1936 all’inizio della guerra civile spagnola mentre “Nel secco degli aranci” (Bonanni) la luna con “la camicia inargentata/ appariva stizzita e si celava” per non vedere “gli occhi neroseppia” (Spurio) di Federico che “tra mute campane e l’esilio di chitarre” (Bonanni) perdeva per sempre la sua lucentezza. E presso Fuente Grande anche “il cielo taceva,/ [e] la luna/ […] di tristezza era piena/ […] non voleva neppure/ dormire/ [perché sapeva che]/ i sogni si sarebbero smarriti/ in una notte troppo scura” (Grazia Finocchiaro). La poesia di Lorca è spiritualità ed emozione pura, ma è anche riscatto per i tanti emarginati e per questo si connota nel genere della poesia etica e sociale. La poesia civile non mira soltanto a descrivere gli accadimenti per una successiva divulgazione, ama usare le parole per dare corpo ai pensieri quale valido strumento di protesta e denuncia e il poeta civile scrive versi per contrastare quelle dinamiche sociali che spesso producono vittime e inaspriscono contrasti.
“Non credete di aver questo scettro/ di limitare una terra non vostra/ come vi pare/ [sappiate che] l’aria non può essere divisa/ e l’acqua non si separa,/ né nei fondali è spartita” (Spurio), “[t]agliate questo filo spinato,/ prendetene un pezzo/ un giorno, chissà potrete venderlo/ e ricavarne guadagni” (Tolomeo). Nei componimenti “Di scisse emozioni” e “Filo spinato” con versi netti e decisi, i due autori riportano vicende sociali che hanno imbarbarito i cuori e annientato la storia.
Le “[f]iumane di genti” in fuga verso confini sigillati con muri e filo spinato a limitare la libertà di chi si allontana da “spettri e cadaveri” (Spurio). “Ma quanti muri ancora/ dovrete costruire/ nel cuore della notte”, G. Tolomeo ripercorre tracciati storici e i suoi versi evocano immagini di morte e distruzione, richiamando “[…] la colpa [che] ancora pesa/ sul cuore dell’umanità”.
Ne “Il sogno spezzato” e “Ritornato sei” R. Di Vona e L. Spurio riprendono il tema della violenza di genere sulla donna. “[F]ragile e tremante” è la figura che ci mostra la poetessa, una giovane donna che “[s]ognava l’amore/ [e] desiderava un cuore per donare il suo”, ignara del triste destino che si nascondeva “[d]ietro la siepe”. Anche “[l]a luna pallida e vibrante […]” rischiarando le trame del buio, qui simbolo del male, voleva metterla in guardia contro “[…] il gioco vigliacco che si stava compiendo”, ma poi anche il vento con i suoi lamenti aveva coperto “[…] le urla che squarciavano il cielo” (Di Vona) mentre “[…] Dio piangeva a fiumi,/ genuflesso sui carboni ardenti/ [e] le fronde assistevano/ attonite, mute per la vergogna” (Spurio) a tanto scempio. Qui la Natura è testimone oculare di delitti efferati, causati da “[…] indomite pulsioni/ [di] luride esistenze […]” per quei “neuroni sfatti” (Spurio) che annientano ogni tipo di etica e di morale.
A chiusura dell’intera silloge “tre dittici con tre grandi voci della nostra letteratura: il poeta e critico letterario Aldo Occhipinti ci propone un dittico con l’eclettico Gabriele d’Annunzio e un altro con il profondissimo Eugenio Montale; mentre il sottoscritto ne propone uno alla poetessa Lucia Bonanni, con il funambolico Aldo Palazzeschi” (dalla nota di Introduzione di E. Marcuccio, pp. 7-8).
In “Un dittico a caldo”, proposto da Aldo Occhipinti, il poeta, come egli stesso scrive, non vuole “fare certo il verso allo scritto originale”, ma nella pienezza emotiva e passionale, esprimere tutta la sensualità dell’attimo d’amore, un momento che fa scaturire anche l’ispirazione poetica.
“Nelle più dolci ore,/ pensieri terrestri/ mirabilmente si fanno divini/ […] come la pioggia e la terra fondiamoci” (Occhipinti). “E andiam di fratta in fratta,/ or congiunti or disciolti” (d’Annunzio).
Se il primo è un “dittico a caldo”, teso a rivelare la passione amorosa, quello con Montale è un “dittico a freddo” per la profonda speculazione filosofica che esamina i versi montaliani e ne fa sorgere altri. Quindi i due dittici risultano essere opposti per suggestioni e motivazione concettuale.
“Ritroviamo la parola, sicura/ di un’idea e della sua forma:/ che distingua e ridia di sé possesso/ all’individuo e all’arte la sua dea” (Occhipinti).
“Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe […]/e risplenda come un croco” (Montale).
Nella poesia di Montale e principalmente in «Ossi di seppia» il paesaggio-luogo è tra i nuclei tematici più cari al poeta ed esiste “da un lato l’immobilità come delirio”[8] che inchioda l’uomo e le cose al loro posto; dall’altro la speranza che ci sia “una maglia rotta nella rete dell’esistenza attraverso la quale qualcuno possa scappare”[9].
Nel proprio commento critico Occhipinti fa notare l’eredità letteraria che è stata lasciata in dote alle successive generazioni, chiamate a sublimare e redimere il crollo di fiducia e volontà per ritrovare nuovi perché in cui credere e idonei a ricostruire un pensiero che possa ritrovare la parola quale mezzo di comunicazione e costante ispirazione creativa.
E sull’onda anomala della creatività “[i]l poeta si diverte,/ pazzamente,/ smisuratamente!/ […] Cucù rurù,/ rurù cucù/ […] Non lo state a insolentire,/ lasciatelo divertire” (Palazzeschi). “Tra voli di fanfare/ [dove] un funambolo di fumo/ con stivali di velluto/ vende vento/ […] fru fru fru/ viva fifa/ vede verde” (Bonanni). Quello che propone Marcuccio è veramente un dittico funambolico, audace nella sua energia e curioso nel far vedere come si possa giocare e creare divertimento con le parole, libere nella loro libertà espressiva e compositiva.
E come scrive Michele Miano nella prefazione, parafrasando un autore a lui e a noi tutti molto caro, Umberto Saba, «“d’ogni male/ mi guarisce un bel verso”» per cui ai poeti “non resta che fare vera poesia” e a noi critici letterari “non resta che fare una critica onesta”.
LUCIA BONANNI
San Piero a Sieve (FI), 23 maggio 2016
Bibliografia di riferimento:
Emanuele Marcuccio (a cura di), Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, PoetiKanten, 2016.
Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Photocity, 2012.
COMUNICATO STAMPA L’Associazione Culturale Euterpe ha organizzato a Jesi per domenica 30 ottobre una conferenza sul futurismo nell’arte e nella letteratura. A parlare di questa incisiva e determinante fase d’avanguardia per la cultura italiana ed europea saranno alcuni critici e studiosi dell’arte e della letteratura che interverranno ciascuno apportando una riflessione su un determinato […]
E’ uscito il nuovo numero della rivista di letteratura “Euterpe”, il n°20, che aveva come tema di riferimento “Assenze e mancanze”. Nutrita la partecipazione alle varie sezioni da impegnare la Redazione per intere settimane nelle operazioni di lettura e di selezione.
Nella rivista sono presenti testi di Andrenacci Valeria, Andreucci Erika, Angeletti Elvio, Ardizzoni Nerina, Ausili Marco, Baldazzi Cinzia, Bernardi Luigino, Bettarini Mariella, Biolcati Cristina, Bonanni Lucia, Bonfiglio Anna Maria, Braccini Fabiano, Calabrò Corrado, Carmina Luigi Pio, Carrabba Maria Pompea, Caruso Federico, Casula Carla Maria, Casuscelli Francesco, Chiarello Maria Salvatrice, Chiesi Simona, Ciano Martino, Cimarelli Marinella, Cimino Antonella, Colantonio Linda, Coppari Elena, Corigliano Maddalena, Curzi Valtero, D’Amico Maria Luisa, De Magistris Patrizia, De Maglie Assunta, De Robertis Ubaldo, Di Iorio Rosanna, Di Micco Carlo Valerio, Di Sora Amedeo, Donà Franca, Duranti Franco, Emiri Loretta, Ferraris Maria Grazia, Ferraro Daniela, Filocamo Carlo, Gangemi Maria Letizia, Giordano Angela, Golinelli Luigi, Greco Salvatore…