“John Milton: Meglio regnare in Inferno che servire in Paradiso” di Giuseppina Vinci

“John Milton: Meglio regnare  in Inferno che servire in Paradiso”

a cura di Giuseppina Vinci 

 

Chiunque abbia letto versi di John Milton, non può non ricordare questi versi. Forti, toccanti, coinvolgenti…. J. Milton, poeta inglese vissuto nel 17° secolo, ci lascia un’opera indimenticabile dal titolo Paradise Lost, quel Paradiso perduto da tutti gli esseri umani dopo quell’atto, quel gesto, quella disubbidienza a Dio ricordato come ”the original sin” di Adamo ed Eva. Un gesto che ha condannato l’essere umano alla schiavitù del peccato secondo la teologia cristiano-cattolica. Gli angeli ribelli, the fallen angels, guidati dall’angelo più bello, Lucifer, cacciati dal Paradiso  per sempre.  Non più speranza, non più riscatto, non più salvezza.

downloadIl capo degli angeli ribelli domina nel suo regno, governa il luogo dove insieme ai suoi seguaci dimora.  Adesso è capo, non più dipendente, capo di una schiera di angeli decaduti. L’atto del servire lo degrada, non può accettare ordini, comandi,  lui deve disporre, governare, altri devono sottostare a lui.

La legge del più forte, del più audace, del condottiero per una causa ”giusta” solo per lui. Nessuno deve essere più forte di lui.  Nessuno più ”illimitato” di lui. Nessuno può o deve dire Cosa deve, può, e in che modo fare. Soltanto lui deve stabilire cosa e come si può fare o è lecito fare. Nessuna sottomissione ad alcuno, nessuna reverenza, niente che possa costringerlo a genuflettersi. Soltanto a lui i comandi, soltanto lui può stabilire e decidere a cosa ci si deve attenere.

Pur avendo ottenuto tutto ciò, pur seguito da  ”angeli ribelli”, avuto una dimora, un ”regno” tutto per lui, non è e non può essere appagato. Non accetta la nuova dimora, non sente di essere  ”re” nel suo nuovo regno,  perché tutto detesta anche il regno dove sarebbe l’unico  capo incontrastato.

”Meglio regnare in inferno che servire in paradiso” potenzia il suo stato, nonostante la nuova inospitale dimora, nonostante gli odori del nuovo ambiente, nonostante la grande rabbia che sovrasta tutto e tutti intorno, lui ”regna” non serve, servire non gli appartiene, non può essere il suo stato. Non lo sarà mai. Perché dal suo stato non si torna indietro. Non può più tornare alla celestiale dimora. Non vuole, non può, il cielo è distante, chiuse le porte, se porte esistono, ormai  è Fuori per sempre. Una lotta infinita è iniziata, non cessa, sarà la lotta eterna tra due Forze e spera di vincere.

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Il poeta fa parlare il più ribelle degli angeli, a tratti sembra condividerne gli umori, lo stato d’animo di chi non ha più voluto  accettare la DIPENDENZA,  di chi non ha voluto sottomettersi a una Volontà Superiore. L’essere servi lo avvilisce, lo umilia, lo annienta.

Le condizioni storico-sociali dell’Inghilterra del 17° secolo, il conflitto e la conseguente guerra civile tra la casa reale inglese e i Roundheads, con la vittoria dei Puritani guidati da Cromwell  ha senza dubbio condizionato e determinato le convinzioni del Poeta, la sua avversione verso la casa reale che rappresentava il potere, il rigore, che aveva soffocato la democrazia a cui il popolo inglese era oramai con e dopo i Tudors legato, Milton si sentiva suo malgrado costretto ad accettare la guida degli Stuarts, diremmo oggi anacronisti, governare secondo il cosiddetto Diritto Divino suonava agli inglesi una forzatura, un ribaltamento della loro civiltà e la fine della democrazia.

E allora la forza, la ribellione contro il potere temporale, contro gli Stuarts appariva come l’unica soluzione. Starà dalla parte di Cromwell e per 20 anni, tanti sono gli anni del Protettorato, appoggerà the Commonwealth.

Milton non giustifica la ribellione di Lucifero verso Dio, ma potremmo dire trova ”legittimo” quel gesto, quell’atto, quella sorta di coraggio, di impeto, di volontà forte a non sottomettersi a quella che ai suoi occhi, purtroppo, è ritenuta tirannia. La volontà di sapere, di conoscere gli appare negata, e non potendo giungere alla piena conoscenza, al sapere assoluto e universale, cerca e vi riesce, di convincere gli  altri a ribellarsi, con il risultato di essere cacciati anche loro dalla dimora a loro concessa. Da qui il pianto, la sofferenza di essere diseredati, l’eredità assegnata tolta, non più paradiso ma inferno, non più condivisione ma separazione da Dio.

L’eredità, gratuitamente data, ora bisogna riottenerla e i  modi e le vie sono tante e sconosciuti.

L’Albero della Conoscenza del Bene e del Male è inavvicinabile, lontano dalla loro vista, una vista divenuta miope, distante dalla Verità. Non resta che la sofferenza, quello stato di sofferenza comune a chi ha scelto la separazione e il distacco in nome della libertà.

La libertà, la facoltà di sentirsi non sottoposti, non sottomessi è lo stato e del primo RIBELLE  della storia umana e di tutti gli esseri che consapevolmente e/o no hanno seguito e seguono le sue tracce, le sue orme. In nome della libertà, dell’autonomia, della gestione del proprio io, si innalza una barriera, un muro, si esce da una ”porta” per entrare verso un’altra non definibile, sconosciuta, dalla quale non sai ove precipiti. Storia di esseri umani, di esseri alla conquista della libertà, della indipendenza, percorsi mai conosciuti ma allettanti, l’uomo che scopre, che distingue, che scruta o si allontana dalle origini o si avvicina alle origini,  un mistero tutto da svelare.

Giuseppina Vinci

L’autrice di questo saggio acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un testo personale, frutto del suo ingegno. 

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