“Grendel e il Poeta. Da Beowulf a Shakespeare” di Daniela Quieti sab. 4 marzo alle Giubbe Rosse (Firenze)

Sabato 4 marzo alle ore 17:30 presso il Caffé Letterario “Le Giubbe Rosse” di Firenze (Piazza della Repubblica 13) verrà presentato al pubblico il saggio Grendel e il Poeta. Da Beowulf a Shakespeare della scrittrice, poetessa e critico letterario Daniela Quieti. L’evento si inserisce all’interno degli appuntamenti “Artisti & Autori alle Giubbe rosse” curati da Jacopo Chiostri e Anita Tosi. Interverranno Jacopo Chiostri (giornalista), Roberta Degl’Innocenti (poetessa) e Alessandra Ulivieri (Editrice). L’evento sarà ripreso dalle telecamente di Toscana TV per mezzo dell’inviato Fabrizio Borghini.A conclusione sarà oggerto breve drink/buffet agli intervenuti.

L’autrice

Daniela Quieti, scrittrice e giornalista, vive a Pescara. Iscritta all’Albo dell’Ordine dei giornalisti pubblicisti, è Direttore Responsabile del Periodico Logos Cultura e Presidente dell’omonima Associazione.. Dirige la collana editoriale di narrativa Emotion per la Pegasus Edition ed è nella redazione del quadrimestrale di poesia e letteratura italiana e straniera “I fiori del male”. Ha pubblicato i libri: I colori del parco (2007, poesia); Cerco un pensiero (2008, poesia); Altri Tempi (2009, narrativa); Echi di riti e miti (2010, narrativa); Uno squarcio di sogno (2010, poesia); L’ultima fuga (2011, poesia); Francis Bacon La visione del futuro (2012, saggistica); Quel che resta del tempo(2013, narrativa); Atmosfere (2014, narrativa); La Travolgente domanda – Cent’anni di Prufrock (2015, saggistica); Grendel e il Poeta Da Beowulf a Shakespeare (2016, saggistica). Numerosi i suoi contributi critici in antologie, curatele e volumi collettivi. È storicizzata in testi di letteratura fra cui Letteratura Italiana-Dizionario biobliografico dei poeti e dei narratori italiani dal secondo novecento ad oggi (2010) ed Evoluzione delle forme poetiche (2013).

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“John Milton: Meglio regnare in Inferno che servire in Paradiso” di Giuseppina Vinci

“John Milton: Meglio regnare  in Inferno che servire in Paradiso”

a cura di Giuseppina Vinci 

 

Chiunque abbia letto versi di John Milton, non può non ricordare questi versi. Forti, toccanti, coinvolgenti…. J. Milton, poeta inglese vissuto nel 17° secolo, ci lascia un’opera indimenticabile dal titolo Paradise Lost, quel Paradiso perduto da tutti gli esseri umani dopo quell’atto, quel gesto, quella disubbidienza a Dio ricordato come ”the original sin” di Adamo ed Eva. Un gesto che ha condannato l’essere umano alla schiavitù del peccato secondo la teologia cristiano-cattolica. Gli angeli ribelli, the fallen angels, guidati dall’angelo più bello, Lucifer, cacciati dal Paradiso  per sempre.  Non più speranza, non più riscatto, non più salvezza.

downloadIl capo degli angeli ribelli domina nel suo regno, governa il luogo dove insieme ai suoi seguaci dimora.  Adesso è capo, non più dipendente, capo di una schiera di angeli decaduti. L’atto del servire lo degrada, non può accettare ordini, comandi,  lui deve disporre, governare, altri devono sottostare a lui.

La legge del più forte, del più audace, del condottiero per una causa ”giusta” solo per lui. Nessuno deve essere più forte di lui.  Nessuno più ”illimitato” di lui. Nessuno può o deve dire Cosa deve, può, e in che modo fare. Soltanto lui deve stabilire cosa e come si può fare o è lecito fare. Nessuna sottomissione ad alcuno, nessuna reverenza, niente che possa costringerlo a genuflettersi. Soltanto a lui i comandi, soltanto lui può stabilire e decidere a cosa ci si deve attenere.

Pur avendo ottenuto tutto ciò, pur seguito da  ”angeli ribelli”, avuto una dimora, un ”regno” tutto per lui, non è e non può essere appagato. Non accetta la nuova dimora, non sente di essere  ”re” nel suo nuovo regno,  perché tutto detesta anche il regno dove sarebbe l’unico  capo incontrastato.

”Meglio regnare in inferno che servire in paradiso” potenzia il suo stato, nonostante la nuova inospitale dimora, nonostante gli odori del nuovo ambiente, nonostante la grande rabbia che sovrasta tutto e tutti intorno, lui ”regna” non serve, servire non gli appartiene, non può essere il suo stato. Non lo sarà mai. Perché dal suo stato non si torna indietro. Non può più tornare alla celestiale dimora. Non vuole, non può, il cielo è distante, chiuse le porte, se porte esistono, ormai  è Fuori per sempre. Una lotta infinita è iniziata, non cessa, sarà la lotta eterna tra due Forze e spera di vincere.

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Il poeta fa parlare il più ribelle degli angeli, a tratti sembra condividerne gli umori, lo stato d’animo di chi non ha più voluto  accettare la DIPENDENZA,  di chi non ha voluto sottomettersi a una Volontà Superiore. L’essere servi lo avvilisce, lo umilia, lo annienta.

Le condizioni storico-sociali dell’Inghilterra del 17° secolo, il conflitto e la conseguente guerra civile tra la casa reale inglese e i Roundheads, con la vittoria dei Puritani guidati da Cromwell  ha senza dubbio condizionato e determinato le convinzioni del Poeta, la sua avversione verso la casa reale che rappresentava il potere, il rigore, che aveva soffocato la democrazia a cui il popolo inglese era oramai con e dopo i Tudors legato, Milton si sentiva suo malgrado costretto ad accettare la guida degli Stuarts, diremmo oggi anacronisti, governare secondo il cosiddetto Diritto Divino suonava agli inglesi una forzatura, un ribaltamento della loro civiltà e la fine della democrazia.

E allora la forza, la ribellione contro il potere temporale, contro gli Stuarts appariva come l’unica soluzione. Starà dalla parte di Cromwell e per 20 anni, tanti sono gli anni del Protettorato, appoggerà the Commonwealth.

Milton non giustifica la ribellione di Lucifero verso Dio, ma potremmo dire trova ”legittimo” quel gesto, quell’atto, quella sorta di coraggio, di impeto, di volontà forte a non sottomettersi a quella che ai suoi occhi, purtroppo, è ritenuta tirannia. La volontà di sapere, di conoscere gli appare negata, e non potendo giungere alla piena conoscenza, al sapere assoluto e universale, cerca e vi riesce, di convincere gli  altri a ribellarsi, con il risultato di essere cacciati anche loro dalla dimora a loro concessa. Da qui il pianto, la sofferenza di essere diseredati, l’eredità assegnata tolta, non più paradiso ma inferno, non più condivisione ma separazione da Dio.

L’eredità, gratuitamente data, ora bisogna riottenerla e i  modi e le vie sono tante e sconosciuti.

L’Albero della Conoscenza del Bene e del Male è inavvicinabile, lontano dalla loro vista, una vista divenuta miope, distante dalla Verità. Non resta che la sofferenza, quello stato di sofferenza comune a chi ha scelto la separazione e il distacco in nome della libertà.

La libertà, la facoltà di sentirsi non sottoposti, non sottomessi è lo stato e del primo RIBELLE  della storia umana e di tutti gli esseri che consapevolmente e/o no hanno seguito e seguono le sue tracce, le sue orme. In nome della libertà, dell’autonomia, della gestione del proprio io, si innalza una barriera, un muro, si esce da una ”porta” per entrare verso un’altra non definibile, sconosciuta, dalla quale non sai ove precipiti. Storia di esseri umani, di esseri alla conquista della libertà, della indipendenza, percorsi mai conosciuti ma allettanti, l’uomo che scopre, che distingue, che scruta o si allontana dalle origini o si avvicina alle origini,  un mistero tutto da svelare.

Giuseppina Vinci

L’autrice di questo saggio acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un testo personale, frutto del suo ingegno. 

Esce “I delitti della primavera” di Stella Stollo, in lingua inglese

Esce l’edizione in inglese de “I delitti della primavera” di Stella Stollo, Graphofeel edizioni

Un successo notevole per il romanzo di Stella Stollo edito da Graphofeel edizioni che ha ricevuto riscontri positivi sia dalla critica che dai lettori. Continuano i consensi anche fuori dal territorio nazionale; arriva infatti la traduzione in lingua inglese e l’edizione dal titolo “The Botticelli killings Murders and mysteries in Reinassance Florence”. Un’ulteriore conferma di quanto sia stata apprezzata l’opera, che si appresta a conquistare un pubblico sempre più ampio. Una scrittura fluida, visiva ed avvolgente, che sa unire abilmente atmosfere di amore e morte, ci introduce nel ritmo di una trama da leggere tutto d’un fiato fino alla fine.

Il libro

botticelli killings.jpg“I delitti della primavera” si presenta come opera raffinata e ben strutturata, un thriller storico ambientato a Firenze alla fine del 1400.  Il romanzo si sviluppa tra personaggi realmente esistiti e altri di pura fantasia.  Nella città medicea sfilano e prendono corpo la bellissima Simonetta Vespucci, Il giovane Leonardo da Vinci, il Maestro Sandro Botticelli e il suo promettente allievo Filippino Lippi. E poi eclettiche alchimiste, ambigui speziali, osti e pittori, poeti, scienziati e filosofi, in una atmosfera vivida e colorata, ricca di spunti noir. L’autrice infatti ci proietta in una città sconvolta da una serie di omicidi, le vittime sono tutte donne giovani donne appartenenti alla ricca borghesia, senza nessun legame apparente. Il Killer sembra prendere ispirazione dal capolavoro di Sandro Botticelli ‘L’allegoria della Primavera’; lungo la scia di morte, infatti, ci sono simboli che rimandano al dipinto ed al suo autore, dettagli mutuati dal capolavoro senza motivazione apparente.

L’autrice

stella-stolloStella Stollo nasce a Orvieto nel 1963. Si laurea in Lingue e Letterature Orientali presso l’Università di Venezia e trascorre un anno accademico in Cina. Successivamente si trasferimento per tre anni in Germania, abitando per brevi periodi in diverse città. Quando rientra in Italia si stabilisce in Toscana e attualmente vive a Firenze con la sua famiglia. Se la lettura le è necessaria per mantenersi in vita, la scrittura la consiglia come mezzo per vivere più sani. Il suo romanzo d’esordio Io e i miei piedi tratta proprio del potere terapeutico della scrittura ed è edito da Graphofeel edizioni. Il suo secondo romanzo Algoritmi di Capodanno è edito da ARPANet. Un terzo romanzo, MALdiTERRA, si trova sulla piattaforma di self-publishingilmiolibro.it e su Amazon come ebook. “I delitti della Primavera” (ed. Graphofeel) è il suo quarto romanzo.

 

Ufficio stampa – Michela Zanarella

pressidelittidellaprimavera@gmail.com  

“La letteratura della disintegrazione”, articolo di Martino Ciano

“La letteratura della disintegrazione” di MARTINO CIANO (*)

La chiamerò la letteratura della disintegrazione. Qui la parola non ha un senso logico e cambia continuamente il proprio significato. È una particella neutra che lo scrittore carica a suo piacimento di energia negativa o positiva. In queste opere non c’è una trama o personaggi, c’è l’uomo “grigio” né buono, né cattivo. C’è l’io che si cerca e si nega, che rinasce, che si prende beffa del perbenismo e della sociologia. Qui alberga l’antiromanzo. La vittoria della confusione e dell’assurdità.

Questa è la letteratura che mi piace perché aldilà di ogni sentimento, di ogni perversione, di ogni struttura sociale, c’è l’uomo che fa la storia e partecipa sempre al destino del mondo. Anche se indifferente. Leggendo queste opere vi renderete conto che la prosa è disarmonica, che sogno e realtà si intrecciano, che gli opposti coincidono. Non c’è bisogno di attrazione. L’uno contiene l’altro. L’io narrante si confessa con voi. Mantenete il segreto, mi raccomando. Siete il tramite tra la terra degli scrittori e il cielo della letteratura.

Ora prendiamo in considerazione quattro opere dove tutto ciò che ho detto prima si manifesta a noi lettori.

Knut Hamsun, Fame. Esce nel 1890 in Norvegia. Un’opera innovativa per l’epoca. Nessuno aveva scritto così prima. La trama? La lotta tra bisogni materiali e spirituali. La fame di vita si scontra con la solitudine del protagonista fuggiasco, vagabondo, in una città che non comprende la sua lingua interiore. Oslo-Christiania. È qui che inizia in letteratura quel processo di disgregazione dell’io che sta alla base di tutti i movimenti del novecento.

Guido Morselli, Dissipatio Hg. Viene scritto nel 1973, qualche mese dopo l’autore si suiciderà. Sarà pubblicato dopo la morte dello scrittore. Dissipatio è un atto di negazione. Letteralmente, di evaporazione dell’umanità, dei propri sentimenti, della coscienza. Un atto di ribellione volontario. Anche in questo caso il protagonista si perde nei suoi pensieri man mano che “muore” lungo le strade di Zurigo-Crisopoli.

Leggete queste due opere e troverete delle similitudini. La struttura ad esempio coincide. Ma se in Fame sentirete il costante bisogno del protagonista di aggrapparsi alla vita, in Dissipatio avvertirete solo la dissoluzione dell’io. Se nell’opera di Hamsun sentirete ancora la voce di un Dio parlante, in quella di Morselli c’è l’assenza di ogni divinità. L’uomo è origine e fine. L’io ha completato la sua disgregazione, i suoi resti devono necessariamente evaporare.

7667c59f2b359395fc6f7d5e64599549Albert Camus, Lo straniero. Appare nel 1942. Qui l’indifferenza dell’io diventa l’arma per combattere l’imprevedibilità. Il protagonista è straniero al mondo, alle sue leggi, all’ordine divino e naturale. Egli subisce e accetta ogni punizione perché ha negato la colpa e quindi la morale. Lo straniero è un anarchico, quindi. Confessa la sua voglia di libertà. Anche l’omicidio che compie è solo un atto, imprevedibile, frutto di un’idea, quindi giustificabile. Forse necessario al mondo.

Thomas Bernhard, Estinzione. Appare nel 1986. Qui l’io riacquista ed estingue. Fa i conti con la propria memoria. Ricordare, rivivere, estinguere. Il protagonista è un distruttore, non salva nulla. La memoria diventa anche un cimitero. Nulla deve resuscitare. L’io chiede il diritto all’oblio.

In queste quattro opere il lettore partecipa al dramma delle emozioni. Ci viene imposto un atteggiamento empatico. Maneggiate con cura questi libri. Sono cuori pulsanti nel mezzo di petti lacerati. Non ho parlato delle loro trame… leggeteli e lasciatevi affascinare.

 

(*) Questo articolo è apparso sul blog “Zona di Disagio” di Nicola Vacca in data 05-01-2016.  L’autore del testo ha acconsentito alla sua ri-pubblicazione su “Blog Letteratura e Cultura”. 

“Mr Bennett e Mrs Brown” di Virginia Woolf, Rogas Edizioni

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“Mr Bennett e Mrs Brown” di Virginia Woolf

Rogas Edizioni

traduzione di Adalgisa Marrocco

introduzione di Gian Pietro Leonardi

Pagine: 144, Prezzo: 11,50 €, ISBN: 9788894070392

“Mr. Bennett e Mrs. Brown è da molti considerato il manifesto letterario programmatico di Virginia Woolf. Tematicamente legato a Modern Novels del 1919 e Modern Fiction del 1925, in realtà si tratta di uno dei suoi tanti testi interconnessi tra loro sullo stato di salute della narrativa nel primo quarto del Novecento. Pubblicato la prima volta in una fase ancora embrionale nel 1923, prima sul supplemento letterario del New York Evening Post e successivamente (il 1° dicembre) su The Nation and Athenaeum diretto da Leonard Woolf, il saggio si presentava subito come una risposta ad Arnold Bennett che proprio nel marzo di quell’anno aveva scritto un articolo intitolato Is the Novel Decaying? in cui Virginia Woolf veniva espressamente menzionata in relazione all’incapacità dei romanzieri moderni di creare dei personaggi reali, esempio ne sarebbe stato Jacob’s Room (1922) i cui protagonisti non sopravvivrebbero nella mente del lettore, poiché l’autrice sarebbe stata più ossessionata dai dettagli che dalla loro consistenza.”

(dall’introduzione di Gian Pietro Leonardi)

Sabato 31 ott. la presentazione dei libri in dialetto senigalliese di Edda Baioni Iacussi

Sabato 31 ottobre a partire dalle ore 17:15 si terrà presso il Centro Sciale Adriatico sito in Via Garibaldi 14/A  di Marzocca di Senigallia (AN) la presentazione dei tre volumi poetici in dialetto senigalliese della poetessa Edda Baioni Iacussi.

I commenti e le critiche dell’opera saranno curate dal prof. Vincenzo Prediletto (critico letterario, recensionista presso la rivista “Sestante”) e dal dott. Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario).

La serata, che prevede degli interventi musicali, sarà condotta da Donatella Angeletti e Paolo Baldini.

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L’autrice della serata:

Edda Baioni Iacussi (Senigallia, 1931) per la poesia in vernacolo senigalliese ha pubblicato ‘Na manciata d’calco’: cento e una poesia in dialetto senigalliese, Prefazione di Renata Sellani e di Giuseppe Orciari, con disegni di Giò Fiorenzi, Tipografia Commerciale, Marzocca, 1998, Ch.l mors d’mela, con disegni di Giò Fiorenzi, Arti Grafiche Esposto, Polverigi, 2008  e L’ regul, Tipografia Commerciale, Marzocca, 2014. Varie sue poesie sono presenti nell’antologia Voci nostre dedicata ai poeti e scrittori marchigiani e nella collettanea in vernacolo senigalliese I Poeti Dialettali di Senigallia, a cura di Domenico Pergolesi, LaFenice, Senigallia, 2012.  Fa parte della compagnia teatrale “La Sciabica” di Marzocca.

Maristella Angeli intervista Ninnj Di Stefano Busà

Intervista alla poetessa Ninnj Di Stefano Busà

a cura di Maristella Angeli

In un mondo così telematico, carico di messaggi multimediali, di comunicazioni via etere, in tempi reali, crede che la Poesia possa avere ancora ascolto? Oppure viene messa da parte come obsoleta?

La poesia non sarà mai obsoleta, possiede quel fascino strano, tra il magico e l’esoterico che fa la differenza, la distanzia dalle altre espressioni umane. Comunicare con la poesia è un evento irripetibile, quasi soprannaturale, la prima frase la suggerisce un Ente superiore sconosciuto, il resto lo scrive il poeta con la sua umanità, la sua sensibilità, analizzando e scrutando quel suo mondo interiore fatto di deterrente stratiforme, senza regole e pervasivo del genere umano che accompagna questa sorta di messaggio sulle ali del vento, lo fa vibrare, lo trasferisce agli altri come dono intermediario tra sé e l’ignoto, tra il sé egoistico e insincero e la voce dell’umanità che ascolta, che interloquisce attraverso la lingua del poeta ad un incanto primordiale di cui nessuno dare spiegazione. Sarebbe come dire che il messaggio della Poesia proviene dal profondo, dall’incognita genetica di un destino umano che non è stato creato per deludere la forma, ma per creare armonia e bellezza. Perciò non resterà mai ai margini di un processo culturale in evoluzione se si vuole continuare a istruire il concetto di progresso intellettuale, umano e storico dell’umanità. Dico sempre che finché c’è un poeta sulla terra, la poesia vivrà e verrà diffusa nel cuore e nella mente come suprema bellezza del creato, supremo elogio dello spirito contro la materia.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà

Ogni tanto si vede realizzare dalla TV, in modo del tutto occasionale qualche programma di poesia, qualche lettura. Lei ritiene che introdurre nel linguaggio mediatico la Poesia sia un modo per coinvolgere più lettori? Cosa ne pensa?

Se è vero che in Italia esistono secondo sondaggi aggiornati dai 13.000 ai 15.000 autori di poesia, è anche vero che come minimo si prevedano 60.000 lettori, (per pareggiare quei famosi 4 lettori di manzoniana memoria). Ma nessuno di noi poeti immagina di avere quattro lettori, a dire il vero, è già tanto, se ci legge anche uno solo. Riguardo l’introduzione di programmi poetici così estemporanei e rarefatti nei format televisivi è un pessimo esempio di cultura, questo sta a significare che l’ascolto dei programmi culturali è sottovalutato e disatteso. In Italia non c’è la cultura lirica, (che è l’entroterra della cultura stessa, il suo antefatto, l’humus), non c’è preparazione a capire la Poesia e a renderne partecipe il pubblico, si ritiene (a priori, e a torto) che la cosa non interessi nessuno. Perciò la espongono in ore inconsuete, a notte fonda, o quando non hanno di meglio da proporre. Se qualche dirigente RAI la propone è perché ne è sensibilizzato individualmente, non perchè ritiene abbia “audience”. La cosa sorprende, perché a interessarsi di poesia sono parecchie migliaia di autori, e con un apparato editorialistico, da indotto, che lascia intravedere un mercato gonfio di lauti guadagni da parte di Editori, ma si ritiene (e ripeto a torto) che la Poesia interessi solo un pubblico d’elite, lasciando intendere che c’è una grande massa di utenza che non gradisce e non capisce. Non è affatto così, ma l’emarginazione coatta dei canali mediatici monopolizzati da soubrettine, veline, passaparoline, è ormai a livelli di arretratezza tali da essere considerati cavernicoli.

 

Come viene recepito il messaggio poetico dal pubblico medio per intendersi, quello che non fa poesia?

La poesia tra il pubblico medio è bene accolta, perché non vi può essere nel genere umano chi non la sappia apprezzare. La poesia è parte dell’esistente di ognuno, la parte più nobile e subliminale della storia spirituale, la più vicina a Dio, la più dotata di bellezza e di fascino, perché sa parlare al cuore e alle menti, sa dare un’accelerazione al vuoto che incombe, alla solitudine che attanaglia, al male che pervasivamente affrontiamo nel quotidiano. La poesia lenisce, rende il progetto di vita più denso, più ricco, più accettabile dal lato intellettivo.

 

Quale ruolo ha la poesia nel nostro tempo?

I tempi che viviamo non sono i più favorevoli alla poesia, non ci orientano verso episodi di luce e di conciliazione interiori. Sono portatori d’inquietudine, di malcontento, di disagio sociale e morale. Il tessuto umano è lacerato da troppe incongruenze, inadeguatezze, assenze. Ognuno vive il suo malessere come qualcosa di ineluttabile, con rassegnazione e passività. Bisognerebbe amarsi di più, invece. Amare ciò che di bello ci circonda, anche la Poesia ad esempio, perché ci porta un minimo di conforto e di compensazione che gratifica il nostro stato d’animo così martoriato e in stato di afflizione perenne. La poesia equivale alle note alte di un violino,  come la musica non può essere ignorata, perché tocca le corde sensibili dell’io, allo stesso modo la Poesia ci rende partecipi della cosmogonia, della vastità del nostro essere “cellula” dell’infinito, esuli temporanei in una terra che non ci appartiene. Il ruolo della Poesia dunque è di primaria importanza perché interagisce con un extraterreno, con un ultramaterico che sono la condizione –sine qua non– della nostra essenza, della nostra esistenza.

 

Il senso che coinvolge la Poesia, soprattutto tra i giovani, di oggi, Lei ritiene che è disposto a seguire un mondo astratto, subliminale, che non dà quasi nulla in termini di gratificazione immediata, di successo, e di guadagno facile?

Tocca un ganglio scoperto della società di oggi. Una società fatta a immagine di celluloide, di interessi, di apparenze ingannevoli, di guadagni prezzolati, di mercati articolati sulla speculazione non potrebbe essere quella votata alla poesia. Eppure, mi tocca da vicino (facendo parte  o presiedendo svariate Giurie) di quanto il pubblico dei giovani sia più vicino alla poesia di quanto si suppone, vi è un richiamo, una tendenza a sviluppare il pensiero lirico di quanto ve ne fosse nel passato, E questa tendenza può apparire controcorrente rispetto ai tempi. Per fortuna, i giovani non sono “vuoti di dentro”. Mi capita spesso, durante i vari incontri nelle Scuole di ogni ordine e grado, alle quali vengo chiamata per introdurre il tema poetico, di trovare giovani molto interessati alla Poesia, qualcuno di essi addirittura dotato e pronto per dare il meglio di sé, certo con un po’ di tirocinio e di buone letture (s’intende). Il bisogno di Poesia è inversamente proporzionale alla necessità del guadagno. Vi sarà sempre chi preferirà il vile denaro ad una bella poesia, ma in ogni modo il mondo delle scuole è salvo, i nostri ragazzi sono migliori di quanto loro stessi sanno. Non sono marci dentro, vi è in loro la coscienza di un futuro migliore, l’alba di un giorno che verrà e non sarà di spregevole pecunia, ma di meravigliose armonie sulla terra dei padri. Non è perduta in loro la speranza. Non spegniamo la luce nei loro occhi, sottovalutando i loro immensi patrimoni intellettivi.

 

È lo spessore intellettuale a creare la Poesia? o si nasce Poeti?

La poesia è altro persino da se stessa. La poesia non la crea l’intelletto a tavolino, a freddo, attraverso il cerebralismo tout court, non la crea l’intellettualità astratta e aliena dal sentimento, è parte integrante di un patrimonio, sì, intellettivo  che definirei perché accoglie su di sé le maggiori, le più intense e ricche suggestioni, le più alte e meno abiette virtù dello spirito. Vi è una parte dell’intelletto, detta: “Area di Broca” (dal suo scopritore) che è deputata al linguaggio. Ragione questa che la mette al riparo da scempi di natura estranea alla poesia stessa, che è armonia, sinergia con i fattori interni all’essere, che sono la fonte dell’ispirazione perfettibile. In poche parole, lo spessore intellettuale vi è coinvolto, ma in minima parte, per il resto è un occhio vigile sul mondo, una finestra aperta nel nostro immaginario, nel panorama delle nostre indagini interiori che qualifica e rende unica e irripetibile la buona Poesia. Si può nascere poeti, ma si può scoprire di esserlo in più tarda età, bisogna solo essere dotati e sensibilizzati al poiein, cioè al fare, al creare in poesia.  

26-06-2015