Stile Euterpe vol.1 – Leonardo Sciascia: cronista di scomode realtà
I redattori della Rivista Euterpe hanno inteso lanciare il concorso Stile Euterpe – Antologia tematica per una nuova cultura.
Il progetto:
Ogni anno i redattori della rivista sceglieranno un autore contemporaneo.
I partecipanti potranno inviare saggi, racconti e poesie che siano fedeli allo stile dell’autore e alle tematiche che hanno caratterizzato la sua letteratura.
Il primo volume sarà dedicato al siciliano Leonardo Sciascia, intellettuale di altissima dignità e di inesauribile impegno sociale profuso con la sua letteratura e temperamento. Il volume porterà il titolo di Leonardo Sciascia: cronista di scomode realtà.
Per la partecipazione all’iniziativa editoriale bisognerà riferirsi all’opera dell’autore siciliano, al suo percorso letterario, ai suoi luoghi cari e alle tematiche sociali concernenti la lotta per la legalità, la denuncia contro il malaffare e la mafia e la critica alla classe politicizzata con particolare attenzione a Il giorno della civetta, ai racconti de Gli zii di Sicilia e all’esperienza poetica dell’autore in La Sicilia, il suo cuore e ogni suo altro testo letterario o giornalistico.
L’obiettivo non è quello di plagiare o scovare il nuovo Sciascia, bensì omaggiare o rileggere lo stile dello scrittore siciliano attraverso un’antologia tematica, aperta soprattutto agli appassionati del genere e dello stile dell’autore di Racalmuto. In questo modo Euterpe vuole dare risalto ad autori sommersi e amanti della vera letteratura.
Selezione del materiale e composizione dell’Antologia:
I partecipanti potranno presentare 1 saggio breve (massimo 5mila caratteri spazi esclusi); 1 poesia (massimo 25 versi); 1 racconto (massimo 5mila caratteri spazi esclusi). Ci si può candidare con un solo lavoro e a una sola categoria.
I lavori, corredati dei propri dati personali e un curriculum letterario, dovranno essere inviati a rivistaeuterpe@gmail.com entro il 30 novembre 2014.
La selezione sarà effettuata dai redattori della Rivista Euterpe (http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/chi-siamo.html).
Entreranno a far parte dell’Antologia 20 poesie; 10 racconti; 10 saggi brevi.
La pubblicazione dell’Antologia sarà affidata a TraccePerLaMeta Edizioni (www.tracceperlameta.org).
La partecipazione al concorso è gratuita. L’autore selezionato per la pubblicazione si impegnerà ad acquistare 2 copie dell’Antologia al prezzo totale di 30€ (spese di spedizione incluse) dietro sottoscrizione di un modulo di liberatoria che verrà poi fornito.
I redattori della rivista Euterpe non dovranno intrattenere rapporti personali e/o di corrispondenza con gli autori che parteciperanno al progetto pena la squalifica dei testi dalla selezione.
I redattori della Rivista Euterpe non possono candidarsi alla selezione con un proprio lavoro.
Premiazione:
Non vi sarà una premiazione vera e propria, in quanto non ci sarà una graduatoria di merito: tutti i selezionati verranno pubblicati in antologia secondo i criteri sopra esposti.
In base ai tempi di selezione e pubblicazione dell’Antologia, sarà scelta una location dove verrà presentata l’opera e alla quale gli autori presenti nel testo sono caldamente invitati a partecipare e intervenire.
Info:
www.rivista-euterpe.blogspot.com
rivistaeuterpe@gmail.com
“La questione della lingua e la questione dei soggetti: il senso della esclusione dalla storia nel romanzo” di IURI LOMBARDI
a cura di IURI LOMBARDI
E’ sempre più complesso parlare di lingua nell’età liquida, in particolare per quanto concerne il romanzo. Il romanzo che da sempre, dal momento che vide la luce come genere, ha in sé il senso dell’unità e della misura; quell’etimo ideologico, intelaiatura o architettura che dir si voglia: è organico per eccellenza. E per organico, dal punto di vista non solo stilistico (secondo il mio parere si può e si deve iniziare a parlare di stile dalla nascita del romanzo), si intende quel blocco unico che nel suo insieme ricrea un medesimo microcosmo, una dialettica, in termini Hegeliani, di contrasto tra il fuori e il dentro al sé, cioè il dentro del romanzo, a partire, ed è una delle tante unità di misura, dalla lingua. Il romanzo, che come genere vide la sua nascita nell’Inghilterra del preromanticismo, non solo pose un nuovo modo di vedere la realtà circostante (da prima unilaterale, poi sempre più corale), ma fece da spartiacque alla questione della lingua, sino allora adoperata per due generi soltanto, quindi in parte propriamente di settore: per la poesia (allora solo lirica) e per la drammaturgia. C’era poi la lingua giornalistica delle celebri gazzette o periodici di settore, che altro non era che un fanalino di coda della lingua della poesia perpetuata nella prosa di cronaca. Il romanzo è lo attante di una rivoluzione non solo di genere, non solo letteraria, ma di costume, psicologica, antropologico e trova nel suo essere non riforma del possibile ma rivoluzione, di unità nella lingua. Lingua che si evolve, non strettamente legata alla questione del bel suono, delle sillabe e del metro, né della forma dialogata, subordinata ad una lingua di regia, quindi didascalica, e che vive al di là della letteratura, entra nel quotidiano: diventa linguaggio del narrabile. E il linguaggio del narrante, coincidente a quello dello attante, inaugura, volente o nolente, l’età dell’industria. Stagione dell’industria che nel mio dire non è sinonimo di rivoluzione industriale – che rimane a prescindere un periodo legato alla storiografia della storia-, ma si tratta di una età in cui l’uomo inaugura un nuovo epos proprio nella narrativa tramite il romanzo. L’etimo della parola industria significa per l’appunto operosità ed è da questa stagione dell’operosità – del cambiamento sociale che si ebbe, con la nascita di lì a poco delle congregazioni politiche moderne, gestione del lavoro, suddivisione sociale ecc- che muta per sempre il punto di vista del tangibile. Il romanzo, genere magistrale per eccellenza, è rivoluzione in quanto punto di vista, lettura del tangibile, analisi e indagine antropologica della realtà umana. Indagine che si muove sul piano narrativo per ristabilire il senso del mito (de)costruendolo da prima e ripristinarlo poi. In sostanza, il romanzo è il ritorno del mito, dell’eterno, è l’affermazione di una nuova mitologia rapportata all’età dell’industria, del moderno.
Questa rivoluzione, tuttavia, si ebbe principalmente nella lingua, in Italia con i Promessi sposi, lo sciacquare i panni in Arno del Manzoni, il romanzo trova genesi della propendesi dell’unità politica e amministrativa della nazione. Quindi, coincide con una rivoluzione di costume che fece da laboratorio di una lingua non solo letteraria ma unitaria. Il romanzo entrava con occhio indiscreto da parte dell’io autoriale ( e non discuto qui in questa sede l’idea proustiana tra l’io scrivente e l’io narrante, ossia tra l’uomo e la sua opera) nella realtà del quotidiana proiettandola verso una unità, una organicità contemplativa del reale. La rivoluzione e non la riforma – sino ad ora i passaggi e i dibattiti accademici sulla lingua si limitarono alla poesia da Dante e Petrarca sino a Bembo e poi sino alla Arcadia- fu quella di autenticare un passaggio storico attraverso la lingua. Lingua che non era e non coincideva solo nell’uso quotidiano (vediamo la variante del fiorentino coevo e colto del Manzoni), ma nell’uso europeo, che si faceva meta-linguaggio che oltrepassava la lingua foneticamente intesa, per costituirsi essa stessa linguaggio tangibile, reale. Il romanzo quindi diventava il manifesto patriottico, la lingua di un paese, sia essa d’espressione poetica o contemplativa, sia essa di servizio, ossia spicciola, sempre identica ad un grado di identità universale che parlava e poneva al centro della sua indagine l’uomo con i suoi sentimenti, le paure, la mimica. Diventava quindi espressione di un linguaggio. Linguaggio dell’operativo, industriale. E partendo dal presupposto che la realtà è linguaggio, il tangibile non esiste in quanto intrappolato dalle maglie, dal dramma del linguaggio, e che quindi il reale nella rivisitazione dell’uomo come direbbe Lacan non è altro che il passaggio costante e continuo dal visionario al simbolico, ma come linguaggio ci si deve riferire all’uomo e a quanto lo circonda, il romanzo fu il promotore di questa ermeneutica del linguaggio. Ermeneutica che lo attante-romanzo, intesa come rivoluzione e in termini di crescita, di sviluppo e sperimentazione della lingua, s’ebbe proprio nel passaggio uterino del genere narrativo quando questi, se pur inversamente proporzionale alla storia di un continente, l’Europa, visse l’accordo tra il visionario al simbolico. In altri termini il romanzo smise d’essere espressione linguistica e di linguaggio, laboratorio di sperimentazione della lingua, in coincidenza del passaggio dalla stagione industriale o paleo-capitalistica a quella capitalistica e tecnologica. Qui, in questa stagione muore la lingua del romanzo per essere soppiantata violentemente dalla lingua della tecnologia, quindi da una lingua media e standard, inodore, incolore: la lingua della comunicazione internazionale. Il linguaggio della tecnologia.
Il romanzo stesso diventa quindi massificato, non più un opera da contemplare, se vogliamo buttarla sul piano dell’empatia, ma da consumare. In altri termini, il romanzo, sia esso epistolare, storico, sociale, ecc, diventa un’opera aritmetica che blocca l’indagine ermeneutica ed esegetica se non addirittura interpretativa della lingua e del linguaggio: è il prodotto commerciale. Quindi diventa lo spettro di se stesso, lo specchio cui si riflette la propria morte. Il romanzo, che chiamerei narrativa massificata, diventa consolazione dal punto di vista empatico, mezzo di estraneazione del pensiero dal punto di vista letterario. Diventa il vessillo, il baluardo e l’armatura dell’uomo medio, della società alienata e destituita da un tipo di linguaggio lontana dalla sua natura. La lingua stessa, non più suddivisibile in generi, diventa unificata, tranne rare eccezioni, e non più di indagine. Come il linguaggio tecnologico si fa meta-testuale, meta-linguistica, ossia somma di allusioni, di interscambi apparentemente plurimi ma fortemente isolati. Il romanzo che non compie più la rivoluzione linguistica è privo di destinatario e la sua lingua prevede adesso solo due protagonisti: il solito mittente che si sdoppia. Come un socia-network, le chat acquisisce un linguaggio di sola andata, in cui la condivisione è alta ma non prevede più un messaggio, diventando di volta in volta solo identica forma che si perpetua all’infinito. Il linguaggio, inteso come insieme dei segni, del romanzo non è più contemplativo, ma di consumo. Il suo linguaggio è quindi neutro e senza una posizione ideologica o una intelaiatura ontologica. Si rinnova nell’autenticarsi della ripetizione come diceva Deluze.
Ma la morte del romanzo, intesa come fine ontologica ed ermeneutica del linguaggio e del suo fine, come possibile messaggio, significato di un significante, si ripercuote anche nei contenuti, nei soggetti sviluppati. L’io scrivente ricattato dalle logiche di mercato e del piacere comune (infatti anche coloro che non sono vincolati commettono lo stesso peccato) non s’addentra in indagini vere, non va a riflettere la dimensione del reale, ma si limita a vederne e a narrarne solo gli aspetti marginali, i più minuti dando espressione ad un immobilismo disarmante. Espressione non presente nei libri di intrattenimento degli anni 60 o 70 fino agli 80 del novecento, in cui anche se la lingua era bloccata e morta, già una premessa alla lingua tecnologica, erano comunque uno squarcio di analisi del vissuto capitalistico o consumistico. Basti pensare a ruote di Arthue Hailey, oppure all’ultimo Moravia, o ancora al Saviane degli anni settanta del novecento, le cui opere erano concepite attraverso un linguaggio non più letterario ma pseudo- tecnologico. Ora, è assai importante capire cosa intendo o si può caratterizzare per pseudo-tecnologico; ebbene, tale definizione appartiene, storicizzando, ad una stagione prima dell’avvento della tecnologia reale. Il linguaggio quindi tecnologico – che in parte può essere associato, ma soli in pochi ed esuli casi ad un linguaggio neo-letterario, in quanto identificativo per lo scrittore – lo si può vedere in Saviane, piuttosto che in Prisco o in Brancati. In Saviane, infatti, l’unità linguistica e stilistica viene attentata da un linguaggio tecnologico con il frequente passaggio dall’io alla terza persona, come esercizio ludico che permette allo scrittore di sperimentare una propria lingua, un proprio linguaggio, e al lettore di essere coautore della pagina. E questo può ricordare, ma si va per associazioni, limitandosi ad una considerazione appena delineata, il linguaggio dei video game, dei social-network, se pur rapportato in un ambito letterario. Se Saviane è infatti riconoscibile per questa peculiarità stilistica, Alberto Moravia scrivendo in un italiano standard non lo si riconosce, se non per i contenuti e le sue tesi sulla omologazione dell’uomo contemporaneo.
Ora, alla luce di quanto detto, il romanzo prima di morire – cioè prima di essere un prodotto commerciale – compie assieme alla lingua una ulteriore rivoluzione: quella di spingere la morte in primo piano, lo scabroso, l’orrido, il non dicibile, a differenza del teatro – disquisendo in termini aristotelici dell’unità di tempo e di azione e di luogo- che invece ebbe ad occultarla per secoli. Se infatti nel teatro la morte poteva avvenire solo dietro le quinte e quindi non svelata al grande pubblico (era permessa solo la notizia, tramite il coro o un personaggio protagonista), il romanzo la mette in primo piano. Avviene il debutto della morte. Un esordire dello scandalo, del poco ortodosso che squarcia i veli del pudore e – ecco la rivoluzione del linguaggio- l’oltraggio avviene non tradendo la tradizione ma allineandosi con il gusto della massa. Dalla stagione industriale in poi, vale a dire dal tempo del romanzo, il pubblico sembra abituarsi allo scandalo, alimentarsi di questo, vuoi per alibi vuoi per occulte ragioni, e la letteratura compie un balzo secolare. Il romanzo sembra acquisire le ragioni di una partita senza precedenti. Il genere per eccellenza per secoli rimarrà e funzionerà come specchio del sociale. Uno specchio che si infrange solo dopo, secoli dopo, quando il romanzo diventa un prodotto commerciale, non più un’opera di contemplazione, e quindi non più il messaggero popolare.
Se la morte del romanzo la dobbiamo quindi all’arresto della evoluzione linguistica da intendersi come sperimentazione nell’ambito della letteratura, questa avviene anche perché altre realtà linguistiche (vedi il cinema, internet ecc) lo hanno soppiantato, portando questi a non essere più lo specchio del reale. Ad essere un prodotto di puro intrattenimento. Un oggetto di scambio oramai troppo indebolito per essere portavoce di un atto rivoluzionario. Esso stesso non è più lui: sopravvive come merce di consumo.
IURI LOMBARDI
Firenze, 19-03-2014
La “Recherche” di Proust secondo Ninnj Di Stefano Busà
Marcel Proust e la sua Recherche del tempo perduto: A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs
a cura di Ninnj Di Stefano Busà
Diciamo subito, che nei primi decenni del Novecento la Francia continua ad avere grande seguito in quel ruolo di guida culturale dell’Europa, che ha già impersonato negli ultimi decenni del secolo precedente. L’autore che ha avuto un ruolo preminente per lo sviluppo delle letterature europeiste, per la validità significante dei suoi risultati, per l’influenza, infine, che avrebbe rappresentato per tutta la narrativa europea è Marcel Proust.
Nato a Parigi nel 1871 da famiglia agiata, ma non ricchissima borghesia. Dopo un’infanzia tormentata da un’asma che lo avrebbe condannato per l’intera esistenza, segue assai irregolarmente gli studi.
Più tardi nel 1880 inizia a frequentare i salotti mondani, ricercato per le sue qualità di fine parlatore, i suoi vezzi da dandy, coi quali contribuisce a creare una certa raffinatezza e attrattiva nei luoghi di frequentazione.
Alla morte della madre alla quale era legatissimo, Proust inizia il grande ciclo narrativo: Alla ricerca del tempo perduto a cui è legata la sua fama.
L’opera è composta da tre parti. La prima parte, rifiutata da Andre Gide, viene respinta dall’editore Gallimard, poi stampata in proprio dall’autore stesso, nel 1913. La seconda: All’ombra delle fanciulle in fiore, presa in esame in questa introduzione, ottiene il premio Goncourt nel 1919.
Successivamente le altre parti vengono pubblicate dopo la sua morte, avvenuta nel 1922. Tutta l’opera comprendente più di tremila pagine, si articola in sette parti e si conclude con una illuminazione che è anche una dichiarazione di poetica: fissare con la creazione artistica i momenti del passato equivale a recuperare il tempo perduto (Il tempo ritrovato).
Pur trattandosi di un’opera estremamente originale, la critica ha indicato per la Recherche alcuni fondamenti culturali della tradizione francese.
Per primo l’entroterra culturale, con una produzione memorialistica e diaristica di tanti autori tra il Seicento e il Settecento che hanno descritto il loro ambiente dal di dentro, con dovizia e ricchezza di dettagli. Proust infatti si mostra molto attento ai costumi del tempo che ne determinano il sapore, il clima, il soggettivismo, le ambientazioni del mondo reale e sociale. La sua attività di scrittore e frequentatore dei salotti-bene di Parigi si snoda nel periodo compreso tra la repressione della Comune di Parigi e gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale; egli seppe cogliere in pieno, dunque, la trasformazione della società francese del suo tempo, con la crisi dell’aristocrazia e l’ascesa della borghesia durante la Terza Repubblica francese.
Proust ci dà un’approfondita rappresentazione del mondo di allora e della modificazione sociale del periodo storico cui appartengono le sue opere. L’importanza di questo scrittore è tuttavia legata alla capacità espressiva della sua scrittura che si autodetermina e si sviluppa nella sua potenza narrativo-introspettiva, nelle minuziose descrizioni dei processi interiori, attraverso i filamenti sottili di una psiche legata al ricordo e ai sentimenti; la Recherche infatti è un viaggio nel tempo e nella memoria che si snoda tra vizi e virtù, tra realtà e fantasia, tra aristocratiche dissolutezze e simbolismi filosoficamente compiaciuti di un più “nuovo” sentire.
L’indagine analitica sui suoi scritti ci mostra la sua abilità psicologica di meticoloso e vigile indagatore dell’animo umano. Più precisamente, Proust prende in rassegna i sentimenti, le suggestioni, le emozioni attraverso la lente dei moralisti del Seicento francese, fino a giungere al romanzo psicologico di fine Ottocento.
Inoltre nella sua scrittura si riscontra la filosofia di Bergson, con la teorizzazione del tempo interiore, del “tempus”-rivisitatio- visto e indagato nella sua essenza (o veste) di Comedia umana, come durata temporale, e infine, tutte le conquiste della poesia francese di fine ottocento, che avevano portato alla valorizzazione delle “corrispondenze” come egli le definisce, ovvero, dei reconditi rapporti tra gli stati d’animo e la natura, tra l’evocativa, analogica assemblee emotivo/psicologica e le connotazioni naturali del genere umano, che si differenziano in ognuno.
Già Bergson aveva parlato di coscienza interiore, cioè di una coesistenza tra il passato e il presente proprio in riferimento alla caratterizzazione dell’essere. Proust ritiene vi siano due stadi, due gradi di recupero possibile della coscienza e ne distingue soprattutto due: memoria volontaria e memoria spontanea.
La prima richiama tutti i dati del passato, pur se in termini logici, senza restituirci sensazioni, suggestioni, sentimenti che in una determinata circostanza vi appaiono irripetibili; la memoria spontanea (o sensoriale), riferita soltanto a un amarcord dei sensi, si caratterizza come un revival della felicità protetta nell’intimo della psiche: un profumo, un sapore, una musica, un suono, una nota, un tramonto che riportino l’occasionale analogico, ovvero la “casuale” sensazione di un momento cronologico, la qual cosa, sì, ci rituffa nel passato, ma senza riferimento logico: una sorta di <sentire> a distanza ravvicinata, (a pelle), un tentativo di far rivivere impressioni e atmosfere di un tempo andato, di un ricordo sopito o accantonato, (non del tutto rimosso).
È questa la famosa teoria dell’intermittenza del cuore per il recupero memoriale dei sensi, una vera e propria (re)incarnazione della propria identità passata, che diventa sollecitazione dei sensoriale somatico della psiche richiamando in superficie l’invito a ritornare al passato, (apparentemente) tempo perduto, (mai rimosso), che si presenta come un reverie un de ja vu momentaneo, che non ha nulla della cancellazione definitiva di memoria, perché permane dentro di noi, persiste nell’inconscio e, all’occorrenza, riaffiora in superficie, riappropriandosi delle sensazioni provate o delle suggestioni mai dismesse. Proust con le sue opere riprende in mano lo studio della psicologia e la fa rivivere nei suoi romanzi come la trama e l’ordito, che determinarono la vena letteraria del suo repertorio, ma successivamente ne caratterizzarono l’impianto logico, dopo di lui. Si tratta dunque di un recupero memoriale che interpreta la creazione artistica, come coscienza di sé, trattasi di una forma perfettibile (se non perfetta) di realtà che orienta a quel paradiso (perduto), cui fa riferimento il narratore.
Critici che dedicarono molta attenzione a Proust sono stati i nostri: Giacomo De Benedetti, Giovanni Macchia, Pietro Citati, Giovanni Raboni, Franco Fortini.
Quest’ultimo che fu uno dei critici più accreditati agli studi di Proust ritenne che egli proseguisse in un discorso tutt’altro che lineare, senza ordine cronologico normale, né logico, tra passato e presente, in un andirivieni movimentato, a rembour, e con una narrazione che non segue il ritmo usuale, perché questi passaggi o transizioni creano vere sospensioni, ritardi, intervalli, effetti d’eco e variano continuamente, senza assumere precise connotazioni, cronologie e forzature, tra i rapporti umani e gli eventi. Anche se questo suo stile basato sull’altalenante impiego del tempo/spazio, è spesso rivolto al caos di successioni mnemoniche o sensazioni improvvise, si delinea lucido e acuto, votato tuttavia ad evocare un “sentire”, che obbedisce al sapiente gioco delle “rispondenze”, quasi ad un reciproco integrarsi tra un evento e l’altro, tra un velocissimo sguardo e la parola.
In tutta la Recherche s’incrociano vari piani psicologici. In Proust l’interesse si sposta dal personaggio alla dinamica del gioco, dalla coscienza alla psicologia strategica di un processo retrospettivo memoriale quasi yunghiano, su cui si porranno altri analisti del pensiero: Joyce soprattutto e tanta parte della narrativa del Novecento, che si concluderà col famoso flusso di coscienza. Proust ha ricreato il mondo del romanzo dal lato della relatività immaginifica, dando per la prima volta una matrice connotativa alla letteratura di fine secolo; un equivalente teorico della fisica moderna (E. Wilson). In realtà la Recherche è un’opera assai complessa, una straordinaria e suggestiva discesa agli inferi della coscienza dell’essere, che nel riappropriarsi del meccanismo che introduce ai meandri della complessa macchina umana, ne fa una ricognizione dettagliata, una rivelazione in progress, ricreando il romanzo alla maniera di cui, infine, disporrà l’arte narrativa dell’intero Novecento.
Da più parti ci si è chiesto da dove è venuto questo fortunato titolo, molto azzeccato in verità, perchè è divenuto quasi una locuzione proverbiale della sua scrittura. Pare gli sia stato suggerito dall’amico Marcel Plantevignes.
Nella simbologia proustiana, le “fanciulle” costituiscono un perfetto ed esemplare connubio, tra il mondo turbativo degli elementi esterni e “la felicità sconosciuta e pur possibile nella vita”, attraverso di esse si dipana e acquista splendore e turgore quel mondo esemplarmente sognato, facendo scatenare tutto il virtuosismo dialettico e linguistico proustiano: certi luoghi, certi soggetti, certi paesaggi che sono la caratterizzazione delle Fanciulle fanno emergere nel lettore tutta la stupefazione per la Bellezza della natura.
Esse vengono designate di volta in volta come “uno stormo di gabbiani”, “una luminosa cometa”, “una bianca e vaga costellazione”, “un’indistinta e vaga nebulosa”,”una rosea infiorescenza” etc, insistendo sui dettagli, sulle sottili interconnessioni, sui dialoghi, sulle presenze fascinose e sublimi di Albertine, Andrée, Gisele e Rosemonde.
Balbec è il luogo-simbolo, il teatro (per così dire) delle scene che i protagonisti della storia si apprestano ad impersonare, ciascuno per proprio conto, attraverso le tendenze, le stravaganze, i vizi e i difetti delle variegate figure.
Lo stesso scenario “marino” ambienta una rappresentazione di quello che, secondo la tendenza artistica del secolo, costituisce la pittura impressionista.
Credo che queste siano alcune osservazioni che vanno proposte per l’approccio alla lettura de la Recherche.
Proust ha (ri)creato il mondo del romanzo dal lato della –temporalità relativa – , con una ricognizione libertaria e caotica del genere umano e dei suoi meccanismi di difesa (della psiche), entrando nei labirinti dell’animo come nessun’altro narratore, con le proprie frustrazioni, le proprie insicurezze, gli indugi, le complesse manifestazioni edonistiche dell’uomo,
le parvenze rarefatte e sottili della coscienza, soprattutto rivolte alla fisionomia dei personaggi, al loro labirintismo, la qual cosa li porta ad affinare immagini, a evidenziare e metabolizzare circostanze, episodi e avventure, tali da rievocare e portare alla luce ambienti, persone, stati d’animo, profumi, odori e sapori dell’infanzia: un tempo perduto viene così ritrovato; il resto: l’esteriorità minutamente descritta nei dettagli fornisce agganci per comprendere il difficile meccanismo che entra in gioco nella coscienza dell’essere, quando viene fagocitata dall’esterno.
Vi sono pagine mirabili e fondamentali nell’opera di Proust, in cui egli indaga con stile raffinato e insieme con la precisione di un bisturi la capacità di esprimere le più impalpabili, minute e segrete sfumature del genere umano.
Il suggestivo: All’ombra delle fanciulle in fiore è il terzo titolo della raccolta (1919) e ne rappresenta la tappa essenziale, una sorta di riferimento fondamentale di tutta l’opera. In questo volume sono tanti i risvolti psicologici, gli orli, i nodi, le pieghe, le dritte e i rovesci, gl’incantamenti che vi si riscontrano.
Ogni avvenimento è scandito secondo le luci, le ombre, i chiaroscuri, i colori, i ritmi delle ore, una sorta di reverie che sa scatenare, alla luce di una lettura accurata e attenta, tutti i sommovimenti della sapienziale e filosofica struttura linguistica.
In tutta l’opera lo scrittore ci dà mostra di sé, del suo approcciarsi ormai ai livelli di scrittura degli autori considerevoli e professionalmente più preparati, un mondo fin lì sognato, (poterli eguagliare!), quasi desiderio inaccessibile, per l’incrociarsi di eventi e accadimenti che segnano la scrittura dei grandi narratori e ne marcano profondamente la vena.
L’entroterra culturale dell’autore si rivelò in grado di sfondare la cortina di nebbia, tale da segnare la sua identità artistica di narratore come pochi altri. Nessun’altro infatti aveva mai scritto in prima persona quanto Proust. La sua vena risulta assolutamente sterminata nei dettagli, nelle piccole, inafferrabili arguzie dei retroscena umani. Le 4.870 pagine de la Recherche potrebbero bastare a far conoscere l’ampiezza della vasta gamma dei sentimenti che albergano nella psiche.
Proust si rivela immenso, penetrarlo è un’impresa non facile. L’astrattezza dei pensieri, delle immagini viene continuamente mossa da una sorta di circonvoluzione cerebrale, con una trama fitta, ma sottile, che dà ampio respiro alle sensazioni, anche meno significative, ve ne diamo es: “…le ragazzine che avevo scorto procedevano leste, con quella destrezza dei gesti che nasce da una perfetta scioltezza del corpo e da un disprezzo sincero per il resto dell’umanità, procedevano leste, senza esitazione né rigidità, compiendo esattamente i movimenti voluti, in una piena indipendenza reciproca di tutte le membra, mentre la maggior parte del corpo conservava quell’immobilità così notevole nelle buone ballerine di valzer”.
Se letto con calma, All’ombra delle fanciulle in fiore evidenzia tutta la potenza introspettiva e il glamour dell’intero repertorio proustiano, delineandosi come un classico dalle splendide e indimenticabili descrizioni, che il narratore investe di grande humor e più dettagliatamente delineandone le attese dell’alta società francese del suo tempo, avendone individuato spesso le vicissitudini amorose, i gesti, i dialoghi, e interpretandone vizi e virtù. Questo romanzo apre a sfondi metafisici e filosofici finora mai eguagliati. Ad es. la conclusiva descrizione dell’ultimo giorno vacanziero: “il giorno d’estate ch’ella [la domestica] scopriva sembrava altrettanto morto e immemorabile d’una sontuosa e millenaria mummia che la nostra vecchia domestica avesse liberata con cautela da tutte le sue fasce, prima di farla apparire, imbalsamata nella sua veste d’oro”).
Un’opera come poche, allora, che predilige il dipanarsi della narrazione in mille rivoli introspettivi, e appare (ir)rrisolta, per certi aspetti analogici che guardano ai dettagli, ma pur sempre, senza il frammentarismo in cui si può facilmente cadere. Tutto sembra avvenire come quando si osserva un panorama col binocolo, molto ravvicinato o molto distanziato dall’oggetto in esame, oppure, si capovolge l’immagine che diviene altro da sé: la visione allora prende la forma di un caleidoscopio che guarda al puzzle occasionale, alla realtà virtuale e chiude in un corteggiamento tutte le altre forme e, nello stesso tempo, scopre l’impossibilità di trovare la felicità che cerca nell’amore, poiché esso rimane compresso tra i propri limiti e la natura stessa dell’individuo che v’interagisce.
Tutta l’opera è un capolavoro della letteratura francese.
Per Marcel Proust il recupero del passato e la creazione artistica coincidono, si combaciano, fin quasi a colmare la brevità illusoria del tempo, forse anche a recuperarlo, a conservarne aromi e freschezza dentro l’anima che è tutta attraversata dal desiderio della giovinezza fuggitiva, ritenendola parabola stessa della vita, in un percorso di relatività spirituale, ancorché biologico e naturale della specie.
Milano, giugno 2013 Ninnj Di Stefano Busà
“La poesia è un itinerario complesso della vita”, di Ninnj Di Stefano Busà
di Ninnj Di Stefano Busà
La vita è fatta di poesia e la poesia è un itinerario complesso e variegato, una riflessione mnemonico-lirica, che tocca le corde del cuore e dell’intelletto, innesca il processo di scrittura che origina dal pensiero e si realizza nella sapienza del cuore che si nutre di essa in particolare.
Di fatto non si hanno dubbi. La poesia è per il poeta quello che per il medico è la malattia, fatti salvi: l’estro, l’immaginazione, la fantasia, il verbo, il poeta indaga nell’espressione poetica come lo sciamano coi suoi aruspici. Ogni esistenza si avvale della poesia, come un pianista, un musicista con le note dello spartito. In verità studiare o leggere un poeta e come indagare e indugiare sulle occasioni che una fulminea espressione imprime alla scrittura. Nessuna poesia è uguale all’altra, nessun poeta può essere simile ad un altro, e tutti colgono nel loro intimo concetto la realizzazione di un piano di scrittura, che collochi la poesia nello scavo privatissimo della parola, dell’emozione o dell’immagine che ogni individuo riformula al suo esterno.
La poesia è un atto di puro coraggio; è un voler far emergere in superficie ciò che rimarrebbe oscurato o retrocesso al ruolo di “ latebra del pensiero”.
Il tentativo persistente di portare alla luce la percezione lirica che accompagna il mistero della parola, fatta luce essa stessa di una luce che trascende il mistero.
Poesia è ciò che ci pone ad auscultare con caparbia intuizione e capacità d’indagine il pensiero nelle sue estreme necessarie verità e, strenuamente, ne assolve, ne compone l’intellettualità che si pone a confronto della sua narrazione più intima e autentica. Scrivere poesia è come l’alba di un giorno nuovo su un terreno accidentato e sterile, da cui, come un astronauta su pianeti sconosciuti, deve estrarre il materiale che occorre per ritornare alla normalità della terra da cui proviene. Il terreno incolto e sconosciuto è battuto palmo a palmo nell’intenzione di poter capire o interpretare al meglio enigmi che lo oscurano.
E il frammento lirico è come l’estrazione di un nuovo minerale, di una nuova geofisica che gli impone una riflessione: saprà trovare la pietra filosofale? saprà individuare lungo il percorso terreno quella piccola, infinitesimale molecola di vita che l’esistenza propone? saprà capire l’universo invisibile? leggere in un libro scritto in una lingua sconosciuta? dare un senso alla storia? scoprirne i misteri del contingente.
La voce del poeta è forma immaginaria di un sistema di luci/ombre che scandaglia a 360° la realtà, spesso ai confini indefinibili tra il relativo e l’assoluto, con la consapevolezza di un linguaggio che aspira con tutto se stesso ad un’inconfondibile risorsa conoscitiva.
NINNJ DI STEFANO BUSA’
QUESTO ARTICOLO VIENE QUI PUBBLICATO DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.
E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE SENZA IL PERMESSO SCRITTO DA PARTE DELL’AUTRICE.
Kogoi Edizioni presenta “Il peccato” di Giovanni Boine a cura di Roberto Mosena
I
n occasione del centenario dalla sua prima pubblicazione, la KOGOI EDIZIONI presenta “Il peccato” di Giovanni Boine a cura di Roberto Mosena, in libreria dal 28 ottobre 2013 e in tutti i digital store.
“Il peccato”, è un dialogo tra anime: Giovanni Boine accompagna il lettore nella scoperta della vita interiore del personaggio senza alcun intervento del narratore; il lettore è partecipe del pensiero del protagonista!
Un testo che, grazie ad una serie di studiate soluzioni narratologiche, si avvicina e spesso anticipa la narrativa di Schnitzler, Svevo, Mann, Joyce, e dove la narrazione è specchio delle riflessioni del protagonista.È qui l’innovazione della scrittura che Giovanni Boine ha apportato per la grande stagione del romanzo del Novecento, andando contro il romanzo verista di Giovanni Verga e contro il romanzo decadente di Antonio Fogazzaro.
Il libro
“L’avventura cominciò qualche anno dopo che egli se n’era, finiti gli studi, tornato a casa…”
“Il peccato”, ambientato nelle atmosfere della costa ligure, dove il paesaggio sembra essere tutt’altro che passivo e innocuo sfondo dell’azione, uscito a puntate tra il 1913 e il 1914 sulla rivista «La Riviera ligure», è un breve romanzo dove un giovane, perdigiorno e provinciale, intraprende una relazione proibita con una novizia, Maria, che abbandonerà il convento per vivere con lui.
Il monologo interiore è la chiave del successo di questo autore che con “Il peccato” indica la strada da seguire alla nuova narrativa del Novecento.
… “Che m’avvisi, sì, gliel’ho detto io. Ma la cosa…” si fece calmo, freddo d’un tratto come gli succedeva nei mali casi sovente; pensò: “Ma la cosa diventa romantica qui. Perché non ha detto lei stessa decisa ai suoi superiori, al confessore, che so io, a chi deve che vuol uscire senz’altro? L’inquisizione non esiste più. Ha ventun’anni, è maggiorenne”…
È un romanzo breve che va letto tutto d’un fiato per assaporare con maggior vigore le speranze di una Europa e le tensioni psicologiche dei vari personaggi.
L’autore
Giovanni Boine (1887 – 1917) scrittore e critico letterario italiano. Ligure per nascita, studiò a Milano dove s’iscrisse alla Regia Accademia scientifico-letteraria ed ebbe, come compagni di corso, Clemente Rebora e Antonio Banfi. Soggiornò anche a Parigi dove approfondì gli studi filosofici.
Si espresse soprattutto come saggista, scrivendo riflessioni religiose e filosofiche: in quegli anni passò da una posizione di simpatia verso i cattolici modernisti ad una di decisa polemica.
Si avvicinò al gruppo dei modernisti lombardi fin dal gennaio 1907 collaborando alla rivista “Il Rinnovamento”. Nel 1908 iniziò la sua collaborazione a “La Voce” dove portò il contributo di una personale riflessione religiosa vissuta intensamente anche se in modo contraddittorio.
Nel 1912 collaborò a “La Riviera Ligure”, e su questa rivista tenne, dal marzo 1914 all’ottobre 1916, una rubrica di critica militante “Plausi e botte”, e sulla stessa pubblicò i suoi scritti più importanti.
Nel 1909 si manifestarono i primi sintomi della tisi ed egli si stabilì ad Imperia dove trascorse il resto della sua breve vita tra esperienze intense, amori turbolenti e attività culturali significative. Alla vigilia della guerra egli pagò il suo contributo agli entusiasmi interventisti con i Discorsi militari (1914).
KOGOI EDIZIONI ha pubblicato “Il peccato” nella collana “La stanza della lettura” diretta da Roberto Mosena.
ISBN: 9788898455010
Pagine: 109
prezzo: € 11,00
Kogoi Edizioni
Ufficio Stampa
info@kogoiedizioni.com
https://www.facebook.com/pages/Kogoi-Edizioni/559794827405107
“La spirale della perfezione”, articolo di Rita Barbieri
LA SPIRALE DELLA PERFEZIONE
DI RITA BARBIERI
Recentissima l’uscita di un brano, composto dalla rock band femminile “Le rivoltelle”, che affronta nel testo il tema dell’anoressia e dei disturbi alimentari.
Il titolo, di per sé, è già una provocazione: “Taglia 38”, l’obiettivo-ossessione di molte, troppe donne.
La canzone si ispira alla vicenda della ballerina solista Maria Francesca Garritano (in arte Mary Garrett) che, dopo aver rilasciato un’intervista all’Observer in cui parlava dei problemi alimentari legati al mondo della danza, è stata licenziata dal Teatro La Scala con la motivazione che le sue dichiarazioni avevano leso l’immagine del teatro: «il Teatro si è visto costretto a risolvere il rapporto di lavoro con la signorina Maria Francesca Garritano in seguito alle interviste e dichiarazioni pubbliche da lei rilasciate ripetutamente in un ampio arco di tempo; dichiarazioni nelle quali si è concretizzata una lesione dell’immagine del Teatro e della sua Scuola di Ballo, nonché la violazione dei doveri fondamentali che legano un dipendente al suo datore di lavoro, facendo venir meno il necessario rapporto fiduciario che è alla base di tale legame»
Maria Francesca aveva raccontato semplicemente la sua storia e quella di molte altre sue colleghe: donne per le quali il corpo è il principale mezzo di espressione, almeno sul palco. La danza, oltre che un’arte o una passione, è una disciplina ferrea che impone ore e ore di allenamento intenso, una cura ossessiva di sé e del proprio fisico che deve arrivare quanto più vicino possibile, in un infinito e perverso asintoto, alla perfezione.
Ho studiato danza anch’io per un periodo e, se c’è una cosa che ricordo bene, è la frustrazione vulnerabile del non essere perfetta. In mezzo a quegli enormi stanzoni completamente disseminati di specchi che riflettono e proiettano ovunque immagini e pezzi di te, con indosso nient’altro che un misero body pensato appositamente per rivelare il più possibile centimetri di muscoli, fibre, pelle. Vicino a altre ragazze costituzionalmente più adatte, a un’insegnante votata alla danza letteralmente anima e corpo. Ballare con movimenti innaturali, perfino dolorosi a volte, sotto gli occhi esigenti di maestre e colleghe che da te si aspettano sempre il massimo e anche di più.
Fintanto che gli occhi più esigenti, alla fine, diventano i tuoi. Giudici severi e assolutamente parziali, sono lì per registrare ogni fallimento, imperfezione, mancanza. In questo, ancora, non c’è nulla di patologico ma il passaggio può essere davvero molto breve.
“Sogno la perfezione
le mie ossa un manifesto
il mio corpo un’ossessione
questo mondo mi sta stretto
come quel vestito addosso
devo essere perfetta
perfezione maledetta”
Così recita il testo della canzone, mentre la protagonista del video si scruta e si misura di fronte allo specchio. E dentro lo specchio, anche se non ce ne accorgiamo, c’è tutto un coro di voci che urla.
Sono le voci dei nostri echi passati: gli scherzi da bambini, le battute poco divertenti degli amici, le critiche affilate dei fidanzati e dei datori di lavoro, i commenti poco gentili dei passanti per strada. Tutte voci che ci sembra di non udire, ma che ci entrano in testa come una musica orecchiabile che torniamo a canticchiare quasi inavvertitamente.
E in più ci sono le immagini: corpi magnifici, scultorei, mozzafiato. Pelli che non rivelano nessun segno: né dell’età, né della stanchezza, né di nessun tipo di espressione. A volte mi sono chiesta come facciano certe attrici, modelle e anche ragazze comuni a sorridere senza che si formino segni… Sarò strana io ma a me, quando sorrido, il viso cambia completamente e diventa una cartina fatta di fossette, rughe agli angoli degli occhi e delle labbra e, per di più, mi si notano tutte quante… Sempre in tema di stranezza: io quando sono stanca, ho le occhiaie come i panda, la pelle spenta e la faccia tesa. E mi chiedo perché mai dovrei vergognarmene o nasconderlo. Sono un essere umano qualunque: mi emoziono, piango, rido, mi stanco, mi arrabbio e mi indigno. E tutta questa umanità mi si disegna sul viso come un quadro che tutti possono osservare e, eventualmente, interpretare.
Se analizziamo il linguaggio pubblicitario dei prodotti di bellezza restiamo colpiti da quanto spesso troviamo parole come ‘nascondere’, ‘coprire’, ‘mascherare’ e addirittura ‘eliminare’ o ‘cancellare’. Termini che, di fatto, rimandano linguisticamente a concetti come magagne, errori, sbagli da correggere e colpe da emendare.
Colpe. Da quando la stanchezza, la gioia, la fatica, l’età sono colpe socialmente perseguibili? Da quando e perché devo coprire, mascherare, correggere ciò che non è sbagliato ma semplicemente umano e normale?
Pochi giorni fa, in uno di quei giorni che definire ‘non certo dei migliori’ risulta un vano tentativo di sdrammatizzare, il barista da cui prendo il caffè ogni tanto ha disegnato con la cioccolata un cuore sul mio solito macchiato. “Si vede signorina che è triste oggi…” Ho ringraziato: il mio stato d’animo era evidente persino a un perfetto sconosciuto. Probabilmente dovrei cambiare correttore. O forse stato d’animo, ma per quello un caffè non basta, anche se aiuta…
In un sorprendente studio degli anni ’30 Kracauer osserva che : “la corsa ai numerosi istituti di bellezza è anche determinata da una preoccupazione per la propria esistenza, l’uso dei cosmetici non è sempre un lusso. Per la paura di essere dichiarati fuori uso come merce invecchiata le signore e i signori si tingono i capelli, e i quarantenni praticano lo sport per mantenersi snelli. Come devo fare per diventare bello?”
Siamo ormai abituati a sentirci consumatori, più o meno critici, di una globale società di consumo; siamo abituati anche a sentirci target di un meccanismo di marketing sempre più pervasivo che innesta volutamente (o, a seconda dei casi, esaspera) un senso di colpa, di inferiorità per spingerci a comprare sempre di più, dando il nostro contributo al proliferare di mercati e giri di affari che coinvolgono settori come quello della cosmesi, della moda, della chirurgia.
Ma quali conseguenze ha tutto questo nel nostro quotidiano? Almeno una: il senso di disagio. L’idea di avere delle lacune, delle mancanze che possono essere colmate a suon di diete, palestre, trattamenti, cosmetici e affini. Questo può portare da un lato a un processo costruttivo di miglioramento di sé, dall’altro però, nel peggiore dei casi, anche a un processo distruttivo: la pericolosa spirale della perfezione, un labirinto di specchi nel quale perdersi è fin troppo facile.
“Devo essere perfetta. Perfezione maledetta”. La perfezione non esiste, verrebbe da dire. In realtà la perfezione esiste in quanto perfetta strategia di mercato che ci vede non solo consumatori (acritici) ma anche merce: un prodotto che deve essere il più possibile capace di acquisire clientela e creare domanda, sfruttando competitività e concorrenza.
Di tutto questo, troppo spesso, ne siamo passivamente inconsapevoli. E, alcune volte, vittime.
Servono nuovi occhi per guardarsi allo specchio: occhi che non siano solo giudici pronti a condannare, metri con cui misurare, magazzini e depositi di immagini preconfezionate ad arte.
Servono occhi vigili e allo stesso tempo benevoli. Per essere belle non bisogna soffrire. E non bisogna soffrire per essere belle.
Rita Barbieri
QUESTO ARTICOLO VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.
LA PUBBLICAZIONE E’ SEVERAMENTE VIETATA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.
“Carpe”, poesia di Emanuele Marcuccio, con vari commenti critici
Nota per il lettore
Penso sia giusto informare il lettore, riguardo all’evoluzione che sta seguendo la mia poesia. Dopo “Monte Olympus” la mia poesia si è avviata verso la ricerca di una maggiore sintesi ed essenzialità; ecco che, dopo l’abbandono della punteggiatura, in cui trovo maggior respiro, vado ad abbandonare anche l’incipit con lettera maiuscola, a riprova di ulteriore sintesi ed essenzialità, come a sottintendere un verso e tutti i versi precedenti.
La poesia di un poeta deve essere sempre in evoluzione, senza mai crogiolarsi in uno stesso modo di fare poesia.
È sempre quello che ho cercato di fare.
CARPE[1] (poesia di Emanuele Marcuccio) ammassi informi tesi all’invero limite informi ammassati carpe
14 agosto 2013
Commento a cura di Luciano Domenighini
Per il contenuto e l’impianto fortemente astratto può rientrare nelle cosiddette liriche “cosmiche” del poeta.
È ermetica e, anche per la brevità, ha, nella sua dimensione di frammento, un taglio occasionale ed esperitivo.
Sono nove parole in tutto ma l’invenzione letteraria è feconda. Due periodi. Nel primo periodo un soggetto aggettivato (“ammassi informi”) agente su un participio passato (“tesi”), unico, condensatissimo verbo, realizza un chiasmo anaforico dove l’aggettivo (“informi”) è reiterato e dove il sostantivo, per variante grammaticale, diviene aggettivo di se stesso (“ammassati”). Le due coppie chiasmatiche sono separate da un inciso avverbiale neologico “di variante” (procedimento caro al poeta) ottenuto dalla variazione per parafonia di un lemma consolidato dall’uso (“inverosimile” che diviene “invero limite”) con totale sovvertimento del significato.
Il secondo periodo, monoverbale, è un celebre imperativo latino di ascendenza oraziana, tutto sospeso, straniato, senza maiuscola, senza punteggiatura, bruciante, criptico e gravido di significati.
Luciano Domenighini
Bellaria-Igea Marina (RN), 14 agosto 2013
Commento a cura di Rosa Cassese
Con versi sintetici ed andamento sottrattivo, il poeta vuole rappresentarci quanto sia condensata la reale situazione dell’umanità come “massa informe” che, ormai ha raggiunto il limite della mancanza d’identificazione per cui devi carpere (“prendere”) solo quello che dà, cioè una informe “figura”, intesa come massa; sembra un gioco di parole ma, è un concetto filosofico, come un circolo vizioso.
Rosa Cassese
3 settembre 2013
Commento a cura di Marzia Carocci
Poesia che nella fulminea immagine traccia il caos esistenziale dell’umanità e come voce fuori campo si ode l’imperativo “carpe”, come unico appello ad uscirne fuori per non viverne il contesto.
L’inutilità delle lettere maiuscole e della punteggiatura rende ancora più immediato il fatto evidente in se stesso dando più importanza alla parola senza orpelli che limiterebbero il tratto visivo e allusivo del poeta.
Giudico gli “ammassi informi” descritti da Marcuccio , la carne umana nel suo più povero esistenzialismo, carne di uomini e donne viste e osservate da un punto cosmico con occhio scrutatore.
Il “carpe” diventa monito per una salvezza all’immobilità dell’essere sempre più statico e inerme in una società fredda e inevoluta.
Marzia Carocci
Firenze, 3 settembre 2013
Commento a cura di Cinzia Tianetti
In poesia, in pochi versi si può rappresentare un universo, costituito dal proprio personale sentito stato verbale; spinto a seguire, a toccare le linee a margine della contraddizione, che dal reale alla scrittura poetica si manifesta nella ambivalenza della parola, quando intercorre in “una relazione di parole”.
Ogni espressione della poesia evoca più significati come una teoria di sempre nuove forme; fa pensare alla goccia non come elemento che partecipa a formare il mare ma che è mare.
Di particolar risalto è l’immediatezza d’espressione, definita non in una frase ma in una parola, che, come una scatola inconosciuta induce a portare l’immaginazione del lettore a quel che la stessa parola rievoca istintivamente. Ricorda le “parole chiave” che stimolano la produzione di altre parole, nell’onda di quel che inducono le prime, in una costruzione personale-emozionale, senza il venir meno del significato oggettivo poetico.
Ogni termine aspira all’assoluto e cerca l’altro al limite del resto delle parole non dette, in una realizzazione scarna, svestita dalle convenzioni e regole linguistiche divenendo pietre miliari di vie indotte dall’immaginazione d’ogni lettore.
La trasposizione di un sentito (nel senso cioè che si prova, che corrisponde ai propri sentimenti) ispirato in un “detto” realizza tutto in realtà e così gli informi oggetti sono gli informi panorami, gli informi elementi, l’informe passato, presente, futuro, l’informe memoria, gli informi sentimenti, emozioni, valori, l’informe sogno. Tutto realizza l’uomo nel suo essere, nel suo “sentire”, nel suo essere nel mondo: ecco “l’invero limite” maturato, e dagli “ammassi informi” nella presa di coscienza umana, poetica, agli “informi ammassati” del generato, compiuto, atto creativo.
Scrive Fernando Pessoa ne “Il libro dell’inquietudine”:
«Questo scienziato del lontano futuro proverà uno scrupolo speciale verso la sua vita interiore. Da se stesso si fabbricherà lo strumento di precisione per ridurla a oggetto d’analisi. Non vedo grande difficoltà nel costruire uno strumento di precisione per un uso autoanalitico, unicamente con acciaio e bronzo del pensiero […] E naturalmente sarà necessario ridurre anche lo spirito a una specie di materia reale con una specie di spazio nel quale esso esiste. Tutto questo dipende dal fatto che le nostre sensazioni profonde siano aguzzate al massimo fino a che, spinte fino al limite del possibile, riveleranno senza dubbio o creeranno in noi uno spazio reale come lo spazio reale come lo spazio che esiste e nel quale è la materia».
Cinzia Tianetti
Misilmeri (PA), 3 settembre 2013
Commento a cura di Daniela Ferraro
La mancanza della maiuscola iniziale come pure della punteggiatura ben rende nella perfetta coniugazione tra forma e contenuto (informe-ammassi-ammassato) e contribuisce ad infondere al tutto il senso di un ghirigoro, di una vertigine senza né inizio né fine. E all’interno di questo fluire caotico sta l’umanità così meschinamente inconsapevole della personale condizione quanto sempre più protesa verso “l’invero limite”.
Lo potrà mai raggiungere?
Tutta la poesia sembra ruoti in cerchio e da questo cerchio non traspare alcuna via d’uscita. Enigmatico il “carpe” finale.
Un ulteriore riferimento all’ingordigia umana che tanto brama pur all’interno dei propri ristretti ed insuperabili limiti o un invito oraziano a godere del poco e del raggiungibile che ci è concesso come unica via di fuga da tale avvilente condizione?
L’uso del “Carpe” finale è, comunque, davvero geniale. Non solo Marcuccio evita, infatti, l’uso di un banale “cogli” o “prendi” laddove si doveva concentrare lo sforzo centrale di un significante sempre in ascesa fino all’esplosione finale ma anche la sua oscurità lascia il lettore in sospeso portandolo a rileggere più volte sentendosi, alfine, trascinato all’interno di quel caos esistenziale in cui comprendere l’esatto senso di ogni specifica parola passa in secondo piano rispetto al forte coinvolgimento tra schizzi di immagini espressioniste di potente fattura.
Daniela Ferraro
Locri (RC), 8 settembre 2013
LA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE.
È SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA E I COMMENTI QUI PRESENTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEI RISPETTIVI AUTORI.
“Il capitalismo nella società del postmoderno” di Ninnj Di Stefano Busà
di Ninnj Di Stefano Busà
L’era capitalista sta per essere schiacciata sotto il peso delle sue nefandezze.
Capitalismo nella società del postmoderno sta oggi ad indicare un apparato negativo, un sistema di far fruttare il denaro in maniera disonesta e indiscriminata, senza regole, senza remore morali, odioso libertinaggio speculativo di forme economico-finanziarie che hanno assunto la caratteristica di veri cataclismi nell’ottica brutale di una logica violenta e millantatoria, che si avvale solo d’ingenti somme di denaro da far fruttare al massimo del rendimento consentito. La logica da cui prende le mosse origina da una contaminazione a livello egoistico personale che fa di tutto per “arraffare” ricchezza inquinata, dove il malaffare e la disonestà fanno la parte del leone, nutrendosi di volta in volta di ordinamenti obsoleti, di sotterfugi e millanterie, contravvenendo ogni remora morale. Esorbitante diventa l’individualismo egocentrico e l’accaparramento di guadagni illeciti.
Il termine “capitalista” si trova per la prima volta secondo P: Bernitt nel 1790 pronunciato da Mirabeau, stante ad indicare nella Francia di allora una persona ricca, con un potere enorme ricavato esclusivamente dai redditi delle sue sostanze. Il significato del termine divenne in seguito dominante e fu usato in molti altri casi in cui vi fosse necessità di speculare sul reddito e di farlo fruttare indiscriminatamente, invadendo anche il denaro pubblico e investendolo di ufficialità, ove non vi sia neppure l’ombra delle garanzie, contaminando in tal modo, l’economia che si vede invasa da titoli-spazzatura che vanno ad intaccare l’economia del povero risparmiatore indifeso di fronte a cotanto meccanismo di genialità perversa.
Per “capitalismo”, allora, è inteso un sistema di produzione sussidiaria che scinde il reddito da lavoro, anzi lo esclude: facendo della forza produttiva dell’interesse e dell’investimento la sue armi vincenti, il suo massimo punto di forza. Già il termine stesso: “interesse privato” esprime un luogo intensamente accrescitivo di trasformazione del guadagno che da facile diventa illecito e, in tal modo, trascina con sé tutti gli egoismi ad esso connessi e le negatività, le nefandezze implicite o esplicite di attribuzione del denaro con caratteristiche improprie, quasi sempre di natura deprecatoria e iniqua.
Spesso il termine “capitalismo” è seguito da oscuri presentimenti negativi, quali espressioni derivanti da una frattura che, se sta nell’ordine delle cose come iniqua, ne segna certamente una involuzione di segno etico-morale, in funzione di quella sventurata sete di potere e di arrivismo economico che ogni individuo porta in sé, nella sua parte più malvagia e perversa.
In realtà, nella società del postmoderno il dio-denaro divenuto segno distintivo di malaffare e di mercato illecito, ha prodotto solo scompensi e catastrofiche inversioni di accaparramenti illeciti dell’economia planetaria; ha forgiato una società “malata”, priva di scrupoli, compromessa a tal punto da rappresentare un pericolo per le nazioni, poiché va ad inserirsi in un sistema di scambi direzionali difettivi dell’ordinamento etico del mondo.
Il “capitalismo” moderno accoglie in sé il fondamento più deprecabile dell’individuo, in quanto l’istinto perversivo di accaparramento dei beni materiali è divenuto nel tempo sempre più invasivo ed esponenziale dominandone il senso speculativo con mezzi illeciti. I danni che ne derivano sono nell’ordine morale, ma anche di “potere” sugli altri.
La degenerazione del prodotto speculativo inquina e corrode la mente, paralizza le capacità economico-finanziarie di un popolo o nazione, riduce le norme vigenti in mere e improponibili devianze, entro cui il genere umano viene stritolato da un complicatissimo meccanismo che lo ammorba e corrode, in un deterioramento e pervertimento della logica e della coscienza.
La letteratura cinese: alcune nozioni – a cura di Rita Barbieri
In Cina, il carattere con cui si traduce più efficacemente la parola ‘letteratura’ è wen che etimologicamente ha vari significati ma tutti comunicanti l’idea di uno schema che si ripete (come per esempio in un tessuto). Può avere anche il significato di ‘linea, vena, venatura’ e si presenta come la forma visibile del li, il ‘principio’: ciò che sta alla base del mondo.
Il wen era dunque, effettivamente, la chiave di lettura e di interpretazione del mondo: il tramite attraverso cui capire il codice dell’universo e delle sue innumerevoli manifestazioni.
Inoltre, per la sua natura logografica, nellalingua cinese il carattere non solo rappresenta ma è di fatto l’oggetto che indica. In questo senso il wen è espressione del ‘principio’ sottostanteed è proprio per questo che di esso deve parlare: la letteratura deve descrivere l’ordine del mondo, deve rendere manifesto ciò che è implicito e soggiacente.
Il testo (wen) rivela il li presente nel mondo e per questo lo rende comprensibile, di conseguenza la letteratura non può che essere didattica: la Storia, la letteratura non erano una semplice cronaca dei fatti, ma descrivevano e traducevano in parole quello che era (o quello che si voleva far credere fosse) l’ordine ‘naturale’ e giusto delle cose. Per questo motivo ciò che non rientrava nella letteratura ‘corretta’ (ovvero nella corretta interpretazione delle leggi del mondo) veniva messo al bando o, nel peggiore dei casi, messo a rogo: famoso per esempio quello ordinato da Qin Shihuangdi nel 213 a.C., in cui si bruciarono perfino i Classici confuciani.
Continua a leggere l’articolo qui.
È uscito “Un infaticabile poeta palermitano d’oggi: Emanuele Marcuccio”, un saggio di Lorenzo Spurio
Photocity Edizioni ha appena pubblicato Un infaticabile poeta palermitano d’oggi: Emanuele Marcuccio,saggio monografico dello jesino Lorenzo Spurio.
Il saggio di settantasei pagine è stato portato a termine il 2 luglio 2013 e verte sulla produzione edita e inedita di Emanuele Marcuccio, che amplia e rivisita la relazione da Spurio preparata per la recente presentazione dei libri di Marcuccio, tenutasi a Palermo lo scorso 16 giugno, presso la sede unica dell’Associazione Artistica e Culturale “Centro Caterina Lipari” e “Romantic Museum”.
Ricordiamo le opere di Emanuele Marcuccio: «Per una strada» (SBC Edizioni, 2009), poesia; «Pensieri minimi e massime» (Photocity Edizioni, 2012), saggistica/aforismi.
SCHEDA DEL LIBRO
TITOLO: Un infaticabile poeta palermitano d’oggi: Emanuele Marcuccio
AUTORE: Lorenzo Spurio
CURATORE: Lorenzo Spurio
Editing Cover Images: Lorenzo Spurio
EDITORE: Photocity Edizioni
GENERE: Saggi/Critica letteraria
PAGINE: 76
ISBN: 978-88-6682-478-7
COSTO: 8,50 €
Link diretto alla vendita
“Rimbaud, come si difende un mito” di Gianpaolo Furgiuele
Rimbaud come si difende un mito è il titolo di un saggio a cura di Gianpaolo Furgiuele, edito da Fontana di Trevi edizioni, 2013. Dopo essere stato presentato alla Fiera del Libro di Roma,iù Libri, più Liberi, è da oggi nelle librerie.
Il testo affronta alcune delle problematiche e degli scenari socio-letterari che hanno dato vita alla nascita dei cosiddetti poètes maudits. Tra gli altri, il mito di Arthur Rimbaud, nato fuori da qualsiasi ragione letteraria, ha assunto una dimensione simbolica ed estrema, praticamente mitica.
Dietro al fenomeno mitologico non c’è dunque il solo aspetto letterario ma una più vasta serie di fenomeni: cinema, fotografia, teatro, giornalismo, esposizioni. La fascinazione collettiva prodotta dall’industria di massa è il motore che ha permesso al mito Rimbaud, tra realtà e finzione degli eventi, di essere re-interpretato. L’insieme del materiale evidenzia come a partire dal 1871 la produzione culturale nata attorno al poeta contribuì a creare nell’opinione pubblica una vera e propria distorsione della realtà. I numerosi articoli, i saggi, le testimonianze apparse sui maggiori quotidiani francesi del XIX secolo e inizio del XX, imprigionarono il ricordo del poeta in un “limbo”, in uno spazio senza uscita, dove l’unica realtà possibile divenne la contraddizione, l’opposto, il vociferare. Al poeta Rimbaud si preferì l’omosessuale Rimbaud, così come al rivoluzionario del verso si preferì l’esploratore africano. La parola “poesia”, così come quella “poeta”, furono utilizzate quasi come delle esche per poi precipitare in brani, testi e discussioni che con la critica letteraria poco avevano in comune, se non il protagonismo di coloro che si vantavano di aver fatto la conoscenza del giovane ardennese.
Ancora più interessante da notare è che i protagonisti non erano sconosciuti autori ma le firme più autorevoli del tempo; da Théodore de Banville e Philippe Burty, da Émile Blémont a Leon Valade e Paul Bourde, passando per Edmond de Goncourt e Guy de Maupassant; da Armand Silvestre e Anatole France, da Jean Louis Forain a Georges Rodenbach e Edmond Lepelletier.
Il testo contiene la traduzione di articoli di giornali, corrispondenza e brani d’epoca mai presentati al pubblico italiano. In evidenza è il contributo degli autori cosiddetti minori, alcuni dei quali sconosciuti in Italia poiché ancora non tradotti, oppure dimenticati ma grazie ai quali è stato possibile ricostruire lo scenario in cui prese forma la nascita di questo mito.
Conclude il brano un’intervista inedita allo scrittore francese Pierre Michon.
Gianpaolo Furgiuele è nato a Cosenza nel 1981. Laureato all’università La Sapienza sotto la direzione di Giuseppe Scaraffia con una tesi sulla nascita del mito Rimbaud, vive in Francia, dove insegna italiano e dove ha in corso un dottorato di ricerca in letteratura francese all’Università di Lille/Paris X. Si occupa di Malédiction littéraire nel XIX e Xx secolo e tra gli altri ambiti di ricerca ci sono anche quelli relativi agli immaginari sociali e letterari.. Tra gli altri testi pubblicati: Tempo imperfetto (Roma 2007, con la prefazione della poetessa Gabriella Sica) e Altri Cieli (Roma 2011). E’ tra i redattori di Q, quadrimestrale di cultura. Ha scritto su Stilos, Capoverso ed altri.



