Il rapporto tra futurismo e fascismo nelli’nteressante saggio di Max Ponte
E. Marcuccio sull’antologia “Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà” edita da PoetiKanten Edizioni
Stile Euterpe vol. 1
Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà
Curato da Martino Ciano
PoetiKanten Edizioni, 2015
Recensione di Emanuele Marcuccio
Opera singolare nel panorama editoriale questa antologia poetico-narrativo-saggistica, ispirata e in omaggio all’opera letteraria e alla figura di Leonardo Sciascia (1923-1989); scrittore, drammaturgo, saggista e poeta, “sommo inquieto prosator/ dei nostri mali” (come lo definisco a p. 11); il “Cronista di scomode realtà”, come felicemente è definito nel sottotitolo dal curatore Martino Ciano.
Dopo una prefazione a firma del noto critico e poeta Nazario Pardini, l’opera si apre con una scelta di dodici liriche di altrettanti poeti che, dalla Sicilia al nord della nostra penisola si ispirano ai temi sciasciani, soprattutto a quello dell’omertà, tratteggiato nel suo racconto-inchiesta più celebre, Il giorno della civetta (1961); dove la civetta diviene metafora delle azioni criminose della mafia, compiute in pieno giorno perché complice l’omertoso silenzio degli “ominicchi” e dei “quaquaraquà”, riprendendo la curiosa disamina sull’umanità, tracciata da don Mariano Arena.
Tra le dodici poesie, segnalo quella della veneta Michela Zanarella, che in ventiquattro versi offre al lettore una sintesi dell’opera sciasciana, “dal giorno della civetta/ alla scomparsa di Majorana”, per terminare con le Favole della dittatura, “dove il cane abbaia alla luna/ e l’usignolo è muto per paura”
(p. 21).
Stupisce la rivisitazione sciasciana della toscana Luisa Bolleri, nel suo breve racconto “Terminal Recanati” (p. 62), ambientato in Sicilia e dove l’autista di un pullman è in combutta con uno scippatore, il quale uccide le due turiste che gli oppongono resistenza. Così, quando salgono i due carabinieri sul mezzo per le indagini di rito, sembra di rivivere quasi la stessa atmosfera omertosa che si respira nelle pagine incipitarie de Il giorno della civetta.
Da segnalare anche il breve racconto, “La memoria dei morti per il pane” (p. 57) del palermitano Francesco Paolo Catanzaro, dove in quel “rompendosi la testa” esplicitario, il lettore attento certamente ricorderà il “mi ci romperò la testa” del capitano Bellodi alla fine de Il giorno della civetta.
Il libro poi si chiude con tre saggi di approfondimento all’opera letteraria di Leonardo Sciascia, tra i quali, degno di nota è l’ultimo, del marchigiano Lorenzo Spurio che ci presenta la sua lettura critica delle cosiddette opere minori di Sciascia: La Sicilia, il suo cuore e Favole della dittatura, le due uniche sillogi poetiche e presentate da Spurio non come opere minori ma come prodromico banco di prova alle opere narrative successive.
Emanuele Marcuccio
Palermo, 21 marzo 2015
Federico Garcia Lorca. Mistero, amore e morte
Su F.G. Lorca
Il verbale di Giuria del I Premio di Letteratura “Ponte Vecchio”

I PREMIO DI LETTERATURA “PONTE VECCHIO”
VERBALE DI GIURIA
La Giuria del I Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” presieduta da Lorenzo Spurio in unione con il presidente del premio, Marzia Carocci, e composta dai seguenti giurati:
Sez. A – Poesia – Sandra Carresi, Michela Zanarella, Annamaria Pecoraro e i due presidenti
Sez. B – Racconto breve – Luisa Bolleri, Susanna Polimanti, Martino Ciano Iuri Lombardi, Giuseppe Bonaccorso e i due presidenti
Sez. C – Saggio breve/Articolo – Jacopo Chiostri, Fabio Fratini, Francesco Martillotto, Rita Barbieri e i due presidenti
dopo lunga e attenta opera di lettura e valutazione dei tanti materiali arrivati da ogni regione italiana per le tre sezioni, ha deciso di conferire i seguenti premi e riconoscimenti.
SEZIONE A – POESIA
Vincitori assoluti
1° PREMIO NADIA DE STEFANO con la poesia “A mia madre”
2° PREMIO ROBERTO RAGAZZI con la poesia “Una lunga notte d’inverno”
3° PREMIO EX-AEQUO LUCIANO GENTILETTI con la poesia “Li giochi moderni”
3° PREMIO EX-AEQUO MARIA TERESA PIERI con la poesia “Mi faccio bastare”
Menzioni d’onore
CLAUDIA MAGNASCO con la poesia “Madre”
MARIA CARMELA DETTORI con la poesia “Laura (Francesca Wronoski)”
PATRIZIA SOCCI con la poesia “Alle Giubbe Rosse”
ROBERTO BORGHETTI con la poesia “Luci su Gaza dove sei già nata”
STEFANIA PELLEGRINI con la poesia “Amàli”
Segnalazioni
ANTONELLA SANTORO con la poesia “Ago”
ANTONIO CIRILLO con la poesia “Fiore reciso”
ANTONIO COVINO con la poesia “’Na stella”
BARTOLOMEO BELLANOVA con la poesia “Cenere”
BRUNO BINI con la poesia “La casa di Peter Pan”
GIANNI DI GIORGIO con la poesia “Canto di capinera”
GIUSEPPE GAMBINI con la poesia “Mondo silente”
LUCIA BONANNI con la poesia “Chi”
NUNZIO BUONO con la poesia “Appartenenza”
Premi speciali
PREMIO SPEC. PER LA POESIA IN DIALETTO – MAURO MARCHESOTTI con la poesia “Ul me laagh”
PREMIO SPEC. PER LA POESIA SU FIRENZE – EUGENIO BORGIOLI con la poesia “Gli angeli del fango”
PREMIO SPEC. PER LA POESIA CIVILE – LAURA MANAO con la poesia “Non muore mai un poeta”
PREMIO DEL PRESIDENTE DI GIURIA – GAETANO CATALANI con la poesia “Il tarlo”
PREMIO DEL PRESIDENTE DEL PREMIO – EGIZIA VENTURI con la poesia “La ragazza sui gradini”
PREMIO ALLA CARRIERA POETICA (fuori concorso) – NAZARIO PARDINI
PREMIO PER L’IMPEGNO SOCIALE IN LETTERATURA (fuori concorso) – PINA PICCOLO
SEZIONE B – RACCONTO BREVE
Vincitori assoluti
1° PREMIO MARCO BERTOLI con il racconto “Dita”
2° PREMIO MAURIZIO MARI con il racconto “Lungo ritorno a casa”
3° PREMIO EX-AEQUO ANTONELLA CONCETTI con il racconto “Annina”
3° PREMIO EX-AEQUO MARCO CAPUTI con il racconto “La micia e il gabbiano”
3° PREMIO EX-AEQUO BRUNO CONFORTINI con il racconto “Sarebbe bello, sarebbe estate”
Menzioni d’Onore
ALESSANDRA POZZI con il racconto “Adele”
RENATA MARIA LUCARELLI con il racconto “Il cuore ovunque”
ROBERTA SELAN con il racconto “Il ricordo dei sensi”
STEFANO GAMBACURTA con il racconto “L’arancia”
STEFANO RIZZI con il racconto “Caligine”
VINCENZO MELINO con il racconto “Il merlo inquieto”
Segnalazioni
ALESSANDRO ZAPPULLI con il racconto “Blitz”
CINZIA VITELLO con il racconto “Cristina. Una nota di bellezza”
ISMAELA CAPECCHI con il racconto “Il muretto”
KATIUSCIA NARDINI con il racconto “Due mesi”
MANOLA FREDIANI con il racconto “Gabbiani malati”
VALENTINA GERINI con il racconto “Storie da supermercato – La vigilia di Natale”
VALENTINA TORRINI con il racconto “L’ultimo caso”
Premi speciali
PREMIO ALLA CARRIERA NARRATIVA (FUORI CONC.) SUSANNA TAMARO
SEZIONE C – SAGGIO BREVE/ARTICOLO
Vincitori assoluti
1° PREMIO RAFFAELE GUADAGNIN con il saggio “In questo Purgatorio de L’Inferno…”
2° PREMIO FRANCESCA LUZZIO con il saggio “I comportamenti possibili”
3° PREMIO EX-AEQUO DONATELLA MARCHESE con il saggio “Lezioni di concretezza”
3° PREMIO EX-AEQUO GIOVANNI GALLI con il saggio “Beppe Mariano, l’inesorabile rivincita”
Segnalazioni
ALICE CANDON con il saggio “L’indelebile dicotomia umana”
ELENA TRAINA con il saggio “Il gioco di scrivere”
FRANCESCA SANTUCCI con il saggio “Amalia Liana in arte Liala”
RAFFAELLE ROVINELLI con il saggio “S. sulla novella ‘La patente’ “
Premi speciali
PREMIO ALLA CARRIERA SAGGISTICA (fuori concorso) – SIMONE VENTURINI
Consistenza dei Premi
Come indicato dal bando di partecipazione al concorso i Premi consisteranno in:
1° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e 100€
2° Premio di ciascuna sezione: Targa, diploma con motivazione della Giuria e libri
3° Premio di ciascuna sezione: Targa e diploma con motivazione della Giuria.
La Giuria in conformità di quanto espresso nel regolamento del concorso ha deciso di attribuire altri premi di varia classe che consisteranno in:
Menzioni d’Onore: Coppa e diploma con motivazione della Giuria
Segnalazioni: Diploma con motivazioni della Giuria
Premi Speciali: Targa e diploma con motivazione della Giuria
Pubblicazione in antologia
Tutti i testi dei Vincitori Assoluti, dei Menzionati, dei Segnalati e dei Premi Speciali verranno pubblicati in antologia. Per i vincitori Assoluti e i Menzionati il proprio testo sarà corredato dalla motivazione della Giuria del conferimento del Premio e da una nota biobibliografica di massimo 5 righe Times New Roman che il partecipante dovrà inviare entro e non oltre il 10 febbraio a premiopontevecchio@gmail.com Per coloro che non la invieranno entro la data indicata, la nota biobibliografica non sarà pubblicata in antologia.
Per i segnalati sarà accompagnata solamente della motivazione della Giuria e per i pubblicati semplici (vedi sotto) si darà pubblicazione solo del loro testo di partecipazione.
La commissione di Giuria, data la grandissima partecipazione al Premio, ha inoltre deciso di provvedere a pubblicare altri testi meritevoli in antologia. Essi sono:
POESIA ANNAMARIA STROPPIANA DALZINI “Giramondo”
POESIA ANTONIO BICCHIERRI “Poetare”
POESIA ANTONIO COVINO “E ffeneste”
POESIA BARTOLOMEO BELLANOVA “Fucilatemi”
POESIA CLAUDIA PICCINI “Se vuoi”
POESIA FRANCA BENI “Stasera non parliamo”
POESIA GIANNI DI GIORGIO “Sfiorare con le dita”
POESIA GIUSEPPE GAMBINI “Il nuovo viaggio”
POESIA LUCIANO GENTILETTI “Chissà perché”
POESIA LUCIANO GENTILETTI “La scampagnata”
POESIA MARIA CARMELA DETTORI “Fotogramma”
POESIA MARIA GRAZIA TOMASSINI “Fanno dolore i sogni”
POESIA MARINELLA PAOLETTI “La tempesta”
POESIA NADIA DE STEFANO “Una volta, mille ancora”
POESIA NADIA DE STEFANO “Di sostanza effimera”
POESIA NUNZIO BUONO “Luoghi non detti”
POESIA PATRIZIA SOCCI “La mia vita”
RACCONTO ALESSANDRO MARZETTI “L’apertura”
RACCONTO ALFREDO SANT’ANGELO “Primavera del ‘43”
RACCONTO ANNA FERRARI SCOTT “Viaggio di nozze”
RACCONTO ANTONIO FRAGAPANE “Cinquantasette”
RACCONTO CRISTINA TONELLI “Vita per vita”
RACCONTO ENZO QUARANTA “Il caffè”
RACCONTO GABRIELLA BAMPO “Il viaggio”
RACCONTO GIANFRANCO IOVINO “Lì”
RACCONTO LAURA POLETTI “Da una panchina”
RACCONTO SIMONE ROCCHI “Custodi silenziosi”
Ritiro dei Premi
Come indicato al punto 11 del regolamento i vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dagli enti organizzatori per future edizioni del Premio.
Stessa cosa è da intendersi per coloro che hanno ottenuto una Menzione d’Onore, una segnalazione o un Premio Speciale.
I pubblicati semplici in antologia potranno, qualora ne facciano richiesta e siano presenti alla Cerimonia di premiazione, richiedere l’attestato di partecipazione.
Si ricorda, inoltre, che l’antologia del concorso sarà disponibile all’acquisto il giorno della cerimonia di Premiazione. Il ricavato derivante dalla vendita della stessa verrà donato in beneficenza alla Fondazione Meyer di Firenze e verrà data comunicazione del versamento fatto a tutti i partecipanti dopo la Cerimonia di premiazione.
Ultime informative
La cerimonia di Premiazione si terrà sabato 14 marzo a partire dalle ore 17:30 a Firenze presso la Sala Congressi denominata Sala Firenze del Grand Hotel Adriatico situato in Via Maso Finiguerra 9.
L’evento, che è liberamente aperto al pubblico e al quale sarà possibile portare parenti ed amici, sarà allietato dall’arpista Giulia Petrioli.
Tutti i vincitori, i menzionati, i segnalati e i vincitori dei Premi speciali sono tenuti a confermare o meno la loro presenza a mezzo mail entro e non oltre il 4 marzo p.v.
Lorenzo Spurio Marzia Carocci
Presidente di Giuria Presidente del Premio
Firenze, lì 4 Febbraio 2015
Per info:
Ninnj Di Stefano Busà a 360° sul concetto di amore
L’AMORE COS’E’? 2° puntata dopo il mio articolo l’AMORE S’IMPARA che molti di voi avranno perso di leggere…
Parlare d’amore è fuori moda in questi tempi sterili, disagiati, fortemente impregnati di egoismo, di vigliaccheria, di miserie umane. Vuoti a perdere noi umani, in questa gazzarre di pornografia, di mostruosi edifici del sesso, di scambi interplanetari di rapporti inquinati, inquietanti: virtuosismi fuori misura (li definisco). Dio! Penserete questa ci viene a parlare di SENTIMENTI…ora, qui…Ebbene sì, vi dichiaro la mia convinzione che solo l’Amore potrà salvare il mondo, vi assicuro che non è nemmeno la Bellezza come disse uno dei grandi. L’amore è una palestra, una scuola di vita, qualcosa che ci arricchisce e ci consegna in parte all’immortalità. Chi ama ed è amato non muore.
Purtroppo, per il genere umano, non tutti lo sanno fare. Vi è una discrasia ad amare che è pari alla intolleranza tra i generi. Qui, non vi sto parlando di surrogati, di accoppiata di corpi, questa è assolutamente bandita dal tema trattato. Vi parlo di armonia tra anime, vi parlo di sentimenti che nulla hanno a che fare con la lussuria del sesso, della carne, con la strabiliante quanto insignificante didascalia dell’amore. Ma attenzione, non vi sto dicendo di escludere tout court questa esigenza, vi sto invece affermando che bisogna distinguere le due cose: l’individuo è fatto di carne e di spirito ed è a quest’ultimo che mi riferisco. Amare veramente è una materia difficile. E’ come una “laurea” non vi pervengono tutti, perché bisogna frequentare una scuola del cuore altamente sensibile alla Verità. Si tratta di un sentimento che non è accessibile ai più, bisogna imparare, imparare e imparare, essere nella forma e nella sostanza dell’oggetto d’amare. Il territorio che ci si para davanti è immenso, impenetrabile, fondo, da dare le vertigini. Si tratta di un abisso inesplorato dove la visuale è zero, per raggiungere la dimensione prefissa occorre camminare molto, fare tanta strada, bisogna superare vette altissime e dirupi, e sprofondare in tenebre che hanno dopo di loro “la luce”.
Purtroppo, la facoltà di amare, la necessità di un procedimento psicologico di crescita, di condivisione con l’altro di noi, di affiatamento con qualcuno che ci affianca, ci accompagna, o vive con noi, è una capacità attitudinale non naturale che non tutti possiedono.
Amare, poi è una cosa talmente difficile, così, rara e portentosa da divenire col tempo un privilegio, qualcosa che abbiamo o non abbiamo, quasi facente parte del DNA di appartenenza.
E non è escluso che si scopra nel tempo, che l’amore è un enzima, magari una sorta di ormone. E’ stato accertato che è un procedimento chimico all’inizio nella fase dell’innamoramento, ma credo che proseguendo nelle indagini si possa pervenire ad un altro fattore osmotico che prevede la conoscenza della materia trattata nei suoi minimi dettagli. Di recente hanno scoperto che l’innamoramento porta un’accelerazione e un aumento della melatonina: un ormone che si trova nel nostro sistema organico e che sovraintende alla scelta della persona di cui ci si innamora. Perché non potrebbe essere altrettanto anche in Amore? E non solo nell’accoppiamento sessuale?
Vi sono meccanismi oscuri che ci dominano, complicatissimi filamenti, accessi o collegamenti più o meno palesi che ci fanno essere diversi gli uni dagli altri, dentro un patrimonio genetico, all’interno di un tessuto umano, spirituale, morale, affettivo, logico, emozionale, che è difficilissimo da comprendere e altrettanto impossibile gestire, far confluire, armonizzare a nostro piacimento.
La parte più intima del nostro generatore intellettuale, la massa intellettiva del nostro cervello, quella più profonda, deputata ai sentimenti, al raggiungimento della felicità accanto ad un altro essere umano è quella più difficile da gestire. Ritengo perciò che sia sempre una crescita intellettiva, qualcosa che mettiamo in gioco quando siamo più responsabili, più maturi interiormente.
Cresce con noi, di pari passo, o non ci sfiorerà mai, se non l’aiutiamo a venir fuori, divenendo un tutt’uno con la nostra capacità di amare, all’interno di un sistema interiore di condivisioni e di rapporti interpersonali difficilissimi da comprendere, ma ancora più difficile da realizzare. Il successo o l’insuccesso dipendono da molte ragioni, non ultimo l’ambiente in cui siamo vissuti fino a quel momento, le crisi che ci hanno attraversato, le esperienze devastanti o felici che ci hanno fatto crescere o degenerare in atteggiamenti di difesa, di chiusura, di egoismi, di assuefazioni, di rifiuto.
Non vi è al mondo materia più difficile e più maledettamente imponderabile e incomprensibile della mente umana.
Dentro di noi è come se coabitassero mille persone diverse: una miriade di suggestioni, di atteggiamenti, di reazioni, di suggestioni, di emozioni, alle quali bisogna aggiungere, di necessità, anche il passato delle persone che ci hanno accompagnato, che ci sono vissuti a fianco dall’infanzia fino alla maggiore età: più esattamente e presumibilmente genitori, parenti, figli, fratelli, sorelle, amiche. E’ come se, vivendoci accanto, ci lasciassero dei segni, delle escoriazioni, delle ferite, oppure ci orientassero più felicemente ad intuire le regole dell’amore, ce ne indicassero gli orientamenti, o più in generale c’insegnassero a saper cogliere l’AMORE con la Maiuscola, quello vero, profondo, autentico, non distruttivo, non infelice e arido, non devastante e paranoico, non instabile e nevrastenico. SEMPLICEMENTE L’AMORE.
Ma anche a saperlo individuare non è facile, come non lo è saperlo gestire, farlo crescere e progredire… Occorrono, senza ombra di dubbio, intelligenza, dosi massicce di autoconsapevolezza, di autocontrollo, di equilibrio. Non è facile per nessuno amare e restare con lo stesso indice di gradimento per sempre. Intervengono fattori esterni, estranei al sentimento, che demoliscono ogni giorno le certezze, rimuovono la stima, deludono, irritano. Non si può essere sempre come rocce adamantine dentro un mare in tempesta, vi sono momenti oscuri, esigenze diverse, tempi diversi e diversi modi di sentire lo stesso sentimento, che ci deviano, ci confondono. Ma basta essere maturi, cresciuti nell’orbita di un sentire che non vuole a nessun costo giungere a situazioni irreversibili, avere il privilegio della logica, della comune ragionevolezza, per non arrivare a passi estremi di autolesionismo e di intolleranza.
Saper riportare tutto nella normalità, di un percorso comune, adulto, ragionato, educato alla tolleranza, alla comprensione, duttile, per poter progredire, crescere, perdonare, vedere le cose attraverso lenti bifocali di autodisciplina e cultura interiore, che è diversa da quella della preparazione dei corsi di studio. Questo è un metodo, una conoscenza di anime. Qui parliamo di morale e della coscienza dell’essere. Si possono avere, in tal senso, due lauree ed essere analfabeta in -amore- analfabeta in tatto, in comportamento. in educazione, meritare zero in disciplina morale e in sinergia intellettuale.
Tutto ciò è delle menti eccelse, non per comuni mortali (ci sussurriamo all’orecchio) invece non è così. Chiunque può accedere alla grazia di un Amore grande, basta non lasciarsi condizionare da fatti estranei, da esperienze che se hanno segnato i genitori, i fratelli, gli amici, non è detto che debbano coinvolgere e travolgere anche noi. Bisogna avere la mente lucida, iperattiva, in grado di discernere il bene dal male autonomamente e sapersi dire, ogni giorno, davanti allo specchio: io sono un essere razionale, ho un indice di media intelligenza, non voglio essere plagiata o suggestionata da chicchessia, voglio agire da solo, voglio sbagliare o avere esperienze autonome che mi fanno crescere, senza implodere in me stesso come un allocco.
Questo dovete fare cari amici e amiche. Ognuna delle esperienze di chi ci è stato vicino ha invece seminato zizzania nei nostri cuori, ha eluso la nostra sorveglianza intellettiva, ci ha condizionato, ha lasciato un segno, una traccia dentro di noi, ha manomesso la parte più delicata del nostro sentire, generando nei meandri più oscuri della coscienza una sorta di allarme, una specie di (in)compatibilità col mondo esterno, con l’altrui.
Mi spiego meglio: nessuno di noi vive solo, isolato in cima all’Everest, indipendentemente dall’amore o dall’affinità con l’altrui, siamo tutti legati gli uni agli altri, in una catena di sentimenti più o meno falsati, più o meno contraddittori, conflittuali con il nostro prossimo: ambienti lavorativi, rapporti interpersonali con colleghi, amici, vicini, viaggi, le nostre professioni ci portano ad intrecciare volenti o nolenti rapporti con il prossimo.
Può capitare che la persona che ci viva accanto lasci involontariamente dentro di noi un segno indelebile che non si cancellerà mai più. I genitori ad es. che sono stati i primi protagonisti della vita precedente vissuta in famiglia, hanno lavorato nel nostro subconscio quanto non osiamo neppure supporre. Il loro esempio nell’età giovanile, o nei primi anni di vita, quando la coscienza non è adulta, ma è virtualmente recettiva, fattibile, plasmabile, ondivaga, può essere determinante per una soluzione felice da parte di chi ha vissuto serenamente l’ambiente familiare, ma può anche essere un disastro per l’infelice adolescente che diventando uomo o donna si trovi sbalzato fuori, senza avere potuto imparare nulla. Si, amici, avete capito bene. L’amore s’impara, come a scuola la lezione di latino. Nulla si deve lasciare al caso e chi è analfabeta o non ha frequentato lezioni non può essere il primo della classe, perché gli manca il nozionismo atto a fargli scattare l’intelligenza, gli è del tutto estraneo o assente il meccanismo di penetrazione, di discernimento, di articolazione del bene e del male, in poche parole, tutta quella complessa struttura abilitata ad apprendere la cultura dell’amore, proprio come si apprendono le nozioni, le regole della matematica, delle lingue straniere, della fisica.
La serenità vissuta accanto può essere determinante nel suo sistema di crescita e può pregiudicare tutto l’impianto psicologico del bambino, che sarà il futuro adulto.
Per l’infelicità, poi ci serviamo da soli. Quando abbiamo vissuto carenze di affetti devastanti, quando abbiamo dovuto superare solitudine, incubi notturni, castighi immeritati, esperienze choc, che ci lasciano defraudati dall’enzima amore, al resto pensiamo con la nostra carica di crudeltà, d’indifferenza, di egoismo, di cattiveria. Ma davvero vogliamo peggiorare le situazioni? Se appuriamo che, qualcosa non va nel nostro organismo, andiamo dal dottore, se qualcosa non va nella nostra sensibilità, nel nostro organico sentimentale, siamo tentati di guarire da soli. No. bisogna lasciarsi aiutare, perché il cervello, l’anima, lo spirito sono di gran lunga la materia più difficile in assoluto, da controllare, da curare per non rimanere coinvolti in una infelicità complessiva, devastante per se stessi e per gli altri.
NINNJ DI STEFANO BUSA’
LEONARDO SCIASCIA – Cronista di Scomode Realtà
L’antologia Stile Euterpe vol. 1 “Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà” è stata pubblicata!
STILE EUTERPE VOL. 1 – LEONARDO SCIASCIA
Finalmente mi sono giunte a casa le copie del volume dove ho avuto l’onore di essere inserito con un mio racconto, ispirato ai racconti “Gli Zii di Sicilia” del Giornalista Leonardo Sciascia. Il Libro è provvisto anche di un Qcode, che vi riporto qui sotto. Il Volume costa 10€ Comprende 12 Poesie, 9 Racconti, 3 Saggi per 122 Pagine, ISBN 9788894038859
“Seguendo lo stile della rivista Euterpe, è nata l’idea di un volume che riunisse tutte le forme di letteratura: la poesia, il racconto e il saggio, ispirate dall’attività, dalle opere e dalla vita dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia. Il 1989, anno della morte dello scrittore, sancisce il declino di una letteratura narrativa urlante contro il malaffare, che aveva contribuito a far implodere in questo modo un vado di Pandora pieno di omertà.
La redazione della rivista ha voluto ridare voce a…
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Lorenzo Spurio: riflessioni di un autore “eretico”. Intervista di Iuri Lombardi
Intervista a cura di IURI LOMBARDI
pubblicata nel libro “L’apostolo dell’eresia”, Faligi Editore, Aosta, 2014.
Lorenzo, tu sei un critico letterario e uno scrittore di racconti, uno studioso delle lettere e, per chi ti conosce, lasciatelo dire, un interventista; nel senso che vivi la letteratura in tutte le sue forme possibili, al punto di organizzare eventi che vanno da presentazioni a concorsi letterari, ora secondo te, prendendo in considerazione le tue due attività: qual è quella che maggiormente ti coinvolge?
I miei due ambiti di scrittura, che come tu dici sono essenzialmente quelli che mi vedono da una parte critico letterario e dall’altro scrittore, sono quanto mai differenti tra loro per intenzioni, forme espressive e finalità. Questo, però, non significa che siano antitetici o, per dirla in parole più semplici, che uno scrittore debba/possa essere soltanto un romanziere. Egli può essere anche un poeta, un critico o un saggista (la differenza tra critico e saggista è per lo più una sfumatura, ma significativa al tempo stesso). Il critico fa essenzialmente qualcosa di più dello scrittore perché è in grado di calarsi in una dimensione (de)soggetivizzata (che anche nel romanzo è possibile adottare, ma non a questo livello), assumendo una prospettiva tendenzialmente neutra e asettica scevra da intenzioni di sorta. In questa luce il critico non giudica, ma osserva, non descrive ma analizza, non spiega ma interpreta. E la differenza tra le varie antinomie citate non è minima, ma è sostanziale.
Non è solo una questione di linguaggio, di tecnica o di conoscenza della storia della critica letteraria di un determinato periodo che permette di definire uno scrittore come critico, ma anche e soprattutto una sua certa predisposizione nel sapersi allontanare dal concreto per vederlo da distante prima con un cannocchiale e via via sempre più vicino fino a sondarne minuzie, dettagli e quello che è l’ordito di un testo. Il critico non colloquia con i personaggi di un romanzo, ma li de-struttura, li smonta, li viviseziona e li interpreta alla luce della storia, dello spazio, della società, etc.
Quanto alla tua domanda posso dire che a livello di coinvolgimento probabilmente è la narrativa che mi dà maggiori possibilità e realizzazioni, perché sono io a creare un personaggio, ad animarlo e magari a decretarne la sua tragedia come un invisibile burattinaio. La scrittura di un saggio, al contrario, non nasce da una volontà di rappresentazione, re-creazione (e magari mistificazione) di una vicenda, ma dal desiderio di carpire il legame tra significato e significante, tra la parola scritta e i concetti, per un approfondimento tematico, concettuale, monografico dove la penna finisce per essere penna e diventa bisturi.
Che salute gode oggi la critica letteraria – intendo quella avanguardistica e non settoriale o accademica?
Per critica letteraria “avanguardistica” credo tu voglia intendere non tanto quella che fa riferimento a scuole di pensiero particolari, a tendenze di un certo tipo, ma un tipo di critica che nasce piuttosto come forma d’espressione legata al singolo che adotta un certo tipo di studio e di approfondimento su certi autori o tematiche in particolare. Quello che mi sento di dire a riguardo è che i più grandi critici italiani del ‘900 vengono principalmente ricordati e menzionati nei manuali di storia della letteratura non in quanto critici, ma in quanto esponenti di altri generi letterari che possono essere ad esempio la poesia o la narrativa. Leonardo Sciascia, ad esempio, oltre che romanziere, fu un ottimo saggista e microfono del sistema di malaffare e corruzione radicato nelle terre di Sicilia che pure trattò nei romanzi (Il giorno della civetta, per fare un esempio concreto); Italo Calvino a suo modo in una serie di saggi trattò le problematiche legate alla speculazione edilizia e alla cementificazione ed esempi di questo tipo se ne potrebbero fare a decine. I due autori restano però principalmente noti per una serie di scritti di fiction e non di critica vera e propria. A questo punto si potrebbe parlare di come e quanto la società con le sue problematiche e deficienze ispiri o abbia ispirato certi scrittori e quanto il tema sociale, l’impegno civile, sia importante, ma per ritornare alla tua domanda devo osservare che la critica, per quanto possa risultare disturbativo ai più, è uno dei generi fondanti del sapere letterario che viene tenuto di poco conto e viene spesso stigmatizzato. Esistono ottimi critici che si sono occupati con serietà ed acume ad alcuni autori/fasi letterarie arricchendo notevolmente le pagine della nostra letteratura, ma l’opinione che domina oggi è quella di considerare il critico principalmente quello che scrive in un qualche quotidiano una striminzita mezza colonna su un libro appena uscito dando un giudizio per lo più scialbo e slavato. Reputo importantissime, invece, qualora vengano curate con attenzione e con profonda conoscenza del testo/autore, le note preliminari ai testi, i commenti critici, le prefazioni e tutto quello che solitamente possiamo catalogare sotto “apparato critico”. Esso, lungi dall’essere uno strumento che vuole mostrarsi pedante, tecnico e apparentemente inutile, è uno strumento importantissimo ed essenziale per fornire una lettura di quello che ci si appresta a leggere. Perché va ricordato che quello che il critico scrive, attesta, dichiara, verga sulla carta, non è la verità assoluta alla quale bisogna assoggettarsi, ma semplicemente un commento che, pur evitando soggettivismi, implicazioni amicali/sentimentali, forze empatiche, è una interpretazione di quello che ha letto e analizzato secondo il suo bagaglio culturale e la sua particolare prospettiva. È stupido oggi fare una cosa che è stata fatta per troppo tempo nel passato, anche vicino, cioè quella di cercare di inserire il critico per la sua impostazione, tendenza, formalismo, cliché all’interno di una particolare branca o sezione della critica perché questo è un procedimento insulso, illiberale e del tutto inaccettabile che non rispetta la dignità del singolo.
In secondo luogo, ma non per ordine di importanza, si diceva prima che tu sei anche un narratore e hai avuto la possibilità di cimentarti nel genere del racconto (con non poche polemiche da parte dei moralisti), ora secondo te: che importanza ha il racconto nel panorama delle lettere italiane? E perché non hai sentito l’esigenza di un romanzo almeno sino ad adesso?
Ho avuto varie occasioni per parlare del racconto come genere sottolineando un certo timore e incomprensione per come venga considerato nel Belpaese dove sostanzialmente è assimilabile a letteratura di serie B, se non addirittura di serie C. Sulla condanna alla poca fortuna (e poco rispetto, aggiungerei) del racconto in Italia va subito detto che non è dovuto, neppur lontanamente (e chi lo sostiene è un ignorante o fa una analisi semplicistica)- alla mancanza di validi propugnatori e utilizzatori di questo genere: si pensi a Buzzati, Calvino, Sciascia, Camilleri (i cui romanzi brevi possono a ragione esser definiti anche racconti, quelli che nel gergo inglese sono short story o novellas). Questo per scartare dunque la prima falsa ipotesi che vede nella letteratura italiana principalmente un esercito di romanzieri con poche espressioni di narrativa breve. Le ragioni per cui il racconto come genere non ha mai attecchito nel panorama della scrittura in Italia a mio modo di vedere non è tanto legato con le preferenze della massa di lettori, ma piuttosto con quella del monopolio del romanzo attuato da sempre da parte dei marchi editoriali, famosi o non che siano. Si riconosce nel romanzo una maggiore professionalità nella scrittura, una più chiara ed esaustiva elaborazione del plot e dei personaggi, un artificio letterario impareggiabile, un’orchestrazione delle vicende più complessa con trame secondarie, storie collaterali che si intrecciano e dunque un prodotto finale più appetibile, ricco e interessante. Ovviamente tutto questo può essere (ed è) presente anche nel racconto.
Il racconto non è un romanzo in miniatura, né il romanzo è un’estensione di un racconto: i due generi pur affini hanno caratteristiche completamente diverse. Il racconto –o per lo meno questo è come la penso io- ha i suoi punti di forza nella freschezza del linguaggio, nella sintesi, nell’inconsapevolezza degli eventi che si descrivono e in questa brevità (che si badi non è sinonimo di semplicità perché sa che la grande capacità scrittoria del narratore è in grado di far capovolgere la storia anche con due misere righe, piuttosto che con interi capitoli di centinaia di pagine l’uno. Il racconto è stato visto come una forma espressiva incompleta, poco organizzata e curata, come una sorta di esperimento letterario, ma in realtà non è così e questo è dimostrato dal fatto che all’estero, dove addirittura è il genere prediletto o se lo contende con il romanzo (si pensi all’Inghilterra e ai paesi anglofoni) i più celebri scrittori di racconti (Patricia Highsmith, Flannery O’Connor, Raymond Carver e il recente premio Nobel per la letteratura Alice Munro) hanno sì sperimentato anche il romanzo, ma restano celebri perché “masters of short stories”.
La seconda domanda che mi fai, dunque, potrebbe essere risposta con le varie cose a cui ho accennato: non è detto che chi ha scritto dei racconti o ha esordito la sua carriera letteraria con questo genere evolva poi nel romanzo (e secondo me non si può neppure parlare di evoluzione perché il passaggio dal racconto al romanzo non è da intendere come miglioramento o sviluppo delle conoscenze). Essi sono due mondi a parte ed è quanto mai ridicolo e riduttivo sostenere che il racconto sia qualcosa di inferiore al romanzo.

Una delle tue raccolte di racconti, La cucina arancione (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013), ha destato molto scandalo, in parte è stata censurata, per le tematiche che affrontano i singoli racconti: ora in relazione a questo, per te la letteratura oggi che ruolo ha? In altre parole, può essere ancora un’arte di intrattenimento o deve essere altro? Parlo di una letteratura di denuncia ad esempio.
La cucina arancione come giustamente osservi è una raccolta di racconti pubblicata quest’anno e che ha generato qualche iniziale malumore non tanto per come i temi vengono proposti, ma per i temi stessi. La raccolta fornisce un’analisi ampia di personaggi che si trovano alle prese con delle problematiche di varia natura (patologie, manie, perversioni) che mettono in luce delle esistenze disagiate e minacciate dal gruppo umano nelle quali sono inserite. Sono personaggi che spesso sono privi di una dimensione affettiva, familiare ed amicale, ma il messaggio che intendo mandare non è allarmistico e non è che si diventa pericolosi per sé e per gli altri nel momento in cui si diventa soli ed emarginati. Il procedimento è piuttosto il contrario e lo sguardo, anche se sembra essere puntato principalmente su queste esistenze che convivono (o addirittura sopravvivono alle loro difficili anomalie mentali e psicologiche), in realtà è puntato sulla società, sulla massa, sul gruppo umano, su quel senso di comunità che dovrebbe eleggere a suoi fondamenti l’amore verso l’altro, il perseguimento della fratellanza, la condivisione e la certezza nel sistema giudiziario a garanzia del bene comune. Il libro non critica né giudica la società, ma la osserva con attenzione da distante, ne sbircia il funzionamento, senza stigmatizzare i comportamenti umani perché se questi sono di una certa natura hanno di certo un legame alla società e al suo grado di progresso. Non sempre, infatti, quelle che crediamo essere delle realtà progredite ed evolute dal punto di vista economico e culturale (la presenza di biblioteche e università consentono di definire un paese una realtà culturale?) lo sono a livello umano, solidaristico, umanitario. Raramente. Il libro non allarma, ma indaga. Non critica, ma guarda l’altro. Non disprezza, ma cerca di trovare una comprensione ad ogni realtà, ad ogni atteggiamento, pur perverso e sregolato che sia.
Per ritornare al tuo quesito sul ruolo della letteratura, è difficile dirlo. Sicuramente la letteratura non deve essere strumento di commercio come invece la logica del marketing editoriale dà manifestazione ormai da decenni, inseguendo il calciatore o la soubrette che hanno scritto un libro sulla propria vita. La letteratura non deve neppure commiserarsi, deprimersi, esprimere la sua nullità nei confronti della risoluzione di questioni pratiche, contingenti e materiali. Non è vero infatti che con la cultura (all’interno della quale inseriamo la letteratura) non si mangi (ossia non si possa guadagnare e farne quindi il proprio lavoro), anche se è giusto osservare che per i motivi sopra detti, proprio per gli sconsiderati atteggiamenti dell’editoria, la strada sembra esser per lo più sbarrata.
La letteratura, la nuova letteratura, non deve essere studiata con coercizione e ripetuta a voce alta, né verificata con obbrobriosi test a risposta multipla, ma va espressa, interpretata, ricercata eprodotta negli spazi ad essa più inconsueti. La letteratura per il suo proprio benessere deve abbandonare gerarchie e caste (che purtroppo pervadono anche le Giurie dei premi letterari sui quali, pure, ci sarebbe tanto da dire) e deve rifiutare a priori la sua considerazione di sapere “morto” perché in-concreto. La letteratura deve fornire domande e permettere all’uomo di scervellarsi, addirittura fino a logorarsi, per cercarne possibili risposte.
Chiaramente l’elemento di fondo deve essere la denuncia sociale, l’attenzione verso le condizioni disagiate e depresse, le realtà sommerse e borderline, evitando accenti di populismo e stando bene attenti anche a non sfociare nel marcato campanilismo. La letteratura deve rigenerarsi di continuo e questo non necessariamente deve essere fatto partendo dagli autori a noi contemporanei (a cui però è bene dare preminenza), ma può essere fatto anche proponendo una propria rilettura o rivisitazione di un classico intramontabile. Perché finché ci sarà qualcuno in grado di dire qualcosa di nuovo su un’opera e di saperlo fare con professionalità dimostrando acume e sapienza, allora la letteratura non perirà mai.
Il sesso e le perversioni sessuali e mentali sono sempre presenti nelle tue opere e anche come critico ti sei cimentato in studi di certi autori, certi romanzieri che hanno affrontato in passato – con tanto di polemiche- certe tematiche. La domanda che sorge spontanea è quindi: parlando in termini freudiani e psicanalitici del termine, attraverso certe perversioni o certe attitudini sessuali, volendo quasi fare una storia del sesso e di come questo è mutato nel corso del tempo, tu cerchi di leggere la storia di un paese?
La critica su Alberto Moravia ha osservato che la gran parte delle sue opere si centralizzano attorno a due temi-sfere semantiche importantissime che sono causa degli eventi delle sue storie; questi sono sesso e soldi. Si ricordi ad esempio le vicende contenute in Gli indifferenti (1929) suo romanzo d’esordio e uno dei miei romanzi preferiti. Questo per dirti che non è possibile sviscerare le vicende umane e quelle fittizie (trasposte in letteratura) scantonando la componente sessuale. Parlare di sesso non significa parlare di amore, non sempre per lo meno. Dici bene quando affermi che mi sono dedicato ad autori che hanno dato particolare attenzione nelle loro storie a episodi che coinvolgono espressioni varie di sessualità (non sempre consentite dalla Legge né dalla morale comune) quali Ian McEwan, ma anche John Irving, Charles Bukowski e in parte anche Nabokov. Chiaramente ogni autore ha una sua idea ed interpretazione sul
tema del sesso, ma da critico è interessante indagare non tanto la mera repertazione delle citazioni magari un po’ più forti, ma il perché l’autore tratti certi argomenti e come li presenti. Nella mia analisi su McEwan in particolare si è osservato come il tema del sesso (spesso deviato) incida profondamente sulle storie da lui narrate e come sia impossibile eludere questa componente. Non sono completamente d’accordo su quanto chiedi, ovvero che l’analisi del tema del sesso possa essere anche un mezzo per dare una lettura del periodo storico narrato o vissuto dall’autore. Se le perversioni sessuali nella letteratura possono essere considerate un fenomeno abbastanza recente (si veda il grande e preoccupante successo della saga di Mr. Grey in America) non è vero che non si sia parlato di questo in passato. Lo si è fatto, ma si è censurato, le opere sono andate perse o si sono volutamente celate e quindi dimenticate anche nei successivi lavori documentaristici. Però non significa che non si sia parlato di cose che oggi sono scottanti e repellenti (ma neppure tanto) nel passato: basterà leggere degli stralci del Decamerone, dei romanzi di De Sade e della storia del libertino Casanova per rendersene conto.
Il sesso è stato da sempre al centro della vita degli uomini, uno dei motori trainanti nei rapporti sociali (e di dominio), ma è nella nostra contemporaneità che, grazie a un sistema di espressione completamente democratico e libero, può aver voce senza veli né recriminazione. Esiste ed esisterà sempre qualcuno che si scandalizzerà nel leggere qualcosa o che in pubblico si dirà disgustato per aver letto qualcosa, ma non è questione di morale. Scrivere di sesso e di perversioni non significa essere un maniaco né tanto meno non avere un proprio giudizio su quelle cose, ma è interessante come l’uomo possa rendersi protagonista (e spesso colpevole) di atteggiamenti e situazioni che vengono mossi proprio dal modo di vivere la sessualità.
Posso aggiungere che Federico García Lorca fu chiaramente omosessuale, ma non per questo negli anni ’30 venne stigmatizzato e allontanato da altri uomini di cultura. Tutti lo apprezzarono per la grande integrità intellettuale e capacità di saper parlare alla gente. I franchisti lo fucilarono con disprezzo sparandogli dei colpi anche nel sedere per la colpa di essere omosessuale (il biografo Ian Gibson riporta vari riferimenti di questo drammatico episodio).Non è parlare di sesso o avere una certa inclinazione a portare problemi e a instaurare ruggini tra gli uomini, ma è la prepotenza e la mancanza di uguaglianza. Ieri, come oggi.
Da critico e quindi da studioso di letteratura, mi potresti dire se la letteratura oggi può essere ingabbiata da un genere? O deve e può essere solo di genere?
È evidente, alla luce di quanto detto sin qui, che la risposta è negativa. La letteratura oggi non può e non deve essere ingabbiata in un genere, o corrente o movimento che dir si voglia, perché in questo modo si attuerebbe una analisi storico-cronologica che non possiamo permetterci di fare perché noi viviamo il presente e non possiamo inserirlo in un comparto stagno in sé definito e conosciuto in toto. Le categorie sono sempre state utilizzate e sono sempre state strette a tutti. Difficile riconoscersi solo in una categoria e non avere legami o collegamenti con altre categorie. John Donne, il grande poeta metafisico inglese, sosteneva che “nessun uomo è un’isola” intendendo che il senso di comunità deve necessariamente esser vissuto al plurale, in condivisione e che nessuno può arroccarsi nella sua torre d’avorio. Si rischierebbe l’emarginazione indotta, l’auto-esclusione, il vittimismo, il ripiegamento su se stessi. Tutto questo deve essere evitato.
Le categorie possono avere una loro utilità pratica e mnemonica per i ragazzi delle scuole primarie e secondarie nel legare un personaggio a un periodo storico, ma non debbono essere utilizzate in maniera pretestuosa. In Dino Campana, creatore dei Canti orfici che sono considerati espressione di frammentismo e quindi di una nuova letteratura, sperimentale e anti-classicistica, si ravvisa tra le strofe anche una certa fascinazione per uno stile che non ha nulla di avanguardistico. Govoni, che ebbe una fase crepuscolare e futurista, viene ricordato anche per la fase del “ritorno all’ordine” e all’utilizzo di una scrittura di recupero dei canoni novecenteschi. Ergo, le etichette in letteratura debbono essere scollate per sempre, permettendo al materiale letterario di essere analizzato in maniera ampia, polifonica e variegata.
Sono dell’uomo gli opposti, i contrari, gli ossimori e ciò è valido anche per la letteratura. Una stessa persona può essere un poeta romantico, un narratore gotico, un attore tragico, un saggista vittoriano, un pensatore esistenzialista. Le cose, tra loro distanti e apparentemente contrastanti, possono convivere in un’unica persona che ha prodotto più opere. Centrale in questo discorso è tutta quella componente della critica letteraria che, partendo dal concetto di intertesto elaborato da Julia Kristeva, ha permesso gli studi sulla meta-letteratura, il rapporto tra letteratura e vita, l’utilizzo del pastiche e via dicendo.
Da organizzatore di eventi, girando per tutta Italia, ti sarai reso conto che una nuova avanguardia si sta affacciando sempre più nel panorama letterario italiano: ora secondo te che importanza hanno i laboratori, i gruppi letterari?
Parlare di avanguardia è azzardato. Abbiamo conosciuto in Italia e in Europa due importanti periodi di avanguardia letteraria e artistica che sono stati fondamentali per traghettare dal prima al dopo e che hanno significato dei crocevia importantissimi. Mi riferisco alle avanguardie storiche di primo ‘900 al cui interno si trova il futurismo il cui apporto fu importante nella letteratura italiana e quelle di secondo ‘900, meno note e poco considerate: il gruppo ’63, i “novissimi”, il gruppo Beta, etc. A loro modo furono dei momenti di cesura che proposero una rottura con i vecchi schemi classicisti (la avanguardia storica) o che proposero un nuovo approccio alla letteratura proponendo vie concettuali diverse (la nuova avanguardia). Chiaramente nelle scuole (e ahimè anche alle università ci si sofferma sulle prime avanguardie, perpetuando l’ignoranza sulle seconde avanguardie che poi sono quelle a noi più vicine e interessanti da investigare).
Dicevo che parlare di avanguardia oggi è tendenzialmente sbagliato perché si rischia di adottare in questa maniera un’etichetta di definizione. Ovviamente oggi il clima letterario, sviscerata la componente editoriale chiaramente volta a un mero guadagno- è variegato e difficile da classificare. Ci sono autori che propongono idee apprezzabili e che, pur non avendo alle spalle grandi marchi editoriali che gli garantirebbero una ampia diffusione, si accontentano (lo scrittore è per sua natura un passivo da non intendere in senso negativo) di medie case editrici che offrono una diffusione scarsa o addirittura illusoria. Il fenomeno internet è chiaramente una delle anime della nuova letteratura per mezzo di siti, blog letterari, riviste digitali scaricabili, forum e quant’altro. L’errore che si fa quando si utilizzano mezzi con praticità, facilità e gratuità è quello di abusarne e va dunque detto che esistono molti spazi internet che dicono di dedicarsi alla letteratura o alla scrittura ma che lo fanno con mancanza di conoscenza, con improvvisazione e poco spessore. Molti ad esempio si cimentano nella scrittura di recensioni (la recensione è un testo critico che, di pari passo al racconto, ha poca importanza in Italia, a differenza dell’Inghilterra), ma una recensione non è una sintesi della trama, cioè una sinossi, né un commento personale che si riduce a “bello, perché…” o “non mi piace quando”. La recensione come forma testuale ha una sua fisionomia particolare che dovrebbe esser tenuta da conto perché una recensione neutra o mal fatta, oltre a non dar nessuna soddisfazione a chi la scrive, non avrà nessuna utilità per l’autore del libro. Come conclusione posso dire che la qualità fa sempre la differenza e peggio per noi se non fosse così!
Infine, ci potresti dire se secondo te il romanzo (intendo quello vero, non quelli che ci propinano ed è solo robetta da poco) è ancora vivo? E a che punto di crescita e consapevolezza si trova la narrativa in Italia e in Europa?
Per non ripetermi dirò semplicemente che il romanzo gode di vita propria nel panorama letterario italiano e la mia considerazione sul romanzo è abbastanza positiva nel senso che è forse l’unico genere che ha sempre mantenuto interesse nei lettori italiani, a dispetto della poesia che negli ultimi decenni (forse a causa della crescita esponenziale dei poeti) sta perdendo il suo seguito o radicalizzando l’interesse solo su alcune figure in particolare. La storia della letteratura italiana è percorribile benissimo attraverso la storia del romanzo, un genere che ha sempre avuto fiducia nei lettori, riscosso entusiasmo e animato ad esempio anche registi per la realizzazione filmica delle storie in esso contenuti. Si tenga presente che il fenomeno della telenovela non è altro che una rappresentazione cinematografica di una storia romanzesca che viene proposta allo spettatore diluita, fruita in piccole dosi, con una modalità seriale. I primi romanzi inglesi del ‘700 (ma ancora anche nella prima metà del ‘900) venivano pubblicati a stralci su delle riviste, proposti serialmente, proprio come una arcaica telenovela ante litteram. I punti di forza del romanzo che gli hanno concesso la sua diffusione e il mantenimento di interesse e successo sono essenzialmente due: 1) la possibilità che la storia narrata possa evolvere sempre in meglio, in una forma ideale (che poi magari non viene raggiunta), 2) il coinvolgimento del lettore che arriva ad immedesimarsi in alcuni personaggi.
Il futuro del romanzo, tanto in Italia che in Europa, lo vedo altrettanto roseo, come lo è sempre stato.
“La diversità da un punto di vista multiculturale” di Miriam Luigia Binda
di MIRIAM LUIGIA BINDA
In considerazione al tema della “diversità” mi sembra interessante proporre una breve riflessione sul pluralismo che prende spunto da un libro, molto interessante, scritto da Giovanni Sartori.
Un testo che ha già compiuto qualche anno ma fa capire molte cose sulla diversità e sul concetto di cultura differenziata. Il libro, o meglio il saggio, si intitola: Pluralismo, multipluralismo e estranei: Saggio sulla società multietnica (edito da Rizzoli, saggi italiani). Giovanni Sartori, l’autore del libro, come molti sanno è un politologo italiano tra i più conosciuti ed accreditati anche a livello internazionale. In questo suo saggio, egli esamina ed approfondisce il difficile tema dell’integrazione tra una cultura ospitata e l’altra ospitante e, fin dalle prime pagine, il lettore capisce che il problema delle differenze tra usi e costumi diversi, stili di vita anche religiosi non è piatto o scontato, come qualcuno vuol fare credere, anzi tali differenze sono molto “forti” per cui non è facile l’integrazione anche nei paesi democratici e multi-etnici. Più le differenze socio-culturali sono discrepanti, più è difficile, secondo il politologo, affrontare l’acculturazione degli stranieri. Dal punto di vista antropologico (non quindi, da quello religioso, morale, politico,economico, ecc.) il problema della convivenza multiculturale consiste nell’individuare, su entrambi i suoi versanti, il limite fisiologico di promiscuità tra le diverse culture, oltre il quale non si dovrebbe andare per non scatenare o fagocitare reazioni fra i suoi adepti. Da parte dell’ospite straniero si tratta di sapere fino a che punto, egli deve e può lasciarsi assimilare dalla diversa cultura ospitante, per poter interagire al meglio, senza rinunciare ai tratti fondamentali della propria cultura materna (ovviamente nel caso in cui egli intende restarvi fedele). Di conseguenza, da parte della società ospitante si tratta di riconoscere il limite di compatibilità tra i suoi principi fondanti e i valori di vita perseguiti da chi proviene da un’altra cultura. Se ogni uomo è figlio della sua società – si può dunque aggiungere – anche la società è il frutto della sua cultura ma il fatto, oramai verificato, di un continuo flusso migratorio costituito da gente che si sposta da una nazione e l’altra ha infranto tali confini e si può quindi affermare che la società etnica o mono-culturale, è finita. E’ finita per effetto di una metamorfosi che ha trasformato la società mono-culturale a società “aperta” che per Giovanni Sartori, trova il suo limite nella moderna Babele, in cui l’affollarsi di culture differenti rischia di distruggere la stessa città. Questo particolare lato della questione porta a formulare la seguente domanda: posto che una buona società non deve restare chiusa, quanto aperta può essere davvero una società aperta? S’intende aperta senza autodistruggersi senza esplodere o implodere? Secondo l’analisi di Sartori, la società ospitante “aperta” alle differenze culturali ha comunque bisogno di un codice genetico rappresentato dal pluralismo. [1]
Ma che cosa significa pluralismo? Sartori chiarisce il suo punto di vista, ricorrendo alla forma più retorica di un altra importante domanda: In quale misura il pluralismo slarga e diversifica la nozione di comunità? Una comunità può sopravvivere se spezzata in tante sotto-comunità differenti che sono poi, in concreto comunità che arrivano a rifiutare le regole che istituiscono un convivere comunitario? Queste domande sul pluralismo e la convivenza civile trova risposta nel pensiero, più volte citato dallo stesso Sartori, del Cardinale Biffi di Bologna il quale asserisce che tutti i Governi (Italia compresa) devono stare attenti a considerare le diverse culture, non solo facendo leva su fattori economici o politici in quanto, bisogna soprattutto considerare e tutelare un’identità nazionale. L’ Italia per esempio, non è landa deserta o semi abitata è una società con una storia e delle tradizioni vive, con un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che, per il Cardinale bolognese, non può e non deve essere perduto.[2] Parlando dell’Italia per esempio, è possibile dare diritto alla poligamia dei mussulmani ? Giovanni Sartori non ha dubbi, le considerazioni del Cardinale Biffi aprono la riflessione sulla teoria etica weberiana della responsabilità. Max Weber distingueva l’etica della responsabilità (una moralità che mette in conto le conseguenze delle nostre azioni) in contrasto con l’etica dei principi (nella quale la buona intenzione è tutto. In questo caso il buono ed il cattivo viene ignorato). L’etica della responsabilità è pilotata da un capire i bisogni e le necessità mentre, l’etica dei principi è più ottusa perché applica i principi morali in una maniera così pura che non vuole vedere altro da se. L’etica dei principi quindi per Sartori, si dimostra irresponsabile perché rifiuta di capire e di vedere determinate situazioni che richiedono riflessioni molto scrupolose da caso in caso. Lo studio sulle diverse culture non può far altro che fronteggiare eventuali situazioni di insostenibilità soprattutto quando si celano pregiudizi anche di tipo razziale. L’indifferenza, di chi rifiuta di vedere questi problemi in quanto ritiene che sia giusto convivere senza “troppo questionare” sulle differenze di fatto, impedisce di affrontare delle scelte (difficili talvolta) che possono contribuire a migliorare la convivenza tra i cittadini di diversa cultura. Per Giovanni Sartori è dunque importante, anche sul piano politico, affrontare la conoscenza oggettiva delle differenze al fine di proporre soluzioni possibili, nel rispetto della diversità culturale dei gruppi stranieri, compatibilmente alla salvaguardia dei valori della società ospitante. Infatti conclude Sartori, ogni cultura ha i suoi valori irrinunciabili ma, bisogna anche tenere conto che alcuni soggetti non si adeguano agli altri modelli, come nel caso degli integralisti musulmani. A tale proposito, evidenzia il politologo, la società occidentale non può rinunciare alla religione cristiana; può eventualmente riconoscere la libertà di culto ai seguaci di altre confessioni religiose, grazie al fatto che essa riconosce, nella libertà di culto un proprio valore basilare che comunque non deve stravolgere la nostra libertà. Per esempio nella società islamica si accetta la diversità assoluta tra un uomo e una donna; addirittura la ribellione della donna musulmana è vista come un oltraggio che la legge islamica, talvolta punisce con pene corporali violente. Per citare qualche fatto di cronaca, anche in Italia, nel 2011, Amal una ragazza marocchina, veniva picchiata dal padre perché voleva frequentare una comunità cattolica, grazie all’intervento dei carabinieri oggi la ragazza vive in una comunità protetta. Oppure chi si dimentica il caso della giovane diciottenne che abitava in un paese vicino a Pordenone, ammazzata dal padre perché la giovane donna di nazionalità pachistana, desiderava sposarsi con un ragazzo italiano non di fede musulmana? Inoltre i tanti casi di infibulazione clandestina praticati a titolo di purificazione religiosa può essere tollerato, nel nostro paese? E’ una pratica così incivile e pericolosa per la salute della donna che è impensabile riconosce l’infibulazione come un sacramento religioso da praticare in Europa o in Italia. Una visione “farisaica” per dirla con Sartori, in nome della tolleranza non da peso a questi casi di violenza, molti dei quali non vengono neppure denunciati e quindi non emergono attraverso la cronaca dei giornali, eppure si verificano e non si può dire che sono casi normali che fanno parte del “calderone” di una società pluralista e multi-etnica. Ovviamente non c’e’ solo il peggio, le differenze culturali non sono, come nei casi citati sempre violenti e drammatici, per fortuna no, grazie al modello etico della responsabilità è possibile cogliere delle differenze per cercare una convivenza pacifica e soprattutto regolata anche dalla legge che tutela la dignità ed il rispetto reciproco. Nel saggio di Giovanni Sartori: Pluralismo, multiculturalismo e estranei si capisce benissimo che la questione non è banale anzi è una questione complessa che accetta e vuole conoscere le differenze senza annullarle; invece chi non le vuole vedere e da per scontato che al mondo “siamo tutti uguali” non fa altro che serrare la questione come se in questo universo tutto e tutti possono vivere tranquillamente e per loro volontà, in una società multietnica ed occidentalizzata. Una visione così semplificata non capisce che tale convivenza ha bisogno della partecipazione continua della popolazione e dell’aiuto delle istituzioni che in qualche modo devono, con i propri mezzi, cercare anche di arginare il fenomeno della clandestinità. A pochi passi dall’Europa ed a ridosso dei nostri confini territoriali, infatti esistano, ancora oggi, situazioni completamente diverse e più arcaiche, d’emergenza per le guerre civili e carestie che causano flussi migratori clandestini, difficili da controllare per tutelare (anche da intenzioni malavitose) le tante persone in prevalenza giovani uomini, donne e bambini che chiedono “umanamente” di poter essere accolti ed ospitati nel nostro paese che, ai loro occhi appare ancora ricco di lavoro, bello, moderno e soprattutto civile.
Miriam Luigia Binda
/edito riferimento: guerrAnima 2014
[1][1] Giovanni Sartori – Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica pag. 16-17
[2] Giovanni Biffi – la città di San Petronio nel terzo millennio. Bologna pag. 23-24.
Il bando del 1° Premio di Letteratura “Ponte Vecchio”, che destinerà i suoi proventi alla Fondazione Meyer (FI)
Bando di partecipazione
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L’Associazione Culturale Poetikanten in unione con la rivista di letteratura “Euterpe” e Deliri Progressivi organizza il 1° Concorso Nazionale di Letteratura “Ponte Vecchio”.
2. Il concorso è articolato in due sezioni a tema libero (poesia e racconto) e una a tema imposto (articolo/saggio):
a) Poesia in lingua italiano o in dialetto (accompagnata da relativo testo tradotto in italiano)
b) Racconto breve in italiano o in dialetto (accompagnato da relativo testo tradotto in italiano)
c) Articolo / Saggio breve in italiano su un autore/opera contemporaneo/a della letteratura italiana o straniera (Si considera contemporaneo in questo senso a partire dai primi del ‘900 ad oggi).
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I testi presentati al concorso potranno essere inediti o editi, ma non dovranno aver ottenuto un riconoscimento in un precedente concorso letterario.
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Per la sezione poesia, si potrà partecipare con un massimo di 3 poesie, rigorosamente non superiori ai 30 versi ciascuna.
Per la sezione narrativa si potrà partecipare con 1 solo racconto che rientri nella lunghezza massima di 4 cartelle (1800 battute spazi inclusi).
Per la sezione articolo/saggio breve si potrà partecipare con 1 solo testo che rientri nella lunghezza massima di 4 cartelle (1800 battute spazi inclusi).
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Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di una tassa di 10€. E’ possibile partecipare a più sezioni corrispondendo per ciascuna sezione la relativa quota di partecipazione.
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Per la corretta partecipazione, è richiesto di inviare entro e non oltre il 30 novembre 2014solo in forma digitale (in formato Word o Pdf) all’indirizzo internet premiopontevecchio@gmail.com i propri testi corredati della scheda di partecipazione compilata in ogni sua parte e la ricevuta del pagamento effettuato.
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Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:
Bollettino postale: CC n° 001014268401
INTESTAZIONE: Iuri Lombardi – CAUSALE: 1° Premio di Letteratura “Ponte Vecchio”
Bonifico bancario: IBAN: IT33A0760102800001014268401
INTESTAZIONE: Iuri Lombardi – CAUSALE: 1° Premio di Letteratura “Ponte Vecchio”
La ricevuta del pagamento dovrà essere inviata insieme ai propri testi e al modulo di partecipazione.
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Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.
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La Commissione di giuria è composta da poeti, scrittori, critici ed esponenti del panorama culturale e letterario:
Sez. Poesia: Sandra Carresi, Annamaria Pecoraro, Grazia Finocchiaro, Cristina Biolcati, Michela Zanarella.
Sez. Racconto: Luisa Bolleri, Susanna Polimanti, Iuri Lombardi, Martino Ciano, Giuseppe Bonaccorso.
Sez. Articolo/Saggio: Jacopo Chiostri, Rita Barbieri, Francesco Martillotto, Fabio Fratini.
10. Verranno premiati i primi tre poeti vincitori per ciascuna sezione. Il Premio consisterà in:
Primo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 100€.
Secondo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e libri.
Terzo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria.
La Giuria si riserva di non assegnare i tre premi consecutivi per le sezioni che non avranno avuto una soddisfacente partecipazione quantitativa.
La Giuria inoltre procederà a nominare dei selezionati e dei menzionati speciali per la buona qualità delle loro opere ed ulteriori premi potranno essere attribuiti a discrezione del giudizio della Giuria.
11. I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dagli enti organizzatori per future edizioni del Premio.
12.Tutti i testi dei vincitori, dei selezionati e dei menzionati a vario titolo saranno pubblicati nel volume antologico che sarà presentato nel corso della premiazione.
13. La cerimonia di premiazione si terrà a Firenze in un fine settimana di Marzo 2015. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.
14. Parte dei proventi derivanti dalla vendita dell’antologia del premio saranno destinati a finanziare la ricerca scientifica e verranno donati alla Fondazione dell’Ospedale Meyer di Firenze.
15. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando. Il partecipante acconsente all’autorizzazione al trattamento dei dati personali; si garantisce che questi saranno utilizzati esclusivamente ai fini del concorso e nell’ambito delle iniziative promosse dalla Ass. Poetikanten per la legge 675 del 31/12/96 e D.L. 196/03
Marzia Carocci – Presidente del Premio
Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria
1° PREMIO DI LETTERATURA “PONTE VECCHIO”
Scheda di Partecipazione
La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura e il tutto va inviato a premiopontevecchio@gmail.com entro e non oltre il 30-11-2014.
Nome/Cognome ______________________________________________________
Nato/a ________________________________ il _______________________
Residente in via ___________________________Città____________________
Cap __________________ Provincia _________________Stato_____________
Tel. __________________________Cell._______________________________
E-mail ________________________Sito internet: _______________________
Partecipo alla sezione:
□ A –Poesia
□ B – Racconto breve
□ C – Articolo / Saggio breve
con il/i testo/i dal titolo/i__________________________________________________
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Firma____________________________ Data __________________________
□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.
□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.
Firma____________________________ Data __________________________
Rita Barbieri su “Ian McEwan: sesso e perversione”, saggio di Lorenzo Spurio sull’autore anglosassone
Nel suo saggio, Lorenzo Spurio affronta il tema della sessualità in tutte le sue varianti e variazioni all’interno di alcune delle principali opere di Mc Ewan. Con un approccio distaccato ma profondo, Lorenzo indaga le rappresentazioni e le simbologie collegate al sesso. Molti degli scritti di Mc Ewan infatti, sono caratterizzati da trame scabrose, incontri incestuosi o amori al limite del morboso e del lecito. In alcuni casi si tratta di episodi funzionali al racconto, veri e propri perni che agiscono da elemento accentratore e catalizzatore per gli sviluppi successivi. Altre volte, invece, si tratta di ‘tappe’ evolutive e psicologiche che segnano il percorso e la storia personale dei personaggi e delle loro relazioni con gli altri. In ulteriori esempi, il sesso serve a descrivere la società circostante, l’ambiente ovattato di perbenismo e falso moralismo in cui, a contrasto, si muovono e si agitano i protagonisti.
Interessante notare però che, in molte delle descrizioni riportate, il sesso non è quasi mai un piacere puro, estetico ed estatico. Il sesso è sempre legato, a doppio filo, a ‘qualcos’altro’: un’ossessione, una storia, una scoperta. Sembra non essere mai, semplicemente, “sesso per sesso” esattamente come scrivere non è mai, altrettanto semplicemente, “arte per arte”.
Il sesso dunque, non è un semplice espediente per dilatare i tempi narrativi o per mantenere viva l’attenzione del pubblico dei lettori. Non ci sono le pagine ‘bollenti’ e sospirate presenti in alcuni classici della letteratura erotica ( a partire da “L’amante di Lady Chatterley” fino ai romanzi di De Sade) anzi, a volte si ha la sensazione che si tratti di una faccenda impudica, consumata in fretta e senza troppa cognizione di causa. C’è poco spazio per la seduzione, per la fascinazione reciproca. Più che un qualcosa di piccante e rovente, gli incontri erotici descritti sembrano essere piatti da servire ‘freddi’, proprio come la vendetta.
Ma se l’erotismo non è l’equivalente ‘puro’ della passione, del romanticismo, dell’attrazione magnetica allora cos’è? A cosa serve? Perché inserirlo nella maggior parte delle opere?
A questo il libro di Lorenzo, prova a trovare delle risposte. Utilizzando estratti mirati (talvolta tradotti da lui stesso in italiano per agevolare la lettura) e prestando una grande attenzione sia al contesto romanzesco sia a quello reale, il saggio ci accompagna nella lettura (o nella rilettura) di alcuni dei testi più interessanti di McEwan fornendoci maggiori strumenti interpretativi e maggiori nozioni.
È possibile allora, alla luce di questi nuovi elementi che Lorenzo suggerisce e illustra, formulare delle ipotesi e delle congetture. Dall’analisi della ricezione e dell’impatto che gli scritti di McEwan hanno avuto sul pubblico, dalle critiche e dalle recensioni avute è spontaneo interrogarsi su quali fossero le intenzioni reali e gli intenti comunicativi dell’autore.
Ci si accorge dunque che intorno al capitolo ‘sesso’ si aprono tutta una serie di riflessioni letterarie, critiche ma anche sociali e storiche, in cui questo atto istintivo e naturale assume di volta in volta vesti, significati e ruoli diversi e sorprendenti. Il sesso è una continua scoperta: di sé stessi, del mondo, delle relazioni, dei limiti e delle imposizioni sociali. Il sesso è una sfida, un atto di coraggio o di sventatezza, una concessione, uno strappo alla regola, una colpa, un peccato, una condanna. Il sesso è tabù, ma solo finchè non è rivelato. Il sesso è un atto pratico, concreto, fisico, reale ma non sempre sensoriale. I personaggi ‘fanno’ ma non ‘sentono’, o almeno questo sembra non essere il punto nodale della questione.
Il sesso nei libri di McEwan si lega anche, molto spesso, alla perversione: rapporti e desideri che, agli occhi della società e della norma, sono illeciti e riprovevoli. Indici accusatori che si sollevano all’unisono contro fatti, parole e pensieri che definire ‘dirty’ (utilizzando un interessante doppio senso allusivo dell’inglese, pressoché intraducibile in italiano) è fin troppo poco. L’autore ci presenta il giudizio e il conto finale, lasciando a noi lettori il compito di individuare moventi, giustificazioni e, laddove ce ne siano, attenuanti.
Il saggio di Lorenzo Spurio, con la sua meticolosa ricerca e attenta analisi, ci invita a riflettere su questo e a trovare, noi lettori per primi, significanti e significati (letterari o meno) per questi due termini che, nella loro apparente semplicità, racchiudono infiniti universi di senso e codici d’accesso. In fondo, come diceva anche Woody Allen: “Is sex dirty? Only if it’s done right.”
Rita Barbieri
Mariuccia Gattu Soddu, poetessa orunense con un testo-atto d’amore per la sua terra
COMUNICATO STAMPA








