Leggere Andrà tutto bene (Abel Books, 2013) di Mirella Delfini equivale a fare un tuffo nel passato e, una volta accettata questa condizione psicologica retrospettiva, man mano che si procede, quasi senza accorgercene, il racconto ci prende e ci coinvolge emotivamente. Piuttosto che leggere un libro si ha la sensazione di assistere ad un film la cui trama, semplice e abbastanza scorrevole con un filo di humor che la pervade tutta, finisce col catturare ed appassionare per il dispiegarsi continuo di situazioni e ricordi di avvenimenti particolari che toccano profondamente l’animo.
Quest’ultimo lavoro della scrittrice livornese è il racconto autobiografico della sua vita, abbastanza ampio e distribuito con il garbo e la genialità del suo talento di artista di spessore.
Come giornalista, Delfini ha lavorato con vari quotidiani (Il Giorno, Paese Sera, Repubblica, L’Unità) e altri pregevoli giornali periodici ed è nota anche come la scrittrice che ha inventato la divulgazione scientifica umoristica per via dei libri che ha pubblicato precedentemente raccontando l’Etologia, l’Ecologia e la Bionica in maniera scientificamente ineccepibile ma anche con (elegante) ironia.
In Andrà tutto bene Mirella Delfini conferma le sue doti di scrittrice di rango, la freschezza del suo stile spontaneo e diretto con una autoironia e spregiudicatezza che si confà più con una ventenne piuttosto che con una distinta signora molto matura. Il suo ordito narrativo, oltre alla genialità che lo contraddistingue è bello e piacevole da gustare ed apprezzare sia per la sua pienezza e profondità espressiva, sia per la sua originalità e semplicità di linguaggio che incanta il lettore e nulla concede ad uno sperimentalismo inconcludente di alcuni pseudo scrittori.
In ultima analisi quest’ultima fatica letteraria della Delfini non è soltanto un’autobiografia ma anche, come ha detto Sergio Zavoli, “ Una strada da percorrere per scoprire le meraviglie della natura di luoghi impensati di tutto il Mondo e incontrare personaggi eccezionali come Papa Giovanni XXIII, il Pandit Nehru, Charles De Gaulle, Amintore Fanfani, Enrico Mattei, Pietro Nenni, Aldo Moro, Pier Paolo Pasolini, Dino Buzzati, Federico Fellini, Indro Montanelli, Alberto Moravia, Peppino Marotta, Vittorio De Sica e molti altri”. Tutti grandi personaggi del 900 che in un modo o nell’altro hanno caratterizzato lo spaccato di un’epoca sicuramente irripetibile che i più vecchi di noi hanno vissuto.
Vittorio Sartarelli
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La prima impressione che si ricava dalla lettura delle poesie di Rita Fulvia Fazio è che non si ha a che fare con una neofita della scrittura poetica che appare controllata ed attenta, misurata e, quasi sempre puntuale, nel suo fluire morbido, senza scosse, urti e fratture e non cede alle tentazioni autolesionistiche dell’attardamento e del compiacimento anche quando sembra, rarissimamente, voler indulgere e cedere all’iterazione di taluni termini. I versi, se non puntano decisamente alla verticalizzazione, salvo qualche volta per una sorta di bisogno interiore, non cedono mai alla cosiddetta ‘orizzontalizzazione’ e mantengono, per scelta consapevole, la delicatezza pensosa del tono, risultando, al tempo stesso, intensi e votati alla sinteticità dei concetti che richiamano situazioni esperienziali e ripropongono sentimenti veri perché vissuti e sensazioni significative e personali. Si tratta di un vissuto che risulta sostanzialmente sereno, pur con dati di sofferenza e con qualche nota di rimpianto, in una visione positiva se non anche appagata.
L’autrice è abile nel non dire né troppo, né troppo poco, lasciando al lettore non solo la possibilità di ritrovare, nei versi e in certi flash, elementi di condivisione, sia pure parziali e di comunione talvolta – cosa importante considerato che il successo della poesia, almeno per metà, stando ad alcuni intenditori, è dovuto al lettore – ma anche la possibilità di originare una pluralità di percorsi possibili in accordo con la sensibilità di ciascuno.
Il linguaggio, prevalentemente intimistico ed elegiaco, come sottolineano alcuni interventi critici e come indica Guido Miano nel suo rimando puntuale alla modalità poetica in questione, tende sempre a una certa levigatezza nella linearità intenzionale, e quindi senza forzature, e sa mantenere il carattere di equilibrio conservando il giusto grado di ‘ambiguità’; inoltre fa sì che le parole siano il connubio felice tra significato e significante, tra denotazione e connotazione, come annota Enzo Concardi nella prefazione al libro, consentendo la pluralità dei riferimenti e richiamando sensazioni, impressioni ed emozioni capaci sempre di alludere ad altro e di indicare un oltre, indispensabile in poesia.
C’è un certo rigore a guidare la poetessa, pur nel fluire libero dei pensieri e nelle cesure, non mai rigide nel chiudere i versi e tali da non scorciare il flusso delle emozioni, sia quelle presenti ed attuali, sia le passate e recuperate per memoria, sia infine, in certe prospettazioni future, con ponti a più campate, appena accennate e in talune figurazioni che vanno nella direzione dell’al di là.
Risulta evidente, anche se l’autrice tenta di mascherarlo schernendosi non apertamente, tutt’intera la sua anima con l’interezza del candore, il tremore dinanzi a certe situazioni, il desiderio-bisogno di rimettersi sempre in gioco, lo stupore e la meraviglia dinanzi ad alcuni aspetti del creato, la disponibilità a sperimentare nuove situazioni non in contrasto con quelle passate, e sempre alla base, una tensione latente, ma neppure poi tanto, a voler superare i limiti sempre delle angustie della terrestrità per sollevarsi sulle punte ed elevarsi in alto quasi ad annusare il senso del mistero e dell’eternità.
E c’è ancora la suggestione spirituale dei sentimenti con al di sopra, a campeggiare, l’Amore che viene riportato con l’iniziale maiuscola e che è presentato in una gamma piuttosto vasta di manifestazioni e rimane comunque salvifico.
Il discorso poetico si apre sulla linea della memoria e del rimando al passato con l’accumulo enorme di ansie sottili, timori palpabili, paure vere e proprie, palpitazioni intermittenti con il cuore a far capriole ma anche con silenzi carichi di sottintesi, sofferenze vive, senso della disperazione a volte, ma anche sorrisi aperti, gioie serene, appagamenti pieni come testimonia l’immagine efficace delle “mani di calce bianca / intonaca / tra cielo e mare” che pone su tutto la possibilità concreta della speranza che risulta essere in qualche modo una sorta di filo conduttore.
La poesia si muove così nell’aggancio, almeno come aspirazione, tra terra e cielo sulla linea dell’amore e con la positività che il canto intreccia tra “perse stagioni / fra dubbi e speranze” delusioni e senso di solitudine, “anche oggi / è una giornata morta: / il cuore è spento” con la sensazione dell’abbandono e della rassegnazione dal momento che l’anima dell’ autrice sembra definitivamente relegata in “una prigione senza confini” ma al tempo stesso lascia trapelare la volontà di smetterla col pianto e coi sorrisi non conditi di tenerezza e quindi non autentici e alimenta sicuri ancoraggi. Lo sguardo spazia intorno e sembra, a momenti, perdersi nello spazio circostante e fondersi con la natura per dichiarazione esplicita e diretta dell’autrice: “Per me è / poesia /…/ e mi commuove pensarlo.”
La tensione emotiva è talmente forte da spingerla a piangere “di gioia e di bellezza” e poiché le corde del suo core vibrano, in quanto “creatura di preghiera” sa incantarsi, sorpresa e rapita, nello “scintillìo di luna e stelle” sicché ella sente di cedere del tutto alla “cascata di luce” che “riverbera sull’acqua azzurrata” ma anche nel curioso “avvicendarsi delle nuvole / nel giocare a rimpiattino.” E questo accade finanche nella città eterna di Parigi dove la vita è frenetica. Ma la capitale francese resta sempre città del sogno, dal fascino antico eppure nuovo. E così torna per memoria – ed ha quasi una funzione catartica – l’immagine romantica e suggestiva di Montmartre con il suono dei passi e sempre il proposito di raccordare la mente con il cuore.
Fortemente sentito è pure il richiamo al sole “gioia tonda, leggera, esplosiva che / abbraccia l’eterea fresca giovinezza” dotato di funzione vitalizzante; di qui l’augurio affinché esso non attenui il suo splendore anche se a sera, inevitabilmente, la mimosa, assetata di luce, avvizzisce. Tutto questo non spegne o attenua l’entusiasmo della poetessa che si augura che anche nelle occasioni di disperazione il dolore possa essere stemperato proprio dai benefici effetti del sole.
Nella quotidianità dell’esistenza qualche cruccio subentra ad assillare in uno con la monotonia delle ordinarie incombenze noiose e per le inevitabili incomprensioni che affaticano nel rimando, con il senso del paragone alle “nuvole / lassù, a reggere il peso / di tutti i giorni.” Malgrado tutto ciò non c’è il senso della resa ma una sorta di accettazione accompagnata sempre da un evidente “esangue / tormento delle speranze.”
In altre circostanze Rita Fulvia Fazio sottolinea il piacere di godere uno spettacolo della natura come dinanzi ad una distesa marina: “Cascata di luce / riverbera sull’acqua azzurrata. / Tu, imprigionata oscurità / dell’ansia e della distrazione, / vivi ipnotizzata ascesa / al magnetismo solare / in calma affettività.” Talvolta l’autrice sembra incantarsi dinanzi alle meraviglie del creato, dalle più piccole cose alle più grandi, tese entrambe a testimoniare il senso dell’eternità: la rosa che cresce perfetta; il mare con le sue onde contro la riva; i voli liberi ed eleganti dei gabbiani; la luna che rischiara la notte nel suo silenzioso percorso; le stelle tremule, quasi “bottoni di madreperla” di cui parla Campana. E poi le tante sfumature della luce coi toni diversificati che realizzano “trionfali colori dell’arcobaleno” e ancora i tramonti, ora infuocati, ora sbiaditi, i fiocchi di neve, il bisogno del tempo da vivere nella dilatazione dello stesso, e tanto altro ancora.
E l’amore lo si può ritrovare quasi ovunque, a far capolino, prima di nascondersi, a mostrarsi nella sua bellezza e forza, a velarsi di malinconia, a riproporre situazioni lontane, a palpitare, a sperimentare sensazioni nuove e delicate, quasi fanciullo indomito, oppure è nascosto nei dialoghi taciuti, nelle parole non dette, nei gesti, negli sguardi nella reciprocità di certi segnali. Ed è amore forte anche quando promette “lacrime / … come stelle cadenti” o quando sa testimoniare, magari in maniera tacita e senza fare rumore, sfumature di affetto “la mia emozione più riposta / tra teneri trucioli / che il vento solleva / nell’anima di fanciulla” e finanche quando sembra perdere il vigore, quasi un affievolimento del cuore che smette coi sobbalzi e coi capitomboli e cede, senza resa, alla ragione. Resta sempre tema presente e ritornante e, seppure muta forma, sa conservare intatto ed intero il suo incanto e la meraviglia: “Ora che io ti guardo, / il tuo sguardo è, per me, / dolce incanto riflesso, / nel tempo di te.”
La reciprocità del sentimento risulta evidente e pare avere in sé un che di stilnoviano, per la pulizia, la forza incantevole della comunione pur nella condizione riflessa che rimanda l’autrice indietro nel tempo e le fa dire: “Una volta mi amavi.” Ed è manifesta una sorta di pacata rassegnazione nella ripetizione plurima dell’affermazione che si carica di dolcezza strana e di una vaghezza di positività che si ritrova in tutti i versi e soprattutto nella chiusa della lirica Nel e fuori dal tempo: “Una volta di noi, / noi che al tempo / restiamo nel sapore di sé.” Sovente compare il velo della malinconia non disgiunta da una sensazione di tristezza e quasi di gelo: “È proprio inutile / che io sia / qua a sperare.” L’inutilità della speranza è segnata da “un presente” che “non ha / ritorno” e da un futuro sbiadito e come votato alla delusione. Eppure in fondo al cuore sembra affiorare timidamente una speranza che addolcisce e una sorta di trepida intesa che lega il passato al presente: “E l’attesa / fu Amore / per l’amore che ora è qua.”
Altrove l’amore si connota come forza vitale e prorompente con manifestazioni diversificate e capaci di originare emozioni forti e taglienti come lama. E così può avere “occhi di vento” ma può anche essere “taglio di lama affilata / che va dritta al cuore” e per altri versi può sollevare “tempeste di sole” o, in altre circostanze, può offrire “veli di baci sopiti” e può limitarsi ad accarezzare delicatissimamente “la mia anima / rullante / di tamburi in festa” o ancora penetrare dolcemente e invadere “la calma di questo / cuore furente d’Amore per te.” E come a completare il quadro appare una sorta di cornice fatta di “ciliegi in fiore” quasi a ricordare le note di una bella antica canzone nel comune rimando alla primavera che è anche primavera di vita.
Ma il cuore, che a volte fa capitomboli e lancia bolle per l’aria carica di sole, altrove sembra votato a chiudere le sue porte per cercare consolazione nell’isolamento. Subentra così un bisogno di meditazione accompagnato da un velo di rimpianto e tristezza che tende ad imporsi e quasi a scacciare la dolcezza dell’amore e, a tratti, forte è la tentazione di “spalancare, finalmente / la porta della paura”; tale sensazione è racchiusa efficacemente nel titolo della poesia Purtuttavia con la doppia avversativa. Non manca nella Fazio il senso malinconico e problematico dello scorrere inevitabile del tempo con la sua ineluttabilità che costringe quasi ad una febbrile corsa per sfruttarlo al meglio nell’idea che da un momento all’altro esso possa mancare: “Ho fretta, ho fretta di vivere / poiché ogni istante che segue / potrebbe più non esserci.” L’autrice, pur non subendo eccessivamente la sensazione spiacevole del passaggio terreno, sente il bisogno di andare oltre e di precisare la sua ansia di agire: “Ho fretta di sguardi avidi di luce / a sorprendere luminosità svelate / nei labirinti più intricati / di parole e immagini.”
Altre volte compare un senso di solitudine che, tuttavia non stanca, o almeno così sembra, e quasi precede il corroborante silenzio con la sua voce delicata e con certe apparizioni anche contrastanti in un canto misterioso nella pluralità dei suoni e sull’immagine concreta dei panni distesi, forse a sciorinare, al sole che è sole di verità: “Panni distesi, umidi, / al loro dondolarsi, / tra luce e oscurità, / chiudono e aprono porte / nel divenire dell’oggi.”
Talvolta l’autrice si lascia andare al godimento della buona musica che ha il potere di farle perdere la cognizione del tempo, non più frettoloso, di vivere uno spaccato irripetibile che fa bene allo spirito: “Estasiata, assapori / estate e poesia, / dolcemente assuefatta / alla bellezza / profonda e impalpabile.” Allora la poesia tende ad innalzarsi, a farsi raccoglimento e preghiera o, più propriamente, invito ad interrogarsi: “E io prego / senza voce che risuoni nell’aria / di ascoltare la melodia del tuo cuore.” Si tratta di dialogo intimo, sincero, vero, di un colloquio con un ‘tu’ che non ha il carattere dell’impersonalità o dell’indeterminatezza, anche se può appartenere a chiunque. Il raccoglimento non solo è astrazione dalla realtà e dalle miserie della ordinaria quotidianità, ma ripropone immagini della lontana infanzia fanciullezza con tutto il cario di tensione emotiva conseguente. Si crea una sorta di magia come nella poesia Shiatsu dedicata a Lauricella nella quale la poetessa sperimenta, per miracolo terreno, l’attimo di leggerezza e la sensazione di librarsi in volo: “Indossai ali di farfalla / per raggiungere orizzonti lontani, / senza perdermi.”; già, senza il senso dello smarrimento e quasi nel pieno della consapevolezza e ciò dà al miracolo maggior valore. Per questo ella può tranquillamente aggiungere: “Libera da ogni peso, / fui onda spumeggiante al cielo, / felicità piena. / E in quella dolce solitudine / consumai / l’ebbrezza della notte incantata.” E, se la “notte incantata” è irripetibile, l’autrice non disdegna di abbandonarsi qualche volta al sogno, magari ad occhi aperti, nella ricerca, a levante della luna “nella sua falce tranquilla” che resta sempre misteriosa e ambigua e chissà che essa stessa non si conceda al sogno e non sperimenti il senso della malinconia, del vuoto, della solitudine, in contrasto con la luminosità che sprigiona. Ed è una luna tutta umana e terrena se si presta al dialogo con la poetessa. Talora il sogno, compagno inseparabile dei poeti nelle più diverse forme, ripropone la rivisitazione dell’infanzia, con qualche punta di amaro come nel rimando al “bambino dalla mano tesa /…/ per la stretta mai compiuta.” Altre volte è richiamo alla realtà ed invito alla pace e alla fraternità contro le cattiverie, l’odio, il male dilagante che sembrano dominare e che l’autrice respinge decisamente:“ma io, mondo, ostinata e fiera, / ti consegno una preghiera saggia, / libero germoglio circolare / che non conosce rimpianto. / Pace!”
Non manca il tema della diversità, i petali di nardo, le fioriture primaverili, il sogno nel contrasto con la realtà, il rimando alla sublimazione, il richiamo a certe tenerezze infantili come nella poesia dedicata a Nazario Pardini: “Allor fanciulli / ci incontrammo / Nazario, / … / l’anima colse / scintillio / dal cuore.” E sempre, ritornante, carezzevole, tentatrice, la speranza sa farsi consistente ed allusiva, tacitamente confortando l’autrice: “Ad abbrivi sogni dolci, / reifici e riparatori / mi concedo / per rinascere / … / abbracciata al nuovo giorno.”
E sull’idea della possibilità di un giorno nuovo ci piace chiudere il nostro percorso nella convinzione che torneremo a leggere ancora Rita Fulvia Fazio che crediamo abbia ancora tanto da dire e magari tenterà modalità nuove e diverse.
Chissà!
Mario Santoro
L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.
La nuova tappa con il “Ver Sacrum – Gara poetica nelle antiche terre picene”, progetto da noi ideato e che prevede una giuria popolare, dopo il recente appuntamento di Macerata tenutosi agli Antichi Forni, si terrà a Senigallia all’Auditorium San Rocco il 19 ottobre 2019.
I poeti risultati vincitori dei precedenti incontri sono Sabrina Galli di San Benedetto del Tronto, Francesca Costantini di Pesaro e Fulvia Foti di Macerata. Per iscriversi e partecipare si rimanda al Regolamento consultabile e scaricabile a questo link: https://drive.google.com/open?id=1OIChmmR0_RqhCZNEzevKKhNZmkzPCKje
“CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE”
1. Il Concorso prevede la partecipazione, a tema unico (CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE), in una o in più delle seguenti Sezioni:
– Sez. A: Poesia edita/inedita (max 45 versi in Times New Roman, carattere 12, formato Word)
– Sez. B: Racconto edito/inedito (max 2 cartelle in Times New Roman, carattere 12, formato Word)
– Sez. C: Pittura (un dipinto di propria realizzazione che dovrà essere inviato in formato jpeg)
– Sez. D: Saggistica (saggio di psicologia – tema libero – dovrà essere inviato in formato pdf)
2. Gli Autori possono partecipare entro e non oltre il 31 dicembre 2019, inviando l’elaborato all’indirizzo mail: festivaldellapsicologia@virgilio.it
3. Il giudizio della Giuria è insindacabile ed inappellabile. I Membri di Giuria sono: Loredana Biordi (docente scolastica), Alessio Calicchia (poeta), Valtero Curzi (critico d’arte, filosofo, poeta), Vincenzo Monfregola (poeta), Stefano Maria Pantano (giornalista), Angela Patrono (giornalista, poetessa), Vincenzina Porretta (psicologa), Agnes Preszler (traduttrice, pittrice), Maurilia Romani (psicologa, psicoterapeuta), Danilo Selvaggio (psicologo), Lorenzo Spurio (critico letterario, poeta), Michela Zanarella (giornalista, poetessa).
4. I risultati del Concorso saranno resi noti ai partecipanti entro il 12 gennaio 2020
5. Trofei, targhe, medaglie, libri e attestati verranno consegnati ai vincitori del Concorso. Le Opere selezionate dalla Giuria saranno raccolte in un’antologia distribuita a livello nazionale.
6. La partecipazione è LIBERA e GRATUITA.
7. Il Concorso non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy o di qualunque altro dato non conforme alla legge compiuto dall’Autore.
8. La partecipazione al Concorso implica l’accettazione incondizionata dei dati personali ai soli fini istituzionali (legge 675/1996 e D.L. 196/2003). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal Concorso.
N.B. La Cerimonia di Premiazione avverrà in data e luogo da definire e sarà legata ad un convegno riguardante LA VIOLENZA DI GENERE.
Un dolore, quello spirituale, che ti uccide dentro, ti fa sentire vacuo, ti allontana dagli altri, ti mostra la Fede come una cura psico-carnale e ti fa intravedere il suicidio come possibile commiato dalle universali dolcezze. Dolore, questo, che, fu patito dalla poetessa Claudia Ruggeri nata a Napoli il 30 agosto 1967 e morta suicida, lanciandosi dal balcone della sua casa di Lecce, il 27 ottobre 1996.
Il 1996, oltre all’anno del suo decesso, è quello della pubblicazione della raccolta Inferno minore, che sarà poi ristampata nel 2006 con l’aggiunta dell’opera incompleta ed erroneamente chiamata Pagine del travaso, per poi essere ristampata recentemente, nel 2018, nell’opera Poesie. inferno minore. )e pagine del travaso, della giovane ricercatrice Annalucia Cudazzo. Quest´ultima si configura come un´opera critica che, attraverso il titolo in minuscolo, rispetta le ultime volontà della poetessa leccese.
La poetessa salentina Claudia Ruggeri
inferno minore è divisa in tre sezioni: il Matto (prosette), interludio e inferno minore. Nella prima sezione viene liricizzato il tema della vacuità, intesa come un’assenza spirituale compresa e ossequiata dall’Uomo che, pur di non adirarla, la osanna con immagini nauseabonde e decorazioni kitsch. Ciò significò per Claudia Ruggeri il bianco esistenziale da riempire. Tema quello della prima sezione che è rappresentato dalla figura del Folle, che, con la sua psichedelica grammatica, riesce a esprimere i principali crucci degli Uomini, ovvero il male di vivere montaliano e le esistenziali vacuità. Grammatica, ma anche Vita, concepita dalla poetessa leccese come un foglio di carta bianco da riempire con parole in grado di portarci in universi luminosi, di contemplare la nostra carnalità, di farci amare le nostre resurrezioni, ma soprattutto in grado di farci convivere insieme alle nostre sconfitte psico-esistenziali[1]. Un Folle, infine, come metafora dello scrittore che, al pari del matto, usa la sua “lucida follia”, per creare gioie nelle tenebre più profonde e diffonderle nei cuori altrui.[2]
Nella seconda sezione, come mostra la Cudazzo, ci imbattiamo in due componimenti che omaggiano l´opera dannunziana La figlia di Iorio fino a diventarne in parte, una nuova reinterpretazione. A mio vedere tutto ciò ha maggiormente a che vedere con la “pagina incenerita”, ovvero quella della scrittura priva di messaggi profondi, parole senza scopi educativi. Il tutto grazie all’utilizzo delle parentesi lasciate volutamente aperte, per rimandare a un discorso incompleto e chissà con quanto ancora da dire.[3]
Nella terza sezione leggiamo poesie allo loro massima potenza poetico-letteraria che poetizzano i dolori spirituali e le alienazioni socio-esistenziali vissute dalla poetessa leccese. Esperienze, queste, che sono rappresentate graficamente da somiglianze ritmiche e lessematiche, sillabe omofone ripetute e da lessemi dialogativi, neologistici, slang, vernacolari e tanto altro ancora. Esperienze, infine, che la Ruggeri cercherà di superare percorrendo un cammino nel più buio e totale esilio spirituale da lei concepito come la ricerca della autentica luminosità.[4]
Passiamo ora a )e pagine del travaso. Qui per riudire la pazzesca evenienza del dattilo o più semplicemente )e pagine del travaso dove la Cudazzo ci mostra un cammino verso Dio dalla Ruggeri concepito come l’unico Padre in grado di liberarla dalle assenze spirituali e di ridarle la quiete da essa intensamente ricercata. Cammino, questo, che sarà compiuto attraverso lo studio della Sacra Bibbia, dei Vangeli e in particolar modo del Cantico dei Cantici cercando di crearne una versione moderna. Salmo moderno quello della Ruggieri, dove la libertà e la quiete vengono ulteriormente ricercate con la confessione di fede rivolta al Padre Celeste nel farla addormentare per l’eternità, in modo così da salvarla da ogni fastidioso brusio e ogni insopportabile musica esistenziale. Tema, questo, che l´avvicina al poeta magliese Salvatore Toma: in entrambi la Morte è un osannazione della Vita, una linfa che diluisce e stilla la Vita all’interno della quotidiana esistenza. Una preghiera, quella della poetessa leccese, che non vuole conquistare solo l’eterno riposo, ma trasformarla in una creatura dallo sguardo limitatamente vuoto e dallo spirito in grado di saper fondere le assenze esistenziali con la Fede.[5] Un Salmo alla ricerca di Dio, ma anche inteso come uno specchio che ci mostra la poetessa come una creatura senza memoria, emozioni, fastidiosamente trasparente e socialmente esiliata dai vivi.[6] Il tutto attraverso un linguaggio dai toni modernamente marinettiani fatto di parole minuscole alla fine e all’inizio di frase, di parole minuscole interfrasali, dall’uso del corsivo e dalle maiuscole usate non per i nomi di persona. Linguaggio che vuole mostrare le assenze spirituali e il disagio esistenziale come cose assolutamente normali, all’interno di una estrema società come quella dei giorni nostri.
Va ricordata anche la raccolta postuma Canto senza voce (Terra d’ulivi, 2013), un canto eseguito con voce colma di compassione, autoritarismo, follia psico-sociale, tirannica passionalità amorosa e libertà esistenziale. Opera questa divisa in cinque sezioni: I veri poeti…, Era prima la musica…, Ulivi della mia terra…, Amore… e Paesaggi. Nella prima la Poesia è concepita come una lingua che nasce dalle più oscure profondità dell’animo umano.[7] Vita che lasciò nello spirito della poetessa leccese ansimanti aneliti di passione e paterne reminiscenze. Un padre che è ricordato come un creatore di luminose gioie esistenziali, un notturno Caronte vegliante sui riposi della figlia e infine, come il più bel fiore che sia stato raccolto dalla figlia nella sua Vita. Reminiscenze esistenziali, queste, che costituiscono la gran parte della seconda sezione. La terza, invece, è dedicata al suo Salento di cui si sottolineano il contrasto paesaggistico fra le aspre campagne e il dolce vento, che accarezza le dolci esistenze[8], la pioggia estiva che purifica le strade sotto il plenilunio[9], gli ulivi, intesi come giganti dal luminoso spirito, dagli aspri singhiozzi. C´è spazio anche per la città di Lecce. Sempre in questa sezione leggiamo liriche sull’Amore, ovvero, quell’universo dove la poetessa leccese doveva essere la regina assoluta. Un amore dai toni aspri, primitivi, trasgressivi, intimi e in particolar modo funerei.[10] Nella quinta e ultima sezione leggiamo poesie dedicate ai viaggi psico-spirituali della poetessa colmi di dolori e amori flagellati. In particolar modo due sono le città amate dalla poetessa: Parigi e Napoli. La seconda è vista come un luogo in cui l’esistenza è immortale, ovvero ancora, come un luogo che vivrà per l’eterno anche senza nessun uomo e nessuna donna sul suo suolo[11].
Vanno anche spese delle parole sull’opera critica della ricercatrice Annalucia Cudazzo. Ha ridato onore e dignità a una delle più grandi poetesse italiane che, oggi come allora, purtroppo non è ricordata da critici nazionali, considerata da molti come una poetessa scomoda e poeticamente incomprensibile. Uno studio quello della Cudazzo che ha anche uno scopo sociale nel mostrarci le donne salentine non solo come contadine e madri di famiglia, ma anche delle poetesse, andando così contro la vetusta concezione che le concepisce come creature inferiormente subordinate al marito e al padre. Opera, questa della Cudazzo, dal profondo rispetto umano, dimostrato dai titoli minuscoli delle due opere inferno minore e )e pagine del travaso rispettando così, le ultime volontà della Ruggeri. Tale volume, dal taglio adatto agli studenti, ai ricercatori universitari e agli specialisti di poesia presenta una serie di commenti a tutte le poesie riportate. Commenti che sono affiancati dalla biografia di Claudia Ruggeri e da precise note testuali che ben illustrano il percorso editoriale delle due opere. Il linguaggio è chiaro, lineare e scorrevole.
STEFANO BARDI
L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.
Bibliografia di Riferimento:
RUGGERI CLAUDIA, Canto senza voce, Terra d’ulivi, Lecce, 2013.
RUGGERI CLAUDIA, Poesie. inferno minore. )e pagine del travaso, a cura di Annalucia Cudazzo, Musicaos Editore, Neviano, 2018.
[1] CLAUDIA RUGGERI, Poesie. inferno minore. )e pagine del travaso, a cura di Annalucia Cudazzo, Musicaos Editore, Neviano, 2018, p. 9. (“ormai la carta si fa tutta parlare, / ora che è senza meta e pare un caso / la sacca così premuta e fra i colori / così per forza dèsta, bianca; bianca / da respirare profondo in tanta fissazione / di contorni ò spensierato ò grande / inaugurato, amo la festa che porti lontano / amo la tua continua consegna mondana amo / l’idem perduto, la tua destinazione / umana; amo le tue cadute / ben che siano finte, passeggere“).
[2]Ivi, p. 15 (“ma chi nega che in tanta sepoltura / sia avvenuto al pendio un biancore vero / o lo strano brillio che ti destina se la passi”).
[4]Ivi, p. 25 (“ed un giorno mi diedi a distinguere / da quistu, quiddu; ma la conversazione / non dà alloggio, non rivela dov’è / la vera Serratura, se esista un dio Contrasto / che scentra qui l’Uguale / litoraneo e del vedere l’angelo”).
[5]Ivi, p. 45 (“vorrei una faccia bestia, laterale. un muso / inesplicabile di sogliola a sguardo come dire / intero sufficiente. un’anima da travaso / un’anima che risiede che sotto il gran sabbione / alleva la deessa, Macchia pulcherrima / in questa densa sinistra: giunchi falaschi guazza / neutri e coesi Ordine innanzi”).
[6]Ivi, p. 47 (“il nido del discorso nascosto, le isoipse salienti / delle rose rinviate, per rimanere immobile / senza notizie, classica, battuta chiaro / chiaro messa nella memoria e perduta di vista / per non fissare lo spazio per non sembrare una Frase”).
[7] Claudia Ruggeri, Canto senza voce, Terra d’ulivi, Lecce, 2013, p. 28 (“Si farà picchio e scaverà, / tornerà spina e strapperà / poi rabbia e coprirà. / Completerà l’eutanasia / mutando in sasso / la mia ragione / e la mia fede. / Quella di vivere.”)
[8]Ivi, p. 46 (“Braccia contorte / di dannati / da queste rosse zolle partorite / nel più azzurro dei cieli […]-[…] eppure il vento / ira i raggi nudi / fa ondeggiare un fiore.”)
[9]Ivi, p. 50 (“quando gli ultimi favori / di pioggia / rischiano / il luogo / d’erba / e d’ombra / felice a una falce di luna / tu ridi”)
[10]Ivi, p. 74 (“Ma tu non lo saprai, / fin quando un verme / non roderà la tua carcassa / dentro, / ma proprio dentro / fino al fondo. / Forse, / non troverà / che una conchiglia / vuota.”)
[11]Ivi, p. 107 (“Giocherai così nell’universo / anche dopo il ritiro delle truppe / quando l’uomo non vivrà / neppure alla tua ombra / nel tuo calco / nel mare / nell’aria / nei cubi di roccia galleggianti / dove di te, certo, / dopo il giudizio / riconoscerà l’odore.”)
Recensire un libro, anche se, a volte, è un’impresa difficile, mi piace sempre e mi piace sapere o scoprire, in base agli indizi ricevuti, la personalità dell’autore perché ritengo che egli, nello scrivere la sua opera si immedesimi quasi sempre, come suo alter ego, nel personaggio principale. Questa volta sono stato, in un certo qual modo aiutato e facilitato, nell’identificare l’autore, prima perché è un mio conterraneo, poi perché la vicenda narrata in Profondità primitive (Elison Publishing) di Gianfranco Sorge si svolge in Sicilia e precisamente a Catania e nel suo hinterland, con un territorio forse unico nel suo genere sia per la bellezza dei luoghi, sia per la caratteristica lessicale dei suoi abitanti e, in fine, per la sceneggiatura del libro, scelta accuratamente e con una punta di poesia nella sua espressione. Per prima cosa, Ruggero, il protagonista della storia, è un medico, un giovane capace e aitante chirurgo specializzato in chirurgia generale. Dietro questa persona, si adombra l’autore, che, secondo me, è sicuramente un medico, non propriamente un chirurgo specializzato ma, di certo, un molto preparato anatomopatologo e un valente psicologo. Detto questo, si può chiaramente capire tutta la preparazione professionale dell’autore nel congegnare ed orchestrare l’intero ordito narrativo che si può sintetizzare in un completo itinerario di analisi psicologica di un soggetto, nella circostanza, Eleonora, la seconda coprotagonista della storia, la quale, dopo un’analisi psicologica di anni profonda e mirata, riuscirà a liberarsi di tutti i problemi della sua personalità. Questa era stracolma di miti e complessi psichici profondi che l’avevano assillata e traumatizzata per tutta l’adolescenza e la sua gioventù. Alla base di questi complessi c’erano delle esperienze formative e traumatizzanti subite in tenera età, con entrambi i suoi genitori e con un suo fratello maggiore, morto prematuramente. Questi problemi esistenziali erano cominciati all’età di cinque anni, con un incidente occorso a suo fratello Marco che, per un’imprudenza ed una stravaganza coerente con la sua personalità, era precipitato in un laghetto rimanendo soffocato, secondo la valutazione della piccola Eleonora. Lei, subito, era corsa ad avvisare dell’accaduto i suoi genitori, scoprendoli, inavvertitamente, in camera da letto, nudi ed abbracciati nel loro letto coniugale mentre facevano l’amore. La concomitanza di questi due accadimenti, assieme ad altre evenienze che riguardavano il fratello avevano creato nella fragile e precaria situazione psicologica della piccola Eleonora, una sorta di complesso di Edipo nei confronti del padre, complice la madre che non si era mai mostrata affettuosa e premurosa verso di lei preferendole sempre, nell’affettività materna, il fratello maggiore perché era un maschio. Si era creato così un complessivo amore-odio nei confronti dei genitori e di invidia nei confronti del fratello, ciò aveva radicato nella sua psiche la convinzione di essere la responsabile, prima della morte del fratello e, in seguito, di suo padre e, quindi, meritevole di una punizione che avrebbe dovuto scontare durante tutta la sua vita. Tutti questi problemi le creavano una serie di scissioni della sua personalità rendendola incapace di relazionarsi con gli altri e quasi contraria alla relazione con l’altro sesso per timore di non sapere comportarsi nascondendo le sue pulsioni sessuali delle quali aveva paura sconoscendo completamente le dinamiche dell’amore e del sesso. A un certo punto della sua vita le accade un incidente stradale con la sua macchina perché, distratta dai suoi pensieri uscendo da un posteggio, si scontra con una Mercedes alla guida della quale c’è l’uomo della sua vita, ma lei non lo sa. Così comincia quella che sarà la storia della sua vita che, inframezzata da periodiche visite in analisi psicologiche con lo psicologo che da 4 anni la segue in quello che sarà un processo evolutivo costante e preciso che le svelerà tutti retroscena dei suoi complessi e che le permetterà di essere libera dai loro condizionamenti e diventare una persona normale. Ruggero, il guidatore della Mercedes si innamorerà pazzescamente di lei e la saprà guidare e aiutare a uscire dal suo guscio psicologico coprendola di premure e di amore incondizionato. Questa meravigliosa storia d’amore fra Ruggero ed Eleonora evolve e si dipana in modo interessante e piacevole fra i due giovani ed è una piccola grande chicca di valente prosa con tutti gli attributi necessari ad esprimere azioni e sentimenti fra due innamorati così completi e dotati di un verismo espressivo di alto livello, senza mai trascendere nel pornografico o nell’osceno, di alcune scene di sesso che sono proprie dell’amore completo e totale tra due esseri che sono fatti l’uno per l’altra. Nell’alternarsi di questo menage a due nel quale si notano delle sfumature sensoriali, nette ma delicate, che esistono nei rapporti amorosi e che sono legati al tatto, agli odori, ai sapori e al gusto del partner, c’è la descrizione ammirata della scenografia bucolica della periferia di Catania ma, c’è anche il siparietto delle sedute di analisi di Eleonora ed alle sue rivisitazioni, a volte anche filosofiche, che servono a spiegare con dovizia al lettore la dinamica morfologica dei punti nevralgici dei vari problemi psicologici che avviene nell’intelletto e nella psiche della stessa che, gradatamente, con una progressione lenta ma sicura, prende coscienza dei motivi delle sue paure e delle sue pene affrancandosi progressivamente dalla dipendenza dai fattori negativi della sua psiche. Tutto il libro, in fine, è una lezione di analisi psicologica completa, fatta con capacità professionale e trasporto da uno psicologo raffinato che è anche un poeta della narrativa. Complimenti vivissimi all’autore che, secondo me, è anche un apprezzato professionista della psicoanalisi.
Vittorio Sartarelli
L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.
XXX Edizione del Concorso Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati – Premio Speciale Renato Pigliacampo”
Verbale di Giuria
La Commissione di Giuria della XXX edizione del Concorso Internazionale di Poesia «Città di Porto Recanati», composta da Lorenzo Spurio (Presidente), Rosanna Di Iorio, Emilio Mercatili, Loretta Stefoni e Rita Muscardin, dopo attenta operazione di lettura e valutazione delle 266 opere presentate a concorso, ha stabilito la graduatoria finale dei vincitori e dei premiati a vario titolo.
Inoltre, per ricordare degnamente il prof. Renato Pigliacampo e come previsto dal bando di partecipazione, si è conferito il “Premio Speciale Renato Pigliacampo” a un’opera particolarmente meritevole per tematiche, aspetti, elementi o rimandi all’opera e alla vita di Renato Pigliacampo, fondatore di questo Premio. Contestualmente, vengono consegnati Diplomi Speciali “In memoria di Renato Pigliacampo” per opere poetiche significative su tematiche relative all’universo della sordità, delle minoranze sensoriali o dell’impegno civico.
VINCITORI ASSOLUTI (targa, motivazione e premio in denaro: 1°: 500 €; 2°: 300 €; 3°: 200 €)
1° Premio: FRANCO FIORINI di Veroli (FR) con la poesia “Non dirmi dell´inverno”
2° Premio: STEFANO BALDINU di San Pietro in Casale (BO) con la poesia “Alice e la sua meraviglia”
3° Premio: UMBERTO VICARETTI di Luco de’ Marsi (AQ) con la poesia “Montaliana”
PREMIATI (targa)
4° Premio: TULLIO MARIANI di Molino di Quosa (PI) con la poesia “Ballata dei vecchi ricordi”
5° Premio: CARMELO CONSOLI di Firenze con la poesia “La città che non esiste”
6° Premio: ALFREDO RIENZI di Venosa (PZ) con la poesia “La questione del Nibbio”
7° Premio Ex-Aequo: NUNZIO BUONO di Casorate Primo (PV) con la poesia “Se rimani”
7° Premio Ex-Aequo: VALERIA D’AMICO di Foggia con la poesia “Ode al figlio morto”
8° Premio: ROBERTO RAGAZZI di Trecenta (RO) con la poesia “L’ultimo volo”
9° Premio Ex-Aequo: SARO MARRETTA di Spiegel – Berna (Svizzera) con la poesia “Qui non ci manca il pane”
9° Premio Ex-Aequo: DAVIDE ROCCO COLACRAI di Terranuova Bracciolini (AR) con la poesia “I girasoli”
10° Premio: VALERIA GROPPELLI di Crema con la poesia “Nevica Annetta”
MENZIONE D’ONORE (diploma)
GIOVANNI TROIANO di Trebisacce (CS) con la poesia “Rrgjërí Kaìnit”
STEFANO VITALE di Torino con la poesia “Chiudere i porti…”
ALESSANDRO INGHILTERRA di Genova con la poesia “Fiore d’inverno”
GIULIO REDAELLI di Albiate (MB) con la poesia “Alice dei desideri”
ANNA ELISA DE GREGORIO di Ancona con la poesia “La leggerezza dei vecchi”
FRANCA DONÀ di Cigliano (VC) con la poesia “Tra queste quattro nuvole”
PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DI GIURIA (targa e motivazione)
IDA CECCHI di Barberino di Mugello (FI) con la poesia “Troviamoci adesso”
PREMIO SPECIALE “RENATO PIGLIACAMPO” (targa e motivazione)
MARIATERESA LA PORTA di Venafro (IS) con la poesia “Nel lento divenire”
DIPLOMI SPECIALI “IN MEMORIA DI RENATO PIGLIACAMPO” (diploma)
ROSANNA GIOVANDITTO di Pescara con la poesia “L’ultimo viaggio del genio incompreso”
LUIGI ANTONIO PILO di Messina con la poesia “Il grido del silenzio”
CRISTIANA FILIPPONI di Jesi (AN) con la poesia “Lascia la culla del silenzio”
PREMIO SPECIALE “ALLA CARRIERA” (fuori concorso)
LUCIANO PELLEGRINI di Spoleto (PG)
PREMIAZIONE
Tutti i vincitori e i premiati a vario titolo sono invitati a partecipare alla Cerimonia di Premiazione che si terrà sabato 14 settembre 2019 alle ore 17:00 presso la Pinacoteca “Moroni” all’interno del Castello Svevo (Piazza Fratelli Brancondi) di Porto Recanati (Macerata). In apertura all’evento si terrà la presentazione al pubblico di Non oltre le porte del sole (2018) il romanzo postumo del prof. Renato Pigliacampo.
Si evidenzia che i premi in denaro saranno consegnati solamente in presenza del vincitore o eventuale delegato e non saranno spediti. La delega dovrà pervenire esclusivamente a mezzo e-mail all’indirizzo: poesia.portorecanati@gmail.com entro il 10/09/2019. Gli altri premi, qualora non vengano ritirati il giorno della premiazione, potranno essere spediti, dopo pagamento delle relative spese di spedizione.
Durante la premiazione sarà presente una lettrice che darà lettura alle opere vincitrici. Si richiede una comunicazione di conferma sulla propria presenza entro e non oltre il 07/09/2019; nella stessa comunicazione si dovrà indicare se la poesia verrà letta dall’autore o se si preferisce che venga letta dalla lettrice.
LORENZO SPURIO – Presidente di Giuria
MARCO PIGLIACAMPO – Segretario del Premio
Porto Recanati, lì 23 Agosto 2019
Recensire un libro di una scrittrice britannica è, per me, una nuova esperienza letteraria anche perché questa autrice non appartiene al novero, per altro numeroso, di scrittori inglesi di una certa rilevanza. Questo, infatti, è per lei il secondo romanzo ad essere pubblicato. Lo scenario nel quale si svolge L´Estate prima della Guerra (2016) di Helen Simonson è il Sussex, dove Rye, una piccola cittadina pedemontana del territorio britannico è un promontorio allocato nella zona costiera prossima alla Francia. Accingendomi a questo mio compito, non certo facile, il fatto di trovarmi di fronte ad un volume di circa 500 pagine certo non costituisce un incentivo favorevole che mi spinga con eccessivo interesse a intraprendere il mio lavoro ma, tant’è, questo è il mio obbligo assunto e cercherò di adempierlo nel modo migliore.
La prima impressione che si ha, cominciando e seguitando a leggere questo libro, anche se non si sapesse chi è l’autore dello scritto, apparirebbe evidente che si tratta di una donna e di una donna inglese. Il suo periodare ed il suo fraseggio, pur essendo corretti e in bella forma, sono morbidi, delicati e di natura domestica e familiare oltre che, letterariamente, irreprensibili.
Il suo fervente amore per l’ambiente naturale che la circonda, descritto amabilmente, si identifica con le sue origini britanniche e la descrizione attenta e precisa del tessuto sociale nel quale la vicenda si svolge, non è altro che la connotazione di una società classista e stratificata in concetti umanitari che appaiono come pervasi da un retaggio ancora medievale e discriminatorio che contraddistingue, appunto, il tessuto socio economico britannico del tempo descritto all’inizio del ´900.
I personaggi principali del romanzo sono la signorina Beatrice Nash un’insegnante di Latino, giunta da poco a Rye, che dovrà prendere servizio nell’istituto scolastico del paese, raccomandata da una sua zia appartenente ad una famiglia nobile del circondario regionale, la Signora Agatha Kent e suo marito John esponente di spicco del Servizio Diplomatico britannico, anch’essi appartenenti alla classe abbiente del luogo, il giovane chirurgo Hugh e il giovane poeta Daniel entrambi nipoti dei coniugi Kent, l’adolescente Richard Sidley detto Snout di origine zingaresca. Poi ci sono altri personaggi secondari che interverranno saltuariamente nel corso della narrazione come lo scrittore famoso americano Tillingam, che si è stabilito a Rye, il Sindaco e la moglie di Rye, un amico di Daniel, Crhigmore e suo padre Lord North. Mentre l’insegnante Beatrice incontra una certa ostilità ambientale da parte del Sindaco e della moglie, la famiglia Kent ne assume la tutela ambientale e fra il giovane chirurgo Hugh e Beatrice sorge, in forma quasi segreta, un sottile sentimento amoroso che costituisce una sorta di siparietto sentimentale che si inserisce con favore nell’ordito narrativo.
La narrazione si snoda stancamente per buona parte del romanzo con scene familiari, descrizioni paesistiche, fitti e banali colloqui amichevoli sempre informali, senza molta importanza che hanno configurato la caratteristica interlocutoria del romanzo senza che avvenga niente di nuovo. A questa lunga pausa di eventi fa eccezione l’arrivo in paese, assieme ad altri profughi belgi, di un professore e della figlia giovanissima Celeste.
Siamo nell’estate avanzata del 1914, la Germania ha invaso il Belgio compiendo razzie, stupri e nefandezze varie sulla popolazione, è iniziata la I Guerra Mondiale e il piccolo centro di Rye comincia, unitamente a tutta la Gran Bretagna, a partecipare al fatto bellico che li coinvolge. Inizia tutta una serie di iniziative di solidarietà popolare e nazionale di preparazione alla guerra, centri di reclutamento e associazioni di cittadini che preparano il paese alla guerra con parate, cortei e feste inneggianti alla partecipazione belligerante. Una caratteristica, abbastanza nota, dell’Inghilterra è sempre stata, infatti, la sua partecipazione a tutte le guerre avvenute in Europa e nel Mondo e dalle quali essa ha sempre ottenuto dei vantaggi e delle posizioni di potere nei confronti di altri stati meno potenti e meno capaci di interessi politici preminenti. Tutti i giovani maschi in età maggiorenne si arruolano nelle forze armate britanniche e vengono convogliati nella parte settentrionale della Francia dove si svolge il fronte bellico. Anche i cugini Hugh e Daniel si arruolano, entrambi con il grado militare di tenente, il primo farà parte dell’ospedale da campo mentre Daniel, al quale è morto l’amico Crhigmore in un incidente aereo, farà parte dell’esercito inglese in prima linea. Anche il giovane adolescente Snout, anche se non ancora maggiorenne, con il permesso dei genitori, sarà arruolato come soldato semplice e inviato al fronte.
A questo punto bisogna fare delle considerazioni che appaiono importanti e giuste nella valutazione critica di questo romanzo. Le prime trecento pagine hanno avuto il compito di illustrare principalmente il bellissimo paesaggio bucolico che circonda e ingloba il piccolo centro di Rye e poi, come ho avuto modo di dire, la descrizione particolareggiata della vita e degli aspetti sociali di questo ridente borgo britannico del Sussex. Soprattutto la scrittrice si è soffermata, alquanto lungamente, nell’illustrare i comportamenti degli abitanti del luogo, evidenziando per quelli più rappresentativi e importanti dal punto di vista sociale, in un ambito classista e rigidamente organizzato in strati sociali con competenze valutazioni e capacità diverse. Una piramide sociale alla base della quale c’erano i contadini e i proletari mentre al vertice, illuminati e dispositivi, emergevano i nobili e i benestanti con notevoli proprietà immobiliari ed ampie disponibilità finanziarie.
La Simonson ha evidenziato il carattere, i rapporti e le prerogative soprattutto delle donne più importanti della società, soffermandosi spesso in un chiacchierio banale e fine a se stesso tra di loro, rischiando di annoiare il lettore. Per fortuna, l’autrice, nelle ultime cento pagine di questo libro, si riscatta ampiamente e, finalmente, sorprende il lettore con le sue ampie capacità espressive, mettendo in mostra il suo innegabile talento di narratrice di rango. Ci troviamo, quasi improvvisamente di fronte ad eventi e situazioni particolari spesso drammatiche, come la scoperta, purtroppo negativa e socialmente emarginante è il fatto che la giovane Celeste, durante l’invasione bellica del suo Paese, poiché ha subìto delle violenze a causa di uno stupro, si trova in stato interessante. Questo evento la fa diventare per la comunità che l’ha ospitata, una specie di appestata con la quale nessuno vuole più avere a che fare, rischiando l’espulsione dal suo attuale contesto sociale. La minacciata e crudele emarginazione di questa innocente fanciulla ci dà il senso e l’immagine rappresentativa della società gretta e classista esistente in quel borgo britannico, in tutta la sua cruda realtà. Il problema verrà affrontato e risolto brillantemente con un’azione generosa e di forte umanità ed affetto dal tenente Daniel che chiederà a Celeste di diventare sua moglie salvandola dal linciaggio sociale del paese. Immediatamente dopo a questo felice e risolutivo evento l’autrice ci porta, quasi a spron battuto, verso la guerra, in prima linea, dove piovono granate e colpi di cannone che quotidianamente compiono un’impietosa strage di soldati inglesi.
L’arte narrativa poi trova il modo di impressionare e far vivere al lettore quello che succede in un campo di battaglia e successivamente in un ospedale da campo, dove giornalmente e spesso anche di notte i medici in servizio permanente effettivo e soprattutto i chirurghi come il tenente Hugh operano continuamente i feriti, molti dei quali, purtroppo, non riusciranno a salvarsi per l’estrema gravità delle ferite riportate. Il racconto prosegue con l’affannosa ricerca da parte di Hugh del cugino Daniel anch’egli in prima linea e quando finalmente, in un breve periodo di riposo dal suo estenuante lavoro, riesce a ritrovarlo congiuntamente anche al giovanissimo Snout, è molto felice. In seguito ad eventi che quasi si sovrappongono, si assisterà all’acme della drammaticità e della denuncia sociale dell’autrice di alcune ipocrisie belliche di taluni personaggi in alta uniforme, come il Generale Lord North. Costui è un personaggio tronfio e pettoruto, senza principi morali ed umani che, trincerandosi ipocritamente dietro uno sciovinismo di maniera tutto britannico e accampando diritti di vita e di morte sui suoi sottoposti militarmente, farà la misera figura di un dispotico comandante che abusava del suo potere in modo infame e vergognoso per un generale dell’esercito britannico. La storia narrata nel libro avrà poi un epilogo felice e pacifico, tuttavia Helen Simonson con questa sua opera mi ha conquistato anche perché, dietro le magnifiche descrizioni e le artistiche ricostruzioni di un ambiente e di persone a lei molto vicine con le quali ella ha vissuto, si può notare ed apprezzare una sottile ma severa critica alla società britannica dell’epoca con tutti gli annessi e connessi, compresi il classico the delle cinque completato da discutibili tramezzini.
VITTORIO SARTARELLI
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In questo nostro tempo frettoloso e precipite, in cui l’apparire prevale ampiamente su ciò che appare, un libro di poesia come questo di Elisa Roccazzella con la sua fertile lentezza silenzia, nel tempo sospeso della lettura, l’incessante frastuono dell’attualità. La follia del sole (Edizioni Thule, Palermo, 2018) segue a distanza non inoperosa I favi d’Hybla dello stesso editore. Dice infatti Elisa Roccazzella della sua poesia: “Sei andata via…/sì…sei andata via!/ Ma non ti ho perduta,/so che presto tornerai/come sempre sei tornata/-tenera di lauri e mirti-/ sì…ritornerai/ per rendermi la scintilla/di quel fuoco/che divora il mio cuore/ di poeta..(in Vergine o vestale-alla mia musa). Il titolo La follia del sole rimanda al tema sotteso alla raccolta, il sole ora rappresentato come speranza, natura fiorente di primavera ora come follia che acceca di luce e fa deviare verso il male. Il tema è sviluppato in maniera diretta: “sarò sole …folle e abbagliante…”, o indiretta per mancanza: “Piove nel nero delle lunazioni,/nello sgangherato delle imbarcazioni,/ nel tetro dell’onda che tradisce/ che ha solo il peccato di un sogno”. Anima antica e profonda Elisa Roccazzella insegue nel tempo del suo ritmo poetico la mancanza di qualcosa che è “chissà dove” o accaduta “chissà quando”. Il dato soggettivo colto con immediatezza è espresso da una scrittura d’impianto classico e in una discorsività priva d’intermediari e orpelli, diretta a cogliere ogni proprio movimento interiore: “inaugurando scale/ e solfeggi di memorie / folgorata da lampi d’emozioni/ dove precipito per presto risalire, /in un angolo del cuore/entrerò dentro le parole ( in Dentro le parole) e ancora le tue parole/- come raggi dorati-/pioveranno all’ombra della mia passione ( Bella più che mai –alla poesia)”. L’inquietudine della vita s’acquieta in una trama musicale che ricorda la lieve risacca del mare calmo su una spiaggia di piccoli ciottoli, frusciante e sapida di incanto e mistero, ansiosa di autentico. La follia del sole dialoga con I favi d’Hybla per il senso vivo e panico della natura, osservata con occhio commosso o affiorante da tempi passati, per il mito che sostanzia la Sicilia, per la fede e gli affetti personali: “in questa mia terra/-dove grande al sole predica l’ulivo-/ e primitivo azzurro/a grazia di mandorli e ginestre/ sfuma paradisi in leggerezza d’acquerello,/ io scommetto sogni/ e cesello…madrigali/ alla ruota dei giorni/ cigolanti di memorie/ come i carretti del passato” (in In questa mia terra). Ma se ne distingue per uno sguardo più limpido e ampio che abbraccia tutta la vita come nel conclusivo poemetto Il seme della memoria.
GABRIELLA MAGGIO
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Esprimersi in termini critici sull’opera poetica di Corrado Calabrò, per quanto si cerchi di adoperare quell’onestà di sabiana memoria e ci si appelli a un’umiltà di giudizio che ne descriva in maniera congrua gli stilemi cardine, è questione ardua. Un’impresa, si dovrebbe dire, dalle dimensioni titaniche. Lo è per ragioni di varia natura, alcune assai palesi e sotto gli occhi di tutti, altre di appartenenza alla schiera letteraria e a chi, con strenuo impegno e competenza, ha fatto suo il percorso di scavo, approfondimento esegetico e d’interpretariato concettuale. Tali ragioni hanno senz’altro a che vedere con l’influente portata di Corrado Calabrò intellettuale (che è ciò che deve prioritariamente interessare il critico, conscio, però, della sua notevole carriera nel campo della Magistratura), uno dei maggiori poeti della scena nazionale e non solo, se si tiene in considerazione che le sue opere sono state tradotte in decine di lingue (non solo europee) e che per la sua formidabile e riconosciuta attività letteraria gli sono stati attribuiti, tra i tanti premi ed encomi, riconoscimenti accademici quali la Laurea Honoris Causa rispettivamente dell’Università Mechnikov di Odessa (Ucraina) nel 1997, dell’Università Vest Din di Timişoara (Romania) nel 2000 e dell’Università Statale di Mariupol (Ucraina) nel 2015. Ricordo anche uno dei recenti successi in una lingua straniera ovvero il libro Janelas de silêncio (Vasco Rosa, Lisbona, 2017) in lingua portoghese, arricchito dalla prefazione della poetessa e scrittrice Fabia Baldi[1], presentato a Salone Nobile dell’Istituto Portoghese di Sant’Antonio a Roma il 29 novembre 2018. Sempre nel mondo lusofono va ricordato l’importante riconoscimento attribuitogli nel 2016 dall’Università di Lisbona ovvero la preziosa Medaglia “Damião de Góis”.
Il poeta Corrado Calabrò
L’altra ragione che motiva una certa inibizione e sbandamento nell’approcciarsi alla sua ingentissima opera (decine e decine di opere pubblicate, per cui non faremo qui l’elenco) attiene all’elevata gamma di eminenti critici, accademici o meno, che nel tempo hanno scritto di lui e della sua opera. Si dovrebbero (solo per citarne alcuni) richiamare i nomi di Domenico Rea, Carlo Bo, Maria Grazia Lenisa, Luigi Reina, Mario Luzi e Maria Luisa Spaziani che, senza specificazioni di sorta, ben mettono in luce l’importanza, finanche la completezza e la profondità di Corrado Calabrò. Tra gli altri, un corposo volume monografico a cura del critico Carlo Di Lieto, docente di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, pubblicato da Vallardi Edizioni nel 2016 col titolo di La donna e il mare. Gli archetipi della scrittura di Corrado Calabrò. Testo che risulta avere una sua centralità e dal quale non si può prescindere se decidiamo di voler conoscere da più vicino e con un adeguato mezzo informativo, orientativo e di accompagnamento alcuni dei temi-simbolo della poesia di Calabrò.
L’antologia Quinta dimensione (Mondadori, 2018)[2], che compendia un percorso selezionato[3] di poesie pubblicate nel sessantennio 1958-2018, è stata presentata a Roma, Milano e a Torino riscuotendo particolare successo. È, come ebbe a dire Pasolini nel caso dei Cantos di Ezra Pound, una poesia «enormemente vasta»[4]: per quantità, calibro, spessore e intensità. Ad aprire il volume una chiosa di Eraclito, poeta del divenire, che recita testualmente: «Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo». A questa fa seguito l’apertura con un incisivo poemetto dal titolo Roaming introdotto da Senofonte, testo nel quale, in esergo, Calabrò cita Thomas Stearn Eliot, il modernista allucinato, richiamando i Quattro quartetti.
Il lettore di questo libro e dell’intera opera di Calabrò, dovrebbe cautelarsi dinanzi alla materia che gli viene offerta e rendersi consapevole di questo arricchimento continuo. Le copiose citazioni, versi richiamati, echi, camei, rimandi intertestuali ad altrettante opere di letteratura, filosofia e scienza, sono preziosissime e vanno raccolte saggiamente. Esse ci consentono non solo di ricostruire fedelmente il prezioso mosaico che è la stessa campionatura di versi del poeta calabrese, ma anche d’iscrivere questa sua fiorente produzione all’interno del grande mare della letteratura di ogni tempo, dunque della nostra storia e del senso di abitare questo mondo. Tra i suoi innumerevoli maestri, padri putativi e fonti, vanno senz’altro enucleati gli esponenti di spicco della cultura europea, greca, romana, della classicità letteraria nazionale (Dante, Ariosto, Leopardi), dei poeti melanconici (Rilke[5]), civili (Lorca, Neruda), simbolisti (Baudelaire) e metafisici (Eliot).
Roaming si presenta composito, con una sapiente intersecazione di spazi e cornici temporali, volutamente inteso a divagare e far confluire storie, significati, vicende di uomini d’allora e perplessità d’oggi. La ricchezza dei contenuti e la vistosità delle prese di posizione – soprattutto nei riguardi di alcuni costumi o tendenze diffuse nella nostra età – ci permette di concepirlo anche come sorta di Manifesto – non di una poetica – semmai del travaglio odierno, dove i sentimenti risultano ingabbiati dalle logiche e dalle azioni automatizzate.
L’autore, anche se vive nella Capitale[6] da vari decenni, è nato a Reggio Calabria nel 1935 ed è chiaro ed evidente il suo forte legame a quella terra, per mezzo di una serie di figure quali il mare e ogni riferimento a tale ecosistema, la madre (incuneata nel ricordo per mezzo della casa), finanche della storia di quelle terre soleggiate.
In Roaming, poemetto «sgorgato quasi in trance» (25)[7] come scrive nella nota che lo accompagna datata settembre 2018, si fa accenno ad una delle tragedie più indecorose della storia della nostra Penisola, vale a dire il terremoto che nel 1909 colpì Reggio e Messina decretando un numero di vittime che lo stesso poeta richiama nei suoi versi: «Trentamila morti solo a Reggio./ Io persi nel crollo della casa/ i nonni una zia e un cuginetto/ che quest’anno avrebbe centun anni. / […]/ Sono abitate dai pesci le case/ sott’acqua» (7).[8] Questo tema ritorna spesso in altre liriche a sottolineare, nel ceppo familiare di Calabrò e nella sua memoria, un incisivo segno di dolore per quegli accadimenti.
Da un tempo a noi lontano, Calabrò, forse l’unico poeta italiano a occuparsi di astrofisica (se non altro con tali felici esiti), anticipa uno dei suoi temi ricorrenti ovvero quello dell’interesse verso i mondi siderali, a-terrestri, della dimensione spaziale in parte sconosciuta e per questo ulteriormente ricca di suggestione e fautrice di idee: «Gli astronomi – alcuni – erano intenti/ a scrutare col nuovo telescopio/ gli spazi siderali per scoprire/ altri pianeti simili alla Terra» (7-8).
Tra questi due scenari si situa la lettura critica e distaccata di quell’oggi che è un misto di monotonia, insicurezza, imprecisione e indifferenza diffusa, dove anche il linguaggio è divenuto servo degli oggetti e degli interessi: «È vero che esiste solamente/ quello che appare in televisione;/ ma si può sempre cambiare programma» (10).[9] Versi lapidari che in qualche modo denunciano la passività dell’uomo odierno che non è più agente, ma ricevente e succube di tutto ciò a cui viene sottoposto. Uomo-automa, uomo-oggetto, uomo de-umanizzato: ciò fa anche pensare al realismo terminale di Guido Oldani che, nel relativo Manifesto programmatico, evidenziò questa fede e immolazione della realtà oggettuale a discapito dell’oltraggio e svuotamento della sensibilità umana.
In Roaming si procede a sobbalzi, per scansioni che rimestano di continuo, una possibile linea cronologica: è un procedere a random, appunto, dove la casualità però non è propriamente tale – non è un flusso disincantato e continuo di pensieri, disarticolati – ma le trame profonde della Calabria, dell’amore e del cambiamento, nutrono le fondamenta del poemetto dandone vigore e rendendolo tecnicamente perfetto e contenutisticamente variegato. Ecco, allora, riaffiorare la guerra: «M’è accaduto più volte da ragazzo/ di sentire il fischio delle bombe/ che scendevano dritte sul rifugio/ ed anche di venire mitragliato/ da un aereo in picchiata» (12) e poi far capolino pensieri di continuo divenire, quale la deriva dei continenti: «il pianeta/ sta per venire meno sotto i piedi» (12) fino a inquietudini d’interesse globale: «E se la terra fosse deragliata/ dalla sua orbita? C’è la deriva/ impercettibile dei continenti/ e c’è quella delle galassie» (15).
Proprio come i versi de La terra desolata sono un continuo campo di citazioni, la poetica di Calabrò è un mosaico di realtà, di mondi diversi e distanti, di età, di scenari e situazioni; essa è il luogo in cui, come in una agorà, si mescolano i saperi, le concezioni, i pensieri, in un interscambio continuo tra parola e arte, poesia e musica, scienza e tecnica e, ancora, erudizione di un pensiero che poggia su fondamenta del mondo greco-romano e gore esistenzialistiche. È senz’altro opportuno richiamare le considerazioni ermeneutiche di una studiosa come Julia Kristeva che tanto si è spesa, in termine d’indagine del testo, su valore e la potenza del mondo intertestuale. Così, tra i tanti “commensali” in questo ampia tavola (rotonda) dove si dibatte e ci s’interfaccia, si respira e si cerca se stessi, si contestualizza e si tenta una fuga in una dottrina che non è così accessibile come sembrerebbe, che troviamo il fisico Steven Weinberg, il poeta irlandese Oscar Wilde, la poetessa per antonomasia, Saffo, anima dei lirici greci e, – non appaia vizioso l’avvicinamento e si apprezzi, invece, la vastità delle fonti -, l’apostolo San Paolo (Prima Lettera ai Corinzi), Guido Cavalcanti, Dante, l’autore delle Bucoliche più volte citato dal Nostro in quelle che son divenute formule idiomatiche del mondo latino (Labentia signa), finanche i cantares populares (Machado, il già menzionato Lorca del quale, pure, il poeta si svela innamorato del celebre Llanto), l’avanguardista esasperato Sanguineti[10] e l’enigmatico Lewis Carroll proiettato verso un oltre invisibile che ammicca. Non è di certo una tavola fredda, semmai un banchetto ricco di portate, se si considerano i requisiti di rimando, le motivazioni per cui Calabrò si serve di tali fonti, a più livelli, per inserire i suoi versi. Si crea, così, una polifonia di suoni e d’interpretazioni, linguaggi apparentemente diversi che viaggiano su binari separati, come quello poetico e quello scientifico, che vengono resi, se non amici e sovrapponibili, per lo meno affini, inter-comunicanti, richiamanti l’un l’altro, decretando la fine di aporie binarie inconfutabili. Ci sono sistemi comunicativi di vario tipo che intervengono quali il codice segreto del linguaggio Morse, l’uso di terminologie in altre lingue, l’adozione di onomatopee che tentano di recuperare il suono di un evento che s’è prodotto e poi tutto l’universo dei richiami, dei bisbigli, dei fragori lenti o ritmati, dei movimenti che, colti nel loro tramestio, trasmettono indelebili movenze di un suono che si forma, s’increspa e scivola via.
L’esperienza-imprinting della fanciullezza a Reggio ritorna a galla, per frammenti, ricordi che luccicano, all’interno dell’intero corpus poetico del Nostro. Reggio sta a Calabrò come Macondo sta a Marquez e Recanati sta a Leopardi, è un luogo dell’anima, è spazio titanico e culla, emblema di legami familiari, contesto dove hanno preso forma i giochi, gli amori, i pensieri. Si riappropriano in maniera netta dei versi queste immagini nitide nel ricordo; il recupero delle immagini è asintomatico, quali pillole di un flusso che, di colpo, complici associazioni di immagini, rimandi pareidolitici e effluvi che si spargono, evidenziano la loro compresenza nel presente: sono già lì, non appartengono a una realtà passata, in quell’asfittico tentativo di scansione di un tempo che è tutto presente perché vivo. Ecco «Le strade a pelo d’acqua di Messina» (36) e «Le piazze dei paesi adagiati sullo Ionio» (40), sembra quasi di percepire il vento che fa ondeggiare le tamerici, lo iodio disperso nell’aria che si respira; così sono presenti anche le isole siciliane: «Da Lipari fino ad Alicudi/ piano piano si fredda/ il mare ch’è un immenso bacile d’olio grigio» (74) e poi Filicudi, Panarea. La Calabria, depositaria delle adorate immagini dei cari, è anche quella campestre: «Ulivi rocciosi di Calabria/ dalle arterie marmorizzate/ contorti sulle radici/ come totem viventi!» (112).
Dei genitori, che sono forme di quell’entità varia che è la terra natia, la Grande Madre, si assiepano memorie, nel tempo che separa alla loro corporeità ormai disillusa: «Solo ora sento che mio padre è morto!/ […]/ Con lui salivo su per le colline,/ […]/Andavo, armato della sua fiducia,/ […]/ Chiudo gli occhi: il tuo volto è un po’ smarrito/ ma il tuo cuore va al trotto sul sentiero/ della mia giovinezza e la precorre/ coi passi svelti di quand’ero piccolo» (195-196). E poi la casa delle origini che s’intravede, non vista nel reale, così presente nell’anima: «Quanto sono vicine le due sponde!/Si può scorgere forse la casa/ con tante stanze in cui mia madre è morta./ Quello ad angolo sembra un suo balcone» (202). La casa che fu embrione e che è testamento, baluardo e memoria: «Ma i luoghi dell´infanzia son soggetti/ anch’essi a un’occulta subsidenza./ Riuscii a dissimulare per un anno/ a me stesso che mia madre non c’era» (166); “È come una barca senza chiglia/ una casa in cui manca la mamma” (49).
La dimensione dell’oltre di cui si diceva, dell’alterità senza limiti o dell’illimite (termine spesso usato dal Nostro) può essere riscontrata nelle tematiche dell’amore (che è un sentimento che non conosce vincoli, ostacoli né dimensioni), come pure nell’immensità del mare, che ricorre ampiamente nelle liriche del Nostro al punto da osservare: «Ho comprato un potente cannocchiale/ con ingrandimento trenta volte.// Non per guardare Roma, io cerco il mare;/ è quello l’orizzonte che mi manca.// Qualche volta la notte guardo il cielo» (61). Mare come elemento ma anche come stato d’animo, con l’andamento ondivago delle sue acque, dei cambi di vento, tra traghettamenti, soste, abbordaggi. «Il mare è un rischio» (31)[11] recita Calabrò in una sua poesia e subito fa seguire quest’altro verso: «Il mare va preso come viene» (31). Immagine acquosa della vita, di un percorso fatalistico dove l’uomo è immerso: il mare è la vita stessa dell’uomo dove pericoli, bonacce, alte maree, riflussi e ancoraggi, ne descrivono il corso: «è religioso/ l’altalenante equilibrio del mare» (174). La sintassi poetica di Calabrò si piega a questo mondo acquatico, dell’universo salino, della navigazione e della pesca: tutto rimanda al mondo dei naviganti e dei marinai, in un sodalizio arcaico e archetipo al contempo uomo-mare: «Davanti agli occhi, a tutto campo, è il mare:/ pista d’acqua che ostenta il suo turgore/ come una mammella palpitante/ e livella il presente e il passato» (32); «La notte sia grande quanto il mare// io vorrei la tua lingua, come il mare/ salata» (98). Nel mare, nella profondità del suo temperamento, si perdono anche intrighi, segreti, silenzi e aneliti di un amore che si è consumato con passione e che alberga le reminiscenze più dolci: «Il senso del mare si ritrova/ in quello che chi l’ama non sa dire» (145). Ricchissimo di evocazioni, sguardi sensuali e connessioni intime, in un affascinante brano contemplativo che ha del metafisico, è il poemetto “Il vento di Myconos (Nostos)” nel quale l’indicibile figura del vento, nelle sue varie sembianze e accezioni, è di impareggiabile resa. Esso va letto con lo stesso andamento delle raffiche e delle sue pause, in un vortice che lambisce e rigenera in cui le parole accarezzano e imprimono in forma inarrivabile un simposio tra natura e meditazione, tra canto e investigazione dell’io. Così si legge: «Il vento, egemone dell’isola,/ il vento che scortica i declivi/ isterilendo le vacche scarnite,/ e manda i maschi a fare i marinai» (163).
Il soddisfacimento che si prova dinanzi a questa comunione con le acque – quasi il Nostro fosse un essere anfibio che le domina, sguazzando e risalendo a seconda del bisogno –, è una sorta di estasi panteistica, di amplesso amoroso dove pure l’acqua che sale all’altezza della gola (lontana da intenzioni di morte per acqua, di cui pure parla Eliot) ha il sapore di un godimento estremo, di una totalità inglobata all’estrema potenza, di energia che si protende, al punto tale da invocare un assopimento nelle acque, tra quelle coperte tumultuose che sono le onde: “Sarebbe bello addormentarsi in mare/ con l’acqua in gola che disseta e nutre/ e, volteggiando, planare sul fondo/ dove s’addensa l´ombra degli assenti” (167).
Uno scatto della consegna della Targa Euterpe di Socio Onorario dell’Associazione Culturale Euterpe al poeta Corrado Calabrò durante la premiazione della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a novembre 2018 a Jesi (AN). Das sx: i Consiglieri dell’Associazione Valtero Curzi, Marinella Cimarelli, Gioia Casale, Elvio Angeletti, Oscar Sartarelli, la Presidente di Giuria del Premio Michela Zanarella, il Presidente dell’Ass. Euterpe Lorenzo Spurio, Corrado Calabrò e la poetessa Fabia Baldi.
Come non far riferimento ai versi più vistosamente dichiarativi di un amore forte, pulsante: sono le poesie di Calabrò più effervescenti e aperte all’altro, dotate di un’energia senza pari dove l’io lirico è in una situazione d’infatuazione, coinvolgimento totale, assuefazione dei sensi. Pennellate che raggrumano sensualità, nella ricerca estenuata dell’alterità della coppia: «Seni così saldi,/ candidi picchi aureolati di rosa/ albeggianti nel buio/ al chiarore rossastro della stufa» (48). L’amore è connotato di mistero, ogni qual volta che il Nostro ne richiama il concetto esso è vincolato a immagini perturbanti, che imprimono foga e destabilizzano. Il poeta sembra dilaniato dal peso della lontananza dall’amata, da una solitudine che si auto-amplifica («L´amore è la presenza rimandata/ di un’assenza», 52; «Se esiste una ragione perch’io t’ami,/ ci sei nella misura in cui mi manchi», 143), dibattuto dinanzi alla non catalogabilità di quella relazione, alla sua levità e preponderanza al contempo che lo porta a domandarsi in cosa esso consista. La risposta al quesito non può che essere velata, per lo più insoddisfacente come sempre accade quando ci si approssima a parlare dell’infinito: «L’amore, d’altra parte, è come l’anima:/ nessuno, credi a me,/ nessuno mai l’ha visto». (76)
Attenzione va posta anche sui componimenti dal piglio più direttamente civile. Vale a dire quelle che poesie che fanno risalire a galla la forza della tensione morale, dell’impegno sociale che ogni cittadino dovrebbe sentire proprio e coltivare. Così, con un linguaggio chiaro al punto da fornire visuali d’istantanee, il Nostro ricorda delle sevizie e tribolazioni del conflitto in Cecenia (scenario geopolitico tutt’oggi indefinito, non riconosciuto completamente): «Nere, la luna spinge madri insonni/ tra mucchi di neve alla ricerca,/ ogni notte, in spazi troppo bianchi.// Cercano la loro via alla vita» (221). Ci sono poi testi atti a ricordare (non in chiave elegiaca, ma a ragione di uno sdegno insormontabile, che è quello dell’umanità civile) la paranoia e il senso d’imminente sciagura durante i bombardamenti del secondo conflitto mondiale («Gli americani coi B23/ […]/ binari luminosi intermittenti/ […]/ Centinaia di bengala illuminavano/ a giorno il cielo, il mare e la città/ […]/S’era ormai spento l’ultimo bengala/ quando si sentirono due raffiche/ droppete-droppete/ e il rombo strozzato d’un aereo.// Dopo sei giorni si scavava ancora/ dove il fetore indicava cadaveri/ ma noi andavamo in cerca di bengala/ e aspettavamo la prossima incursione.// …]/ Era tedesco l’aereo abbattuto», 200), la sciagurata disavventura dei nostri connazionali caduti a Nassiriya nel 2003 («ricordo – ad antenna ammainata -/ è una duna di sabbia nel vento/ cui passano accanto i cammelli/ a testa alta», 232), le problematiche e le animosità comuni e i drammi relativi al fenomeno senza controllo dell’immigrazione. Tema di un’attualità perenne e che ritorna, ponendo quesiti di varia natura, utilizzato come discrimine partitico nella questione della gestione del fenomeno. In “Canto senegalese a Lampedusa”, Calabrò presta la voce a uno sconosciuto uomo che si appresta a valicare il Continente: «fammi passare/ […]/ Il mare è aperto/ come il deserto/ quando è piatto/ ci puoi camminare/ […]/ la luna ci vuole accompagnare» (229).
L’universo siderale rappresenta una sorta di condizione permanente nell’intera produzione del Nostro dove la luna, da satellite della nostra Terra, talvolta personificata nella donna, altre volte richiamata quale prolungamento di uno stato d’animo, segna le direttive di una poetica intrisa di quel fascino illuminato e sapiente di cui tutti i grandi, da Shakespeare a Lorca, passando per Baudelaire, Borges, Yeats sino a Merini (solo per citarne alcuni) hanno parlato. Della luna Calabrò ci parla di ogni forma di accadimento: dalla sospensione («luna ferma nel cielo/ come un dilemma», 76) all’assopimento («la sedazione della luna», 78) sino ad adoperare tale isotopia anche per descrivere una condizione, quella di «allunato» (96), fino a quando esso diviene un campo di possibile nutrimento per la futura vita: «Un fiore assurdo/ è attecchito sulla luna» (95). Descrivendoci le varie fasi: la luna piena (la «luna ecedentaria di giugno», 14), «la luna calante» (47) di quando «la faccia della luna è coperta» (95) con le sue «rivoluzion[i] a fas[i] alterne» (118) e l’accenno alle varie «lunazioni» (117) vale a dire il periodo che intercorre tra il compimento di fasi identiche e successive. La luna ha una proiezione indissolubile nell’universo femminile (il ciclo mestruale è un periodo che ha relazione proprio con le fasi lunari, proprio come gli intervalli di alte/basse maree) e il gioco di sguardi e di svelamento, in una nudità che è recupero dell’arcaico nella dimensione primigenia della Grande Madre, è palesato in versi densi di passione: «Ti svestirò di luna/ sulla grande terrazza» (100). Però è anche una luna filosofica, alla Leopardi, che permette la contemplazione, lo scavo interiore, la confessione con sé e l’interessamento verso questioni universali sulle quali tutti si son dibattuti: dal tempo e il suo scorrere, al senso della vita, alla dimensione del dolore, alla solitudine al punto che la luna è anche una proiezione, ciò che non è ma che rappresenta perché, in fondo, fiabescamente «La luna esiste solo se la guardi» (123).
La Quinta dimensione di Calabrò è transito incorporeo di un passaggio verso un oltre. Cadono categorie logiche di spazio e tempo e ci si sofferma sul senso dell’oltrepassare, di proiettarsi verso una realtà altra: «Bisogna oltrepassare, come Alice,/ la lastra riflettente di cristallo/ e senza aprirla varcare la porta/ per cui s’accede alla quinta dimensione.// Forse da dentro mi aspetti a quel varco:/ recessivi/ sugli estremi planari dell’inconscio,/ come la sorte s’aprono i tuoi occhi» (204). Ciò che compie Alice nel celebre romanzo di Lewis Carroll è, in effetti, una caduta nell’abisso, un risucchiamento in una voragine sconosciuta: un passaggio a un’altra dimensione. L’accadimento, quella della precipitazione nel cuore della terra, non è voluto né è spiegabile: ha la forma di qualcosa di assurdo e per questo motivo crea paura e da esso promana mistero. La giovanetta si troverà in un mondo dove non vige la logica comune, la morale, dove anche le normali consuetudini e conoscenze basilari sono sovvertite e annullate («Noi siamo le nostre abitudini/ se si stravolgono quelle, chi siamo?», 11). È l’introduzione in un mondo illogico, apparentemente pericoloso e ostile, in realtà la ragazzina scoprirà il meraviglioso, si divertirà, si sentirà – cosa che non le era mai accaduto in precedenza – parte attiva di una compagnia di esseri (siano pure strampalati). Il varco, prima rappresentato dal buco nel terreno, poi dalla porta che non subito riesce a valicare e nel secondo capitolo dallo specchio, il cui passaggio ha la forza del compimento di un rito di passaggio, è connotato positivamente (ma ciò potrà avvenire solo al termine della narrazione): Alice per crescere e diventare donna matura deve necessariamente compiere quel tragitto, far esperienza di quella realtà, introdursi nei gangli di una dimensione altra, che non appartiene a nessun altro del suo ambiente. Ed è, proprio per questo, privilegiata, sebbene di tutta prima lei si senta minacciata da quell’ambiente.
La Quinta dimensione di Corrado Calabrò condivide gli stilemi di questo ingresso misterioso ed esoterico in una alterità, un al di là non meglio definibile dove «vivere qualcosa oltre il vissuto» (40), in un passaggio ultra-terreno che rende afasici («Forse mi sono entrate nell’udito/ semplicemente le cose non dette», 84) e confusi («La notte non riesco a stare a letto;/ l’incertezza è l’unica certezza», 11), in parte ammorbati e appesantiti dal troppo presente che non permette, con levità il passaggio verso l’illimite riconducendo l’io agli ingranaggi della razionalità: «È questo il paradosso degli umani:/ solo al buio c’è concesso di vedere/ quel mondo cui il giorno ci fa ciechi./ Ma la notte è incognita a se stessa,/ dinanzi a Lei anche Zeus indietreggia» (21). Chiaramente non è sufficiente tutto questo per accennare alla Quinta dimensione di Calabrò e si deve richiamare la fisica degli universi paralleli. Tenuto conto che la poco richiamata “quarta dimensione” ha a che vedere più propriamente con la durata di qualcosa, ossia l’estensione che nel tempo può avere, che cosa s’intende con “quinta dimensione”? Si deve ricorrere alla Fisica quantistica, di cui ho scarso nutrimento, mi si perdonerà dunque le imprecisioni! Sembrerebbe che essa abbia a che vedere con i “futuri possibili” o i già citati “universi paralleli”, un campo indefinito di possibilità, di diramazioni, di eventualità futuribili non esperibili, una filiazione continua di circostanze che, cosa che più conta, ci vengono forniti in pensiero quale suggestione, in forma di possibile scelta, o per suggestione e influenza da altre persone. Nel blog “Il mondo della mia psiche” Alexia Meli sostiene che «nella quarta dimensione è possibile il paradosso, cioè che ciò che era vero un attimo fa può non essere vero ora. Anche ciò che era falso un momento fa potrebbe non essere vero ora. Non ci sono definizioni rigide per definire le esperienze, ma scegliamo la nostra vibrazione momento per momento»[12]. Questo sembra rispondere a ciò che accade ad Alice nel Paese delle Meraviglie, mentre la quinta dimensione «è il posto, lo spazio e l’energia che si basa sulla consapevolezza di una coscienza unica. […] nella quinta dimensione il tempo collassa. Il tempo è istantaneo, nel senso che tutto (tutte le possibilità) esistono nello stesso tempo nello stesso spazio. Non esistono polarità, condizioni, giudizi, patterns di pensiero».[13]
A completamento di questa bella antologia è uno scritto investigativo di Calabrò nel quale, con un metro critico e obiettivo, affronta varie questioni impellenti e cruciali relative alla poesia, al suo significato, ai suoi linguaggi e potenzialità nella società a noi contemporanea. Pagine di una vividezza disarmante dove Calabrò per un attimo prende la giusta distanza dalla materia poetica per osservare, con lenti potentissime, il fenomeno poetico tra ambiguità e reticenze diffuse, manipolazioni, codici destrutturati, condizioni di liminarità della poesia, ibridismi e antipoesia (è durissimo, per esempio, contro lo sperimentalismo accecante delle nuove avanguardie ma anche con la cosiddetta poesia asemantica) che dominano troppo pesantemente nello scenario d’oggi. La disanima, su questo aspetto e sull’intero universo della cultura d’oggi, è serrato e con una nutrita documentazione e riferimenti ad autori dei loro rispettivi campi d’azione; con un linguaggio chiaro e privo di omissioni di sorta, l’autore esplica assai distintamente le sue convinzioni, non esimendosi di evidenziare criticità, incomprensioni, improntare delusioni e avanzando denunce più o meno palesi, verso ciò che non gradisce, motivandone sempre le ragioni di fondo.
La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.
[1] La prefazione di Fabia Baldi è risultata primo vincitore assoluto nella sezione critica poetica all’interno della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” la cui cerimonia si è tenuta nella Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (AN) il 10 novembre 2018. Essa è pubblicata, in qualità di opera vincitrice, nell’antologia del premio.
[2] Alcune poesie di Calabrò sono apparse in vari numeri della rivista di poesia e critica letteraria Euterpe nel corso degli anni, ovvero nel 2014 le poesie “La luna spenta” (n°12), “Southern Bug” (n°13), nel 2015 le poesie “Dormiveglia” (n°15), “Né ramo né radice” (n°17), nel 2016 le poesie “Alba di notte” (n°18), “Dov’è tuo fratello?” (n°19), “Ma più che mai…” (n°20), “La verità” (n°21), nel 2017 “Gemellaggio” (n°22), “L’esorcismo dell’Arcilussurgiu” (n°24), nel 2018 “Dov’è tuo fratello?” (n°26) e “Canti senegalesi a Lampedusa” (n°26). Non tutti queste opere figurano pubblicate in Quinta dimensione.
[3] Se si pensa che Calabrò scrive da sempre, dobbiamo concepire questa antologia quale il prodotto finale di un attento processo di selezione, vaglio e cernita che ha decretato l’inserzione di determinati testi, piuttosto che altri. Calabrò ha infatti osservato in precedenza: «Le prime poesie pubblicabili (e poi effettivamente pubblicate da Guanda) le ho scritte tra i quindici e i diciotto anni. Parlavano del mare: alcune figurano ancora nelle mie raccolte antologiche», in “Intervista a Corrado Calabrò” in Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi, PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2015.
[4] Cit. in Francesco Kerbaker, Recensione ai Cantos di Ezra Pound (Mondadori, Milano, 2018), “Poesia”, anno XXXII, Aprile 2019, n°347, p. 76.
[5] Il poeta tedesco non è citato, ma viene proprio nominato, nella poesia “Non sei una dea” (93).
[6] Nell’intervista a me concessa da Calabrò nel 2015 il poeta ha rivelato: «Vivo da oltre cinquant’anni a Roma, ch’è una città meravigliosa. Ma ogni mattina, quando appena sveglio apro le imposte, avverto un senso di privazione. Ancora assonnato, ogni mattina non mi rendo conto sul momento di cosa mi manchi. Solo un attimo dopo realizzo: mi manca il mare, quel mare che vedevo da ogni finestra della mia casa nativa. È la mia vita non vissuta che s’affaccia».
[7] Tutte le citazioni, sia delle poesie che dei suoi scritti critici sulla poesia che vengono indicate per numero di pagina tra parentesi, sono tratte da Corrado Calabrò, Quinta dimensione Poesie 1958-2018, Mondadori, Milano, 2018.
[8] Alcuni versi dopo si riallacciano a quanto espresso e recitano: «La morte ci alita addosso e con essa/ si cancella tutto» (20).
[9] Oltre al televisore compaiono, quali strumenti-simbolo di quest’età in cui l’uomo è asservito alla macchina, il computer, il cellulare e l’iPod. Oggetti che sono entrati nella vita quotidiana dell’uomo senza più uscirne, contraddistinguendosi ormai come bisogni primari, proprio come il mangiare e il dormire. Ciò evidenzia il vizio della società e la condizione dell’uomo inabile nella sua primigenia natura, viziato e dipendente da altro, prodotto della sua stessa ricerca. Se tali oggetti sono frutto della scienza, pensati come elementi che consentano il miglioramento dello stile di vita (o permettano il diporto), d’altro canto finiscono per essere dei prolungamenti umanizzati, protesi tecnologiche, arti-cyborg. Il loro utilizzo è continuo, rituale (e maniacale al contempo), ormai fisiologico, come traspare anche da un verso di Calabrò: «di tanto in tanto/ riaccendo il cellulare» (89).
[10] «Privo di senso e saputo,/ come le nonpoesie di Sanguineti,/ è un calendario scaduto» (207).
[11] Proprio come la vita è una scommessa, dopo tutto.
In questo mare che è la vita, dunque tanto il passato, il presente che il futuro, il Nostro si trova spesso a ragionare: «Forse è un imbarco dal quale non torno» (33).
[13] Nello stesso articolo si legge anche: «Nella quinta dimensione si è consci di essere consapevoli. Non esistono paura, bisogno di sicurezza, mancanza di fiducia. Le energie femminili e maschili sono fuse insieme in armonia. […] Si interagisce coscientemente con il Creatore e tutti gli Esseri di Luce».
Sabato 17 agosto 2019 alle ore 21:15 presso la Sala del Torchio dei Musei in Grotta (MIG) a Cupramontana (AN) si terrà l’evento culturale “Federico García Lorca, il poeta tellurico”, un incontro di approfondimento per ricordare il celebre poeta spagnolo, intellettuale poliedrico (drammaturgo, scenografo, disegnatore e musicista), membro di spicco della Generazione del ’27, ad ottantasei anni dalla sua morte, avvenuta, per mano franchista nel bel mezzo della guerra civile spagnola il 19 agosto 1933 nella campagna fuori Granada, nei pressi di Viznar.
Il corpo del Poeta – che non venne mai ritrovato neppure nel corso delle più recenti ricerche e richieste di scavo dell’area – rimane a tutt’oggi un dilemma insolvibile che, nel corso del tempo, ha dato vita alla creazione di varie piste investigative e tesi anche piuttosto singolari.
Durante la serata il critico letterario Lorenzo Spurio (autore nel 2016 di una plaquette poetica dedicata al Poeta nell’occasione degli 80 anni dalla morte, Tra gli aranci e la menta, edita per PoetiKanten Edizioni di Firenze) traccerà il percorso umano e letterario di quello che l’amico Pablo Neruda (che conobbe alla Residencia de Estudiantes di Madrid negli anni ’20 del Secolo Scorso e ritrovò a Buenos Aires nel 1933) definì, ben prima della sua tragica fine, come un “naranjo enlutado“.
Il percorso, tra le varie opere dell’autore, che esordì nel 1918 con Impresiones y paisajes, proseguirà fino alle opere più note e celebrate del Romancero Gitano (1928) e del Poema del Cante Jondo (pubblicato nel 1931 ma contenente poesie scritte nei 7-9 anni precedenti) per giungere alle poesie più enigmatiche e dal gusto surrealista di Poeta a New York scritte durante la sua permanenza nella metropoli americana nel periodo 1929-1930 e pubblicate solo nel 1940.
Le letture di brani scelti delle sue opere saranno eseguite dalla scrittrice Gioia Casalee a impreziosire la serata saranno gli interventi musicali alla chitarra del Maestro Massimo Agostinelliche con Lorenzo Spurio ha precedentemente collaborato in altri eventi dedicati al poeta granadino.
Voglio parlare di un autore di rilievo del Friuli Venezia Giulia ovvero Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, 1967- Cassacco, 2017) di cui nel 1998 uscì la raccolta La misura dell’erba. Opera che mostra i temi del rapporto fra l’immobilità spirituale e il cammino esistenziale e del grave disagio del poeta nel rapportarsi e seriamente con il mondo. Problema, questo, che sarà fronteggiato attraverso uno sguardo remissivo, inerme, insensibile, che mostra gli elementi naturali, come componenti materiali privi ormai di un’anima.
Questo libro è diviso in tre sezioni: Il settimo cielo, Arie e La misura dell’erba. Un primo sottotema riguarda la vita, intesa come un foglio sul quale non c’è l’ombra di noi stessi, ma tanti doppioni di noi medesimi che nascono e vivono per cacciarsi fra di loro.
Un secondo sottotema è quello de giardini intesi come degli immensi Campi Elisi in cui ritroviamo noi medesimi, le luminosità da noi credute scomparse e dove risorgiamo a nuova Vita nel segno della luce, della gioia, della compassione e dell’amore ancestrale.
Un terzo sotto-tema dai toni intimi, in cui legge il suo corpo da disabile bloccato come un sasso e che lo costringe a vivere oscuri inverni da lui, superati attraverso il dolce vento estivo che riesce a spezzare i dolori e liberare la sua anima.
Dopo quest’opera esce la raccolta Amôrs (1999), in dialetto friulano; essa è divisa in due sezioni: Il me donzel e Amôrs. Si tratta di un’opera dove la parola ci conduce in realtà animate da sbandamenti, evasioni e sogni racchiusi in universi dove la parola è l’ombra del quotidiano patimento. In particolar modo, il friulano qui usato è inteso come una lingua che lo colloca nel passato (puerizia) o nella contemporaneità (globalizzazione) per trovare un inedito dialogatore con cui parlare, all’interno della sua misera esistenza fatta di dolore psichico, fisico e spirituale. Opera in cui ritornano gli elementi naturali e in special modo, la notte e il vento. La prima è vista come l’unica e vera pace spirituale, poiché fortemente brilla nel suo animo con le stelle senza far rumore e perché ci accompagna durante la nostra quiete esistenziale, senza impostare nessuna scadenza alla nostra Vita. Il vento, invece, è visto come un oscuro soffio, che, decompone la sua esistenza con una dolce melodia dallo scheletrico viso e dalle mani simili a irriconoscibili Campi Elisi.
Il 2004 è l’anno della raccolta Dittico. Poesie in italiano e in friulano1999-2003 divisa in due sezioni: Inniò e Ritornare. Un’opera in cui il friulano è alla ricerca della sua terra, qui riletta in toni intimi, e concepita come un universo popolato da ombre antropologico-secolari. La sua è una lingua senza finzioni, ombre, lacrime e maschere per rapportarsi con l’inedito dialogatore. Qui si evidenzia anche il sogno, inteso come una strada da percorrere nel più totale silenzio e dove l’unica luce visibile è l’oscurità della notte.
Uno sguardo va anche alle opere più recenti: del 2010 è la raccolta Mandate a dire all’imperatore divisa in quattro sezioni: I vostri nomi, Dedica a chi sa, Restare e La strada della sete. Opera che mostra poesie sulle tenebre lessematiche, sulle solitudini socio-esistenziali, sulle amicali ombre defunte e infine, liriche sul viaggio concepito come sapienza, unione cosmico-ancestrale e delizia.
Una prima tematica riguarda la reminiscenza della puerizia nel paesino di Chiusaforte, da lui concepito come il trampolino di lancio nella Vita e come il luogo, dove le intime voci ormai defunte risuonano fraternamente nella sua testa. Voci che sono immaginate come delle energie racchiuse in un luogo elisiaco e ben protetto, dal gelido e graffiante vento dell’aldilà. Una Morte che è vista come una nuova Vita in grado di mutare ogni cosa che tocca e di donare nuova voce a coloro che risorgono nel suo nome.
Una seconda tematica riguarda la parola, dal poeta concepita come uno strumento in grado di diffondere nel mondo un dolce ozio e attraverso il quale riusciamo a ritrovare noi medesimi. Un’ultima tematica riguarda il ricordo del padre e dei suoi amici, da Cappello rimembrati come angeli custodi, come presenze eternamente vive nei suoi occhi, portatori di sogni e ombre che incutono timore, reverenza e rispetto. Tutte le opere di cui ho sin qui parlato sono state raccolte nel 2013 nell’antologia Azzurro elementare. Poesie 1992-2010 del 2013.
L’ultima fase poetica di Cappello è contenuta, invece, nel volume edito nel 2016, Stato di quiete. Poesie 2010-2016 del 2016. Si ritorna a parlare dell’immobilità fisica che costrinse il poeta a vivere fino alla fine dei suoi giorni, su una sedia a rotelle. Tale staticità non è più vista con rabbia e dolore, ma come una strada per sconfiggere le tenebre esistenziali, come un strumento per rimembrare la sua umile puerizia e come una. Immobilità, la sua, che è paragonata alle immagini fotografiche, a immagini che fissano per l’eternità i nostri sonni, le nostre emozioni. Immobilità, infine, che è paragonata alla pace esistenziale, ovvero alla Vita vissuta e consumata nelle più profonde e inaccessibili viscere del Mondo.
STEFANO BARDI
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