“La Quinta Dimensione di Corrado Calabrò, il poeta che strizza l’occhio alla scienza”, a cura di Lorenzo Spurio

Saggio di Lorenzo Spurio 

 

Sono una barca spogliata di vela

che anela inutilmente al mare aperto (54)

Esprimersi in termini critici sull’opera poetica di Corrado Calabrò, per quanto si cerchi di adoperare quell’onestà di sabiana memoria e ci si appelli a un’umiltà di giudizio che ne descriva in maniera congrua gli stilemi cardine, è questione ardua. Un’impresa, si dovrebbe dire, dalle dimensioni titaniche. Lo è per ragioni di varia natura, alcune assai palesi e sotto gli occhi di tutti, altre di appartenenza alla schiera letteraria e a chi, con strenuo impegno e competenza, ha fatto suo il percorso di scavo, approfondimento esegetico e d’interpretariato concettuale. Tali ragioni hanno senz’altro a che vedere con l’influente portata di Corrado Calabrò intellettuale (che è ciò che deve prioritariamente interessare il critico, conscio, però, della sua notevole carriera nel campo della Magistratura), uno dei maggiori poeti della scena nazionale e non solo, se si tiene in considerazione che le sue opere sono state tradotte in decine di lingue (non solo europee) e che per la sua formidabile e riconosciuta attività letteraria gli sono stati attribuiti, tra i tanti premi ed encomi, riconoscimenti accademici quali la Laurea Honoris Causa rispettivamente dell’Università Mechnikov di Odessa (Ucraina) nel 1997, dell’Università Vest Din di Timişoara (Romania) nel 2000 e dell’Università Statale di Mariupol (Ucraina) nel 2015. Ricordo anche uno dei recenti successi in una lingua straniera ovvero il libro Janelas de silêncio (Vasco Rosa, Lisbona, 2017) in lingua portoghese, arricchito dalla prefazione della poetessa e scrittrice Fabia Baldi[1], presentato a Salone Nobile dell’Istituto Portoghese di Sant’Antonio a Roma il 29 novembre 2018. Sempre nel mondo lusofono va ricordato l’importante riconoscimento attribuitogli nel 2016 dall’Università di Lisbona ovvero la preziosa Medaglia “Damião de Góis”.

dsc_0438
Il poeta Corrado Calabrò

L’altra ragione che motiva una certa inibizione e sbandamento nell’approcciarsi alla sua ingentissima opera (decine e decine di opere pubblicate, per cui non faremo qui l’elenco) attiene all’elevata gamma di eminenti critici, accademici o meno, che nel tempo hanno scritto di lui e della sua opera. Si dovrebbero (solo per citarne alcuni) richiamare i nomi di Domenico Rea, Carlo Bo, Maria Grazia Lenisa, Luigi Reina, Mario Luzi e Maria Luisa Spaziani che, senza specificazioni di sorta, ben mettono in luce l’importanza, finanche la completezza e la profondità di Corrado Calabrò. Tra gli altri, un corposo volume monografico a cura del critico Carlo Di Lieto, docente di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, pubblicato da Vallardi Edizioni nel 2016 col titolo di La donna e il mare. Gli archetipi della scrittura di Corrado Calabrò. Testo che risulta avere una sua centralità e dal quale non si può prescindere se decidiamo di voler conoscere da più vicino e con un adeguato mezzo informativo, orientativo e di accompagnamento alcuni dei temi-simbolo della poesia di Calabrò.

978880470871HIG.jpgL’antologia Quinta dimensione (Mondadori, 2018)[2], che compendia un percorso selezionato[3] di poesie pubblicate nel sessantennio 1958-2018, è stata presentata a Roma, Milano e a Torino riscuotendo particolare successo. È, come ebbe a dire Pasolini nel caso dei Cantos di Ezra Pound, una poesia «enormemente vasta»[4]: per quantità, calibro, spessore e intensità. Ad aprire il volume una chiosa di Eraclito, poeta del divenire, che recita testualmente: «Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo». A questa fa seguito l’apertura con un incisivo poemetto dal titolo Roaming introdotto da Senofonte, testo nel quale, in esergo, Calabrò cita Thomas Stearn Eliot, il modernista allucinato, richiamando i Quattro quartetti.

Il lettore di questo libro e dell’intera opera di Calabrò, dovrebbe cautelarsi dinanzi alla materia che gli viene offerta e rendersi consapevole di questo arricchimento continuo. Le copiose citazioni, versi richiamati, echi, camei, rimandi intertestuali ad altrettante opere di letteratura, filosofia e scienza, sono preziosissime e vanno raccolte saggiamente. Esse ci consentono non solo di ricostruire fedelmente il prezioso mosaico che è la stessa campionatura di versi del poeta calabrese, ma anche d’iscrivere questa sua fiorente produzione all’interno del grande mare della letteratura di ogni tempo, dunque della nostra storia e del senso di abitare questo mondo.  Tra i suoi innumerevoli maestri, padri putativi e fonti, vanno senz’altro enucleati gli esponenti di spicco della cultura europea, greca, romana, della classicità letteraria nazionale (Dante, Ariosto, Leopardi), dei poeti melanconici (Rilke[5]), civili (Lorca, Neruda), simbolisti (Baudelaire) e metafisici (Eliot).

Roaming si presenta composito, con una sapiente intersecazione di spazi e cornici temporali, volutamente inteso a divagare e far confluire storie, significati, vicende di uomini d’allora e perplessità d’oggi. La ricchezza dei contenuti e la vistosità delle prese di posizione – soprattutto nei riguardi di alcuni costumi o tendenze diffuse nella nostra età – ci permette di concepirlo anche come sorta di Manifesto – non di una poetica – semmai del travaglio odierno, dove i sentimenti risultano ingabbiati dalle logiche e dalle azioni automatizzate.

L’autore, anche se vive nella Capitale[6] da vari decenni, è nato a Reggio Calabria nel 1935 ed è chiaro ed evidente il suo forte legame a quella terra, per mezzo di una serie di figure quali il mare e ogni riferimento a tale ecosistema, la madre (incuneata nel ricordo per mezzo della casa), finanche della storia di quelle terre soleggiate.

In Roaming, poemetto «sgorgato quasi in trance» (25)[7] come scrive nella nota che lo accompagna datata settembre 2018, si fa accenno ad una delle tragedie più indecorose della storia della nostra Penisola, vale a dire il terremoto che nel 1909 colpì Reggio e Messina decretando un numero di vittime che lo stesso poeta richiama nei suoi versi: «Trentamila morti solo a Reggio./ Io persi nel crollo della casa/ i nonni una zia e un cuginetto/ che quest’anno avrebbe centun anni. / […]/ Sono abitate dai pesci le case/ sott’acqua» (7).[8] Questo tema ritorna spesso in altre liriche a sottolineare, nel ceppo familiare di Calabrò e nella sua memoria, un incisivo segno di dolore per quegli accadimenti.

Da un tempo a noi lontano, Calabrò, forse l’unico poeta italiano a occuparsi di astrofisica (se non altro con tali felici esiti), anticipa uno dei suoi temi ricorrenti ovvero quello dell’interesse verso i mondi siderali, a-terrestri, della dimensione spaziale in parte sconosciuta e per questo ulteriormente ricca di suggestione e fautrice di idee: «Gli astronomi – alcuni – erano intenti/ a scrutare col nuovo telescopio/ gli spazi siderali per scoprire/ altri pianeti simili alla Terra» (7-8).

Tra questi due scenari si situa la lettura critica e distaccata di quell’oggi che è un misto di monotonia, insicurezza, imprecisione e indifferenza diffusa, dove anche il linguaggio è divenuto servo degli oggetti e degli interessi: «È vero che esiste solamente/ quello che appare in televisione;/ ma si può sempre cambiare programma» (10).[9] Versi lapidari che in qualche modo denunciano la passività dell’uomo odierno che non è più agente, ma ricevente e succube di tutto ciò a cui viene sottoposto. Uomo-automa, uomo-oggetto, uomo de-umanizzato: ciò fa anche pensare al realismo terminale di Guido Oldani che, nel relativo Manifesto programmatico, evidenziò questa fede e immolazione della realtà oggettuale a discapito dell’oltraggio e svuotamento della sensibilità umana.

In Roaming si procede a sobbalzi, per scansioni che rimestano di continuo, una possibile linea cronologica: è un procedere a random, appunto, dove la casualità però non è propriamente tale – non è un flusso disincantato e continuo di pensieri, disarticolati – ma le trame profonde della Calabria, dell’amore e del cambiamento, nutrono le fondamenta del poemetto dandone vigore e rendendolo tecnicamente perfetto e contenutisticamente variegato. Ecco, allora, riaffiorare la guerra: «M’è accaduto più volte da ragazzo/ di sentire il fischio delle bombe/ che scendevano dritte sul rifugio/ ed anche di venire mitragliato/ da un aereo in picchiata» (12) e poi far capolino pensieri di continuo divenire, quale la deriva dei continenti: «il pianeta/ sta per venire meno sotto i piedi» (12) fino a inquietudini d’interesse globale: «E se la terra fosse deragliata/ dalla sua orbita? C’è la deriva/ impercettibile dei continenti/ e c’è quella delle galassie» (15).

Proprio come i versi de La terra desolata sono un continuo campo di citazioni, la poetica di Calabrò è un mosaico di realtà, di mondi diversi e distanti, di età, di scenari e situazioni; essa è il luogo in cui, come in una agorà, si mescolano i saperi, le concezioni, i pensieri, in un interscambio continuo tra parola e arte, poesia e musica, scienza e tecnica e, ancora, erudizione di un pensiero che poggia su fondamenta del mondo greco-romano e gore esistenzialistiche. È senz’altro opportuno richiamare le considerazioni ermeneutiche di una studiosa come Julia Kristeva che tanto si è spesa, in termine d’indagine del testo, su valore e la potenza del mondo intertestuale. Così, tra i tanti “commensali” in questo ampia tavola (rotonda) dove si dibatte e ci s’interfaccia, si respira e si cerca se stessi, si contestualizza e si tenta una fuga in una dottrina che non è così accessibile come sembrerebbe, che troviamo il fisico Steven Weinberg, il poeta irlandese Oscar Wilde, la poetessa per antonomasia, Saffo, anima dei lirici greci e, – non appaia vizioso l’avvicinamento e si apprezzi, invece, la vastità delle fonti -, l’apostolo San Paolo (Prima Lettera ai Corinzi), Guido Cavalcanti, Dante, l’autore delle Bucoliche più volte citato dal Nostro in quelle che son divenute formule idiomatiche del mondo latino (Labentia signa), finanche i cantares populares (Machado, il già menzionato Lorca del quale, pure, il poeta si svela innamorato del celebre Llanto), l’avanguardista esasperato Sanguineti[10] e l’enigmatico Lewis Carroll proiettato verso un oltre invisibile che ammicca. Non è di certo una tavola fredda, semmai un banchetto ricco di portate, se si considerano i requisiti di rimando, le motivazioni per cui Calabrò si serve di tali fonti, a più livelli, per inserire i suoi versi. Si crea, così, una polifonia di suoni e d’interpretazioni, linguaggi apparentemente diversi che viaggiano su binari separati, come quello poetico e quello scientifico, che vengono resi, se non amici e sovrapponibili, per lo meno affini, inter-comunicanti, richiamanti l’un l’altro, decretando la fine di aporie binarie inconfutabili. Ci sono sistemi comunicativi di vario tipo che intervengono quali il codice segreto del linguaggio Morse, l’uso di terminologie in altre lingue, l’adozione di onomatopee che tentano di recuperare il suono di un evento che s’è prodotto e poi tutto l’universo dei richiami, dei bisbigli, dei fragori lenti o ritmati, dei movimenti che, colti nel loro tramestio, trasmettono indelebili movenze di un suono che si forma, s’increspa e scivola via.

L’esperienza-imprinting della fanciullezza a Reggio ritorna a galla, per frammenti, ricordi che luccicano, all’interno dell’intero corpus poetico del Nostro. Reggio sta a Calabrò come Macondo sta a Marquez e Recanati sta a Leopardi, è un luogo dell’anima, è spazio titanico e culla, emblema di legami familiari, contesto dove hanno preso forma i giochi, gli amori, i pensieri. Si riappropriano in maniera netta dei versi queste immagini nitide nel ricordo; il recupero delle immagini è asintomatico, quali pillole di un flusso che, di colpo, complici associazioni di immagini, rimandi pareidolitici e effluvi che si spargono, evidenziano la loro compresenza nel presente: sono già lì, non appartengono a una realtà passata, in quell’asfittico tentativo di scansione di un tempo che è tutto presente perché vivo. Ecco «Le strade a pelo d’acqua di Messina» (36) e «Le piazze dei paesi adagiati sullo Ionio» (40), sembra quasi di percepire il vento che fa ondeggiare le tamerici, lo iodio disperso nell’aria che si respira; così sono presenti anche le isole siciliane: «Da Lipari fino ad Alicudi/ piano piano si fredda/ il mare ch’è un immenso bacile d’olio grigio» (74) e poi Filicudi, Panarea. La Calabria, depositaria delle adorate immagini dei cari, è anche quella campestre: «Ulivi rocciosi di Calabria/ dalle arterie marmorizzate/ contorti sulle radici/ come totem viventi!» (112).

Dei genitori, che sono forme di quell’entità varia che è la terra natia, la Grande Madre, si assiepano memorie, nel tempo che separa alla loro corporeità ormai disillusa: «Solo ora sento che mio padre è morto!/ […]/ Con lui salivo su per le colline,/ […]/Andavo, armato della sua fiducia,/ […]/ Chiudo gli occhi: il tuo volto è un po’ smarrito/ ma il tuo cuore va al trotto sul sentiero/ della mia giovinezza e la precorre/ coi passi svelti di quand’ero piccolo» (195-196). E poi la casa delle origini che s’intravede, non vista nel reale, così presente nell’anima: «Quanto sono vicine le due sponde!/Si può scorgere forse la casa/ con tante stanze in cui mia madre è morta./ Quello ad angolo sembra un suo balcone» (202). La casa che fu embrione e che è testamento, baluardo e memoria: «Ma i luoghi dell´infanzia son soggetti/ anch’essi a un’occulta subsidenza./ Riuscii a dissimulare per un anno/ a me stesso che mia madre non c’era» (166); “È come una barca senza chiglia/ una casa in cui manca la mamma” (49).

La dimensione dell’oltre di cui si diceva, dell’alterità senza limiti o dell’illimite (termine spesso usato dal Nostro) può essere riscontrata nelle tematiche dell’amore (che è un sentimento che non conosce vincoli, ostacoli né dimensioni), come pure nell’immensità del mare, che ricorre ampiamente nelle liriche del Nostro al punto da osservare: «Ho comprato un potente cannocchiale/ con ingrandimento trenta volte.// Non per guardare Roma, io cerco il mare;/ è quello l’orizzonte che mi manca.// Qualche volta la notte guardo il cielo» (61). Mare come elemento ma anche come stato d’animo, con l’andamento ondivago delle sue acque, dei cambi di vento, tra traghettamenti, soste, abbordaggi. «Il mare è un rischio» (31)[11] recita Calabrò in una sua poesia e subito fa seguire quest’altro verso: «Il mare va preso come viene» (31). Immagine acquosa della vita, di un percorso fatalistico dove l’uomo è immerso: il mare è la vita stessa dell’uomo dove pericoli, bonacce, alte maree, riflussi e ancoraggi, ne descrivono il corso: «è religioso/ l’altalenante equilibrio del mare» (174). La sintassi poetica di Calabrò si piega a questo mondo acquatico, dell’universo salino, della navigazione e della pesca: tutto rimanda al mondo dei naviganti e dei marinai, in un sodalizio arcaico e archetipo al contempo uomo-mare: «Davanti agli occhi, a tutto campo, è il mare:/ pista d’acqua che ostenta il suo turgore/ come una mammella palpitante/ e livella il presente e il passato» (32); «La notte sia grande quanto il mare// io vorrei la tua lingua, come il mare/ salata» (98). Nel mare, nella profondità del suo temperamento, si perdono anche intrighi, segreti, silenzi e aneliti di un amore che si è consumato con passione e che alberga le reminiscenze più dolci: «Il senso del mare si ritrova/ in quello che chi l’ama non sa dire» (145). Ricchissimo di evocazioni, sguardi sensuali e connessioni intime, in un affascinante brano contemplativo che ha del metafisico, è il poemetto “Il vento di Myconos (Nostos)” nel quale l’indicibile figura del vento, nelle sue varie sembianze e accezioni, è di impareggiabile resa. Esso va letto con lo stesso andamento delle raffiche e delle sue pause, in un vortice che lambisce e rigenera in cui le parole accarezzano e imprimono in forma inarrivabile un simposio tra natura e meditazione, tra canto e investigazione dell’io. Così si legge: «Il vento, egemone dell’isola,/ il vento che scortica i declivi/ isterilendo le vacche scarnite,/ e manda i maschi a fare i marinai» (163).

Il soddisfacimento che si prova dinanzi a questa comunione con le acque – quasi il Nostro fosse un essere anfibio che le domina, sguazzando e risalendo a seconda del bisogno –, è una sorta di estasi panteistica, di amplesso amoroso dove pure l’acqua che sale all’altezza della gola (lontana da intenzioni di morte per acqua, di cui pure parla Eliot) ha il sapore di un godimento estremo, di una totalità inglobata all’estrema potenza, di energia che si protende, al punto tale da invocare un assopimento nelle acque, tra quelle coperte tumultuose che sono le onde: “Sarebbe bello addormentarsi in mare/ con l’acqua in gola che disseta e nutre/ e, volteggiando, planare sul fondo/ dove s’addensa l´ombra degli assenti” (167).

dsc_0451.jpg
Uno scatto della consegna della Targa Euterpe di Socio Onorario dell’Associazione Culturale Euterpe al poeta Corrado Calabrò durante la premiazione della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a novembre 2018 a Jesi (AN). Das sx: i Consiglieri dell’Associazione Valtero Curzi, Marinella Cimarelli, Gioia Casale, Elvio Angeletti, Oscar Sartarelli, la Presidente di Giuria del Premio Michela Zanarella, il Presidente dell’Ass. Euterpe Lorenzo Spurio, Corrado Calabrò e la poetessa Fabia Baldi.

Come non far riferimento ai versi più vistosamente dichiarativi di un amore forte, pulsante: sono le poesie di Calabrò più effervescenti e aperte all’altro, dotate di un’energia senza pari dove l’io lirico è in una situazione d’infatuazione, coinvolgimento totale, assuefazione dei sensi. Pennellate che raggrumano sensualità, nella ricerca estenuata dell’alterità della coppia: «Seni così saldi,/ candidi picchi aureolati di rosa/ albeggianti nel buio/ al chiarore rossastro della stufa» (48). L’amore è connotato di mistero, ogni qual volta che il Nostro ne richiama il concetto esso è vincolato a immagini perturbanti, che imprimono foga e destabilizzano. Il poeta sembra dilaniato dal peso della lontananza dall’amata, da una solitudine che si auto-amplifica («L´amore è la presenza rimandata/ di un’assenza», 52; «Se esiste una ragione perch’io t’ami,/ ci sei nella misura in cui mi manchi», 143), dibattuto dinanzi alla non catalogabilità di quella relazione, alla sua levità e preponderanza al contempo che lo porta a domandarsi in cosa esso consista. La risposta al quesito non può che essere velata, per lo più insoddisfacente come sempre accade quando ci si approssima a parlare dell’infinito: «L’amore, d’altra parte, è come l’anima:/ nessuno, credi a me,/ nessuno mai l’ha visto». (76)

Attenzione va posta anche sui componimenti dal piglio più direttamente civile. Vale a dire quelle che poesie che fanno risalire a galla la forza della tensione morale, dell’impegno sociale che ogni cittadino dovrebbe sentire proprio e coltivare. Così, con un linguaggio chiaro al punto da fornire visuali d’istantanee, il Nostro ricorda delle sevizie e tribolazioni del conflitto in Cecenia (scenario geopolitico tutt’oggi indefinito, non riconosciuto completamente): «Nere, la luna spinge madri insonni/ tra mucchi di neve alla ricerca,/ ogni notte, in spazi troppo bianchi.// Cercano la loro via alla vita» (221). Ci sono poi testi atti a ricordare (non in chiave elegiaca, ma a ragione di uno sdegno insormontabile, che è quello dell’umanità civile) la paranoia e il senso d’imminente sciagura durante i bombardamenti del secondo conflitto mondiale («Gli americani coi B23/ […]/ binari luminosi intermittenti/ […]/ Centinaia di bengala illuminavano/ a giorno il cielo, il mare e la città/ […]/S’era ormai spento l’ultimo bengala/ quando si sentirono due raffiche/ droppete-droppete/ e il rombo strozzato d’un aereo.// Dopo sei giorni si scavava ancora/ dove il fetore indicava cadaveri/ ma noi andavamo in cerca di bengala/ e aspettavamo la prossima incursione.// …]/ Era tedesco l’aereo abbattuto», 200), la sciagurata disavventura dei nostri connazionali caduti a Nassiriya nel 2003 («ricordo – ad antenna ammainata -/ è una duna di sabbia nel vento/ cui passano accanto i cammelli/ a testa alta», 232), le problematiche e le animosità comuni e i drammi relativi al fenomeno senza controllo dell’immigrazione. Tema di un’attualità perenne e che ritorna, ponendo quesiti di varia natura, utilizzato come discrimine partitico nella questione della gestione del fenomeno. In “Canto senegalese a Lampedusa”, Calabrò presta la voce a uno sconosciuto uomo che si appresta a valicare il Continente: «fammi passare/ […]/ Il mare è aperto/ come il deserto/ quando è piatto/ ci puoi camminare/ […]/ la luna ci vuole accompagnare» (229).

155825.jpg

L’universo siderale rappresenta una sorta di condizione permanente nell’intera produzione del Nostro dove la luna, da satellite della nostra Terra, talvolta personificata nella donna, altre volte richiamata quale prolungamento di uno stato d’animo, segna le direttive di una poetica intrisa di quel fascino illuminato e sapiente di cui tutti i grandi, da Shakespeare a Lorca, passando per Baudelaire, Borges, Yeats sino a Merini (solo per citarne alcuni) hanno parlato. Della luna Calabrò ci parla di ogni forma di accadimento: dalla sospensione («luna ferma nel cielo/ come un dilemma», 76) all’assopimento («la sedazione della luna», 78) sino ad adoperare tale isotopia anche per descrivere una condizione, quella di «allunato» (96), fino a quando esso diviene un campo di possibile nutrimento per la futura vita: «Un fiore assurdo/ è attecchito sulla luna» (95). Descrivendoci le varie fasi: la luna piena (la «luna ecedentaria di giugno», 14), «la luna calante» (47) di quando «la faccia della luna è coperta» (95) con le sue «rivoluzion[i] a fas[i] alterne» (118) e l’accenno alle varie «lunazioni» (117) vale a dire il periodo che intercorre tra il compimento di fasi identiche e successive. La luna ha una proiezione indissolubile nell’universo femminile (il ciclo mestruale è un periodo che ha relazione proprio con le fasi lunari, proprio come gli intervalli di alte/basse maree) e il gioco di sguardi e di svelamento, in una nudità che è recupero dell’arcaico nella dimensione primigenia della Grande Madre, è palesato in versi densi di passione: «Ti svestirò di luna/ sulla grande terrazza» (100). Però è anche una luna filosofica, alla Leopardi, che permette la contemplazione, lo scavo interiore, la confessione con sé e l’interessamento verso questioni universali sulle quali tutti si son dibattuti: dal tempo e il suo scorrere, al senso della vita, alla dimensione del dolore, alla solitudine al punto che la luna è anche una proiezione, ciò che non è ma che rappresenta perché, in fondo, fiabescamente «La luna esiste solo se la guardi» (123).

La Quinta dimensione di Calabrò è transito incorporeo di un passaggio verso un oltre. Cadono categorie logiche di spazio e tempo e ci si sofferma sul senso dell’oltrepassare, di proiettarsi verso una realtà altra: «Bisogna oltrepassare, come Alice,/ la lastra riflettente di cristallo/ e senza aprirla varcare la porta/ per cui s’accede alla quinta dimensione.// Forse da dentro mi aspetti a quel varco:/ recessivi/ sugli estremi planari dell’inconscio,/ come la sorte s’aprono i tuoi occhi» (204). Ciò che compie Alice nel celebre romanzo di Lewis Carroll è, in effetti, una caduta nell’abisso, un risucchiamento in una voragine sconosciuta: un passaggio a un’altra dimensione. L’accadimento, quella della precipitazione nel cuore della terra, non è voluto né è spiegabile: ha la forma di qualcosa di assurdo e per questo motivo crea paura e da esso promana mistero. La giovanetta si troverà in un mondo dove non vige la logica comune, la morale, dove anche le normali consuetudini e conoscenze basilari sono sovvertite e annullate («Noi siamo le nostre abitudini/ se si stravolgono quelle, chi siamo?», 11). È l’introduzione in un mondo illogico, apparentemente pericoloso e ostile, in realtà la ragazzina scoprirà il meraviglioso, si divertirà, si sentirà – cosa che non le era mai accaduto in precedenza – parte attiva di una compagnia di esseri (siano pure strampalati). Il varco, prima rappresentato dal buco nel terreno, poi dalla porta che non subito riesce a valicare e nel secondo capitolo dallo specchio, il cui passaggio ha la forza del compimento di un rito di passaggio, è connotato positivamente (ma ciò potrà avvenire solo al termine della narrazione): Alice per crescere e diventare donna matura deve necessariamente compiere quel tragitto, far esperienza di quella realtà, introdursi nei gangli di una dimensione altra, che non appartiene a nessun altro del suo ambiente. Ed è, proprio per questo, privilegiata, sebbene di tutta prima lei si senta minacciata da quell’ambiente.

La Quinta dimensione di Corrado Calabrò condivide gli stilemi di questo ingresso misterioso ed esoterico in una alterità, un al di là non meglio definibile dove «vivere qualcosa oltre il vissuto» (40), in un passaggio ultra-terreno che rende afasici («Forse mi sono entrate nell’udito/ semplicemente le cose non dette», 84) e confusi («La notte non riesco a stare a letto;/ l’incertezza è l’unica certezza», 11), in parte ammorbati e appesantiti dal troppo presente che non permette, con levità il passaggio verso l’illimite riconducendo l’io agli ingranaggi della razionalità: «È questo il paradosso degli umani:/ solo al buio c’è concesso di vedere/ quel mondo cui il giorno ci fa ciechi./ Ma la notte è incognita a se stessa,/ dinanzi a Lei anche Zeus indietreggia» (21). Chiaramente non è sufficiente tutto questo per accennare alla Quinta dimensione di Calabrò e si deve richiamare la fisica degli universi paralleli. Tenuto conto che la poco richiamata “quarta dimensione” ha a che vedere più propriamente con la durata di qualcosa, ossia l’estensione che nel tempo può avere, che cosa s’intende con “quinta dimensione”? Si deve ricorrere alla Fisica quantistica, di cui ho scarso nutrimento, mi si perdonerà dunque le imprecisioni! Sembrerebbe che essa abbia a che vedere con i “futuri possibili” o i già citati “universi paralleli”, un campo indefinito di possibilità, di diramazioni, di eventualità futuribili non esperibili, una filiazione continua di circostanze che, cosa che più conta, ci vengono forniti in pensiero quale suggestione, in forma di possibile scelta, o per suggestione e influenza da altre persone. Nel blog “Il mondo della mia psiche” Alexia Meli sostiene che «nella quarta dimensione è possibile il paradosso, cioè che ciò che era vero un attimo fa può non essere vero ora. Anche ciò che era falso un momento fa potrebbe non essere vero ora. Non ci sono definizioni rigide per definire le esperienze, ma scegliamo la nostra vibrazione momento per momento»[12]. Questo sembra rispondere a ciò che accade ad Alice nel Paese delle Meraviglie, mentre la quinta dimensione «è il posto, lo spazio e l’energia che si basa sulla consapevolezza di una coscienza unica. […] nella quinta dimensione il tempo collassa. Il tempo è istantaneo, nel senso che tutto (tutte le possibilità) esistono nello stesso tempo nello stesso spazio. Non esistono polarità, condizioni, giudizi, patterns di pensiero».[13]

A completamento di questa bella antologia è uno scritto investigativo di Calabrò nel quale, con un metro critico e obiettivo, affronta varie questioni impellenti e cruciali relative alla poesia, al suo significato, ai suoi linguaggi e potenzialità nella società a noi contemporanea. Pagine di una vividezza disarmante dove Calabrò per un attimo prende la giusta distanza dalla materia poetica per osservare, con lenti potentissime, il fenomeno poetico tra ambiguità e reticenze diffuse, manipolazioni, codici destrutturati, condizioni di liminarità della poesia, ibridismi e antipoesia (è durissimo, per esempio, contro lo sperimentalismo accecante delle nuove avanguardie ma anche con la cosiddetta poesia asemantica) che dominano troppo pesantemente nello scenario d’oggi. La disanima, su questo aspetto e sull’intero universo della cultura d’oggi, è serrato e con una nutrita documentazione e riferimenti ad autori dei loro rispettivi campi d’azione; con un linguaggio chiaro e privo di omissioni di sorta, l’autore esplica assai distintamente le sue convinzioni, non esimendosi di evidenziare criticità, incomprensioni, improntare delusioni e avanzando denunce più o meno palesi, verso ciò che non gradisce, motivandone sempre le ragioni di fondo.

LORENZO SPURIO

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

 

[1] La prefazione di Fabia Baldi è risultata primo vincitore assoluto nella sezione critica poetica all’interno della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” la cui cerimonia si è tenuta nella Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (AN) il 10 novembre 2018. Essa è pubblicata, in qualità di opera vincitrice, nell’antologia del premio.

[2] Alcune poesie di Calabrò sono apparse in vari numeri della rivista di poesia e critica letteraria Euterpe nel corso degli anni, ovvero nel 2014 le poesie “La luna spenta” (n°12), “Southern Bug” (n°13), nel 2015 le poesie “Dormiveglia” (n°15), “Né ramo né radice” (n°17), nel 2016 le poesie “Alba di notte” (n°18), “Dov’è tuo fratello?” (n°19), “Ma più che mai…” (n°20), “La verità” (n°21), nel 2017 “Gemellaggio” (n°22), “L’esorcismo dell’Arcilussurgiu” (n°24), nel 2018 “Dov’è tuo fratello?” (n°26) e “Canti senegalesi a Lampedusa” (n°26). Non tutti queste opere figurano pubblicate in Quinta dimensione.

[3] Se si pensa che Calabrò scrive da sempre, dobbiamo concepire questa antologia quale il prodotto finale di un attento processo di selezione, vaglio e cernita che ha decretato l’inserzione di determinati testi, piuttosto che altri. Calabrò ha infatti osservato in precedenza: «Le prime poesie pubblicabili (e poi effettivamente pubblicate da Guanda) le ho scritte tra i quindici e i diciotto anni. Parlavano del mare: alcune figurano ancora nelle mie raccolte antologiche», in “Intervista a Corrado Calabrò” in Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi, PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2015.

[4] Cit. in Francesco Kerbaker, Recensione ai Cantos di Ezra Pound (Mondadori, Milano, 2018), “Poesia”, anno XXXII, Aprile 2019, n°347, p. 76.

[5] Il poeta tedesco non è citato, ma viene proprio nominato, nella poesia “Non sei una dea” (93).

[6] Nell’intervista a me concessa da Calabrò nel 2015 il poeta ha rivelato: «Vivo da oltre cinquant’anni a Roma, ch’è una città meravigliosa. Ma ogni mattina, quando appena sveglio apro le imposte, avverto un senso di privazione. Ancora assonnato, ogni mattina non mi rendo conto sul momento di cosa mi manchi. Solo un attimo dopo realizzo: mi manca il mare, quel mare che vedevo da ogni finestra della mia casa nativa. È la mia vita non vissuta che s’affaccia».

[7] Tutte le citazioni, sia delle poesie che dei suoi scritti critici sulla poesia che vengono indicate per numero di pagina tra parentesi, sono tratte da Corrado Calabrò, Quinta dimensione Poesie 1958-2018, Mondadori, Milano, 2018.

[8] Alcuni versi dopo si riallacciano a quanto espresso e recitano: «La morte ci alita addosso e con essa/ si cancella tutto» (20).

[9] Oltre al televisore compaiono, quali strumenti-simbolo di quest’età in cui l’uomo è asservito alla macchina, il computer, il cellulare e l’iPod. Oggetti che sono entrati nella vita quotidiana dell’uomo senza più uscirne, contraddistinguendosi ormai come bisogni primari, proprio come il mangiare e il dormire. Ciò evidenzia il vizio della società e la condizione dell’uomo inabile nella sua primigenia natura, viziato e dipendente da altro, prodotto della sua stessa ricerca. Se tali oggetti sono frutto della scienza, pensati come elementi che consentano il miglioramento dello stile di vita (o permettano il diporto), d’altro canto finiscono per essere dei prolungamenti umanizzati, protesi tecnologiche, arti-cyborg. Il loro utilizzo è continuo, rituale (e maniacale al contempo), ormai fisiologico, come traspare anche da un verso di Calabrò: «di tanto in tanto/ riaccendo il cellulare» (89).

[10] «Privo di senso e saputo,/ come le nonpoesie di Sanguineti,/ è un calendario scaduto» (207).

[11] Proprio come la vita è una scommessa, dopo tutto.

In questo mare che è la vita, dunque tanto il passato, il presente che il futuro, il Nostro si trova spesso a ragionare: «Forse è un imbarco dal quale non torno» (33).

[12]  https://alexiameli.altervista.org/terza-quarta-quinta-dimensione-cosa/ L’articolo è stato pubblicato poi anche sulla rivista Apri la mente il 19/12/2017. http://aprilamente.info/terza-quarta-e-quinta-dimensione-cosa-sono/

[13] Nello stesso articolo si legge anche: «Nella quinta dimensione si è consci di essere consapevoli. Non esistono paura, bisogno di sicurezza, mancanza di fiducia. Le energie femminili e maschili sono fuse insieme in armonia. […] Si interagisce coscientemente con il Creatore e tutti gli Esseri di Luce».

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.