La terra che trema è sempre la mia terra. La poesia di Gianni Palazzesi nell’opera d’esordio “Frammenti d’incertezza”

a cura di Lorenzo Spurio 

La poesia di Gianni Palazzesi è intrisa di terra e ci parla di emozioni dolci, di preoccupazioni e di aneliti di speranza. La terra è presente nelle sue varie sfaccettature, a partire dalla sua realtà geografica, vale a dire dall’ambiente in cui è radicato, ai legami familiari tra antecedenti e discendenti, seguendo con amore e orgoglio le radici genealogiche. Cari che il nostro ricorda con affetto e nostalgia, come la figura paterna, al centro di numerose liriche di questa sua opera prima, ma anche la madre, ormai anziana e chiusa in un mondo tutto suo che osserva, al di là della finestra, il giorno che nasce e che muore. Versi la cui semplicità delle immagini consente di enfatizzare il carico sensoriale del poeta, trasmettendo in maniera efficace al lettore il forte rapporto che lo lega alla sua famiglia, come pure al contesto ambientale della Provincia maceratese. Le poesie non difettano, infatti, di elementi che permettono di circoscrivere l’ambiente prettamente di campagna di cui la terra è mezzo primario ma Palazzesi non disdegna neppure l’immagine archetipica dell’acqua: le onde del mare che si frangono sugli scogli ma anche la neve, acqua nella sua forma cristallina, che il poeta invoca come felice immagine dell’infanzia e motivo di stupore.

Il poeta sembra calarsi quale narratore onnisciente, esimendosi di prendere parte attiva sulla scena preferendo, invece, situarsi in un cantuccio per osservare meglio, a distanza e non visto, ciò che accade. Non si tratta di un voyeuristico origliare, piuttosto di un’esigenza di guardare oltre: non solo ciò che prende forma, ma ciò che esso trasmette e significa. Proprio come l’immagine del padre affaticato per l’età o, più verosimilmente, per il duro lavoro nei campi: “guardo mio padre falciare/ grondante di sudore”. Risalta la figura dell’uomo laborioso, del contadino operoso e attento, scaltro nel suo lavoro, taciturno e perseverante con il quale la critica ha tratteggiato la tempra del marchigiano, del saldo uomo di provincia, amante della sua terra e di essa depositario e custode. Le immagini così fulgide di vedute del padre nella sua attività agricola danno modo di pensare e di sperare a occhi aperti che possa tornare a rivederlo: “Cammino da solo… rassegnato/ […] credo ancora/ di incontrare mio padre, di trovare fiori”. La malinconia che il poeta sente nei confronti del padre ormai lontano dal tempo dei fiori (della felicità, della completezza) sono resi con una terminologia piana, senza retoricismi né bovarismi di sorta: l’effetto che il poeta produce è forte e indiscutibile. Dolore per l’assenza della figura del padre, una sensazione di stordimento e incomprensione: lo scenario agreste, quella terra ricca e rigogliosa a seconda dei cicli di crescita e raccolta, non è la stessa di quando il padre ne era parte integrante e operativa. Se la mancanza è percepita in maniera pressante e costante, d’altro canto il poeta sembra convivere con una certezza, consolatoria se non del tutto pacificante, di una qualche interazione – pur indiretta – da parte del padre: “Ascolti ancora/ i miei silenzi/ padre oltre la fine”.

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Il poeta Gianni Palazzesi

Nativo di Treia e residente ad Appignano dal 1964, il poeta si configura territorialmente e identitariamente con la provincia maceratese, spazio localizzato nel centro della Regione dove, secondo gli studiosi, dal punto di vista linguistico (dialettale) sarebbe da ascrivere la natura più propria e distintiva di un ideale vernacolo marchigiano. Definizione, questa, assai ampia e pertanto imprecisa essendo la nostra terra plurima per influssi, caratteri e tendenze e dunque anche dal punto di vista linguistico. Non è interesse diretto del poeta quello del dialetto ma senz’altro verso l’amore per la sua terra che, anche nei componimenti che hanno un destinatario palesemente amoroso per una donna, non manca di essere definita, allusa, abbozzata. Il “picchio scrupoloso” è immagine di questa terra mediana in cui proprio tale pennuto è identificativo della regione, un tempo definita Picenum, da picus, appunto, che significa ‘picchio’.[1] Alcuni stralci paesaggistici, uniti a un approfondimento esistenziale, possono essere rintracciati in maniera chiarificatrice nella poesia “Antica terra mia” (una delle tre datate 1976):

La mia terra,

come un intreccio d’edera

un amore, la mia vita

la mia esistenza, il mio avvenire

tutto nella mia amata terra.

C’è poi la terra nel suo subbuglio, nelle onde telluriche che sconvolgono le placche, fanno sussultare persone, cadere case, inquinare di tormento l’anima dei fanciulli. La nostra regione – purtroppo – non è affatto nuova a episodi sismici: nel 1997 forti scosse interessarono le zone di confine tra Marche ed Umbria nei pressi di Colfiorito-Gualdo-Foligno[2] e, più recentemente, nel 2016 il tremendo terremoto che colpì l’alto reatino (Accumuli, Amatrice, Illica, etc.) diede vita a un lungo sciame sismico (ad oggi ancora attivo) che ha interessato in maniera assai significativa le Marche meridionali con particolare attenzione ad alcune aree del Maceratese. La poesia “Non scapperanno” è proprio dedicata ai terribili momenti che hanno interessato il nostro territorio e che ha distrutto interi centri quali Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera, a poche decine di km dai luoghi abitati dal nostro.

Palazzesi non chiama l’origine dello sfacelo col suo nome, ce lo descrive, invece, mediante il suo dato sonoro e tramite i gravosi effetti che esso ha prodotto: “un boato lo annuncia/ sotto una nuvola di polvere/ tutto è crollato”. Dalla visuale sull’ambiente urbano sprofondato su se stesso, il grandangolo si concentra sulle disagiate condizione delle genti, miracolosamente illese, che, pur private di ogni cosa – forti nella loro spartana semplicità e austera dignità – non lasceranno la loro terra, le proprie origini, i loro monti, le strade, quell’ambiente che li ha visti nascere e crescere: “persone ancorate alla terra natia/ alle macerie/ fondamenta per il nuovo domani”. La terra – che immaginiamo colorata e in pace con sé stessa – è ormai sostituita da rottami di cemento e altri materiali, ferri torti, travi scheggiate, materiali che in sé trasmettono il segno e la gravità dell’accaduto ma che – nella necessaria speranza che s’intravvede – sarà materiale di risulta per una ricostruzione degli spazi, delle case, del centro abitato, della vita sociale. Apprezzabile e non per nulla scontato questo messaggio di fioca luce che è necessario per poter risalire la china di una depressione delle genti a seguito delle scosse che li ha privati delle proprie case, quando non della propria vita o di quella dei propri cari.

Questo mostro tumultuoso che tutto scrolla ritorna anche in altre liriche, scritte nel lontano 1976, nelle quali Palazzesi, allora in servizio militare a Pordenone, avvertì distintamente le scosse del terremoto del Friuli (prima scossa maggio 1976 e recidive nel settembre dello stesso anno per un totale di 900 morti circa); nella poesia “Li ho visti” il ricordo indelebile dei soccorritori che nella frenesia del momento diedero anche la loro vita al servizio degli altri: “Ho sentito la terra tremare ancora/ e dal loro lavoro… solo macerie”. Angoscia che il poeta ha rivissuto recentemente e che ha tratteggiato in “Attimi infiniti”, poesia il cui sottotitolo recita “Sei tornato”. Quasi un rapporto confidenziale con qualcuno che si è conosciuto già (a Gemona, per l’appunto) e che ora, di soppiatto fa capolino nuovamente gettando nell’angoscia e alimentando quell’incredulità di esserci nel domani. “Sei tornato ancora/ spaventoso e devastante” al punto da rimembrare la traumatica esperienza vissuta in Friuli: “Sei tornato/ a fine estate/ come allora,/ come nel ’76 a Gemona/ aprendomi ferite mai guarite”. L’avvento della forza della terra è capace di rivitalizzare e rinvigorire un dolore passato e, forse, mai del tutto metabolizzato. Lo scuotere della terra, delle fondamenta della propria casa, e l’insicurezza che, come un velo gelato, ammanta il poeta e le sue genti rattrappendone gli arti e ostacolandone le funzioni vitali. Sospensione e angoscia in cui la minaccia della magnitudo e delle scosse di assestamento non consentono di riprendere quella parte della propria esistenza, dei propri desideri e di sé stessi che prima dell’evento infausto rappresentavano la normalità. Palazzesi, anche negli istanti più dolorosi e nevralgici, mantiene un tono contenuto nel quale non si percepisce mai più di una desolazione disarmante; la stizza e lo sconforto – pure possibili e concreti in tali circostanze – non prendono mai il sopravvento. Il verso tiepido e improntato alla resa di immagini desolanti che ben conosciamo vive nell’intenzione mai doma di omaggiare e baciare quella terra mitica e arcaica che fu dei suoi avi e delle sue genti e che, “come un intreccio d’edera” non ha da essere sgrovigliato né divelto. 

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Uno scorcio suggestivo della campagna maceratese  al tramonto.

La doverosa attenzione va anche posta sul titolo di questa raccolta che costituisce – al di là di varie singole poesie pubblicate in antologie e riviste – la prima pubblicazione organica. La parola ‘frammenti’ sembrerebbe richiamare quella tendenza poetica inaugurata agli inizi del secolo scorso e definita per l’appunto “tecnica del frammento”; si trattava di un genere destrutturato e innovativo di comunicare concetti in cui non era ben definibile una demarcazione netta tra la poesia propriamente detta e ciò che in seguito sarebbe stata definita prosa poetica. La poesia di Palazzesi, che non ha nessun carattere proprio della prosa, viene proposta quale summa di frammenti, vale a dire di appunti, di schegge, un mosaico fatto da elementi che si caratterizzano per la loro esiguità e frammentarietà. Frammenti che, uniti in un contesto concettuale com’è proprio quello della raccolta (il tema della terra, come detto) si connotano ancor meglio nella loro compatta consequenzialità e legame. Una raccolta di idee e disegni lirici, di brandelli emozionali, di tessere di uno schema ben più ampio e complesso. La buona poesia, in fondo, dovrebbe sempre essere sotto forma di un frammento, auspicando la trattazione di determinati momenti, episodi o stati emotivi concepiti nel loro tempo/spazio nei quali si sono originati, sviluppati e diffusi. Il fatto che questi ‘frammenti’ siano collegati alla ‘incredulità’ costituisce, invece, un assioma curioso, ben difficile da sviscerare direttamente. Incredulo è colui che è refrattario a fidarsi o a credere; sulle ragioni che possono determinare tale situazione non è possibile mappare il vasto spettro delle possibilità ma basterà dire che una incredulità può derivare da una debole auto-stima, da una mancata comprensione del mondo o dell’altro, da un temperamento inflessibile con sé stessi o, ancor più, dalla mancanza effettiva di quegli arnesi conoscitivi atti a porre l’individuo nelle condizioni propizie per maturare una responsabile sicurezza e convinzione. Qui, nell’opera di Palazzesi, sembrerebbe che quell’incredulità ha più a che vedere con un misto di stupore per la natura e di scoramento per gli sconvolgimenti sismici che tanto spesso hanno lambito l’esistenza del nostro, in luoghi ed età diverse. Incredulità quale forma di meraviglia e gaudio ma anche come incapacità di convincersi dell’impossibilità di rivivere i momenti felici del passato. Occhi bagnati da lacrime che sono amare per il senso di nostalgia e mancanza ma anche di commozione e pienezza per il presente che è foriero e scrigno di gioie e ricchezze emotive.

Lorenzo Spurio

 Jesi, 17-11-2017

 

[1] I piceni storicamente furono stanziati tra il IX e il III secolo a.C. in un’ampia fascia di terra rispecchiante sull’Adriatico compresa grosso modo tra il corso dei fiumi Foglia (che nasce in Toscana sul Monte Sovara e poi attraversa Pesaro sfociando nel suo mare) e il fiume Aterno (che nasce dal monte della Laga, passa nell’Aquilano unendosi poi al Pescara e sfociando nel mare dinanzi al capoluogo abruzzese). I piceni avevano conquistato dunque un ampio territorio che comprendeva le Marche e parte dell’Abruzzo. Al nord delle Marche, invece, erano stanziati i Galli.

[2] La scossa più distinta fu il 26 settembre 1997 in una frazione di Foligno. Ad essa ne seguirono numerose altre e lo sciame sismico durò per circa un anno. Il numero complessivo delle vittime fu di circa dieci vittime ma produsse circa lo sfollamento di 80.000 case. La navata principale della Basilica di San Francesco ad Assisi crollò uccidendo alcune persone.

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

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“Ferite del tempo”, l’antologia in beneficenza per i terremotati ha donato i ricavi

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Sono stati versati, per un importo di settecentocinquanta euro (€ 750), alla Protezione Civile – Emergenza Terremoto, i ricavi derivanti dal Progetto antologico Autori Vari ideato e curato dai poeti Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio «Nelle Ferite del Tempo. Poesia e Racconti per l’Italia» a pochi mesi dall’uscita.

Realizzazione progetto locandina a cura dello scrittore Gaetano Cuffari. Ringraziamo per l’acquisto e la promozione dell’opera o tutto ciò non sarebbe stato possibile.

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Annullata la premiazione del Premio “L’arte in versi” a Jesi

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COMUNICATO

ANNULLAMENTO PREMIAZIONE PREMIO DI POESIA

PREVISTA A JESI IL 6 NOVEMBRE

Il Consiglio Direttivo della Associazione Culturale Euterpe di Jesi, riunitosi d’emergenza in data 30 ottobre 2016 a seguito degli ultimi eventi sismici che hanno interessato il Centro Italia e che hanno provocato sensibili danni in vari Comuni della Regione Marche nonché forte disagio e una diffusa inquietudine, ha deciso di annullare l’evento di premiazione della V edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” precedentemente concordata per domenica 6 novembre p.v. a Jesi (AN) presso la Chiesa di San Nicolò (edificio del XII-XIII secolo).

In queste condizioni di nervosismo e di viva preoccupazione per lo stato di impotenza dinanzi a quanto è accaduto e sta accadendo non sussistono le normali condizioni per la salvaguardia della sicurezza e dell’incolumità e neppure la giusta tranquillità di chi, come noi Organizzatori, dovrebbe gestire l’intera serata. Per tali ragioni la premiazione viene annullata e posticipata in data da destinarsi e comunque non prima della primavera 2017.

Tutti i premi verranno consegnati durante la nuova premiazione di cui verrà dato conto con successive comunicazione.

Comprendiamo l’eventuale disagio procurato da tale decisione dettata da cause di forza maggiore ma preghiamo di comprendere le nostre, che stiamo vivendo momenti difficili dominati da destabilizzante impotenza, terrore e forte malessere.

Associazione Culturale Euterpe

Jesi, 30 ottobre 2016

Pubblicata l’antologia “Nelle ferite del tempo” a sostegno dei terremotati

La voce di oltre settanta autori in «Nelle ferite del tempo», antologia a cura di Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio

Comunicato Stampa

cover-per-comunicatoE’ uscita lo scorso 30 Settembre 2016 «Nelle ferite del tempo. Poesia e racconti per l’Italia», Antologia di poesia e racconti per la cura editoriale dei poeti Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio, ivi presenti con due liriche. L’opera si apre con una prefazione a cura del poeta Luciano Somma ed è impreziosita da un’opera xilografica del maestro Stephen Alcorn.

Il ricavato vendite andrà in primis per i terremotati del centro Italia. L’acquisto di questo testo, la cui lettura è gradevole, anche per i giovani, potrà permettere alle nuove generazioni di avvicinarsi alla solidarietà in modo attivo e diretto.

Questi gli autori partecipanti al progetto:  Stephen Alcorn e Sabina Fascione Alcorn, Oliviero Malaspina, Luciano Somma, Norman Zoia, Marzia Abatino, Fabio Amato, Elvio Angeletti, Francesco Arena e Anna Lisa Dimitri, Silvana Balloni, Gennaro Bertetti, Carmen Biella, Maria Elena Biondo, Lucia Bivona, Lucia Bonanni, Mariano Brustio e Imma Saulo, Donatella Camatta, Massimo Canton, Fiorella Cappelli, Gastone Cappelloni, Daniele Capuozzo, Sergio Carion, Vito Enzo Casavola, Vittoria Caso, Giorgia Catalano, Ivan Cavallo, Maria Salvatrice Chiarello, Giovanna Cimino, Andrea Collalto, Gaetano Cuffari, Sergio De Angelis, Rosalba Di Vona, Roberto Fratini, Valter Fornasero, Stefano Galazzo, Charles Gaudiée, Stefano Gherbi, Gianni Gozzoli, Giovanna Guardiani, Salvatore Gurrado, Antonina La Menza, Marta Lock, Gioia Lomasti e Marcello Lombardo, Leonardo Manetti, Alessia Marani, Emanuele Marcuccio, Rosanna Mariniello, Roberta Marzi, Maura Masia, Marina Masotti, Maria Rita Massetti, Guido Mattioni, Pier Mazzoleni, Mao Medici, Giorgio Milanese, Federico Negro, Maria Palumbo, Maria Lidia Petrulli, Victor Poletti, Maria Rosaria Ponzio, Antonio Rocchi, Silvana Rossellini, Sergio Rossi, Manrico Rossi, Maria Rotolo, Fabio Salvi, Davide Scuotto, Lorenzo Spurio, Caterina Tagliani, Chiara Taormina, Arianna Verduci, Francesca Tombari, Roberta Tonelli, Mariella Viazzi, Marco Zanardi, Maryna Zhubryk.

 

SCHEDA DEL LIBRO

TITOLO: Nelle ferite del tempo.  Poesia e racconti per l’Italia

A cura di:  Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio

PREFAZIONE: Luciano Somma

EDITORE: Photocity Edizioni

Link di acquisto: 

GENERE: Poesia/Narrativa/Antologie

PAGINE: 128 – Costo 10€

ISBN: 978-88-6682-798-6 

FAN PAGE

“Per i terremotati d’Abruzzo” di E. Marcuccio, con traduzione in aquilano

PER I TERREMOTATI D’ABRUZZO[1]

DI EMANUELE MARCUCCIO

Tutto hanno perduto,

le macerie li han travolti

e in un minuto

le loro case, la sicurezza

li ha abbandonati.

Corpi dispersi,

corpi ritrovati

vivi e feriti,

che si perdono nella massa informe,

che si annullano tra le macerie

nella rovina,

nel pianto,

nell’abbandono.

Vista orribile, dolore orrendo!

I sopravvissuti che sopraggiungono

si perdono in quel mare di cemento,

si confondono nella rovina di quelle case,

e chiedono aiuto, a tutti chiedono aiuto!

8 aprile 2009

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TRADUZIONE IN DIALETTO AQUILANO

PE’ JIU TARRAMUTU DE J’ABBRUZZU[2]

TRADUZIONE A CURA DI LUCIA BONANNI 

Tuttu quantu se so’ persi[3],

(‘mezzu a jiu dirupu)[4]

ij muri se so’ sciricati[5]

e a issi se so’[6] accarrati ‘nnanzi

e entro ‘nu minutu

le case se so’ sbriccate[7], lo bbóno[8]

ij’ à lassati.

Corpi arruati[9] de qua e dellá

corpi retróáti

vivi e tormendáti[10]

que se perdu entru tanta tisolazió[11]

que non se recónúsciu ‘mmezzu a le macerie

‘mmezzu a la ruina

‘mmezzu a iju piantu

‘mmezzu a iju tormentu.

Dolore scuru, tristu lamentu![12]

Quiji que non so’ morti révengo arréte[13]

se perdu entru ‘nu mare de cementu,

s’accappanu[14] éntru la disgràzia de quéle case

e addómannanu ajiutu

(sperzi e accorati)[15]

a tutti quanti addómannanu ajiutu!

Traduzione di Lucia Bonanni

1-10-2015

[1] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 18.

[2] Traduzione in vernacolo aquilano di “Per i terremotati dʼAbruzzo” di Emanuele Marcuccio, a cura di Lucia Bonanni. Riguardo al titolo ho tradotto con “Pe’ jiu tarramutu de j’Abbruzzu” (Per il terremoto dell’Abruzzo) perché la parola tarramutati in aquilano non è molto usata.

[3] Nel primo verso ho preferito tradurre con tuttu quantu se so persi invece che tuttu ànnu persu perché mi sembra che così ci sia l’allitterazione in “i” a fine rigo nei vv 1, 3 e 4.

[4] I versi tra parentesi sono stati inseriti per dare forza alla traduzione. Dirupu qui sta per evento tragico, cataclisma.

[5] Sciricati, rovinati, devastati.

[6] Nei versi 1, 3 e 4 ho volutamente ripetuto l’espressione se so’ per formare unʼanafora.

[7] Sbriccate, cioè macerie, sassi, bricco è il sasso di piccole dimensioni.

[8] Lo bbòno sta per il bonum latino, cioè le cose buone quindi la sicurezza.

[9] Arruati sta a significare buttati in mezzo alla strada, rua infatti vuol dire strada.

[10] Tormentati come sinonimo di feriti.

[11] Tisolaziò sta per “massa informe”.

[12] “Dolore scuru, tristu lamentu” per tradurre i versi “Vista orribile, dolore orrendo”. La parola scuru viene usata con significati diversi, per esprimere sofferenza, dolore e disappunto; l’espressione “scura mi” significa “povera/o me”, tristu ha significato simile al latino, una persona trista è una persona poco affidabile.

[13] Quij que non so morti revengo arrete, ho usato un’antifrasi per tradurre “i sopravvissuti che sopraggiungono”.

[14] Si nascondono, per dire che si confondono nella rovina delle case.

[15] Sbigottiti e fortemente addolorati.

“Il grido della terra” di Fabio Clerici, recensione di Lorenzo Spurio

Il grido della terra 
di Fabio Clerici
TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
 
Recensione di Lorenzo Spurio 

grido-della-terra-fabio-clericiQuesto libro è un chiaro esempio di come la letteratura non debba e non possa essere meramente per diletto e volta all’intrattenimento, ma debba essere mossa da ragioni di carattere sociale e da un intento solidaristico che ha necessità di essere diffuso con attenzione e rispetto. Il libro di Fabio Clerici che il lettore si approssima a spaginare e a fruirne il contenuto è un resoconto di un “viaggio” un po’ particolare, particolare perché ha in sé solo un elemento tipico del viaggio, ossia quello dello spostamento fisico di una persona dal suo luogo originario. Non si parlerà di visite, fotografie e bisbocciate ma, al contrario, sarà una spedizione umanitaria spinta da un chiaro intento di aiuto, sostegno in una realtà drammatica dettata da Madre Natura. Si susseguono nel libro le descrizioni puntigliose con riferimenti ad orari, toponimi, durate, percorsi le vicende –trattate quasi in maniera cronachistica- come lo farebbe un reporter, un inviato sulla scena in questione, di un uomo che ha preso parte a una missione d’amore e di coraggio nei confronti dei suoi simili.

Il luogo dove si svolgono le vicende narrate è quello della zona emiliana attorno a Rovereto, Finale Emilia e Mirandola dove nel Maggio del 2012 la rabbia della natura scatenò una serie di scosse di importante magnitudo seminando morte, distruzione e abbattendo gli animi della gente: “Il disperato volo di due civette da un cornicione crollato, una folata di vento gelido che colpì alle spalle gli uomini in divisa e un violentissimo boato, furono il prologo di alcuni, interminabili secondi, ove la terra iniziò a sussultare, indietreggiando e avanzando”.

Nella narrazione, dove pure si sottolineano alcuni seri disagi che possono intercorrere in casi di dopo-sisma, come il bieco fenomeno dello sciacallaggio tra i ruderi delle case crollate e l’importanza e al contempo la pericolosità di mettere in salvo persone a mobilità ridotta, anziani e addirittura animali, il testo vira nella parte finale verso una ricerca delle cause, delle concause, come se l’autore voglia mettere sotto processo la natura. La natura che ci ha messo al mondo è benevola ed edenica, ma sa anche essere beffarda e irragionevole colpendo l’uomo alle spalle, lì nei piccoli borghi di provincia, di notte, come una tremenda sterminatrice che risucchia al suo interno per mezzo delle spaccature della terra. La possibilità che il sisma emiliano abbia potuto avere una correlazione con il poco noto fenomeno geologico di sfruttamento delle profondità terrestri da parte dell’uomo, denominato fracking, viene presa in considerazione.

Ma intorno a tanta desolazione, ai paesi spazzati via dall’onda d’urto, rimane la grande dignità del popolo che sa rimboccarsi le maniche e che vuole continuare a lavorare per un futuro: il protagonista assieme alla sua squadra (e a quelle di moltissime altre divisioni e dipartimenti giunte da tutta Italia) darà sostegno e protezione a rischio della propria vita e contribuirà ad inaugurare una nuova fase per la vita di quei luoghi che immancabilmente potrà iniziare solo con l’ordine di abbattimento degli edifici pericolanti.

Ci sarà la ricostruzione delle case e delle chiese e lentamente anche quella degli animi.

Nulla si dimenticherà e quelle ferite che la madre terra ha prodotto sugli edifici e sul terreno, dividendo l’unità e la coesione di cui sempre era stata figura, rimarranno nei cuori di chi ha vissuto quella tragedia. Ferite che non si rimargineranno mai come osserva una ragazza che ha vissuto sulla sua pelle il terrore di quel terremoto nelle lettere finali dove si susseguono frasi paurose e al contempo pregne di dolore in grado di far stringere il cuore al lettore tranquillo sulla sua poltrona mentre sta leggendo. Perché eventi come questi cambiano la vita e la prospettiva dell’uomo con il mondo: “Ritenetevi fortunati perché non collocate gli avvenimenti prima e dopo il terremoto […] Sorridete perché scrivendo su Google immagini il nome del vostro paese non usciranno foto di case crollate”.

L’esperienza di Fabio Clerici ci è utile per avere una prospettiva diversa sulle gravi condizioni di un dopo-terremoto, su uno scenario simile all’apocalittico The Waste Land di T.S. Eliot. Ma non si tenderà al nulla, alla vanificazione di tutto e alla pietrificazione della disperazione: dal misto di sangue, sudore, calcina, acqua, fango, dolore e terrore, ci si incamminerà verso una ricostruzione che, come tutte le ricostruzioni, non sarà facile né lenta. Di certo Fabio Clerici con questa opera consente di aggiungere un mattone in più in quel processo di riedificazione materiale delle città distrutte e contribuisce con un tiepido conforto a sostenere coscienze sopraffatte dalla tragedia.

Lorenzo Spurio

“Post sisma” di Alessandra Prospero, recensione di Lorenzo Spurio

P.S. Post sisma
Di Alessandra Prospero
Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2012
Pagine: 35
ISBN: 978-88-7351-551-7
Costo: 8 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Nelle notti d’estate quasi m’illudo
che questo cielo non si stacchi cadendo
sulle nostre povere teste inermi
che questa terra non ci tradisca più (24).

 

untitledIl 6 aprile 2009 un potente terremoto colpì l’Aquila e la sua zona limitrofe. Nella tremenda scossa, che avvenne nel cuore della notte, molti edifici non ressero all’impeto della natura e caddero, si sfasciarono come strutture di cartapesta. Moltissimi i morti e i feriti; come non ricordare le giovani vittime della Casa dello Studente? La morte e il terrore si diffusero a macchia di leopardo tra gli aquilani e gli abruzzesi tutti che, anche nei giorni successivi, furono sottoposti ad altre scosse telluriche seppur di minore entità.

Quando si vede la morte con i propri occhi ci si domanda due cose. La prima è perché siamo stati risparmiati e la seconda è perché dobbiamo assistere alla morte degli altri. Chiaramente nessuna delle due domande può trovare una risposta, neppure se decidiamo di abbracciare una particolare religione. La Natura esiste ed è buona con l’uomo perché gli dà tutto: il calore, necessario per vivere, l’acqua, la fonte primaria di vita, il cibo e tutto il resto, ma essa sa anche essere cattiva come dimostrano appunto le calamità naturali. Ci si potrebbe chiedere allora perché ci sia costituzionalmente nella figura della Natura questa paradossale antinomia di bontà-cattiveria, dono-privazione, gioia-terrore, così come già molti anni fa si era domandato Leopardi. Sappiamo, però, che spesso i cataclismi e le cosiddette calamità naturali in fondo proprio “naturali” non sono o per lo meno non sono solo tali, nel senso che la sconsiderata azione umana dell’uomo sul territorio è con-causa determinante se non addirittura causa propulsiva di simili tragedie. Si pensi al disboscamento volto a una più ampia edificazione, alla cementificazione e a tutte le altre sfide che l’uomo pone di continuo alla natura, offendendola, sfruttandola e seviziandola. La Natura, poi, essendo un immenso vivente, vive la sua vita fatta di spostamenti tellurici tra placche, eruzioni vulcaniche, flussi oceanici e tanto altro: movimenti che sono naturali e che non possono essere né governati né pronosticati, sebbene una branca della sismologia crede di sì salvo non aver mai aiutato seriamente in questo senso. Ed ecco dunque che se una frana si presenta è causa dell’uomo che ha sfruttato quel territorio senza metterlo in sicurezza, ecco dunque che se la lava finisce per raggiungere delle abitazioni è causa dell’uomo che ha edificato (e speculato) in territori che, invece, sarebbero dovuti rimanere incontaminati proprio in virtù della vicinanza dal vulcano, ecco infine che se una casa, o una città non sopporta le spinte che vengono dalla Terra che l’uomo può/potrebbe avere delle responsabilità che non sono seconde a nessuno (si veda appunto il processo contro gli ingegneri della Casa dello Studente dell’Aquila).

E’ ovvio, però, che sia la Natura, la Terra, ad essere presa come capro espiatorio delle nostre malefatte perché essa è il mezzo con il quale si manifesta la tragedia che poteva essere evitata. E’ ciò che accade nelle liriche di Alessandra Prospero contenute in P.S. Post sisma. La poetessa, aquilana, ha visto con i propri occhi la sua città cadere come fosse di cartapesta, ha subito il trauma delle scosse e la violenza delle immagini che si sono prospettate dopo l’evento sismico. Tutta la silloge ha come fonte concettuale proprio l’esperienza traumatica e dolorosa del terremoto dell’Aquila; il libro si divide in due parti, una prima parte dove è la distruzione, il terrore e l’angoscia opprimente a dominare, dal titolo “Il dramma” e una seconda parte scritta con coscienza di causa, a posteriori dal tragico evento, con la consapevolezza della grande fortuna spettata a lei e ai suoi cari dal titolo “La speranza”. Andiamo per gradi.

La lirica che apre la raccolta è un pugno allo stomaco. Non esistono trasfigurazioni o ispirazioni a distanza, ma ciò che Alessandra Prospero mette sulla carta è la cronaca di cui lei fu spettatrice di quella atroce calamità. In quel momento è come se la vita si spaccasse e il tempo si bloccasse di colpo trasmettendo a tutti una sospensione invivibile e preoccupante (“quando un buio senza tempo/ diviene eterno”, 11). L’eternità a cui la poetessa si riferisce può avere una correlazione già di per sé all’idea di morte che la stessa può aver configurato nella sua mente nel momento in cui ha realizzato la gravità del momento e la difficoltà di salvarsi. C’è una fuga: si fugge dalla casa in potenziale pericolo di crollo, si fugge dalla notte, si fugge da se stessi per cercare una via di salvezza dove ci si auspica di trovare anche i propri cari (“ e fuggi verso la notte”, 11). Ma il dramma è assillante, la Natura mostra un temperamento sadico e ossessivo non permettendo una tregua, una calma da quella violenza: “il salto continuo/ il tremito perenne” (11). Tutto d’intorno è desolazione, paura, appello d’aiuto e preghiera accorata affinché la Natura smetta di “tradire” l’uomo.

C’è la consapevolezza, però, nella prima lirica della fortuna (o del destino positivo) o piuttosto della coincidenza che ci si è salvati. Si è attori della tragedia, è vero, ma non si è vittime e questo intensifica ancor di più l’attaccamento dell’uomo nei confronti della vita: “Respiro ancora,/ vedo ancora/ vivo ancora,/ palpitante” (11). Significativa è la reiterazione di “ancora” che sottolinea un certo stupore nell’esserci nel presente dopo quanto di drammatico accaduto.

I protagonisti della tragedia sono tutti: i bambini, gli adulti, gli anziani, gli animali, le case, la città e le coscienze della gente. Solo il bambino, inconsapevole di quanto è realmente accaduto, può conservare ancora un sorriso sulle sue labbra (“Il mio bambino biondo ride”, 12), mentre il luogo dove è accaduto il fatto è definito “una città fantasma/ gremita di spettri”, 12).

E’ la Morte la vera protagonista del dramma che si insidia nel privato delle famiglie, di soppiatto, traditrice e infingarda, a portare via corpi con una famelica ingordigia: “Ne potevo avvertire il fiato,/ ne ho udito i passi pesanti,/ potevo sentirla dietro di me/ senza per questo voltarmi”, 12). La Morte è un’onnipresenza concreta in quell’ambiente, temuta e aborrita, seppur invisibile.

Si domanda alla Terra il perché di quanto accaduto. Ci si appella di smettere, perché niente del genere può essere sostenuto ancora. Si prega, con poca convinzione, si piange, e si ringrazia, non senza stupore, un qualcuno che ha deciso di risparmiarli: “La nostra preghiera/ è un lamento,/ una paura,/ un ringraziamento” (13).

E così come si diceva poc’anzi cambia la fenomenologia del tempo, da categoria logica e da determinante dell’essere esso diventa vago, indistinto, non-catalogabile né definibile: il buio può esserci anche di giorno perché è il buio delle coscienze e del tormento; il giorno e la luce rimangono esistenze flebili che sembrano essere offuscate dal buio. Ci si attacca al passato, al ricordo, al vissuto (“E ieri diviene per sempre”, 14) anche se le case che costudiscono le memorie sono venute giù, distrutte e ora, più che essere custodi dell’intimo sono diventate rovine alla mercé di tutti (“La mia casa divenne/ un ossario di speranze”, p. 15). Il presente è un tempo senza-tempo, incalcolabile, sospeso, che viene vissuto nel tormento, nella paura che ciò che è accaduto, riaccada, che il Mostro tentacolare torni a reclamare altre vite (“E l’oggi non è mai domani”, 14).

E’ duro il commento della poetessa nei confronti di quanto accaduto e non potrebbe essere diversamente: rabbia e dolore si cementano in questo cuore scalfito dalla violenza degli accadimenti. Impossibile capire perché certe cose inutili e dolorose accadano: “Troppo presto vanno via le carezze, i sorrisi/ e i gesti accoglienti/ senza un perché umano/ che ci motivi questo abbandono” (16). La disperazione è tale che la poetessa nella lirica “Delusa” non può che abbandonarsi a una considerazione che dimostra lo sconforto nel credere che un domani potrà esserci: “Morta/ giace in un angolo/ la mia voglia di ricominciare” (18).

La seconda parte della silloge apre alla speranza e permette di intravedere la luce. Dopo aver conosciuto la Morte da vicino e dopo aver superato una grande prova con la propria coscienza, la poetessa è in grado di intravedere un futuro nella figura del bambino a cui è dedicata la lirica “Figlio” nella quale in chiusura scrive: “Figlio,/ di te vivo,/ gemma viva nella polvere,/ nenia di paradiso” (30). L’immagine del bambino, che sta ad indicare il futuro, la nuova generazione che cresce e che poi sostituirà quella precedente, è necessaria alla donna per ricevere un influsso positivo, “di te vivo”, del quale alimentarsi proprio come una gemma che, pur nella polvere, riesce a sbocciare a portare la vita. Non è un caso che in copertina ci sia un muro spaccato di una casa dove si vede la muratura e vicino un ramo di un arbusto con alcune foglie, simbolo della vita che incessante torna a rioccupare anche i territori morti come la poetessa aveva già consacrato in un’altra lirica della prima sezione: “L’edera freme e resiste strenua/ ai lati del mio cancello,/ a proteggere i miei ricordi/ come le bocche di Bonifacio” (15).

Un libro da leggere con il cuore e da fare proprio, dando il giusto peso a ciascuna parola, a ogni aggettivo e colore che Alessandra mette sulla carta. Non è una poesia da interpretare, Alessandra già fornisce tutto nei suoi versi lunghi, come una cronaca rimembrata e allo stesso tempo sempre attuale.

In questo libro c’è l’attaccamento per la propria terra e lo sgomento di chi vede i suoi simili sopraffatti dall’Ignoto.

In questo libro c’è l’amore, l’orgoglio, la speranza.

In questo libro c’è tutto.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 22-10-2013

 

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