Esce “Il tempo sospeso”, antologia di poeti e saggisti al tempo del Coronavirus a cura di Giuseppe Bova (Rhegium Julii)

Nelle scorse settimane, in tempo di emergenza per il Corona Virus, il sig. Giuseppe Bova, Presidente del noto Circolo Culturale “Rhegium Julii” di Reggio Calabria, ha lanciato l’iniziativa editoriale di un’antologia di poesie, dal titolo Il tempo sospeso, che in questi giorni è felicemente stata pubblicata.

Bova, nel presentare il progetto, aveva osservato: “Davanti a certe emergenze ci sono due modi per esprimere la propria personalità: la prima è meno inclusiva e vede gli uomini rintanarsi impauriti e passivi  nel proprio guscio aspettando che, grazie ad altri, il malessere passi; la seconda più inclusiva e partecipata vede gli uomini farsi testimoni del presente, lanciarsi in campo aperto per cercare la parte migliore di sé da donare agli altri. Tra questi ultimi ci sono certamente quelli che hanno concorso alla stesura di questo libro e quelli che, per loro natura, silenziosamente ma concretamente si impegnano a progettare e lavorare per costruire un futuro migliore”.

La pubblicazione, a cura del Circolo Culturale “Rhregium Julii” di Reggio Calabria ha visto l’importante collaborazione dell’Editrice Sperimentale reggina con la Fondazione mediterranea.

A continuazione, il testo della prefazione al volume, stilata dal sig. Bova (che con comunicazione privata ha acconsentito alla pubblicazione online e alla diffusione su questo spazio virtuale):

Copertina IL TEMPO SOSPESO_page-0001Nei ricorsi della storia, un destino non sempre provvido e benigno, ha esposto il Creato a diverse difficoltà, inspiegabili e drammatiche, che l’uomo ha affrontato con grande forza d’animo e determinazione, scrivendo pagine talvolta eroiche e commoventi. Il più delle volte si è trattato di catastrofi naturali (terremoti e maremoti, inondazioni, uragani, fenomeni vulcanici, epidemie, altre tragedie imprevedibili), altre volte di appuntamenti causati dall’uomo stesso (guerre, uso delle armi chimiche, terrorismo, razzismo, individualismo esasperato, lotte religiose e di potere), che hanno avuto alla base di tutto l’egoismo personale, l’ambizione smodata di potere e di conquista, la spinta all’arricchimento personale o di casta, la discriminazione ideologica e religiosa, lo sfruttamento indiscriminato delle classi povere e dell’ambiente, l’incapacità di sostenere con equilibrio i controversi problemi di ogni tempo. Questi mali hanno dato luogo ad ogni forma di violenza, di sopraffazione, di conculcazione dei diritti (penso all’apartheid, alla schiavitù, agli attuali fenomeni di terrorismo, all’intolleranza, alle discriminazioni razziali, alle diseguaglianze sociali che sono sfociati in ogni forma di genocidio e, solo recentemente, a oltre 3 milioni di morti per fame. Ma è proprio nei momenti più difficili che l’uomo ha saputo generare la catarsi con forme di rigenerazione della coscienza, della creatività, del pensiero, con uomini che hanno tentato di promuovere un nuovo cammino della storia e dell’arte e della poesia.

I sentimenti che esplodono come un magma dentro la grande anima hanno trovato nuove strade per recuperare l’umanità perduta, desideri di armonia, di rispetto dei contesti ambientali e climatici; tutto ciò con un grande beneficio verso quanti come noi, hanno bisogno d rimettere ordine a quella dispersione etico-morale e comportamentale che, nel tempo, ha generato una diffusa e arida indifferenza verso gli ultimi e i diversi (penso alla politica dello scarto di cui parla Papa Francesco).

Ci sono state voci inascoltate che per generazioni hanno denunciato con un grande lirismo il malessere della terra e dell’uomo. Penso a Fernando Pessoa ((il violinista pazzo), a Stephen Spender (Poesie), ad Albrecht Hauhofer (Sonetti di Moabit), a Ghiannis Ritsos (Epitaffio Makronissos), a Costantino Kavafis (Poesie nascoste), a Paul Eluard (Poesie), a Blas De Otero (Que trada de Espana), a Rafael Alberti (Ritorni dal vivo lontano), a José Agustin Goytisolo (Prediche al vento), a Federico Garcíia Lorca (Romancero gitano), a Gerardo Diego (Clausura a volo), a Jesus Lopez Pacheco (Delitti contro la speranza), a Franco Costabile (La rosa nel bicchiere), a Boris Pasternak (autobigrafia), ad Attila Jozef ( Gridiamo a Dio), ad Osip Mandel’Stam (Poesie), a Eugenij Evtushenko (Le betulle nane), a Sergej Esenin (Poesie), a Josif Brodskij (Fermata nel deserto), a Leopold Sedar Senghor (Poemi africani), ad Ernest Hemingway (88 poesie),a Gregory Corso (Benzina), a Miguel Angel Asturias (Parla il gran lengua), a Ciril Zlobec (Nuova poesia jugoslava), senza dimenticare Pablo Neruda, Quasimodo, Montale, Elio Filippo Accrocca, Alfonso Gatto, Ungaretti, Solinas e tanti altri ancora.

“Tale dura e tenace sequenza” – dice Walter Mauro – “ha finito per ampliare il concetto di libertà che oggi vuol dire angoscioso dolore di colui che viene ridotto all’impotenza della mente e della ragione… con la capacità e la forza insita nella parola poetica di intuire e farsi interprete di percezioni e vibrazioni interiori dell’umanità, la letteratura in versi ha voluto e dovuto accompagnare fedelmente i moti più segreti e reattivi dell’uomo comune, assimilarne i temi di fondo, viverne la pena ed il tormento, situarsi insomma a fianco dei miseri, dei diseredati, dei perseguitati, dando sangue e voce ad un canto di libertà diventato patrimonio comune, inestimabile ricchezza dell’intera umanità.

La raccolta che qui presentiamo IL TEMPO SOSPESO è il contributo di tante voci del nostro tempo che hanno sentito forte l’urgenza del dire, di cogliere la struggente condizione umana di chi ha dovuto affrontare una battaglia impari con uno dei mali più implacabili della storia dell’uomo: il coronavirus.

Le poesie sono state composte da poeti soci e simpatizzanti del Circolo Rhegium Julii e da poeti del nostro Paese che hanno partecipato attivamente alle attività promosse dal nostro Circolo.

Condividere queste liriche per noi, significa entrare in sintonia con il sentire più autentico del popolo italiano, percepirne i sussulti, le angosce, i sentimenti spesso di abbandono e d’impotenza. Significa stringere una mano, chiamarsi presenti, cercare una strada per la catarsi di un’intera umanità che, dopo gli errori, le arroganze, le incurie e le macerie lasciate per strada, cerca ora una ricomposizione dello spirito e dell’anima nella certezza che non tutto è finito e c’è sempre il tempo del riscatto.

E par le pouvoir d’un mot/ je recommence ma vie/ je suis né pour te connaitre/ pour te nommer / Libertè. (Paul Eluard).

Sono benvenute tra noi le voci di tutti quelli che lottano, di quelli che esercitano la cultura della solidarietà, della pace e del rispetto del pianeta e della sua storia culturale e umana, di quanti hanno speso la loro esistenza per garantire la libertà e la vita.

 

GIUSEPPE BOVA

Presidente del Circolo Culturale Rhegium Julii

“La Quinta Dimensione di Corrado Calabrò, il poeta che strizza l’occhio alla scienza”, a cura di Lorenzo Spurio

Saggio di Lorenzo Spurio 

 

Sono una barca spogliata di vela

che anela inutilmente al mare aperto (54)

Esprimersi in termini critici sull’opera poetica di Corrado Calabrò, per quanto si cerchi di adoperare quell’onestà di sabiana memoria e ci si appelli a un’umiltà di giudizio che ne descriva in maniera congrua gli stilemi cardine, è questione ardua. Un’impresa, si dovrebbe dire, dalle dimensioni titaniche. Lo è per ragioni di varia natura, alcune assai palesi e sotto gli occhi di tutti, altre di appartenenza alla schiera letteraria e a chi, con strenuo impegno e competenza, ha fatto suo il percorso di scavo, approfondimento esegetico e d’interpretariato concettuale. Tali ragioni hanno senz’altro a che vedere con l’influente portata di Corrado Calabrò intellettuale (che è ciò che deve prioritariamente interessare il critico, conscio, però, della sua notevole carriera nel campo della Magistratura), uno dei maggiori poeti della scena nazionale e non solo, se si tiene in considerazione che le sue opere sono state tradotte in decine di lingue (non solo europee) e che per la sua formidabile e riconosciuta attività letteraria gli sono stati attribuiti, tra i tanti premi ed encomi, riconoscimenti accademici quali la Laurea Honoris Causa rispettivamente dell’Università Mechnikov di Odessa (Ucraina) nel 1997, dell’Università Vest Din di Timişoara (Romania) nel 2000 e dell’Università Statale di Mariupol (Ucraina) nel 2015. Ricordo anche uno dei recenti successi in una lingua straniera ovvero il libro Janelas de silêncio (Vasco Rosa, Lisbona, 2017) in lingua portoghese, arricchito dalla prefazione della poetessa e scrittrice Fabia Baldi[1], presentato a Salone Nobile dell’Istituto Portoghese di Sant’Antonio a Roma il 29 novembre 2018. Sempre nel mondo lusofono va ricordato l’importante riconoscimento attribuitogli nel 2016 dall’Università di Lisbona ovvero la preziosa Medaglia “Damião de Góis”.

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Il poeta Corrado Calabrò

L’altra ragione che motiva una certa inibizione e sbandamento nell’approcciarsi alla sua ingentissima opera (decine e decine di opere pubblicate, per cui non faremo qui l’elenco) attiene all’elevata gamma di eminenti critici, accademici o meno, che nel tempo hanno scritto di lui e della sua opera. Si dovrebbero (solo per citarne alcuni) richiamare i nomi di Domenico Rea, Carlo Bo, Maria Grazia Lenisa, Luigi Reina, Mario Luzi e Maria Luisa Spaziani che, senza specificazioni di sorta, ben mettono in luce l’importanza, finanche la completezza e la profondità di Corrado Calabrò. Tra gli altri, un corposo volume monografico a cura del critico Carlo Di Lieto, docente di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, pubblicato da Vallardi Edizioni nel 2016 col titolo di La donna e il mare. Gli archetipi della scrittura di Corrado Calabrò. Testo che risulta avere una sua centralità e dal quale non si può prescindere se decidiamo di voler conoscere da più vicino e con un adeguato mezzo informativo, orientativo e di accompagnamento alcuni dei temi-simbolo della poesia di Calabrò.

978880470871HIG.jpgL’antologia Quinta dimensione (Mondadori, 2018)[2], che compendia un percorso selezionato[3] di poesie pubblicate nel sessantennio 1958-2018, è stata presentata a Roma, Milano e a Torino riscuotendo particolare successo. È, come ebbe a dire Pasolini nel caso dei Cantos di Ezra Pound, una poesia «enormemente vasta»[4]: per quantità, calibro, spessore e intensità. Ad aprire il volume una chiosa di Eraclito, poeta del divenire, che recita testualmente: «Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo». A questa fa seguito l’apertura con un incisivo poemetto dal titolo Roaming introdotto da Senofonte, testo nel quale, in esergo, Calabrò cita Thomas Stearn Eliot, il modernista allucinato, richiamando i Quattro quartetti.

Il lettore di questo libro e dell’intera opera di Calabrò, dovrebbe cautelarsi dinanzi alla materia che gli viene offerta e rendersi consapevole di questo arricchimento continuo. Le copiose citazioni, versi richiamati, echi, camei, rimandi intertestuali ad altrettante opere di letteratura, filosofia e scienza, sono preziosissime e vanno raccolte saggiamente. Esse ci consentono non solo di ricostruire fedelmente il prezioso mosaico che è la stessa campionatura di versi del poeta calabrese, ma anche d’iscrivere questa sua fiorente produzione all’interno del grande mare della letteratura di ogni tempo, dunque della nostra storia e del senso di abitare questo mondo.  Tra i suoi innumerevoli maestri, padri putativi e fonti, vanno senz’altro enucleati gli esponenti di spicco della cultura europea, greca, romana, della classicità letteraria nazionale (Dante, Ariosto, Leopardi), dei poeti melanconici (Rilke[5]), civili (Lorca, Neruda), simbolisti (Baudelaire) e metafisici (Eliot).

Roaming si presenta composito, con una sapiente intersecazione di spazi e cornici temporali, volutamente inteso a divagare e far confluire storie, significati, vicende di uomini d’allora e perplessità d’oggi. La ricchezza dei contenuti e la vistosità delle prese di posizione – soprattutto nei riguardi di alcuni costumi o tendenze diffuse nella nostra età – ci permette di concepirlo anche come sorta di Manifesto – non di una poetica – semmai del travaglio odierno, dove i sentimenti risultano ingabbiati dalle logiche e dalle azioni automatizzate.

L’autore, anche se vive nella Capitale[6] da vari decenni, è nato a Reggio Calabria nel 1935 ed è chiaro ed evidente il suo forte legame a quella terra, per mezzo di una serie di figure quali il mare e ogni riferimento a tale ecosistema, la madre (incuneata nel ricordo per mezzo della casa), finanche della storia di quelle terre soleggiate.

In Roaming, poemetto «sgorgato quasi in trance» (25)[7] come scrive nella nota che lo accompagna datata settembre 2018, si fa accenno ad una delle tragedie più indecorose della storia della nostra Penisola, vale a dire il terremoto che nel 1909 colpì Reggio e Messina decretando un numero di vittime che lo stesso poeta richiama nei suoi versi: «Trentamila morti solo a Reggio./ Io persi nel crollo della casa/ i nonni una zia e un cuginetto/ che quest’anno avrebbe centun anni. / […]/ Sono abitate dai pesci le case/ sott’acqua» (7).[8] Questo tema ritorna spesso in altre liriche a sottolineare, nel ceppo familiare di Calabrò e nella sua memoria, un incisivo segno di dolore per quegli accadimenti.

Da un tempo a noi lontano, Calabrò, forse l’unico poeta italiano a occuparsi di astrofisica (se non altro con tali felici esiti), anticipa uno dei suoi temi ricorrenti ovvero quello dell’interesse verso i mondi siderali, a-terrestri, della dimensione spaziale in parte sconosciuta e per questo ulteriormente ricca di suggestione e fautrice di idee: «Gli astronomi – alcuni – erano intenti/ a scrutare col nuovo telescopio/ gli spazi siderali per scoprire/ altri pianeti simili alla Terra» (7-8).

Tra questi due scenari si situa la lettura critica e distaccata di quell’oggi che è un misto di monotonia, insicurezza, imprecisione e indifferenza diffusa, dove anche il linguaggio è divenuto servo degli oggetti e degli interessi: «È vero che esiste solamente/ quello che appare in televisione;/ ma si può sempre cambiare programma» (10).[9] Versi lapidari che in qualche modo denunciano la passività dell’uomo odierno che non è più agente, ma ricevente e succube di tutto ciò a cui viene sottoposto. Uomo-automa, uomo-oggetto, uomo de-umanizzato: ciò fa anche pensare al realismo terminale di Guido Oldani che, nel relativo Manifesto programmatico, evidenziò questa fede e immolazione della realtà oggettuale a discapito dell’oltraggio e svuotamento della sensibilità umana.

In Roaming si procede a sobbalzi, per scansioni che rimestano di continuo, una possibile linea cronologica: è un procedere a random, appunto, dove la casualità però non è propriamente tale – non è un flusso disincantato e continuo di pensieri, disarticolati – ma le trame profonde della Calabria, dell’amore e del cambiamento, nutrono le fondamenta del poemetto dandone vigore e rendendolo tecnicamente perfetto e contenutisticamente variegato. Ecco, allora, riaffiorare la guerra: «M’è accaduto più volte da ragazzo/ di sentire il fischio delle bombe/ che scendevano dritte sul rifugio/ ed anche di venire mitragliato/ da un aereo in picchiata» (12) e poi far capolino pensieri di continuo divenire, quale la deriva dei continenti: «il pianeta/ sta per venire meno sotto i piedi» (12) fino a inquietudini d’interesse globale: «E se la terra fosse deragliata/ dalla sua orbita? C’è la deriva/ impercettibile dei continenti/ e c’è quella delle galassie» (15).

Proprio come i versi de La terra desolata sono un continuo campo di citazioni, la poetica di Calabrò è un mosaico di realtà, di mondi diversi e distanti, di età, di scenari e situazioni; essa è il luogo in cui, come in una agorà, si mescolano i saperi, le concezioni, i pensieri, in un interscambio continuo tra parola e arte, poesia e musica, scienza e tecnica e, ancora, erudizione di un pensiero che poggia su fondamenta del mondo greco-romano e gore esistenzialistiche. È senz’altro opportuno richiamare le considerazioni ermeneutiche di una studiosa come Julia Kristeva che tanto si è spesa, in termine d’indagine del testo, su valore e la potenza del mondo intertestuale. Così, tra i tanti “commensali” in questo ampia tavola (rotonda) dove si dibatte e ci s’interfaccia, si respira e si cerca se stessi, si contestualizza e si tenta una fuga in una dottrina che non è così accessibile come sembrerebbe, che troviamo il fisico Steven Weinberg, il poeta irlandese Oscar Wilde, la poetessa per antonomasia, Saffo, anima dei lirici greci e, – non appaia vizioso l’avvicinamento e si apprezzi, invece, la vastità delle fonti -, l’apostolo San Paolo (Prima Lettera ai Corinzi), Guido Cavalcanti, Dante, l’autore delle Bucoliche più volte citato dal Nostro in quelle che son divenute formule idiomatiche del mondo latino (Labentia signa), finanche i cantares populares (Machado, il già menzionato Lorca del quale, pure, il poeta si svela innamorato del celebre Llanto), l’avanguardista esasperato Sanguineti[10] e l’enigmatico Lewis Carroll proiettato verso un oltre invisibile che ammicca. Non è di certo una tavola fredda, semmai un banchetto ricco di portate, se si considerano i requisiti di rimando, le motivazioni per cui Calabrò si serve di tali fonti, a più livelli, per inserire i suoi versi. Si crea, così, una polifonia di suoni e d’interpretazioni, linguaggi apparentemente diversi che viaggiano su binari separati, come quello poetico e quello scientifico, che vengono resi, se non amici e sovrapponibili, per lo meno affini, inter-comunicanti, richiamanti l’un l’altro, decretando la fine di aporie binarie inconfutabili. Ci sono sistemi comunicativi di vario tipo che intervengono quali il codice segreto del linguaggio Morse, l’uso di terminologie in altre lingue, l’adozione di onomatopee che tentano di recuperare il suono di un evento che s’è prodotto e poi tutto l’universo dei richiami, dei bisbigli, dei fragori lenti o ritmati, dei movimenti che, colti nel loro tramestio, trasmettono indelebili movenze di un suono che si forma, s’increspa e scivola via.

L’esperienza-imprinting della fanciullezza a Reggio ritorna a galla, per frammenti, ricordi che luccicano, all’interno dell’intero corpus poetico del Nostro. Reggio sta a Calabrò come Macondo sta a Marquez e Recanati sta a Leopardi, è un luogo dell’anima, è spazio titanico e culla, emblema di legami familiari, contesto dove hanno preso forma i giochi, gli amori, i pensieri. Si riappropriano in maniera netta dei versi queste immagini nitide nel ricordo; il recupero delle immagini è asintomatico, quali pillole di un flusso che, di colpo, complici associazioni di immagini, rimandi pareidolitici e effluvi che si spargono, evidenziano la loro compresenza nel presente: sono già lì, non appartengono a una realtà passata, in quell’asfittico tentativo di scansione di un tempo che è tutto presente perché vivo. Ecco «Le strade a pelo d’acqua di Messina» (36) e «Le piazze dei paesi adagiati sullo Ionio» (40), sembra quasi di percepire il vento che fa ondeggiare le tamerici, lo iodio disperso nell’aria che si respira; così sono presenti anche le isole siciliane: «Da Lipari fino ad Alicudi/ piano piano si fredda/ il mare ch’è un immenso bacile d’olio grigio» (74) e poi Filicudi, Panarea. La Calabria, depositaria delle adorate immagini dei cari, è anche quella campestre: «Ulivi rocciosi di Calabria/ dalle arterie marmorizzate/ contorti sulle radici/ come totem viventi!» (112).

Dei genitori, che sono forme di quell’entità varia che è la terra natia, la Grande Madre, si assiepano memorie, nel tempo che separa alla loro corporeità ormai disillusa: «Solo ora sento che mio padre è morto!/ […]/ Con lui salivo su per le colline,/ […]/Andavo, armato della sua fiducia,/ […]/ Chiudo gli occhi: il tuo volto è un po’ smarrito/ ma il tuo cuore va al trotto sul sentiero/ della mia giovinezza e la precorre/ coi passi svelti di quand’ero piccolo» (195-196). E poi la casa delle origini che s’intravede, non vista nel reale, così presente nell’anima: «Quanto sono vicine le due sponde!/Si può scorgere forse la casa/ con tante stanze in cui mia madre è morta./ Quello ad angolo sembra un suo balcone» (202). La casa che fu embrione e che è testamento, baluardo e memoria: «Ma i luoghi dell´infanzia son soggetti/ anch’essi a un’occulta subsidenza./ Riuscii a dissimulare per un anno/ a me stesso che mia madre non c’era» (166); “È come una barca senza chiglia/ una casa in cui manca la mamma” (49).

La dimensione dell’oltre di cui si diceva, dell’alterità senza limiti o dell’illimite (termine spesso usato dal Nostro) può essere riscontrata nelle tematiche dell’amore (che è un sentimento che non conosce vincoli, ostacoli né dimensioni), come pure nell’immensità del mare, che ricorre ampiamente nelle liriche del Nostro al punto da osservare: «Ho comprato un potente cannocchiale/ con ingrandimento trenta volte.// Non per guardare Roma, io cerco il mare;/ è quello l’orizzonte che mi manca.// Qualche volta la notte guardo il cielo» (61). Mare come elemento ma anche come stato d’animo, con l’andamento ondivago delle sue acque, dei cambi di vento, tra traghettamenti, soste, abbordaggi. «Il mare è un rischio» (31)[11] recita Calabrò in una sua poesia e subito fa seguire quest’altro verso: «Il mare va preso come viene» (31). Immagine acquosa della vita, di un percorso fatalistico dove l’uomo è immerso: il mare è la vita stessa dell’uomo dove pericoli, bonacce, alte maree, riflussi e ancoraggi, ne descrivono il corso: «è religioso/ l’altalenante equilibrio del mare» (174). La sintassi poetica di Calabrò si piega a questo mondo acquatico, dell’universo salino, della navigazione e della pesca: tutto rimanda al mondo dei naviganti e dei marinai, in un sodalizio arcaico e archetipo al contempo uomo-mare: «Davanti agli occhi, a tutto campo, è il mare:/ pista d’acqua che ostenta il suo turgore/ come una mammella palpitante/ e livella il presente e il passato» (32); «La notte sia grande quanto il mare// io vorrei la tua lingua, come il mare/ salata» (98). Nel mare, nella profondità del suo temperamento, si perdono anche intrighi, segreti, silenzi e aneliti di un amore che si è consumato con passione e che alberga le reminiscenze più dolci: «Il senso del mare si ritrova/ in quello che chi l’ama non sa dire» (145). Ricchissimo di evocazioni, sguardi sensuali e connessioni intime, in un affascinante brano contemplativo che ha del metafisico, è il poemetto “Il vento di Myconos (Nostos)” nel quale l’indicibile figura del vento, nelle sue varie sembianze e accezioni, è di impareggiabile resa. Esso va letto con lo stesso andamento delle raffiche e delle sue pause, in un vortice che lambisce e rigenera in cui le parole accarezzano e imprimono in forma inarrivabile un simposio tra natura e meditazione, tra canto e investigazione dell’io. Così si legge: «Il vento, egemone dell’isola,/ il vento che scortica i declivi/ isterilendo le vacche scarnite,/ e manda i maschi a fare i marinai» (163).

Il soddisfacimento che si prova dinanzi a questa comunione con le acque – quasi il Nostro fosse un essere anfibio che le domina, sguazzando e risalendo a seconda del bisogno –, è una sorta di estasi panteistica, di amplesso amoroso dove pure l’acqua che sale all’altezza della gola (lontana da intenzioni di morte per acqua, di cui pure parla Eliot) ha il sapore di un godimento estremo, di una totalità inglobata all’estrema potenza, di energia che si protende, al punto tale da invocare un assopimento nelle acque, tra quelle coperte tumultuose che sono le onde: “Sarebbe bello addormentarsi in mare/ con l’acqua in gola che disseta e nutre/ e, volteggiando, planare sul fondo/ dove s’addensa l´ombra degli assenti” (167).

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Uno scatto della consegna della Targa Euterpe di Socio Onorario dell’Associazione Culturale Euterpe al poeta Corrado Calabrò durante la premiazione della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a novembre 2018 a Jesi (AN). Das sx: i Consiglieri dell’Associazione Valtero Curzi, Marinella Cimarelli, Gioia Casale, Elvio Angeletti, Oscar Sartarelli, la Presidente di Giuria del Premio Michela Zanarella, il Presidente dell’Ass. Euterpe Lorenzo Spurio, Corrado Calabrò e la poetessa Fabia Baldi.

Come non far riferimento ai versi più vistosamente dichiarativi di un amore forte, pulsante: sono le poesie di Calabrò più effervescenti e aperte all’altro, dotate di un’energia senza pari dove l’io lirico è in una situazione d’infatuazione, coinvolgimento totale, assuefazione dei sensi. Pennellate che raggrumano sensualità, nella ricerca estenuata dell’alterità della coppia: «Seni così saldi,/ candidi picchi aureolati di rosa/ albeggianti nel buio/ al chiarore rossastro della stufa» (48). L’amore è connotato di mistero, ogni qual volta che il Nostro ne richiama il concetto esso è vincolato a immagini perturbanti, che imprimono foga e destabilizzano. Il poeta sembra dilaniato dal peso della lontananza dall’amata, da una solitudine che si auto-amplifica («L´amore è la presenza rimandata/ di un’assenza», 52; «Se esiste una ragione perch’io t’ami,/ ci sei nella misura in cui mi manchi», 143), dibattuto dinanzi alla non catalogabilità di quella relazione, alla sua levità e preponderanza al contempo che lo porta a domandarsi in cosa esso consista. La risposta al quesito non può che essere velata, per lo più insoddisfacente come sempre accade quando ci si approssima a parlare dell’infinito: «L’amore, d’altra parte, è come l’anima:/ nessuno, credi a me,/ nessuno mai l’ha visto». (76)

Attenzione va posta anche sui componimenti dal piglio più direttamente civile. Vale a dire quelle che poesie che fanno risalire a galla la forza della tensione morale, dell’impegno sociale che ogni cittadino dovrebbe sentire proprio e coltivare. Così, con un linguaggio chiaro al punto da fornire visuali d’istantanee, il Nostro ricorda delle sevizie e tribolazioni del conflitto in Cecenia (scenario geopolitico tutt’oggi indefinito, non riconosciuto completamente): «Nere, la luna spinge madri insonni/ tra mucchi di neve alla ricerca,/ ogni notte, in spazi troppo bianchi.// Cercano la loro via alla vita» (221). Ci sono poi testi atti a ricordare (non in chiave elegiaca, ma a ragione di uno sdegno insormontabile, che è quello dell’umanità civile) la paranoia e il senso d’imminente sciagura durante i bombardamenti del secondo conflitto mondiale («Gli americani coi B23/ […]/ binari luminosi intermittenti/ […]/ Centinaia di bengala illuminavano/ a giorno il cielo, il mare e la città/ […]/S’era ormai spento l’ultimo bengala/ quando si sentirono due raffiche/ droppete-droppete/ e il rombo strozzato d’un aereo.// Dopo sei giorni si scavava ancora/ dove il fetore indicava cadaveri/ ma noi andavamo in cerca di bengala/ e aspettavamo la prossima incursione.// …]/ Era tedesco l’aereo abbattuto», 200), la sciagurata disavventura dei nostri connazionali caduti a Nassiriya nel 2003 («ricordo – ad antenna ammainata -/ è una duna di sabbia nel vento/ cui passano accanto i cammelli/ a testa alta», 232), le problematiche e le animosità comuni e i drammi relativi al fenomeno senza controllo dell’immigrazione. Tema di un’attualità perenne e che ritorna, ponendo quesiti di varia natura, utilizzato come discrimine partitico nella questione della gestione del fenomeno. In “Canto senegalese a Lampedusa”, Calabrò presta la voce a uno sconosciuto uomo che si appresta a valicare il Continente: «fammi passare/ […]/ Il mare è aperto/ come il deserto/ quando è piatto/ ci puoi camminare/ […]/ la luna ci vuole accompagnare» (229).

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L’universo siderale rappresenta una sorta di condizione permanente nell’intera produzione del Nostro dove la luna, da satellite della nostra Terra, talvolta personificata nella donna, altre volte richiamata quale prolungamento di uno stato d’animo, segna le direttive di una poetica intrisa di quel fascino illuminato e sapiente di cui tutti i grandi, da Shakespeare a Lorca, passando per Baudelaire, Borges, Yeats sino a Merini (solo per citarne alcuni) hanno parlato. Della luna Calabrò ci parla di ogni forma di accadimento: dalla sospensione («luna ferma nel cielo/ come un dilemma», 76) all’assopimento («la sedazione della luna», 78) sino ad adoperare tale isotopia anche per descrivere una condizione, quella di «allunato» (96), fino a quando esso diviene un campo di possibile nutrimento per la futura vita: «Un fiore assurdo/ è attecchito sulla luna» (95). Descrivendoci le varie fasi: la luna piena (la «luna ecedentaria di giugno», 14), «la luna calante» (47) di quando «la faccia della luna è coperta» (95) con le sue «rivoluzion[i] a fas[i] alterne» (118) e l’accenno alle varie «lunazioni» (117) vale a dire il periodo che intercorre tra il compimento di fasi identiche e successive. La luna ha una proiezione indissolubile nell’universo femminile (il ciclo mestruale è un periodo che ha relazione proprio con le fasi lunari, proprio come gli intervalli di alte/basse maree) e il gioco di sguardi e di svelamento, in una nudità che è recupero dell’arcaico nella dimensione primigenia della Grande Madre, è palesato in versi densi di passione: «Ti svestirò di luna/ sulla grande terrazza» (100). Però è anche una luna filosofica, alla Leopardi, che permette la contemplazione, lo scavo interiore, la confessione con sé e l’interessamento verso questioni universali sulle quali tutti si son dibattuti: dal tempo e il suo scorrere, al senso della vita, alla dimensione del dolore, alla solitudine al punto che la luna è anche una proiezione, ciò che non è ma che rappresenta perché, in fondo, fiabescamente «La luna esiste solo se la guardi» (123).

La Quinta dimensione di Calabrò è transito incorporeo di un passaggio verso un oltre. Cadono categorie logiche di spazio e tempo e ci si sofferma sul senso dell’oltrepassare, di proiettarsi verso una realtà altra: «Bisogna oltrepassare, come Alice,/ la lastra riflettente di cristallo/ e senza aprirla varcare la porta/ per cui s’accede alla quinta dimensione.// Forse da dentro mi aspetti a quel varco:/ recessivi/ sugli estremi planari dell’inconscio,/ come la sorte s’aprono i tuoi occhi» (204). Ciò che compie Alice nel celebre romanzo di Lewis Carroll è, in effetti, una caduta nell’abisso, un risucchiamento in una voragine sconosciuta: un passaggio a un’altra dimensione. L’accadimento, quella della precipitazione nel cuore della terra, non è voluto né è spiegabile: ha la forma di qualcosa di assurdo e per questo motivo crea paura e da esso promana mistero. La giovanetta si troverà in un mondo dove non vige la logica comune, la morale, dove anche le normali consuetudini e conoscenze basilari sono sovvertite e annullate («Noi siamo le nostre abitudini/ se si stravolgono quelle, chi siamo?», 11). È l’introduzione in un mondo illogico, apparentemente pericoloso e ostile, in realtà la ragazzina scoprirà il meraviglioso, si divertirà, si sentirà – cosa che non le era mai accaduto in precedenza – parte attiva di una compagnia di esseri (siano pure strampalati). Il varco, prima rappresentato dal buco nel terreno, poi dalla porta che non subito riesce a valicare e nel secondo capitolo dallo specchio, il cui passaggio ha la forza del compimento di un rito di passaggio, è connotato positivamente (ma ciò potrà avvenire solo al termine della narrazione): Alice per crescere e diventare donna matura deve necessariamente compiere quel tragitto, far esperienza di quella realtà, introdursi nei gangli di una dimensione altra, che non appartiene a nessun altro del suo ambiente. Ed è, proprio per questo, privilegiata, sebbene di tutta prima lei si senta minacciata da quell’ambiente.

La Quinta dimensione di Corrado Calabrò condivide gli stilemi di questo ingresso misterioso ed esoterico in una alterità, un al di là non meglio definibile dove «vivere qualcosa oltre il vissuto» (40), in un passaggio ultra-terreno che rende afasici («Forse mi sono entrate nell’udito/ semplicemente le cose non dette», 84) e confusi («La notte non riesco a stare a letto;/ l’incertezza è l’unica certezza», 11), in parte ammorbati e appesantiti dal troppo presente che non permette, con levità il passaggio verso l’illimite riconducendo l’io agli ingranaggi della razionalità: «È questo il paradosso degli umani:/ solo al buio c’è concesso di vedere/ quel mondo cui il giorno ci fa ciechi./ Ma la notte è incognita a se stessa,/ dinanzi a Lei anche Zeus indietreggia» (21). Chiaramente non è sufficiente tutto questo per accennare alla Quinta dimensione di Calabrò e si deve richiamare la fisica degli universi paralleli. Tenuto conto che la poco richiamata “quarta dimensione” ha a che vedere più propriamente con la durata di qualcosa, ossia l’estensione che nel tempo può avere, che cosa s’intende con “quinta dimensione”? Si deve ricorrere alla Fisica quantistica, di cui ho scarso nutrimento, mi si perdonerà dunque le imprecisioni! Sembrerebbe che essa abbia a che vedere con i “futuri possibili” o i già citati “universi paralleli”, un campo indefinito di possibilità, di diramazioni, di eventualità futuribili non esperibili, una filiazione continua di circostanze che, cosa che più conta, ci vengono forniti in pensiero quale suggestione, in forma di possibile scelta, o per suggestione e influenza da altre persone. Nel blog “Il mondo della mia psiche” Alexia Meli sostiene che «nella quarta dimensione è possibile il paradosso, cioè che ciò che era vero un attimo fa può non essere vero ora. Anche ciò che era falso un momento fa potrebbe non essere vero ora. Non ci sono definizioni rigide per definire le esperienze, ma scegliamo la nostra vibrazione momento per momento»[12]. Questo sembra rispondere a ciò che accade ad Alice nel Paese delle Meraviglie, mentre la quinta dimensione «è il posto, lo spazio e l’energia che si basa sulla consapevolezza di una coscienza unica. […] nella quinta dimensione il tempo collassa. Il tempo è istantaneo, nel senso che tutto (tutte le possibilità) esistono nello stesso tempo nello stesso spazio. Non esistono polarità, condizioni, giudizi, patterns di pensiero».[13]

A completamento di questa bella antologia è uno scritto investigativo di Calabrò nel quale, con un metro critico e obiettivo, affronta varie questioni impellenti e cruciali relative alla poesia, al suo significato, ai suoi linguaggi e potenzialità nella società a noi contemporanea. Pagine di una vividezza disarmante dove Calabrò per un attimo prende la giusta distanza dalla materia poetica per osservare, con lenti potentissime, il fenomeno poetico tra ambiguità e reticenze diffuse, manipolazioni, codici destrutturati, condizioni di liminarità della poesia, ibridismi e antipoesia (è durissimo, per esempio, contro lo sperimentalismo accecante delle nuove avanguardie ma anche con la cosiddetta poesia asemantica) che dominano troppo pesantemente nello scenario d’oggi. La disanima, su questo aspetto e sull’intero universo della cultura d’oggi, è serrato e con una nutrita documentazione e riferimenti ad autori dei loro rispettivi campi d’azione; con un linguaggio chiaro e privo di omissioni di sorta, l’autore esplica assai distintamente le sue convinzioni, non esimendosi di evidenziare criticità, incomprensioni, improntare delusioni e avanzando denunce più o meno palesi, verso ciò che non gradisce, motivandone sempre le ragioni di fondo.

LORENZO SPURIO

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

 

[1] La prefazione di Fabia Baldi è risultata primo vincitore assoluto nella sezione critica poetica all’interno della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” la cui cerimonia si è tenuta nella Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (AN) il 10 novembre 2018. Essa è pubblicata, in qualità di opera vincitrice, nell’antologia del premio.

[2] Alcune poesie di Calabrò sono apparse in vari numeri della rivista di poesia e critica letteraria Euterpe nel corso degli anni, ovvero nel 2014 le poesie “La luna spenta” (n°12), “Southern Bug” (n°13), nel 2015 le poesie “Dormiveglia” (n°15), “Né ramo né radice” (n°17), nel 2016 le poesie “Alba di notte” (n°18), “Dov’è tuo fratello?” (n°19), “Ma più che mai…” (n°20), “La verità” (n°21), nel 2017 “Gemellaggio” (n°22), “L’esorcismo dell’Arcilussurgiu” (n°24), nel 2018 “Dov’è tuo fratello?” (n°26) e “Canti senegalesi a Lampedusa” (n°26). Non tutti queste opere figurano pubblicate in Quinta dimensione.

[3] Se si pensa che Calabrò scrive da sempre, dobbiamo concepire questa antologia quale il prodotto finale di un attento processo di selezione, vaglio e cernita che ha decretato l’inserzione di determinati testi, piuttosto che altri. Calabrò ha infatti osservato in precedenza: «Le prime poesie pubblicabili (e poi effettivamente pubblicate da Guanda) le ho scritte tra i quindici e i diciotto anni. Parlavano del mare: alcune figurano ancora nelle mie raccolte antologiche», in “Intervista a Corrado Calabrò” in Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi, PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2015.

[4] Cit. in Francesco Kerbaker, Recensione ai Cantos di Ezra Pound (Mondadori, Milano, 2018), “Poesia”, anno XXXII, Aprile 2019, n°347, p. 76.

[5] Il poeta tedesco non è citato, ma viene proprio nominato, nella poesia “Non sei una dea” (93).

[6] Nell’intervista a me concessa da Calabrò nel 2015 il poeta ha rivelato: «Vivo da oltre cinquant’anni a Roma, ch’è una città meravigliosa. Ma ogni mattina, quando appena sveglio apro le imposte, avverto un senso di privazione. Ancora assonnato, ogni mattina non mi rendo conto sul momento di cosa mi manchi. Solo un attimo dopo realizzo: mi manca il mare, quel mare che vedevo da ogni finestra della mia casa nativa. È la mia vita non vissuta che s’affaccia».

[7] Tutte le citazioni, sia delle poesie che dei suoi scritti critici sulla poesia che vengono indicate per numero di pagina tra parentesi, sono tratte da Corrado Calabrò, Quinta dimensione Poesie 1958-2018, Mondadori, Milano, 2018.

[8] Alcuni versi dopo si riallacciano a quanto espresso e recitano: «La morte ci alita addosso e con essa/ si cancella tutto» (20).

[9] Oltre al televisore compaiono, quali strumenti-simbolo di quest’età in cui l’uomo è asservito alla macchina, il computer, il cellulare e l’iPod. Oggetti che sono entrati nella vita quotidiana dell’uomo senza più uscirne, contraddistinguendosi ormai come bisogni primari, proprio come il mangiare e il dormire. Ciò evidenzia il vizio della società e la condizione dell’uomo inabile nella sua primigenia natura, viziato e dipendente da altro, prodotto della sua stessa ricerca. Se tali oggetti sono frutto della scienza, pensati come elementi che consentano il miglioramento dello stile di vita (o permettano il diporto), d’altro canto finiscono per essere dei prolungamenti umanizzati, protesi tecnologiche, arti-cyborg. Il loro utilizzo è continuo, rituale (e maniacale al contempo), ormai fisiologico, come traspare anche da un verso di Calabrò: «di tanto in tanto/ riaccendo il cellulare» (89).

[10] «Privo di senso e saputo,/ come le nonpoesie di Sanguineti,/ è un calendario scaduto» (207).

[11] Proprio come la vita è una scommessa, dopo tutto.

In questo mare che è la vita, dunque tanto il passato, il presente che il futuro, il Nostro si trova spesso a ragionare: «Forse è un imbarco dal quale non torno» (33).

[12]  https://alexiameli.altervista.org/terza-quarta-quinta-dimensione-cosa/ L’articolo è stato pubblicato poi anche sulla rivista Apri la mente il 19/12/2017. http://aprilamente.info/terza-quarta-e-quinta-dimensione-cosa-sono/

[13] Nello stesso articolo si legge anche: «Nella quinta dimensione si è consci di essere consapevoli. Non esistono paura, bisogno di sicurezza, mancanza di fiducia. Le energie femminili e maschili sono fuse insieme in armonia. […] Si interagisce coscientemente con il Creatore e tutti gli Esseri di Luce».

“Per le strade e altro” di Daniela Ferraro. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Giaciglio pungente è il ricordo (45)

Daniela Ferraro, docente di materie classiche presso l´IPSIA di Siderno (RC), in qualità di poetessa ha dato alle stampe i libi Icaro (2011), Cerchi concentrici (sul cadere dell´alba) (2012) e Piume di cobalto (2014); è risultata vincitrice di numerosi premi letterari a livello nazionale tra cui, per citarne alcuni tra i più recenti, il Premio Speciale “Per la tematica sociale” al V Premio Nazionale di Poesia “L´arte in versi” di Jesi (2016) con la poesia “Le stelle camminano piano”[1] e il 1° Premio assoluto al Concorso Letterario “Città di Ardore” (2018) con la poesia “Stelle”.

Poetessa profondamente legata al mondo classico (lo si evince anche dal titolo di numerose sue poesie nonché dalla partecipazione convinta al progetto di dittici poetici Dipthycha curato da Emanuele Marcuccio) e meticolosa analista delle forme metriche e stilistiche[2], ci consegna un nuovo volume poetico, Per le strade e altro, recentemente edito da Aletti.

9788859153061.jpgSe ho citato poco fa quei due successi letterari della Ferraro è perché ben si comprende, dai rispettivi titoli delle liriche, una delle immagini più fertili della sua produzione che ha a vedere con il mondo siderale, misterioso e infinito, sul quale ogni poeta, dall´alba dei tempi, non ha potuto esimersi di parlare. Qui, nella nuova opera, sono stelle mute o che hanno smesso di brillare, entità inconfessabili che hanno assorbito il disprezzo e la violenza delle azioni umane; l’uomo, con le sue aberrazioni e insensibilità, ha permesso che anche una delle realtà più belle, come le stelle, imboccassero il cammino della degradazione, dell´annullamento. Sono stelle alle quali l’uomo non può più confrontarsi, dedicare parole d’amore, richiamare nel buio dei propri pensieri a riscaldare le notti insonni; la Ferraro, parlando dell’asservimento della comunità a poteri negletti che rendono alieno l’individuo attuando una vera spersonalizzazione, così annota in “Indolenza”: “Noi, popolo silenzioso di pensieri,/ ad ogni passo guardinghi, vuoti di sensi,/ tra morte lune forse vivremo ancora/ del fioco canto di ormai inutili stelle” (17).

Il tema della strada, tanto caro a una certa pattuglia di letterati, soprattutto stranieri e afferenti a generi disparati figli del secondo Novecento, è qui concettualizzato, quale ambiente di transito e motivo di peregrinazione e reso quale metafora del mondo concreto, vitale, transeunte che permea la vita dell’uomo ordinario immerso nei drammi della sua società. Il critico letterario Lucia Bonanni, che approfondisce il testo nella ricca postfazione al volume (motivo addizionale per appropriarsi di tale libro), amplia il discorso interpretativo attorno all’immagine materica e al contempo simbolica della pozzanghera, quella cavità di acqua e di organico non visibile che è contenitore e contenuto allo stesso tempo, quale motivo esiziale di un antecedente a noi non sempre noto. Dalle ragioni metereologiche che motivano la raccolta di un liquido – spesso dalle gradazioni non così immacolate – al prodotto di scarto di qualcosa, finanche di una perdita, di una rottura, e tanto altro ancora. Tutto ciò, che effettivamente non sembra avere nulla di molto poetico, è immagine-emblema della nuova raccolta della Ferraro che, forse per la prima volta in questi termini, si mostra quale poetessa che ausculta il mondo a lei circostante.

Dalle odi d’impronta classica e ai sofisticati canti di idillio o di sogni edificanti, la Ferraro prende a cuore il processo metamorfico della vita sociale, urbana e non dell’oggi. Vi sono liriche dedicate all’amata terra calabra ma non sono propriamente sotto forma di tentativi encomiastici e di fierezza identitaria, semmai di scoramento e di disillusione dinanzi alla deturpazione (per usare una parola impiegata da Luciano Domenighini nella prefazione) che concerne la sua terra e vede scorrere davanti ai suoi occhi. Eppure l’intendimento non è mail il bieco repertorio, clinico e distanziato, di chi osserva mettendo in luce le criticità senza anteporre allo stato di disagio e di rovina una possibilità di miglioramento; se non un vero e proprio rimedio (che sarebbe tale solo nel caso auspicabile di una coscienziazione condivisa e seria) ma una sorta di riscatto e di rivincita. Anche morale, se quella concreta, effettiva, dei fatti reali, per impudenze e insensibilità, risulta irraggiungibile.

A sostenere queste brevi note di lettura chiamiamo in soccorso i versi stessa della Nostra che, meglio di ciascuna annotazione, ben evidenziano questo inasprimento del tono e l’invadenza possente di tematiche sociali, di apprensioni ricorrenti, di amarezza che si accresce. In “Per le strade” leggiamo di un “Canto strozzato di sirene/ Nessuno aveva promesso/ ciò che non è stato dato” (14); c’è in questi versi un fastidioso sapore acidulo, di incomprensione e di apparente scoramento, che veicola il percorso dell’intera silloge atta a narrare e a far luce sulla corruzione emotiva dell’uomo d’oggi, abitatore disilluso di “giorn[i] ingiallit[i]” (13) che sono “lunghi giorni appassiti” (19) al punto tale di arrivare a definire la nuova alba, la vita che riappare, come “il delirio del nuovo giorno” (26).

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La poetessa locrese Daniela Ferraro

La Ferraro, con una esegesi congrua del mondo di fuori, riconsegna al lettore i suoi pensieri più nefasti e smagati descrivendo il presente spazio difficile da vivere, quasi privo d’aria, dove l’uomo è stato privato pure del sentimento di mancanza (“Ci hanno tolto il silenzio”, 16) e dove i rapporti umani sono degenerati e disumanizzati a uno stadio bestiale, di impossibile contatto tra individui: “grigie solitudini[3] (29), “abbracciammo l’indifferenza” (17), “scheletri di menzogne” (25); il sentimento più puro è divenuta propaggine di metallo: “Amore acuminato” (19) e ogni uomo-pedina è una maschera, un sembiante di qualcosa dominato da logiche forzose imposte, che non regola e di cui resta assuefatto, rintracciati negli “sdruciti poteri” (23).

Tutto questo dà luogo a un clima distorto e difficile da districare, sospeso e assurdo nelle sue complicazioni autoprodotte: la Ferraro parla – non a caso – del “disordine di pensieri” (26) e di “rughe d’ansia” (27) che si creano e si fomentano dinanzi alla dissolvenza di ciascun fremito umano: dalla fraternità alla compassione, dalla comprensione all’ascolto. Il risultato è una “quiete tristezza” (28) che, descritta in altri termini, non è che una rassegnata sofferenza. La consolazione – che proviene dalla sperimentazione dello stato di miseria – è ben poca cosa: “L’unica gioia strana è quello sbuffo di verde/ che emerge improvviso da una crepa dell’asfalto” (29), e non è di certo utile nel riportare le cose – e l’uomo – alla giusta dimensione. È il tempo indicibile e incommensurabile di un’età che sembra non avere epilogo e che pone le anime di questi poveri cristi, che siamo noi, in sospensione, verso un dopo che non subentra. Così come il sole che è nascosto e non preannuncia a ritornare, l’uomo permane fisso affinché forse qualcosa si manifesti: “Eppure attende, anche lui attende/ ma non sa cosa” (36).

Ci sono versi come fendenti nelle poesie che tracciano la crudezza di giorni intrisi di sangue (“E si era vivi tra i vivi,/ e si è morti tra i morti/ […] / tra le umide maschere,/ un dio nefando che ride” in “Terrorismo”, 15) dell´impossibilità di dire dinanzi al crimine del genocidio (“Cessa il volo d’uccelli/ e odi il vento/ che macera le ceneri/ dei dannati immolati/ al Dio umano bifronte” in “La porta dell’inferno (Auschwitz)”[4], 24), condizioni di patente indigenza (“un uomo che fruga nella spazzatura” in “Inverno nel quartiere”, 30), la minaccia di un sisma che ritorna e il disarmo (“Mi muovo a fatica tra frantumi/[…]/ La gola asciutta, gli occhi ormai ciechi,/ e sono fantasma tra fantasmi in cerca” in “Terremoto”, 38), l’avvilente trauma che sorge da un atto di violenza sessuale (in “Stupro”, 47) condizioni di sofferenza, privazione, emarginazione e di scacco alla razionalità in cui l’uomo giunge a una conclusione disarmante: “Sembrava eterna la vita e non lo era” (53) vien detto nella poesia “Tenebre”, quale referto ultimo di una radiografia umana.

Impietosa l’analisi del tessuto urbano che la Ferraro esegue in “Le città accatastate” da far pensare ai condomini-alveari dei realisti terminali dove, appunto, la realtà è descritta nei suoi anditi degenerati mediante un ribaltamento dei correlativi oggettivi e dove la materia – che è poi l’umanità de-emozionata, prevale nei meccanismi di vita dell’uomo. Parole-oggetto che qui, in questa lirica di Ferraro, si esprimono in tali termini: “Le città accatastate strillano di giorno/ […] / strangolato dal traffico, tace l’urlo segreto/[…] / urgenze ribollenti […] / lustreggiano al centro, marciscono nelle periferie” (35).

Vorrei porre l’attenzione, in chiusura a questo commento, al fremito che pervade alcuni componenti della raccolta dove, pur dinanzi a tanto dolore, dramma e sperdimento, la poetessa non può non pensare alla possibilità di un miglioramento che risieda in un ravvedimento dell’umana coscienza. Così tra “braccia esangui sradicate dal corpo/ […] / [davanti] al rotolio della mitraglie /[…] e lo sfolgorio di baionette” (40) l’imperativo non ha a che vedere con la denuncia dei cattivi e la deplorazione totale di questa triste valle di lacrime, semmai con un’ipotizzabile apertura verso una coesione e una collaborazione tra anime che, unite, possono far la differenza: “Per quanto tempo, ancora, questa sofferenza?” (40) pronuncia la Nostra, come al culmine di uno sfinimento senza pari che ha condotto l’io lirico a evidenziare le debolezze umane che degradano a crimini. I versi che serrano “La voce”, una delle ultime poesie raccolte in questo volume, richiama – con tono ben più possente di quanto non sia accaduto precedentemente – l’esigenza di uno scuotimento forte, per un risveglio tempestivo: “-ché´ non c’è suono/ per chi cuore non porge-/ ma sgranò gli occhi/ un bimbo e il grido azzurro/ dal pugno chiuso/ esplose: “Pace! Pace!” (57).

Lorenzo Spurio

 

[1] Questa la motivazione della Giuria per il conferimento del Premio: “L’intimistica percezione della vita e del tempo si esprime attraverso il contatto di parole e immagini. In questa poesia tutto palpita, si muove, tutto è espressione e messaggio, conoscenza e conseguenza. L’atmosfera, decisamente pregnante e spaziosa, si sussegue tra indescrivibile dolcezza e dolorosa analisi del presente che è dolore continuo della vita, condizione umana indissolubile. Scorci lirici e descrittivi alimentano nel lettore lo slancio alla comprensione e alla condivisione”.

[2] A tal riguardo va considerata la sezione in Per le strade e altro che porta il titolo definitorio di “Mottetti”. Essi sono, generalmente, componimenti poetici dal limitato numero di versi e dal carattere popolare che, al loro interno, contengono massime di vita, riflessioni e sorta di insegnamenti dal tono personale, privi di un intendimento didattico in chi legge, atti a sviscerare le virtù e le credenze di un determinato individuo radicate nella propria dimensione territoriale e cultura popolare e subalterna.

[3] La solitudine ritorna nella poesia “Piccolo inverno” dove, nell’explicit, leggiamo: “Al chiuso di un focolare,/ la solitudine intesse leggende” (33).

[4] Poesia pubblicata, quale inedito, sulle pagine della rivista di letteratura online „Euterpe“ n°16, Maggio 2016.

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

Sabato 1 settembre al Castello di Ardore la premiazione del I Premio Letterario “Città di Ardore”

Sabato 1 settembre alle ore  17 presso il Castello Feudale di Ardore Centro (RC) si terrà la cerimonia di premiazione della prima edizione del Premio Letterario “Città di Ardore” ideato, voluto e presieduto dal noto poeta calabrese Gaetano Catalani. Il Premio, organizzato dall’Associazione “Orme di Cultura” di Ardore, con il Patrocinio Morale del Comune di Ardore ha visto la collaborazione delle Associazioni GueCi di Rende (CS) presieduta da Anna Laura Cittadino e ITACA, presieduta da Emanuele Aloisi.

Durante la serata verranno premiati gli autori che sono risultati meritevoli nelle varie sezioni predisposte dal concorso: poesia in italiano, poesia in dialetto, poesia religiosa, poesia a tema amoroso e racconto. Le Commissioni di Giuria erano così composte: 

Sez. A – Poesia in italiano: Lorenzo Spurio, Elvio Angeletti, Annamaria Deodato, Elisabetta Bagli,

Sez. B – Poesia in dialetto: Lorenzo Spurio, Elvio Angeletti, Emanuele Aloisi, Paolo Landrelli,

Sez. C – Poesia religiosa: Lorenzo Spurio, Emanuele Aloisi, Paolo Landrelli, don Tonino Saraco

Sez. D – Poesia a tema amoroso: Lorenzo Spurio, Emanuele Aloisi, Annamaria Deodato, Elisabetta Bagli

Sez. E – Racconto: Lorenzo Spurio, Annamaria Deodato, Elisabetta Bagli

Presidente di Giuria: Lorenzo Spurio 

Per la sezione A – Poesia in lingua italiana il podio è così stabilito: 1° premio a Carla Maria Casula, 2° Premio a Caterina Silipo, 3° Premio a Michele Izzo; per la sezione B – poesia in dialetto il podio è così stabilito: 1° premio a Rocco Criseo, 2° premio a Stefano Baldinu, 3° premio a Gaetano Lia; per la sezione C – poesia religiosa il podio è così stabilito: 1° premio a Luigi Antonio Pilo, 2° Premio ad Antonio Perciaccante, 3° Premio a Enzo Bacca; per la sezione D – poesia a tema amoroso il podio è così stabilito: 1° premio ex-aequo ad Antonio Biancolillo; 1° premio ex-aequo a Daniela Ferraro, 2° Premio a Rita Minniti, 3° Premio a Sebastiano Impalà; per la sezione E – racconto il podio è così stabilito: 1° Premio a Merilia Ciconte; 2° Premio a Rosaria Pupo e 3° Premio ad Andrea Giostra. Verranno conferiti anche Premi Speciali e Menzioni d’onore. Per prendere visione al verbale integrale della Giuria cliccare sulla pagina FB dedicata al Premio.

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1° Premio Nazionale di Letteratura “Città di Ardore”: come partecipare

L’Associazione Culturale “Orme di Cultura” con il patrocinio del Comune di Ardore

e con la collaborazione dell’Associazione Culturale GueCi di Rende (CS), della Banca Mediolanum e del Maestro Orafo Michele Lo Bianco promuove il

1° PREMIO NAZIONALE DI LETTERATURA “CITTÀ DI ARDORE”

Scadenza 15 giugno 2018

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Le opere presentate a concorso potranno essere edite o inedite e avere ottenuto un premio in precedenti concorsi.

 

 Art. 1-Sezioni

REGOLAMENTO

Sezione A–Poesia in lingua italiana a tema libero.

Sezione B–Poesia in vernacolo a tema libero. (Intitolata al poeta Mario Careri”) Sezione C–Poesia religiosa in lingua italiana.

Sezione D–Poesia d’amore in lingua italiana

Sezione E–Racconto breve. (Intitolata allo scrittore Saverio Montalto)

Art.2-Minori

I minorenni possono partecipare al Premio ma è necessario che la scheda dati venga firmata in calce da un genitore o da un adulto che ne ha la potestà indicando tra parentesi, in maiuscoletto, il grado di parentela o il legame al minore.

Art.3-Requisiti

E’ possibile partecipare ad una o più sezioni pagando la relativa quota.

Alle sezioni A-C-D si partecipa con una sola poesia in lingua italiana che non dovrà superare i 36 versi (senza conteggiare il titolo, l’eventuale dedica né gli spazi bianchi) in una sola copia accompagnata dalla Scheda di Partecipazione.

Alla sezione B si partecipa con una sola poesia in dialetto a tema libero comprensiva di traduzione in italiano che non dovrà superare i 36 versi (senza conteggiare il titolo, l’eventuale dedica né gli spazi bianchi) in una sola copia accompagnata dalla Scheda di Partecipazione.

Alla sezione E (Racconto breve) si partecipa con un solo racconto, massimo 2 cartelle A4, in una sola copia accompagnata dalla Scheda di Partecipazione

Art.4-Contributo

Per prendere parte al Premio è richiesto, a parziale copertura delle spese organizzative, Euro 10 per una sezione ed Euro 5 per ogni altra sezione alla quale si partecipa.

Bonifico: IBAN IT 27J 01005 81590 00000000 3459 BNL Siderno intestato ad Associazione  “Orme di Cultura” — Causale: 1° Premio “Città di Ardore” 2018.

Contanti: Nel caso si invii il materiale per posta tradizionale, la quota di partecipazione potrà essere inserita in contanti in una busta più piccola all’interno del plico d’invio.

Art.5-Scadenza e Modalità di invio

Il partecipante deve inviare entro e non oltre il 15 giugno 2018 alla mail info@ormedicultura.it recante in oggetto: Premio Città di Ardore 2018, il seguente materiale:

  • Una copia della poesia o del racconto in forma anonima, con l’indicazione della sezione cui si partecipa e in formato Word (.doc o .docx) in carattere Times New Roman 12, ciascuna su un file distinto.
  • La Scheda di Partecipazione appositamente compilata in ogni sua
  • Copia della ricevuta di

In alternativa, l’invio di detto materiale potrà essere effettuato in cartaceo inviando una copia dell’opera, la scheda di partecipazione, la copia del versamento effettuato o la somma in contanti ben occultata (per la scadenza fa fede il timbro postale d’invio) e potrà essere inviato a:

1° Premio Nazionale “Città di Ardore” c/o avv. Tullio M. Catalani

c/da Fagotto – 89037 Ardore Marina (RC)

 La segreteria del Premio notificherà a mezzo mail la ricezione dei materiali e la corretta iscrizione al concorso.

Art.6-Esclusione

  1. Saranno esclusi dalla Segreteria tutti quei testi che non siano conformi alle indicazioni contenute nel presente bando e in maniera particolare i testi che riportino il nome, il cognome, il soprannome dell’autore o altri segni di riconoscimento e di possibile attribuzione dell’opera.
  2. Saranno esclusi tutti quei testi che non rispettino i limiti di lunghezza
  3. Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, xenofobi, denigratori, pornografici, blasfemi, di offesa alla morale e al senso civico, d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo o che fungano da proclami partitici e

Art.7-Commissione di Giuria

La Giuria è composta da varie commissioni designate dal Presidente del Premio a rappresentare le varie sezioni a concorso e i cui nominativi saranno resi noti in sede di premiazione.

Art.8-Premi

I PRIMI classificati di ciascuna sezione in concorso riceveranno una preziosa opera in ceramica Raku realizzata dal noto maestro Lorenzo Fascì Spurio e pergamena con motivazione della Giuria

I SECONDI E TERZI classificati di ciascuna sezione riceveranno una prestigiosa targa o coppa e pergamena con motivazione della Giuria

–IL PREMIO DELLA GIURIA verrà premiato con una prestigiosa targa offerta dal Maestro Orafo Michele Lo Bianco

Premio Speciale dell’Associazione Culturale GueCi ( targa o coppa )

Premio Speciale dell’Associazione “Orme di Cultura” ( targa o coppa )

Premio Speciale “Luigi Schirripa” ( targa o coppa )

Le Menzioni d’Onore (una per ogni sezione) verranno premiate con targa o coppa. Verrà assegnato infine un Premio alla Carriera Poetica.

Nel caso in cui non sarà pervenuta una quantità di testi congrua o significativa per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non abbia espresso notazioni di merito, l’Associazione “Orme di Cultura” si riserva di non attribuire determinati premi.

Art.9-Premiazione

La cerimonia di premiazione si terrà ad Ardore Marina nella Sala Conferenze della Biblioteca Comunale in un fine settimana di agosto o di settembre 2018. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso le indicazioni circa la data e il mezzo per raggiungere la sede di premiazione.

I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio o per mezzo di un delegato. In caso di delega questa va annunciata a mezzo mail almeno una settimana prima della cerimonia all’attenzione del Presidente del Premio. I primi premi non ritirati, data la loro fragilità, non verranno spediti a domicilio e rimarranno all’Associazione che li impiegherà nelle successive edizioni. Soltanto in alcuni motivati casi particolari le targhe potranno essere spedite a domicilio previo pagamento delle spese di spedizione.

Al termine della cerimonia di premiazione ci sarà la Cena di Gala presso un noto ristorante della zona e i cui dettagli verranno preventivamente resi noti a tutti i premiati.

AI PRIMI CLASSIFICATI DI OGNI SEZIONE VIENE GARANTITO IL PERNOTTAMENTO CON PRIMA COLAZIONE PER UNA NOTTE.

Art.10-Privacy e Ultime

Ai sensi del DLGS 196/2003 e della precedente legge 675/1996, i partecipanti acconsentono al trattamento, diffusione ed utilizzazione dei dati personali da parte dell’Associazione” Orme di Cultura” di Ardore Marina.

Il presente bando di partecipazione consta di 10 articoli, compreso il presente. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.

Contatti:;

Gaetano Catalani – 3389667029 – gaetanocatalani@alice.it

Associazione – info@ormedicultura.it