La V Ragunanza di Poesia e Narrativa per ricordare la giovane Anastasia Sciuto

Si è conclusa con una grande partecipazione di pubblico domenica 20 maggio 2018 nel parco di Villa Pamphilj, presso la Cascina del Bel Respiro, antica vaccheria dei Principi Pamphilj, ingresso di Via Vitellia 102, a Roma, la cerimonia di premiazione della 5^ Ragunanza di poesia, narrativa & short movie. Questa edizione è stata particolarmente emozionante, anche perché è stata dedicata ad Anastasia Sciuto, una talentuosa e giovane regista recentemente scomparsa. Ha aperto la manifestazione il vice Presidente dell’Associazione A.p.s Le Ragunanze Giuseppe Lorin, che ha spiegato il significato del termine barocco ‘ragunanza’, ovvero i raduni degli artisti, che Christina di Svezia era solita organizzare con la sua Arcadia, poi ha dato voce ai componenti della Giuria, composta da Vittorio Lussana (Presidente di Giuria), Michela Zanarella (Presidente del Premio e dell’Associazione), Serena Maffia, Fiorella Cappelli, Alessandra Battaglia, David Cardarelli. Sono intervenuti il M° Gianni Mirizzi, che si è esibito alla fisarmonica su colonne sonore di film incantando la platea. Erano presenti i genitori di Anastasia Sciuto, Gianni e Mimma, che hanno consegnato la targa “Anastasia Sciuto” a Enoch Marrella, giovane promessa del teatro italiano. Con lui gli amici di Anastasia, Desy Gialuz e altri attori dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, che hanno interpretato un estratto da “Le onde” di Virginia Wolf: “Il sole picchiava dritto sulla casa; il bianco dei muri tra le finestre scure abbagliava. I vetri, ricoperti di fitti rami verdi, mantenevano cerchi di oscurità impenetrabile”.

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L’attore Corrado Solari, noto per i suoi ruoli da ‘cattivo’ nel cinema, ha letto una sua poesia e una poesia di Michela Zanarella, catturando l’attenzione del pubblico. Si sono poi alternate le premiazioni. Per la sezione poesia a tema natura prima classificata Angela Donatelli con la poesia ‘Ritorno all’origine’, per la sezione libro edito di poesia prima classificata Alba Gnazi con “Verdemare”, per la sezione libro edito di narrativa Nicola Viceconti con “Vieni via”, per la sezione short movie Quinto Ficari con “Ernesto the parrot”. Tra i premiati al secondo posto per la sezione natura Cristina Biolcati, terzo posto a Carla Barlese, menzioni d’onore a Bartolomeo Bellanova, Gianluca Loreti, Luciana Raggi, Vania Fazion, Vinicio Salvatore Di Crescenzo, Daniele D’Ignazi, Carla Abenante, Ivano Baglioni. Al secondo posto per la sezione libro edito di poesia Fabio Squeo, terzo posto per Valeria D’Amico, menzioni d’onore ad Antonella Proietti, Giuseppe Guidolin, Antonio Merola e Stefania Onidi. Tra i premiati al secondo posto per la sezione libro edito narrativa Maria Laura Antonini, terzo posto per Alessio Silo. Menzione d’onore ad Anna Manzo. Tra i premiati al secondo posto per la sezione short movie Guido Tracanna, terzo posto per Elvio Angeletti. Il Trofeo Euterpe è stato assegnato da Lorenzo Spurio, presidente dell’Associazione culturale Euterpe, a Lucia Izzo. Particolare la coreografia sui colori del gruppo Oltreconfine composto da Hanad Sheik, Khatri Himalay, Maria Luna Farah, Natallia Felicità, Daphne Barone, Desirée Barone, Manuel Pischedda, diretto da Chiara Pavoni, con l’accompagnamento musicale del percussionista polivalente Peppe Ska. Sempre intensa l’interpretazione di Chiara Pavoni con il monologo ‘Colloquio a una dimensione’, un omaggio a Pier Paolo Pasolini. Santo Tornabene ha portato i saluti del Comitato di Quartiere Monteverde Nuovo. L’evento è stato patrocinato dal Consiglio regionale del Lazio, da Roma Capitale Municipio XII, dall’ Ambasciata di Svezia a Roma ed è stato promosso da A.P.S. Le Ragunanze in collaborazione con EMUI EuroMed University, Turisport Europe, Golem Informazione, Periodico Italiano Magazine, Associazione culturale Euterpe, Nuova Accademia Monteverde, Comitato di Quartiere Monteverde Nuovo. 

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“Una grazia di cui disfarsi. Antonia Pozzi: il dono della vita alla parole” di Elisa Ruotolo. Recensione di Lorenzo Spurio

Elisa Ruotolo, Una grazia di cui disfarsi. Antonia Pozzi: il dono della vita alla parole, Illustrazioni di Pia Valentinis, rueBallu, Palermo, 2018.

Recensione di Lorenzo Spurio

Sorrido senza in fondo goderne.

Pratico ed essenziale il volume di Elisa Ruotolo recentemente pubblicato da rueBallu di Palermo sull’ampia e pluri-evocata figura della poetessa lombarda Antonia Pozzi (1912-1938). Nel libro, curato nei dettagli grafici e compositivi in maniera pregevole e stampato su Materica (carta naturale realizzata con fibre di cotone riciclate di pura cellulosa provenienti dalla gestione responsabile delle foreste), la scrittrice ci propone un percorso intimo e amicale con una delle più grande poetesse del secolo scorso.

Il piccolo compendio finale del volume è dedicato a raccogliere una manciata di poesie di Antonia Pozzi tra cui la stupefacente lirica “Canto della mia nudità”: un canto soave di svelamento e di denuncia della propria disagiata condizione esistenziale. In essa, infatti, la vulnerabile poetessa di Pasturo (LC), annotava: “pallida è la carne mia/ […]/ E un giorno nuda, sola,/ stesa supina sotto la troppa terra,/ starò, quando la morte avrà chiamato”. La Ruotolo affida al lettore curioso e insaziabile l’intera vicenda personale della Pozzi, dell’Antonia in quanto donna, figlia e amante, ben più che quale poetessa sebbene, com’è noto, sia piuttosto impossibile adoperarsi a un’operazione di scissione tra le due componenti.

8564331_3129674.jpgLa caratteristica di questo volume è quella di accompagnare il lettore in un percorso umano, che è appunto quello della Pozzi, con precisione e grande rispetto delle vicende altrui. Gli apparati grafici e iconici che sono stati impiegati (opera dell’artista udinese Pia Valentinis) si delineano come pregnanti e insostituibili in un progetto che risulta essere lodevole – come già accennato – non solo per i contenuti – densi e nevralgici – ma per la cura editoriale, degli inserti, dei disegni, della composizione dei capitoli e di ogni minuzia che è studiata ad arte per compendiare al meglio un progetto che è vivo, multidisciplinare, interattivo e, pertanto, assai coinvolgente.

Non un saggio accademico, neppure un approfondimento monografico sulla grande penna lombarda che nel maledetto anno delle leggi razziali (1938) decise di trapassare la dimensione reale, piuttosto un pamphlet colorato e avvincente, un itinerario curioso e trattato con sapienza e profonda conoscenza della materia, reso, però, in forma appetibile, d’ampio approvvigionamento in un pubblico che non è di nicchia, ma trasversale, compreso quello giovanissimo che potrà trovare particolare giovamento anche dai notevoli inserti grafici.

S’inizia il percorso sulle pagine tinte da una cromia decisa e pulsante, quella dell’arancione, sebbene sia piuttosto vicino anche a una possibile sfumatura del cachi. Sono le pagine contrassegnate dal titolo “Tu con me, su questa terra nuda”. Sono pagine incipitarie, di fondamentale significazione per l’autrice del volume, che dettano le motivazioni-fondamenta di un’operazione editoriale di questo tipo. La Ruotolo, infatti, ci narra della sua conoscenza con la poetessa, di come avvenne, e del grande potere della parola della Pozzi che, da subito, l’affascinò notevolmente. Da lì nacque la sua esigenza di approfondire “La vicenda umana di questa straordinaria poetessa, che aveva consumato rapidamente i suoi anni agli inizi del Novecento”. Bella la definizione che la Ruotolo dà di questo tempo breve della Pozzi da lei “consumato rapidamente”: con impeto e desiderio, con voluttà e voglia d’amore che poi, dinanzi ai limiti imposti dai tempi e dalla morale, trovarono una fine diversa, impetuosa ed eclatante, definitiva e struggente, eppure voluta e creata. Difatti la Ruotolo non manca di parlare del grande amore per la vita tipico della Pozzi: “Antonia amò come di rado si riesce nella vita, fino a donarsi completamente, a svuotarsi, a sfinirsi”. La sua morte viene così richiamata, in queste prime pagine, quale atto ultimo di un processo fisiologico dettato dalla consunzione, dalla dissipazione del proprio animo interiore. Quello che oggi definiamo ‘suicidio’, parlando della sua persona, in realtà non sarebbe che il punto di limite della fine di quella vita felice, vissuta nella pienezza della totalità e del logorio per l’impossibilità di poterla continuare nel tempo. La consumazione di sé, che sembra ben diversa da una vera e propria fuga dal mondo e dunque ad un atto sovversivo portato alle estreme conseguenze, è più un gesto altruistico dettato dalla consapevolezza e dalla lucidità dinanzi all’incapacità di una prosecuzione nel reale.

La Ruotolo, con questo testo, ci consente di percepire quella stessa “angoscia del riporsi interni nelle mani altrui” che lei stessa ha sperimentato leggendo e approfondendo il percorso umano della Pozzi. Risulta importante anche sottolineare come la scrittrice abbia messo in luce, con impareggiabile resa e grande apertura, quanto la Pozzi fosse una donna viva e ardente (“non fu mai capace di tiepidezza, ma sempre e solo d’incendio”) abbattendo quella che può essere una facile e comune convinzione nel vedere nella poetessa di Pasturo una donna sottomessa e ritirata, sfiduciata e inetta, fredda, disinteressata alla vita. Le sue poche foto che circolano ce la trasmettono come un’anima trafitta da un disagio difficile da spiegare, dall’espressione mesta o preoccupata e, comunque, raramente è ritratta in uno stato di vera pace o equilibrio. La Ruotolo tiene a sottolineare in questo volume anche quegli aspetti che, nel trascorso di anni tesi a studiare la sua figura di intellettuale, hanno marcato molto sulla sua insofferenza, solitudine e istinti di morte. La scrittrice, infatti, ce la descrive fortemente attaccata alla vita, smaniosa di diventare madre, affettuosa con gli amici (meno con la famiglia, con eccezione della nonna), passionale e focosa, in cerca di quella libertà che le avrebbe concesso di vivere nella pienezza dei suoi desideri. “Antonia amava vivere, ma il suo era un amore straziante, che non s’adatta ai compromessi, né s’accontenta delle briciole”, scrive la Ruotolo in queste primissime pagine. In altre parole: un amore impossibile, di cui ha consumato gli esordi, vissuto platonicamente, agognato e nutrito privatamente, sino a che – dinanzi agli impedimenti irremovibili – s’è degradato lentamente, privandola di quell’energia autentica che le era propria e che l’aveva caratterizzata in quanto donna aperta, affettuosa, capace di credere in un rapporto d’amore.

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Uno scatto di Antonia Pozzi alpinista

Il capitolo che segue, “Io, Antonia. Il tempo bambino”, è ben speso a fornire il contesto generazionale nel quale la Pozzi è collocata con particolare attenzione alla sua fase infantile nella quale sperimenta forme di scollamento e solitudine (che poi la fagociterà) a partire da un sentimento di nutrita diversità. La scuola, con insegnanti suore, sembra essere il luogo che sente maggiormente in sintonia, ed è anche piuttosto brava, ma anche lì non disdegna quell’innata solitudine che la fa “una cosa di nessuno”. L’istituto scolastico è percepito dalla Pozzi e ricordato dalla Ruotolo come positivo non in funzione di un ampliamento di conoscenze con persone terze e dunque in termini sociali, amicali ma semplicemente perché è il luogo che le permette di raggiungere ciò che cerca: la conoscenza. Per tutto il suo breve percorso di vita, infatti, la Pozzi sarà una grande studiosa di letteratura e non solo, arrivando a intrattenere importanti relazioni con noti esponenti della letteratura dell’epoca, quale il critico Dino Formaggio (1914-2008) o il poeta Vittorio Sereni (1913-1983). Già da ragazza la Pozzi sente che lo studio e, più in generale, la conoscenza sono ingredienti insostituibili, mezzi dei quali, seppur in dose e forme diverse, non potrà più farne a meno.

Segue così il capitolo che la Ruotolo ha voluto indicare in maniera netta e distintiva “Gli anni dell’obbedienza”; tale periodo fa riferimento a una trattazione in cui la scrittrice, calata negli occhi e nella persona di Antonia, descrive se stessa soprattutto in ambito familiare quale una presenza che “non fac[eva] rumore”. Ricorda così della dolcezza controllata della madre e della severità del padre, uomo mite ma austero, deciso e padrone, finanche insensibile: “Ogni suo sguardo mira a giudicare le mie mancanze”. Eppure, circondata da un contesto non così partecipe e costruttore dell’entusiasmo della giovane, che scopre la sua più grande amica, la poesia: “Le parole mi hanno vestita e poi abitata”. Paradossalmente sono le parole, che non hanno una vita propria e che sono creazione di qualcuno, che dànno alla Pozzi motivo, forma, ragione e senso alla sua vita. Un po’ come quei versi che Neruda diceva che lo toccavano al punto tale che era la poesia che lo chiamava, la Pozzi via la Ruotolo è un corpo nudo, un’entità vuota, un campo d’assenza che trova identità e significazione solo con l’atto di copertura, di vestizione, offerto dalla poesia. Abiti che sono versi, tessuti che sono parole allineate, copertura che è l’anima arricchita: “Ogni parola aggiungeva senso, sottraeva spazio al niente e lo riempiva”. La poesia per la Pozzi non è erudizione o sofisticazione retorica ma richiamo e necessità: forma di scoperta di sé e completamento, distruzione di quella penuria devastante, arricchimento e costruzione interiore e, al contempo, dialogo con la propria anima che si scorge, riaffiora, e ci scoperchia chi siamo. Ecco perché il pensiero che la Ruotolo pone, ovvero l’ossessione di Antonia che qualcuno la obblighi a smettere di scrivere, si configura come uno svilimento personale, un denudamento che la renderebbe vuota, debole, priva di quel senso intimo che ha scoperto nell’essenza della scrittura. “La poesia adesso mi guarda e mi completa”, scrive la Ruotolo poco dopo, a sottolineare ancora una volta quanto la parola, da entità vacua e astratta, possa avere una grande capacità materica da compenetrare, completare, vanificare quelle assenze, cucire quelle fenditure che fanno il corpo leso, indistinto e lacunoso.

Seguono le pagine dedicate ad Antonio Maria Cervi, l’insegnante del quale la Pozzi s’innamorò e dedicò varie poesie; è il tempo in cui si sente ormai lontana dall’infanzia di Pasturo, sebbene serbi il ricordo di ogni dettaglio dell’ambiente (“potrei dire quante foglie ha perduto il tiglio”) e sboccia quell’amore folgorante verso il professore, forse l’unico che, per citare Virginia Woolf nella sua lettera d’addio indirizza al marito Leonard, avrebbe potuto salvarla. Difatti il professore è la valvola di una sorta di rinascita in Antonia, la svolta luminosa che sembra riportarla alla leggerezza e al colore dei tempi andati; se in casa si respira pesantezza, verticismo e dunque inadeguatezza, col professore, col semplice avvicinamento alla sua persona o al colloquiare con lui, in Antonia si rafforza la speranza e nasce l’amore verso l’altro. È l’inizio di un cambiamento che, prima era stato cercato e voluto e ora avviene spontaneo, nella sua forma più bella, quella di un amore viscerale, inspiegabile eppure necessario, quel sentimento vorticoso e incircoscrivibile che le fa maturare l’idea di un nuovo cominciamento alla vita, di una primavera inaspettata. Con Cervi, la Pozzi rinasce e ritrova se stessa, l’amore e la poesia sono balsami a disagi e solitudini pesanti che ora sembrano relegati a un tempo lontano.

La sezione successiva, anticipata da una colorazione carta di zucchero, ha come tematica “La separazione” ed è, se vogliamo, l’esordio della nuova decadenza emozionale di Antonia. La Pozzi, via la Ruotolo, dice “durò un anno appena e andasti via da me”. Siamo nella presa di coscienza di un rapporto che è finito e nel clima di profonda nostalgia e rimpianto per i pochi bei momenti trascorsi insieme. Qualcosa è accaduto e le condizioni preesistenti, quelle che avevano visto il riaccendersi del desiderio alla vita di Antonia, sono venute meno: la loro relazione è stata bandita e tra di loro s’è imposta una distanza che non sarà più coperta. La figura autoritaria del padre di Antonia, con amicizie significative con esponenti del Regime, ha relazione con il trasferimento lavorativo del prof. Cervi? Non lo sappiamo con indubbia sicurezza ma, vista la sua posizione privilegiata, è possibile avanzare un’idea di questo tenore. La conclusione, comunque, è amara per la giovane Antonia: l’unica blanda concessione sarà la possibilità di conservare la relazione con l’insegnante a mezzo epistolare. “La vita prese a debordare da me, incapace com’ero d’abitare lo spazio breve della mia campana di vetro”.

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Antonia Pozzi

Ripiomba così il tempo della solitudine, un’età amara priva di un varco di speranza che invece può essere configurata nei tempi dell’attesa. Antonia non attende né spera in un ritorno del prof. Cervi e in un loro congiungimento perché sa che ciò non potrà avvenire. Avendo elaborato questa impossibilità d’amore, questa lontananza che elude ciascun tipo di rapporto, la Pozzi scriverà: “Io ti porto con me dovunque io vada”. Si tratta di un autoconvincimento importante che ha il sapore amarognolo della sconfitta, il loro amore da reale passa a platonico per consumarsi poi in un niente dopo che avrà elaborato con lucidità la messa al bando dello stesso[1], in quel clima di sottomissione e divieti così naturale e caro all’augusto genitore, che tutto dispone come crede illudendosi che anche il sentimento possa essere delimitato da volontà e intransigenze personali. Vacilla anche l’affetto che ha sempre nutrito per i genitori e che ha dato per naturale e scontato: “So bene di amarvi, ma so per certo che l’amore non dovrebbe nutrirsi di paure e soggezioni; dovrebbe essere fiducia e confidenza, e io non ne ho mai avute al vostro pensiero” scrive la Ruotolo ricalcando fedelmente l’oppressione e la riluttanza della Pozzi dinanzi alla famiglia, in particolar modo il padre.

Ecco che nelle parti narrative che seguono la Pozzi via la Ruotolo non manca di esprimere il suo senso d’inadeguatezza al mondo familiare, la sua nullità, la sua insofferenza dovuta alla lontananza coatta dal suo amante che comincia a vagheggiare immagini di una precoce dipartita: “Sono ossessionata dal senso della fine e da questa emorragia di ore che mi vuole vecchia anzitempo”.

La speranza della nuova relazione con Dino Formaggio, pure osteggiata dal padre della Pozzi, produrrà un episodio grossomodo analogo rispetto a quello vissuto dalla ragazza con l’insegnante Antonio Maria Cervi e contemporaneamente s’inasprisce l’opposizione della donna nei confronti dello spadroneggiante fascismo, fautore di drammi e protagonista di lì a poco di una ecatombe paurosa.

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Ci approssimiamo così alla stazione ultima di questa laica via-crucis, cammino di un sacrificio completo di Antonia Pozzi posta in un contesto socio-familiare vetusto e bigotto, destrorso e pieno di pregiudizi che in breve tempo l’hanno fatta sfiorire. Il riferimento al cammino cristologico della Passione è significativo e ricalcato dalla stessa Ruotolo che, tramite la Pozzi, dice “Ormai non conto più i tagli e so cosa vuol dire essere crocifissi in questa vita”. Ed è così, conscia che non è più in grado di sostenere tutto ciò che accade intorno a lei che esce di casa, abbandonando quelle “stanze nude in cui ancora si dorme” dileguandosi da questo “tempo breve” a lei concesso. A testimonianza del suo percorso lascerà scritti e poesie nei cassetti della sua camera ma, ancor più spavaldamente, il padre deciderà di distruggerne in grande quantità o di modificarli a suo modo; quelle “parole tenute sotto il bavaglio” di cui parla la Ruotolo in queste pagine ultime, di commiato di Antonia, che ha già ben in mente il volo che si appresta a compiere. Ultimo perché irreversibile. L’ultima chiamata è stata lanciata, ma non è un appello, forse ha più a che vedere con una sfida o una condanna.

“Sono stanca di pagare con l’obbedienza una felicità che non arriva. Stanca di questo disagio d’avere ciò per cui gli altri mi dicono fortunata e che mi pesa addosso come una lapide. Stanca per tutto l’amore che ho dato. Adesso sì, il cuore può sostare. […] E mentre la Nena[2] guarda altrove, anima mia, da questo fosso in cui il cielo s’è fatto lontano, io ti lascio andare”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 10-05-2018

 

NOTE

[1] Poco dopo la Pozzi, via la Ruotolo, scrive “Possibile mai vivere queste due vite senza impazzire, o morire?”

[2] Si tratta della nonna di Antonia Pozzi, la persona della famiglia a lei più cara in assoluto alla quale la lega ore di spensieratezza e giochi verbali.

1° Premio Nazionale di Letteratura “Città di Ardore”: come partecipare

L’Associazione Culturale “Orme di Cultura” con il patrocinio del Comune di Ardore

e con la collaborazione dell’Associazione Culturale GueCi di Rende (CS), della Banca Mediolanum e del Maestro Orafo Michele Lo Bianco promuove il

1° PREMIO NAZIONALE DI LETTERATURA “CITTÀ DI ARDORE”

Scadenza 15 giugno 2018

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Le opere presentate a concorso potranno essere edite o inedite e avere ottenuto un premio in precedenti concorsi.

 

 Art. 1-Sezioni

REGOLAMENTO

Sezione A–Poesia in lingua italiana a tema libero.

Sezione B–Poesia in vernacolo a tema libero. (Intitolata al poeta Mario Careri”) Sezione C–Poesia religiosa in lingua italiana.

Sezione D–Poesia d’amore in lingua italiana

Sezione E–Racconto breve. (Intitolata allo scrittore Saverio Montalto)

Art.2-Minori

I minorenni possono partecipare al Premio ma è necessario che la scheda dati venga firmata in calce da un genitore o da un adulto che ne ha la potestà indicando tra parentesi, in maiuscoletto, il grado di parentela o il legame al minore.

Art.3-Requisiti

E’ possibile partecipare ad una o più sezioni pagando la relativa quota.

Alle sezioni A-C-D si partecipa con una sola poesia in lingua italiana che non dovrà superare i 36 versi (senza conteggiare il titolo, l’eventuale dedica né gli spazi bianchi) in una sola copia accompagnata dalla Scheda di Partecipazione.

Alla sezione B si partecipa con una sola poesia in dialetto a tema libero comprensiva di traduzione in italiano che non dovrà superare i 36 versi (senza conteggiare il titolo, l’eventuale dedica né gli spazi bianchi) in una sola copia accompagnata dalla Scheda di Partecipazione.

Alla sezione E (Racconto breve) si partecipa con un solo racconto, massimo 2 cartelle A4, in una sola copia accompagnata dalla Scheda di Partecipazione

Art.4-Contributo

Per prendere parte al Premio è richiesto, a parziale copertura delle spese organizzative, Euro 10 per una sezione ed Euro 5 per ogni altra sezione alla quale si partecipa.

Bonifico: IBAN IT 27J 01005 81590 00000000 3459 BNL Siderno intestato ad Associazione  “Orme di Cultura” — Causale: 1° Premio “Città di Ardore” 2018.

Contanti: Nel caso si invii il materiale per posta tradizionale, la quota di partecipazione potrà essere inserita in contanti in una busta più piccola all’interno del plico d’invio.

Art.5-Scadenza e Modalità di invio

Il partecipante deve inviare entro e non oltre il 15 giugno 2018 alla mail info@ormedicultura.it recante in oggetto: Premio Città di Ardore 2018, il seguente materiale:

  • Una copia della poesia o del racconto in forma anonima, con l’indicazione della sezione cui si partecipa e in formato Word (.doc o .docx) in carattere Times New Roman 12, ciascuna su un file distinto.
  • La Scheda di Partecipazione appositamente compilata in ogni sua
  • Copia della ricevuta di

In alternativa, l’invio di detto materiale potrà essere effettuato in cartaceo inviando una copia dell’opera, la scheda di partecipazione, la copia del versamento effettuato o la somma in contanti ben occultata (per la scadenza fa fede il timbro postale d’invio) e potrà essere inviato a:

1° Premio Nazionale “Città di Ardore” c/o avv. Tullio M. Catalani

c/da Fagotto – 89037 Ardore Marina (RC)

 La segreteria del Premio notificherà a mezzo mail la ricezione dei materiali e la corretta iscrizione al concorso.

Art.6-Esclusione

  1. Saranno esclusi dalla Segreteria tutti quei testi che non siano conformi alle indicazioni contenute nel presente bando e in maniera particolare i testi che riportino il nome, il cognome, il soprannome dell’autore o altri segni di riconoscimento e di possibile attribuzione dell’opera.
  2. Saranno esclusi tutti quei testi che non rispettino i limiti di lunghezza
  3. Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, xenofobi, denigratori, pornografici, blasfemi, di offesa alla morale e al senso civico, d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo o che fungano da proclami partitici e

Art.7-Commissione di Giuria

La Giuria è composta da varie commissioni designate dal Presidente del Premio a rappresentare le varie sezioni a concorso e i cui nominativi saranno resi noti in sede di premiazione.

Art.8-Premi

I PRIMI classificati di ciascuna sezione in concorso riceveranno una preziosa opera in ceramica Raku realizzata dal noto maestro Lorenzo Fascì Spurio e pergamena con motivazione della Giuria

I SECONDI E TERZI classificati di ciascuna sezione riceveranno una prestigiosa targa o coppa e pergamena con motivazione della Giuria

–IL PREMIO DELLA GIURIA verrà premiato con una prestigiosa targa offerta dal Maestro Orafo Michele Lo Bianco

Premio Speciale dell’Associazione Culturale GueCi ( targa o coppa )

Premio Speciale dell’Associazione “Orme di Cultura” ( targa o coppa )

Premio Speciale “Luigi Schirripa” ( targa o coppa )

Le Menzioni d’Onore (una per ogni sezione) verranno premiate con targa o coppa. Verrà assegnato infine un Premio alla Carriera Poetica.

Nel caso in cui non sarà pervenuta una quantità di testi congrua o significativa per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non abbia espresso notazioni di merito, l’Associazione “Orme di Cultura” si riserva di non attribuire determinati premi.

Art.9-Premiazione

La cerimonia di premiazione si terrà ad Ardore Marina nella Sala Conferenze della Biblioteca Comunale in un fine settimana di agosto o di settembre 2018. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso le indicazioni circa la data e il mezzo per raggiungere la sede di premiazione.

I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio o per mezzo di un delegato. In caso di delega questa va annunciata a mezzo mail almeno una settimana prima della cerimonia all’attenzione del Presidente del Premio. I primi premi non ritirati, data la loro fragilità, non verranno spediti a domicilio e rimarranno all’Associazione che li impiegherà nelle successive edizioni. Soltanto in alcuni motivati casi particolari le targhe potranno essere spedite a domicilio previo pagamento delle spese di spedizione.

Al termine della cerimonia di premiazione ci sarà la Cena di Gala presso un noto ristorante della zona e i cui dettagli verranno preventivamente resi noti a tutti i premiati.

AI PRIMI CLASSIFICATI DI OGNI SEZIONE VIENE GARANTITO IL PERNOTTAMENTO CON PRIMA COLAZIONE PER UNA NOTTE.

Art.10-Privacy e Ultime

Ai sensi del DLGS 196/2003 e della precedente legge 675/1996, i partecipanti acconsentono al trattamento, diffusione ed utilizzazione dei dati personali da parte dell’Associazione” Orme di Cultura” di Ardore Marina.

Il presente bando di partecipazione consta di 10 articoli, compreso il presente. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.

Contatti:;

Gaetano Catalani – 3389667029 – gaetanocatalani@alice.it

Associazione – info@ormedicultura.it

Incontro di poesia a Montecassiano sabato 14 aprile promosso dall’Ass. Euterpe

Marche in poesia: La parola sussurrata: Montecassiano vibra di poesia

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L’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN) con il Patrocinio Morale della Provincia di Macerata e del Comune di Montecassiano (MC) ha organizzato per il pomeriggio di sabato 14 aprile a Montecassiano (MC) l’incontro “Marche in poesia” dal titolo “La parola sussurrata: orme d’acqua” nel quale si investigherà e si dibatterà sulla poesia locale e nazionale a 360°.

Sensibile e particolarmente attratta dal fenomeno poetico marchigiano l’Associazione Euterpe ha proposto, dall’anno della sua nascita, nel 2016, una serie di reading e incontri tematici nei quali sono state invitate voci del territorio, sia in lingua e dialetto, in iniziative e cenacoli che hanno permesso una maggiore coscienziazione sull’esistenza di una consistente e valida “famiglia” poetica marchigiana. Di particolare rilevanza si ricorderanno, tra gli altri, il reading poetico dei dialetti della provincia di Ancona tenutosi all’Auditorium San Rocco di Senigallia il 02-04-2017 e il reading di poesia civile “Percorsi diVersi” tenutosi alla Biblioteca Comunale “Sara Iommi” di Agugliano (AN) il 23-09-2017.

Stavolta l’iniziativa, che avrà luogo nell’Aula Magna del Palazzo dei Priori di Montecassiano, inizierà alle 17 con i saluti d’apertura da parte dell’Amministrazione, Leonardo Catena (Sindaco di Montecassiano) e dell’organizzazione, Lorenzo Spurio (Presidente Ass. Euterpe).

La prima parte della serata sarà dedicata a un incontro di approfondimento su alcuni profili e indagini poetiche nella forma della conferenza e vedrà i seguenti interventi: “Poesia e scienza: integrazione tra culture” (a cura della poetessa, scrittrice e critico Luciana Salvucci, ex-dirigente scolastico, di Colmurano), “L’essenzialità di Giuseppe Ungaretti” (a cura del poeta, prof. Luciano Innocenzi di Cingoli) e “Remo Pagnanelli e la poesia marchigiana” (a cura del poeta e critico letterario prof. Guido Garufi di Macerata).

A seguire la poetessa-performer Morena Oro, autrice del libro “Memorie dell’acqua” (2017), proporrà l’esibizione artistico-poetica de “I mondi fluttuanti” e, nella seconda parte della serata, si darà spazio ad alcuni poeti del nostro territorio per esprimere la loro vastità interiore dando lettura ad alcuni componimenti personali.

Al reading poetico prenderanno parte i poeti Rita Marchegiani (Montecassiano-MC), Raffaele Rovinelli (Fano-PU), Francesca Innocenzi (Cingoli-MC), Oscar Sartarelli (Jesi-AN), Valtero Curzi (Senigallia-AN), Cristiano Dellabella (Cupramontana-AN), Michela Tombi (Pesaro), Elvio Angeletti (Senigallia-AN), Marco Fortuna (Fermo), Eugenio Kaen (Tolentino-MC), Assunta De Maglie (Cingoli-MC) e Gianni Palazzesi (Appignano-MC).

 

 

La S.V. è invitata a partecipare.

L’evento è liberamente aperto al pubblico.

 

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327-5914963

 

Conrad, Burgess, Strasser: nuovo incontro letterario “Cattivi dentro” dom. 8 aprile alla Biblioteca La Fornace

Potere e sottomissione nella società: nuovo incontro letterario con “Cattivi dentro”

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Proseguono gli incontri letterari attorno al saggio “Cattivi dentro” del poeta e critico letterario jesino Lorenzo Spurio alla Biblioteca La Fornace di Moie. Dopo gli incontri tesi a investigare le forme di infanzia degenerata e il fosco universo della devianza sessuale nella letteratura il nuovo incontro, che si terrà domenica 8 aprile alla Biblioteca La Fornace di Moie di Maiolati Spontini (AN) alle ore 17:30, provvederà ad approfondire il tema “Essere soggiogati: il gruppo sociale sedotto dal tiranno”.

L’intero ciclo di eventi è volto ad approfondire di volta in volta tematiche, testi, romanzi e autori della cultura internazionale che, in varie forme e a vari livelli, hanno parlato o messo in scena storie di cattiveria, violenza, soggiogazione, devianza e d’emarginazione all’interno delle date cornici narrative. Il saggio di Spurio che come sottotitolo porta “Dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera” è risultato vincitore assoluto del noto Premio Letterario “Casentino” sezione Saggistica Inedita “Veniero Scarselli” nell’edizione 2017 con diritto di pubblicazione da parte della casa editrice aretina Helicon.

Nel nuovo incontro si darà voce ad alcuni episodi di violenza e sottomissione che nascono in dati contesti sociali che prevedono da una parte l’assunzione verticistico del potere, la supremazia e forme totalitaristiche e, dall’altro, la tacita abnegazione, la sottomissione e forme di violenza psicologica indotte. L’evento sarà teso a indagare il rapporto sociale che s’istaura tra il ‘cattivo’, nella forma del boss, del dittatore, della persona di potere (legittimo o meno), e della pericolosità nella trasmissione di idee irresponsabili e anti-democratiche. Dalla politica colonialista in “Cuore di tenebra” del modernista Joseph Conrad alla brutalità di una gioventù sadica in “Arancia meccanica” di Anthony Burgess sino all’esperimento nazista ne “L’onda” di Todd Strasser.

Ulteriori approfondimenti deriveranno dagli interventi del critico letterario fiorentino Lucia Bonanni che parlerà della “Psicologia cognitiva e comportamentismo” e dal cultore letterario Stefano Bardi che interverrà con un discorso su “Manipolazione e tenebra: i lati oscuri dei boss”.

Le letture di estratti scelti delle opere di riferimento saranno affidate alla voce di Gioia Casale. Durante la serata verranno, altresì, proiettati estratti significativi dei relativi film che verranno commentati dall’autore del libro.

Si ricorda, inoltre, che l’ultimo incontro del ciclo di eventi si terrà domenica 6 maggio e avrà come tema di riferimento “Così esco dal mondo: alcuni suicidi letterari”. Assieme all’autore del libro interverranno il filosofo Valtero Curzi e la scrittrice Elena Coppari.

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Info:

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Tel. 3275914963

Il sogno di «Atelier» non ha confini: la nuova versione in lingua inglese

Il sogno di «Atelier», la nota rivista letteraria fondata da Giuliano Ladolfi nel 1996, non ha confini: dopo ventidue anni di vita cartacea, tre anni di «Atelier online», sul sito wwwatelierpoesia.it è disponibile il primo supplemento in inglese, a cura di Francesca Benocci, direttrice dei supplementi internazionali. Non si tratta di rincorrere mode esterofile, settore in cui l’Italia costituisce un modello pressoché irraggiungibile nel mondo, ma di diffondere anche all’estero un originale progetto di poesia e di ampliare il dibattito in altre zone del Pianeta al fine di arricchire le patrie lettere con contributi provenienti da ogni parte del globo e di arricchire il globo con le patrie lettere.

«Atelier» è e resterà un luogo di incontro tra coloro che credono nel valore umano della scrittura in versi. La redazione è composta da giovani studiosi che vivono in diverse parti del pianeta: Michele Bologna, Riccardo Canaletti, Anna Gadd Colombi, Angelo Nestore, Julian Peters, Matteo Pupillo, Meredith Paterson, Nicola Verderame.

Il primo numero si apre con un indice interattivo sui contenuti sullo sfondo di un mappamondo sul quale sono indicati i luoghi di lavoro degli autori. Segue l’editoriale del direttore Giuliano Ladolfi che indica gli obiettivi della nuova iniziativa («Atelier»: people-oriented poetry), quindi la presentazione del numero da parte di Francesca Benocci e una parte di un lungo saggio dello stesso Ladolfi di carattere estetico.

Angelo Nestore, in uno studio in spagnolo e inglese, parla dei festival della poesia in Spagna. Interviene quindi Julian Peters che presenta il resoconto, corredato da immagini, del suo viaggio in India. Segue la selezione di poesie di Mario De Santis, presentate da Giuliano Ladolfi e tradotte dalla direttrice editoriale. Chiude un saggio di Maredith Paterson dal titolo “Translating Sopuns: The OralitY of Ya-Wen Ho’s Poetry”: i tre poemi dello scrittore cinese sono corredati di simboli distintivi e della scritta “clic for audio” che consente di sentire l’audio di ciascun poema.

La parte grafica è curata da Francesca Benocci e da Francesco Teruggi.

Con il consenso del sig. Giuliano Ladolfi diamo pubblicazione per intero, nella parte che segue, all’editoriale da lui firmato per il prossimo numero dal titolo “«Atelier»: una poesia a misura d’uomo”, proponendolo prima in lingua originale e poi nella sua versione in lingua inglese.

 

Son l’aratro per solcare


Clemente Rebora, Frammento LXXII

 

La rivista «Atelier», trimestrale di poesia, critica e letteratura è nata nel 1996 su un preciso proposito estetico-filosofico.

«In tempi di solitudine e soffocante vaniloquio, di disaffezione e convulse trasformazioni, la nascita di una rivista di letteratura è insieme epilogo ed assunto, coinvolgimento nell’agonia di un ormai spento orizzonte poetico, ovvero di una determinata apertura di linguaggio sul magma dell’esistenza, e progetto (necessità, scommessa, urgenza) di una nuova, cioè rinnovata, modalità di chiedere sensatezza al mondo per il tramite della parola. È una risposta negativa, ma sofferta alla presunta morte della poesia, nella convinzione che muore una precisa pratica poetica, per lasciar spazio ad una differente coscienza creativa, tale da permettere la traduzione in forme inedite delle istanze che muovono da sempre una tradizione.

Il nostro appello è progetto di un luogo di ricerca e cernita, contro lo spreco verbale; un luogo di ascolto e sintesi nella deriva dei linguaggi. Niente di astratto: cerchiamo qui, in questo tempo disumano, voci di umanità, parole che siano schegge penetranti, testimonianze di un passaggio memorabile. C’è una fame repressa e incompresa di poesia, mossa da una fame immane di umanità: chi affonda lo sguardo nella miseria occultata dal delirio; chi sa attraversare compatente i luoghi in cui si mercanteggia la parola e la poesia s’impaluda e tradisce – premi, riviste, case editrici, giornali… –, non può non sentirla. Nessuna fuga verso un’apollinea terra promessa, dunque, perché uno stile, il particolare angolo di incidenza sul mondo dato alla parola, è sempre un’ipotesi di civiltà. E anche l’ironia e la finzione sono accessi “altri” al dramma della storia. Non crediamo nei facili profeti, nelle palingenesi millenaristiche, nei manifesti reboanti, ma nell’ascolto paziente, nella passione trasparente, nello scavo dell’acqua che smuove il terreno.

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Un precedente numero della rivista “Atelier”

Non abbiamo la supponenza di crederci originali; sappiamo che l’originalità è fedeltà al destino di una tradizione. Sentiamo semplicemente la necessità di iniziare un lavoro, perché “chi non sceglie una tradizione si limita a subirla” (Fortini) e il destino non è un fatto personale (poesia come espressione di sé, chiusa concupiscenza), ma un orizzonte di significanza che si apre nel linguaggio (poesia come insorgenza di senso ed accesso all’essere, cioè particolare forma di comunicazione). Questo, dunque, il nostro intento: contribuire al progetto della nuova poesia, con umiltà e discrezione, con la povertà dei nostri mezzi, per offrire nudo, e perciò costruttivamente criticabile, l’entusiasmo delle idee. Pro-gettiamo: buttiamo oltre il guado le proposte lasciando al di qua i personalismi e i pregiudizi. Siamo cioè spregiudicati e allo stesso tempo disillusi, poiché un assunto non può che essere germinale e appassionato. Siamo pronti a svolte, ripensamenti, crisi, fallimenti e successi; potremo prendere abbagli, correggerci lungo il percorso: il nostro è un fare tentativo, sperimentale. Siamo fedeli al futuro.

Non cerchiamo, perciò, uno spazio “tra” le altre riviste per coltivare il nostro orticello di vanità. Vorremmo creare gruppi aperti, costruire camminamenti che uniscano ciò che a molti pare separato e incomunicabile, iniziare un viaggio “attraverso”, “dentro” tutti gli spazi già consolidatisi e nascenti, per rubare in ognuno di essi un germe, un’intuizione, un appello, per rintracciare ovunque i riverberi di quel destino che ci unisce, con la speranza, anzi, di percorrere il tratto “con” molti altri.

Un luogo di incontro e lavoro, ecco la nostra rivista: incontro fra cultura ufficiale e cultura reale, fra teoria e pratica, fra critica e poesia, fra tradizione e nuove proposte. Un luogo in cui la militanza (il futuro non si aspetta, si suscita) sposa la ricerca scientifica, poiché uno sguardo progettuale deve per sua natura coniugarsi con uno sguardo retrospettivo audace – ed urge, oggi, una rivisitazione globale del Novecento, manifestatosi ormai nella sua compiutezza. Non solo poesia perciò, dal momento che ogni pratica di scrittura va ripensata nel rapporto dialettico con le altre.

Ecco perché abbiamo scelto di chiamarci “Atelier”: siamo artigiani della parola, letterati che non temono di sporcarsi le mani per tracciare qualche sentiero. Siamo attenti alla pratica della poesia, alla concrezione di lingua e vita nella scrittura, attenti soprattutto al testo, ma senza affettazioni accademiche e sterili intellettualismi, perché solo qui si invera e misura una poetica. Atelier: un luogo accessibile, di incontro, di progettazione, non il laboratorio occulto dell’esteta, non una stanza di astrusi alambicchi. L’autenticità del nostro movente è indicata dalla fragilità di chi si pone senza maschere, forse persino dall’ingenuità che accompagna la genuinità di queste pagine dimesse, sempre provvisorie, sempre consapevolmente inadeguate alle intenzioni – sempre in tensione. (Qui, sia chiaro, parliamo impudicamente di quel fronte minore che si affaccia sulla letteratura, dolorosamente consapevoli che “la minima buona azione – come ricordava Jahier – vale la più bella poesia”).

Per tutte queste ragioni abbiamo bisogno di lettori forti, animati dalla nostra stessa fame di opere sapide di umanità, capaci anche di migliorarci con critiche e consigli, perchè sinceramente impegnati, con noi, nell’amorevole ricerca di un avamposto dove tentare, con gesti gravidi di poesia, di svegliare l’aurora » (Marco Merlin, Editoriale del n. 1, aprile 1996).

Durante quasi tutto il Novecento, infatti, la poesia si è limitata a dire «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» (E. Montale) come prova che la cultura occidentale, secondo la profezia di Heidegger, è giunta al termine. Nell’ultima parte del ventesimo secolo alcuni segnali hanno indicato che il vertice della parabola discendente è stato raggiunto e che lentamente si stavano tracciando nuove vie. In quella fase storica e culturale la poesia era diventata “rivelazione” di quel doloroso transito e “testimonianza” della rinascita di un nuovo umanesimo.

«Atelier» in quel momento si era posta in ascolto dei segni “minimi” in un àmbito che, superando il puro fatto letterario, cercava di estendersi alla comprensione dell’intero periodo storico. In tale prospettiva aveva assunto significato particolare la duplice operazione di rileggere criticamente il passato e di dar voce a nuovi autori.

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«Distruggi con attrezzi nunziali» consigliava René Char e «Atelier» si era proposta alla fine del secolo una rilettura della poesia italiana del Novecento secondo una visione critica che, superando un’analisi strutturalista e formalista incapace di comprendere la letteratura nelle sue molteplici valenze, considerava i testi come prodotto di un uomo colto nella concretezza storica, sociale e psichica, senza limitarsi a trattare di stili e di contenuti, ma affrontando anche in modo “audace” il problema della valutazione secondo una concezione estetica rivoluzionaria (cfr. Filologia, critica e antropologia letteraria, «Atelier», n. 5, marzo 1997).

Alla luce di una simile impostazione si è lavorato poi anche sulla recente poesia italiana mediante uno studio critico sistematico e mediante la presentazione di nuovi autori, nella convinzione che fosse necessario riscoprire il valore della “parola” perché tornasse a dire “ciò che siamo e ciò che vogliamo”. Si trattava però di una parola profondamente diversa da quella del poeta-vate, guida dei popoli, diversa dalla parola illuminatrice dei Decadenti, si trattava di una parola umile, che affannosamente cercava una piccola e provvisoria verità, un brandello di certezza destinato a essere superato da altre ricerche, una parola “umile”, che da questa umiltà traeva la sua consapevolezza e la sua missione etica.

La nostra prospettiva critica non poteva non suscitare dibattito all’interno della cultura italiana, pertanto, in conformità agli obiettivi originari, la rivista si era presentata come un vero e proprio “laboratorio” di idee, aperto a tutti coloro che sapessero presentare opere o riflessioni di valore. Lontani da ogni intento di consorterie o di interessi estranei alla letteratura, «Atelier» aprì un vero e proprio dibattito sulla condizione della poesia con tutti coloro che amavano la scrittura in versi.

E proprio nella prospettiva di una strenua attenzione all’attualità assunse significato l’obiettivo di valorizzare i giovani, la parte della società più sensibile ai cambiamenti. Non è un caso che uno dei due direttori, Marco Merlin, abbia iniziato con il sottoscritto questa avventura all’età di 23 anni e che abbiamo offerto spazio alla nuova generazione. E testimonianza dell’enorme interesse dedicato ai giovani è l’antologia L’opera comune. Poeti nati negli Anni Settanta (1999) e La generazione entrante Poeti nati negli Anni Ottanta (2011), quest’ultima a cura di Matteo Fantuzzi.

Non è mancato uno sguardo alle letterature straniere, soprattutto dal 2014, quando è cambiata la direzione editoriale della pubblicazione cartacea, passata da Marco Merlin a Guido Mattia Gallerani, e quando Fabiano Alborghetti ha iniziato l’avventura di «Atelier online» (www.atelierpoesia.it), che presenta in rete testi di autori di tutto il mondo.

Con questa nuova iniziativa ci accingiamo ad affrontare una terza avventura: sotto la direzione di Francesca Benocci, la nostra rivista si apre in modo più determinato all’intero pianeta con il duplice obiettivo di diffondere anche all’estero il nostro progetto di poesia e di ampliare il dibattito in altre zone del pianeta al fine di arricchirci e di arricchire. La globalizzazione economica non sempre corrisponde a una globalizzazione culturale e troppo spesso persegue obiettivi finanziari, estranei agli intenti genuinamente letterari.

Per tali motivi vorremmo che «Atelier International» diventasse un luogo di “incontro” e di “confronto” mondiale, con il seguente programma:

  1. Fondazione di un’estetica a misura d’uomo, capace di distinguere la filologia dalla critica letteraria;
  2. Proposta di una poesia “a misura d’uomo”;
  3. Studio della poesia contemporanea;
  4. Motivate valutazioni di testi contemporanei senza sudditanza psicologica, audaci al punto di suscitare critiche con ricadute salutari;
  5. Valorizzazione dei giovani e di autori di valore lasciati al margine dalla critica ufficiale;
  6. Dibattiti su questioni “fondanti”;
  7. Organizzazione di convegni, incontri, in ogni parte del pianeta;
  8. Pubblicazione di testi di valore.

Oggi più che mai si avverte l’improrogabile bisogno di aprirsi a una dimensione mondiale e lo si avverte proprio perché la cultura occidentale è giunta al “suicidio” nella concezione nichilista dell’esistenza. La grande tradizione classica, cristiana, illuminista e romantica ha ceduto il passo al vuoto culturale, testimoniato dal Decadentismo e dal Novecento, per cui soltanto un innesto con altre tradizioni può costituire il farmaco in grado di rivitalizzare la cultura del nostro continente. E, se consideriamo che la nostra mentalità sta occupando l’intero pianeta, non può sfuggire come questa operazione presenti caratteri di urgenza.

Si tratta soltanto di un sogno? Nessuno pretende sconvolgere il mondo, vogliamo soltanto offrire il nostro contributo di pensiero e di lavoro secondo i versi di Clemente Rebora: «Son l’aratro per solcare
 / altri cosparga i semi, / altri èduchi gli steli,
/ altri vagheggi i fiori,
 / altri assapori i frutti».

 

Di seguito l’editoriale in lingua inglese:

 

«Atelier»: people-oriented poetry

Giuliano Ladolfi

Translated by Francesca Benocci

 

Son l’aratro per solcare

(I am the plough to dig)


Clemente Rebora, Fragment LXXII

«Atelier» magazine, a poetry, literature, and literary criticism quarterly, was born in 1996 from a precise aesthetic-philosophical resolution.

«In times of solitude and choking nonsense, of disaffection and convulsive transformations, the birth of a literary magazine is both an epilogue and an assumption, an involvement in the agony of an already dull poetic horizon, in other words of a determined openness of language on the magma of existence, and project (need, bet, urgence) of a new, that is renewed, modality of asking the world for sensibility through words. It is a negative, but pained, answer to the alleged death of poetry, in the conviction that a specific poetic practice is dying, to make space for a different creative consciousness, such to allow the translation of those instances that have forever moved a tradition into an unprecedented form.

Our project of a place of research and sorting, sifting verbal waste; a place of listening and synthesis in the drift of languages. Nothing abstract: we seek herein, in this inhuman time, voices of humanity, words that are penetrating slivers, testament to a memorable passage.  There is a repressed and misunderstood hunger for poetry that arises from an enormous hunger for humanity: those who dip their sight in the misery effaced by delirium; who know how to commiseratingly cross those places in which words are bartered and poetry gets stuck in the mud and betrays – prizes, journals, magazines, publishing firms, newspapers -, cannot ignore it. No escape towards a Dionysian promised land, then, because a style, that peculiar angle of incidence on the world given to words, is always a hypothesis of civility. And even irony and fiction are “other” accesses to the story’s drama. We do not believe in easy prophets, in millenarian palingenesis, in rambling manifestos, but in the patient listening, in the transparent passion, in the digging of water that moves soil.

We do not have the hubris of believing ourselves unique; we know that uniqueness is fidelity to the destiny of a tradition. We simply feel the need of starting something, because “who does not choose a tradition can only endure it” (Fortini) and destiny is no personal matter (poetry as the expression of self, closed concupiscence), but a horizon of significance that opens into language (poetry as insurgence of sense and access to existence, that is a particular form of communication). This is, then, our intent: to contribute to the new poetry project, with humility and discretion, with the poverty of our means, to offer – naked, so potentially the object of constructive critique – the enthusiasm of ideas. We ‘project’: we throw our proposals across the ford, leaving on this side personalisms and prejudice. We are then both unbiased and disillusioned, since an assumption can only be germinal and passionate. We are ready for turning points, rethinking, crises, failures and successes; we might blunder, and correct ourselves along the way: our ‘doing’ is tentative, experimental. We are loyal to the the future.

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Giuliano Ladolfi

We are thus not looking for a space “between” the other magazines to nurture our little garden of vanity. We would like to create open groups, builds paths that unite what many see as separate and incommunicable, begin a journey “through”, “inside” all those already consolidated or newborn spaces, to steal in each one of them a seed, an intuition, a plea, to track everywhere the reverberations of that destiny that unites us, with the hope, actually, of walking this stretch “with” many others.

Our magazine is space of encounter and work between official and real culture, theory and practice, critique and poetry, tradition and new proposals. A space in which activism (you cannot wait for the future, you have to cause it) joins scientific research, because a projectual gaze has to naturally conjugate with a daring retrospective one – and it is pressing, today, a global revisitation of the 20th century, that by now has manifested itself in its entirety. Not only poetry, then, since every writing practice has to be rethought in its dialectic relation with the others.

And that is why we decided to call ourselves “Atelier”: we are artisans of the word, literati that are not scared of getting their hands dirty to trace some paths. We are mindful of the practice of poetry, of the concept of language and life in writing, above all we are mindful of the text, but with no academic pretence and sterile intellectualism, because only here the poetic is made true and measured. Atelier: an accessible space, of encounter, of planning, not the occult laboratory of the aesthete, not a room of abstruse alembics. The authenticity of our motivations is suggested by the frailty of those who pose unmasked, maybe even by the naivety that accompanies the sincerity of these demure pages, always temporary, always consciously inadequate to the intentions – always in tension. (Here, to be clear, we shamelessly talk of that minor front that opens on literature, painfully conscious that “the smallest good deed – as Jahier reminds us – is worth the best poem”).

For all these reasons we need strong readers, animated by our same hunger for works tasty of humanness, also able to give critique and advice, because sincerely engaged, with us, in the loving search for an outpost from which to attempt, with gestures pregnant with poetry, to awaken dawn» (Marco Merlin, Editorial of n. 1, April 1996).

During almost all of the 20th century, as a matter of fact, poetry has limited itself to saying «what we are not, what we want not» (E. Montale) as proof that the Western culture, as predicted by Heidegger, has come to its end. In the last part of the century some signs indicated that the vertex of the descending parabola had been reached and that new ways were slowly being drawn. In that historical and cultural phase poetry had become “revelation” of that painful shifting and “testimony” of the rebirth of a new Humanism.

«Atelier» at the time tuned itself into listening to the “minimal” signs of an environment that, superseding the pure literary fact, was striving to extend to the comprehension of the historical moment in its entirety. In that perspective, the double operation of critically re-reading the past and giving voice to new authors was of paramount importance.

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Un precedente numero della rivista “Atelier”

«Destroy with nuptial tools» René Char advised, and «Atelier» proposed itself, at the end of the century, a re-reading of ‘900’s Italian poetry according to a critical vision that, overcoming a structuralist and formalist analysis unable to encompass literature in its multifaceted significances, considered texts as the product of an educated man in historical, social, and psychic concreteness, without the limitation of having to deal with style and content, but also “boldly” facing the problem of the evaluation according to a revolutionary aesthetic conception (see Filologia, critica e antropologia letteraria, «Atelier», n. 5, March 1997).

In light of a similar configuration we have also worked on recent Italian poetry by mean of a systematic critical study and the launch of new authors, with the belief that a rediscovery of the worth of the “word” was necessary, for it to go back to saying “what we are and what we want”. It was, though, a very different word from that of the poet-prophet, guide of the people, different from the illuminating word of the Decadents; it was a humble word, that was frantically seeking a small, temporary truth, a shred of certainty destined to be superseded by further research, a “humble” word, that from this humility drew its awareness and its ethical mission.

Our critical perspective could not fail to raise a debate in Italian culture, therefore, in conformity with the original objectives, the magazine presented itself as a true and proper “workshop” of ideas, open to all those who had valuable work or reflections to offer. Far from any aim at a clique or at interests other than literature, «Atelier» opened a real debate on the condition of poetry with all the lovers of verse writing.

And precisely in this perspective of a strenuous attention to modernity, the objective of promoting the young – that part of society more sensitive to change – acquired its meaning. It is not accidental that one of the two directors, Marco Merlin, started this adventure with yours truly at the age of 23, and that we granted space to the new generation. And testimony to the huge interest in the young is the anthology L’opera comune. Poeti nati negli Anni Settanta (1999) and La generazione entrante Poeti nati negli Anni Ottanta (2011), this last edited by Matteo Fantuzzi.

Foreign literature has not been neglected, either, especially since 2014, when the editorial direction of our paper issue shifted from Marco Merlin to Guido Mattia Gallerani, and when Fabiano Alborghetti started the «Atelier online» adventure (www.atelierpoesia.it), which represents texts by authors worldwide, in Italian translation.

With this new initiative we are preparing ourselves for a third adventure: under Francesca Benocci’s direction, our magazine opens in a much more determined way to the whole planet with the aim of enriching us and everybody else. Economic globalisation does not always correspond to a globalisation of culture and too often it pursues a monetary aim, alien to genuinely literary intentions.

For these reasons we would like «Atelier International» to become a space of global “encounter” and “exchange”, with the following programme:

  1. a) Establishment of a people-oriented aesthetic, able to distinguish philology from literary criticism;
  2. b) Proposal of a “people-oriented” poetry;
  3. c) Study of contemporary poetry;
  4. d) Motivated evaluations of contemporary texts without any psychological subjection, daring to the point of becoming criticism with healthy repercussions;
  5. e) Promotion of the young and of valuable authors left on the sidelines by official critique;
  6. f) Debate on “core” matters;
  7. g) Organisation of conferences, meetings, all over the world;
  8. h) Publication of valuable texts.

 

Today more than ever one feels the undelayable need of opening up to a global dimension and it is perceived precisely because Western culture has come to its “suicide” in the nihilistic conception of existence. The great Classic, Christian, Illuminist, and Romantic tradition has given way to cultural void, testified by Decadentism and 1900, therefore only a graft with other traditions can constitute the medicine able to revitalise our continent’s culture. And, if we consider that our mentality is occupying the whole planet, it cannot be missed how this operations presents a characteristic urgency.

Is it just a dream? Nobody wants to turn the world upside down, we only want to offer our contribution of thought and work, along the lines of Clemente Rebora’s verse: «Son l’aratro per solcare
 / altri cosparga i semi, / 
altri èduchi gli steli,
 / altri vagheggi i fiori,
 / altri assapori i frutti». («I am the plough to dig / others scatter the seeds, / others bring up the stems,/ others admire the blooms, others savour the fruits»).

 

Giuliano Ladolfi Editore s.r.l.

Amministratore Delegato

Fondatore e Direttore Rivista Atelier

Corso Roma 168 – 28021 Borgomanero (NO)

Tel. 032-2835681

Mai: ladolfi.editore@gmail.com

Sito casa editrice: www.ladolfieditore.it

Sito rivista: www.atelierpoesia.it

 

Si pubblica su questo spazio online l’editoriale del prossimo numero di “Atelier” firmato da Giuliano Ladolfi dietro sua richiesta e concessione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. Parimenti, con le medesime condizioni, si riporta il testo integrale dell’editoriale in lingua inglese tradotto da Francesca Benocci.

Sabato 17 febbraio alla Casa della Poesia di San Benedetto del Tronto la presentazione dell’antologia “Adriatico”

Nuova tappa del progetto umanitario della Ass. Euterpe di Jesi 

Presso la Sala della Poesia di Palazzo Bice Piacentini di San Benedetto del Tronto (Via del Consolato 14) sabato 17 febbraio si terrà la presentazione della antologia “Adriatico: emozioni tra parole d’onde e sentimenti” curata da Stefano Vignaroli, Lorenzo Spurio e Bogdana Trivak e promossa dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN) con la finalità di sostenere l’Istituto Oncologico Marchigiano.

Nel volume trovano posto circa duecento testi di autori italiani e stranieri che hanno deciso di aderire all’iniziativa tutta imperniata sul tema cardine del mar Adriatico, mare che fa da sponda tra le due coste, quella Italiana e quella Balcanica. Significativa la presenza di opere di intellettuali stranieri tra cui Borce Panov (Macedonia), Bozidar Stanisic (Bosnia), Irma Kurti (Albania), Sotirios Pastakas (Grecia) e numerosi altri.  Nel libro anche i preziosi contributi di Davide Argnani (poeta, scrittore e direttore della rivista “L’Ortica” di Forlì), Valtero Curzi (poeta e filosofo di Senigallia) e Mardena Kelmendi (poetessa albanese da anni attiva nel sociale a Trieste).

Dopo le due presentazioni che hanno avuto luogo nel mese di dicembre a Jesi e Senigallia e che hanno consentito alla Associazione organizzatrice di provvedere a una prima donazione all’ente benefico pari a 1.000€ continuano le iniziative promosse per la divulgazione e la promozione di quest’opera che vanta il patrocinio morale di numerosi comuni, province italiane ed estere nonché dell’Ambasciata della Repubblica di Albania in Italia.

L’Istituto Oncologico Marchigiano – a cui sono diretti i ricavi derivanti dalle donazioni di questo progetto – è nato nel 1996 con lo scopo di assistere gratuitamente a domicilio i pazienti oncologici e le loro famiglie in un momento di ampia difficoltà, soprattutto a livello psicologico. Grazie a un équipe specializzata fornisce assistenza 24 ore su 24. A completamento dell’assistenza prettamente medica offre un appoggio umano di gruppo per mezzo di volontari che vengono formati e istruiti per tale scopo.

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La Casa della Poesia di Palazzo Bice Piacentini a San Benedetto del Tronto – Città Alta (AP)

La Associazione Culturale Euterpe, dopo la precedente raccolta antologica “L’amore al tempo dell’integrazione” (2016) sempre a sostegno dello IOM ha deciso di seguire la stessa strada anche per questa nuova antologia riconoscendo l’ampio e capillare lavoro medico-sociale che lo IOM Jesi e Vallesina (Presidente: dott.ssa Maria Luisa Quaglieri) fa brillantemente e con alta coscienza da anni.

Nel volume vari i poeti e scrittori marchigiani inseriti tra cui Elvio Angeletti (Senigallia), Loretta Emiri (Fermo), Marco Squarcia (Amandola), Oscar Sartarelli (Jesi), Sabrina Galli (San Benedetto), Elvio Grilli (Fano), Leila Falà (Ancona), Gabriele Andreani (Pesaro), Daniela Gregorini (Fano), Gianni Palazzesi (Appignano), Jessica Vesprini (Civitanova M.), Luciana Salvucci (Colmurano), Marcello Signorini (Senigallia), Michele Veschi (Senigallia), Michela Tombi (Pesaro), Piero Talevi (Colli al Metauro), Cristiano Dellabella (Cupramontana), Marinella Cimarelli (Jesi) e tanti altri.

Il nuovo evento, a San Benedetto del Tronto, vedrà l’apertura con i saluti e i ringraziamenti da parte di Lorenzo Spurio (Presidente Ass. Euterpe) e seguirà con gli interventi di Stefano Vignaroli (uno dei curatori) nonché le letture delle opere degli autori presenti che saranno effettuati dalla lettrice Patrizia Giardini e Marcello Moscoloni. Ad impreziosire l’evento culturale sarà un’overture poetica della poetessa sambenedettese Enrica Loggi che, in apertura, delizierà il pubblico con alcune sue composizioni sul mare.

 

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