La voce di ventuno poeti sotto lente critica in “La Lampada di Aladino”, opera critico-antologica del poeta e critico letterario, Luciano Domenighini

Comunicato stampa

 10588670_10204421577366649_831852198_nTraccePerLaMeta Edizioni ha appena pubblicato La Lampada di Aladino. Annotazioni critiche su poeti contemporanei,[1] opera critico-antologica di Luciano Domenighini, poeta e critico letterario bresciano, e sotto la cura editoriale del poeta e aforista palermitano, Emanuele Marcuccio, ivi presente con sette titoli.

Luciano Domenighini nell’introduzione scrive: «[I]l poeta, come tutti gli artisti, ha un ruolo scenico, istrionico, un ruolo sociale di intrattenitore, inteso allo svago, al piacere di un pubblico proteiforme e giudicante, casualissimo e disimpegnatissimo. D’altra parte si vuole che al poeta sia concesso il lusso della sincerità nel manifestare la propria indole e i propri moti interiori. A me […] piace invece pensare che egli sia, oltre che glorificatore asservito o impudico teatrante di se stesso, anche libero custode della parola. La Lampada di Aladino si occup[a] di venti poeti italiani contemporanei, sconosciuti o emergenti, dilettanti o “professionisti”.

[…] Se la poesia, fatto salvo, volta per volta, il grado della sua caratura formale, è, in definitiva, un atto d’amore, anche la critica, pur tanto nell’arida pedanteria dei suoi schematismi analitici quanto, per contro, nella barbara e supponente arbitrarietà che così spesso si arroga, quando non divaga in digressioni vanesie e narcisistiche ma si rivolge esclusivamente all’oggetto artistico, la critica, dicevo, nel suo approccio conoscitivo, nel manifestarsi come volontà di comprensione, può essere anch’essa un atto d’amore.»

Nell’opera figurano le poesie dei seguenti autori: Emanuele Marcuccio, Giorgia Catalano, Marco Nuzzo, Giovanni Amato, Rosa Cassese, Lorenzo Spurio, Silvia Calzolari, Giuseppe Cristini, Sandra Carresi, Paola Surano, Maria Rita Massetti, Annamaria Pecoraro “Dulcinea”, Anna Maria Folchini Stabile, Anna Alessandrino, Michela Zanarella, Raffaella Amoruso, Anna Bonarrigo, Margherita Calì, Annamaria Stroppiana Dalzini, Matteo Cotugno, Luciano Domenighini.

  

Info:  wrww.tracceperlameta.org – info@tracceperlameta.org 

 
SCHEDA DEL LIBRO
 
TITOLO: La Lampada di Aladino
SOTTOTITOLO: Annotazioni critiche su poeti contemporanei
AUTORE: Luciano Domenighini
CURATORE: Emanuele Marcuccio
PREFAZIONE: Francesco Martillotto
EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni
GENERE: Critica Letteraria
PAGINE: 304
ISBN: 978-88-98643-22-6
COSTO: 13 €
Link diretto alla vendita

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Chi è Luciano Domenighini…

 Luciano Domenighini (Malegno – BS, 1952). È poeta, critico letterario e critico musicale. Ottenuta la maturità classica si laurea in Medicina e inizia la professione medica quale medico di Medicina Generale, attività che svolge tutt’ora. Negli anni universitari collabora, per tre anni, con una radio locale a Parma in qualità di critico musicale per la musica operistica.  Nel 2000, a Bologna, ottiene il primo riconoscimento letterario, una segnalazione a un premio di poesia. Nel 2003 vince il premio internazionale “Provincia di Trento” per la poesia “Canzone”. E nel 2004 al Vittoriale di Gardone Riviera gli viene assegnato il premio internazionale “Gabriele d’Annunzio” per la poesia “Esercizio di rima”. Sempre nel 2004 pubblica la sua prima raccolta di versi “Liriche esemplari”. Collabora nel frattempo saltuariamente con giornali locali come critico letterario. Nel 2004 ottiene il 4° posto al premio Nazionale di Poesia “Il graffito d’Oro”, riservato a Medici e Farmacisti letterati, con la poesia “Dalla spiaggia” e due anni dopo nel 2008, sempre al “Graffito d’oro”, vince il premio speciale della giuria con la poesia “Al figlio”. Ancora nel 2008 ottiene una segnalazione alla XXI edizione del premio Nazionale Città di Corciano con la poesia “Mottetto”. Nel 2010 redige un breve commento critico ad alcune poesie di giovani poeti siciliani fra cui quindici titoli della raccolta «Per una strada» di Emanuele Marcuccio. Ha scritto la prefazione al romanzo, Il dio sordo di Antonio Scotto Di Carlo, sua opera prima. Nel 2012 è stato membro di giuria del concorso letterario internazionale “TraccePerLaMeta”. Ha curato le prefazioni degli ultimi due libri di Emanuele Marcuccio. Ha in progetto un Volume di traduzioni di celebri poeti francesi, dall’Ottocento ad oggi.

[1] Il libro si chiuderà con un’appendice in cui Domenighini commenterà criticamente cinque poesie di celebri poeti della nostra letteratura: “A Zacinto” di Ugo Foscolo; “La Pentecoste” di Alessandro Manzoni; “La siepe” di Giovanni Pascoli; “Immagini del viaggio e della montagna”, “Il Canto della Tenebra” di Dino Campana.

Il giallo tema conduttore del reading poetico fiorentino “Indossando la poesia”

Sabato 13 settembre 2014 – FIRENZE

INDOSSANDO LA  POESIA – YELLOW READING

Reading poetico

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MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE

Il reading poetico dal titolo “Indossando la poesia – Yellow Reading” è organizzato dalla rivista di letteratura “Euterpe” e da Deliri Progressivi. Esso si terrà a FIRENZE nel pomeriggio di sabato 13 settembre a partire dalle ore 17:30 presso la Libreria Nardini Book Store in Via delle Vecchie Carceri (all’interno del Complesso “Le Murate”).

L’intero incontro sarà dedicato a conoscere e ad assaporare il colore giallo attraverso l’arte poetica. I curatori dell’evento, Lorenzo Spurio e Annamaria Pecoraro, condurranno la serata predisponendo un percorso poetico affrontando la percezione del giallo in poesia attraverso alcuni dei maggiori poeti italiani e stranieri.

Sono invitati a partecipare i poeti di ogni provenienza geografica con un massimo di due testi poetici (di lunghezza non superiore ai 30 versi) nei quali il colore giallo venga citato, alluso, menzionato o espresso metaforicamente (anche nelle sue diverse gradazioni e sfumature).

Le poesie con le quali si decide di partecipare dovranno essere inviate entro il 10 settembre 2014 in formato word corredate dei propri dati personali (nome, cognome, mail, telefono) e della esplicita attestazione della relativa paternità delle stesse (qui sotto riportate) ad entrambi gli indirizzi mail degli organizzatori:

Lorenzo Spurio – lorenzo.spurio@alice.it

Annamaria Pecoraro – dulcinea_981@yahoo.it

E’ richiesto ai poeti di incollare sotto le poesie che presenteranno le seguenti attestazioni:

  1. Attesto che la poesia che presento al suddetto concorso è frutto del mio ingegno, ne dichiaro la paternità e l’autenticità.
  2. Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi del D.Lgs. 196/2003 e successive modifiche e acconsento alla pubblicazione di questo testo nell’opera antologica, senza avere nulla a pretendere né ora né mai.

Per poter godere al massimo del clima della serata si raccomanda di presentarsi con almeno un indumento di colore giallo o con qualsiasi altro accessorio dello stesso colore a significazione della tinta cromatica che verrà omaggiata con l’arte poetica.

Si ricorda, inoltre, che con apposito modulo che verrà fornito la sera del reading, si potrà dare la propria autorizzazione alla pubblicazione delle poesie presentate nell’antologia di Vestiti di poesia – Yellow Reading che conterrà tutti i testi della serata e i cui proventi verranno destinati in beneficenza.

Per info:  E’ possibile chiedere informazioni agli stessi indirizzi mail sopraindicati.

Link all’evento in FB:  https://www.facebook.com/events/707678369303858/?fref=ts

“La cucina arancione” di Lorenzo Spurio presentata a Porto San Giorgio

locandina

Lo scrittore jesino Lorenzo Spurio, attivo da anni nella scrittura di fiction e della critica letteraria (ha all’attivo già vari saggi e studi su autori prevalentemente anglosassoni) presenterà la sua ultima opera letteraria a Porto San Giorgio (FM) presso il Parco La Cascina il prossimo 25 Luglio 2014 a partire dalle ore 21,15.

L’evento, patrocinato dalla Regione Marche, dalla Provincia e dal Comune di Fermo, è inserito all’interno del programma letterario-musicale organizzato da Nunzia Luciani e denominato “Di Villa in Villa” volto a promuovere autori ed artisti fermani e marchigiani in generale.

La presentazione sarà introdotta da Gian Vittorio Battilà e sarà condotta interamente da Susanna Polimanti (scrittrice e recensionista) che presenterà l’autore, l’opera “La cucina arancione” e colloquierà con l’autore. Ad impreziosire la serata ci sarà la voce di Daniela Agostini (attrice, interprete) che leggerà passi scelti dall’opera di Spurio, una raccolta di venticinque racconti che indagano la psiche umana in maniera innovativa e interessante.

Ci saranno  altresì intermezzi musicali di Federico Bracalente (violoncello) ed Eleonora De Angelis (pianoforte).

 

Chi è l’autore?

Lorenzo Spurio è nato a Jesi nel 1985. Si è laureato nel 2011 in Lingue e Letterature Moderne all’Università degli Studi di Perugia con una tesi di letteratura inglese.

Ha pubblicato racconti e saggi di critica letteraria su riviste, antologie e in volume. Collabora con le riviste Sagarana e Le Reti di Dedalus e dirige la rivista di letteratura Euterpe, da lui fondata nel 2011. Intensa la sua attività di critico con un’ampia stesura di recensioni, prefazioni e note critiche per autori esordienti e non.

Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti La cucina arancione (2013) e Ritorno ad Ancona e altre storie (2012). Per la critica letteraria ha pubblicato Ian McEwan: sesso e perversione (Photocity, 2013), Flyte & Tallis (Photocity, 2012), La metafora del giardino in letteratura (Faligi, 2011, co-autore Massimo Acciai) e Jane Eyre, una rilettura contemporanea (Lulu, 2011).

E’ stato ed è membro di giuria in vari concorsi letterari. Preside il Premio Letterario Nazionale di Poesia “L’arte in versi” ed è Presidente di Giuria del Premio di Letteratura “Ponte Vecchio”.

 

 

L’ingresso è libero e tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

A conclusione della manifestazione seguirà un buffet.

Per maggiori info:

www.divillainvilla.it –  info@divillainvilla.it

348.0691303

 

 

A Cesenatico la presentazione della raccolta di racconti “Amori dAmare”

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Si presenta il 22 luglio a Cesenatico la raccolta di racconti “Amori dAmare” curata da Cinzia Demi per la Minerva Edizioni. Il lancio in grande stile della raccolta prevede la partecipazione di tante star che interverranno per accogliere e salutare il nuovo nato. Conduce la serata, durante la quale verranno letti stralci dai racconti, Roberto Mugavero. Interverranno:
Musiche:
Cristiano Minellono (paroliere)
Franco Fasano
Paki (Nuovi Angeli)
Luca Taddia e Luca Caselli (FEV)
Antonella Bartolini e Dimitri Mazza (NADI)

Lettori:
Cinzia Demi
Sabrina Paravicini
Giorgio Borghetti
Alessandra Merico
Manuela Racci

 
Le rojalties sulle copie vendute di questa antologia (in occasione dei 25 anni di vita della Minerva Edizioni) saranno destinate all’Istituto Scientifico Romagnolo per lo studio e la cura dei tumori.

 

È l’antologia in due volumi di racconti d’amore più “marina” mai pubblicata. Il mare è il grande scenario dentro cui si sviluppano le storie dei misteriosi protagonisti reali e di fantasia, che entusiasmeranno, faranno soffrire, si faranno amare e riameranno a loro volta.
Da Cesenatico a Roseto, da Genova a Castiglioncello, con una puntatina a Cuba e a Poquerolles passando per la Costiera Amalfitana e la Versilia… e via ancora per altri splendidi mari e spiagge e scogliere con amori che nascono, muoiono, continuano, si muovono sotto il sole cocente.

Due libri da amare al mare… (ma volendo anche in montagna).

Tanti gli autori coinvolti: Antonella Antonelli, Alessandra Bertocci, Cinzia Demi, Fabio Canessa, Paolo Carnevali, Rosalba de Filippis, Silvia Fornasari, Rosa Elisa Giangoia, Maria Gisella Catuogno, Gordiano Lupi, Dante Maffia, Chiara Maranzana, Alessandra Merico, Gabriella Montanari, Vincenzo Montuori, Ivano Mugnaini, Rita Pacilio, Sabrina Paravicini, Sergio Pasquandrea, Marina Ripa di Meana e Gabriella Mecucci.
E ancora Giacomo Battara, Andrea Samaritani, Mauro Roversi Monaco, Valeria Roncuzzi, Francesco Vidotto, Giuliano Musi, Stefano Biondi, Toni Iavarone, Marco Fornasari, Adriana Sabbatini, Liliana Eritrei, Roberta De Santis, Marco Rufini.

Luciano Domenighini su “Memorie intrusive” di Ilaria Celestini

“Memorie intrusive” di Ilaria Celestini

 TraccePerLaMeta Edizioni, 2014

 

Commento critico di LUCIANO DOMENIGHINI 

 

E’ un atto di coraggio, di soccorso, di difesa, prima ancora che una silloge poetica la recente raccolta di Ilaria Celestini “Memorie intrusive”.

L’argomento trattato, l’abuso a sfondo sessuale, è insolito per un’opera di poesia e questo non tanto perché i poeti non affrontino, di tanto in tanto, qualche argomento scabroso e “scomodo” che si discosta dal repertorio da loro più frequentato, quanto perché i poeti tendono a trattare i temi prescelti partendo da un punto di vista egocentrico, centripeto, ponendo se stessi e il proprio vissuto al centro del mondo o, se vogliamo, al centro del problema.

Anche se uno spunto autobiografico compare, tuttavia, in quest’opera la prospettiva è estensiva, altruistica, universalizzante.

Ilaria Celestini cover libroLa poetessa, più che dolersi di una condizione propria ed esclusiva, enfatizzandola, sembra voler dar voce al dolore di chi voce non ha più, divenendo testimone e apostolo di una religione che tutela le ragioni e i diritti di ogni vittima della violenza.

I mezzi letterari impiegati sono semplici assai:

si tratta di una prosa lirica “frammentata” in versi in modo spontaneo, istintivo e quasi casuale, senza preordinamenti strutturali di ordine retorico o metrico.

Nondimeno il dettato poetico ha grande limpidezza, spiccata valenza comunicativa e se a tratti cede all’enfasi sentimentale,  procede costantemente sull’ala di una sensibilità, di una misura, di un gusto tutt’altro che ordinari.

Queste qualità di equilibrio e di grazia, d’altra parte, sono necessarie e irrinunciabili in quanto l’autrice, trattando il tema dell’abuso e, per esteso, di ogni forma di prevaricazione, condizione che si riduce sempre a una dinamica diretta, interpersonale, pone l’argomento, non già come ci si aspetterebbe, sempre in un aprioristico e deliberato atteggiamento  di condanna e di deplorazione, ma, dimostrando grande coraggio e intelligenza, affrontandolo talora ( v. “Ci sono giorni”, “Finiscimi” oppure “Fino alla disperazione”) in un’ottica “borderline”, lungo quella linea di confine, ambigua e misteriosa, che sta tra vitalismo e incoscienza,  affidamento e dipendenza, bisogno affettivo e degradazione, scelta, più o meno conscia, e destino.

Relativismo quindi? E quindi “comprensione”, “giustificazione” della violenza, come componente inevitabile della natura umana, come “mistero naturale” immanente e necessario?

No certo, perché a fare da spartiacque fra libertà e crimine, fra sessualità e abominio, Ilaria pone, sacro e irrinunciabile, riservato non solo all’infanzia ma a tutte le età della vita, il concetto di un amore integrale, generoso, inteso soprattutto come tutela della dignità della persona amata.

 Quest’opera quindi non è solo un commosso e solidale tributo a tutte le vittime di ogni tipo di sopraffazione ma lo spirito che la sostiene e la alimenta è principalmente e profondamente etico  invocando quel “buon senso” che fra tutti i sensi umani, se non appare come il più esaltante sovente risulta , in definitiva, quello più opportuno e prezioso.

Alla delicatezza eufemizzante, tutta femminile, talora floreale, talaltra sognante, che  contrassegna la strofa conclusiva di alcune di queste liriche (v. “Questo cielo sommerso”, “Nascerà”, “Addio piccolo sogno”), alla sincera commozione e alla empatica condivisione del dolore, sovente si affiancano il coraggio e la speranza di riscatto e di rinascita, metafora della vita che non vuole finire, che non vuole arrendersi, che non vuole nascondersi e annullarsi nella vergogna e nella sconfitta.

I trenta titoli di questa raccolta sono in realtà un’unica, ininterrotta lirica, un discorso continuo sul bisogno d’amore, sulla sua forza ineluttabile, sui suoi martirii e sulle sue catarsi e trovano forse la loro sintesi e la loro realizzazione poetica più compiute nelle tre terzine, intense e struggenti, de’ “I miei ricordi”.

 “Memorie intrusive”, questa a un tempo disinibita e serena elegia  dell’innocenza tradita, al di là del suo valore strettamente letterario, è un’opera carica di tensione interiore, vera, autentica, che tocca il cuore.

 

 

 Luciano Domenighini

 

Travagliato, 9 giugno 2014

 

Intervista al poeta: Lorenzo Spurio colloquia di poesia con Antonio Spagnuolo

LS: Il poeta romantico inglese John Keats (1795-1821) in uno dei suoi aforismi scrisse: «Se la poesia non viene naturalmente come le foglie vengono ad un albero, è meglio che non venga per niente». Che cosa ne pensa della poesia intesa come atto creativo e prodotto finale di ispirazione, ricerca e voglia di rappresentarsi?

AS: Se la poesia non nasce dal momento spontaneo della percezione, è meglio lasciare la pagina in bianco. Sono perplesso sulla parola “ispirazione”, perché io ho sempre incontrato la poesia nel momento della sensazione psicologica del recepire un verso, un verso improvviso, che tormenta l’orecchio e le circonvoluzioni cerebrali. Da quel verso si dipana tutta la creatività, che possiamo anche interpretare come ricerca del “dettato” migliore. La voglia di rappresentarsi è forse una mera figura di vanagloria, mentre il comporre poesia per me non è altro che urlare al mondo sentimenti, illusioni, dolcezze, amarezze, ideali, amori che ci attanagliano nella quotidianità.

 

LS: Da napoletano verace nella sua ampia produzione si ravvisa una grande predilezione per il colore nelle sue tinte forti, a volte addirittura contrastanti, tanto che Plinio Perilli ha osservato: «Spagnuolo […] potrebbe nascere come pittore, nonché poeta “visivo”»[1]. Riferimenti alla luce, ai bagliori o al buio, ai diversi piani visuali, all’arcobaleno e alle ombre, che si ravvisano nelle sue opere sono, forse, ancor più esplicite se si prende in considerazione i titoli di due delle sue sillogi: Graffito controluce (SEN, 1978) e Ingresso bianco (Glaux, 1983). Quanto è realmente importante secondo Lei il colore che come sappiamo è il risultato dell’attività percettiva dell’uomo in base alle varie lunghezze d’onda?

AS: I colori sono l’espressione visiva della vita stessa. Senza i colori il mondo sarebbe una triste monotonia del grigio, adatta alla depressione. I colori sono tenacemente legati ad Eros, perché nell’amore si sprigiona tutto l’arcobaleno dei sentimenti. Ora più di un critico mi ha generosamente catalogato come probabile “pittore”, e qui ricordo che mio padre è stato un ottimo pittore del secolo scorso. Forse nel mio DNA serpeggia qualche pennellata da imprimere nel riverbero della luce solare che inonda il mare di Napoli. Anche Gilberto Finzi nella sua prefazione al mio Fugacità del tempo[2] mi appella “Luminoso, rutilante”.

 

LS: Alda Merini (1931-2009) viene considerata unanimamente una delle maggiori voci poetiche del secolo passato. Eclettica e combattiva, romantica e critica nei confronti della società, la Merini ha lasciato un grande bagaglio culturale di un nuovo modo di fare poesia, più pratico e concreto che l’uomo ha sentito più suo. Nella sua lunga carriera ha mai avuto l’occasione di incontrarla e di parlarci? Se sì, può raccontarci la sua prima impressione che ebbe dalla donna? Le propongo, poi, di seguito una sua lirica che riflette sul ruolo del poeta nei nostri tempi[3] per chiederle una sua interpretazione personale:

E tutti noi costretti dentro
le ombre del vino
non abbiamo parole né potere
per invogliare altri avventori.
Siamo osti senza domande
riceviamo tutti
solo che abbiano un cuore.
Siamo poeti fatti di vesti pesanti
e intime calure di bosco,
siamo contadini che portano
la terra a Venere
siamo usurai pieni di croci
siamo conventi che non hanno sangue
siamo una fede senza profeti
ma siamo poeti.
Soli come bestie
buttati per ogni fango
senza una casa libera
né un sasso per sentimento.

 

AS: Sinceramente non amo molto la poesia di Alda Merini, che ho incontrato furtivamente in un’occasione non troppo felice. Lo scambio di frasi e di idee fu rapido, e piuttosto sulle corde, a causa di alcune divergenze. Donna senza alcun dubbio tenace e forte, ma palesemente toccata dalla sua troppo devastante malattia psicologica. La sua poesia ha risentito positivamente del suo stato patologico e ne ha assorbito il taglio.

Il testo che mi proponi è una strana poesia che vorrebbe presentare il poeta come oste capace di ubriacare il lettore, e vede il poeta nello scorcio di negatività senza sangue. Io personalmente non mi sento affatto una “bestia buttata nel fango, senza una casa libera né un sasso per sentimento.” Il poeta è un semplice elemento di eleganza e di delicatezza, e non mi sembra confortevole la visione della Merini.

 

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un’analisi è “I coltelli del desiderio”[4] tratta dalla silloge La strada sconnessa di Dante Maffia[5]:

 

I coltelli del desiderio non si cancellano mai,
lasciano una scia lunga incolmabile
su tutte le cose che hanno sfiorato, e tu sai
che io sono stato nel fuoco irrecuperabile
delle emozioni fino a farmi male.
 
Entravo e uscivo dal fondo del tuo essere
come un mago che però non ha più l’energia
di fondere in sé il miracolo a cui è destinato.
Tutto mi restava dietro i passi in cumuli così alti
che a volte mi sembrava d’avere perduto la via.
 
Ciò che è passato dovrebbe essersi dissolto
e invece mari lettere carezze
sono echi imperiosi che m’inseguono
e parlano dolcemente ricostruendo il senso
di certe giornate che ricordo vuote.
 
Sono voragini oppure sensi di colpa
per la mia viltà, per il mio passo incerto
d’uomo sempre bastonato dalla vita?
Niente s’è disperso; ancora arrivano tuoni
da chissà dove a ridarmi il tuo nome.

 

AS: Dante Maffia è un ottimo amico con il quale ho trascorso diverse ore di interesse culturale e di impegni editoriali, sempre nell’ottica della positività. Qui, nella poesia proposta, egli si presenta come pellegrino del gioco dell’amore e del fuoco dei desideri. Il ricordo e l’illusione sono palesemente delle vertigini che stordiscono il poeta, il quale non ha vergogna a presentarsi come vile per un suo “passo incerto”, anche se bastonato violentemente dalla vita. Le sfocature trascorrono rapide per la magia di un destino che segna ogni perdita. Il ritmo incalzante delle proposizioni rende musicalmente calda la creatività.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la poesia “Cattivi pensieri”[6] della poetessa fiorentina Sandra Carresi[7]:

Cattivi pensieri
per i giganti
che colpiscono
alle spalle,
 
per la follia del Mondo,
e gli sguardi
indifferenti,
 
per quello specchio
interno
che ci parla di noi
e degli altri.
 
Voglio
buttare via
per tempo
tutto questo,
 
prima che,
il pensiero inaridisca
il cuore,
 
prima che,
il ghiaccio e il sole
riescano a baciarsi.

 

AS: Una poesia rapida, semplice, realizzata con versi brevi, ove il ritmo incalza per una sua necessaria frequenza, che vorrebbe coinvolgere il lettore nella irrequietezza del poeta. Sinceramente non approvo troppo la realizzazione di poesie giocando esclusivamente sugli “a capo”, perdendo così la musicalità del verso lungo, in particolare dell’endecasillabo. Se fai attenzione in questa poesia ritrovi proprio l’endecasillabo se leggi alcuni versi uniti in un sol fiato : “…per quello specchio interno che ci parla…” o “…prima che ‘l pensiero inaridisca il cuore…”

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 LS: Nella sua ultima silloge, Il senso della possibilità (Kairòs, 2013), è presente una lirica dal titolo “Bugie”[8] nella quale si parla velatamente di un amore tormentato («mi sorprendo ogni volta ad inseguire/ inquietudini»; «sotto il labbro l’oro delle ferite/ rimpiange il ritmo disperso di moine») per concludere nel verso finale con un riferimento all’arte poetica: «L’ultimo accento è ancora la poesia». Come dobbiamo interpretare questo “accento”? Come salvezza, porto franco, emblema del tempo-senza-tempo? Può spiegarci?

AS: In questo periodo purtroppo sono angosciato per l’improvvisa perdita di mia moglie Elena, morta a 76 anni lo scorso novembre, dopo fulminante malattia. La nostra unione è stata una delicata e calda storia di amore che è durata nella sua pienezza ben sessantadue anni. Ora la solitudine opprime e devasta, e l’unico rifugio per non impazzire è la poesia. Poesia come salvezza, poesia come ricordo di momenti luminosi, poesia come sopravvivenza nel tempo fuori del tempo, nella illusione che il verso possa toccare quella che noi chiamiamo eternità. L’accento finale che la poesia pone all’individuo è il sussurro che il subconscio suggerisce in un vortice di coriandoli multicolori, per sospingere verso un atto di liberazione che contemporaneamente è vincolo verso l’empireo.

 

LS: Oltre alle sue varie pubblicazioni di poesia e narrativa, va ricordato che si è dedicato anche all’opera teatrale; nel 1995, infatti, ha pubblicato Il Cofanetto.[9] Qual è la ragione scatenante che motivò la decisione di scrivere un’opera teatrale? Ha scritto anche altre opere di questo genere che per ora restano inedite?

AS: Il tentativo, non so se ben riuscito o meno, di scrivere qualcosa per il teatro nasce dalla irrequietezza che mi distingue nel campo delle lettere. Mi sono detto: “Perché non provare anche qualche scritto per il teatro? Ne sono capace?” Ed ho provato. Io, nello stendere il testo teatrale, mi sono visto proiettato direttamente sul palcoscenico, ed ho sentito viva la percezione dei vari attori immaginati, a mano a mano che li realizzavo. Ho scritto anche una farsa in vernacolo napoletano, non pubblicata, ma rappresentata con grande successo di pubblico.

  

LS: In molti paesi del mondo esistono ancora dei prepotenti sistemi di censura e di restrizione delle libertà di espressione che limitano e impediscono agli intellettuali di esprimersi liberamente senza essere accusati, perseguitati, condannati o addirittura uccisi. Questo avviene ancora in Cina e in numerosi altri paesi che sono retti da forme di governo dittatoriali o falsamente democratici. Cosa ne pensa di queste realtà delle quali si parla molto raramente? Ha avuto modo di conoscere intellettuali che sono stati stigmatizzati, ostacolati e tenuti a distanza perché ritenuti in qualche modo “pericolosi”?

AS: Le dittature sono la peggiore iattura che possa capitare ad un popolo. Ne abbiamo vissuto negli anni del fascismo una prova determinante. Ora in alcuni paesi (dell’Oriente in particolare) sopravvivono forme di censura, di persecuzione degli intellettuali, di condanne violente, che rendono impossibile le espressioni libere e valide della letteratura. Sarebbe necessario un intervento radicale da parte del mondo libero, ma purtroppo le “guerre” sono altro motivo di indecenza e di prepotenza. Non ho avuto occasione di conoscere personalmente poeti perseguitati, e me ne dolgo.

  

LS: Negli ultimi anni si sono diffusi due diversi sistema di pensiero circa l’utilizzo della metrica nella poesia contemporanea. C’è chi, legato alla tradizione, è particolarmente incline all’osservanza della metrica e dà una grande attenzione nei confronti della strutturazione dei propri componimenti. Dall’altra parte –ed è la tendenza che predomina almeno nelle nuove generazioni- è diffusa la convinzione che la metrica rappresenti un sistema limitante e di ingabbiamento del libero fruire delle emozioni del poeta che non si coniuga con il carattere istintuale e inafferrabile dell’atto poetico. Che cosa ne pensa Lei a riguardo? Come considera la metrica?

AS: La poesia, la vera poesia è anche musica, ritmo, variazioni del suono, ricchezza di parole, scelta dei segni. Io sono assolutamente certo che l’endecasillabo è l’unica possibilità per entrare nelle armonie delle scansioni. Pur tenendo sempre da conto la tradizione, che è e rimane un punto di partenza validissimo per il bagaglio di ognuno, ciò che non reputo più necessaria è la ricerca della rima a tutti i costi, o la costruzione del venerabile “sonetto”, anche se in ultima analisi sono sempre delle utili esercitazioni per l’elasticità mentale.

 

LS: La diffusissima di letture pubbliche nata nei paesi anglosassoni e denominata reading è una realtà culturale in cui vari poeti si incontrano e, spesso attorno a un determinato tema, realizzano serate poetiche. Questo è uno dei modi che permette agli intellettuali di riunirsi, condividerne le ragioni e si propone come valido momento di incontro, scambio di idee e quindi come serio veicolo di cultura. Quali altre iniziative secondo Lei dovrebbero essere incrementate o create ex-novo per stimolare lo studio, l’analisi e la diffusione della Poesia? Quali crede che debbano essere gli spazi deputati a queste attività e perché?

AS: Utile senza dubbio la pratica delle letture pubbliche, anche se difficilmente si trova un “pubblico” ben disposto ad ascoltare poesia, così come difficilmente troviamo lettori di poesia. Per lo più, come esperienza personale, credo che la riunione di numerosi poeti intenti a leggere i loro testi sia una specie di fiera della vanità, perché si finisce sempre con il riunire gli stessi elementi e leggere a vicenda – (vicendevolmente) – le proprie poesie, senza una evidente capacità di “crescita”. Rimane però il valido apporto culturale, per scambio di idee, e proposte di ricerca, che tali riunioni dovrebbero e potrebbero realizzare. Almeno a Napoli una tale proposta rimane lettera morta!

 

 

Napoli, 29 maggio 2013

 

 

[1] Plinio Perilli, Come l’ombra di una nuova sull’acqua. Per Antonio Spagnuolo, frantumato ed affranto di luce, Napoli, Kairòs, 2007, p. 13.

[2] Antonio Spagnuolo, Fugacità del tempo, Faloppio (CO), LietoColle, 2097.

[3] La poesia si intitola “Poeti” ed è inserita in Alda Merini, Il canto ferito, Milano, RCS, 2012, p. 154.

[4] Dante Maffia, La strada sconnessa, Firenze, Passigli, 2011, p. 25.

[5] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[6] Sandra Carresi, Le ali del pensiero, Avola (SR), Libreria Editrice Urso, 2013, p. 16.

[7] Sandra Carresi è nata a Firenze nel 1952. Poetessa e scrittrice con una lunga attività all’ARCI provinciale di Firenze, è in pensione dal 2011. Affida i suoi scritti con regolarità al sito Racconti Oltre e al suo blog personale. Per la poesia ha pubblicato Una donna in autunno (Ilmiolibro, 2010), Dalla vetrata incantata (Lulu, 2011), L’ombra dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012) e Le ali del pensiero (Libreria Editrice Urso, 2013). Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti Non mi abbraccio, mi strizzo (Il miolibro, 2009), Ritorno ad Ancona e altre storie (Lettere Animate, 2012) -scritto assieme a Lorenzo Spurio- e Battito d’ali nel mondo delle favole (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013) -scritto assieme a Michele Desiderato-. Sue poesie sono presenti in numerose antologie di concorsi, ai quali partecipa ricevendo lusinghiere attestazioni.

[8] Antonio Spagnuolo, Il senso della possibilità, Napoli, Kairòs, 2013, pagg. 104

[9] Antonio Spagnuolo, Il Cofanetto – due atti –  L’assedio della poesia, Napoli, 1995.

“Visione”, poesia di E. Marcuccio, commentata da alcuni critici

VISIONE

(poesia di Emanuele Marcuccio)

buio pesto
vapora
nelle nebbie
 
a ridosso
 
un varco di cielo
scolora
lʼalba

12 febbraio 2014

 

visione

Commento a cura di Luciano Domenighini

Due brevi terzine dicotomiche, inframmezzate da un quaternario avverbiale (“a ridosso”), per questa lirica descrittiva di un rasserenamento notturno. La complementarietà degli opposti nelle corrispondenze puntuali dei versi delle due strofe, rinsaldata dalla rima di ternario al secondo verso, è perfetta: “buio pesto-un varco di cielo”, “vapora-scolora”, “nelle nebbie-l’alba”. Apprezzabile la sobrietà del dettato, lʼelegante espressività del verso “un varco di cielo” e dei due verbi in rima, il risalto conferito ai sintagmi, nonché l’immancabile citazione gergale (“buio pesto”), elemento costante nella poesia di Marcuccio. Il clima complessivo è sospeso, assoluto, purissimo. 

 Luciano Domenighini

 Travagliato (BS), 14 febbraio 2014

 

 

Commento a cura di Lorenzo Spurio

Il palermitano Marcuccio ha la poesia nel cuore e sembra non poter vivere senza di essa. Il suo canto lirico ha mostrato negli ultimi mesi venature ambrate nell’espressione che si è consecutivamente fatta più chiusa (ma non ermetica), condensata ed espressivamente concentrata in sé stessa. In questo mix versificatorio del poeta è certamente da aggiungere la recente poesia “Visione” che porta la datazione del 12 febbraio 2014.  Il titolo consente al lettore un’apertura di interpretazione che poi sarà possibile dalla sintassi impiegata nella lirica. La “visione” ci fa pensare a un momento cruciale di abbaglio, di luce improvvisa, quasi come una folgorazione emotiva, spirituale (come non pensare alle visioni mariane?) o esperitiva. Una luce che in qualche modo apre un varco nel “buio pesto” che ammorba l’incipit della poesia descrivendoci uno scenario di desolazione e cupezza. Ed è poi tutta la prima strofa ad impiegare una sintassi di carattere metereologico (“vapora”, “nebbie”) che allude a un sistema di pressurizzazione dell’acqua nell’atmosfera. Nella strofa finale sembra ravvisarsi una speranza, intuiamo un lieve colorismo farsi forza tra tanta oscurità, uno squarcio luminoso che è solo un “varco di cielo”. Quel passaggio iridescente non è che la rottura dell’oppressione che l’io lirico associa alla scurezza e alla cecità che prima ha sofferto nel buio della notte (e del mondo). “lʼalba” che si profila nella chiusa stempera quella scurezza e metamorfizza un cielo nuovo, metafora del giorno che muore e rinasce dagli albori della vita. Una poesia doppia che affresca con pennellate dure dalla maniera espressionistica la stessa scena, in due fasi luminose diverse, “a ridosso” l’una dall’altra. La grande assente è la luna. Comunemente associata alla meraviglia dell’uomo, ma anche al pensiero/inquietudine della morte (v. Garcia Lorca) essa sembra essere un pensiero che ha abbandonato la mente dell’io lirico che, invece, affresca il mondo nei suoi due momenti cruciali: da una parte il recesso, il buio, l’incoscienza, il nero, la notte e dall’altra la speranza, la luce, la consapevolezza, il colore che si fa e il giorno che si costruisce come una somma algebrica di tinte pure.

 Lorenzo Spurio

 Jesi (AN), 21 aprile 2014

 

 

Commento a cura di Francesco Martillotto

Una poesia, quella di Marcuccio, dicotomica semanticamente (come bene Domenighini ha già scritto) ma anche ascensionale: dal basso, terreno, all’alto, ultraterreno (dal “buio pesto” iniziale all’ “alba” finale). Il buio (ma anche le “nebbie”) nel quale ci perdiamo (cfr. il Dante dell’Inferno e il Petrarca del sonetto proemiale dei Rerum Vulgarium Fragmenta) verso la luce (la ratio) che illumina il nostro percorso verso la “verace vita”. Essenziale!

Francesco Martillotto

 Lago (CS), 3 luglio 2014

 

 

È SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA E I COMMENTI QUI PRESENTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEI RISPETTIVI AUTORI E/O SENZA ATTRIBUIRNE LA PATERNITÀ AI RISPETTIVI AUTORI.

Le prime serate della kermesse letteraria “Di Villa in villa” a Porto San Giorgio (FM)

La kermesse letteraria-musicale “Di Villa in villa” ideata da Nunzia Luciani e patrocinata dalla Regione Marche, dalla Provincia di Fermo e dal Comune di Fermo è stata inaugurata lo scorso 25 giugno a Fermo a Palazzo Caffarini Sassarelli (Prefettura) con una serata dal titolo “Passato, presente e futuro delle missioni internazionali di pace” al quale hanno preso parte eminenti rappresentanti del mondo diplomatico del nostro Paese.

Le prossime due tappe della rassegna “Di Villa in villa” si svolgeranno entrambe a Porto San Giorgio secondo questo programma. Giovedì 17 luglio nell’affascinante cornice di Villa Bonaparte il critico d’arte e insegnante Nunzio Giustozzi terrà una serata dal titolo “Mostri, creature fantastiche della paura e del mito” che sarà allietata dalla performance pittorico-visiva dell’artista Cristina Lanotte, da una taiko performance e dalla presenza dello scultore Imelde Corelli Grappadelli.

A seguire, la settimana successiva, al Parco La Cascina si terrà la presentazione un evento dal titolo “La cucina arancione: la scrittura di riflessione” in cui la scrittrice e recensionista Susanna Polimanti presenterà il libro dell’autore jesino Lorenzo Spurio. L’autore risponderà alle domande dell’intervistatrice e Daniela Agostini (interprete, attrice teatrale) reciterà alcuni brani del suo libro. Gli intermezzi musicali di questo evento saranno di Federico Bracalente (violoncello), Eleonora De Angelis (pianoforte). In questo caso seguirà un rinfresco dopo lo spettacolo.

Entrambe le serate saranno presentate da Gian Vittorio Battilà e l’orario di inizio di entrambi gli appuntamenti è le 21,15.

Per maggiori informazioni si rimanda al sito della kermesse e al suo profilo Facebook.

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Salamanca, luogo perfetto per studiare lo spagnolo

800px-Catedral_SalamancaSalamanca si trova a circa 200 km da Madrid, nella provincia di Castiglia e Leon. La zona in cui sorge la città, sulle rive del fiume Tormes è una zona strategica per l’insediamento e la difesa di centri abitati e vi sono tracce di possibili insediamenti già in età preistorica. Sicuramente si hanno notizie di una fortezza costruita dalle popolazione iberiche, chiamata Helmantica. La fortezza venne conquistata da Annibale nel III secolo a.C. In seguito fu conquistata dai romani, durante il I secolo a.C, che ne riconobbero l’importanza come nodo commerciale e costruirono un ponte per guadare il Tormes che è tutt’oggi agibile. Con la caduta dell’Impero romano la città passò sotto il domino di Alani, Goti e Visigoti; durante l’espansione musulmana la città venne conquistata dagli arabi nel 712 e divenne territorio di contesa tra cristiani e musulmani fino al 1085 quando, con la battaglia di Toledo, le truppe cristiane si riappropriarono definitivamente della città.

 

Nel 1243 il re Alfonso IX de León fondò l’Università di Salamanca che ospitava già una importante scuola vescovile dal 1130. Salamanca diventò così sede di una delle più antiche università europee oltre che della più antica università spagnola ancora in attività. Iniziò ad attirare professori e studenti grazie alla qualità dei suoi corsi e la sua fama si diffuse in tutta Europa. Da questa università, come studenti o come professori, passarono alcune tra i più importanti esponenti della letteratura spagnola, solo per citarne alcuni: Fray Luis de León, Bartolomé de las Casas, San Giovanni della Croce, Antonio de Nebrija, Fernando de Rojas, Pedro Calderón de la Barca.

 

Una menzione particolare merita Miguel de Unamuno, scrittore poliedrico, filosofo e poeta appartenente alla corrente della Generazione del 98, che con la città e l’università di Salamanca ebbe un rapporto particolare. Unamuno vinse il concorso per la cattedra di greco nel 1881 e nel 1900, a soli 36 anni, venne nominato rettore dell’Università, prendendo il posto di Esperabé. Restò in carica fino al 1914, quando a causa delle sue idee politiche, venne allontanato forzatamente. A causa della sua opposizione per nulla celata al regime dittatoriale di Primo Rivera, nel 1924 è costretto all’esilio. Farà ritorno solamente nel 1930, quando il regime era ormai caduto, verrà accolto dalla città con gran trionfo. Ricevette nuovamente l’incarico di rettore che mantenne fino al 1934, anno in cui si pensionò volontariamente e gli viene conferito il titolo di Rettore a vita. Morì qualche anno dopo, nel 1936.

 

La città di Salamanca, oltre ad essere un centro culturale di grande importanza, si trova nella provincia di Castiglia e León, famosa per la purezza dello spagnolo, detto anche Castigliano, che viene parlato senza inflessioni dialettali, o regionali, di alcun tipo. Per questo motivo, oltre gli studenti spagnoli, l’università è frequentata da un gran numero di stranieri che sceglie Salamanca come destinazione per il proprio periodo di studi all’estero.

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La scuola don Quijote nasce a Salamanca nel 1986 e si dedica all’insegnamento dello spagnolo come lingua straniera da oltre 25 anni. Oltre al programma di lingua spagnola, completamente personalizzabile in base alle esigenze, è possibile anche frequentare dei corsi di cultura e letteratura spagnola, tenuti da professori madrelingua.

 

Come dice un antico detto popolare: “Chi vuol imparare venga a Salamanca”. Non lasciarti sfuggire questa occasione, scarica la brochure  e consulta le offerte disponibili!

 

E’ uscita la raccolta di racconti “HOTell. Store da un tanto all’ora” curata da Elio Grasso

HOTell. Storie da un tanto all’ora
Autori Vari

Antologia di racconti a cura di Elio Grasso

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Un libro concepito come un albergo a ore. Al banco della reception, il curatore/portiere assegna una camera a ciascuno dei 34 autori/clienti in cambio di una storia ambientata in un hotel de passe. Poeti e narratori nostrani e internazionali, confermati o esordienti, si sono dati appuntamento nella hall di HOTell. L’amore con i minuti contati è il filo rosso che si srotola lungo i corridoi dell’albergo. Dietro ogni porta un’esperienza da sbirciare, origliare, intuire. Le stanze diventano teatro di altarini smascherati, apparizioni orgiastiche, iniziazioni all'(auto)erotismo, voyeuristici scatti fotografici, giochi di ruoli e giochi di dadi, incontri surreali, esperienze esoteriche, accoppiamenti futuristici, esilaranti perversioni, drammi e miserie umane, romanticherie d’altri tempi, amplessi patrocinati da Facebook… Dalle persiane delle camere filtrano le luci e le ombre dell’eros. L’hotel è al completo.
Aprite quelle porte. La chiave d’accesso è… “nessuna discrezione”.

Collana: The Coot (antologie)
Titolo: HOTell. Storie da un tanto all’ora

Autori: A. N. Bravi, G. Busetto, L. Cambau, G. Chiellino, D. Cosentino, V. Costantino, C. de Caldas Brito, C. Demi, M. De Santis, M. Dini, D. Fante, L. Folla, G. Gemignani, M. Jara, C. Lanza, M. Lecomte, L. Leone, R. Lo Russo, D. Maffìa, S. Maffìa, B. Magarian, Maldenti, V. Matijević, L. Mizon, J. Monteiro Martins, C. Menaldo, I. Mugnaini, J.G. Nordmann, G. Oldani, D. Rondoni, A. Ruchat, E. Sciarrino, C.A. Sitta, M. Sta

Curatore: Elio Grasso
Traduttori: Carlo Bordini, Mia Lecomte, Milica Marinković, Gabriella Montanari, Andrea Sirotti
Formato: 15 x 21 cm
Contenuto: testi e immagini (bianco e nero)
Genere: racconti erotici
Pagine: 312
Data di pubblicazione: luglio 2014
ISBN: 978-88-98487-04-2
Prezzo: 18,00 €
Cover&Book design: Gionata Chierici

“La via uruguagia alla felicità”: il resonconto di Frank Iodice del suo viaggio in Uruguay e l’incontro col Presidente Mujica

Di seguito riporto dietro concessione dell’autore, FRANK IODICE, un suo resoconto sul recente viaggio in Uruguay dove ha avuto modo di parlare con il Presidente della Repubblica, Mujica e nel quale ci offre una lucida e interessante analisi di uno dei paesi più lontani da noi (e più poveri):

 

La via uruguagia alla felicità

(di Frank Iodice)

 

 

Da qualche tempo un piccolo Paese latinoamericano incastrato tra l’Argentina e il Brasile è al centro dell’attenzione mediatica internazionale. L’Uruguay misura circa tre volte la Svizzera, conta poco più di tre milioni di abitanti, dei quali un milione e mezzo a Montevideo, la capitale. Le ragioni della sua notorietà sono riconducibili alla figura anticonformista del Presidente della Repubblica, José Mujica, responsabile di progetti innovativi a favore delle famiglie prive di reddito; oppure per le leggi di approvazione dell’aborto e del matrimonio gay; o, ancora, per la recente regolarizzazione dell’uso e del commercio della marijuana.

barrio palermo 3Durante il suo discorso alle Nazioni Unite a Rio de Janeiro nel 2012, José Mujica cattura l’attenzione mondiale parlando di felicità come scopo ultimo dell’Essere Umano. «Per essere felici dobbiamo fare ciò che a noi piace», dice il Presidente Mujica, «e per fare ciò che a noi piace bisogna avere tempo». Concetti tanto semplici quanto dimenticati nella nostra società di consumo iniziano a fare il giro del mondo e passano di bocca in bocca; Mujica diventa innovatore del linguaggio politico, rinuncia al 90% del suo stipendio e lo cede al progetto a favore delle famiglie senzatetto. Dimostra quindi col suo stile di vita ai limiti della povertà che ciò che racconta è realizzabile.

Questo è un sunto degli articoli che possiamo leggere su importanti testate di ogni Paese, da El País al Financial Times, da Il Mattino a Al Jazeera, a firma di voci autorevoli, addirittura di premi Nobel come lo scrittore Mario Vargas Llosa.

 

La ragione per cui scriviamo questo articolo è la necessità di raccontare quanto riscontrato a Montevideo durante una breve ricerca durata tre mesi, pur consapevoli che per favorire lo sviluppo dell’economia di una nazione sarebbe preferibile descrivere i possibili investimenti e tutto ciò di cui si può ampliamente leggere nei giornali di cui sopra. Conoscere la parte povera della città, i cosiddetti cantegriles, ci ha invece fatto sentire in dovere di dare un quadro più completo della realtà uruguagia, una realtà per certi aspetti molto dura, un’economia reduce da anni e anni di dittatura, un Paese, infine, che lotta per godersi la tanto agognata democrazia ottenuta solo nel 1985, a seguito delle leggi sull’impunità che invitavano i cittadini a dimenticare quanto di atroce era accaduto durante quegli anni e a guardare al futuro.

Siamo anche consapevoli che superare ciò che si è vissuto durante la dittatura non è stato affatto facile e ha lasciato nello spirito degli uruguaiani una certa quantità di vendette incompiute. Oggi a Montevideo si cerca di dimenticare, dunque, ma non senza dare dignità al passato che tre quarti dei cittadini hanno in comune.

 

Nel lato povero della città, nella zona dell’Ippodromo, le strade non sono asfaltate, non c’è sistema fognario, le case sono fatte di mattoni e lamiere che d’estate ardono come padelle sul fuoco e d’inverno si congelano. I bambini che vivono in questi quartieri, di mattina, non riescono ad alzarsi perché si svegliano intirizziti dal freddo, e quando verso le undici il sole incomincia a riscaldarli, finalmente escono a giocare. Non tutti sanno scrivere, molti sanno a stento parlare, per far rispettare i loro spazi usano pugni e morsi. L’umidità raccolta sotto i bassi soffitti durante la notte si trasforma in gocce ghiacciate che cadono sui loro letti per tutto il giorno, e di sera sono costretti a coricarsi nelle lenzuola umide. D’estate, invece, quando le temperature raggiungono quaranta gradi all’ombra, le lamiere scottano e in quegli stessi letti ci si scioglie in una pozza di sudore.

el diario espanolNelle bidon-ville vivono i cosiddetti selezionatori, che vanno in giro su carri di legno trainati da muli malnutriti per raccogliere plastica e carta dal fondo dei bidoni dell’immondizia; vederli mentre si tuffano nei bidoni non è bello come vedere i ricchi turisti argentini e brasiliani che si tuffano in acqua a pochi chilometri di distanza, sulle spiagge di Punta del Este. Montevideo è una città piena di contraddizioni. La maggior parte degli uruguaiani non vive a Punta del Este o a Pocitos, ma in condizioni di vera e propria miseria, vale a dire in condizioni che in Europa non siamo in grado di immaginare.

Rispetto ad altre capitali sudamericane, Montevideo è ritenuta una città sicura, benché la delinquenza, soprattutto quella minorile, non abbia nulla da invidiare a quella degli altri Paesi.

In particolare, ricordiamo che la legge vieta di arrestare i minori di diciotto anni. Ci sono istituti di recupero per i minori, dove per un omicidio si prevedono tre anni, che diventano due se ci si comporta bene, e ancora meno se ci si comporta benissimo. Questi istituti si chiamano INAU, ce ne sono tre a Montevideo, ognuno funziona in una maniera diversa. Quello che abbiamo visitato è una specie di carcere, ci sono le sbarre alle finestre e bisogna dividere i ragazzi con la forza per non farli sbranare a vicenda. Gli impiegati hanno dovuto frequentare persino un corso di autodifesa prima di essere assunti; ce lo rivela Pablo Lopez, uno dei cinque educatori che gestiscono quasi cento bambini e adolescenti. «In altri istituti per minori – ci ha raccontato Pablo – si usano droghe o sonniferi, e i ragazzi passano il giorno rintontiti nel loro letto».

Il tasso di criminalità giovanile è molto alto, soprattutto perché gli adulti che vogliono rapinare un negozio o commettere reati anche peggiori usano i ragazzini, per cui si creano piccole bande di un adulto e tre minori per esempio, in quartieri pericolosi come Marconi o Casavalle. Pablo ci racconta che non è facile resistere a lungo nell’INAU, gli educatori restano al massimo un paio d’anni; lo stesso vale per le educatrici, se non subiscono prima violenze gravi.

Ci sarebbero tante cose di cui parlare, basta sedersi in un bar e osservare le persone, e le loro storie ci arrivano nelle mani senza fare alcuno sforzo. Montevideo è una città piena di storie; l’Uruguay è un paese di gente libera, sparsa nelle immense praterie, gente che non accetta compromessi; ma è anche un paese di donne sole e povere, abbandonate nei cantegriles, che si realizzano soltanto rimanendo incinta, gravidanza dopo gravidanza dopo gravidanza, talvolta con uomini diversi, e a vent’anni hanno già tre figli; appena il più grande incomincia a camminare ne vogliono un altro, e poi un altro ancora, perché, senza, non sarebbero nulla, soltanto povere e anonime passanti.

Riguardo alla dittatura militare, c’è un aspetto in particolare che non possiamo fare a meno di trattare: in un Paese relativamente piccolo come l’Uruguay si può incontrare la stessa persona più volte in un giorno; ma cosa succede se questa persona è la stessa che ti ha violentato vent’anni fa?!

In un bar di Calle Canelones, sotto l’ombra fresca della parrocchia di San José, incontriamo la signora Titi, che chiameremo così perché Titi è un bel nome e perché le abbiamo promesso di scegliere un bel nome. Non ci rivela la sua età, ma allo stesso tempo non nasconde né le rughe né i capelli bianchi, porta una camicetta gialla con i girasoli, in fondo alla strada in discesa, a due quadras dal bar, c’è il mare.

Titi ci racconta che negli anni Settanta finivano tutti in carcere, chi a lungo, chi solo per un giorno, «eravamo prigionieri politici, anarchici, ribelli, fanatici, eravamo tutti pazzi perché non avevamo altra scelta – ci racconta – la dittatura ti rende pazzo!» Molte sue coetanee sono state torturate in quegli anni, fino all’Ottantacinque, «fino all’altro ieri!» Quello che in Europa non immaginiamo è che oggi le amiche di Titi sono costrette a incrociare per strada i loro carnefici, gli stessi che quando erano ragazze hanno abusato di loro più e più volte, senza giustificazione se non quella della crudeltà lecita quando eri dell’Intelligenza, i Servizi Segreti. In generale erano loro quelli specializzati nelle torture, formati in Panama dai militari francesi. Titi confessa di odiare i francesi, ha le sue ragioni, non possiamo darle torto. Ci racconta che al supermercato puoi incontrare l’uomo che ti ha picchiata quando eri in carcere, puoi incrociarti con lui in ascensore o vederlo seduto al bar a prendere un caffè e godersi una pensione molto più consistente della tua, dopo una brillante carriera militare!

Le chiediamo come possa sopportare una cosa del genere, Titi ride forte, a Montevideo tutti ridono forte, e ci risponde: «mi hijo, qui si è fermato il tempo per la metà di noi, siamo tutti in attesa che gli orologi riprendano a funzionare». Sui polsi dei politici ci sono buoni orologi?, le chiediamo. «Molto buoni», risponde Titi con un sospiro. Il nostro caffè è già finito, lo abbiamo bevuto bollente perché quando ti abitui al mate perdi la sensibilità della lingua, Titi ci guarda con la premura di una madre lasciata tante volte e altrettante volte ritrovata in giro per il mondo. Ci spiega che ricominciare dai brandelli della propria dignità per diventare di nuovo donna non è stato facile, e che qualche volta avrebbe voluto uccidere con le proprie mani quell’uomo che ha riconosciuto nel supermercato o nell’ascensore del suo stesso palazzo, ma poi, saggiamente, aggiunge: «non servirebbe a niente, dopo aver introdotto la cosiddetta legge dei due diavoli – una sorta di patto grazie al quale quanto era accaduto durante la dittatura doveva essere dimenticato per non generare una nuova guerra fatta di vendette – abbiamo dovuto rinunciare alla prima metà della nostra vita». Qual è stato il momento più difficile?, le chiediamo. «Quello in cui ho deciso di raccontarlo ai miei figli».

La seconda testimonianza è quella del signor Manuel, vecchio proprietario di un bar del Barrio Sud. Chiacchieriamo con lui davanti a una buona Malta, bevanda simile alla birra molto diffusa in Sud America; alle nostre spalle c’è una grande fotografia di Alfredo Zitarrosa, famoso cantante montevideano. Parlare con gli anziani del Barrio Sud ci ha permesso di conoscere il punto di vista dei cittadini riguardo alle recenti manovre politiche così ben viste dai Media internazionali. Manuel fa riferimento a ciò che sui giornali non è stato scritto, naturalmente, e ci racconta che «il progetto Un techo para todos, nonché il piano regolatore che sta permettendo di ridare una casa alle ragazze madri senza alcun reddito, è stato ben pubblicizzato e ha dato all’Uruguay  la possibilità di distinguersi rispetto agli altri Paesi sudamericani. Per realizzarlo – continua Manuel – sono state scelte diverse imprese edilizie, attraverso un processo simile alle cosiddette gare d’appalto e, infine, l’intero progetto è stato ceduto a un’impresa venezuelana per venti milioni di dollari, venti milioni pagati alla Presidenza dell’Uruguay per permettere a un altro Paese di costruire nel dipartimento di Montevideo e Canelones». Se analizziamo la realtà uruguayana dal punto di vista politico, le contraddizioni saltano subito all’occhio; scopriremmo che, a seguito di un controllo del conto bancario in dollari del signor Presidente e degli altri leader dei partiti principali, quello di Mujica è risultato essere il più cospicuo. Risparmi messi da parte con la sua attività di floricoltore? Può darsi, ma a noi non interessa, innanzitutto perché preferiamo non credere a quello che si racconta nelle strade di Montevideo, e in secondo luogo perché il nostro approccio, come abbiamo avuto il piacere di dire a lui in persona, è stato di tipo filosofico.

Abbiamo incontrato il signor Manuel mentre rientravamo dal Barrio del Cerro, un quartiere a venti chilometri dal centro, dove vive il Presidente Mujica. Volevamo vedere la sua gente per descriverla in queste pagine: le descrizioni più belle sono quelle che sopravvivono nel ricordo.

José Mujica e Frank

Frank Iodice con il Presidente uruguayano José Mujica

Il Presidente José Mujica è un uomo sobrio, non ha alcuna scorta e veste sempre con abiti semplici, talvolta si è presentato alle riunioni presso la sede della Repubblica in sandali e con il thermos per il mate sotto il braccio. «Non avrebbe senso iniziare ad accumulare denaro adesso, a 79 anni», commenta spesso. Ecco perché ha deciso di aiutare i più bisognosi e, nei limiti che il suo stesso partito, il Frente Amplio, gli ha concesso, mette in pratica la sua etica di vita dando un esempio a tutti coloro che sappiano coglierlo.

Dopo diverse settimane di attesa, grazie all’intercessione della signora Adriana Gutierrez, addetta alla comunicazione presso il Ministero della Cultura e dell’Educazione, riusciamo a incontrare il Presidente, il quale si è ritagliato una pausa tra una riunione e l’altra. Consapevoli che si tratti di un evento irripetibile per un autore e un editore pressoché sconosciuti, ci accontentiamo dei pochi minuti che ci sono concessi*. Bere un caffè in compagnia di un Presidente della Repubblica non capita certo tutti i giorni!

Dopo aver esposto l’idea di realizzare un testo ispirato alla sua filosofia di vita, con lo scopo di diffonderlo tra i giovani pensatori delle scuole italiane, e avergli regalato un libro di Seneca che ha molto apprezzato, stringiamo la mano a un uomo che merita tutta la nostra ammirazione. Come lui, centinaia di uruguaiani sono reduci da anni di reclusione, come ci ha raccontato la signora Titi, ma non tutti hanno avuto la fortuna di potersi prendere una tale rivincita nei confronti della vita stessa, che, per usare le sue parole precise, «è fatta di riprese; nella vita – dice José Mujica – ciò che conta è la capacità di ricominciare dopo essere caduti».

E riguardo alla felicità? Abbiamo imparato grazie alle parole di quest’uomo semplice che per essere felici basta molto poco: quanto più ci circondiamo di beni materiali, tanto più ne saremo schiavi e sarà più pesante il carico di cianfrusaglie che dovremo portarci addosso. Un’esperienza, questa di Montevideo, che ci ha insegnato molto e ci ha ricordato la fortuna che abbiamo avuto a nascere in Italia, un Paese che, al di là di tutte le critiche che possiamo sollevare, ci ha permesso di scegliere liberamente quale destino costruirci.

 

*In realtà sono partito da solo, per realizzare un saggio sulla felicità ispirato alla filosofia del Presidente Mujica, a sua volta ispirata alle tesi di Seneca e di Erich Fromm; ma mi piace immaginare che con me ci fossero l’editore Cosimo Lupo e la filosofa Ada Fiore, i quali mi hanno sostenuto dall’Italia.

FRANK IODICE è  scrittore. Numerosissime le sue opere pubblicate tra cui Le api di ghiaccio (Lupo Editore, 2014), La femme robot (testo teatrale in francese), Articoliliberi (raccolta di articoli pubblicati online), Kindo, La folle vita di uno scrittore (Voltare Pagina, 2011, e-book), Racconti del veilleur de nuit (racconti brevi apparsi su varie riviste), Epigrafi (Di Salvo Editore, 2005 – poesie), Lo scopritore dell’America (Poligraf, 2002 – romanzo), L’ultima partita (Sergio Capozzoli Editore, 1999 – romanzo). 

“Soltanto una vita” di Ninnj di Stefano Busà, recensione di Rina Accardo

copertina busà per stampa andersen_La_-page-001Mi sembra incredibile che io abbia trovato pezzi di vita mia in un romanzo. Non circoscrivibili agli avvenimenti, ma alle sensazioni provate e mirabilmente descritte dall’autrice, Ninnj Di Stefano Busà. Non ho potuto fare a meno di visualizzare i posti incantevoli visitati dai protagonisti nelle foto scattate da mia figlia che si è trovata per un gioco del destino a visitarli. Mi sono ritrovata poi a tirar fuori merletti, lenzuola di lino, sete dimenticate in bauli antichi. E ancora, servizi in porcellana finemente decorati. Avevo forse bisogno di questo bagno di bellezza per godere di quanto altrimenti sarebbe rimasto sommerso da tovagliato plastificato, tazzine smaltate …tutto all’insegna del modernariato. Pescare nel passato, viverne la bellezza in ogni fattura, può essere di ristoro. Questo è successo a me, ed è tutto merito di chi, con tratti pari a pennellate, ha saputo condurmi in una magnificenza che mi ha reso grata ai miei cari così come nel libro – dove tutto si dipana quasi in un procedere obbligato, dai protagonisti della storia ai loro figli, ai viaggi, ai patemi d’animo, ai momenti sofferti, e ad altri di squisita felicità – è tangibile una grande gratitudine al Cielo. L’accostamento personale è dovuto alla mia immersione involontaria nell’intreccio, individuabile, con fili penduli cromatici, che anima “Soltanto una vita”. Non svelo la trama, mi soffermo a sottolineare che i dettagli, in questo romanzo, hanno sublimato luoghi e stati d’animo descritti nei minimi particolari, suggellando la presa di coscienza così come il coinvolgimento totale nei vari eventi di ogni ‘protagonista’. Non ci sono figure anonime/comparse infatti, l’autrice ha permesso che ogni ruolo ricoperto divenisse parte integrante, nessun soggetto comprimario. Dalla lettura si desume che capillare è l’Amore, per poter aver occhi che permettano di vedere compiutamente ogni sfumatura della natura così come ogni risvolto dell’animo. Sentimenti opposti in base agli avvenimenti, ora dolorosi ora di assoluta gioia, che portano di volta in volta o all’accettazione o a vivere con passione quella che è “SOLTANTO UNA VITA”. Libro che porta ad apprezzare il bello che già ci appartiene, riscoprendo e portando alla luce valori sommersi, o forse solo sopiti. La consapevolezza di grandi ricchezze che tacciono in noi, che ignari ospitiamo, un obiettivo. Ci troviamo di fronte a un regalo di cui non si può fare a meno di essere grati all’autrice, per questo fantastico volume, il cui valore non si può restringere al linguaggio aulico che vi ritroviamo, ma si estende, diventandone fulcro. È un canto, un ossequio alla vita. Un oceano di emozioni, che trovano la matrice in quello stesso oceano in cui è ambientato “Soltanto una vita”, e qui elemento trainante che conduce il lettore, quasi per mano, in spazi infiniti. L’arte della scrittura qui si impone nelle pagine al pari dell’arte del volo in un’aquila reale.

Rina Accardo

 

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