Il bando del Premio “Dante Alighieri” (EA Editore)

Il premio Dante Alighieri è organizzato da EA Editore in collaborazione con il’Artistic Club Casa di Dante Alighieri (Firenze).

Il concorso è aperto agli Autori di qualunque età, nazionalità, genere (editi e inediti, poesia e prosa, romanzi e saggi).

Tutti i partecipanti avranno diritto alla pubblicazione sul prestigioso volume “I nuovi eredi di Dante Alighieri” e all’inserimento sul sito dell’evento:www.premiodantealighieri.comin più verrà conferito un attestato di partecipazione.


Il vincitore riceverà il Trofeo Personalizzato raffigurante Dante Alighieri e lapresenza gratuita all’evento (spese di viaggio e hotel per 2 persone per il giorno della premiazione). 

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La premiazione e la presentazione del libro si terrà all’interno della Casa di Dante Alighieri, Firenze nel mese di Febbraio 2015, nell’ambito di un’importante Mostra d’Arte dedicata agli Artisti Internazionali.

E’ possibile partecipare scegliendo tra due opzioni: 

PROPOSTA A – costo 60,00 euro – comprendente: pubblicazione su 1 pagina del libro “I Nuovi Eredi di Dante Alighieri” , 1 copia del volume, attestato di partecipazione, inserimento sul sito. 

PROPOSTA B – costo 100,00 euro – comprendente: pubblicazione su 2 pagine del libro “I Nuovi Eredi di Dante Alighieri” , 2 copie del volume, attestato di partecipazione, inserimento sul sito.

Aggiungendo 20,00 euro, Potrà essere aggiunta una recensione personalizzata redatta dalla Dott.ssa Letizia Lanzarotti realizzata esclusivamente sul materiale fornito per la pubblicazione.

 

PER PARTECIPARE L’AUTORE DOVRA’ INVIARE


. Materiale per la pubblicazione a scelta tra: 

PROPOSTA A

– (per POETI) 2 poesie + recensione, presentazione e/o biografia Autore; il tutto non deve superare mezza cartella.
– (per INEDITI) racconto, riassunto o estratto del proprio racconto, raccolta di testi o poesie, saggio o manoscritto + recensione, biografia autore; il tutto non superiore a mezza cartella.
– (per EDITI) foto della copertina del proprio libro di poesia o prosa edito + recensione, riassunto e/o biografia autore; il testo non deve superare 10 righe.
 

PROPOSTA B

– (per POETI) 4 poesie + recensione, presentazione e/o biografia Autore; il tutto non deve superare 1 cartella.
– (per INEDITI) racconto, riassunto o estratto del proprio racconto, raccolta di testi o poesie, saggio o manoscritto + recensione, biografia autore; il tutto non superiore a 1 cartella.
– (per EDITI) foto della copertina del proprio libro di poesia o prosa edito + recensione, riassunto e/o biografia autore; il testo non deve superare  mezza cartella

 . Copia della scheda di adesione compilata e firmata. 

 

Scadenza: 15 Luglio 2014

 

INVIARE LA SCHEDA DI ADESIONE CON IL MATERIALE VIA E-MAIL O VIA POSTA A:  

Dott.ssa Letizia Lanzarotti  

Via Giuseppe Donati 58 sc. B int.4  

00159 Roma  

 

letizia.lanzarotti@gmail.com 

 

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“La diversità da un punto di vista multiculturale” di Miriam Luigia Binda

di MIRIAM LUIGIA BINDA

In considerazione al tema della “diversità” mi sembra interessante proporre una breve riflessione sul pluralismo che prende spunto da un libro, molto interessante, scritto da Giovanni Sartori.

Un testo che ha già compiuto qualche anno ma  fa capire molte cose sulla diversità e sul concetto di cultura  differenziata. Il libro, o meglio il saggio,  si intitola: Pluralismo, multipluralismo e estranei: Saggio sulla società multietnica (edito da Rizzoli, saggi italiani).  Giovanni Sartori,  l’autore del libro, come molti sanno  è un politologo italiano tra i più  conosciuti ed accreditati anche a livello internazionale. In questo suo saggio,  egli  esamina  ed approfondisce  il difficile tema dell’integrazione  tra una cultura ospitata e l’altra ospitante e,  fin dalle prime pagine,  il  lettore capisce che  il problema delle differenze  tra  usi  e costumi diversi, stili di vita anche religiosi  non  è  piatto o scontato, come qualcuno vuol fare credere,  anzi tali differenze sono molto “forti” per cui non  è  facile  l’integrazione anche nei paesi democratici  e multi-etnici.   Più le differenze  socio-culturali  sono discrepanti, più  è difficile, secondo il politologo, affrontare  l’acculturazione degli stranieri. Dal punto di vista antropologico  (non quindi, da quello religioso, morale, politico,economico, ecc.) il problema della convivenza multiculturale consiste nell’individuare, su entrambi i suoi versanti, il limite fisiologico di promiscuità tra le diverse  culture, oltre il quale non si dovrebbe andare per non scatenare o fagocitare reazioni  fra i suoi adepti.   Da parte dell’ospite straniero si tratta di sapere fino a che punto,  egli deve e può lasciarsi assimilare dalla diversa cultura ospitante,  per poter interagire al meglio, senza rinunciare ai tratti fondamentali della propria cultura materna (ovviamente nel caso in cui egli intende restarvi fedele).  Di conseguenza, da parte della società ospitante si tratta di riconoscere il limite di compatibilità tra i suoi principi fondanti e i valori di vita perseguiti da chi proviene da un’altra cultura. Se  ogni uomo è figlio della sua società – si può dunque aggiungere – anche la  società è il frutto della sua cultura ma il fatto, oramai verificato, di un continuo flusso migratorio costituito da gente  che si sposta da una nazione e l’altra ha  infranto tali confini e si può quindi affermare  che la società etnica o mono-culturale, è finita.  E’ finita per effetto di una metamorfosi che ha trasformato la  società mono-culturale  a  società “aperta” che  per Giovanni  Sartori,  trova il suo limite nella moderna Babele, in cui l’affollarsi di culture differenti rischia di distruggere la stessa  città. Questo particolare lato della questione porta a formulare la seguente domanda: posto che una buona società non deve restare chiusa, quanto aperta può essere davvero una società aperta? S’intende aperta senza autodistruggersi senza esplodere o implodere? Secondo l’analisi di Sartori, la società ospitante  “aperta”  alle differenze culturali  ha   comunque bisogno di un codice genetico  rappresentato dal pluralismo.  [1]

giovanni-sartoriMa che cosa significa pluralismo? Sartori chiarisce il suo punto di vista, ricorrendo alla forma  più retorica di un altra importante domanda:  In quale misura il pluralismo slarga e diversifica la nozione di comunità? Una comunità può sopravvivere se spezzata in tante sotto-comunità differenti che sono poi, in concreto comunità che arrivano a rifiutare le regole che istituiscono un convivere comunitario?  Queste  domande sul pluralismo e la convivenza civile trova risposta nel pensiero, più volte citato dallo stesso Sartori,  del  Cardinale Biffi di Bologna il quale asserisce che tutti i Governi (Italia compresa) devono stare attenti  a considerare  le diverse culture,  non solo facendo leva su  fattori economici  o politici  in quanto, bisogna soprattutto considerare e tutelare un’identità nazionale.  L’ Italia per esempio,   non è  landa deserta o semi abitata è una società con una storia e delle tradizioni vive,  con un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che, per il Cardinale bolognese,  non può e non deve essere  perduto.[2]  Parlando  dell’Italia  per esempio, è possibile dare diritto alla poligamia dei  mussulmani ?  Giovanni Sartori non ha dubbi, le considerazioni del Cardinale Biffi  aprono la riflessione sulla teoria etica  weberiana della responsabilità.  Max Weber distingueva l’etica  della responsabilità (una moralità che mette in conto  le conseguenze delle nostre azioni) in contrasto con l’etica dei principi (nella quale la buona intenzione è tutto. In questo caso il buono ed il cattivo viene ignorato).  L’etica della responsabilità è pilotata da un capire i bisogni e le necessità  mentre, l’etica dei principi è più ottusa perché applica i  principi morali  in una maniera così pura che non vuole vedere  altro da se.  L’etica dei principi quindi per Sartori, si  dimostra irresponsabile perché rifiuta di capire e di vedere determinate situazioni che  richiedono riflessioni molto scrupolose  da caso in caso.  Lo studio sulle diverse culture non può far altro che  fronteggiare eventuali situazioni di insostenibilità  soprattutto quando si celano  pregiudizi anche di tipo razziale.  L’indifferenza, di chi  rifiuta di  vedere questi  problemi  in quanto ritiene che sia giusto convivere  senza “troppo questionare” sulle  differenze di fatto,  impedisce di  affrontare delle scelte  (difficili talvolta) che possono contribuire a migliorare la   convivenza tra i cittadini di diversa cultura.   Per  Giovanni Sartori  è dunque importante, anche sul piano politico,  affrontare  la conoscenza oggettiva delle differenze  al fine di proporre  soluzioni possibili, nel rispetto della diversità  culturale  dei gruppi  stranieri,  compatibilmente alla salvaguardia dei valori  della società ospitante. Infatti conclude Sartori, ogni cultura ha i suoi valori irrinunciabili ma, bisogna anche tenere conto che alcuni   soggetti non si adeguano agli altri modelli, come nel caso degli integralisti musulmani.   A tale proposito, evidenzia il politologo,   la società occidentale non può  rinunciare  alla religione cristiana; può eventualmente  riconoscere la libertà  di culto  ai seguaci di altre confessioni religiose, grazie al fatto che essa riconosce, nella libertà di culto un proprio valore basilare che comunque non deve  stravolgere la nostra libertà.   Per esempio nella  società islamica si accetta  la diversità  assoluta tra un uomo e una donna; addirittura la ribellione della donna musulmana è vista come un oltraggio che la  legge islamica, talvolta punisce  con  pene corporali violente.     Per citare qualche fatto di cronaca, anche in Italia, nel 2011,  Amal una  ragazza marocchina, veniva picchiata dal padre perché voleva frequentare una comunità cattolica,  grazie all’intervento dei carabinieri  oggi la ragazza vive in una comunità protetta.  Oppure chi si dimentica il  caso della giovane diciottenne che abitava in un paese vicino a Pordenone, ammazzata dal padre perché la giovane donna di nazionalità pachistana,  desiderava  sposarsi con un  ragazzo italiano non di fede musulmana?  Inoltre i tanti casi di  infibulazione clandestina  praticati a titolo di purificazione religiosa può essere tollerato,  nel nostro paese?  E’ una pratica così incivile e pericolosa  per la salute della donna che è impensabile riconosce l’infibulazione come un  sacramento  religioso da  praticare in Europa o   in Italia.  Una  visione “farisaica” per dirla con Sartori, in nome della tolleranza   non da peso  a  questi casi di violenza,  molti dei quali  non vengono neppure denunciati e quindi non emergono attraverso la cronaca dei giornali, eppure si verificano  e non si può dire che sono casi  normali che fanno parte del  “calderone” di una società  pluralista e multi-etnica.  Ovviamente non c’e’ solo il peggio,  le differenze culturali non sono, come nei casi citati sempre violenti e drammatici, per fortuna no, grazie al modello etico  della responsabilità  è possibile cogliere delle differenze per cercare una convivenza pacifica e soprattutto regolata anche dalla legge che tutela  la dignità ed il rispetto reciproco.  Nel saggio di Giovanni Sartori: Pluralismo, multiculturalismo e estranei   si capisce benissimo che la questione non è banale  anzi è una questione complessa che accetta e vuole conoscere  le differenze  senza annullarle;  invece chi non le vuole vedere e da per scontato che al mondo  “siamo tutti uguali”  non fa altro che serrare  la questione come se in questo universo tutto  e tutti  possono  vivere tranquillamente e per loro  volontà,  in una società multietnica ed occidentalizzata. Una visione così semplificata non capisce che tale convivenza ha bisogno della partecipazione continua della popolazione e dell’aiuto  delle istituzioni che in qualche modo devono, con i propri mezzi, cercare anche di  arginare il fenomeno della clandestinità.  A pochi passi dall’Europa ed a ridosso dei nostri  confini territoriali,  infatti  esistano, ancora  oggi,  situazioni completamente diverse e  più arcaiche, d’emergenza per le  guerre  civili e carestie  che causano  flussi  migratori clandestini, difficili da controllare  per tutelare (anche da intenzioni malavitose) le tante  persone in prevalenza giovani uomini, donne e bambini  che  chiedono  “umanamente” di poter  essere accolti  ed ospitati nel nostro  paese che, ai loro occhi  appare ancora ricco di lavoro, bello, moderno e soprattutto civile.

 

 

Miriam Luigia Binda  

/edito  riferimento: guerrAnima 2014

 

[1][1] Giovanni Sartori –  Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica pag. 16-17

[2] Giovanni Biffi – la città di San Petronio nel terzo millennio.  Bologna pag. 23-24.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà intervistata da Lorenzo Spurio

LS: Secondo molti il poeta non può essere anche un critico, perché ogni ambito presuppone una diversa prospettiva nei confronti dell’atto di scrittura e, nel caso della critica letteraria, una approfondita e propedeutica conoscenza della storia della letteratura o del testo/autore che si sta analizzando. In altri termini la poesia è istintuale, intimista, diretta, spontanea, irrazionale, mentre l’attività di critico (saggista, recensionista) presuppone una profonda conoscenza di quello che si sta trattando, spirito critico, profondità del ragionamento, circostanzialità, categoricità e organicità nel reperimento dei materiali cognitivi, capacità ermeneutiche e tanto altro. Questa polarità, però, finisce per risultare un’asserzione di poco conto, dato che la storia ci ha consegnato eccelsi poeti che furono al contempo anche dei critici letterari: si pensi, ad esempio a Eugenio Montale, Elio Vittorini e anche Leonardo Sciascia che ci ha lasciato una intensa attività saggistica sulla Sicilia e i suoi problemi sociali.  Qual è il procedimento che adotta quando si “sveste” del suo ruolo di poeta per indossare, invece, gli abiti di critico letterario, dato che il suo curriculum è amplissimo di testi critici, recensioni, saggi e studi monografici?

NDSB: Sono punti di vista contrapposti. Secondo la mia personale opinione, il poeta soprattutto può essere un ottimo critico, perché porta in sé le capacità ermeneutiche, le sigle, le caratteristiche proprie della Poesia, sicché, ne sa eviscerare i contenuti, interpretare le connessioni, le concomitanze scrittorie, le sinestesie, le prospettive circostanziali di un linguismo particolareggiato e insondabile, sapendo, attraversare l’esegesi critica con una variegata visione d’insieme e, infine, visitarne e penetrarne i meandri più insondabili di una lingua particolarmente disorganica e misteriosa, quale quella poetica, per penetrarvi in misura circostanziata e istintuale, quasi per induzione come nei “vasi comunicanti” o per simbiosi oserei dire, in quanto i contenuti e i modelli non gli sono estranei e ogni sentimento/suggestione riesce a integrarsi consolidando la categoria fondante della sua ragione critica, in un confronto che risulti al contempo esegesi/poetica, ma che si potrebbe definire in modo più esatto: combinazione attitudinale tra le due categorie, poiché le due posizioni determinano “affinità” nei confronti della scrittura e delle sue articolate manifestazioni intellettuali.

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LS: Lei ha all’attivo ventidue sillogi poetiche, oltre che libri di saggistica, di esegesi letteraria che sono state ampiamente apprezzate dalla critica, tanto che sulla sua produzione hanno scritto i nomi più altisonanti del panorama letterario degli ultimi trenta anni. Scorrendo i titoli delle sue opere: (Lo spazio di un pensiero, La parola essenziale; L’attimo che conta (pref. Vittorio Vettori); ma poi ancora: Tra l’onda e la risacca, (pref. Marco Forti);  L’arto-fantasma, (pref. Giovanni Raboni), solo per citarne alcuni) si respira il senso del “non definitivo”, dell’incompiuto, una sorta di evocazione ad indagare, ad andare oltre quelle realtà sconosciute, misteriose e impossibili da scrutare con l’utilizzo della ragione. In che cosa si concretizza quella “parola essenziale” della sua silloge del 1990 e quell’“attimo che conta” dell’omonima opera pubblicata nel 1994 con prefazione di Vittorio Vettori?

NDSB: La prima si riferisce alla necessità di non debordare mai dall’alveo in cui si colloca l’eccellenza della combinazione lirica, perché l’evento deve necessariamente essere raggiunto, attraverso una singolare cernita dei termini e non solo. In seconda istanza, inoltre, va eseguita una marcata esclusione del “superfluo” che se insistesse ad usurpare spazi non richiesti, guasterebbe il senso estetico del verso e tracimando in eccesso, potrebbe devastare e offendere il valore intrinseco della Poesia che, deve essere raggiunta da un’anoressica ed esclusiva opera di essenzialità: “non una parola di più”, come afferma, da sempre, Giorgio Bàrberi Squarotti riguardo alla mia poesia.

L’attimo che conta” poi, in Poesia, è   –quello e, nessun’altro–  la parodia della perfezione (che non esiste sulla terra) è tutta concentrata in quell’attimo eccezionale, ma se proprio non è dato raggiungerlo, si può cercare il perfettibile, volendo assegnare all’accezione quel meraviglioso tempo <dell’infinità> che ogni poeta tenta, per dare alla sua scrittura il miracolo della Storia, la memoria inconfutabile dell’essere che si trasforma in divenire, diventando fattore cognitivo di una palingenesi eternante.

  

LS: Il poeta romagnolo Tonino Guerra (1920-2012), celebre anche per la collaborazione di scenografia con il grande Fellini, ha dedicato un’ampia produzione alla poesia nel dialetto romagnolo. Le propongo qui una sua lirica in dialetto, con relativa traduzione in italiano, per chiederLe un suo commento. Nel caso abbia avuto l’occasione di conoscerlo personalmente, può descriverci come fu il vostro incontro?

 

I sacriféizi[1]

Se mè ò studié
l’è stè par la mi ma,
ch’la fa una cròusa invéci de su nóm.

S’a cnòss tótt al zità
ch’u i è in chèva e’ mònd,
l’è stè par la mi ma, ch’la n’à viazè.

E ir a l’ò purtèda t’un cafè
a fè du pas, ch’la n’ vàid bèla piò lómm.
– Mitéiv disdài. Csa vléiv! Vléiv un bignè?

I sacrifici

Se ho potuto studiare
lo devo a mia madre
che firma con una croce.

Se conosco tutte le città
che stanno in capo al mondo
è stato per mia madre, che non ha mai viaggiato.

leri l’ho portata in un caffè
a far due passi
perché quasi non ci vede più niente
– Sedetevi, qua. Cosa volete? Un bignè?

 

NDSB: Mi dispiace, non ho avuto la fortuna di conoscerlo e me ne rammarico moltissimo, deve essere stato un poeta umanamente e profondamente capace d’instaurare con la poesia un dialogo e saper parlare a tutti in modo istintivo e universale… La Poesia deve essere colta da tutti.

 

 LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un’analisi è “Perdonateci”[2] del poeta napoletano Luciano Somma[3]:

Perdonateci
questa dannata voglia
di vivere in un mondo
a forma di colomba
e non tra fiori finti
perdonateci
se rifiutiamo limiti e frontiere
e trasformiamo
fili spinati in palpiti d’amore
non ci è concesso forse d’impazzire?
Che razza strana
siamo noi poeti
specie che spesso va
controcorrente
volando verso cieli tersi
liberi
perdonateci
per questo nostro osare.

 NDSB: Entrambi propongono una bella poesia, pur se diversificata nei modelli e nei moduli scrittori. L’uno è il poeta consolidato, conosciuto, l’altro il poeta che spunta fuori dalla quotidiana ricerca della Poesia e si fa apprezzare per i contenuti. Hanno in comune la lingua poetica che sgorga spontanea da un’ispirazione che in un periodo di ristagno culturale, ridà vita a quell’idea di letteratura che caratterizza il lavoro del critico, soprattutto basato su uno sperimentalismo che è ricerca del linguaggio in ogni suo itinere.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la poesia “Date a me”[4] del poeta fiorentino Lenio Vallati[5], risultata vincitrice in numerosi e prestigiosi premi letterari:

 

Date a me le sofferenze del mondo.
Le porterò lontano, le disperderò
come pulviscolo
tra strade affollate di gente.
Date a me l’odio, lo avvamperò
alla fiamma del puro amore
che non resti altro che memoria.
Date a me la guerra.
Caricherò i fucili
di fiori e gli spari
diventeranno abbracci
nella stagione nuova del cuore.
Date a me la paura.
La fonderò con l’alba
dissolvendo le tenebre
oscure della notte.
Date a me la morte.
Le racconterò una storia
che parla di noi due,
e alla luce del nostro amore.

 

NDSB: Anche in questo testo si evince la ricerca di universalità della poesia che affianca ai vari livelli la più ampia fenomenologia linguistica sollecitando la voglia di aprirsi al “sogno” alimentando le varie espressioni sperimentali dell’oggetto poetico.

 

 LS: Recentemente ha curato assieme al poeta napoletano Antonio Spagnuolo un Archivio Storico dal titolo L’evoluzione delle forme poetiche[6] circa 800 pp. che contiene parte della immensa produzione poetica degli ultimi due decenni 1910-2012. Quando si cura un’opera antologica di questo tipo si rischia sempre di incorrere in “fastidiose dimenticanze” nel senso che è opinabile la scelta degli autori e dei testi fatta dai curatori e si potrebbe criticare la mancanza nel testo di poeti ritenuti “grandi” e che, dunque, appaiono scartati (nel caso non siano stati scelti) o assenti (nel caso non abbiano saputo dell’iniziativa o non abbiano voluto prenderne parte). Può raccontarci come è nata l’idea di questa antologia poetica, quanto lavoro c’è stato dietro e attraverso quali canali verrà diffusa?

NDSB: Archivio Storico, così l’ho definito è un lavoro di ristrutturazione e coordinamento della poesia di oggi “inteso nel complessivo articolato di un ventennio”. Da tempo lo avevo in mente e lo programmavo, ma ben consapevole che l’operazione fosse di quelle molto impegnative, vi ho voluto dedicare tutta la mia attenzione e il mio interesse. Ci sono voluti ben due anni di cura e, nonostante ciò, il lavoro non è completo. L’opera ha voluto essere un consuntivo, una mappatura, un censimento, una vetrina variegata di poeti che, a diversi titoli e con la massima preparazione in campo poetico, possono essere traguardati al futuro per essere storicizzati. Raccoglie una vasta configurazione critica, ma non è un traguardo concluso, perché nelle mie intenzioni c’è e resterà un tracciato differenziato delle varie forme scrittorie, che non possono essere inglobate né circoscritte ad un solo tomo. La ricerca in campo poetico è un percorso significativo sempre in progress che varia a seconda l’evoluzione del linguaggio e delle sue varie forme o connotati linguistici: i diversi contesti caratteriali che ne coinvolgono i tempi e le strutture ne sono la prova evidente, un riscontro e uno strumento adeguati alle mode e agli stilemi propri di un’evoluzione che, avendo attraversato i vari ismi delle avanguardie, ritorna e si annuncia diversificata nelle forme strutturali di linguismo. Era necessario uno spartiacque, un rendiconto, una configurazione che ne rappresentasse la situazione di oggi. Malgrado taluni inevitabili difetti o defezioni, spero di aver fatto un buon lavoro, il discorso degli esclusi non è esatto. Sono stati contattati quasi la totalità di quegli autori che hanno avuto un peso, una rappresentazione, un curriculum tali da essere inseriti dignitosamente dentro una produzione che abbracci l’attività poetica a cavallo di due secoli (un ventennale appunto di Poesia)…ebbene, non tutti sono stati disponibili all’operazione, taluni con miserrime e puerili giustificazioni si sono defilati, altri hanno sottovalutato appieno l’operazione storica. Dovrebbe essere chiaro a chiunque un principio: da qualunque fonte editoriale di alto o medio livello provenga un tale progetto debba essere bene accetto. Purtroppo, anche chi ha intelletto di ampia levatura culturale, miseramente fallisce nei giudizi fondanti o nei criteri di valutazione della realtà… Se fosse stata iniziativa programmata da alte sfere editoriali (per non fare nomi) tanti, forse tutti si sarebbero strappate le vesti pur di rientrarci. Così non è stato, e la Storia ne dovrà prendere atto. La responsabilità dell’esclusione né dell’incompiutezza non è da addebitare ai curatori.

  

LS: Oltre a dedicarsi alla poesia si è interessata molto di scienza dell’alimentazione. Poesia e nutrizionismo, versi e cucina possono avere una combinazione pratica oppure restano due mondi distanti tra di loro? Quanto è importante all’interno del suo fare poesia l’elemento nutrizionale, le suggestioni che possono derivare da una prelibatezza vista, agognata o pensata?

NDSB: Le due parti della medaglia non sono in competizione, vanno in abbinamento e l’una non esclude l’altra: mens sana in corpore sano. Ebbene, la verità è presto detta, la soddisfazione del palato dinanzi al buon cibo è la stessa che un grande poeta mette in poesia, stessa “apoteosi”, stessa sublimazione che, combinando espressioni superlative di carattere intellettivo l’uno e olfattivo l’altro, riescono a combinare la simbiosi dei sensi: armonizzarli si può, anche con un eccellente cibo.

  

LS: Nella sua recente silloge L’eros e la nudità (Tracce, 2013) a proposito dell’amore scrive[7]:

 

L’amore non è né comodo né facile,
ci arde solamente dentro come scintilla vitale,
ci scorre tra le pieghe come istante perfetto
nell’arroganza di solitudini abissali.

 

Non è questa una visione troppo “cupa” dell’amore che sembrerebbe essere vissuto in maniera poco entusiasta («non è comodo») e che si delinea per le sue difficoltà («né facile») perché alla minaccia delle «solitudini abissali»? Qual è la sua idea sull’amore?

NDSB: In altri testi della stessa opera affermo: «dalla nostra carne sboccerà l’aurora» oppure: «siamo uccelli che sforano il cielo/ e si accendono di vivido sole»; «Come uccelli di fuoco sorvoliamo il caos». Non è nel significato che le attribuisce Lei che ho inteso porre l’attenzione! Troppe volte si abusa dell’amore, si eseguono acrobazie, equilibrismi, di cui l’amore non ha necessità. Il vero grande amore ha funzione in sé, vive di luce propria, emette segnali di armonia che nessun’altro sentimento può eguagliare. Il pericolo, il rischio è solo di stravolgerlo, di mistificarlo, di confonderlo. I versi di tutta l’opera si susseguono con ritmo suggestivo-emozionale, cogliendo la voce dell’Eros come la sola in grado di dar vita al soggetto amoroso. Trovo che l’opera vada oltre il quotidiano, non bisogna imprigionarla nei soli due versi che definiscono l’amore: non comodo né facile. In realtà non lo è. Eppure ardito si leva il sogno, ardito il concetto di volerlo determinare in spore di felicità, oltre il dubbio e le limitazioni dell’umano sentire, oltre la ferita e l’offesa delle miserie umane.

   

LS: Tutti giorni alla tv sentiamo parlare di Europa o, meglio, di Unione Europea, quale organismo politico-economico che è frutto di decenni di incontri, convegni, trattati tra i padri politici che intravvidero in un sistema federativo e comunitario di stati una via da perseguire perché sinonimo di forza, prestigio e solidità economica. Ora, a più di dieci anni dall’introduzione della nuova moneta, in molti –da più parti politiche e, soprattutto la gente comune- stanno chiedendosi se non sia auspicabile un ritorno alla Lira. L’insoddisfazione nei confronti del sistema economico europeo è palpabile un po’ in tutto il Vecchio Continente, per motivi di diversa natura. Che cosa pensa Lei dell’Europa? Qual è l’idea che le sale alla mente quando sente nominare la parola “Europa”? Esiste, secondo Lei, un retroterra culturale condiviso tra i vari popoli che “abitano” questa Europa?

NDSB: Una grande tragedia per gli stati più deboli della U.E. Questa è la mia personale impressione, ma è avvalorata dai giudizi di grandi economisti e geni della finanza globale che intercettano il rischio di una defaillance del mercato delle nazioni facenti capo alla U.E. Nessuno si sforza di capire la situazione che si verificherà nell’eurozona manipolata dalla politica speculistica e truffaldina della UE che ci sta portando allo sbaraglio. Le nazioni più forti economicamente vogliono soppiantare quelle più deboli, in modo da avere meno bocche da sfamare nel 2015/2020. E succederà un cataclisma. Non vuole essere allarmismo, ma semplice considerazione dei fatti. La prima ad uscire sarà la Grecia, seguita dalla Spagna e da altre, per non fare il nome dell’Italia che è all’osso, ridotta ai minimi termini da una politica troppo rigorista, sotto l’egida merkeliana, fatta di tasse e balzelli alla maniera di Monti. È la teoria dell’economista Charles Robertson di Reinaissance, dove c’è il massimo rigore, si comprime lo sviluppo, l’incremento del peso fiscale riduce sul lastrico un popolo e ne sentenzia il fallimento economico – default – Ma c’è anche chi si spinge oltre, come il gestore di fondi speculativi Kyle Bass, secondo cui il destino dell’Europa è già segnato. Ma a dare dichiarazioni shock è Reuters. La recessione non avrà breve durata, la crisi andrà molto oltre le previsioni e non avrà lieto fine, sfocerà in una guerra mondiale ha concluso Bass, Fondatore di Hayman Management Capital (Dallas). Bass è convinto che assisteremo a guerre sanguinose e rivoluzioni, un vero dramma per le popolazioni e gli stati che non potranno stare al pari con le speculazioni di un sistema capitalistico da guerra “stellare”. Lo stallo sarà un’immensa perdita di capitali che sotto forma ingannevole e fatti passare per diminuzione del debito pubblico lasceranno sul campo morti e feriti. Il fenomeno potrà nel tempo allargarsi fino a provocare una riduzione drammatica sugli stati sovrani che dovranno uscire dall’euro. Ma non è molto lontano questo pericolo, anche se nessuno ne parla, e proprio per questo, avverto il rischio incombente e prossimo a succedere. A dare il primo segnale è stata l’Inghilterra, cui potranno seguire altri stati in grave affanno economico. Mi lasci aggiungere che la  politica e la poesia sono due poli opposti, si trovano agli antipodi del genere umano, non vi è capacità di armonizzarli, perché inevitabilmente l’una esclude l’altra: il poeta vive nel suo limbo perfettibile, il politico esclude tout court la ragione dell’omologazione, perché lontano anni luce dalla verità e dal bene comune. Vi è una profonda ragione speculativa nella spartizione politica, che esula dai principi e dalle essenzialità della palingenesi evolutiva. Il politico è (e resterà) uno strumento per “configurarsi” un potere sugli altri simili, il poeta no, vive di idealismi, forse di utopie. Le due posizioni sono fondamentalmente diverse e non associabili tra loro. 

  

LS: Oggigiorno le collaborazioni tra più autori e le scritture congiunte o “a quattro mani” sono molto diffuse, sia nella narrativa che nella poesia. Sinceramente troppo difficile, se non addirittura inconcepibile, che una poesia possa essere scritta insieme da due persone, nonostante la loro vicinanza, amicizia e parità di visioni perché la poesia, per come la concepisco io, è un atto estremamente personale che non può realizzarsi nella spartizione della creazione tra un attacco scritto da una persona e una seconda parte scritta dall’altra. Credo che in questo modo l’atto stesso di far poesia possa essere considerato morto e la lirica finisca per essere un misero collage di frasi di persone, incollate a puntino, con esiti che non possono che risultare desolanti. Che cosa ne pensa Lei a riguardo?

NDSB: L’incompatibilità tra i vari “individui” esclude “ a priori” una realizzazione a quattro mani che possa armonizzarsi in perfetta sintesi. Saranno sempre due o più modi di sentire, di avvertire la visione dell’esistente, diversificate le aspirazioni, le idealità, le emozioni. È come voler accoppiare un cane e un gatto, snaturandoli entrambi, i due mondi confliggono e non vi può essere sintesi tra le due realtà. Il risultato non può che essere desolante, una sorta di puzzle, o un collage eseguito a freddo, a tavolino, le percezioni sono altre in ognuno, molto distanti dall’armonia che può realizzare una sola voce. L’esito a mio parere non può che essere inferiore.                                                  

                                

Segrate (MI), 3 giugno 2013 

[1] Tonino Guerra, I bu. Poesie romagnole, Milano, Rizzoli, 1972.

[2] Luciano Somma, Gocce nell’acqua, CITTà, Fabula Edizioni, p. 10.

[3] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[4] Lenio Vallati, La vita nell’osmosi del tempo, Firenze, Edizioni Agemina, 2013, p. 17.

[5] Lenio Vallati è nato a Gavorrano (GR) nel 1954 e risiede a Sesto Fiorentino. Svolge il lavoro di Capostazione presso l’impianto di Firenze – Castello. E’ poeta e scrittore. Di poesia ha pubblicato: Alba e tramonto (Bastogi, 2007) e La vita nell’osmosi del tempo (Edizioni Agemina, 2013). Di narrativa ha pubblicato: Soggiorno a Bip Bop (L’Autore Libri Firenze, 2003), Un criceto al computer (Ibiskos, 2004), Desiderio di volare (Bastogi, 2006),  e Gaffio d’Alba (Bastogi, 2011). Ha vinto molti primi premi sia per i racconti che per la poesia ed è presente in numerose antologie.

[6] AA.VV., L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio 1990-2012, curatori Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, Napoli, Kairòs, 2012.

[7] Ninnj di Stefano Busà, L’eros e la nudità, Pescara, Edizioni Tracce, 2013, p. 27.

Lorenzo Spurio intervista la fiorentina Marzia Carocci

LS: In una sua poesia intitolata “La cena degli artisti” ha concretizzato una sorta di proclama della nuova arte richiamando gli animi sensibili, gli artisti, a tramandare la loro arte perché forma insopprimibile delle proprie coscienze: «A voi che ci credete/ artisti del mio tempo,/ pittori consumati/ di notti mai concluse,/ e a quei poeti stanchi/ di carte spesso bianche/ per chi non sa vedere/  quei sogni dentro il cuore».[1] La poesia appare come una sorta di manifesto avanguardistico, se non programmatico, sicuramente d’incitamento alla buona creazione, alla felice ispirazione e come una vivida esortazione a squarciare quell’atmosfera stagnante, di silenzio e oppressione, di falsità a cui spesso la cultura è soggetta: «Urliamo quel silenzio,/ quel mondo chiuso dentro/ ed imbrattiamo i muri/ con l’anima che sorge».[2] Come è nata questa poesia?

MC: Questa mia poesia, nasce esclusivamente dal piacere che in primis traggo da ogni forma artistica. Un’esortazione dunque, affinché l’artista insista nonostante i problemi, gli ostacoli, gli ostruzionismi a esternare la propria introspezione attraverso l’arte che più gli aggrada. Il nostro è un mondo distratto, dove la stasi culturale e l’indifferenza degli addetti alla diffusione artistica, preclude a una chiusura che rischia di incatenare le menti costruttive. Ho scritto questa mia poesia più come forma di protesta che come lirica usuale, un incipit  a una vera e propria “battaglia culturale” dove l’artista diventi l’eroe del suo tempo forte di una libertà di espressione senza né limiti né catene, sia di pensiero che di manifestazione.

 

LS: Molti poeti hanno trovato nel crepuscolo, nella sera e soprattutto nella notte, dei momenti di pace con sé e con il mondo, di tranquillità e di confessione, che gli hanno consentito di ricevere ispirazione e coinvolti dal pensiero sul mondo. In altri termini, sono forse questi le parti della giornata che per varie ragioni possono essere considerate le più produttive per un poeta. Anche per Lei è così? E se sì per quale motivo?

MC: Non esiste, almeno per quanto mi riguarda, un periodo o un momento particolare per esprimermi in poesia. Vi sono giorni e a volte addirittura mesi nei quali questo “bisogno” non mi cerca, non mi tormenta, altri invece nei quali, uno stato particolare, mi riempie il cuore, le viscere, il pensiero ed è la poesia a cercarmi, “obbligandomi” alla scrittura. Credo che la poesia sia un’elaborazione che si forma nel profondo della propria coscienza ed esce come “parto” emotivo nel momento in cui, un certo processo emozionale viene maturato. Mi viene in mente una pagina teorica di Arthur Rimbaud dove egli definisce la poesia «una sofferta ricerca del proprio sé». Ecco, io la penso esattamente come lui.

 

 

LS: Wisława Szymborska (1923-2012), poetessa di origini polacche recentemente scomparsa, è considerata una delle più grandi scrittrici del nostro secolo. Vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, la sua produzione poetica è molto ampia e dà manifestazione di una grande capacità della donna nel destreggiarsi con il verso. La poetessa ha inoltre dimostrato di essere un’attentissima cronista della realtà per mezzo di una serie di liriche nelle quali ha incarnato preoccupazioni di tipo etico e ha affrescato momenti cruciali della storia dell’uomo. Un esempio di questo tipo di poesia è “Fotografia dell’11 settembre”[3] che, come richiama il titolo, fornisce al lettore un vivido fotogramma del tragico attentato di New York avvenuto nel 2001. Gliela sottopongo per avere un suo commento:

 

Sono saltati giù dai piani in fiamme –
uno, due, ancora qualcuno
sopra, sotto.
 
La fotografia li ha fissati vivi,
e ora li conserva
sopra la terra verso la terra.
 
Ognuno è ancora un tutto
con il proprio viso
e il sangue ben nascosto.
 
C’è abbastanza tempo
perché si scompiglino i capelli
e dalle tasche cadano
gli spiccioli, le chiavi.
 
Restano ancora nella sfera dell’aria,
nell’ambito di luoghi
che si sono appena aperti.
 
Solo due cose posso fare per loro –
descrivere quel volo
e non aggiungere l’ultima frase.

 

MC: Wisława Szymborska, poetessa osservatrice e donna che attraverso  la scrittura ha sottolineato le difficoltà, i dolori, le abnegazioni, di fatti e tempi  che l’hanno vista attenta spettatrice. Ella  ci porta in questa sua bellissima lirica “fotografia dell’11 settembre” ad essere noi stessi, spettatori di una riflessione ch’ella sottolinea con fotogrammi al “rallentatore”.  Il tutto, viene  reso forte e crudo nella considerazione di  quella spinta osmotica che passa dalla vita alla morte che è  resa visiva grazie a versi che rende scatti fotografici: la caduta/paura, la scesa/dolore, il sangue/morte e la materialità inutile di oggetti che non hanno più valore: soldi e chiavi. Bella la chiusa dove la poetessa per rispetto descrive  e per lo stesso rispetto non evoca parola quando visiva è ormai la morte.

 

  

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc. e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un’analisi è la seconda lirica[4] tratta da La gioia e il lutto (Marsilio, 2001) del poeta Paolo Ruffilli[5]:

 

Così ridotto e
devastato: lui, reietto
perduto per la strada,
lui drogato. Perso, adesso,
anche dentro il letto
accartocciato
nel lenzuolo bianco
smunto e arreso là,
riverso sopra il fianco.
Diventato la metà e meno
di se stesso,
rinsecchito dentro i panni
fatto vecchio e cadente
nel fiore dei suoi
anni, nel pieno di una
vita già appassita.
Inerte ormai a tutto
e senza presa intorno
neppure sulla
luce pallida del
giorno. Sangue del suo
ventre, carne della carne,
mentre siede china
sul fagotto muto,
gli giace presso
tesa a farne oggetto
finalmente della pace.
«Figlio amato, qualunque
tu sia stato», il gemito
tenuto e poi lasciato
nel silenzio che
precede la rovina.

MC: Il poeta riesce a inquadrare perfettamente un’immagine che inchioda, e ci rende spettatori impotenti di fronte  alla drammaticità di una fine che non perdona. Paolo Ruffilli, uno dei più grandi  esponenti della poesia contemporanea, sa perfettamente portare il lettore dove la sua introspezione indaga; egli, attraverso una poetica di forte impatto emotivo e con una costruzione perfetta dei versi, ci rende l’immagine e il dolore elementi che entrano nella nostra testa, corpo, respiro fino quasi a vedere ciò che lui costruisce con idiomi perfetti e perfette figure retoriche.

 

Perso, adesso,
anche dentro il letto
accartocciato
nel lenzuolo bianco
smunto e arreso là
riverso sopra il fianco.

Ecco che un quadro si apre e la nostra immaginazione vede oltre, mentre il trasporto emotivo si fa riflessione e pensiero attento; scrittura che ci ricorda vagamente Montale con le sue metafore che acuiscono i sensi del lettore «accartocciato nel lenzuolo bianco smunto», pare di vedere il corpo diventato friabile come carta, accucciato all’interno di un bianco che è quasi contrasto con la figura che accoglie. Una lirica che è maestria  pura dove il detto diventa visibile così come diventa palpabile la sofferenza/liberazione della madre che attende e nello stesso tempo ama quel suo figlio fino alla rassegnazione/attesa della morte.

 

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la poesia “La vita, in sottofondo”[6] che dà il titolo all’omonima silloge della poetessa varesina Paola Surano[7] sulla quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Quando il giorno si fa scuro
e la notte si avvicina,
in quell’ora sospesa
in cui il mondo sembra fermo
e la vita cambia ritmo,
in quell’ora un po’ mi manca
il calore di una voce,
la stretta di una mano
uno sguardo –quello sguardo-
un po’ complice un po’ assassino
un sorriso, il silenzio
perfino, ma condiviso.
Musica jazz in sottofondo.
 
Quando invece il giorno inizia
il sole si alza lento
e illumina la stanza
sai, un po’ mi manca
il buon giorno sussurrato
una risata soffocata
il caffè bevuto insieme
un bacio lieve per saluto.
 
In sottofondo il giornale radio delle 8.
E la domenica. La domenica
lungo il fiume sotto casa
tra la gente che prende il sole
la domenica, forse, un po’ mi manca
passeggiare per mano insieme a te.
Chiacchiere e risate in sottofondo.
 
Ma le giornate, per fortuna,
sono piene di tante cose
da fare, da vedere e imparare
e di parole ascoltate, dette scritte
o inviate con un clic…
La vita, in sottofondo.

 

MC: Bella e intensa lirica di Paola Surano, dove la poetessa ricerca attraverso la rimembranza attimi vissuti di qualcosa che appartiene ormai al passato, quel passato che rivive attraverso il ricordo; gli odori, i rumori e le abitudini di un tempo, di un amore che è stato, mentre prende coscienza che tutto ciò più non è. Una consapevolezza di donna che nella ricerca e nell’abbraccio di un vissuto ormai remoto, si rimette in gioco certa che i suoi passi nel futuro avranno altre possibilità, così come si esprime nell’ultima strofa della sua lirica:

 ma le giornate, per fortuna,
sono piene di tante cose
da fare, da vedere e da imparare
e di parole da ascoltate, dette, scritte
o inviate con un clic…
La vita, in sottofondo.

 

Un messaggio di luce, di speranza, di voglia ad essere ancora donna che vive, che comunica, che spera.

 

  IMG_0404

LS: Negli ultimi tempi la componente erotica nella letteratura, che in passato era a suo modo legata alla sfera emotiva-sensoriale, è andata acquisendo una sua indipendenza, priva di legami affettivi o di riferimento a una chiara dimensione di condivisione di sentimenti. Di questo ce ne rendiamo conto se consideriamo la sequela di romanzi che negli ultimi tempi hanno utilizzato il sesso in maniera da produrre sul lettore shock, spiazzamento, disturbo e allo stesso tempo di attrarlo e coinvolgerlo. Neppure la poesia può dirsi “salva” da queste tendenza degli ultimi tempi tanto che sono molto diffuse le poesie e le sillogi che utilizzano linguaggi coloriti, espressioni “volgari” e immagini forti chiaramente con l’intento di creare un disagio (anche il disagio, come il ribrezzo, è una forma di risposta) nel lettore. Che cosa ne pensa di questa tendenza? Crede che la poesia per quanto i tempi corrano debba mantenere un suo “pudicismo” e ragguardevole rispetto nei confronti dei Padri che, invece, l’hanno onorata?

MC: La poesia, a mio parere, è la forma letteraria che non dovrebbe avere mai come messaggio una provocazione verbale e quindi, anche quella di  esternare  una volgarità. L’arte poetica, come sappiamo, è una ricerca di idiomi che dovranno, insieme al ritmo, alle metafore e alla musicalità, creare quella forma letteraria di condivisione emotiva. Proviamo ad immaginare una lirica dove, attraverso la lettura a voce alta, ad un certo punto inseriamo vocaboli volgari o non consoni a un messaggio universale… sarà  come sentire una nota stonata o uno schiaffo; il linguaggio poetico perderebbe d’emozionalità creando a un “certo tipo” di pubblico, imbarazzo e negazione. Rigettare le parole non è creare l’intimità introspettiva che la poesia deve dare, è invece provocare una reazione, una violenza, un obbligo all’ascolto. Nella prosa e nella letteratura, è una cosa ben diversa, il tipo di linguaggio sarà certamente più articolato, e lo scrittore potrà avere necessità di inserimenti anche erotici dal momento che la narrativa è lo specchio più “esterno” della vita stessa. Riepilogando quindi, l’interiorità della poesia è evocazione introspettiva/emotiva riflessiva in una ricercatezza della parola per dare un messaggio globale a tutti, la narrativa è il riferire la vita di ogni giorno raccontata attraverso i processi di tutti i sensi dell’uomo, compresa la sessualità, l’erotismo e le sue devianze. La mia non è pudicizia, sono dell’idea che l’autore non debba MAI avere catene all’espressione, ma la poesia è e deve restare messaggio universale, dove il lettore di ogni età e sensibilità, possa attingerne il pensiero.

 

LS: Nelle riflessioni introspettive di molti poeti, sia attuali che passati, si riscontra spesso la presenza insormontabile del destino, a volte personificato nelle tre divinità delle Parche o espresso mediante costruzioni retoriche. Il fato spesso viene visto come destino ultimo già scritto al momento della nascita (predestinazione), altre volte come punto finale di un percorso costruito dall’uomo mediante le sue scelte (libero arbitrio); molte altre volte il fato è visto come un nemico addirittura della divinità perché anch’essa può sembrare soggiogata da esso. Parlare di destino e credere in un progetto pre-divino ineluttabile significa, in una certa misura, distanziarsi da quello che è il messaggio cattolico. Che cosa ne pensa a riguardo? Quanto secondo Lei il tema del destino viene usato nella poesia?

MC: Il fato, il destino e la coincidenza, sono tre fattori diversi fra loro; la coincidenza rappresenta una dicotomia fra il fato (quindi anticamente stabilito fin dalla nascita) al caso fortuito, il destino è ciò che a un uomo potrebbe accadere in conseguenza alle proprie scelte (libero arbitrio)  e il fato, quel Dio Fato (cieco) che impone  e sottomette a qualsiasi azione e situazione l’uomo. Nella Grecia Classica, il fato era invincibile e a lui tutto era sottomesso, uomini, Dei e cosmo e tutta la letteratura e il teatro greco sono intrise di concetti che riportano a questo, ma dietro vi era tutta una cultura e una credenza ben precisa. Credo, invece, che il poeta moderno anche facendo riferimento al fato e al destino, non porti con sé un concetto di logica/pensante nel momento in cui scrive, ma che si lasci istintivamente trasportare da una concezione ben radicata nel suo essere dietro a esperienze o a ragionamenti più istintivi che logici, la ricerca di un destino solo per costruire un’evocazione lirico-poetico per trasferire così, le proprie responsabilità a qualcosa per il quale non hanno la possibilità o la forza di cambiare. Sappiamo che nel cristianesimo, non esiste il Fato come forza invincibile poiché Dio si è rilevato come unico sovrano, ma non credo che il poeta si lasci condizionare da concetti o da dogmi ben precisi. Osho Rajneesh sosteneva che accettare l’esistenza del fato comporta un suicidio, in quanto toglie ogni libertà dell’essere e quindi l’esclusione del libero arbitrio. Ecco, questo in sintesi è anche il mio pensiero

  

 

LS: Lo scrittore francese Antonin Artaud (1896-1948) in uno dei sui sagaci e al contempo eloquenti pensieri parlando di scrittura rivelò senza peli sulla lingua: «Ogni scrittura è una porcata. Chi esce dal nulla cercando di precisare qualsiasi cosa gli passi per la testa è un porco. Chiunque si occupi di letteratura è un porco, soprattutto adesso». Al di là del linguaggio dissacrante, l’autore trasmette un’ accusa di tipo morale. Cosa crede che il poeta voglia realmente intendere? Perché rintraccia il letterato, soprattutto d’oggi, nel “porco”?

MC: Sicuramente Antonin Artaud è stato sempre molto provocatore e definito anche a causa di alcuni suoi libri, “eretico e blasfemo”, appassionato da sempre dei “poeti maledetti”, grande lettore quindi di Rimbaud, Baudelaire, Verlaine e Mallarmé dai quali certamente ha attinto in qualche modo i pensieri e le vedute. Un surrealista che a causa dei suoi eccessi anche con droghe ed altro, lo portò a forme ossessive e in continue sperimentazioni oltre che a trattamenti psichiatrici ospedalieri. Un genio sicuramente e come tutti i geni, la loro visione spesso è alterata dalla propria veduta. Lo scrittore/poeta/commediografo ha sempre asserito che il pensiero emotivo veniva in qualche modo tramutato nella materializzazione dello scrivere e che quindi questa trasformazione rendeva sfalsato il pensiero stesso; era alla continua ricerca del suo essere intellettuale e non sopportava la “leggerezza” con la quale i  letterati scrivessero senza acuire i significati dei loro elaborati. Ha spesso espresso sull’inutilità della letteratura. Nella lettera che scrisse a Jean Paulhan (scrittore/editore e critico letterario) disse che nella scrittura aveva sempre espresso della propria sofferenza attraverso i tormenti del proprio corpo e della propria anima. Ecco, credo che Antonin Artaud intendesse proprio questo della letteratura; il trasmettere nello scrivere ogni verità, senza compromessi sia politici che religiosi, il non vendersi e il non arruffianarsi e “approfittare” invece, della letteratura per comunicare la verità nella parola/essenza senza il timore di non piacere  o di non essere quello che si è; usare la scrittura quindi per la trasformazione, la costruzione e per uscire dalla velata presenza di antiche forme obsolete. Certamente un grande artista e come ogni eccelso artista, non compreso da tutti.

  

 

LS: Lei è alacremente attiva da anni, soprattutto in quel di Firenze, per la promozione e la diffusione della cultura letteraria e non solo attraverso la partecipazione a giurie di concorsi, presentazioni di libri e promozione di esordienti. Attorno a Lei si è creato un ampio circolo di lettori-autori che lei annualmente “chiama a raccolta” a Firenze per celebrare un evento dove si dà spazio a ciascun partecipante per mezzo della lettura di poesie, racconti, segnalazioni di libri ed esposizioni di quadri. Questo è di certo un’attività lodevole che manifesta il suo grande amore per l’Arte nelle sue varie derivazioni. Che cosa ne pensa delle nuove generazioni che cercano di “venire allo scoperto”? Tra i tanti scrittori che Le propongono letture, recensioni e commenti crede di avvertire la presenza di autori realmente validi?

MC: Quando ho creato su Facebook il gruppo denominato “Autori e amici di Marzia Carocci”, è stato per riuscire a rendere “reale” il “virtuale” di questo social network. Il mio desiderio era quello di vedere confluire più autori possibili a Firenze per  condividere un momento che ci vedesse uniti nel pensiero. Credo fermamente che ogni forma di  arte (pittura, poesia, musica, scultura), abbiano come base lo stesso messaggio, e cioè quello di esprimere il mondo interiore, la voglia di comunicare  quella creatività che nasce esclusivamente dall’introspezione umana. Ci sono giovani artisti che hanno ottime capacità e se non si creano momenti di aggregazioni con chi li sa ascoltare, con chi comprende quel tipo di messaggio, (e chi più di un’artista?) molte cose andranno perdute. Il nostro è un periodo storico-culturale dove si ascolta poco, dove il tutto si trasforma in materialismo e incompiutezza. Ricevo bozze di libri o di silloge ogni giorno, recensisco per la maggior parte del mio tempo e sono pienamente convinta di dire e di affermare  che ci sono autori esordienti-emergenti molto validi purtroppo spesso “soffocati” da scribacchini della domenica che a causa di una grossa mole di questi, vengono occultati i talenti reali.

  

 

LS: Il panorama editoriale italiano, molto variegato e sofferente della crisi attuale, è una vera giungla. Lo è nel senso che i pericoli in cui il giovane esordiente, inesperto, può incappare sono molti e insidiosi. La questione qui sarebbe ovviamente troppo lunga da trattare e su questo ci si potrebbe scrivere un intero libro, se già qualcosa del genere non è stato fatto. Quali sono secondo Lei i principali problemi, disguidi e incomprensioni che un novello scrittore può incontrare nel momento in cui si rapporta a una realtà editoriale e quali consigli si sente di dare?

MC: Questa domanda potrebbe avere mille risposte, tante sono le “insidie” che un giovane esordiente può incontrare prima di pubblicare. Innanzitutto il giovane autore, ma non solo, non deve aspettarsi mai niente dalla pubblicazione stessa. Purtroppo molti libri non hanno e non avranno  alcuna diffusione; le cause sono molteplici. E’ chiaro anche se non giusto, che nessuno andrà mai in una libreria a comprare un volume di poesie di una certa “Maria Rossi”, questo perché un nome sconosciuto, non attirerà mai l’acquirente così come il genere stesso è di “nicchia”, almeno nel nostro paese. Questo è uno dei motivi per il quale anche se la casa editrice manderà i libri del proprio autore a una certa libreria, questa si rifiuterà di accatastare libri che resteranno invenduti. Lo stesso vale per i libri di narrativa, troppe pubblicazioni, troppi scrittori, troppe case editrici che pur di stampare pubblicano di tutto anche quello che non andrebbe pubblicato. Ai giovani autori vorrei dire che prima di pubblicare a pagamento, se credono fermamente nella loro opera, di  provare a mandare la bozza del loro libro a più case editrici (saperle scegliere è fondamentale), insistere fino a quanto possono e di  non arrendersi ai primi no. Voglio ricordare loro, inoltre, che il cammino letterario è molto irto e faticoso, dove le ingiustizie nell’editoria si ripetono continuamente, ma è vero anche che è un settore dove la crisi ha fatto i suoi danni. Domandiamoci perché vendono e distribuiscono facilmente le storie autobiografiche di criminali, perché i nomi di artisti famosi (attori, calciatori, veline) fanno record di vendite e allora potremmo comprendere che la richiesta del pubblico è spesso dettata da curiosità e voyeurismo che non hanno nulla di intellettuale e di culturale. Vi sono più scrittori che lettori, siamo quasi al paradosso. Attenzione anche a quei concorsi letterari che promettono pubblicazioni gratuite nel caso di vincita; ce ne sono di veri e seri, ma ci sono anche specchietti per allodole. Ai giovani esordienti dico di leggere sempre bene, molto attentamente prima di firmare ogni contratto e soprattutto dico con affetto a questi giovani di scrivere comunque, di farlo principalmente per sé stessi e se son rose….

  

Firenze, 2 giugno 2013

 

[1] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e Penna, 2012, p. 14.

[2] Ibidem

[3] Wisława Szymborska, Elogio dei sogni, Milano, RCS per Corriere della Sera, 2011, p. 211.

[4] Paolo Ruffilli, La gioia e il lutto. Passione e morte per Aids, Marsilio, 2001, p.

[5] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[6] Paola Surano, La vita, in sottofondo, Terni, Agostino Pensa Editore, 2011, pp. 10-11.

[7]Paola Surano è nata a Busto Arsizio (VA) nel 1952. In quella città ha svolto per trentacinque anni la professione di avvocato. Scrive poesie e racconti dagli anni del liceo classico e ha “avuto il coraggio” di togliere le sue poesie dal cassetto solamente negli anni ‘90. Di poesia ha pubblicato Alla luce di un’unica stella (Ibiskos, 2000), La vita, in sottofondo (Pensa, 2011) e I giorni, le ore (Liberia Editrice Urso, 2012), La rosa in scatola (Libreria Editrice Urso, 2013) e di narrativa la raccolta di racconti Nell’anima/ nel mondo (Oceano Editore, 2000). Partecipa a vari concorsi di carattere nazionale, ottenendo lusinghieri riconoscimenti. E’ socia delle Associazioni “Amici dell’Umbria”, “Penna d’Autore” e “TraccePerLaMeta”. 

Un Premio per opere edite di poesia intitolato alla poetessa milanese Antonia Pozzi

strip evento FB

I PREMIO LETTERARIO NAZIONALE PER OPERE EDITE DI POESIA “ANTONIA POZZI”

L’Associazione Culturale TraccePerLaMeta in collaborazione con la Rivista di Letteratura “Euterpe” organizza la I Edizione del Premio Letterario Nazionale “Antonia Pozzi” per opere edite di poesia.

 

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.
 
Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
….
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.
 
(ANTONIA POZZI, da “Preghiera alla Poesia”)

 

REGOLAMENTO

 

1)     Il Premio Letterario è aperto a tutti i poeti -italiani o stranieri- che abbiano pubblicato una silloge poetica in lingua italiana. Uniche escluse alla partecipazione sono le sillogi poetiche pubblicate da TraccePerLaMeta Edizioni.

 

2)     La silloge poetica dovrà essere stata pubblicata a partire dal 2000 e dovrà essere regolarmente dotata di codice identificativo ISBN (non verranno accettate opere pubblicate da tipografie senza l’attribuzione di detto codice).

 

3)     Si partecipa con una sola opera per autore, da inviare in 3 copie con allegata scheda di partecipazione compilata in ogni sua parte (in calce al presente bando) e la ricevuta della quota di partecipazione (vedi punto 4).

 

4)     Quale quota di partecipazione è richiesto un contributo di 20€ che dovrà essere inviato secondo le modalità descritte al successivo punto 6.

 

5)     Il contenuto delle opere deve essere moralmente responsabile; non deve offendere i valori etici, culturali e religiosi, pena l’immediata eliminazione.

 

6)     La quota potrà essere pagata secondo una delle seguenti modalità (in ogni caso la ricevuta del pagamento andrà inviata assieme al plico con i libri):

 

Bonifico bancario – IBAN: IT 76 I 03488 22800 000000035330

INTESTAZIONE: Associazione Culturale TraccePerLaMeta

CAUSALE: “Premio Letterario Nazionale Antonia Pozzi”

 

Bollettino postale – C/C POSTALE: 1004217608

INTESTAZIONE: Associazione Culturale TraccePerLaMeta

CAUSALE: “Premio Letterario Nazionale Antonia Pozzi”

 

Paypal – Mail: postmaster@tracceperlameta.org

CAUSALE: “Premio Letterario Nazionale Antonia Pozzi”

 

7)     Le opere inviate non verranno restituite. Al termine del concorso esse verranno donate ad alcuni centri penitenziari italiani e rese disponibili alla lettura e al prestito all’interno di dette strutture. Saranno indicati in un secondo momento le destinazioni specifiche previste per i libri in oggetto.

 

8)     La Giuria del Premio, composta da una rosa di poeti, scrittori e critici letterari i cui nominativi saranno resi noti il giorno stesso della cerimonia di premiazione, nominerà un primo, secondo e terzo vincitore assoluto. A sua discrezione, la Giuria potrà altresì individuare altri riconoscimenti quali menzioni d’onore e segnalazioni particolari.

 

9)     La scadenza per poter partecipare al concorso è fissata improrogabilmente per il giorno
30 luglio 2014. Per l’invio dei libri farà fede il timbro postale.

 

10)   L’organizzazione del Premio declina ogni responsabilità per disguidi, smarrimenti, furti e ogni altro tipo di disagio imputabile al servizio postale. Al corretto ricevimento delle proprie opere, la segreteria del Premio invierà, comunque, una e-mail di corretta ricezione del materiale.

 

11)   Le opere, assieme al foglio contenente i propri dati personali e la ricevuta del pagamento, andranno inviate a:

 

Premio Letterario Nazionale “Antonia Pozzi”

Associazione Culturale TraccePerLaMeta

Casella Postale n.29

21018 Sesto Calende (VA)

 

12)   I premi consisteranno in:

1° premio: diploma, targa e pubblicazione gratuita di un nuovo libro di poesia (60 facciate, 50 copie) con TraccePerLaMeta Edizioni.

2° premio: diploma, targa e pubblicazione gratuita di un nuovo libro di poesia (massimo 30 poesie) in formato e-book.

3° premio: diploma, targa e buono di 50€ di spesa nel negozio online di TraccePerLaMeta Edizioni.

 

13)   I premi dovranno essere ritirati personalmente o con delega dai vincitori. In mancanza del vincitore o di un suo delegato i soli diplomi e targhe potranno essere spediti a domicilio previo pagamento delle relative spese di spedizione.

 

14)   Tutti i partecipanti al concorso avranno diritto a ricevere il loro attestato di partecipazione il giorno della premiazione. Lo stesso potrà essere inviato per posta, dietro pagamento delle relative spese di spedizione.

 

15)   La cerimonia di premiazione avverrà nel mese di Novembre 2014. Data e luogo saranno tempestivamente comunicati ai vincitori e saranno avvisati tramite e-mail tutti i partecipanti al concorso. Tutte le altre comunicazioni inerenti le operazioni di valutazione della Giuria saranno inviate ai partecipanti a mezzo posta elettronica, con l’invito di seguire anche il sito dell’Associazione al suo indirizzo http://www.tracceperlameta.org

 

16)   La partecipazione al Concorso implica la completa accettazione del relativo regolamento in ogni sua parte.

 

Info: info@tracceperlameta.orghttp://www.tracceperlameta.org

 

 

  

I PREMIO LETTERARIO NAZIONALE PER OPERE EDITE DI POESIA “ANTONIA POZZI”

 Scheda di Partecipazione al Concorso

 

La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura e il tutto va inviato nel plico assieme ai libri.

 

Nome/Cognome _____________________________________________________

Nato/a ________________________________ il ___________________________

Residente in via _________________________Città________________________

Cap __________________ Provincia ________________Stato________________

Tel. _______________________Cell.____________________________________

E-mail ________________________Sito internet: _________________________

 

Partecipo al Concorso con la silloge poetica dal titolo

 

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□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.

 

 

 

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Lorenzo Spurio intervista il “poeta del silenzio”, il marchigiano Renato Pigliacampo

LS: All’interno della sua poesia possiamo scorgere varie tematiche che ritornano nelle varie sillogi della sua ampia produzione. Tra di esse è da segnalare l’amore verso le Marche e la rievocazione di quel mondo di provincia fatto di lavoro nei campi, di piccole cose, di parole in dialetto e dal fascino paesaggistico di valli che degradano verso il mare. Quanto è effettivamente importante il legame che ha con la nostra Regione e in particolare con la provincia di Macerata?

RP: Ho vissuto l’infanzia e la fanciullezza a Bagnolo di Recanati a contatto  con la natura inviolata, un Eden,  rispettata come una dea (Geo). Mio nonno paterno, Neno, ebbe un grande ascendente sulla mia formazione socioculturale. Lui era un poeta verbale, capace di recitare a memoria i Canti della Commedia alla mattina, mentre strigliava le vacche di stalla. Non eravamo coltivatori diretti, ossia proprietari degli ettari  di terra coltivati, e i campi appartenevano ai latifondisti conti Degli Azzoni Carradori. Bagnolo si proponeva  ai miei occhi  di bambino prima e fanciullo poi, come la  Macondo di  García Márquez di Cent’anni di solitudine. La contrada Bagnolo non è di facile individuazione sulla cartina toponomastica. Può comunque essere ubicata nelle ultime case sparse della contrada di Bagnolo-Cantalupo del comune di Recanati.  La mia Macondo si trova tra il fosso Cantalupo, ai confini con Osimo, Montefano e Castelfidardo.  E al magistero del Vergaro, il capo della mezzadria che tiene i contatti col fattore, fiduciario del padrone del fondo, conosco le erbe di ogni specie, gli alberi, gli animali di terra e di cielo. Iniziai ad amare le Marche nella doviziosità  d’indicazione plurale; mi innamorai di ogni «marca»  sì e, nello stesso tempo, a nessuna, restando  fedele  e radicato alla mia Macondo che mi permise, alzando gli occhi a Recanati, di vedere il Colle dell’Infinito e, all’orizzonte, i leopardiani Monti Azzurri. Prima di mettere per iscritto i versi, li ho sperimentati nel vissuto al  «borgo selvaggio» (sebbene il Recanatese suddividesse la gente  quella dentro le mura:  patrizi e borghesi da una parte, vale a dire gli Antici, i Cruciani,  i  Massilli, i Melchiorri, i Perozzi, i Politi  e quella fuori, gente ignorante di campagna, “i bifolchi”, i contadini coltivanti i terreni dei proprietari).

  

LS: Molti scrittori, anche di ampia levatura nel panorama culturale italiano, tra i quali Diego Valeri e Cesare Zavattini, hanno osservato che la sua deficienza uditiva in realtà, più che precluderle il mondo dei suoni e delle sfumature del mondo, gliele caratterizza e gliele ispessisce ulteriormente. In altri termini il legame intimo che Lei istituisce con il mondo del Silenzio è possibile non solo in base alla sua condizione di audioleso, ma grazie alla sua profonda capacità di interpellare i luoghi e gli oggetti. Pensa davvero che si possa dialogare con il Silenzio?

RP:  E’ la verità notata non solo da Zavattini, uomo di  poliedrica cultura, ma pure da Diego Valeri e da altri  scrittori e poeti fra i quali, delle Marche, spicca il Gruppo di letterati che ha visto maturare, in progress, la mia poetica negli anni Settanta-Novanta del secolo scorso, fra i molti cito Luigi Martellini, docente di Letteratura moderna e contemporanea all’Università della Tuscia, prefatore del mio testo d’esordio, Dal silenzio; Leonardo Mancino; Gastone Mosci; Alfredo Luzi;  Guido Garufi, il compianto Remo Pagnanelli, morto suicida, e altri. E’ una ricerca paziente e competente della critica  lungo un itinerario semiotico-linguistico, che ho individuato io stesso nella maturazione migliorandone il linguaggio  che tende prettamente all’imago. A ciò non è estranea la LIS (la lingua italiana dei segni) che ho appreso nelle scuole  specializzate (o Istituti per  sordi) nei quali ho aperto la frequenza delle scuole superiori ai disabili gravi d’udito. Questa peculiarità fortuita di avere la chiave semiotica dei codici visuomanuali significativi mi ha permesso la lettura critica degli Idilli del Recanatese anche in LIS, favorendomi l’accesso al processo ideativo sinestesico di Giacomo Leopardi, proprio della genesi della sua poesia che va ‘gustata’ anche visivamente. Ci sono Canti che oggi conservano la freschezza di quando sono stati ideati, sebbene il poeta riporti le parole idiomatiche del  «borgo selvaggio». E ciò per un processo calato sulla realtà oggettiva del poetare!  Facciamo fatica oggi a leggere la poesia di poeti contemporanei a Leopardi, ad apprezzarla; al contrario del Recanatese che ci affascina sia nel linguaggio che nella descrizione nitida dei paesaggi narrati. Possiamo portare tanti esempi su questo, a partire dal celeberrimo “L’Infinito” che, a mio giudizio, in soli 15 versi Giacomo Leopardi eleva Recanati a monumento poetico del romanticismo europeo! Il segreto sta nel fatto che Leopardi «vede» e  «ascolta» nel momento in cui origina il suo linguaggio poetico. Io ho sperimentato, perché sino a 12 anni sono  stato in una full immersion di suoni, voci e rumori agresti,  ossia nella realtà della natura che comunica e, poi, nel silenzio della sordità. Così sono giunto alla comprensione comparando, proprio per un  fortuito caso di vita  come detto, il  «processo d’audizione» e il «processo visuomanuale», tanto più efficace quest’ultimo perché mi ha condotto a relazionare con le  persone e le  cose,  e gli esseri animati, con uno specifico linguaggio visuomanuale  di codici, di cui mi giovo assai nella mia poetica. Ecco l’intuizione di Valeri, di Zavattini e di altri critici estimatori. La differenza sta nel fatto che io sperimento il sonoro-acustico per mnemesi e non di una sinestesia diretta, fenomenologia poetica del Recanatese. La mia poesia attinge a un’inconsueta vena musicale perché, come ammetteva il prof. Gastone Mosci dell’Università di Urbino, è genesi interiore. Leopardi dice nello Zibaldone che la poesia deve avere  ritmo e melodia, a mio giudizio  questo è fondamentale anche se spesso c’è una forzatura come succedeva, un tempo, in alcuni poeti nella ricerca della rima forzata, di certi morfemi o parole, nel mio linguaggio poetico tutto avviene in modo spontaneo: il soggetto  (o il contenuto) è che chiama la parola appropriata per “vestirsi”  a festa nella narrazione dando doviziosità al verso. Ecco perché oggi facciamo fatica a incontrare sillogi poetiche di sordi per la carenza o nullità del processo onomatopeico che io, come riferito, richiamo dalla memoria. Al contrario troviamo validi pittori ipoacusici, con eccelse opere di pittura.

Certo, si può dialogare col Silenzio quando è inserito nel momento opportuno! Idem con le cose e le persone (e la Natura!) perché il Silenzio per me non corrisponde alla disabilità uditiva: è vincente quando diventa consapevolezza di una peculiarità di percezioni anche per via tattile. E’ una re-attivazione dei linguaggi che ci favoriscono nella creatività! Siamo in un settore molto importante che ci apre un varco di riflessione sulla comunicazione, in particolare sui rumors d’oggi di troppi umani che, appunto, gridano e imprecano senza comunicare né avere la pazienza d’ascoltare il valore intrinseco della parola nel linguaggio silente che ci è dintorno.

 

LS: C’è un intero filone della sua poesia che parte dall’amore incondizionato verso la Natura. In molte liriche quando parla della/alla Natura utilizza l’espressione Geo, piuttosto che il suo naturale corrispettivo femminile, Gea, nella quale si identifica la divinità madre, la Madre Terra. Perché l’utilizzo di Geo, al maschile, per riferirsi alla Terra?

RP: Géa, in greco Gaia o Ge. Per me «Geo», al maschile, nel senso che vuole essere un distaccamento dalle credenze collegate a dottrine orfiche, o emersa dal Caos. Quando nei miei versi mi riferisco a “Geo”, intendo la geo-terra, la natura che vediamo e ascoltiamo con i nostri sensi e manipoliamo con le nostre mani; penso alla consumazione del suolo agricolo. La Geo, a cui mi riferisco io, non è una divinità dell’Olimpo, la mia poetica (su Geo) vuole essere una denuncia delle malefatte dell’uomo nei confronti della Natura, ossia più attenzione all’ambiente:  è richiamare alla memoria una beltà di luoghi agresti di albe e tramonti della mia Bagnolo-Macondo! Forse il Vergaro delle mie terre metteva attenzione ad un’autorità tipica allora: “il” maschile, “il” maschio  che comanda. Ecco che le Marche, in primis le mezzadrie del maceratese hanno priorità, nell’anagrafe comunale, soprattutto nella cognomizzazione, prevalente il soprannome di provenienza o dell’attività svolta: ecco i cognomi caratteristici i «Pigliacampo» (per la quantità degli ettari coltivati dai miei antenati tra Bagnolo e il fosso Cantalupo e Montefiore-Montefano), i «Calzolaio», gli «Osimani», i «Pigliapoco»,  i «Mangia o Magnaterra», i «Trubbiani, i «Cingolani», i «Ficosecco», gli «Scarponi» (…). C’era una magia etnografica che aveva genesi dalle fole narrate d’inverno, davanti allo scoppiettante fuoco da mia nonna vergara nell’idioma coinvolgente di Bagnolo-Macondo! Ripensandoci, nell’osservazione intelligente della domanda, io non penso a “Geo” quando scrivo, penso alla mia Recanati, oltre alla contrada, alle radici che diverranno fonte della mia ispirazione quando, il destino, violenterà Bagnolo-Macondo con la disabilita dell’udito.

  

LS: Durante la presentazione del suo ultimo libro, Nel segno del mio andare (Edizioni Simple, 2013) svoltasi lo scorso dicembre a Macerata e nel quale ha concretizzato con esempi del suo passato, aneddoti curiosi e ricordi della sua infanzia, quanto abbia sempre combattuto per poter ricevere il giusto rispetto in virtù del proprio cervello (competenza, concretezza, serietà), mi ha colpito molto una sua attestazione nella quale ha detto “Ho capito Leopardi, quando sono diventato sordo”. Può spiegare questo concetto?

RP: Questa domanda si ricollega a quanto ho detto in precedenza. Oggi Leopardi è stato rivalutato come  filosofo, sebbene lui non abbia scritto trattati di filosofia, a meno che lo Zibaldone non sia letto come “mattone” filosofico!  Sì, è vero che nello Zibaldone troviamo una “filosofia” di vita:  c’è tutto, in un lampo. Ma gli italiani l’hanno scoperto quando un gruppo di studiosi traduttori hanno voluto cimentarsi a tradurre Leopardi in lingua inglese, traducendolo perde tanta beltà narrativa, che ho definito  semiotica di sinestesia visuo-acustica riconducendoci al suo ideare poesia che, appunto, ho scoperto col linguaggio visuomanuale della LIS. Leopardi non si può tradurre, per essere goduto sino in fondo bisogna conoscere bene la struttura grammaticale della lingua dei segni (v. William Stokoe) compiendo poi una full immersion proprio nell’idioma locale e nel paesaggio leopardiano! A me dispiace una cosa, non perché non odo, mi addolora il fatto che certi dirigenti delle scuole superiori, non mi/ci invitano a parlare di questa realtà percettiva nelle scuole secondarie. E’ una ristrettezza e ottusità di pensiero di conoscenza del linguaggio. Devo ringraziare un illuminato assessore, il  Dr. Alessandro Savi che, quando era a capo dell’istruzione della provincia di Macerata,  a me e ad una docente di LIS, ci permise di diffondere ciò nella scuola dell’obbligo e nella secondaria, affascinando ragazzi e  giovani sulla multi-sensorialità dei linguaggi! Oggi  ritengo fondamentale aprire queste esperienze di comunicazione perché i giovani sono basiti nell’ascolto per la saturazione del canale acustico. Se c’è un  ente di formazione aperto al nuovo, sono disponibile a ripropormi, estendendo  lezioni anche sulla genesi del linguaggio poetico visuomanuale.

  

LS: In Lettera ad una logopedista (Kappa Ediz, 1996 e ripubblicato da Armando, 2012), una delle sue opere principali per quanto concerne la produzione saggistico-divulgativa, rintraccia in un percorso a ritroso il rapporto con il mondo. Sarebbe più giusto dire con il “nuovo mondo” intendendo con questa definizione il nuovo rapporto che nella fanciullezza è costretto a inaugurare con il mondo a seguito della sua perdita dell’udito. Interessantissime le pagine in cui viene tracciata la Storia del silenzio e soprattutto il costante dualismo dei sistemi di comunicazione che vengono portati sulla carta. Il mezzo verbale fondato sull’utilizzo della parola sonora e il mezzo visivo fondato, invece, sull’utilizzo del linguaggio mimico-gestuale, necessario ai sordi per poter comunicare.

Si respira una certa sfiducia già dall’inizio del libro nei confronti della logoterapista, che è la destinataria della lettera e dell’intera analisi che Lei fa a distanza di tempo, che non viene mai stemperata. Lei ravvisa da subito quanto sia errato, limitante e addirittura insultante per un non udente ricevere un trattamento fondato sull’insegnamento obbligatorio dei vocaboli e della loro pronuncia e quanto, dall’altra parte, potrebbe essere significativo, utile e determinante per il non udente interagire con il linguaggio dei segni (LIS) sia con altri non udenti che con gli udenti.

Ritrovo queste considerazioni anche nelle sue poesie, ad esempio cito alcuni versi:

 
Odo imposizione di parole
nasconde dittatura di pensiero.[1]
 
Poi studente negli atenei di città
mi accorsi la differenza
tra logopedia e logoterapia di Frankl.
ebbi sicumera che parola vocale
è solo un’opportunità.[2]

 

Potrebbe dirci in che cosa si sostanzia la differenza tra  logopedia e logoterapia e come realmente visse il periodo dell’adolescenza in cui frequentava la logoterapista?

 

RP: Premesso che io sono docente nel Laboratorio per il sostegno  (settore Non Udenti) presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Macerata,  c’è confusione quando si parla di lingua, linguaggio, comunicazione eccetera. Io sono uno studioso che non si limita solo alla docenza di tematiche “comunicative” alternative per il “sostegno” per i disabili dell’udito, ma anche alla Didattica specializzata, alle Espressività e tecniche di comunicazione, alla Psicolinguistica dei disabili sensoriali, pertanto è bene chiarire che la logopedia è permettere al bambino, sordo o ipoacusico, di appropriarsi del codice verbale, ossia sonoro-acustico della parola. Comprendo che è fondamentale, ma ci sono altri codici di comunicazione: gli iconici, i filmici e, per farla breve, i visuomanuali significativi che usano i sordi se sono esposti all’apprendimento degli stessi. In quanto alla logoterapia, cito dalla voce specifica di un dizionario della disabilità da me curato: «Proposta da Viktor  E. Frankl quale sistema terapeutico basato su una concezione dell’esistenza in perenne ricerca di significati e contenuti da raggiungere ogni giorno. Si oppone a certe concezioni di Freud per il quale i disturbi psichici hanno origine solo da repressioni e complessi. Inoltre Frankl contesta sia a Freud sia a Adler alcuni aspetti della loro psicologia: per esempio il principio del piacere e il desiderio dell’affermazione. Frankl è chiarissimo:  «… più si tende al piacere e meno lo si raggiunge.» Lo stesso è per l’affermazione: l’essere umano più si sforza per farsi valere e meno raggiunge lo scopo. Ecco che Frankl ha individuato la via per aiutare l’uomo nel recupero dei valori e nell’analisi dei significati. I punti focali sono tre: la libertà della volontà; la volontà del significato; il significato della vita. (…).»[3]   Quindi la logopedia non c’entra con la logoterapia. C’è da consolarsi che, anche professionisti del settore che lavorano con soggetti ipoacusici, si confondono. A questo punto è pur vero che nell’Istituto per sordomuti (come erano indicati i mastodontici edifici dove eravamo) c’era qualche  suorina logopedista, per qualche ora alla settimana. All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso la professione di logopedista non era ancora attiva in Italia, di solito interveniva saltuariamente. Io vi notai, negli esercizi d’impostazione dei corretti fonemi, dell’idonea pronuncia alla tonalità della parola, eccetera, una straordinaria fonte di comprensione dello sviluppo del linguaggio verbale. Nel tempo, queste conoscenze mi resero ribelle contro tutti  gli Operatori che trattavano i sordi nell’istruzione e nella ri-abilitazione perché li giudicavo ignoranti! Perché, devo gridarlo, e l’ho sostenuto nel pamplhet edito con lo pseudonimo  Scuola di Silenzio, Lettera ad una Ministro (e dintorni), Armando editore, Roma 2005, che il nostro è un paese che teme (!) i disabili sensoriali, ossia i sordi e i ciechi, toutcourt nelle crude parole, capaci di accedere ai massimi studi, imponendo tuttavia una rivoluzione dei processi d’apprendimento che una percentuale elevatissima di docenti sono meramente di sostegno e mai preparati per essere  considerati specializzati!  Lo Stato non è in grado di rispondere ai bisogni. I  disabili sensoriali sono tenuti fuori dalla comunità, in primis i capaci e gli istruiti bene perché non accettano la coercizione di un modello di presunta integrazione imposto dai cosiddetti normali, ovviamente vogliamo migliorarci gli spazi di relazione comunicativa, ma senza rinnegare le potenzialità che ci insegna, quotidianamente, la disabilità sensoriale. Io non concordo con la definizione popolare che afferma: se vai con uno zoppo impari a zoppicare! La vedo così: vai con lo zoppo perché tu apprenda come superare gli ostacoli!

 

LS: Quelli che Lei nelle poesie definisce “ghirigori di mani sognanti” o semplicemente “poesie visive” e che sua madre (e come lei una grande categoria della gente) ebbe a definire “il linguaggio delle scimmie”, in realtà è uno dei suoi modi per comunicare. Comunicare significa contemporaneamente mandare un messaggio (essere compresi) e ricevere un messaggio (comprendere). La labiolettura è all’interno dell’universo audioleso un ulteriore sistema di comprensione ed anche in Lettera ad una logopedista si fa spesso riferimento all’importanza del saper leggere i movimenti delle labbra. Quanto è difficile saper labioleggere e perché?

RP: Il mondo del bambino ipoacusico nell’età evolutiva è utile allo psicologo sia per  conoscere le potenzialità dei due sensi principali, la vista e l’udito, che, quando uno ne viene meno, l’altro deve supportare i processi di apprendimento. Fa parte delle mie lezioni nei corsi di specializzazione all’Università di Macerata. La domanda  che mi è  posta è generica, richiede una contro domanda, ossia: quante persone sono idonee o in grado a parlare ai disabili d’udito per farsi capire?  Perché non basta che un bambino o un adulto discrimini i fonemi se l’interlocutore ha le labbra sbilenche, parla velocissimo, si muove a destra e a manca e il volto è poco illuminato! Ho proposto tanti progetti agli enti locali per  organizzare appositi corsi di comunicazione per i propri dipendenti che hanno contatti con gli utenti negli uffici pubblici. La  risposta è stata quasi sempre la  stessa: silenzio e menefreghismo. Nei miei versi che lei individua bene, è comunicata questa rabbia e insensibilità.

 

LS: Lei è da sempre stato per natura e inclinazioni un rivoluzionario, nel senso buono del termine ossia nell’accezione in cui lei ha sempre rifiutato di assoggettarsi al conforme e di reprimere le sue idee su questioni di capitale importanza. Come ricorda in varie poesie, combatté in prima linea le battaglie di emancipazione del ’68 italiano contro i capitalisti padovani del Caffè Pedrocchi[4] e nelle manifestazioni di Roma. Non solo. Si è sempre fatto portavoce dei valori e delle istanze dei più deboli, dei socialmente definiti “diversi”, perché portatori di una qualche forma di handicap. Battaglie che lei ha portato avanti e porta avanti anche con la sua importantissima attività all’interno della dimensione assistenziale e mediante una feconda produzione critico divulgativa. Il suo sguardo sul mondo, sulla vita sociale e politica è sofferente e piagato da ingiustizie e non può che condannare con versi che effettivamente sembrano urlare le inadempienze, le trascuratezze e le violenze che si perpetuano contro realtà che andrebbero aiutate e ascoltate. C’è una poesia che è un po’ in controtendenza a questa desolazione interiore dovuta dal non-fare della politica e della società dove, anzi, riesce anche ad essere autoironico:

Mi hanno detto che Dio è democratico.
Ha costruito il cielo senza barriere.
Riderò molto dei trascorsi impedimenti.[5]

Come è nata questa poesia?

 

RP: Ho compreso il ‘trucco’ dei cosiddetti normali nel “gestire” la diversità, qui in Italia. Ho rivestito cariche internazionali nella Federazione Mondiale dei Sordi, che riunisce 120 Paesi. Ho partecipato come relatore ai convegni internazionali, confrontandomi con gli esponenti di altri paesi. Per esempio nei paesi scandinavi, se un disabile sensoriale svolge attività politica, il segretario del partito fa un patto con lui,  dichiarandogli che deve impegnarsi per i simili con proposte programmatiche,  e in cambio riceverà  gli strumenti che, di solito, è una persona che sa comunicare con le persone sorde,  ossia un interprete di lingua dei segni, per far sì che partecipi al dibattito. Io ho svolto politica ad alto livello, un partito mi ha persino candidato al Senato, e più volte sono stato candidato a consigliere comunale, provinciale e regionale. Posso dire che mi hanno usato per raccogliere voti, senza  che il partito tenesse conto della mia disabilità sensoriale,  non migliorando la partecipazione dei sordi, sennonché promesse alla carlona! Ciò ha causato in me rancore e rifiuto di certi leader: per infima ignoranza di conoscere la realtà delle persone disabili che vogliono proporsi in politica. L’Italia è addietro di tantissime legislature perché la voce di un disabile sensoriale possa arrivare in parlamento!  All’UE ci sono sei deputati disabili d’udito colti e preparati e non fanno notizia! Qui da noi sono offerti seggi ad un Belsito, Lusi, Fiorito eccetera  che sono i responsabili amministrativi (ladri) di  taluni partiti.   Questo l’ho urlato nei miei versi politici. L’inclusione deve passare nel superamento dei pregiudizi, soprattutto in politica, perché ci è impedito proporci nei programmi per la soluzione dei nostri problemi!

  

LS: Le Marche e i suoi vari territori, tanto marittimi (Porto Recanati, Porto Potenza Picena, Numana, Sirolo, Ancona) che collinari (Recanati, Macerata, Loreto) e addirittura montani (i Sibillini) sono imprescindibili dalla sua poetica che è fortemente connotata al territorio e di esso si alimenta. Nella rigorosa rievocazione di un mondo provinciale ormai tramontato con i continui riferimenti ai bardasci, ai vergari, ai tabaccoli, è presente in una qualche misura una nostalgia non solo dei posti e di quel mondo, ma dell’età infantile che si  concretizza come la breve fase di vita prima della sperimentazione del mondo del Silenzio?

RP: Questa è una bellissima domanda! Ma tutta la mia poesia è Recanati, Bagnolo-Macondo e i finitimi territori citati. Ripeto che, a Macondo, ho sperimentato un  bambino felice nei suoni e nelle voci, vergari e tabaccoli, bardasci e mongane, belati e muggiti, abbaiare di cani e schiamazzare di oche e di polli nell’aia, e pure il cigolio di carri scendenti sulla strada imbrecciata da Recanati verso il confine; l’astuzia dei contadini nel fregare il latifondista durante la trebbiatura o,  ad ottobre, l’uva della vendemmia: i  cenni d’intesa fra il vergaro e il tabaccolo, e pure di tutti gli abitanti della mezzadria, dai bardascetti alla donzelletta, avevano un ruolo: guai se venisse disatteso. Questa mia Macondo l’ho raccontata nel romanzo storico Il vergaro. Storia dei contadini nella terra di Leopardi,  Moretti&Vitali editori, Bergamo 1999. Ha avuto un buon successo perché ho raccontato cinquant’anni di una “storia” dei miei antenati sino alla soglia del…. Silenzio, ovvero la sordità che mi ha allontanato per sempre dalla mia Macondo ed ho iniziato a gironzare per l’Italia. Non mi sono mai staccato tuttavia dalle radici. Peccato che ormai è tardi, forse avrei potuto offrire di più di qualche verso o poesia. Perché, a dirla  tutta, io sono un ribelle, un “rivoluzionario” in senso positivo, ossia di cambiamento. Ma la mia sfortuna è stata quella di  (dover) sospingere taluni dappoco, piuttosto d’essere aiutato io a manifestare la mia protesta! Vedo l’occaso leopardiano  che cala su Macondo: e questo mi genera sofferenza perché non sono stato “qualcosa” in niente, sprecandomi in troppi settori: psicologo/insegnante dei sordi/docente universitario/poeta/narratore/studioso di psicopedagogia sensoriale (…). Forse questa pluralità di impegni mi ha isolato, reso prigioniero della sordità, che mai ho nominato, solo talvolta agli sciocchi come pietra da lanciargli in faccia, io mi sono specchiato nel Silenzio e nei suoni della mia Bagnolo-Macondo, poi altrove nelle città di Firenze, Padova, Roma con la mia “grinta” di ribelle! Forse non ho più tempo di dire tutto delle mie giornate e albe a Macondo perché, sebbene pochi chilometri mi separano oggi dalla contrada, io continuo a rivederla come l’ho sperimentata ieri. Vorrei tanto fondere in un processo di integrazione l’Ascolto e il Silenzio per ritrovare la capacità d’essere  esempio per le giovani generazioni.

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Da sx: Renato Pigliacampo, Lorenzo Spurio e Susanna Polimanti durante la presentazione dei libri del poeta Renato Pigliacampo svoltasi alla Biblioteca Comunale Mozzi-Borgetti a Macerata lo scorso 20-12-2013.

  

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc. Le propongo di seguito un estratto dalla silloge Vibrazioni[6] della poco ricordata poetessa Amelia Rosselli (1930-1996) sul quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Questi uccelli che volano
e questi nidi di tormento fasciano
le inaudite coste, e l’ombra
che getta l’alabastro violento sui cuori
e l’improbabile vittoria. O sonetto tu suoni con le campane
dei muli, – il passo è muto.

RP: C’è qualcosa che a mio parere la poetessa non riesce a comunicarci sino in fondo perché, sebbene la natura si presenti in una stagione felice, negli “uccelli che volano”, i “nidi di tormento” offuscano le speranze, i ricordi continuano a torturare la poetessa, impedendole di godere la realtà e, quindi, “l’improbabile vittoria” sulla mestizia che, a mio parere, potrebbe essere il “male oscuro” dei poeti (la depressione).

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la lettura e l’analisi-commento alla poesia civile “Dopo Auschwitz”[7] del poeta maceratese Gian Mario Maulo:

 Anche se non so nuotare
vorrei tanto attraversare il mare;
 
non ho le ali per volare
eppure mi immagino a planare sopra la vallata;
 
non so suonare il piano
ma le dita mi fingono pianista di melodie mai scritte;
 
e non ho memoria dei sogni della notte
ma nascono ancora a frotte le emozioni:
 
non posso più credere ad un ‘Onnipotente’
e mi trovo a sperare contro la speranza.

 

RP: Gian Mario Maulo, che ritengo uno tra i migliori poeti contemporanei delle Marche, è sostenuto – in questa poesia – da un’indomita fede. Tuttavia sorge, d’improvviso, il  dubbio di credere ad un ‘Onnipotente’. Tutti i grandi asceti, che hanno scommesso sull’altra sponda, nel tramonto dell’esistenza sono  avvolti dall’ombra, sentendosi abbandonati. Maulo è lucidissimo in questi versi a farci partecipi del suo smarrimento.

  

LS: Lei è l’ideatore del Premio nazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” che si svolge annualmente e che figura come uno dei maggiori premi letterari delle Marche. Questo è un ulteriore aspetto che la lega ancora di più all’amore verso la poesia e alla sua terra d’origine. Quanto pensa che possano essere importanti i Premi letterari per l’esordiente che si cimenta con le prime produzioni poetiche?

Quali sono secondo Lei le vere forme di arricchimento che si può trarre dalla frequentazione di concorsi letterari?

RP: Prima di rispondere alla sua domanda, faccio una premessa: fondando il Premio Internazionale di Poesia Città di Porto Recanati, che nel 2014 raggiunge un quarto di secolo (!), volevo estendere il Messaggio alle persone  (più) sensibili e ideative, ossia i poeti.  Io mi esprimevo con l’insegnamento, curavo la psiche nella professione, scrivevo testi scientifici, mi mancava di stimolare le persone all’attenzione della disabilità, per questo con un mio Gruppo, pochi davvero, proponemmo un tema fisso: la disabilità in genere, la povertà, gli extracomunitari eccetera, invitando i poeti d’Italia a scrivere. La risposta fu positiva perché induceva a riflettere sulla realtà  che ognuno ha attorno a sé.

I Premi sono utili se sono organizzati da proponenti seri, con la vigilanza dell’ente locale, come nel mio caso il comune di Porto Recanati, sebbene in questi anni non abbia mai sostenuto economicamente il Premio! (sic) La forma di arricchimento, nei concorsi seri, è il confronto ovviamente con   altri linguaggi e soprattutto – se è un concorso a tema – c’è lo stimolo di un processo empatico che favorisce la conoscenza, come  avviene ogni anno nel nostro concorso “Città di Porto Recanati”, il vissuto del disabile o di gente che trattano  le tematiche proposte.

 

 LS: Concludo questa intervista per chiederle se la sua poetica e le ragioni che la motivano possono essere sintetizzate con una citazione di Neruda che recita “La parola è un’ala del silenzio”.

RP: Condivido. Vorrei anche dire: “La parola è il dono di una ginnastica del pensiero che ci favorisce di conoscere l’altro. Ma è solo una possibilità. Ce ne sono altre che evitiamo di conoscere, con la presunzione che la parola verbale possa tutto, invece è solo pigrizia che frena di migliorarci!”

 

 

Porto Recanati (MC), 2 Gennaio 2014

 

[1] Renato Pigliacampo, Canto per Liopigama, Porto Recanati (MC), Casisma Edizioni, 1995, p.  34.

[2] Renato Pigliacampo, L’albero di rami senza vento, Neftasia, 2006, p. 70.

[3] Renato Pigliacampo, Nuovo dizionario della disabilità, dell’handicap e della riabilitazione, Armando editore, Roma, 2009, p. 213.

[4] «Il Sessantotto al caffè Pedrocchi/ contestando signori capitalisti./ Compagni col fazzoletto rosso al collo/ spronavan alla riscossa Bandiera Rossa./ Che società vagheggiata!», in Renato Pigliacampo, Canto per Liopigama, Porto Recanati (MC), Casisma Edizioni, 1995, p. 119.

[5] Renato Pigliacampo, Ascolta il mio silenzio, Siena, Cantagalli, 1999, p. 30.

[6] Amelia Rosselli, L’Opera Poetica, Milano, Mondadori, 2012.

[7] Gian Mario Maulo, Dialogo. Sulle orme di Li Madou, Macerata, Ephemeria, 2010.

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