Lorenzo Spurio intervista il “poeta del silenzio”, il marchigiano Renato Pigliacampo

LS: All’interno della sua poesia possiamo scorgere varie tematiche che ritornano nelle varie sillogi della sua ampia produzione. Tra di esse è da segnalare l’amore verso le Marche e la rievocazione di quel mondo di provincia fatto di lavoro nei campi, di piccole cose, di parole in dialetto e dal fascino paesaggistico di valli che degradano verso il mare. Quanto è effettivamente importante il legame che ha con la nostra Regione e in particolare con la provincia di Macerata?

RP: Ho vissuto l’infanzia e la fanciullezza a Bagnolo di Recanati a contatto  con la natura inviolata, un Eden,  rispettata come una dea (Geo). Mio nonno paterno, Neno, ebbe un grande ascendente sulla mia formazione socioculturale. Lui era un poeta verbale, capace di recitare a memoria i Canti della Commedia alla mattina, mentre strigliava le vacche di stalla. Non eravamo coltivatori diretti, ossia proprietari degli ettari  di terra coltivati, e i campi appartenevano ai latifondisti conti Degli Azzoni Carradori. Bagnolo si proponeva  ai miei occhi  di bambino prima e fanciullo poi, come la  Macondo di  García Márquez di Cent’anni di solitudine. La contrada Bagnolo non è di facile individuazione sulla cartina toponomastica. Può comunque essere ubicata nelle ultime case sparse della contrada di Bagnolo-Cantalupo del comune di Recanati.  La mia Macondo si trova tra il fosso Cantalupo, ai confini con Osimo, Montefano e Castelfidardo.  E al magistero del Vergaro, il capo della mezzadria che tiene i contatti col fattore, fiduciario del padrone del fondo, conosco le erbe di ogni specie, gli alberi, gli animali di terra e di cielo. Iniziai ad amare le Marche nella doviziosità  d’indicazione plurale; mi innamorai di ogni «marca»  sì e, nello stesso tempo, a nessuna, restando  fedele  e radicato alla mia Macondo che mi permise, alzando gli occhi a Recanati, di vedere il Colle dell’Infinito e, all’orizzonte, i leopardiani Monti Azzurri. Prima di mettere per iscritto i versi, li ho sperimentati nel vissuto al  «borgo selvaggio» (sebbene il Recanatese suddividesse la gente  quella dentro le mura:  patrizi e borghesi da una parte, vale a dire gli Antici, i Cruciani,  i  Massilli, i Melchiorri, i Perozzi, i Politi  e quella fuori, gente ignorante di campagna, “i bifolchi”, i contadini coltivanti i terreni dei proprietari).

  

LS: Molti scrittori, anche di ampia levatura nel panorama culturale italiano, tra i quali Diego Valeri e Cesare Zavattini, hanno osservato che la sua deficienza uditiva in realtà, più che precluderle il mondo dei suoni e delle sfumature del mondo, gliele caratterizza e gliele ispessisce ulteriormente. In altri termini il legame intimo che Lei istituisce con il mondo del Silenzio è possibile non solo in base alla sua condizione di audioleso, ma grazie alla sua profonda capacità di interpellare i luoghi e gli oggetti. Pensa davvero che si possa dialogare con il Silenzio?

RP:  E’ la verità notata non solo da Zavattini, uomo di  poliedrica cultura, ma pure da Diego Valeri e da altri  scrittori e poeti fra i quali, delle Marche, spicca il Gruppo di letterati che ha visto maturare, in progress, la mia poetica negli anni Settanta-Novanta del secolo scorso, fra i molti cito Luigi Martellini, docente di Letteratura moderna e contemporanea all’Università della Tuscia, prefatore del mio testo d’esordio, Dal silenzio; Leonardo Mancino; Gastone Mosci; Alfredo Luzi;  Guido Garufi, il compianto Remo Pagnanelli, morto suicida, e altri. E’ una ricerca paziente e competente della critica  lungo un itinerario semiotico-linguistico, che ho individuato io stesso nella maturazione migliorandone il linguaggio  che tende prettamente all’imago. A ciò non è estranea la LIS (la lingua italiana dei segni) che ho appreso nelle scuole  specializzate (o Istituti per  sordi) nei quali ho aperto la frequenza delle scuole superiori ai disabili gravi d’udito. Questa peculiarità fortuita di avere la chiave semiotica dei codici visuomanuali significativi mi ha permesso la lettura critica degli Idilli del Recanatese anche in LIS, favorendomi l’accesso al processo ideativo sinestesico di Giacomo Leopardi, proprio della genesi della sua poesia che va ‘gustata’ anche visivamente. Ci sono Canti che oggi conservano la freschezza di quando sono stati ideati, sebbene il poeta riporti le parole idiomatiche del  «borgo selvaggio». E ciò per un processo calato sulla realtà oggettiva del poetare!  Facciamo fatica oggi a leggere la poesia di poeti contemporanei a Leopardi, ad apprezzarla; al contrario del Recanatese che ci affascina sia nel linguaggio che nella descrizione nitida dei paesaggi narrati. Possiamo portare tanti esempi su questo, a partire dal celeberrimo “L’Infinito” che, a mio giudizio, in soli 15 versi Giacomo Leopardi eleva Recanati a monumento poetico del romanticismo europeo! Il segreto sta nel fatto che Leopardi «vede» e  «ascolta» nel momento in cui origina il suo linguaggio poetico. Io ho sperimentato, perché sino a 12 anni sono  stato in una full immersion di suoni, voci e rumori agresti,  ossia nella realtà della natura che comunica e, poi, nel silenzio della sordità. Così sono giunto alla comprensione comparando, proprio per un  fortuito caso di vita  come detto, il  «processo d’audizione» e il «processo visuomanuale», tanto più efficace quest’ultimo perché mi ha condotto a relazionare con le  persone e le  cose,  e gli esseri animati, con uno specifico linguaggio visuomanuale  di codici, di cui mi giovo assai nella mia poetica. Ecco l’intuizione di Valeri, di Zavattini e di altri critici estimatori. La differenza sta nel fatto che io sperimento il sonoro-acustico per mnemesi e non di una sinestesia diretta, fenomenologia poetica del Recanatese. La mia poesia attinge a un’inconsueta vena musicale perché, come ammetteva il prof. Gastone Mosci dell’Università di Urbino, è genesi interiore. Leopardi dice nello Zibaldone che la poesia deve avere  ritmo e melodia, a mio giudizio  questo è fondamentale anche se spesso c’è una forzatura come succedeva, un tempo, in alcuni poeti nella ricerca della rima forzata, di certi morfemi o parole, nel mio linguaggio poetico tutto avviene in modo spontaneo: il soggetto  (o il contenuto) è che chiama la parola appropriata per “vestirsi”  a festa nella narrazione dando doviziosità al verso. Ecco perché oggi facciamo fatica a incontrare sillogi poetiche di sordi per la carenza o nullità del processo onomatopeico che io, come riferito, richiamo dalla memoria. Al contrario troviamo validi pittori ipoacusici, con eccelse opere di pittura.

Certo, si può dialogare col Silenzio quando è inserito nel momento opportuno! Idem con le cose e le persone (e la Natura!) perché il Silenzio per me non corrisponde alla disabilità uditiva: è vincente quando diventa consapevolezza di una peculiarità di percezioni anche per via tattile. E’ una re-attivazione dei linguaggi che ci favoriscono nella creatività! Siamo in un settore molto importante che ci apre un varco di riflessione sulla comunicazione, in particolare sui rumors d’oggi di troppi umani che, appunto, gridano e imprecano senza comunicare né avere la pazienza d’ascoltare il valore intrinseco della parola nel linguaggio silente che ci è dintorno.

 

LS: C’è un intero filone della sua poesia che parte dall’amore incondizionato verso la Natura. In molte liriche quando parla della/alla Natura utilizza l’espressione Geo, piuttosto che il suo naturale corrispettivo femminile, Gea, nella quale si identifica la divinità madre, la Madre Terra. Perché l’utilizzo di Geo, al maschile, per riferirsi alla Terra?

RP: Géa, in greco Gaia o Ge. Per me «Geo», al maschile, nel senso che vuole essere un distaccamento dalle credenze collegate a dottrine orfiche, o emersa dal Caos. Quando nei miei versi mi riferisco a “Geo”, intendo la geo-terra, la natura che vediamo e ascoltiamo con i nostri sensi e manipoliamo con le nostre mani; penso alla consumazione del suolo agricolo. La Geo, a cui mi riferisco io, non è una divinità dell’Olimpo, la mia poetica (su Geo) vuole essere una denuncia delle malefatte dell’uomo nei confronti della Natura, ossia più attenzione all’ambiente:  è richiamare alla memoria una beltà di luoghi agresti di albe e tramonti della mia Bagnolo-Macondo! Forse il Vergaro delle mie terre metteva attenzione ad un’autorità tipica allora: “il” maschile, “il” maschio  che comanda. Ecco che le Marche, in primis le mezzadrie del maceratese hanno priorità, nell’anagrafe comunale, soprattutto nella cognomizzazione, prevalente il soprannome di provenienza o dell’attività svolta: ecco i cognomi caratteristici i «Pigliacampo» (per la quantità degli ettari coltivati dai miei antenati tra Bagnolo e il fosso Cantalupo e Montefiore-Montefano), i «Calzolaio», gli «Osimani», i «Pigliapoco»,  i «Mangia o Magnaterra», i «Trubbiani, i «Cingolani», i «Ficosecco», gli «Scarponi» (…). C’era una magia etnografica che aveva genesi dalle fole narrate d’inverno, davanti allo scoppiettante fuoco da mia nonna vergara nell’idioma coinvolgente di Bagnolo-Macondo! Ripensandoci, nell’osservazione intelligente della domanda, io non penso a “Geo” quando scrivo, penso alla mia Recanati, oltre alla contrada, alle radici che diverranno fonte della mia ispirazione quando, il destino, violenterà Bagnolo-Macondo con la disabilita dell’udito.

  

LS: Durante la presentazione del suo ultimo libro, Nel segno del mio andare (Edizioni Simple, 2013) svoltasi lo scorso dicembre a Macerata e nel quale ha concretizzato con esempi del suo passato, aneddoti curiosi e ricordi della sua infanzia, quanto abbia sempre combattuto per poter ricevere il giusto rispetto in virtù del proprio cervello (competenza, concretezza, serietà), mi ha colpito molto una sua attestazione nella quale ha detto “Ho capito Leopardi, quando sono diventato sordo”. Può spiegare questo concetto?

RP: Questa domanda si ricollega a quanto ho detto in precedenza. Oggi Leopardi è stato rivalutato come  filosofo, sebbene lui non abbia scritto trattati di filosofia, a meno che lo Zibaldone non sia letto come “mattone” filosofico!  Sì, è vero che nello Zibaldone troviamo una “filosofia” di vita:  c’è tutto, in un lampo. Ma gli italiani l’hanno scoperto quando un gruppo di studiosi traduttori hanno voluto cimentarsi a tradurre Leopardi in lingua inglese, traducendolo perde tanta beltà narrativa, che ho definito  semiotica di sinestesia visuo-acustica riconducendoci al suo ideare poesia che, appunto, ho scoperto col linguaggio visuomanuale della LIS. Leopardi non si può tradurre, per essere goduto sino in fondo bisogna conoscere bene la struttura grammaticale della lingua dei segni (v. William Stokoe) compiendo poi una full immersion proprio nell’idioma locale e nel paesaggio leopardiano! A me dispiace una cosa, non perché non odo, mi addolora il fatto che certi dirigenti delle scuole superiori, non mi/ci invitano a parlare di questa realtà percettiva nelle scuole secondarie. E’ una ristrettezza e ottusità di pensiero di conoscenza del linguaggio. Devo ringraziare un illuminato assessore, il  Dr. Alessandro Savi che, quando era a capo dell’istruzione della provincia di Macerata,  a me e ad una docente di LIS, ci permise di diffondere ciò nella scuola dell’obbligo e nella secondaria, affascinando ragazzi e  giovani sulla multi-sensorialità dei linguaggi! Oggi  ritengo fondamentale aprire queste esperienze di comunicazione perché i giovani sono basiti nell’ascolto per la saturazione del canale acustico. Se c’è un  ente di formazione aperto al nuovo, sono disponibile a ripropormi, estendendo  lezioni anche sulla genesi del linguaggio poetico visuomanuale.

  

LS: In Lettera ad una logopedista (Kappa Ediz, 1996 e ripubblicato da Armando, 2012), una delle sue opere principali per quanto concerne la produzione saggistico-divulgativa, rintraccia in un percorso a ritroso il rapporto con il mondo. Sarebbe più giusto dire con il “nuovo mondo” intendendo con questa definizione il nuovo rapporto che nella fanciullezza è costretto a inaugurare con il mondo a seguito della sua perdita dell’udito. Interessantissime le pagine in cui viene tracciata la Storia del silenzio e soprattutto il costante dualismo dei sistemi di comunicazione che vengono portati sulla carta. Il mezzo verbale fondato sull’utilizzo della parola sonora e il mezzo visivo fondato, invece, sull’utilizzo del linguaggio mimico-gestuale, necessario ai sordi per poter comunicare.

Si respira una certa sfiducia già dall’inizio del libro nei confronti della logoterapista, che è la destinataria della lettera e dell’intera analisi che Lei fa a distanza di tempo, che non viene mai stemperata. Lei ravvisa da subito quanto sia errato, limitante e addirittura insultante per un non udente ricevere un trattamento fondato sull’insegnamento obbligatorio dei vocaboli e della loro pronuncia e quanto, dall’altra parte, potrebbe essere significativo, utile e determinante per il non udente interagire con il linguaggio dei segni (LIS) sia con altri non udenti che con gli udenti.

Ritrovo queste considerazioni anche nelle sue poesie, ad esempio cito alcuni versi:

 
Odo imposizione di parole
nasconde dittatura di pensiero.[1]
 
Poi studente negli atenei di città
mi accorsi la differenza
tra logopedia e logoterapia di Frankl.
ebbi sicumera che parola vocale
è solo un’opportunità.[2]

 

Potrebbe dirci in che cosa si sostanzia la differenza tra  logopedia e logoterapia e come realmente visse il periodo dell’adolescenza in cui frequentava la logoterapista?

 

RP: Premesso che io sono docente nel Laboratorio per il sostegno  (settore Non Udenti) presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Macerata,  c’è confusione quando si parla di lingua, linguaggio, comunicazione eccetera. Io sono uno studioso che non si limita solo alla docenza di tematiche “comunicative” alternative per il “sostegno” per i disabili dell’udito, ma anche alla Didattica specializzata, alle Espressività e tecniche di comunicazione, alla Psicolinguistica dei disabili sensoriali, pertanto è bene chiarire che la logopedia è permettere al bambino, sordo o ipoacusico, di appropriarsi del codice verbale, ossia sonoro-acustico della parola. Comprendo che è fondamentale, ma ci sono altri codici di comunicazione: gli iconici, i filmici e, per farla breve, i visuomanuali significativi che usano i sordi se sono esposti all’apprendimento degli stessi. In quanto alla logoterapia, cito dalla voce specifica di un dizionario della disabilità da me curato: «Proposta da Viktor  E. Frankl quale sistema terapeutico basato su una concezione dell’esistenza in perenne ricerca di significati e contenuti da raggiungere ogni giorno. Si oppone a certe concezioni di Freud per il quale i disturbi psichici hanno origine solo da repressioni e complessi. Inoltre Frankl contesta sia a Freud sia a Adler alcuni aspetti della loro psicologia: per esempio il principio del piacere e il desiderio dell’affermazione. Frankl è chiarissimo:  «… più si tende al piacere e meno lo si raggiunge.» Lo stesso è per l’affermazione: l’essere umano più si sforza per farsi valere e meno raggiunge lo scopo. Ecco che Frankl ha individuato la via per aiutare l’uomo nel recupero dei valori e nell’analisi dei significati. I punti focali sono tre: la libertà della volontà; la volontà del significato; il significato della vita. (…).»[3]   Quindi la logopedia non c’entra con la logoterapia. C’è da consolarsi che, anche professionisti del settore che lavorano con soggetti ipoacusici, si confondono. A questo punto è pur vero che nell’Istituto per sordomuti (come erano indicati i mastodontici edifici dove eravamo) c’era qualche  suorina logopedista, per qualche ora alla settimana. All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso la professione di logopedista non era ancora attiva in Italia, di solito interveniva saltuariamente. Io vi notai, negli esercizi d’impostazione dei corretti fonemi, dell’idonea pronuncia alla tonalità della parola, eccetera, una straordinaria fonte di comprensione dello sviluppo del linguaggio verbale. Nel tempo, queste conoscenze mi resero ribelle contro tutti  gli Operatori che trattavano i sordi nell’istruzione e nella ri-abilitazione perché li giudicavo ignoranti! Perché, devo gridarlo, e l’ho sostenuto nel pamplhet edito con lo pseudonimo  Scuola di Silenzio, Lettera ad una Ministro (e dintorni), Armando editore, Roma 2005, che il nostro è un paese che teme (!) i disabili sensoriali, ossia i sordi e i ciechi, toutcourt nelle crude parole, capaci di accedere ai massimi studi, imponendo tuttavia una rivoluzione dei processi d’apprendimento che una percentuale elevatissima di docenti sono meramente di sostegno e mai preparati per essere  considerati specializzati!  Lo Stato non è in grado di rispondere ai bisogni. I  disabili sensoriali sono tenuti fuori dalla comunità, in primis i capaci e gli istruiti bene perché non accettano la coercizione di un modello di presunta integrazione imposto dai cosiddetti normali, ovviamente vogliamo migliorarci gli spazi di relazione comunicativa, ma senza rinnegare le potenzialità che ci insegna, quotidianamente, la disabilità sensoriale. Io non concordo con la definizione popolare che afferma: se vai con uno zoppo impari a zoppicare! La vedo così: vai con lo zoppo perché tu apprenda come superare gli ostacoli!

 

LS: Quelli che Lei nelle poesie definisce “ghirigori di mani sognanti” o semplicemente “poesie visive” e che sua madre (e come lei una grande categoria della gente) ebbe a definire “il linguaggio delle scimmie”, in realtà è uno dei suoi modi per comunicare. Comunicare significa contemporaneamente mandare un messaggio (essere compresi) e ricevere un messaggio (comprendere). La labiolettura è all’interno dell’universo audioleso un ulteriore sistema di comprensione ed anche in Lettera ad una logopedista si fa spesso riferimento all’importanza del saper leggere i movimenti delle labbra. Quanto è difficile saper labioleggere e perché?

RP: Il mondo del bambino ipoacusico nell’età evolutiva è utile allo psicologo sia per  conoscere le potenzialità dei due sensi principali, la vista e l’udito, che, quando uno ne viene meno, l’altro deve supportare i processi di apprendimento. Fa parte delle mie lezioni nei corsi di specializzazione all’Università di Macerata. La domanda  che mi è  posta è generica, richiede una contro domanda, ossia: quante persone sono idonee o in grado a parlare ai disabili d’udito per farsi capire?  Perché non basta che un bambino o un adulto discrimini i fonemi se l’interlocutore ha le labbra sbilenche, parla velocissimo, si muove a destra e a manca e il volto è poco illuminato! Ho proposto tanti progetti agli enti locali per  organizzare appositi corsi di comunicazione per i propri dipendenti che hanno contatti con gli utenti negli uffici pubblici. La  risposta è stata quasi sempre la  stessa: silenzio e menefreghismo. Nei miei versi che lei individua bene, è comunicata questa rabbia e insensibilità.

 

LS: Lei è da sempre stato per natura e inclinazioni un rivoluzionario, nel senso buono del termine ossia nell’accezione in cui lei ha sempre rifiutato di assoggettarsi al conforme e di reprimere le sue idee su questioni di capitale importanza. Come ricorda in varie poesie, combatté in prima linea le battaglie di emancipazione del ’68 italiano contro i capitalisti padovani del Caffè Pedrocchi[4] e nelle manifestazioni di Roma. Non solo. Si è sempre fatto portavoce dei valori e delle istanze dei più deboli, dei socialmente definiti “diversi”, perché portatori di una qualche forma di handicap. Battaglie che lei ha portato avanti e porta avanti anche con la sua importantissima attività all’interno della dimensione assistenziale e mediante una feconda produzione critico divulgativa. Il suo sguardo sul mondo, sulla vita sociale e politica è sofferente e piagato da ingiustizie e non può che condannare con versi che effettivamente sembrano urlare le inadempienze, le trascuratezze e le violenze che si perpetuano contro realtà che andrebbero aiutate e ascoltate. C’è una poesia che è un po’ in controtendenza a questa desolazione interiore dovuta dal non-fare della politica e della società dove, anzi, riesce anche ad essere autoironico:

Mi hanno detto che Dio è democratico.
Ha costruito il cielo senza barriere.
Riderò molto dei trascorsi impedimenti.[5]

Come è nata questa poesia?

 

RP: Ho compreso il ‘trucco’ dei cosiddetti normali nel “gestire” la diversità, qui in Italia. Ho rivestito cariche internazionali nella Federazione Mondiale dei Sordi, che riunisce 120 Paesi. Ho partecipato come relatore ai convegni internazionali, confrontandomi con gli esponenti di altri paesi. Per esempio nei paesi scandinavi, se un disabile sensoriale svolge attività politica, il segretario del partito fa un patto con lui,  dichiarandogli che deve impegnarsi per i simili con proposte programmatiche,  e in cambio riceverà  gli strumenti che, di solito, è una persona che sa comunicare con le persone sorde,  ossia un interprete di lingua dei segni, per far sì che partecipi al dibattito. Io ho svolto politica ad alto livello, un partito mi ha persino candidato al Senato, e più volte sono stato candidato a consigliere comunale, provinciale e regionale. Posso dire che mi hanno usato per raccogliere voti, senza  che il partito tenesse conto della mia disabilità sensoriale,  non migliorando la partecipazione dei sordi, sennonché promesse alla carlona! Ciò ha causato in me rancore e rifiuto di certi leader: per infima ignoranza di conoscere la realtà delle persone disabili che vogliono proporsi in politica. L’Italia è addietro di tantissime legislature perché la voce di un disabile sensoriale possa arrivare in parlamento!  All’UE ci sono sei deputati disabili d’udito colti e preparati e non fanno notizia! Qui da noi sono offerti seggi ad un Belsito, Lusi, Fiorito eccetera  che sono i responsabili amministrativi (ladri) di  taluni partiti.   Questo l’ho urlato nei miei versi politici. L’inclusione deve passare nel superamento dei pregiudizi, soprattutto in politica, perché ci è impedito proporci nei programmi per la soluzione dei nostri problemi!

  

LS: Le Marche e i suoi vari territori, tanto marittimi (Porto Recanati, Porto Potenza Picena, Numana, Sirolo, Ancona) che collinari (Recanati, Macerata, Loreto) e addirittura montani (i Sibillini) sono imprescindibili dalla sua poetica che è fortemente connotata al territorio e di esso si alimenta. Nella rigorosa rievocazione di un mondo provinciale ormai tramontato con i continui riferimenti ai bardasci, ai vergari, ai tabaccoli, è presente in una qualche misura una nostalgia non solo dei posti e di quel mondo, ma dell’età infantile che si  concretizza come la breve fase di vita prima della sperimentazione del mondo del Silenzio?

RP: Questa è una bellissima domanda! Ma tutta la mia poesia è Recanati, Bagnolo-Macondo e i finitimi territori citati. Ripeto che, a Macondo, ho sperimentato un  bambino felice nei suoni e nelle voci, vergari e tabaccoli, bardasci e mongane, belati e muggiti, abbaiare di cani e schiamazzare di oche e di polli nell’aia, e pure il cigolio di carri scendenti sulla strada imbrecciata da Recanati verso il confine; l’astuzia dei contadini nel fregare il latifondista durante la trebbiatura o,  ad ottobre, l’uva della vendemmia: i  cenni d’intesa fra il vergaro e il tabaccolo, e pure di tutti gli abitanti della mezzadria, dai bardascetti alla donzelletta, avevano un ruolo: guai se venisse disatteso. Questa mia Macondo l’ho raccontata nel romanzo storico Il vergaro. Storia dei contadini nella terra di Leopardi,  Moretti&Vitali editori, Bergamo 1999. Ha avuto un buon successo perché ho raccontato cinquant’anni di una “storia” dei miei antenati sino alla soglia del…. Silenzio, ovvero la sordità che mi ha allontanato per sempre dalla mia Macondo ed ho iniziato a gironzare per l’Italia. Non mi sono mai staccato tuttavia dalle radici. Peccato che ormai è tardi, forse avrei potuto offrire di più di qualche verso o poesia. Perché, a dirla  tutta, io sono un ribelle, un “rivoluzionario” in senso positivo, ossia di cambiamento. Ma la mia sfortuna è stata quella di  (dover) sospingere taluni dappoco, piuttosto d’essere aiutato io a manifestare la mia protesta! Vedo l’occaso leopardiano  che cala su Macondo: e questo mi genera sofferenza perché non sono stato “qualcosa” in niente, sprecandomi in troppi settori: psicologo/insegnante dei sordi/docente universitario/poeta/narratore/studioso di psicopedagogia sensoriale (…). Forse questa pluralità di impegni mi ha isolato, reso prigioniero della sordità, che mai ho nominato, solo talvolta agli sciocchi come pietra da lanciargli in faccia, io mi sono specchiato nel Silenzio e nei suoni della mia Bagnolo-Macondo, poi altrove nelle città di Firenze, Padova, Roma con la mia “grinta” di ribelle! Forse non ho più tempo di dire tutto delle mie giornate e albe a Macondo perché, sebbene pochi chilometri mi separano oggi dalla contrada, io continuo a rivederla come l’ho sperimentata ieri. Vorrei tanto fondere in un processo di integrazione l’Ascolto e il Silenzio per ritrovare la capacità d’essere  esempio per le giovani generazioni.

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Da sx: Renato Pigliacampo, Lorenzo Spurio e Susanna Polimanti durante la presentazione dei libri del poeta Renato Pigliacampo svoltasi alla Biblioteca Comunale Mozzi-Borgetti a Macerata lo scorso 20-12-2013.

  

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc. Le propongo di seguito un estratto dalla silloge Vibrazioni[6] della poco ricordata poetessa Amelia Rosselli (1930-1996) sul quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Questi uccelli che volano
e questi nidi di tormento fasciano
le inaudite coste, e l’ombra
che getta l’alabastro violento sui cuori
e l’improbabile vittoria. O sonetto tu suoni con le campane
dei muli, – il passo è muto.

RP: C’è qualcosa che a mio parere la poetessa non riesce a comunicarci sino in fondo perché, sebbene la natura si presenti in una stagione felice, negli “uccelli che volano”, i “nidi di tormento” offuscano le speranze, i ricordi continuano a torturare la poetessa, impedendole di godere la realtà e, quindi, “l’improbabile vittoria” sulla mestizia che, a mio parere, potrebbe essere il “male oscuro” dei poeti (la depressione).

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la lettura e l’analisi-commento alla poesia civile “Dopo Auschwitz”[7] del poeta maceratese Gian Mario Maulo:

 Anche se non so nuotare
vorrei tanto attraversare il mare;
 
non ho le ali per volare
eppure mi immagino a planare sopra la vallata;
 
non so suonare il piano
ma le dita mi fingono pianista di melodie mai scritte;
 
e non ho memoria dei sogni della notte
ma nascono ancora a frotte le emozioni:
 
non posso più credere ad un ‘Onnipotente’
e mi trovo a sperare contro la speranza.

 

RP: Gian Mario Maulo, che ritengo uno tra i migliori poeti contemporanei delle Marche, è sostenuto – in questa poesia – da un’indomita fede. Tuttavia sorge, d’improvviso, il  dubbio di credere ad un ‘Onnipotente’. Tutti i grandi asceti, che hanno scommesso sull’altra sponda, nel tramonto dell’esistenza sono  avvolti dall’ombra, sentendosi abbandonati. Maulo è lucidissimo in questi versi a farci partecipi del suo smarrimento.

  

LS: Lei è l’ideatore del Premio nazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” che si svolge annualmente e che figura come uno dei maggiori premi letterari delle Marche. Questo è un ulteriore aspetto che la lega ancora di più all’amore verso la poesia e alla sua terra d’origine. Quanto pensa che possano essere importanti i Premi letterari per l’esordiente che si cimenta con le prime produzioni poetiche?

Quali sono secondo Lei le vere forme di arricchimento che si può trarre dalla frequentazione di concorsi letterari?

RP: Prima di rispondere alla sua domanda, faccio una premessa: fondando il Premio Internazionale di Poesia Città di Porto Recanati, che nel 2014 raggiunge un quarto di secolo (!), volevo estendere il Messaggio alle persone  (più) sensibili e ideative, ossia i poeti.  Io mi esprimevo con l’insegnamento, curavo la psiche nella professione, scrivevo testi scientifici, mi mancava di stimolare le persone all’attenzione della disabilità, per questo con un mio Gruppo, pochi davvero, proponemmo un tema fisso: la disabilità in genere, la povertà, gli extracomunitari eccetera, invitando i poeti d’Italia a scrivere. La risposta fu positiva perché induceva a riflettere sulla realtà  che ognuno ha attorno a sé.

I Premi sono utili se sono organizzati da proponenti seri, con la vigilanza dell’ente locale, come nel mio caso il comune di Porto Recanati, sebbene in questi anni non abbia mai sostenuto economicamente il Premio! (sic) La forma di arricchimento, nei concorsi seri, è il confronto ovviamente con   altri linguaggi e soprattutto – se è un concorso a tema – c’è lo stimolo di un processo empatico che favorisce la conoscenza, come  avviene ogni anno nel nostro concorso “Città di Porto Recanati”, il vissuto del disabile o di gente che trattano  le tematiche proposte.

 

 LS: Concludo questa intervista per chiederle se la sua poetica e le ragioni che la motivano possono essere sintetizzate con una citazione di Neruda che recita “La parola è un’ala del silenzio”.

RP: Condivido. Vorrei anche dire: “La parola è il dono di una ginnastica del pensiero che ci favorisce di conoscere l’altro. Ma è solo una possibilità. Ce ne sono altre che evitiamo di conoscere, con la presunzione che la parola verbale possa tutto, invece è solo pigrizia che frena di migliorarci!”

 

 

Porto Recanati (MC), 2 Gennaio 2014

 

[1] Renato Pigliacampo, Canto per Liopigama, Porto Recanati (MC), Casisma Edizioni, 1995, p.  34.

[2] Renato Pigliacampo, L’albero di rami senza vento, Neftasia, 2006, p. 70.

[3] Renato Pigliacampo, Nuovo dizionario della disabilità, dell’handicap e della riabilitazione, Armando editore, Roma, 2009, p. 213.

[4] «Il Sessantotto al caffè Pedrocchi/ contestando signori capitalisti./ Compagni col fazzoletto rosso al collo/ spronavan alla riscossa Bandiera Rossa./ Che società vagheggiata!», in Renato Pigliacampo, Canto per Liopigama, Porto Recanati (MC), Casisma Edizioni, 1995, p. 119.

[5] Renato Pigliacampo, Ascolta il mio silenzio, Siena, Cantagalli, 1999, p. 30.

[6] Amelia Rosselli, L’Opera Poetica, Milano, Mondadori, 2012.

[7] Gian Mario Maulo, Dialogo. Sulle orme di Li Madou, Macerata, Ephemeria, 2010.

Monserrato festeggia la Repubblica con la prima dello spettacolo La III Onda di Abaco Teatro.

ABACO TEATRO

ti invita a

LA III ONDA

racconto di una lezione di storia andata oltre

adattamento e regia  Lea Karen Gramsdorff 

 

Domenica 1 Giugno ore 21 

Teatro Casa della Cultura

Via Giulio Cesare, 37 a Monserrato.

Ingresso gratuito

 

In scena Tiziano Polese, Rosalba Piras e 12 giovani attori :

 Nadia Murgia, Vala Farci, Michele Muscas, Federico Niederegger, Francesco Ottonello, Maria Francesca Autuori,

Manuela Cuccu, Maria Giardina, Alberto Marcello, Mattia Murgia, Marzia Faedda, Laura Pergola.

 

ABACO TEATRO locandina LA III ONDA (1)

 LA III ONDA :resoconto di una lezione di storia andata oltre.

“ Com’è possibile che l’essere umano sia capace di cose del genere?” domanda una delle allieve alla fine della lezione di storia sull’autocrazia. Come nasce una dittatura? Cosa accade alla coscienza dell’uomo, al libero arbitrio, alla capacità di distinguere il bene dal male? E la storia davvero insegna? Siamo o non siamo responsabili di quello che accade all’interno di una società o di un “gruppo” di cui facciamo parte? Queste le domande che porrà lo spettacolo la III Onda nuova produzione di Abaco Teatro in collaborazione con la Abaco Art Academy di Monserrato, spettacolo che andrà per la prima volta in scena  Domenica 1 Giugno alle ore 21,00 alla Casa della Cultura in via Giulio Cesare 37 a Monserrato, in occasione della ricorrenza della istituzione della Repubblica Italiana dopo il referendum del 2 giugno 1946. Lo spettacolo realizzato in collaborazione e col sostegno dell’Amministrazione Comunale Assessorato alla Cultura di Monserrato, porta in prima assoluta sulla scena un fatto realmente accaduto nel 1967.    Ron Jones, un insegnante di storia di una High School in California, decise di fare un esperimento con la sua classe. Senza che i suoi allievi ne avessero coscienza, adoperò delle tecniche di comunicazione e manipolazione di massa proprie dei regimi totalitari durante le lezioni sull’autocrazia. Col pretesto di un gioco impose nella sua classe la disciplina, con la potenza della retorica suggerì uno spirito nuovo, di squadra, di comunità. Nell’arco di sei giorni creò il movimento “ laTerza Onda “, che proprio come un’onda investì l’intera scuola. Gli studenti, esaltati ed abbagliati, si erano trasformati in giovani gregari fanatici, escludendo e ghettizzando chiunque non volesse farne parte. L’esperimento era riuscito: il professore aveva dimostrato ai ragazzi che trovarsi dalla “parte sbagliata” è questione di attimi, e che nessuno è immune al fascino del potere, del male, dell’autocrazia.Tuttavia la scoperta di aver fatto parte di un esperimento per molti ragazzi, soprattutto per i più fragili, per coloro che avevano vissuto all’interno dellaTerza Onda  una propria “rinascita” sociale, fu uno choc.

 Lea Karen Gramsdorff, attrice teatrale con un’ importante carriera nel cinema, firma la originale scrittura e la regia della III Onda. 

L’adattamento teatrale è ambientato ai giorni nostri, lo spettacolo è costruito ad hoc attorno ad un ensamble di 12 giovani attori, che si confrontano sul palco con due professionisti, Tiziano Polese nel ruolo del professore  e Rosalba Piras in quello della moglie Sara. Lo spettacolo volutamente non consegna risposte né giudizi di natura politica o umana. La vocazione è quella di consegnare domande su due grandi temi: colpa e responsabilità rispetto alla storia passata, a quella che scriviamo ogni giorno, ma anche rispetto alle storie umane che ci circondano. La scenografia, firmata da Simone Dulcis, artista con esperienza internazionale, vuole essere un tributo, un omaggio al “Holocaust-Mahnmal” di Berlino, progettato da Peter Eisenman, al monumento detto anche memoriale della Shoah.

Per ricordarsi di non dimenticare.

“Itinerario Donna – Storie di dolore e di rivincita” a Roma il prossimo 4 giugno

STORIE DI DONNE RACCONTATE ATTRAVERSO

PITTURA, NARRATIVA, POESIA

“ITINERARIO DONNA”

storie di dolore e di rivincita

Roma4giugno
 
 
Roma, mercoledì 4 giugno 2014
Associazione Culturale TRAleVOLTE
Piazza di Porta S. Giovanni 10
Performance alle ore 19
Apertura mostra sino alle 22
 

Una decina di donne. Paesi diversi, epoche e storie diverse, ma accomunate dallo stesso destino: vittime della violenza e della sopraffazione degli uomini, hanno sempre reagito mettendo al primo posto la dignità, il coraggio, la difesa dei propri ideali. Dalle donne ultra famose come Frida Kahlo, Sylvia Plath, Tina Modotti, Camille Claudel, Maria Callas, Jeanne Hebuterne, Sibilla Aleramo, con le loro leggendarie vite, alle donne invisibili, le immigrate clandestine, quelle vittime di tortura, quelle vittime di stupri domestici. Un viaggio tra i ritratti dell’artista livornese Silvia Menicagli, la voce di Mariangela Imbrenda e le pagine degli scrittori Luca Attanasio, Paola Musa e Ilaria Guidantoni, che condurrà l’incontro. Pittura e letteratura, dunque, in questo primo evento artistico promosso da Albeggi Edizioni con il brand AlbeggiArtEvents. Un’ora di performance dalle 19 alle 20 e poi un brindisi con gli artisti e l’esposizione dei quadri aperta sino alle 22. Nella spettacolare cornice dell’Associazione Culturale TRAleVOLTE, in Piazza di Porta S. Giovanni 10 a Roma. Ecco i protagonisti dell’evento:

 

SILVIA MENICAGLI – Il viola, il colore della violenza; il giallo, il colore della gelosia e del tradimento. Questa la linea cromatica dei quadri con cui l’artista livornese Silvia Menicagli si presenta per la prima volta a Roma. Come pittrice ha vinto vari premi: “Provincia di Livorno” (2006), “Premio Damiani” (2009); “Mai in DispArte” (2010); premio Casciana Terme (2011); III° Biennale di arte contemporanea di Viareggio “Burlamacco 2012”. Ha partecipato a numerose collettive di arte contemporanea in varie città italiane ed estere. I suoi quadri sono presenti in collezioni private e pubbliche.

 

LUCA ATTANASIO – Luca Attanasio è giornalista, scrittore, esperto di temi sociali, diritti umani, immigrazione, conflitti, politica estera. Il suo romanzo “Se questa è una donna” ha vinto il Premio Cenacolo del Serafico, novembre 2012 e il Premio Speciale della Giuria, Premio Letterario Nazionale, ‘Scriviamo Insieme’, maggio 2013. Lo accompagna la voce di MARIANGELA IMBRENDA, attrice, critica teatrale e cinematografica, che ha portato in scena il soggetto del libro in diversi teatri di Roma.

 

PAOLA MUSA – Scrittrice, traduttrice, poetessa e paroliere. Una selezione di poesie è stata pubblicata dalla casa editrice Arpanet, recensita da Elisabetta Sgarbi. Nel 2008 ha pubblicato il romanzo Condominio occidentale (Salerno Editrice), selezionato al Festival du Premier Roman de Chambery e al Premio Primo Romanzo Città di Cuneo. Nel 2009 il suo secondo romanzo Il terzo corpo dell’amore (Salerno Editrice). Con Albeggi Edizioni ha pubblicato la silloge ”Ore venti e trenta”.

 

ILARIA GUIDANTONI – Ilaria Guidantoni è giornalista e scrittrice. Ha pubblicato poesie, romanzi e saggi. Esperta di mediterraneo, ha scritto diversi libri sulla Tunisia, in particolare l’ultimo “Chiacchiere, datteri e thé. Tunisi, viaggio in una società che cambia” pubblicato da Albeggi Edizioni. Il suo ultimo racconto, “Chéhérazade non abita più qui”, è contenuto nel volume “Chiamarlo amore non si può”, un lavoro importante contro la violenza sulle donne e il femminicidio.

 

Ufficio stampa e info albeggi@libero.it tel 340 7461295 – RSVP Associazione TRA le VOLTE tel 06 70491663

Lorenzo Spurio intervista il poeta e saggista palermitano Lucio Zinna

Intervista a Lucio Zinna
A cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Quale fu il momento nel quale scrisse la sua prima poesia? Da che cosa fu motivato e di quale poesia si trattò?

LZ: Ho iniziato a scrivere versi all’età di quattordici anni. Mi spingeva innanzitutto il piacere di mettere in carta quel che sentivo, al di fuori di obblighi scolastici. Non  ricordo il momento in cui scrissi la prima poesia. Mi colpivano in particolare la natura e le stagioni. Mi divertivo a seguire gli schemi metrici, ma tali aspetti tecnici mi distraevano da quel che volevo dire. Circa un anno dopo “scoprii” La fiera letteraria, allora diretta da Vincenzo Cardarelli, e trovai che i nuovi poeti pubblicati non si curavano di metrica e rima: fu un’illuminazione. A sedici anni, nel 1954,  iniziai a pubblicare i primi versi su giornali studenteschi.

  

LS: Leggo dal suo profilo letterario che nel 1965 ha fondato il “gruppo Beta” che fu vicino al più noto “gruppo ‘63”[1], anima della neo-avanguardia italiana. Può dirci di che cosa si occupava il “gruppo Beta” e quali furono i suoi rapporti con i membri del “gruppo ‘63”?

LZ: Nel 1963 si svolsero a Palermo gli incontri tra i compositori di Musica Nova, a cui furono abbinati gli incontri degli scrittori del “Gruppo 63”. Seguii incuriosito i primi e i secondi. Non mi venne in mente di modificare il mio modo di scrivere. Nel 1964 uscì la mia prima plaquette, Il filobus dei giorni, che raccoglie poesie dal 1955 al 1963, ossia dal mio 17° al 25° anno di età. Ma in quell’anno il seme di quegli incontri germogliò. Nel 1965 diedi vita al “Gruppo Beta”, con Giovanni Cappuzzo, Angelo Fazzino, Miki Scuderi e altri, attivamente partecipando ai dibattiti del “Gruppo 63” che si tennero ancora a Palermo. Mi avvicinai a Michele Perriera e Gaetano Testa (due autori de “La Scuola di Palermo”) e al compositore di musica elettronica Salvo Sciarrino. Il “Gruppo Beta”, nato in quel clima, non fu satellite del “Gruppo 63”, con cui condivideva l’esigenza di un rinnovamento linguistico ma rifiutava il neoformalismo e muoveva alla ricerca di un nuovo umanesimo, scientifico e onnicentrico, cosa di cui il “Gruppo 63” non si curava.

   

LS: Molti poeti del secondo Novecento furono in un certo modo attratti, coinvolti o influenzati dalla neo-avanguardia. Il poeta napoletano Ugo Piscopo[2], pur non partecipando nel 1963 all’incontro di Palermo dove si costituì il celebre “gruppo ‘63”, fu legato al loro modo di far letteratura e intrattenne rapporti di stima ed amicizia con alcuni esponenti del gruppo. Quanto crede che gli esperimenti ed i motivi intenzionali dei “Novissimi” e della “Linea Lombarda” furono importanti per la letteratura italiana? Perché?

LZ: La neoavanguardia riuscì a smuovere, in qualche modo, le acque stagnanti della vita letteraria italiana, in quel periodo. Una sberla salutare. Purtroppo, ingenerò in parecchi l’erronea convinzione che bastasse frantumare il linguaggio per essere originali. La Linea Lombarda è stata altra cosa; pur con i suoi innegabili meriti, forse è stata sopravvalutata.

 

LS:  Charles Bukowski (1920-1944), considerato l’ultimo dei “poeti maledetti” è un autore che negli ultimi decenni è stato rivalutato e letto in maniera più attenta; la critica, tanto di lingua inglese che in altre lingue, gli ha dedicato un più ampio studio sebbene prevalgano ancora oggigiorno visioni molto differenti sulla sua produzione: tra chi prova disgusto e condanna la mancanza di una visione morale nelle sue e chi, invece, ne fornisce una lettura psicodinamica, indagando aspetti antropologici e sociologici del personaggio-alter ego, il celebre Chinaski. In molti hanno tentato addirittura di darne un’interpretazione politico-ideologica del personaggio, finendo per marchiare l’autore anche di accuse poco felici e difficilmente dimostrabili. Sebbene l’autore sia principalmente noto per la narrativa[3], Le propongo qui una sua poesia, intitolata “sicurezza”[4] sulla quale sono a chiederLe un commento:

 

la casa dei vicini
mi rattrista.
marito e moglie si alzano presto
e vanno al lavoro.
tornano a casa nel tardo pomeriggio.
hanno un bambino e una bambina.
alle 9 di sera le luci della casa
si spengono.
il mattino dopo l’uomo e la donna
si alzano di nuovo presto e vanno
al lavoro.
tornano nel tardo pomeriggio.
alle 9 di sera tutte le luci
si spengono.
 
la casa dei vicini
mi rattrista
quella gente è brava gente,
mi piacciono.
 
ma sento che affogano.
e non posso salvarli.
 
sopravvivono
non sono dei
 
ma il prezzo è
 
a volte durante il giorno
guardo la casa
e la casa guarda
me
e piange,
sì, davvero, la sento
 
la casa è triste
per la gente che ci vive
dentro
e lo sono anch’io
e io e lei ci guardiamo
e auto vanno su e giù
per la strada,
barche attraversano il porto
e gli altri alberi di palma
rovistano il cielo
e stasera alle 9
si spegnerà la luce,
e non solo in quella
casa
e non solo in questa
città.
vite scure si nascondono,
quasi
si fermano,
corpi che respirano e poco
d’altro.

 

LZ: Bukowski è un autore eccezionale, la cui opera si correla al suo stile di vita. Nel testo proposto egli compiange i tristi giorni di suoi vicini di casa dediti al lavoro senz’altra prospettiva che la sopravvivenza, con sottesa contrapposizione allo schema anarcoide della sua esistenza. Nel 1984 curai un ciclo di trasmissioni radiofoniche sui “poeti maledetti” per RAI-Sicilia, inserendo nel programma la lettura della poesia di Bukowski “Padre nostro che sei nei cieli”, che non è una preghiera. Il poeta parla del padre e del suo scopo di acquistare una casa da lasciare al figlio, affinché questi ne comprasse poi un’altra e così via. Il padre morì giovane e lui “sbolognò” subito la casa e i risparmi ereditati. Il testo colpì gli ascoltatori, parecchi telefonarono, uno parlò di “poesia anti-immobiliare”. Bukowski fu un bohémien conseguente (anche quando gli arrise il successo). La sua poesia è uno schiaffo all’etica borghese e al principio-cardine dell’economia americana: il profitto innanzi tutto. Essa è un paradossale vademecum per vivere in pura perdita, illustrato dalla vita stessa del poeta (azzardato, ovviamente, prenderlo alla lettera, a principiare dall’etilismo).

  Reading_poetico - con Lucio Zinna

(Nella foto: assieme al poeta e scrittore Lucio Zinna a Palermo nel maggio 2013)

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta alcune liriche di validi poeti contemporanei viventi, ampiamente riconosciuti dalla comunità letteraria e dalla critica per richiedere un proprio commento-interpretazione. La prima poesia che Le propongo è “E sarà di nuovo giorno”[5] di Marzia Carocci[6], poetessa, scrittrice e critico-recensionista ampiamente impegnata per la diffusione e la promozione della cultura, soprattutto nella sua città d’origine, Firenze:

 

Fiori nasceranno fra le pietre
e aurore brilleranno su nel cielo
stanca di pianti e nostalgie del cuore
è tempo di disperdere il dolore.
 
Riprenderò i sorrisi che ho perduto,
e i sogni sceglierò per farne vita,
colori a tinte forti sui vestiti
e fiocchi colorati fra i capelli.
 
Adesso sono sveglia
dal grigio mio torpore
riprenderò a cantare
canzoni sull’amore.
 
Ad ogni passo fatto
di danza sarà il tempo
e d’ogni fiore colto
l’olezzo sarà il vento.
 
Non sono più bambina,
né giovane ragazza
ma il tempo che è passato,
lo voglio trasformare.
 
Asciugherò le lacrime
dei pianti che ho nel cuore
e timide speranze
di nuovo coltivare.
 
Perché non è finita
finché ritorna il giorno
che limpido c’invita
di nuovo a un altro sogno.

 

LZ: È una poesia di renaissance. Ricca di buoni propositi. I buoni propositi non bastano da soli a far poesia (come quelli cattivi), ma – detti bene, come in questo caso – possono aiutare i poeti e i  lettori a vivere meglio. A «scegliere i sogni per farne vita», come scrive la poetessa. I sogni sono importanti. Borges ebbe a dire, in un convegno milanese nel 1984, che il suo era il caso di un sognatore che deve essere fedele ai propri sogni, addirittura più che alle proprie idee.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia dall’impronta speranzosa e profetica della poetessa Anna Scarpetta[7] intitolata “Verranno nuovi tempi”[8], di stile e contenuto molto diverso dalla precedente e sulla quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Verranno nuovi tempi
a dirci cose mai dette prima
a parlarci dentro, noi così malati di consumismo.
 
E, noi così resistenti all’indifferenza, ascolteremo
con la grande voglia di cambiare o di migliorare.
Noi così forti di egoismo, eppure fragili,
tanto fragili da regredire dinanzi
alle illusioni divenute sogni gracili in sordina.
 
Verranno nuovi tempi
di grande benessere e prosperità per chiunque.
Sarà la lunga risalita della nostra fede,
sarà il grande faro universale dinanzi alle mere utopie.
 
Cadranno, come miti, le lusinghe assieme alle menzogne
e si piegheranno le insidie dinanzi al forte orgoglio.
Soltanto la verità avrà il primato di guidare
l’umanità, con estrema destrezza e parsimonia.
 
Saranno i giorni più attesi e i più amati mai avuti.
Saranno le nuove albe desiderate in cuore,
con immense preghiere e lunghe veglie sofferte,
di ciascun di noi in questo mondo.

 

LZ: Una poesia davvero “speranzosa”. È augurabile che vengano «nuovi tempi / di grande benessere e prosperità per chiunque». Intanto, uscendo dalla crisi (non solo) economica in atto, che mi pare stia malamente curando la malattia del consumismo denunciata dalla poetessa. Ma ancora tanti sprecano e tantissimi campano d’aria. I tempi nuovi auspicati saranno, si spera, segnati da un modo nuovo di vedere e di vivere la realtà, al di fuori delle illusioni, dell’orgoglio, delle menzogne. Sarebbe il vero ritorno alla mitica ‘età dell’oro’ sognata nel mondo classico e cantata dai poeti. Quella di oggi mi pare piuttosto l’età dei ‘Compro oro’: c’è una bottega ogni tre metri.

   

LS: Elio Giunta, studioso palermitano, ha dedicato un saggio dal titolo Lucio Zinna e la lezione esemplare di Sagana[9] a una delle sue opere poetiche iniziali. Il saggio, accurato e tecnico, fornisce alcuni spunti per la lettura di Sagana (1976). Perché scelse questo titolo per una silloge di poesia e quanto significò per Lei la pubblicazione di questa opera nella sua carriera letteraria successiva?

LZ: Conclusa nel 1971 l’esperienza del “Gruppo Beta”, ripresi dopo un lunga pausa con Un rapido celiare (1974): pochi testi del periodo sperimentale e altri successivi in cui tentavo una rentrée  nei miei consueti moduli espressivi, pur avvalendomi dell’esperienza acquisita. Tale linea stilistica trovò due anni dopo con Sagana più solidi esiti, ai quali fa riferimento Giunta. Dodici poesie inedite, seguite da un’antologia retrospettiva. Il titolo si riferisce a una zona collinare del palermitano, ancora immune, in quegli anni, dall’avanzata del cemento che stava sconvolgendo Palermo, dove vivevo. Un simbolo di serenità. Di tale luogo, accessibile ma di difficile fruizione in tempi di impossibili arcadie, non c’è traccia (quasi “lucus a non lucendo”) nelle poesie; agli antipodi, ce n’è parecchia del disagio esistenziale. La silloge mi aiutò molto a farmi conoscere. Fra l’altro, Giuseppe Zagarrio ne mutuò alcuni punti nodali per l’analisi delle “categorie della sicilitudine” nel suo volume sulla poesia italiana 1970-80: Febbre furore e fiele (Mursia, 1983).

  

LS: Lei si è occupato moltissimo e con serietà anche di critica letteraria spaziando a vari tipi di analisi, di autori e periodi letterari investigati. Tra i vari saggi mi ha colpito il titolo di uno di essi pubblicato nel 2008, Perbenismo e trasgressione nel Pinocchio di Collodi che, credo, sia una lettura estremamente curiosa su un classico della letteratura per l’infanzia e non solo. Può dirci come è nata l’idea di questa indagine e come è strutturato?

LZ: Il famoso libro collodiano è osservato con l’occhio rivolto alla pedagogia del tempo: conformista ma con rilevanti istanze di rinnovamento a livello nazionale e internazionale. Nel Pinocchio i «ragazzini per bene», benché invisibili, sono il contraltare del burattino, dai modi spesso censurabili. L’elencazione dei loro comportamenti, additati all’imitazione, li rivela eterodiretti (da genitori, maestri, fate, grilli parlanti, merli e pappagalli) e «avvezzati» a logiche adultiste: burattini di carne, espropriati della loro infanzia, il cui spazio è recuperato da un burattino imbambinato. Questi, imparando invece a sue spese a servirsi dell’esperienza e a non comportarsi da “grullo”, riuscirà ad “incarnarsi”, con innegabili vantaggi, forse per imburattinarsi veramente.

  

LS: L’universo delle riviste letterarie negli ultimi anni ha subito una battuta d’arresto con la grande diffusione di blog, siti e periodici online e solamente le riviste più radicate non hanno risentito di questo contraccolpo. Lei è stato particolarmente attivo anche in questo mezzo di espressione quale redattore capo di Sintesi (1977-1982), condirettore di Estuario (1979-1981) e direttore dei “Quaderni di Arenaria”. Per quale motivo negli anni ’80 mise fine alla sua collaborazione alle riviste Sintesi ed Estuario e che cosa ricorda di quella fase come direttore editoriale?

LZ: Il mio impegno redazionale in alcune riviste letterarie mi ha consentito di guardare al mondo delle lettere in maniera più dinamica e, per così dire, omnicomprensiva. Si scoprono più facilmente i reali meriti al di fuori dei clamori orchestrati, le magagne etc. Ho collaborato come redattore e condirettore a Sintesi ed Estuario dalla loro fondazione alla loro cessazione. Arenaria chiuse dopo dodici anni, nel 1997, perché era cresciuta tanto da richiedere irrealizzabili spese gestionali. Il successo fu il principale motivo della chiusura.

  

LS: Nella dura realtà dell’oggi, dove raramente si avanza e ci si fa notare per questioni di merito, condizione stagnante gravata dalla contingente situazione economica, quale pensa possa essere il futuro dei poeti che credono molto nelle loro idee, ma che ricevono deludenti feedback e di pubblico, di critica e soprattutto di vendita? Quale consiglio si sente di dare loro?

LZ: Di proseguire per la propria strada, se si è realmente motivati. Di pensare alla poesia, alla sua autenticità costitutiva, non occupandosi granché di quanto possa confonderla con altro (le vendite, ad esempio). La poesia non muore, per quanto brutti possano essere i tempi. È nell’uomo, vive con lui, nella sua interiorità. I poeti veri continueranno a parlare a chi vorrà e saprà ascoltarli.

 

Bagheria (PA), 15 luglio 2013

  

[1] Il “gruppo ’63” fu una pattuglia della neo-avanguardia italiana che venne fondato a Palermo con l’idea di distanziarsi dal classicismo retorico dominante, rivalutare il futurismo e proporre una letteratura sperimentale. Gli esponenti principali del gruppo furono Luciano Anceschi, Nanni Balestrini, Achille Bonito Oliva, Giorgio Celli, Umberto Eco, Elio Pagliarani, Eduardo Sanguineti e Amelia Rosselli.

[2] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[3] L’autore resta principalmente noto per tre romanzi: Post Office (1971), Faqtotum (1975) e Women (Donne, 1978) tradotti in tutte le maggiori lingue al mondo.

[4] Charles Bukowski, Il Grande, Milano, Feltrinelli, 2002, pp. 155-157.

Si noti che la mancanza di maiuscole dopo il punto è una scelta dello stesso autore.

[5] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e Penna, 2012, pp. 24-25.

[6] Per maggiori informazioni sulla poetessa si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lei dedicato.

[7] Anna Scarpetta è nata a Pozzuoli (Na) nel 1948. Ha vissuto molti anni a Napoli dove ha studiato alla Scuola di recitazione e spettacolo. Si è sempre dedicata alla poesia, narrativa e saggistica. Ha collaborato con numerose e prestigiose riviste culturali, è stata presidente onorario per la Città di Napoli del MOPEITA (Movimento per la diffusione della poesia in Italia), è membro honoris causa a Vitae del Centro Divulgazione Arte e Poesia. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi in molti concorsi letterari. Per il genere poetico ha pubblicato Poesia (Ed. Gabrieli, 1985), Frantumi di tempo (Ed. Lo Faro, 1991), L’altra dimensione della vita (Ed. LibroItaliano World, 2004) e Le voci della memoria (Ismeca, 2011). Molte sue poesie sono, inoltre, presenti in varie opere antologiche.

[8] Anna Scarpetta, Le voci della memoria, Bologna, Ismeca, 2011, p. 31.

[9] Elio Giunta, Lucio Zinna e la lezione esemplare di Sagana, Palermo, Centro Pitrè, 1977.

La Kogoi Edizioni pubblica “Un dilemma” di J.K. Huysmans

 “Un dilemma” di J.K. Huysmans

Kogoi Edizioni presenta “Un dilemma” di J.K. Huysmans, prefazione di Dario Pontuale e intervento critico di Chiara Pasetti, in libreria da fine maggio e in tutti i digital store.

 

Il libro

10385217_697374723654036_1820410935_nLa vita piccolo-borghese è meschina e ipocrita: il gioco dei soprusi, il sesso come esercizio di potere sono la storia di Sophie che ne “Un dilemma” cade vittima, per colpa di un’eredità, di un uomo senza scrupoli. Ma anche tutto ciò che disgusta può diventare narrazione: la noia come il male, ed ecco allora il campionario delle diverse rappresentazioni de Il mostro che Huysmans ci regala facendoci da guida stravagante nella storia dell’arte. Un racconto lungo e una prosa d’arte in una lingua ricca di parole non comuni, di espressioni popolaresche, d’impreviste metafore. Huysmans ricorda un inquisitore del Medio Evo: mistico e scettico, credente e perverso. Un Poeta visionario capace di tradurre in prosa gli abissi e gli incanti del Bene e del Male che Baudelaire esplorò in poesia. Un libro per chi non ha paura… delle montagne russe dell’anima.

 

L’autore

Joris Karl Huysmans (Parigi 1848 – Parigi 1907), scrittore francese di origine olandese.

Esordisce con una raccolta di poemetti d’imitazione baudelairiana, si allena con lo stile naturalista e poi esplode nel capolavoro con il romanzo Controcorrente che gli assicura un primato nel panorama del Decadentismo europeo.

Dario Pontuale studioso della letteratura Otto-Novecento e autore di saggi su Serra, Montale,

Buzzati, Svevo, Pessoa, Zola. Collabora con diverse riviste di critica letteraria e cura la riscoperta di grandi classici dimenticati (Maupassant, Salgari, London, Stevenson).

 

“Un dilemma” di Joris Karl Huysmans
ISBN 978-88-98455-12-6
Collana: Talismani
Data: maggio 2014
Formato: 21×14
Pag.100 circa
Prezzo Euro 13.00

 

KOGOI EDIZIONI  ha pubblicato “Incontri” di Robert Musil nella Collana Talismani diretta da Dario Pontuale

 Kogoi Edizioni s.r.l. – Ufficio Stampa

via Francesco Catel, 27 / 29 – 00152 Roma

tel. 06/31058600 – fax 06/31058600

 info@kogoiedizioni.com – www.kogoiedizioni.com

E’ uscito il nuovo numero della rivista “Euterpe” che aveva come tema “La natura è in pericolo!”

LOGO COLORISiamo felici di comunicarLe dell’uscita dell’12° numero della rivista di letteratura Euterpe. Il numero a tema “La natura è in pericolo!” raccoglie poesie, racconti e recensioni selezionati dalla Redazione della rivista, oltre a varie segnalazioni di concorsi letterari. 

inquinamentoNella rivista sono presenti testi di Busca Gernetti Giorgina, Calabrò Corrado, Carmina Luigi Pio, Carresi Sandra, Celestini Ilaria, De Rosa Mario, Marcuccio Emanuele, Melis Katia Debora, Faggio Sunshine, Franchetto Daisy, Francucci Sara, Molinari Maurizio Alberto, Panella Giuseppe, Pardini Nazario, Serino Felice, Soddu Annalisa, Spurio Lorenzo, Stefanelli Patrizia, Vargiu Laura, Zanarella Michela.

Troverà la rivista pdf in allegato a questa mail o potrà scaricarla a questo link.

Ricordiamo, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà come tema “Detti, dialetti e folklore locale”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 1 Settembre 2014.

Clicca qui per aprire il relativo evento creato in Facebook.

Grazie per l’attenzione e  cordiali saluti

Lorenzo Spurio

Direttore Euterpe

Espressioni del sentire umano – A Milano il 24 maggio con la poesia e la fotografia

“Se l’energia dell’uno e quella dell’altra si muovono in una maniera diversa, se hanno loro e l’altra rapporti diversi con i suoni e i colori, forse possono insegnarselo ed essere nello stesso tempo maestro(a) e discepolo(a) l’uno per l’altra […] . Ciascuno, ciascuna, fedele a sé stesso, a sé stessa, porterebbero alla altro(a) un energia propria e una propria maniera di coltivarla”.
– Luce Irigaray , “Essere Due” ed. Bollati Boringhieri pag. 66

Possiamo costantemente osservare sia nella vita quotidiana con i parenti, gli amici, i conoscenti, gli amori, sia nel lavoro,  degli atteggiamenti fondamentali di vita, di coscienza e di comportamento legati all’orientamento del pensiero femminile e maschile in tutte le loro possibili sfaccettature.
Tra i tanti miti dell’antica Grecia ce n’è uno – quello raccontato da Aristofane nel Simposio di Platone – che ben si presta a cogliere l’ambivalenza dei generi umani come archetipo della ricerca amorosa ed espressione simbolica della riunificazione.
Il mito narra di come gli esseri umani (uomini, donne e androgini) avevano la forma di una sfera e si muovevano rotolando su quattro mani e quattro piedi. Senonché, Zeus decise di separarli per sempre tagliandoli a metà. A partire da quel momento, ciascuna metà si trovò a essere in costante ricerca della metà perduta.
Il mito quindi rimanda a una dimensione relazionale e intersoggettiva, dove la ricerca del “diverso da sé“, e la fedeltà a se stessi rivestono un ruolo fondamentale per ogni essere umano creando l’opportunità di (ri)conoscere l’altro come persona, portatrice di una propria storia e di una propria individualità.
Questo progetto nasce dalla necessità di esprimere aspetti identitari e relazionali importanti nel riconoscere le uguaglianze e le diseguaglianze dell’altro. All’interno dell’evento saranno presentate opere di fotografi e poeti volte a rappresentare, ognuno con le proprie modalità e medium, stati d’animo, riflessioni, approfondimenti sul pensiero del proprio genere di appartenenza, fondati sulla propria storia individuale. Una narrazione collettiva che vuole sottolineare una concezione delle diversità che declina nell’unico modo possibile la sostanza dell’uguaglianza e insegna non solo che si può essere differenti e uguali, ma che le differenze rappresentano una risorsa per ciascuno e segnano di significato i percorsi della crescita per divenire individui.

Invito Espressioni (1)

@ Tranquilo – Studio Barzan – via Ruggero di Lauria, 15 – Milano

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Un libro a sostegno dei profughi siriani: “Tu, Siria” di Asmae Dachan e Yara Al Zaitr

Tu, Siria
di Asmae Dachan e Yara Al Zaitr
Communication Project, 2013
ISBN: 978-88-98530-09-0
Pagine: 83
Costo: 10 €
Pubblicazione in favore dell’Associazione ONSUR
 
 
Commento di Lorenzo Spurio

downloadHo conosciuto di persona Asmae Dachan solo recentemente, sabato scorso nel corso di un evento poetico da me co-organizzato a Bologna il cui titolo era “Poesia, parole e musica di liberazione” nel quale alcuni poeti bolognesi hanno letto le loro poesie di chiaro intento sociale e alcune persone, tra cui Asmae, sono intervenute per dare un importante contributo per la conoscenza e la diffusione di gravissime realtà internazionali maledettamente poco note. Asmae ci ha parlato della Siria, del suo paese che porta nel sangue e nel cuore. Un paese che ormai da tre anni è nella morsa di una violentissima guerra civile fatta di devastazione, violenze, bagni di sangue continui, sfollati, profughi, sevizie e stupri. Una guerra dilaniante che corrode l’anima e annera qualsiasi speranza e futuro in uno dei paesi che, come ha ricordato lei, è stata la culla dell’umanità, della vita, della nascita e che stride e fa male con la presente situazione dominata da “corpi che vagano/ di silenzi pieni d’oblio/ di sangue che scorre goccia a goccia/ di battiti immobili/ di rivoli di sudore tra la polvere/ di lamenti di corvo” (35).

Mi hanno molto colpito le sue parole pronunciate con un tono pacato ma chiaramente intrise di dolore per quanto giorno dopo giorno nel suo paese accade senza che l’Europa o i paesi che per la loro forza politico-economica gestiscono il Pianeta facciano nulla per intervenire. La cosa più grave ed odiosa deve essere quella di vivere in una realtà che tace notizie dal fronte siriano o che semplicemente si dimentica di darne notizia perché effettivamente difettano i sistemi di comunicazione che possano far da grancassa al tremendo genocidio che sta martoriando il paese ormai da troppo tempo. Come in ogni guerra ci sono sempre le logiche geopolitiche, gli interessi economico-finanziari e tanto altro in mezzo che non consentono ai paesi che di fatto si trovano fuori dall’orbita della guerra, di poter intervenire, tentare una tregua o comunque sia instituire delle azioni volte alla salvaguardia e all’appoggio dei repressi, degli esuli, del popolo che soffre ogni giorno sulla sua pelle la morte propria o dei suoi cari, le mutilazioni, lo scoppio di bombe, rappresaglie, violenze indicibili, stupri, stermini, offese e che si vede denigrare ed usurpare la coscienza.

Chiaramente non è solo la Siria che oggi è in una guerra silenziosa (perché volutamente silenziata e obliata), ma lo sono una serie di altri paesi, regioni, realtà locali in tutto il mondo e lo sono per motivi diversi: di razza, di religione, di dominio linguistico, culturale, per ragioni storiche, per mire espansionistiche, per ragioni meramente commerciali e finanziare o anche per tutte le ragioni insieme. Non è solo la Siria ad essere martoriata in silenzio e a morire, ma è importante e necessario che si parli di quanto in questi posti del mondo, seppur a noi distanti per geografia, cultura e grado di sviluppo, accade. Ed è per questo che Asmae Dachan assieme alla giovanissima Yara Al Zaitr, nutrici di un dolore totalizzante che mai si sopirà finché in Siria non cambieranno i destini della povera gente, hanno deciso di scrivere un libro, Tu, Siria, in cui tra commenti critici di altri scrittori, loro poesie e prose poetiche (quelle di Yara Al Zaitr) descrivono la Siria con gli occhi di chi la porta nel cuore e la vede morire lentamente giorno per giorno. Da una testimonianza di una madre di Idlib datata 20 agosto 2013 nel libro leggiamo:

 

“[La mia bambina] se ne è andata con gli occhi aperti: due piccoli fari che ora non brilleranno più. Sono rimasta a guardarla per ore, stringendola tra le mie braccia, pregando che cadesse un’altra bomba per morire con lei. Hanno portato via la mia anima e adesso sono un corpo vuoto. Un genitore non deve sopravvivere ad un figlio. Adesso la sogno mentre suona per gli angeli” (25).

 

imagesSono poesie dai toni forti e pregne di sofferenza che trasmettono la disperazione, la derelizione dell’uomo, il dominio indiscusso della violenza anche se, pur trattandosi di “poesie di guerra” non c’è quell’odio rancoroso, quella voglia di vendetta e quella disperazione che si arma della minaccia e della polemica. Il loro canto accorato si sposa con il desiderio di libertà (di cui Yara Al Zaitr scrive “Non è del despota il vessillo vincitore/ ma dell’eroico popolo della libertà/ che nel martirio è risorto trionfatore”, 64), di quella dimensione sociale che si addica alla normalità del buon vivere e che rispetti la dignità di tutti. Nelle poesie delle due donne non si chiama mai in causa direttamente i fautori del male, non si nomina il dittatore e non si delinea con intenzione chi sta dalla parte contraria del popolo, chi la guerra la comanda, la gestisce e si arroga di fronte a Dio di dar la morte agli uomini, inermi e inconsapevoli, prima del loro naturale compimento terrestre. C’è chi sostiene che le poesie di guerra sono tutte uguali perché motivate tutte da una condizione di spersonalizzazione dovuta al regime, da un odio lancinante, dalla tragicità delle descrizioni e dalla cupezza delle immagini. Non è vero. In queste poesie di Asmae e Yara dove il sangue tinge la purezza dei gelsomini di Aleppo, non c’è solo morte e distruzione, ma anche un canto alla vita e una fede nel miglioramento affinché ci si avveda delle spietate decisioni di alcuni e ci si convinca che, ricchi o poveri, sostenitori o dissidenti di un’idea, abbiamo tutti diritto alla vita e al sacrosanto rispetto di questo dono.

La ricchezza umana di donne come Asmae e Yara che convivono con un dolore continuo è talmente grande che con questo libro hanno deciso di svelarci una delle pagine più nere della nostra cronaca odierna, poco conosciuta perché della quale poco si parla ma anche perché della quale poco ci si interessa (ci sono interi blog sia in italiano che in inglese che si dedicano univocamente al dramma della Siria con foto, resoconti, documenti e tanto altro). Affinché il tutto non resti nel dimenticatoio (il che significherebbe che noi uomini di altri paesi mostreremmo un atteggiamento indifferente e dunque connivente alla logica dei despoti), l’informazione su tali realtà è necessaria e doverosa.

images (1)L’intero ricavato della vendita di questo libro andrà all’ONSUR – Campagna Mondiale di Sostegno al Popolo Siriano (www.onsur.it), consapevoli che con la lettura di questo libro si spalancheranno visioni diverse sul mondo del quale potremmo avere una maggior comprensione.

C’è molto da dire su questo libro perché esso è molte cose allo stesso tempo: testo letterario perché contiene poesie di pregiata forma e contenuto, ma soprattutto canto di sdegno in cui la distruttività del silenzio ha una eco dolorosissima, poesia di denuncia, arma non violenta di lotta e d’espressione, bandiera che anela a sventolare leggiadra senza dover conoscere le stringenti fasce nere del lutto.

  

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.05.2014

Lorenzo Spurio su “Lanterne per riconoscermi” di Maria Luisa Mazzarini

Lanterne per riconoscermi
di Maria Luisa Mazzarini
Edizioni Divinafollia, 2014
ISBN: 978-88-98486-27-4
Pagine: 75
Costo: 12 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
  
 
Attoniti
in notturno silenzio,
occhi ricordano la luna.
 
Sulla panchina vuota
il sogno suo d’argento. (65) 

9788898486274La nuova pubblicazione di Maria Luisa Mazzarini si intitola “Lanterne per riconoscermi” e reputo che questo sia un titolo non solo evocativo, ma che rispetta completamente il contenuto della silloge poetica dove, come si vedrà, l’elemento della luce, l’attenzione per il bagliore e soprattutto per la presenza della luminosità lunare, sono elementi che ricorrono spesso e che stanno quasi a testimoniare dei “punti fermi” della poetica della Nostra. Non è un caso a questo punto che nell’immagine della cover possiamo intravedere delle lanterne giapponesi accese, quegli oggetti molto affascinanti il cui utilizzo ha preso piede anche nella nostra cultura nell’occasione di determinate feste e ricorrenze. Questo fa da apripista a una serie di liriche dal tono per lo più asciutto e che non amano gli orpelli e che sfidano –ma con rispetto- la metrica dove la Nostra esprime il suo canto dell’anima e trasmette al lettore la simbiosi che giornalmente nutre con l’elemento terra.

Sono, infatti, numerosissimi gli scenari paesaggistici, gli scorci, gli elementi naturalistici che ci consentono di inserire la poetica della Mazzarini all’interno di un canto di meraviglia per il Creato, a una seduzione quasi mistica nei confronti dell’esperienza, un elogio al saper vivere e riconoscersi in un mondo dove tutto sembra, invece, improntato all’indifferenza. E, ancora una volta, non mi sembra poi così scontato che la lirica che apra il volume porti il titolo di “Non ti scordar di me” che evoca sia il minuto fiore dalla tonalità blu molto comune nei prati sia una celebre ballata popolare molto conosciuta e dove, in entrambi i casi, è il senso di stupore verso il mondo e il sentimento d’amore a dominare in questa realtà che la Mazzarini descrive come qualcosa di indefinito e indefinibile, come un’entità anfibia: “sacro mistero/ illuminato di magia” (15).

Sono alcune scelte tipografiche quale il corsivo, il maiuscolo e il ricorso anche a caratteri differenti a permettere di localizzare visivamente sulla pagina concetti e contenuti che la Nostra ha voluto sottolineare con particolare vigore, quasi a voler facilitare il lettore nell’approdo interpretativo, veicolando alcune delle parole-chiavi da cui partire. Interessante e foriera di spunti la lirica che porta il titolo “Pei tuoi sentieri” dove la Mazzarini ha optato per una forma prepositiva obsoleta contraendo “per” e l’articolo plurale. La lirica è un canto esortativo alla Musa Poesia a far intravedere alla Nostra (e ai poeti tutti) il sentiero della conoscenza e quello della ispirazione creativa affinché anche nel gesto più semplice (vivo e sentito) possa ritrovarsi quel senso poetico nella sua etimologia primordiale di “far qualcosa”, di “costruire”: “Guidami, Poesia,/ pei tuoi sentieri/ ardui,/ mi soffermerò/ a raccoglierne/ fiori,/ e non sarà tempo/ perduto” (18). A tessere la chiusa di una lirica dolce e leggiadra è il verso conclusivo in cui la Mazzarini annota “Amore e Fiaba” (18) ossia un distillato di dolcezza e sogno, di espressività e scoperta, di ricchezza interiore e mistero.

Ed è giusto a questo punto evidenziare che la poetica della Mazzarini rintracciabile in questa nuova silloge poetica fornisce uno sguardo estasiato e compiaciuto verso la natura che diviene nelle varie descrizioni compartecipe delle emozioni, degli stati d’animo della donna. A dominare è spesso la Luna (parola che ricorre quasi in tutte le poesie) con accezioni e accostamenti diversi. Il significato generale che possiamo attribuire alla luna è tendenzialmente ampio e addirittura paradossale all’interno dei suoi tanti legami, ma nella poesia in particolare mi sento di osservare che diventa elemento di una visione dolce ma nostalgica, di un animo meditabondo, con pensieri tanto concreti quanto visionari (a dar manifestazione di questo è l’importante concetto sintattico del sogno che pure si ritrova in molte liriche e che più che come espressione di latenza del reale è elemento creativo, a tratti utopistico e dirompente). La luna è descritta con la sua colorazione argentea che le attribuisce un fascino particolare e una dimensione quasi magica e da fiaba come avviene in “Oro e argento” (22); ma essa diviene anche proiezione umana e dunque componente emotiva dell’inconscio della Nostra se non addirittura un essere vivente in se stesso dotato di una sua particolare soggettività come quando la poetessa in “Di divina bellezza e fiori” parla di “anima di luna” (27). Se il sole con il suo colore abbaiante, le sue sfumature indefinite e rossastre e il suo calore ardente possiamo equipararlo a un essere inanimato che sorride, la luna, che è padrona delle notte, è sempre stata vista con un po’ di mestizia, mistero e con una dolcezza amara; ecco forse perché la poetessa in una lirica non può che attestare una certa desolazione in lei: “Sola piange/ sorella luna” (31).

A completare l’alto valore contenutistico di questa silloge poetica sono costruzioni nominali molto ricercate capaci di evocare un mondo variegato nel quale è ancora possibile stupirsi di fronte alle semplici forme del Creato (“il sorriso dei fiori”, 40) e alle altrettanto congegnose costruzioni dell’uomo che sembrano sfidare il Cielo e le leggi della fisica, proprio come gli immaginifici “aquiloni di follia”  (34) di cui la nostra parla.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.05.2014

“Crisi greca, dall’euforia dei mercati alla realtà europea: inganno o svolta?”, incontro a Milano il prossimo 23 maggio

Milano_23maggio

 

Crisi greca, dall’euforia dei mercati alla realtà europea: inganno o svolta?

Milano, venerdì 23 maggio 2014 ore 18

Biblioteca Comunale Sormani, via Sforza 7

Intervengono:

Nikos Frangos, Presidente Centro Ellenico di Cultura, Comunità Ellenica di Milano – Giuseppe Ciulla, Giornalista, autore televisivo e scrittore –Aldo Pirola, Delegato per le relazioni interbibliotecarie italiane ed estere, Comune di Milano – Francesco De Palo, autore.

Il “caso Grecia” va letto alla luce di ciò che sta accadendo in Europa e nel mondo come esempio emblematico dell’effetto devastante della crisi finanziaria planetaria.  La Biblioteca Comunale Sormani di Milano ospita un incontro per capire a fondo tali effetti e ragionare sulle politiche anticrisi europee e internazionali. Al centro il libro di Francsco de Paolo “Greco Eroe d’Europa, Albeggi Edizioni.

L’iniziativa ha il patrocinio della Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche in Italia.

Sulla copertina, i riflessi di un’acqua cristallina e poi uno strappo, dal quale fuoriescono mani con il palmo aperto: è il gesto della mounza, una protesta-insulto divenuto simbolo della reazione alla troika e al Governo di Atene durante i giorni dei raduni in piazza, quando i greci si facevano fotografare con le mani alzate contro il Parlamento.

Il libro di De Palo è una fotografia della Grecia di oggi, alle prese con disperazione e fame, con scandali e sprechi e con il fenomeno inquietante di Alba dorata. Accanto a questa fotografia, storie di coraggio, passate e presenti, pulite, alte ed edificanti che questa terra – che ha dato i natali alla filosofia, alla democrazia, alle arti e alla medicina – è riuscita ad esprimere. Da queste storie, sostiene l’autore, occorre ripartire per risorgere e cambiare di nuovo le sorti della Storia.

Francesco De Palo è giornalista, scrittore e blogger. Scrive di Mediterraneo e di politica per Il Fatto Quotidiano, Il Giornale, Formiche, Rivista Il Mulino e dirige il magazine Mondo Greco.

Ufficio stampa tel. 340 7461295   www.albeggiedizioni.com

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