Lorenzo Spurio su “Lanterne per riconoscermi” di Maria Luisa Mazzarini

Lanterne per riconoscermi
di Maria Luisa Mazzarini
Edizioni Divinafollia, 2014
ISBN: 978-88-98486-27-4
Pagine: 75
Costo: 12 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
  
 
Attoniti
in notturno silenzio,
occhi ricordano la luna.
 
Sulla panchina vuota
il sogno suo d’argento. (65) 

9788898486274La nuova pubblicazione di Maria Luisa Mazzarini si intitola “Lanterne per riconoscermi” e reputo che questo sia un titolo non solo evocativo, ma che rispetta completamente il contenuto della silloge poetica dove, come si vedrà, l’elemento della luce, l’attenzione per il bagliore e soprattutto per la presenza della luminosità lunare, sono elementi che ricorrono spesso e che stanno quasi a testimoniare dei “punti fermi” della poetica della Nostra. Non è un caso a questo punto che nell’immagine della cover possiamo intravedere delle lanterne giapponesi accese, quegli oggetti molto affascinanti il cui utilizzo ha preso piede anche nella nostra cultura nell’occasione di determinate feste e ricorrenze. Questo fa da apripista a una serie di liriche dal tono per lo più asciutto e che non amano gli orpelli e che sfidano –ma con rispetto- la metrica dove la Nostra esprime il suo canto dell’anima e trasmette al lettore la simbiosi che giornalmente nutre con l’elemento terra.

Sono, infatti, numerosissimi gli scenari paesaggistici, gli scorci, gli elementi naturalistici che ci consentono di inserire la poetica della Mazzarini all’interno di un canto di meraviglia per il Creato, a una seduzione quasi mistica nei confronti dell’esperienza, un elogio al saper vivere e riconoscersi in un mondo dove tutto sembra, invece, improntato all’indifferenza. E, ancora una volta, non mi sembra poi così scontato che la lirica che apra il volume porti il titolo di “Non ti scordar di me” che evoca sia il minuto fiore dalla tonalità blu molto comune nei prati sia una celebre ballata popolare molto conosciuta e dove, in entrambi i casi, è il senso di stupore verso il mondo e il sentimento d’amore a dominare in questa realtà che la Mazzarini descrive come qualcosa di indefinito e indefinibile, come un’entità anfibia: “sacro mistero/ illuminato di magia” (15).

Sono alcune scelte tipografiche quale il corsivo, il maiuscolo e il ricorso anche a caratteri differenti a permettere di localizzare visivamente sulla pagina concetti e contenuti che la Nostra ha voluto sottolineare con particolare vigore, quasi a voler facilitare il lettore nell’approdo interpretativo, veicolando alcune delle parole-chiavi da cui partire. Interessante e foriera di spunti la lirica che porta il titolo “Pei tuoi sentieri” dove la Mazzarini ha optato per una forma prepositiva obsoleta contraendo “per” e l’articolo plurale. La lirica è un canto esortativo alla Musa Poesia a far intravedere alla Nostra (e ai poeti tutti) il sentiero della conoscenza e quello della ispirazione creativa affinché anche nel gesto più semplice (vivo e sentito) possa ritrovarsi quel senso poetico nella sua etimologia primordiale di “far qualcosa”, di “costruire”: “Guidami, Poesia,/ pei tuoi sentieri/ ardui,/ mi soffermerò/ a raccoglierne/ fiori,/ e non sarà tempo/ perduto” (18). A tessere la chiusa di una lirica dolce e leggiadra è il verso conclusivo in cui la Mazzarini annota “Amore e Fiaba” (18) ossia un distillato di dolcezza e sogno, di espressività e scoperta, di ricchezza interiore e mistero.

Ed è giusto a questo punto evidenziare che la poetica della Mazzarini rintracciabile in questa nuova silloge poetica fornisce uno sguardo estasiato e compiaciuto verso la natura che diviene nelle varie descrizioni compartecipe delle emozioni, degli stati d’animo della donna. A dominare è spesso la Luna (parola che ricorre quasi in tutte le poesie) con accezioni e accostamenti diversi. Il significato generale che possiamo attribuire alla luna è tendenzialmente ampio e addirittura paradossale all’interno dei suoi tanti legami, ma nella poesia in particolare mi sento di osservare che diventa elemento di una visione dolce ma nostalgica, di un animo meditabondo, con pensieri tanto concreti quanto visionari (a dar manifestazione di questo è l’importante concetto sintattico del sogno che pure si ritrova in molte liriche e che più che come espressione di latenza del reale è elemento creativo, a tratti utopistico e dirompente). La luna è descritta con la sua colorazione argentea che le attribuisce un fascino particolare e una dimensione quasi magica e da fiaba come avviene in “Oro e argento” (22); ma essa diviene anche proiezione umana e dunque componente emotiva dell’inconscio della Nostra se non addirittura un essere vivente in se stesso dotato di una sua particolare soggettività come quando la poetessa in “Di divina bellezza e fiori” parla di “anima di luna” (27). Se il sole con il suo colore abbaiante, le sue sfumature indefinite e rossastre e il suo calore ardente possiamo equipararlo a un essere inanimato che sorride, la luna, che è padrona delle notte, è sempre stata vista con un po’ di mestizia, mistero e con una dolcezza amara; ecco forse perché la poetessa in una lirica non può che attestare una certa desolazione in lei: “Sola piange/ sorella luna” (31).

A completare l’alto valore contenutistico di questa silloge poetica sono costruzioni nominali molto ricercate capaci di evocare un mondo variegato nel quale è ancora possibile stupirsi di fronte alle semplici forme del Creato (“il sorriso dei fiori”, 40) e alle altrettanto congegnose costruzioni dell’uomo che sembrano sfidare il Cielo e le leggi della fisica, proprio come gli immaginifici “aquiloni di follia”  (34) di cui la nostra parla.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.05.2014

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