“Tra i miei sogni” di Francesco Terrone, recensione di Francesca Luzzio

libro.jpgIl titolo della silloge di Francesco Terrone, Tra i miei sogni (Miano Editore, Milano, 2018), è un sintagma emblematico che racchiude in sé l’essenza semantica della raccolta: un amore travolgente per una donna che non corrisponde alla passione del poeta, di conseguenza non restano che i sogni: “Ti sento, ti cullo, ti vedo/ tra i filari di grano/ ed alberi fioriti./ Ti vedo tra i miei sogni”( in “Ti cullo, ti vedo”, pag. 75), pur nella costante consapevolezza del loro svanire, della non corrispondenza nella realtà, ove solitudine e amarezza dominano incontrastate, anche se non esita a sperare che lei un giorno acquisisca almeno consapevolezza del male che gli ha fatto: “Capirai un giorno/ il male che/ mi hai fatto” ( in “Corteccia d’amore”, pag. 23).  

L’indifferenza della non corrispondenza, genera in lui una cruenta sofferenza: “senti l’urlo del mio amore/ e indifferente/ non chiedi dove va\ un uomo così ferito”, ma in certi momenti si sublima in sogno, generando quasi  un ossimorico sentire, fatto di ardore, grazia e poesia: “Quando ti sento,/ vedo nell’aria/ accendersi fiaccole dorate/ e fiumi di petale/ di rose/ …./ Ti sento compagna/ insostituibile/ dei miei racconti,/ di favole e poesie/ Mi sento vero/ mi sento vivo/ …”.                                             

Questa vicenda di fantastica luce e ombrosi e reali solitudine e silenzio, trova, come si può rilevare anche dai versi sopra citati, nella natura e nei suoi elementi lo strumento metaforico che adeguatamente la propone nel suo poliedrico sentire.                                                                                            

Ad ogni modo Francesco Terrone è vincitore perché in amore, come scrisse Pablo Neruda, “Solo chi ama senza speranza conosce il vero amore”.  Il variare del ritmo dei versi, pur nella libera versificazione, propone appieno il succedersi di sentimenti, emozioni, ansie e sogni che, pur derivanti dall’assenza, vibrano di pienezza vitale.

FRANCESCA LUZZIO

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“Desiderio di un Sogno”, opera prima del palermitano Giovanni Di Liberto

Comunicato Stampa

La nostra vita è preziosa, tessuta da fili finissimi, non spegniamo i nostri sogni. Se spegniamo i nostri sogni, anche il nostro sole, il sole dell’anima, in simile desolazione si spegnerà e, i sogni, sono le ali della vita, che non faranno mai spegnere questo sole.

Emanuele Marcuccio  (dall’esergo)

Desiderio di un Sogno_cover_front_900

In collaborazione con “Vetrina delle Emozioni” di Gioia Lomasti, per la cura editoriale del poeta e aforista Emanuele Marcuccio, il giovane autore palermitano Giovanni Di Liberto esordisce con Desiderio di un Sogno, racconto per ragazzi e sua opera prima, edita il 5 maggio 2015 con la napoletana Photocity Edizioni.

Stockwell (Londra), dicembre 1923: “Kevin è un giovane ragazzo di appena dieci anni” che vive in un collegio-orfanotrofio “vicino alla bella Londra”, orfano e sfuggito agli orrori della prima guerra mondiale. Vive “una vita abbastanza sfortunata, piena di brutti ricordi e ingiustizie”. Fortunatamente i suoi soliti giorni da dimenticare stanno per finire, perché è vicina la realizzazione del Desiderio di un Sogno: la Sua Felicità.

 

GIOVANNI DI LIBERTO (Palermo, 1993) fin da più tenera età mostra il suo amore verso la scrittura, la lettura e il disegno. Eccelle in gare scolastiche di matematica e di disegno, dalle elementari al liceo scientifico che, per motivi familiari interrompe al secondo anno, senza riuscire a diplomarsi, per aiutare il padre nell’attività di famiglia. Nel settembre 2014 contatta il poeta e aforista Emanuele Marcuccio per sottoporgli una prima bozza di Desiderio di un Sogno, e così gli affida la cura editoriale del racconto che costituisce il suo esordio e la sua opera prima.  (Dalla quarta di copertina)

 

SCHEDA DEL LIBRO

TITOLO: Desiderio di un Sogno

SOTTOTITOLO: Magia, Sogni, Speranze

AUTORE: Giovanni Di Liberto

CURATORE: Emanuele Marcuccio

CO-CURATORI ED EDITING COVER IMAGES: Gioia Lomasti e Marcello Lombardo

ILLUSTRAZIONI E FOTO DI COPERTINA: Giovanni Di Liberto

EDITORE: Photocity Edizioni

GENERE: Narrativa

PAGINE: 148

ISBN: 978-88-6682-700-9

COSTO: 9 €

Link diretto alla vendita

 

 Info:

www.vetrinadelleemozioni.com – info@vetrinadelleemozioni.com

“D’un trasognato dove” di Felice Serino. Recensione di Lorenzo Spurio

D’un trasognato dove – 100 poesie
di Felice Serino
Ass. Salotto Culturale Rosso Venexiano, 2014
Pagine: 124
Costo: 12€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Ha memoria il mare
Scatole nere sepolte nel cuore
Dove la storia
Ha sangue e una voce. (37)

 

D’un trasognato dove– 100 poesie scelte è la nuova densa raccolta poetica di Felice Serino, poeta nato a Pozzuoli nel 1941 che da molti anni vive a Torino.

L’autore mostra di aver compiuto una meticolosa operazione di cernita in questo “canzoniere dell’esistenza”, tante sono le liriche che ne fanno parte e tante le tematiche che Serino trasmette al cauto lettore. Il fatto che esse siano state raggruppate in filoni concettuali intermedi da una parte facilita al lettore la corretta comprensione delle stesse e dall’altra consente all’opera una struttura ulteriormente compatta e costruita organicamente. È così che questi microcosmi-contenitori delle liriche di Serino si concentrano attorno a questioni che hanno a cuore il rapporto con l’aldilà, il tema celeste, il senso dell’esistere, la potenzialità del sogno, l’inesprimibile pregnanza del tessuto semantico, l’impossibilità di dire (l’impermanenza) e si chiude con un nutrito apparato finale di poesie dedicate a personaggi più o meno famosi della nostra scena contemporanea dal quale partirò.

In questo apparato di dediche si concentra il fascino nutrito da Serino verso una serie di immagini-simbolo quali quello della luce e del sogno (nella lirica dedicata Elio Pecora), il tema della Bellezza (nella lirica a Papa Giovanni Paolo II), il risorgere (nella lirica dedicata a David Maria Turoldo) e lo specchio come proiezione e frantumazione dell’io (nella lirica dedicata a J. Luis Borges). Sono queste solo alcune delle liriche che compongono questo apparato finale poiché ve ne sono varie di chiaro interesse civile che affrontano disagi e tragedie dell’oggi quali i disastri per mare dei tanti immigrati che sperano di giungere in Italia, le precarie condizioni degli incarcerati o gravi casi di violenza in cui alcuni giovani hanno riportato la morte come Iqbal Masih, tessitore di tappeti portavoce dei diritti dei bambini lavoratori che venne ucciso nel 1995 all’età di 12 anni e del quale Serino apre la lirica in questo mondo: “come un bosco devastato/ intristirono la tua infanzia/ di pochi sogni” (107).

Nell’intera opera di Serino si nota una pedissequa attenzione nei confronti di isotopie, immagini costruite nelle loro archetipiche forme, che ricorrono, si susseguono, si presentano spesso perché necessarie; esse non sono solamente immagini che identificano o denotano qualcosa, ma simboli, metafore, mondi interpretativi altri: il sogno, la luce, il cielo, il Sole, tanto che permettono di considerare la poetica di Serino come celestiale proprio per il suo continuo rovello sull’aldilà, onirica perché fondata sull’elemento del sogno del quale si alimenta tanto da non poter dire spesso con certezza quale sia la linea di demarcazione tra realtà e finzione. Si penserebbe a questo punto che il tema del tempo possa essere altrettanto centrale in questa silloge di poesie dove, pure, si ravvisa un profondo animo cristiano, ma in realtà il concetto di tempo è ristrutturato da Serino in maniera meno pratica, in chiave esistenziale, come costruzione della mente umana che però risulta avere poca rilevanza nelle elucubrazione di una mente particolarmente attiva.

Il sogno, l’onirismo e il surrealismo (citato anche nel momento in cui viene nominato il pittore catalano Dalì) sono il nerbo fondamentale della silloge dove il trasognare ne identifica l’intero percorso di formazione e conoscenza. Non è un caso che in copertina si stagli un albero frondoso e, dietro di esso, uno scenario meravigliosamente pacificante di un cielo verde-azzurro tipico di una aurora boreale che fa sognare.

Dal punto di vista stilistico Serino predilige un’asciuttezza di fondo per le sue liriche (molte di esse sono molto stringate se teniamo presente il numero dei versi), dove il poeta evita l’adozione delle maiuscole anche quando queste dovrebbero essere impiegate ed ogni forma di punteggiatura, quasi a voler rendere in forma minimale il pensiero della mente proprio come gli è scaturito. Contemporaneamente il lessico impiegato è fortemente pregno di significati, spesso anche molteplice nelle definizioni, ed esso ha la caratteristica di mostrarsi evocativo, più che invocativo (anche se alcune liriche di invocazione sono presenti) o connotativo.

Sprazzi di ricordi salgono a galla (“in sogno sovente ritornano/ amari i momenti del vissuto”, 39) ma questi non hanno mai la forza di demoralizzare l’uomo o di affaticarne la sua esistenza poiché c’è sempre quella “comunione col sole” (47) che dà forza, garanzia e calore all’uomo che sempre ricerca risposte su sé, Dio e il mondo.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 28-10-2014

Lorenzo Spurio su “Lanterne per riconoscermi” di Maria Luisa Mazzarini

Lanterne per riconoscermi
di Maria Luisa Mazzarini
Edizioni Divinafollia, 2014
ISBN: 978-88-98486-27-4
Pagine: 75
Costo: 12 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
  
 
Attoniti
in notturno silenzio,
occhi ricordano la luna.
 
Sulla panchina vuota
il sogno suo d’argento. (65) 

9788898486274La nuova pubblicazione di Maria Luisa Mazzarini si intitola “Lanterne per riconoscermi” e reputo che questo sia un titolo non solo evocativo, ma che rispetta completamente il contenuto della silloge poetica dove, come si vedrà, l’elemento della luce, l’attenzione per il bagliore e soprattutto per la presenza della luminosità lunare, sono elementi che ricorrono spesso e che stanno quasi a testimoniare dei “punti fermi” della poetica della Nostra. Non è un caso a questo punto che nell’immagine della cover possiamo intravedere delle lanterne giapponesi accese, quegli oggetti molto affascinanti il cui utilizzo ha preso piede anche nella nostra cultura nell’occasione di determinate feste e ricorrenze. Questo fa da apripista a una serie di liriche dal tono per lo più asciutto e che non amano gli orpelli e che sfidano –ma con rispetto- la metrica dove la Nostra esprime il suo canto dell’anima e trasmette al lettore la simbiosi che giornalmente nutre con l’elemento terra.

Sono, infatti, numerosissimi gli scenari paesaggistici, gli scorci, gli elementi naturalistici che ci consentono di inserire la poetica della Mazzarini all’interno di un canto di meraviglia per il Creato, a una seduzione quasi mistica nei confronti dell’esperienza, un elogio al saper vivere e riconoscersi in un mondo dove tutto sembra, invece, improntato all’indifferenza. E, ancora una volta, non mi sembra poi così scontato che la lirica che apra il volume porti il titolo di “Non ti scordar di me” che evoca sia il minuto fiore dalla tonalità blu molto comune nei prati sia una celebre ballata popolare molto conosciuta e dove, in entrambi i casi, è il senso di stupore verso il mondo e il sentimento d’amore a dominare in questa realtà che la Mazzarini descrive come qualcosa di indefinito e indefinibile, come un’entità anfibia: “sacro mistero/ illuminato di magia” (15).

Sono alcune scelte tipografiche quale il corsivo, il maiuscolo e il ricorso anche a caratteri differenti a permettere di localizzare visivamente sulla pagina concetti e contenuti che la Nostra ha voluto sottolineare con particolare vigore, quasi a voler facilitare il lettore nell’approdo interpretativo, veicolando alcune delle parole-chiavi da cui partire. Interessante e foriera di spunti la lirica che porta il titolo “Pei tuoi sentieri” dove la Mazzarini ha optato per una forma prepositiva obsoleta contraendo “per” e l’articolo plurale. La lirica è un canto esortativo alla Musa Poesia a far intravedere alla Nostra (e ai poeti tutti) il sentiero della conoscenza e quello della ispirazione creativa affinché anche nel gesto più semplice (vivo e sentito) possa ritrovarsi quel senso poetico nella sua etimologia primordiale di “far qualcosa”, di “costruire”: “Guidami, Poesia,/ pei tuoi sentieri/ ardui,/ mi soffermerò/ a raccoglierne/ fiori,/ e non sarà tempo/ perduto” (18). A tessere la chiusa di una lirica dolce e leggiadra è il verso conclusivo in cui la Mazzarini annota “Amore e Fiaba” (18) ossia un distillato di dolcezza e sogno, di espressività e scoperta, di ricchezza interiore e mistero.

Ed è giusto a questo punto evidenziare che la poetica della Mazzarini rintracciabile in questa nuova silloge poetica fornisce uno sguardo estasiato e compiaciuto verso la natura che diviene nelle varie descrizioni compartecipe delle emozioni, degli stati d’animo della donna. A dominare è spesso la Luna (parola che ricorre quasi in tutte le poesie) con accezioni e accostamenti diversi. Il significato generale che possiamo attribuire alla luna è tendenzialmente ampio e addirittura paradossale all’interno dei suoi tanti legami, ma nella poesia in particolare mi sento di osservare che diventa elemento di una visione dolce ma nostalgica, di un animo meditabondo, con pensieri tanto concreti quanto visionari (a dar manifestazione di questo è l’importante concetto sintattico del sogno che pure si ritrova in molte liriche e che più che come espressione di latenza del reale è elemento creativo, a tratti utopistico e dirompente). La luna è descritta con la sua colorazione argentea che le attribuisce un fascino particolare e una dimensione quasi magica e da fiaba come avviene in “Oro e argento” (22); ma essa diviene anche proiezione umana e dunque componente emotiva dell’inconscio della Nostra se non addirittura un essere vivente in se stesso dotato di una sua particolare soggettività come quando la poetessa in “Di divina bellezza e fiori” parla di “anima di luna” (27). Se il sole con il suo colore abbaiante, le sue sfumature indefinite e rossastre e il suo calore ardente possiamo equipararlo a un essere inanimato che sorride, la luna, che è padrona delle notte, è sempre stata vista con un po’ di mestizia, mistero e con una dolcezza amara; ecco forse perché la poetessa in una lirica non può che attestare una certa desolazione in lei: “Sola piange/ sorella luna” (31).

A completare l’alto valore contenutistico di questa silloge poetica sono costruzioni nominali molto ricercate capaci di evocare un mondo variegato nel quale è ancora possibile stupirsi di fronte alle semplici forme del Creato (“il sorriso dei fiori”, 40) e alle altrettanto congegnose costruzioni dell’uomo che sembrano sfidare il Cielo e le leggi della fisica, proprio come gli immaginifici “aquiloni di follia”  (34) di cui la nostra parla.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.05.2014

“Il sogno e la sua infinitezza” di Ninnj Di Stefano Busà, recensione di Gabriella Pison

Il sogno e la sua infinitezza
di Ninnj Di Stefano Busà 
prefazione di Walter Mauro
Edizioni Tracce , Pescara, 2011
 
recensione a cura di Gabriella Pison

 

imagesCAY18JGQLeggendo la poetessa Ninnj Di Stefano Busà attraverso la sua ultima silloge poetica ”Il sogno e la sua infinitezza” sospetto immediatamente che il leitmotiv sia quello della solitudine, intesa come solitudine esistenziale, essenziale ed ineluttabile (“abitiamo l’addio….ognuno è muto nello slabbrato cerchio….tu solitudine  desolata, incolmabile orizzonte dei nostri desideri” e poi ancora” la fatica del viaggio ci rende corpi inospitali all’amore”)ma, come il Gabbiere di Alvaro Mutis  che” sopporta la vita quando nessuno ascolta nessuno” anche in Ninnj Di Stefano c’è una forza centrifuga che le consente di fare l’elogio della solitudine stessa(“mi fa rinascere creatura alare……”), per portare alla luce la valenza straordinaria della sua capacità di approdare all’equilibrio sereno della coscienza, dove vi è comunicazione universale con la natura e il mondo(“non sia epicedio di tenebra la malinconia del tramonto” o si leggano i versi “amiamo i silenzi rappresi nei corpi, nella pagina che lentamente accorda le creature”) .

La Poetessa, oltrepassando i confini dell’esperienza individuale, percorre i sentieri di ricerca della Luce, del superamento dell’Io, per avvicinarsi alla Verità, a ciò che ci fa essenziali: riconosco  nei suoi versi una sorta di dualismo, da un lato la donna della “desperanza”( rifacendomi a Mutis), che in alcuni momenti cerca di cogliere l’attimo (“chiedevo cattedrali, tatuaggi d’oro alle mie sere di gemme vive” ), ma se ne dissocia, epurata dai punti d’appoggio del contingente, in un ideale escatologico (“in Te solo le ferite del mattino sembrano incorruttibile luce che si propaga”), dall’altro la donna della trasformazione e della – rinascita -, la donna dell’ordine, della maturazione della fede, che, mutuando un termine al mondo della fisica, non esiterei a definire donna dell’entalpia, nel senso greco di ”portare calore dentro” e Ninnj DiStefano Busà ci sa trasmettere il fuoco della sua passione: come “regalami lo strappo dell’abbraccio” e nel contempo ci guarda con serenità dall’ appagamento della sua illuminazione: “la poesia ha parole dirompenti…in grado di mutare l’universo sensibile”.

Questa è Ninnj Di Stefano Busà, che emerge con voce ancora più limpida e potente rappresentando un punto di riferimento nel panorama della letteratura contemporanea  e con le sue parole di indubbia  forza morale sottolinea l’incertezza delle apparenze per dar corpo alla suggestione e all’abbandono di schemi terreni come siamo abituati a fare; l’autrice cerca di superare  il dolore del vivere in  complessa figurazione esistenziale, riportandoci alla mente le litografie di Odilon Redon “Dans le reve”, in cui il tempo-spazio si carica di valenze psichiche e cerca di esorcizzare l’angoscia che ne deriva: “La vanità della parola che non cede alla mestizia della carne” ma “sulla cangiante illusione riposa l’acqua dolce della tua fronte”.

Ebbene, cos’è dunque la trasformazione? È una crescita, certo, ma è anche una  Maschera?…  strumento ideale per poter giocare con l’Io, per scardinare i legami con la soggettività e per assumere una identità diversa, ne’ migliore ne’ peggiorere…credo che Ninnj Di Stefano non abbia bisogno di maschere, può prsentarsi a viso aperto, può permettersi di trasferirsi in un altro mondo, parallelo e ricchissimo di musicalità e tensione verso l’assoluto, dove diventa possibile comunicare in liberi orizzonti, senza timore di venir scoperti, senza una maschera che faccia da  cassa di risonanza per amplificare la propria voce…”la nostra gioia è arsura o che la Gerusalemme dei vinti ci indichi il sacrario del cielo?”

E il tempo, come ben dice Walter Mauro nella sua prefazione,  è tema prediletto e imprescindibile della sua  lirica,  “tempo d’inattuabile, di impenetrabile” sia inteso come nostalgia “racchiude in se ali di gioia…la vena rifiorente delle primavere d’acqua”, sia come inesorabile decadenza: “una tregua da cui escono illesi la morte e la vanità dei trapassati”, ma Ninnj Di Stefano si libera da queste paure ancestrali, dai rigidi schemi comportamentali che la ingabbiano e fa sì che la sua raffinata  arte poetica diventi un autentico atto sacro, dove la ricchezza dell’interiorità unita ad un lessico raffinato le consente di manifestare appieno il suo estro creativo prepotente e la realizzazione della sua dimensione di purezza, in un percorso salvifico del vero. Se…parafrasando Antonio Porchia, sento che potrei attribuire a Ninnj Di Stefano Busà la celebre frase ”prima di percorrere il mio cammino, ero il mio cammino”: cosi scrive la Di Stefano: “Siamo ombre alla luce della resurrezione” e nell’avvicinarmi all’altezza delle sue parole ne sono rimasta incantata e sgomenta.

Di un virtuosismo estremo, ma puntuale e fedele alle varie sensazioni: (“la vanità della parola che non cede alla mestizia della carne”), in una continua seduzione per il lettore: ( a tratti ci restituisce l’innocenza, l’amore…”ma non abbiamo ali che ci spingano in mare aperto”) ed è proprio la sua capacità di risintetizzare il disagio esistenziale e la solitudine coniugandoli con una malinconia non priva di speranza:(“cancelliamo i giorni dal calendario, ci offriamo alla dimenticanza”), che la rende una grande Autrice, dalla cui penna ogni parola che nasce è autentica arte.

 Gabriella Pison

Warmbad Villach, 6 ottobre 2012                   

 

 

pagina Literary dedicata al libro: http://www.literary.it/dati/literary/A/angelucci/il_sogno_e_la_sua_infinitezza.html

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

 

 

 

 

 

“Sogno di neve”, poesia di Giorgia Catalano, con un commento di Emanuele Marcuccio

SOGNO DI NEVE[1]

di GIORGIA CATALANO

2 ottobre 2010

Lenta,
cade
sull’asfalto bagnata
dalla pioggia.
Non si ferma,
svanisce
sotto la gomma
dell’auto che passa.
Fioccano, fioccano
fiocchi di neve
pura,
pulita
e
fresca.
Bambini che gioiosi
guardano fuori
dai vetri
immaginando
un sogno.
Un camino acceso
in una baita,
calore di famiglia
e un pupazzo di neve.
Ma poi tornano sulla strada,
sull’asfalto bagnata,
i loro piccoli pensieri,
dove rimarranno a guardare il fioccare
dei fiocchi di neve,
fino al prossimo sogno.
 

 Commento a cura di Emanuele Marcuccio

sogno di neveQuesta poesia rappresenta un unicum nella raccolta di Giorgia Catalano, proprio perché si serve di un procedimento stilistico inedito: mette il soggetto (la neve) in ellissi, “Lenta / cade / sull’asfalto bagnata / dalla pioggia” aggiungendo anche un accusativo alla greca “sull’asfalto bagnata”, a ciò si aggiunge, verso la chiusa, l’ellissi del predicato e del soggetto (la neve) con lo stesso accusativo alla greca “Ma poi tornano sulla strada, / sull’asfalto bagnata, / i loro piccoli pensieri,” che è anche uno splendido inciso.

Con questo ritengo “Sogno di neve” la lirica più significativa di “Un passaggio verso le emozioni”, un vero gioiello di raffinatezza stilistico-retorica.

 a cura di Emanuele Marcuccio

 

 

Palermo, 15 febbraio 2013

 

 

LA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

È SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA E I COMMENTI QUI PRESENTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEI RISPETTIVI AUTORI.

 


[1] Edita in Catalano, Giorgia, Un passaggio verso le emozioni, Photocity, 2012, p. 14.

Angeli caduti nella notte di Carmine Rosano

Angeli caduti nella notte di Carmine Rosano

Silele Edizioni, Gerenzano (Varese), 2009, pp. 63

ISBN: 9788890415916

Recensione di Lorenzo Spurio

Angeli caduti nella notte è un romanzo che si legge tutto d’un fiato, senza mai distogliere gli occhi dal libro non tanto perché si tratta di un libricino sottile ma perché Carmine Rosano riesce a mantenere altissimo il livello di coinvolgimento nel lettore. Il narratore ci fornisce uno spaccato di vita domestica, quella di una coppia che si lascia, rintracciando a ritroso il momento della loro conoscenza. Così Sara inaugura una nuova vita innamorandosi di Davide, con il quale, presa da una sorta di colpo di fulmine, si abbandona ad un rapporto sessuale addirittura al primo appuntamento.

Rosano ci fa fare un viaggio interessante, un viaggio all’insegna della luce e dei colori; la luce del cielo e i colori della tavolozza che probabilmente aveva in mente durante la sua attenta scrittura. E proprio per questo i capitoletti portano titoli che si riferiscono alla luce, al tramonto e così via. E cosi l’incontro-amplesso amoroso tra Sara e Davide avviene alla calda luce di un tramonto rosa mentre Fabio, l’ex di Sara che non ha accettato la loro separazione e che continua ad ossessionarla con sms non è altro che un’ombra nera che ritorna, che la segue ad ogni spostamento e che non riesce ad allontanare da sé. In queste cornici temporali e cromatiche Rosano inserisce questa storia romantica con alcune punte d’erotismo che, lontanamente da sembrare inopportune o azzardate, trasmettono alla storia una grande vitalità e realismo. E così assistiamo al dolore e al senso di straniamento di Fabio che, ormai solo, crede che la vita per lui non abbia più valore, prendendo in considerazione anche il suicidio. Ma quello che Rosano dipinge in maniera particolarmente realistica è questo passaggio da amanti a conoscenti, da persone che hanno condiviso tutto a estranei, il passaggio dai baci sulla bocca ai casti e rispettosi baci sulle guance. Così, semplicemente per uno sbaglio, i destini di due persone cambiano in maniera irreversibile. Ed è dunque il destino, a mio parere, il vero padrone dell’intera storia. Tutti noi siamo delle semplici marionette e basta una cosa non detta, uno sbaglio, un incomprensione a cambiar le carte in tavola, a farci soffrire, a spingerci nel baratro o a descrivere nuovi scenari.

CARMINE ROSANO  è nato a Napoli nel 1977 e attualmente vive a Roma. Si è avvicinato alla scrittura da adolescente scegliendo come mezzo espressivo la poesia. Da allora ha sempre cercato attraverso quest’arte e attraverso la pittura di esprimere sentimenti e stati d’animo. Il suo primo libro, Le tre età dell’amore è stato pubblicato da Il Melograno nel 2007 e in una nuova edizione da 0111 edizioni nel 2008.

a cura di Lorenzo Spurio

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