“L’orecchio delle dèe”: la nuova silloge poetica dell’ascolana Giorgia Spurio


spurioÈ uscito il libro di poesie della poetessa marchigiana Giorgia Spurio,L’orecchio delle dèe (Macabor Editore, 2017), con prefazione di Emilia Sirangelo. 

“L’orecchio delle dèe” – ha dichiarato l’autrice a proposito del suo libro – è nato dall’esigenza di dare voce alle problematiche del nostro tempo attraverso simboli e figure mitologiche che l’antichità ci presta. La silloge si trasforma in un diario che raccoglie confidenze e silenzi. Se esistesse un Olimpo chiederemmo alle dèe di ascoltarci, mentre tali divinità nella poesia non sono che personificazioni di paure, disgrazie, preghiere.  Si vuol parlare della difficile situazione che vivono ogni giorno le donne, soprattutto le madri in particolare in alcune zone del mondo. Altrettanto difficile è la sorte dei bambini. Con i versi ho voluto esprimere il dolore e la speranza di chi trova il coraggio di fuggire da guerra e fame intraprendendo il duro viaggio della traversata del Mediterraneo, ma anche il coraggio di chi ogni giorno intraprende l’ardua traversata che è la Vita.”

C’è, quindi, nella poesia della Spurio non solo il rifiuto palese di voltare la testa dall’altra parte ma anche una innata capacità di sentire il dolore di una parte di mondo devastata dalla crudeltà delle guerre e dalla povertà:

“E le madri ridono./ E le madri piangono./ E ci sono madri che né ridono/né piangono/ per quel bambino senza nome, /senza giorno, senza età,/ per quel bambino che è/

senza profumo,/ quell’odore di latte che manca/ – l’assenza di una nuvola in un temporale d’estate – /quell’odore che si stringe e si contorce,/ ha solo un aspetto, il potere/ che ha l’odore di una lacrima.”

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“Ti porterò con me” di Silvana Stremiz, recensione di Lorenzo Spurio

Silvana Stemiz, Ti porterò con me / Te llevaré conmigo, Intermedia, Orvieto, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

 Siamo attimi contorti

che s’intrecciano

in un unico sospiro. (84)

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Silvana Stremiz

Il percorso poetico di Silvana Stremiz, poetessa di origini friulane nata in Canada, è ormai consolidato da anni di pubblicazioni, partecipazioni a concorsi con lodevoli riconoscimenti nonché dalla organizzazione di iniziative antologiche con fini umanitari, tra cui un volume di poesie che raccoglie ben trentasette autori pubblicato nel 2012 e curato assieme a Barbara Brussa, volto a sostenere i terremotati del sisma dell’Emilia Romagna. Ha esordito nel 2007 con il volume La vita con i miei occhi (Aletti) e da lì l’itinerario della poetessa si è fatto capillare tanto da divenire instancabile, cesellato da una buona risma di commenti critici, interpretazioni ai suoi testi e conferimenti di premi per le sue innate doti creative. Il volume più recente, a circa dieci anni di distanza dal suo esordio come poetessa sulla carta stampata, s’intitola Ti porterò con me e contiene un cospicuo numero di liriche d’amore proposte in doppia lingua: in italiano e, a fronte, in spagnolo. Le traduzioni di Te llevaré conmigo, questo il titolo del libro in castigliano, sono state curate da validi esponenti della scena contemporanea tra cui Marisa Zedda, Monica Sturza, Raquel Ferrer Capella e la stimata poetessa naturalizzata madrilena Elisabetta Bagli, autrice dei volumi poetici Dietro lo sguardo (2013) e Voce (2015).

Nelle note critiche di apertura al volume, firmate da Matteo Tuveri e Isabella Gambini, responsabile di Intermedia Edizioni, casa editrice umbra che ha dato pubblicazione al libro della Stremiz, alcune parole chiave richiamano l’attenzione del lettore e veicolano già una data lettura nonché l’incamminamento ermeneutico del testo.

downloadCi troviamo dinanzi a poesie d’amore, pregne di sensualità e dove l’istintualità, ovvero il gesto spicciolo, autentico e non premeditato, domina sull’azione degli amanti. Le poesie si mostrano nella forma di attestazioni esplicite d’amore, invito ad abbattere le distanze e ad annullare i tempi, dichiarazioni di vivido trasporto, nonché esternazioni di sogni, incursioni nell’inconscio e addirittura nel proibito. La poetessa si svela verso dopo verso mettendosi in mostra come una donna profonda e romantica, che ha eretto l’Amore come legge morale, l’unica possibile al cuore.

Isabella Gambini pone, giustamente, l’attenzione su quegli “amori imperfetti” frequentemente richiamati dalla Stremiz in varie liriche ad intendere un amore totalizzante e radicato, viscerale e incommensurabile che si staglia al di là di problematiche, possibili differenze nonché evidenza di difetti, tanto da richiamare alcune immagini distinte e arcinote dei Sonetti shakesperiani.

L’amore, da concreto e carnale com’è in alcune liriche, viene allora a sublimarsi per diventare aereoso, metafisico, impalpabile in maniera concreta ma a suo modo universale e onnipresente. Si tratta di un sentimento che la Stremiz descrive con dolcezza e prestanza di linguaggio, a trasmettere con vivacità ed energia un vibrato sensuale che, pur discostandosi volutamente dall’erotico, ha comunque una buona componente di spasmo d’unione, aneliti di dominazione e spiriti d’offrirsi che fanno della sua poesia un atto di libertà e coscienza.

La partecipazione all’atto d’amore, ora sussurrato, ora esplicitato, si fa talvolta altisonante al punto da richiedere il ricorso a un linguaggio più concreto e di forma anti-lirica ad accentuare il desiderio d’unione e la necessità di completezza.

L’amore non è solo motivo originante delle poesie qui contenuto ma anche oggetto e finalità, a descrivere un tracciato sinusoidale di ampio chilometraggio dove anche la dimensione ludica di questo sentimento viene presa in considerazione.  

In questo canzoniere d’amore a unica voce, dove abbiamo, cioè, attestazione dell’amore da una delle due parti della coppia, il lettore potrà percepire un velato senso di estraneità dinanzi alla confessione di un universo talmente intimo. Questo non cozza con la volontà della donna che ha fatto dell’arte, del linguaggio poetico, la sua compagna più fedele ed efficace per dichiarare l’amore, lodare l’amato, riconoscere sé stessa in un amore che dà linfa ai giorni e fa raccogliere le stelle.  Un canto che, se può sembrare monocorde e a tratti possibile solo platonicamente, è in grado di tessere un inno alla vita, cogliendo i raggi più luminosi di un cuore raggiante che emana gioia e acuisce il desiderio dell’altro, a testimonianza di un amore che si vive e si crea in quell’alternanza e connubio irrazionale d’intenti taciuti.

Lorenzo Spurio

Jesi, 06-02-2017

Crowfunding per la nuova silloge poetica di Michela Zanarella, “Le parole accanto”

 

“LE PAROLE ACCANTO” DI MICHELA ZANARELLA

AL VIA IL NUOVO PROGETTO DI CROWDFUNDING DI INTERNO POESIA

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Al via da lunedì 23 gennaio il nuovo progetto di crowdfunding  di Interno Poesia per la prevendita della raccolta di poesie Le parole accanto di Michela Zanarella (prefazione di Dante Maffia). Scopo della campagna, organizzata in collaborazione con Produzioni dal Basso, la prima piattaforma italiana di crowdfunding, fondata nel 2005 (tra le prime in Europa), è coinvolgere e rendere protagonisti lettori e scrittori in un processo partecipativo che prevede la prenotazione di una o più copie del libro e l’ottenimento di altre ricompense, tra cui l’inserimento del proprio nome in una pagina del libro dedicata ai Lettori sostenitori del progetto.

C’è tempo fino a giovedì 23 febbraio per sostenere il progetto Le parole accanto, la nuova importante raccolta di Michela Zanarella, autrice padovana da anni residente a Roma, che, come afferma nella postfazione Antonino Caponnetto, con questo libro “si avventura, con le parole al suo fianco, in un viaggio vitale e necessario nelle dense e oscure profondità di sé e delle proprie origini”.

Il libro

Dalla prefazione di Dante Maffia: “Michela Zanarella è ormai scrittrice affermata e conosciuta, una che la poesia la scrive e la legge con attenzione e con passione e che sa coniugare la propria biografia con le accensioni che le vengono dagli altri, con atti di agnizione che sono la fermezza della sua lealtà innanzi tutto con se stessa e poi con il mondo.

Le parole accanto è un libro la cui scrittura è sapiente e pacata e riesce a cogliere sfumature essenziali capaci di illuminare aspetti reconditi della realtà e della psiche. Si avverte che l’esperienza personale, anche all’interno degli affetti più intimi, ha lasciato tracce indelebili che tornano a dettare ombre, eppure non troviamo il minimo di recriminazione, non troviamo anatemi. La poetessa ha assorbito tristezze e dolori e ne ha fatto parole di poesia con un semplicità che, come vado sostenendo da decenni, è il solo mezzo per riuscire ad ottenere della vera poesia, quella che rinnova la sostanza della realtà e perfino della verità”.

 

Vengo a respirare

Vengo a respirare 

dai tuoi confini lontani

e ci trovo tutto l’amore che non ho mai capito

io che ti ho sentito madre troppo tardi

terra impastata nella nebbia

fatta di cielo mai limpido e in lotta con il tempo. 

Poso lo sguardo dove si ferma anche il vento

nella semina che sa di grano ormai maturo

e chiudo nel cuore quel colore

che ha l’odore del pane e delle stanze di casa. 

Ti sento radice che indossa le mie vene

meta che ho lasciato troppo presto

sperando di trovare altrove

il senso del mio canto.

E intanto 

vado con la mente dove il fiume si sveglia

in quel silenzio che cammina tra i campi

fino a sera. 

E resto tra le distanze a cercare quel poco sole

sempre incerto

che mi ricorda che un giorno farò ritorno

tra i fili d’erba e le strade di polvere

dove sono stata bambina.

L’Autrice

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013). È inclusa nell’antologia Diramazioni urbane (2016), a cura di Anna Maria Curci. In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidente (2015). Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. È alla direzione di Writers Capital International Foundation. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio.

Cos’è il Crowdfunding

Dall’inglese crowd (folla) e funding (finanziamento), il crowdfunding indica la raccolta collettiva di fondi per sostenere la realizzazione di progetti di persone e organizzazioni.  Il crowdfunding impiegato da Produzioni dal Basso è di tipo rewarddonation: i sostenitori di un progetto sono ricompensati in base all’ammontare della propria offerta (ad esempio ottenendo il prodotto per il quale viene effettuata l’offerta), modalità utilizzata da Interno Poesia per il progetto Le parole accanto, oppure effettuano donazioni (senza ricompensa).

Perché il Crowdfunding

Interno Poesia ha scelto di affidarsi a Produzioni dal Basso, uno dei maggiori e storici portali di crowdfunding in Italia e in Europa, per sostenere e promuovere progetti editoriali di qualità, eliminando definitivamente la necessità di chiedere un contributo fisso per la produzione di opere letterarie (poesia in primis) ed attivare un sistema virtuoso, dal basso, che coinvolga persone e organizzazioni per la nascita e la promozione di opere in versi.

Info su Interno Poesia

Interno Poesia, nato ad aprile 2014, è tra i principali siti letterari per la promozione e divulgazione della poesia: contemporanea, del ‘900, edita e inedita, italiana e straniera.  Con l’obiettivo di diversificare la ricerca e la proposta culturale nasce Interno Poesia Editore, un progetto editoriale esclusivamente dedicato alla promozione della poesia contemporanea attraverso la nuova collana Interno Libri.  Andrea Cati è il fondatore e curatore del progetto Interno Poesia. Chi collabora con IP: Maria Grazia Calandrone, Claudio Damiani, Mario De Santis, Valerio Grutt, Franca Mancinelli, Giovanna Rosadini, Francesca Serragnoli, Andrea Sirotti

 Per maggiori informazioni

Produzioni dal Basso: www.produzionidalbasso.com

Interno Poesia: www.internopoesia.com

E-mail: posta@internopoesia.com

“Migranti”, opera poetica di Anna Manna e Daniela Fabrizi, introduzione di L. Spurio

Anna Manna; Daniela Fabrizi, Migranti. A passi nudi, a cuori scalzi, Aracne, Roma, 2016. Introduzione a cura di Lorenzo Spurio, Saluto di Iole Chessa Olivares e Prefazione di Dante Maffia.

 Introduzione a cura di Lorenzo Spurio 

Anna Manna e Daniela Fabrizi hanno deciso di unire in un unico volume una serie di loro liriche accomunate dalla tematica civile relativa al fenomeno ormai planetario dell’immigrazione verso l’Europa vista da interi popoli che fuggono la guerra, la dittatura, la povertà e la disperazione, come un nuovo Eldorado. Le cronache degli ultimi tempi non mancano di narrarci di quanti morti ogni volta si contano nelle repliche delle tante tragedie per mare dove imbarcazioni di fortuna sovraccariche di persone stipate come animali finiscono per non reggere: il legno si incrina e il barcone si spezza, affonda nelle acque scure di un Mediterraneo indifeso che come una densa coperta ricopre i tanti lutti e fa sciabordare le onde nell’illusione di risollevare le vite assopite per sempre nei fondali.

migrantiEntrambe le poetesse hanno dedicato al tema la gran parte dei componimenti inseriti in questa raccolta ma lo hanno fatto in modo assai differente (ed è questo uno dei punti di forza di questo libro). Anna Manna Clementi, che apre la raccolta con la silloge dal titolo “Esodo”, si concentra sull’elemento equoreo ossia sul fenomeno migratorio visto nella fuga per mare verso le coste dell’Europa.

L’elemento sensoriale al quale la Nostra sembra essere particolarmente legata, quasi in maniera inscindibile, è quello sonoro: Anna Manna con i suoi versi ci fa sentire con nitidezza le urla rotte, le grida lancinanti, i rumori assordanti e impetuosi, i gorghi rumorosi e affannanti del mare, descrivendoci la tragedia dei barconi che si inabissano in maniera diacronica: dal giorno dominato da un sole all’apparenza timido allo scenario notturno, cupo e privo di conforto nel migrante alle prese con l’avaria del mezzo di trasporto. Così quelle urla, quegli SOS accorati finiscono ben presto silenziati quando l’acqua, pregna di sale, occupa in maniera opprimente  i polmoni dei poveri derelitti. Ciò avviene in maniera non molto diverso da ciò che la compagine europea ed internazionale fa: parla del fenomeno e si dice costernata per le tragedie impegnandosi in summit allargati per ovviare a decisioni veloci da prendere, salvo poi stanziare fondi ai paesi più coinvolti dal fenomeno lasciandoli in balia di sé stessi a gestire l’inarrestabile penosa avanzata.  L’incapacità di intervento, la mancata concretezza nella gestione del dramma finiscono per mostrare un’Europa disattenta, fredda, razzista e connivente in una certa maniera con la mercanzia delle anime, con il crimine etnico. Crimine che è ancor più spietato e schifoso per il fatto che è esso stesso merce di consumo nel circuito informativo dove l’immigrazione diviene spesso tema da talkshow nel quale dire tutto e il contrario di tutto, acconsentire o dissentire, mostrarsi o accaparrarsi la simpatia di fasce della popolazione, impiegare il tema, demagogicamente, quale impegno del proprio partito in una possibile campagna elettorale.

I vestiti degli sventurati si inzuppano di acqua e si fanno pesanti, l’umidità addosso infradicia le ossa, il cielo è lì, alto, come disegnato e sembra impossibile ricavarci una qualche consolazione.  Le carni sono pressate, il tormento invade le menti, l’angoscia di non farcela macchia il cammino della speranza  mentre i bambini piangono e le proprie madri si apprestano a dargli tutto ciò che possono, il loro latte fattosi ormai acerbo dal disprezzo nei confronti della vita.

La natura ambientale che accoglie la dipartita delle anime ha assunto anch’essa gli stilemi di una depravazione morale, di un’incompatibilità con la vita dell’uomo: colpiscono le “viscide alghe”, ne percepiamo quasi la loro ignavia e al contempo la vigliaccheria, il mare, pure, sembra assumere peculiarità umane e rendersi fautore di un “ghigno spaventoso”, bestiale e malefico, privo di redenzione. Un’acqua di morte che nega il ciclo di rinascita, si fa densa e piena di propaggini, mani che non aiutano né sollevano o facilitano il galleggiamento, ma che, pesanti e dalla presa diabolica, afferrano e trascinano nei fondali più infimi.  Una condizione apocalittica alla quale la Nostra contrappone il suo fiero disappunto con foga e con un dolore autentico che la conduce a vagheggiare istinti mortiferi e annullanti l’intera umanità (“se fossi forte vorrei spezzare il mondo”) per metter fine alla sperequazione della speranza tra fortunati e disperati, ed esser tutti fratelli, in un’angoscia comune che si può realmente conoscere solo se la si vive.

Se il mezzo identificativo delle poesie di Anna Manna Clementi è rappresentato da quel mare infingardo che diviene pozza mefitica di certezze e sepoltura di massa, l’altra poetessa, Daniela Fabrizi, si concentra in particolar modo sull’elemento terra. Anch’essa ci parla del fenomeno migratorio del nostro periodo storico visto, però, per mezzo delle lunghe traversate per terra, principalmente quella di siriani ed iracheni che sulle proprie gambe risalgono ampi territori, passando per la Turchia e cercando poi di immettersi nell’Europa attraverso la Grecia o, più frequentemente nelle ultime settimane, proiettandosi verso i Balcani quale meta finale per l’ingresso nei confini della Comunità Europea.  Per tali ragioni Daniela Fabrizi non può non parlare del fenomeno eclatante di divisione, una sorta di nuovo muro di Berlino, che il governo del conservatore Orbán in Ungheria ha fatto costruire a salvaguardia delle proprie frontiere.

Non solo viene negata l’assistenza e l’asilo al profugo di guerra ma anche il passaggio per una nazione che possa permettergli dopo settimane di duro cammino di poter entrare in Croazia e dunque in Europa.

immagineLa Nostra sottolinea con particolare enfasi nelle sue liriche questa durezza dei cuori che si esplica negli elementi di chiusura, recinzione, allontanamento che non fanno altro che esacerbare differenze tra etnie, culture e società contribuendo alla segregazione di alcune e al dominio di altre: “Un certo Abele mi chiamava fratello”, scrive nella poesia “Fratello”.

Il binomio di esperienze letterarie di Anna Clementi e Daniela Fabrizi in questo caleidoscopio di riflessioni amare su uno dei problemi sociali più cocenti e gravi del momento è senz’altro riuscito. In esso, meglio di qualsiasi pagina di giornale o foto di una qualche tragedia annunciata, è contenuta la sofferenza e lo scoramento di due donne che, pur appartenendo alla società civile di un mondo Occidentale, fanno propria l’esigenza della battaglia per la vita. Un esodo di dimensioni bibliche dove lo straniero viene visto come minaccia pericolosa, un esilio per nulla romantico, gravato da un desiderio impetuoso di fuga. Mentre la tv ruggisce notizie più o meno simili di barconi spezzatisi al largo del mare o di militari che sparano contro le orde migranti in uno stupido e deprecabile confine, non c’è più tempo di stare ad ascoltare. Per alcuni, per i cultori della dialettica verbosa e inconcludente forse non siamo ancora arrivati al collasso e –come dice la Fabrizi- “si sta [ancora] aspettando il boato”.

Esso, però, si è già prodotto e giorno dopo giorno lo percepiamo con sofferenza nella insanabile deflagrazione dei cuori.

Lorenzo Spurio 

Jesi, 4 Novembre 2015

IV Ragunanza di poesia e fotografia: come partecipare

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IV Ragunanza Internazionale di Poesia e Fotografia

indetta dalla Ass. Culturale “Le Ragunanze” – Roma

L’A.P. S. Le Ragunanze in collaborazione con Magic BlueRay, Turisport Europe, Golem Informazione, Associazione culturale Euterpe, Le Mezzelane Casa Editrice e Da Ischia l’Arte – DILA, promuove la Quarta Ragunanza con l’obiettivo di diffondere la poesia, l’arte della fotografia,  il rispetto per l’ambiente e la condivisione tra gli autori.  La partecipazione alla QUARTA Ragunanza Internazionale di “POESIA & FOTOGRAFIA” è aperta a tutti coloro che, dai 16 anni in su – per i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci -senza distinzioni di sesso, provenienza, religione e cittadinanza, accettano i tredici (13) Articoli qui specificati. La frase sopra menzionata “per i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci“, vuol dire che chi non ha compiuto 16 anni può partecipare alla QUARTA RAGUNANZA, previa l’autorizzazione scritta e firmata da entrambi i genitori che dovranno allegare alla loro autorizzazione la fotocopia della loro carta d’identità. I nostri GIURATI, i cui nomi saranno resi noti solo a conclusione della votazione, valuteranno gli scritti pervenuti e le fotografie spedite per e-mail, a loro insindacabile giudizio.

Il REGOLAMENTO per la IV Ragunanza di POESIA & FOTOGRAFIA, prevede quattro sezioni:

I sez.: POESIA “NATURA”

II sez.: SILLOGE DI POESIA “A TEMA LIBERO”

III sez.: FOTOGRAFIA “NATURA”

IV sez.: FOTOGRAFIA “A TEMA LIBERO”.

La tematica della POESIA “NATURA”, trattandosi di “ragunanza”, termine in uso nell’Arcadia di Christina, dovrà almeno contenere dei riferimenti alla natura che ci accoglie. Per la I sezione, la POESIA “NATURA”, che sarà da Voi scritta, dovrà ricordare i dettami dell’Arcadia, il valore della natura, filtrati dagli eventi attuali che coinvolgono, modificano, distruggono i quattro elementi della nostra madre Terra e lo spirito di tutti coloro che si prodigano per la salvezza ed il recupero dell’ambiente e che troppo spesso immolano la loro vita per il bene comune.

Per la II sezione, la SILLOGE DI POESIA EDITA “A TEMA LIBERO”, che sarà da Voi già stata pubblicata (o da Casa Editrice o in proprio) e si presenta quindi come un libretto, potrà contenere qualsiasi riferimento essendo “A TEMA LIBERO” e potrà spaziare su temi alti dell’esistenza, su temi universali che abbracciano il genere umano.

Per la III sezione, la FOTOGRAFIA “NATURA”, che sarà da Voi scattata e proposta all’insindacabile giudizio dei nostri giurati, dovrà ricordare i dettami dell’Arcadia, il valore della natura, filtrati dagli eventi attuali che coinvolgono, modificano, distruggono i quattro elementi della nostra madre Terra e lo spirito di tutti coloro che si prodigano per la salvezza ed il recupero dell’ambiente e che troppo spesso immolano la loro vita per il bene comune.

Per la IV sezione, la FOTOGRAFIA “A TEMA LIBERO”, che sarà da Voi scattata e proposta all’insindacabile giudizio dei nostri giurati, potrà raffigurare qualsiasi soggetto essendo “A TEMA LIBERO” e potrà spaziare su temi alti dell’esistenza, su temi universali e filosofici che abbracciano il genere umano. È questo l’intento e l’obiettivo della rinnovata “ragunanza” nell’ambiente bucolico di Villa Pamphilj a ricordo dei raduni, delle adunanze, organizzati da S.A.R. Christina di Svezia.

Art.1 Si richiede per la IV Ragunanza  di POESIA & FOTOGRAFIA, che il testo, la POESIA, sia compreso in un massimo di una (1) pagina word e scritto in Times New Roman, a carattere 12 o 18 e che si rispettino in tutto i 13 Articoli, che specificano le norme, i diritti, i requisiti e le leggi di questo regolamento.

Art.2 La POESIA della sezione “NATURA” dovrà essere inedita e, per concorrere, andrà spedita via e-mail a apsleragunanze@gmail.com indicando e specificando la sezione da voi scelta:

sezione: POESIA “NATURA”

La POESIA sarà ammessa solo ed unicamente con il nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso. I dati del concorrente sopra indicati andranno scritti in un foglio “a parte” e spediti insieme al foglio dove sarà scritta la Vostra POESIA che concorrerà.

Ai nostri giurati sarà fatta pervenire la Vs POESIA in forma anonima.

sezione: POESIA “SILLOGE DI POESIA EDITA”

La SILLOGE già pubblicata – o da Casa Editrice o in proprio – sarà ammessa solo ed unicamente con il nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso; questi dati saranno scritti su foglio a parte. La Silloge di poesia, il libro, potrà essere spedita a scelta del partecipante, o con Raccomandata R/R o con piego di libri in una (1) unica copia a: A.P.S. “Le Ragunanze” c/o Michela Zanarella – Via Fabiola, 1 – 00152 Roma. Congiuntamente dovrà pertanto arrivare, in pdf la Vostra silloge di poesia alla e-mail: apsleragunanze@gmail.com indicando nell’oggetto la sezione ovvero: sezione POESIA “SILLOGE DI POESIA EDITA”. Nel foglio inserito nella busta, che conterrà la silloge, dovranno essere specificati i dati dell’autore: nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso.

sezione: FOTOGRAFIA “NATURA”

 

La FOTOGRAFIA sarà ammessa solo ed unicamente con il nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso, dati che saranno scritti in un foglio “a parte” e spediti insieme alla FOTOGRAFIA che concorrerà.

Ai nostri giurati sarà fatta pervenire la Vs FOTOGRAFIA in forma anonima, per cui saranno escluse opere fotografiche firmate nel soggetto fotografato.

Sezione: “FOTOGRAFIA A TEMA LIBERO”

ovvero, la Vostra opera fotografica potrà raffigurare qualsiasi soggetto essendo “A TEMA LIBERO” e potrà spaziare su temi alti dell’esistenza, su temi universali e filosofici che abbracciano il genere umano, la fauna che regna nel nostro pianeta Terra.

La Vostra fotografia “a tema libero” sarà fatta pervenire ai Nostri giurati in forma anonima, per cui saranno escluse opere fotografiche firmate nel soggetto riprodotto.

Spedire le FOTOGRAFIE di entrambe le sezioni in formato JPG (lato lungo di 1200 px) alla e-mail: apsleragunanze@gmail.com

Le opere fotografiche che nelle relative due sezioni si posizioneranno al I, II e III posto saranno esposte nella giornata della premiazione – dalle ore 10,00 alle ore 14,30 – per cui i vincitori saranno avvisati in tempo per effettuare le stampe delle loro opere rispettando le dimensioni 30×40, in modo tale che possano essere appese nello spazio dell’antica vaccheria dei principi Pamphilj. Le opere così stampate saranno restituite ai proprietari a conclusione della stessa giornata di premiazione.

Le opere fotografiche così esposte per l’intero periodo della premiazione a Villa Pamphilj, saranno accompagnate dalla “motivazione” che sarà letta dal M° Fotografo facente parte della giuria e commentate dagli Autori fotografi stessi subito dopo la premiazione, che contempla l’assegnazione di una coppa ai primi classificati per ognuna delle due sezioni di FOTOGRAFIA: “Natura” e a “Tema Libero”, così come per la targa e la medaglia, rispettivamente spettanti al II e al III classificato.

L’assoluta competenza e serietà dei giurati permetterà una giusta assegnazione della votazione che porterà alla graduatoria finale.

Art.3 Le modalità espressive della POESIA, della SILLOGE e delle FOTOGRAFIE nelle due sezioni, non dovranno essere offensive  né ledere la sensibilità e/o la dignità del lettore, dell’ascoltatore, del visore e della persona chiamata in causa a “giudicare” e a leggere; le opere che non ottemperano quanto specificato nell’articolo saranno automaticamente escluse.

Art.4 La partecipazione è soggetta alla tessera associativa equivalente ad € 10,00 per ogni sezione, che sottintende la presenza dell’autore concorrente ed include le spese di segreteria e l’acquisto di coppe, targhe, medaglie e pergamene nonché l’eventuale affitto della sala di premiazione ed un piccolo rinfresco per tutti i presenti il giorno della Premiazione; la partecipazione alle sezioni di Poesia non esclude la partecipazione alle sezioni di Fotografia.

Art.5 La scadenza per l’inoltro dei testi è fissata a domenica 26 marzo 2017;

Art.6 Il giudizio della giuria è insindacabile;

Art.7 La partecipazione al concorso comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento ed il partecipante dovrà essere presente il giorno della ragunanza per la lettura delle POESIE secondo la graduatoria di premiazione di fronte agli astanti e per la descrizione breve “a commento” delle proprie opere FOTOGRAFICHE.

Sono ammesse deleghe solo in presenza “certa” del delegato a ritirare il premio assegnato, il quale si dovrà mettere in contatto con la segreteria del PREMIO, confermando il nome del delegato alla mail: apsleragunanze@gmail.com ;

Art.8 Qualora il premiato o il suo delegato non fosse presente, il suo riconoscimento decadrà e non sarà spedito alcun riscontro di quanto da lui vinto.

Art.9 I partecipanti, le cui poesie e le fotografie siano state selezionate per la premiazione e la lettura in pubblico, saranno informati sui risultati delle selezioni mediante e-mail personale e segnalazione sul sito dell’Associazione di Promozione Sociale “Le Ragunanze”: http://www.leragunanze.altervista.org

Art.10 Le POESIE di entrambe le sezioni scelte e premiate saranno presentate e lette in pubblico DOMENICA 28 MAGGIO 2017, dalle ore 10,30 fino al termine delle letture e delle relative PREMIAZIONI all’interno di Villa Pamphilj nella Sala del Bel Respiro, conosciuta come antica vaccheria dei principi Pamphilj, di fronte al bistrot del parco.

Le FOTOGRAFIE di entrambe le sezioni scelte e premiate saranno esposte nell’antica vaccheria dei principi Pamphilj per tutto il periodo della premiazione ovvero, dalle ore 10,00 – mezza ora prima dell’ingresso per la sistemazione delle foto nello spazio della vaccheria – alle ore 14,00. Al termine della PREMIAZIONE le opere fotografiche saranno restituite ai rispettivi proprietari dell’opera.

Qualora per suggestione o timidezza l’autore decidesse di non leggere o di non commentare la propria opera in pubblico, questa sarà letta o commentata da un attore o un’attrice o da un critico d’arte, che darà professionalità all’evento stesso esaltando al contempo la poesia dell’autore o l’opera fotografica accompagnata dalla motivazione dei giurati.

Art.11 A tutti i selezionati sarà inviato, con largo anticipo, l’invito a partecipare alla PREMIAZIONE e al reading.

Le POESIE di entrambe le sezioni premiate, che saranno lette in pubblico e ritenute idonee dal giudizio insindacabile dei giurati, saranno inserite nell’antologia di POESIA, che conterrà anche le FOTOGRAFIE vincitrici. L’antologia di Poesia & Fotografia sarà edita dalla Casa Editrice senza alcun impegno finanziario ma sarà acquistabile nelle librerie virtuali e fisiche tramite il codice ISBN che le verrà attribuito.

 

Art.12 I PREMI saranno così suddivisi:

POESIA sez. “Natura” – I PREMIO, primo classificato: (coppa)

POESIA sez. “SILLOGE DI POESIA EDITA” – I PREMIO, primo classificato: (coppa)

Secondo classificato POESIA sez. “Natura”: (targa)

Secondo classificato POESIA sez. “SILLOGE DI POESIA EDITA”: (targa)

Terzo classificato POESIA sez. “Natura”: (medaglia)

Terzo classificato POESIA sez. “SILLOGE DI POESIA EDITA”: (medaglia)

Dal quarto al decimo classificato per la sez. di POESIA “Natura” saranno consegnate le Menzioni d’Onore (cartiglio pergamenato).

Dal quarto al decimo classificato per la sez. di POESIA “SILLOGE DI POESIA EDITA” saranno consegnate le Menzioni d’Onore (cartiglio pergamenato).

FOTOGRAFIA sez. “Natura” – I PREMIO, primo classificato: (coppa)

FOTOGRAFIA sez. “A TEMA LIBERO” – I PREMIO, primo classificato: (coppa)

Secondo classificato FOTOGRAFIA sez. “Natura”: (targa)

Secondo classificato FOTOGRAFIA sez. “A TEMA LIBERO”: (targa)

Terzo classificato FOTOGRAFIA sez. “Natura”: (medaglia)

Terzo classificato FOTOGRAFIA sez. “A TEMA LIBERO”: (medaglia)

Dal quarto al decimo classificato per la sez. di FOTOGRAFIA “Natura” saranno consegnate le Menzioni d’Onore (cartiglio pergamenato).

Dal quarto al decimo classificato per la sez. di FOTOGRAFIA “A TEMA LIBERO” saranno consegnate le Menzioni d’Onore (cartiglio pergamenato).

Nella sinergia tra l’A.P.S. “Le Ragunanze” e l’Associazione Culturale “Euterpe” è contemplata l’assegnazione del Trofeo che verrà consegnato a discrezione del direttore della omonima rivista.

Tutti i partecipanti presenti, e solo i presenti, riceveranno brevi manu l’attestazione di partecipazione alla Quarta Ragunanza di POESIA & FOTOGRAFIA  per aver concorso con l’opera, anche se questa non si è posizionata tra i vincitori.

Art.13 Nel file d’invio a apsleragunanze@gmail.com includere dati personali, indirizzo postale, indirizzo e-mail, telefono, breve nota biografica, (per i minorenni includere anche l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci con la fotocopia della loro carta d’identità) la dicitura “SARÒ PRESENTE”, fotocopia del versamento di € 10,00 (per i soci già iscritti all’Associazione di Promozione Sociale “Le Ragunanze” la quota è di € 5,00 – Si ricorda comunque che la tessera ha valore annuale) da effettuare tramite ricarica Postepay n° 5333171018479663 intestato a Michela Zanarella, C.F.: ZNRMHL80L41C743L per i diritti di segreteria ed acquisto premi, riconoscimenti, affitto sala, piccolo rinfresco; in calce al testo, la seguente dichiarazione firmata:

“Dichiaro che i testi delle POESIE e le FOTO  da me presentati a codesto concorso sono opere di mia creazione personale e inedite.

Sono consapevole che false attestazioni configurano un illecito perseguibile a norma di legge.

Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi  della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D. Lgs. n. 196/2003) e la lettura e la diffusione del testo per via telematica e nei siti di Cultura della Poesia, della Narrativa e dell’Arte, nel caso venga selezionato, dai giurati del concorso Quarta Ragunanza di POESIA & FOTOGRAFIA”

All’ingresso del pubblico sarà consegnato un foglietto numerato il quale darà diritto alla MEDAGLIA DI PRESENZA che riporterà a fronte il logo de “Le Ragunanze”, e a retro “IV Ragunanza 2016”.

Il numero sarà estratto dalla più giovane presenza di domenica 28 maggio 2017.

 

Referenti concorso:

La Presidente dell’A.P.S. “Le Ragunanze”, Michela Zanarella

Coordinatore e Vicepresidente, Giuseppe Lorin

Segretario, Alberto Bivona (Turisport Europe)

apsleragunanze@gmail.com

“La fontana incantata” di Emilio Rega, prefazione di Lorenzo Spurio

Emilio Rega, La fontana incantata, Eracle, 2016.
Prefazione di Lorenzo Spurio 

Ad Ortigia, il bel centro storico della città di Siracusa, si trova la celebre Fonte Aretusa, un ampio bacino d’acqua di forma tondeggiante fruibile al visitatore da una posizione privilegiata, quasi “aerea”, di stupefacente presa sul turista per la maestosità della vasca e la straordinarietà della sua posizione, non molto distante dal mare che sembra in qualche modo essere un contenitore più ampio. Emilio Rega nella presentazione del suo nuovo libro attesta chiaramente che il titolo, nel quale leggiamo di una “Fontana incantata”, ha a che vedere proprio con Aretusa che, secondo la tradizione mitologica, venne trasformata in fonte da Artemide per sottrarla alle pressioni di Alfeo che l’avrebbe spiata nuda e della quale era profondamente invaghito.

downloadLa “fontana incantata” a suo modo sembra richiamare anche qualche ambientazione tipica delle saghe per l’infanzia dei fratelli Grimm o, più in generale, a un oggetto che si fa luogo, che identifica una determinata sequenza di vicende; l’accezione di “incantata” ravvisa da subito la straordinarietà della fonte nonché la sua capacità di rappresentare un emblema iper-carico di significati tanto da venire a rappresentare un simbolo. Per mantenere questo tipo di lettura si potrebbe dire, senza forzare di troppo quella che è una propedeutica ermeneusi del nuovo testo di Emilio Rega, che le tante poesie che compongono la silloge non sono altro che spruzzi d’acqua, gocce più o meno pesanti o suadenti a rappresentare la complessità dell’universo.

Rega in questo nuovo libro utilizza forme diverse: dalla lode al canto, dalla preghiera all’elegia e ancora dal componimento d’amore a quello contemplativo senza mai disdegnare lo sviluppo di pensieri di matrice più chiaramente religiosa, filosofica, morale ed etico-civile. Con essi, anche i registri cambiano: notiamo l’io lirico che si mimetizza nel pensiero, ma anche il poeta che fa autocritica e prende le distanze da vezzosità insultanti l’arte poetica e ancora ammonisce mal-comportamenti. La propensione del Nostro, nei momenti in cui abbandona l’approccio più empatico col testo, è quella di prendere una posizione netta nei confronti di accadimenti, mode e convinzioni generalizzate.

Con una scrittura assai concreta e ben delineata, facilmente concepibile anche per chi poco mastica di poesia, Rega ci accompagna nei meandri di un vissuto particolare: il suo. Accanto ai componimenti d’amore nutrite sono le immagini che rievocano un passato più o meno distante con una pacificazione tale da non avvertire neppure strascichi di melanconia. Netti e fortemente visuali le poesie in memoria dei genitori che vengono ricordati con una levità assai profonda e al contempo carica di una passione nevralgica.

Il tempo inclemente fa capolino spesso in varie liriche, soprattutto della primissima parte della raccolta, mai visto come un nemico da demonizzare o un mostro che (ci) trasforma ma come presenza ineluttabile, una sorta di compagno terreno di tutte le nostre vicende da quando nasciamo. In Rega è fortemente radicata la concezione di un tempus fugit che non è in sé pericoloso né da condannare, ma che va percepito per quel che è: uno spazio bianco da costruire personalmente giorno dopo giorno.

In varie altre liriche scopriamo un Rega meno intimo e più direttamente legato al senso di comunità. All’intero di questo filone che potremmo definire etico-sociale, sono interessanti due componenti. Da una parte l’ampio discorso che il Nostro fa sul senso della poesia e il ruolo del poeta oggi a partire da divagazioni diverse ma tutte gravate da un pensiero ossessivo di fondo: il poeta d’oggi è spesso vanitoso. D’altra parte il Nostro, con la sua connaturata capacità di sintesi e fascino della brevità comunicativa che fa di lui un grande aforista, non manca di evocare gravi casi di problematicità quali, appunto, la fame e le epidemie sofferte da una grande quantità di bambini in varie parti del mondo.

Leggendo le poesie di Rega si solidarizza con lui in maniera convinta quando parla del divismo e della smodata esuberanza dell’intellettuale d’oggi che ha fatto della sua arte merce e che utilizza la sua poetica in conviviali momenti d’incontro dove è l’immagine, piuttosto che i contenuti, a contare. Si condanna, dunque, un modo di fare che è in qualche modo viziato, disonesto, oltraggioso nei confronti del sentire più puro del genere umano, quello poetico, ma lo si fa con perspicacia e circostanzialità di giudizio, vale a dire con obiettività e onestà.  Così il premio che il letterato vince da mera attestazione celebrativa del suo valore artistico diviene vessillo di vizio, emblema di egocentrismi nauseanti facendo di lui non una persona sensibile che impiega la poesia quale mezzo esternante il suo animo ma quale forma di competizione, una attività semplicemente numerica dove lo spirito di autocritica e di crescita vengono soppiantati dalla prepotenza e dall’altezzosità.

Se da una parte Rega accenna al fenomeno della brutalizzazione e mercificazione dell’arte, lascia a noi lettori ricercare le cause prodromiche di quanto sta accadendo ormai da decenni cioè ci fornisce qua e là gli elementi che potrebbero essere utili nel tracciare le linee di forza che uniscono la svendita della poesia (nel volume anche l’editoria viene presa in considerazione) con la purità del sentimento umano. In qualche modo ci lascia intuire anche quali potrebbero essere i rimedi: se non per risolvere in toto una situazione diventata endemica e incontrollabile, per lo meno per cercare di non cadere nel baratro qualunquista della superiorità illegittima tra poeti di varia risma.

In tutto questo il Nostro è abile nel costruire con doviziosa precisione gli ambienti che circondano le situazioni che ci pone chiamandoci a una maggiore e sana riflessione, come quando rammenta dell’importanza dell’ “elemento primordiale dell’acqua” in una ipotetica ricerca di quel legame atavico tra l’uomo e l’elemento equoreo, mezzo di vita. In “In ginocchio davanti al mare” l’elemento acqua fa nuovamente da padrone e in questi versi che ci descrivono la sinuosità del mare l’io lirico anela addirittura a un procedimento di metamorfosi in un abitatore delle acque salate.  Dinanzi al mare l’uomo mostra stupore e un senso di insubordinazione dato dall’onnipresenza dell’elemento acquatico che lo conduce ad assumere una posizione riverente, prostrata e servile nei confronti di quel gigante che a volte è in grado di incutere paura.

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Emilio Rega, autore del libro

Per usare sue parole, Rega dice “Canto l’amore che non c’è/ quello che poteva esserci e non è stato” mostrando come il poeta sia quell’essere  capace non solo di eternizzare i momenti ma di credere nella validità dell’invocazione all’assenza. In pochi versi dalla sintassi quanto mai chiara e ben strutturata Rega costruisce con salde parole al contempo evocative ed invocative un ringraziamento al sentire permettendo a quel senso delle possibilità di trovare spazio nell’ambito discernitivo della mente. Ragionare sul successo e il non successo implica l’adozione di una prospettiva dove è l’intimità col tempo a dominare.

Taluni versi sembrano svuotarsi di un impeto propriamente lirico per farsi, invece, più assertivi, descrittivi in senso stretto, capaci cioè di individuare una descrizione analitica di ciò di cui si sta parlando, in linea con la predisposizione al sintetismo concettuale del Nostro che non di rado ha impiegato l’aforisma quale svelamento della mente, riflessione e circumnavigazione del pensiero. L’aforisma ha come principale capacità, qualora l’aforista abbia le giuste doti come è il caso del Nostro, di presentarsi come una piccola verità, una pillola di saggezza che, pur fuoriuscendo dall’esperienza privata, può avere un significato, dunque un valore, oggettivo ed universale. Non detta una linea di pensiero, dunque, ma consente la riflessione ed espone il lettore a una sorta di dialogico con se stesso, ampliandone il senso critico. Ciò è ben evidente ad esempio nella poesia “A te poeta” nella quale il Nostro sembra più calato nelle vesti di un saggista che di un io lirico quando attesta: “La poesia batte in ritirata/ mentre avanza la putredine del mondo”.

Mi sento allora di poter dire che Emilio Rega non solo ha ben a cuore la grandezza universalistica della poesia quale bene inestimabile che va conservato e addirittura promosso, ma che sia anche ragionevolmente influenzato dal tema vivendo in primis la difficile collocazione del poeta nella nostra contemporaneità. Nella difesa che il Nostro fa del Silenzio quale luogo della tranquillità e dell’ispirazione, spazio bianco della mente che permette la riflessione, acuisce il ricordo e rivitalizza il vissuto, sembra di percepire la Szymborska che in una delle sue ultime interviste parlò del silenzio quale condizione necessaria del poeta per essere felicemente produttivo.  Alla conformazione al rumore, allo stridore dei giorni e alla mancanza di differenziazione, Rega contrappone il Silenzio quale arma bianca, una sposa velata che con l’avvenenza di tutte le spose, si unisce a noi. Contro le cacofonie della società, la virulenza dei vizi, l’alienazione dei corpi, la cosificazione della nostra coscienza, Rega reclama ed invoca il silenzio quale ambito di pacificazione al tomento e alla lotta, al subbuglio e ai fragori.  Dato che “La poesia è un privilegio/ riservato a pochi eletti” le parole di Rega indirizzano il nostro animo verso lidi della mente che aprono all’autocoscienza mentre ci insegnano che il Silenzio è la parola più difficile da comprendere e da tradurre. Non perché esso non abbia forma propria, semplicemente perché ci si è assuefatti a un mondo di a-silenzio, dominato dal caos e dalla spasmodica rincorsa al bene di turno, velleità di consumo e vezzosità inutili. Il silenzio non è presente solamente negli interstizi tra una comunicazione e l’altra, nelle pause –pure brevi- tra un rumore e un suono, ma va in un certo qual modo ricercato ed esperito.

La poesia che chiude la raccolta, “Silenzio”, ricalca ancor meglio il concetto: le pause, le ellissi, i punti di sospensione ossia tutti quegli artifici che nella scrittura mascherano una mancanza di materiale, un’assenza, dunque in qualche modo un silenzio improvviso su qualcosa, sono molto probabilmente gli elementi più carichi di significato, densi, saturi di immagini e di complessità, plurievocativi, analogici ed è lì che si concentra la materialità contenutistica. Per questo la poesia degli ermetici è tanto ricca di contenuti e suggestioni, di letture ampie e diversificate da permettere di disquisire ore ed ore su smunti versi, scarnificati fino all’osso.

Esso è una categoria della mente e della percezione e, come tale, la sua appropriazione avverrà a livello personale, intimo, soggettivo. Non esiste un silenzio universale e supremo che valga con la stessa intensità per tutti, ma ognuno di noi ha la sua scala di silenzi e ne conosce la problematicità per poterli raggiungere. Dare un senso all’inesprimibile, dare un colore al bianco-e-nero incalzante, dare un sorriso a un bambino che non ha motivo per ridere diventano allora le tante piccole missioni del poeta che sapientemente e con coraggio, proprio come il Nostro, deve essere in grado di comprendere le criticità del momento storico e l’esigenza di darsi da fare, nella concretezza, per impedire a quella “putredine del mondo” di prendere il sopravvento. Per questo, se il silenzio si può sentire anche nel fragore delle giornate, “la salvezza/ la puoi ancora trovare/ in fondo a quell’oscurità”.

Lorenzo Spurio 

Jesi, 5 Dicembre 2015

“Il buio e la luce” di Marco Nicastro, recensione di Lorenzo Spurio

Marco Nicastro, Il buio e la luce, Prefazione di Lorenzo Renzi, Aljon Editrice, Villapiana (CS), 2016

Recensione di Lorenzo Spurio

marco-nicastro-il-buio-e-la-luce-poesie-677x300L’intera silloge di Marco Nicastro è una curiosa circumnavigazione attorno al fascino misterico di ombre e luci. Lo stesso titolo, Il buio e la luce, chiarisce in partenza la dicotomica trattazione di tante liriche qui contenute. Ma, in fondo, non sono la luce né le tenebre ad essere i veri temi, i messaggi finali, di queste poesie quanto gli elementi che descrivono gli ambienti, che accolgono gli accadimenti, le condizioni meteorologiche e fisiche esperite dall’io poeta. Si tratta, nel caso di Marco Nicastro, di un fare poetico profondamente radicato al libero e intimo sentire l’anima, fatto di rapsodie di ricordi, sentimenti evocati e anelati, attestazioni di solitudine e richieste d’amore. In questa ampia strada il Nostro non manca di connotare gli ambienti, ma anche gli stati emotivi, di quella polarità cara ai neoplatonici e allo stesso Shakespeare interpretabile nell’ossimorica coppietta di bianco-nero, luce-tenebre e, analogicamente, di segregazione-libertà, avvallamento-sospesione, malinconia-gioia, solitudine-amore, morte-vita. Nicastro caratterizza in maniera puntuale e mai identica i vari squarci emotivi, le incursioni sensoriali, le pillole di memoria che riemergono da un’esistenza spesso affossata dalla noia o appiattita dalla desolante condizione di vivere la solitudine. La stessa opera è divisa per volontà dell’autore in due parti, a compendiare quasi due punti di vista diversi, due differenti propensioni ad approcciarsi al mondo di fuori come, a suo modo, rintraccia Lorenzo Renzi nella nota di prefazione. Non sono altrettanto convinto, come lo è il prefatore, che la divisione stagna delle due sezioni corrisponda con altrettanta sistematicità alla suddivisione di poesie più o meno cupe e attorcigliate su pensieri esistenziali da poesie meno affossate, più liete e che comunque non ammorbano il lettore. Mi pare di ravvisare, invece, che esista un continuum tematico piuttosto palese tra le due sezioni dove ombre e bagliori, luce e tenebre ricorrono spesso a descrivere momenti, a metamorfizzare attimi vissuti a rendere manifesta una situazione a volte leggiadra altre cupa e addirittura nefasta. Vi sono, infatti, liriche dove le perlustrazioni mentali del Nostro lo portano in termini di distanza assai lontano dalle liriche più partecipate emotivamente, accorate, piene di pathos, nelle quali, invece, secondo una impostazione molto cerebrale, fa perno attorno a una interpretazione logica, analitica, razionale degli accadimenti. Si tratta di liriche che, se è comunque azzardato sostenere che abbiano un intendimento filosofico, di certo rasentano dilemmi ontologici abbastanza comuni, resi in una forma che non ha del retorico e che, dopotutto, convince. Rovelli esistenziali, aporie indecifrabili, logaritmi del vissuto di complicata risoluzione vengono posti in questa ampia cesellatura dei versi dove è la dimensione doppia, antipodale, istituita su contrasti e parallelismi da ricercare a fare da padrone.

È possibile ricercare la luce anche nella tenebra più fitta, come ebbe a dire un docente universitario di letteratura inglese trattando la ben nota saga del Signore degli Anelli ad intendere, però, un messaggio universalistico che sembra avere del buono sino al parossismo ma che possiamo anche fare nostro. Si tratta di un messaggio di apertura, di una inclinazione alla scoperta senza rimorsi e, soprattutto una propensione a sentirsi vitale in termini di speranza positiva. Ed è qui, in questo antro concettuale che Nicastro mostra una compiacente verità, desunta da origami di versi appassionati che parlano di amore, della natura e del tempo, nel sostenere che anche il buio può avere le sue tinte. Che anche nel nero più pesto possiamo intravedervi gradazioni differenti; che la luce ha quel potere salvifico abile a fortificarci con i bagliori mnemonici che rinsaldano la nostra identità per vivere ogni intervallo di stagione, anche quando la tempesta sgomenta.

Lorenzo Spurio

Jesi, 10-08-2016