Premio Internazionale di Letteratura e Fotografia “Sentieri diVersi” (scadenza 16/03/2019)

Premio Int.le di Letteratuta e Fotografia “Sentieri diVersi”
Prima edizione 2018

46463456_2513405492220334_4817697311645761536_n

“ … E stringere le mani per fermare 
qualcosa che 
e’ dentro me 
ma nella mente tua non c’e’ 
Capire tu non puoi 
tu chiamale se vuoi 
emozioni 
tu chiamale se vuoi 
emozioni …”

(L. Battisti) 

In linea con le finalità della nostra associazione, in occasione della Premiazione, verranno comunicati il / i progetti finanziati dalle donazioni e dalle quote d’iscrizione pervenute, secondo il giudizio e le valutazioni insindacabili del Comitato Direttivo, perché la cultura non è mai fine a se stessa, ma “cultura” (dal latino colo, is, colui, cultum, colere) è “prendersi cura”, cura degli altri, di tutti coloro che spesso sono Invisibili, InVersi. La verità è che l’essere umano è sempre poeta e cultore della diversità, siamo tutti UOMINI IN-VERSI.

banner
1) PARTECIPAZIONE 
Al concorso possono partecipare cittadini italiani o stranieri, secondo le modalità del presente regolamento. I componimenti potranno essere presentati in lingua italiana, dialettale o straniera. Nel caso di componimenti in lingua dialettale o straniera è obbligatorio allegare una traduzione in lingua italiana. Si ricorda che la partecipazione al concorso rappresenta tacita accettazione di tutte le norme del regolamento senza possibilità di successive contestazioni.

 
2) SCADENZA 
Il termine di scadenza per la presentazione delle iscrizioni è fissato alle ore 24.00 del giorno 16.03.2019, farà fede il timbro postale. Il versamento della quota di adesione dovrà essere effettuato entro il termine indicato. 

 
3) SEZIONI 
SEZIONE A – POESIA
Per essere ammessi in concorso gli autori possono presentare un massimo di 3 (tre) poesie edite o inedite. Le poesie dovranno essere inviate in formato word e non dovranno superare i 30 versi, nelle modalità indicate al punto 5 del presente bando.

 
SEZIONE B – SILLOGE EDITA 
Ogni autore può partecipare con un libro di poesia in lingua italiana pubblicato a partire dal 01/01/2012.

 
SEZIONE C – FAVOLA o FIABA
Per essere ammessi al concorso gli autori possono presentare massimo una favola o fiaba, edita o inedita. Il testo non dovrà superare la lunghezza di una cartella. 

 
SEZIONE D – FOTOGRAFIE
Ogni concorrente può partecipare inviando da un minimo di 5 cinque a un massimo di dieci fotografie in formato jpg. 

 
SEZIONE E –POESIE / FAVOLE O FIABE / FOTOGRAFIE
Sezione riservata agli alunni delle scuole primarie, secondarie di primo e secondo grado. La partecipazione potrà essere singola o per gruppo classe. Nel corpo della mail è necessario specificare la scuola di appartenenza e il docente che ha curato il progetto. Si formeranno categorie di finalisti in relazione alla tipologia di opera con si concorre (POESIE / FAVOLE O FIABE / FOTOGRAFIE).

 
5) MODALITA’ DI INVIO 
SEZIONE A – C – D – E 
La documentazione di iscrizione al concorso deve essere inviata all’indirizzo mail sentieridiversi2018@libero.it (riportando nell’oggetto la sezione a cui si partecipa) nelle modalità di seguito elencate:

 Le opere di ogni sezione vanno allegate in file singolo, per ciascun componimento, in formato word carattere 12 Times New Roman.
 Le foto, salvate con estensione .jpg, risoluzione 300 dpi, dovranno essere numerate da 01 a 10. È possibile, ma non obbligatorio, allegare una breve introduzione esplicativa.
 La scheda di adesione (modulo allegato in calce) dovrà essere compilata in ogni sua parte e sottoscritta per accettazione. In caso di minorenni la scheda deve essere sottoscritta dai genitori.
 La copia della ricevuta di pagamento della quota di adesione, da eseguirsi prima della scadenza delle iscrizioni, va allegata singolarmente (eventuali comunicazioni ricevute direttamente da banche non saranno ritenute valide ai fini dell’iscrizione). 
Sarà dato atto, via mail, della corretta ricezione delle richieste di partecipazione. Le adesioni non conformi a quanto previsto nel presente regolamento e non regolarizzate entro i termini di scadenza indicati, non saranno prese in considerazione e non daranno diritto alla restituzione del contributo di partecipazione.

SEZIONE B

Per i partecipanti a questa sezione i libri potranno essere inviati in numero di:
– una copia inviata per mail in formato pdf e una spedita per posta;
oppure
– tre copie spedite per posta;
L’indirizzo di spedizione, che dovrà essere effettuata con piego libri, è: 
Associazione Culturale “Sentieri diVersi” – via Raffaele Sciarra n. 20 – 70020 Bitetto (Ba).

 

 
6) QUOTA DI ISCRIZIONE

La quota di iscrizione, a copertura delle spese organizzative, è fissata in € 10,00 (dieci/00) per ogni sezione a cui si intende partecipare. 
La partecipazione alla sezione E è gratuita.
La quota di iscrizione dovrà essere effettuata con bonifico bancario
IBAN: IT79 E070 1241 5400 000 00018 078 
Intestato a Associazione Culturale “Sentieri diVersi” indicando nella causale “Iscrizione ed. 2018 Premio Intern. Lett. e Fot. Sentieri diVersi” indicando la sezione a cui si partecipa. 

 
7) PREMI 

Saranno assegnati targhe o trofei e attestati di partecipazione.
La Giuria potrà assegnare eventuali premi speciali e/o menzioni d’onore per le opere che si distingueranno per pregio letterario e interesse sociale.
Sarà assegnato un “Corso on line Eipass” da parte della Metainfor di Andria (Ba), di Inchingolo Alessandro, come premio speciale a un’opera segnalata dalla giuria.

 

 
8) PREMIAZIONE 

Sarà comunicato il luogo della cerimonia di premiazione che si terrà presumibilmente il 18 maggio 2019.

 

 
9) NOTIZIE SUI RISULTATI 

Tutti i concorrenti finalisti saranno informati direttamente sull’esito del concorso e sulla data e luogo della premiazione. I risultati, saranno pubblicati sulla pagina facebook dedicata al concorso, sul sito concorsiletterari.it e sul sito dell’Associazione https://sentieridiversi.ilrifugiodeisogni.it/.
Resta, tuttavia, obbligo da parte dei concorrenti di tenersi informati sull’andamento del concorso.

 

 
10) GIURIA 

La giuria, il cui giudizio è inappellabile ed insindacabile, sarà coordinata dalla dott.ssa Laura Pavia. I giurati sono indicati in ordine alfabetico qui di seguito:

Cappelloni Gastone, poeta
Ciriello Daniela, fotografa professionista e scrittrice
Di Stasi Alessandra, docente di lettere
Donà Franca, poetessa
Fabris Piero, scrittore e pittore
Felicetti Pierpaolo, poeta
Fragassi Nicola, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno
Gentile Giovanni, scrittore e poeta
Gigante Isabella, Presidente Associazione “Le Mani di Proserpina”
Santoro Maria Pina, Dirigente ASL e scrittrice
Tricarico Giuseppe, fotografo professionista e scrittore

 

 
11) PREMI E RICONOSCIMENTI NON RITIRATI

I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per il ritiro dei premi, in caso di mancato ritiro i premi rimarranno di proprietà dell’organizzazione.
Targhe, attestati e altri riconoscimenti potranno essere spediti ai rispettivi destinatari previa richiesta scritta e pagamento delle spese di spedizione.

 

 
12) PATROCINI

I Patrocini ed eventuali sponsor saranno resi noti nel corso dello svolgimento del Premio. 

 

 
13) NOTE 

La partecipazione al Premio Internazionale Letterario e Fotografico “Sentieri diVersi” – edizione 2018 – implica la totale conoscenza e accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali, ai sensi della legge 675/96.
La partecipazione al Premio implica la tacita autorizzazione a pubblicare componimenti ed eventuali foto su tutti i mezzi di diffusione del Premio senza ulteriori formalità. Verranno spediti per mail gli attestati di partecipazione a chi ne fa richiesta.

 

 
14) INFORMAZIONI

Tutte le informazioni relative al Premio saranno pubblicate sulla pagina facebook dedicata al Concorso o scrivendo all’indirizzo mail sentieridiversi2018@libero.it

Il presidente di Giuria – dott.ssa Laura Pavia 

Il presidente del Premio – dott.ssa Mirella Musicco

Annunci

“A sud delle cose” di Pasqualino Bongiovanni, recensione di Lorenzo Spurio

9788899599065_0_0_0_75.jpgLa nuova edizione di A sud delle cose (Lebeg, Roma, 2017) del calabrese Pasqualino Bongiovanni (la prima edizione risale al 2006),  s’inserisce in quell’ampio filone della letteratura nostrana (ancor più vivido negli anni ’70 e ’80) teso a indagare con costanza, rispetto e profonda serietà, la situazione socio-economica e identitaria di una terra definita come meridionale, posta a Sud del Belpaese. Molta letteratura, più o meno colta, più o meno ricordata e studiata nelle scuole oggigiorno (mi riferisco al vero caso nato in seguito alla decisione del Ministro Maria Stella Gelmini nel 2010 di cancellare dai programmi scolastici lo studio di alcuni significativi e imprescindibili intellettuali meridionali quali Alfonso Gatto, Leonardo Sciascia, Rocco Scotellaro, Francesco Jovine, Leonardo Sinisgalli, solo per fare degli esempi)[1]  fece suoi i motivi d’indagine della comunità di provincia, di ambienti lontani dai centri propulsivi mettendo nero su bianco le potenzialità e gli orgogli dell’animo contadino e, dall’altro, le idiosincrasie diffuse nell’affare pubblico, le forme degenerate nell’esercitazione del potere, la corruzione e tutti quei sistemi deviati che portano il cittadino sano a sentirsi, nel suo ambiente, a sentirsi inascoltato, prevaricato e offeso dalle bieche logiche personalistiche o di gruppi più ampi.

Si sono lette pagine di un’invereconda potenza lirica se si pensa a Vittorio Bodini, Bruno Epifani nonché Jovine, Rocco Scotellaro, Ignazio Buttitta[2], solo per fare alcuni dei nomi che, d’istinto, mi balzano alla mente. Ma se ne potrebbero fare moltissimi altri, è ovvio: ciascuno, a suo modo, ha descritto con caparbietà ed empatico afflato amoroso i propri ambienti, radicati nella propria intimità, scenari della propria infanzia incorrotta, non mancando, però, di far emergere tra le righe pensieri di dissenso verso uno strano modo di pensare le cose e di attuarle, denunce più o meno aspre, ma comunque valide come sistemi d’allontanamento da quel sistema diffuso di malaffare, omertà, ingiustizia sociale, in-ascolto da parte delle sfere di potere. 

gattopardochevallay400
La scena dell’incontro tra il Principe Salina e il Cavalier Chevalley nel film Il Gattopardo (regia di Luchino Visconti, 1963)

Spesso l’uomo è stato costretto ad allontanarsi dal suo luogo natale per raggiungere mete sperate, intuite come più facili, per l’attuazione di un benessere, la costituzione di una famiglia e lo sviluppo di una nuova fase della propria esistenza. Il fenomeno migratorio inteso come lucido spostamento nei luoghi più promettenti del Settentrione d’Italia nelle decadi passate ha senz’altro interessato anche vari intellettuali che, dalle loro piccole cittadine assolate e polverose, si sono visti attori di una de-territorializzazione spontanea dettata, appunto, da motivazioni essenzialmente economiche, se non di fortuna. La letteratura, da entrambe le direzioni, si è sempre mostrata attenta nell’indagare il sentimento di mancato agio del meridionale al Nord o, al contrario, del settentrionale a Sud (salvo pochi felici casi di facile ricontestualizzazione) com’è per il capitano Bellodi, uomo del Nord e simbolo della legge, che viene mandato a indagare su ambigui omicidi in un recondito paese della Sicilia come Sciascia, romanziere e mafiologo, descrisse in quella che è senz’altro considerata la sua opera maggiore, Il giorno della civetta. Precedentemente Tomasi di Lampedusa, nel suo romanzo storico Il Gattopardo, ben aveva evidenziato come il principe Salina, ultimo fedele e convinto custode di un’aristocrazia baronale e feudale, era mal disposto ad accettare i discorsi del cavaliere Chevalley, uomo del Nord, di quella che sarebbe stata la schiera nobiliare in sostegno a casa Savoia. Questo per una ragione molto semplice: le condizioni e le esigenze di un Sud che viene di colpo tirato per la giacchetta per un rinnovamento visto nel nuovo stato, vengono poste in un humus arcaico fatto di cultura campestre e autentica, di sodali connivenze tra poteri della terra, in un modo di fare, cioè, che con difficoltà sarà capace di sradicare i suoi arcaici e fondanti paradigmi, i pilastri organizzativi. Chevalley, dunque, che rappresenta la novità e quel cambiamento che sembra arrivare di colpo, senza aver la possibilità di essere compreso prima di essere accettato, ha la forma di un’ingerenza bella e buona, di una richiesta di sottomissione che le fiere genti del Sud vivono come intromissione e ostilità, dalle quali nascono malcontento e insicurezza.  Se Bellodi in Sicilia non riuscirà a risolvere l’intricata questione dei delitti concludendo con il vigliacco annuncio “Mi ci romperò la testa”, Bongiovanni nella lirica “Più morti che vivi”, dedicata al sindaco di Lamezia Terme Gianni Speranza, deplora il sistema nefando delle uccisioni senza responsabili né mandanti: “Il vetro si spacca, e il negozio va in fumo,/ lo stesso succede alla porta del Comune/ […]/ Soprusi di ieri e ingiustizie di oggi:/ millenni diversi, le stesse angherie” (64). La pessimistica conclusione del Nostro dinanzi all’evidenza di un “paese morto” (64) viene posta nei termini di esacerbato rifiuto delle logiche di potere e delle sue degenerazioni in atti omicidiari, minatori, di rivalsa, intimidatori e terroristici.                                                                                                                                        Le citazioni e i rimandi letterari che si potrebbero avanzare in merito a quella che poi venne definita “questione meridionale” sono numerosissime e vaste tanto che ci limiteremo a queste, per introdurci nell’opera di Pasqualino Bongiovanni, il cui titolo è di per sé semplificativo dell’intero ragionamento che qui si sta cercando di fare. A sud delle cose, infatti, fornisce l’immagine di una Calabria vetusta e radicata a vecchie forme di sistema sociale dove connivenze diffuse, forme di disattenzione generalizzata per il popolo e gestione spavalda dei pochi vengono a dominare. Bongiovanni non parla nel titolo in maniera specifica della Calabria (che sarà poi svelata man mano dalle varie poesie della silloge) ma di un imprecisato e generalizzato “Sud” nel quale, appunto, dobbiamo includere le tante micro-realtà di provincia della parte meridionale del Belpaese: dal partenopeo, alle zone gallurese, dagli altipiani della Sila agli arroccati paesi siciliani, dal potentino alla Locride, ma anche il Sud di ogni parte del mondo.                                                                              Bongiovanni, che ha vissuto vari anni nel non-Sud, compie un percorso di recupero di quegli oggetti, ricordi, momenti di un’età vissuta nell’ambiente calabrese rimembrando tanto i piacevoli scenari naturalistici (“pendii/ brulli e desolati/ della mia terra”, 66), atti a donare pace e creare sodalizio con l’anima, quanto le ambiguità costitutive della gente del luogo e l’incredulità verso il possibile raggiungimento di un bene comune. La prefazione di Anna Stella Scerbo dice che “i topoi della letteratura del Sud sono evidenti e non lascia dubbi la matrice culturale di essi, un’analisi del negativo che accomuna la migliore produzione della poesia e della narrativa meridionale, da Levi a Iovine, da Scotellaro a Santamaria. […] A volte si affaccia un non so che di consolatorio, funzionale non tanto alla poesia quanto alla lacrimevole retorica che ha voce di pianto e di rassegnata sottomissione”.

download (1).jpg
L’autore

Bongiovanni, con virulento realismo, parla di lavoro e fatica nei campi (“Morte di un contadino”); la filigrana sulla quale le liriche si dispongono è di desolazione interiore, sorta di lotta alle ipocrisie (“si saluta con la sinistra/ e s’intasca con la destra”, 61), denuncia convinta eppure ritirata, rimasta in qualche modo sottaciuta che risale come motivo recriminatorio e dolente verso la terra che gli ha dato i natali. Talvolta la sfiducia è disarmante tanto che il poeta s’incanala in formule espressive fortemente cupe e prive di remissione: “Contemplo l’amara tristezza/ del fondo di un bicchiere” (8). Le forze del Nostro atte a contestualizzare il problema e a identificarlo tale sono per lo più atti propositivi che nella complessità del reale finiscono per affievolirsi: “Grido controvento/ il mio disappunto/ di parole,/ le controversie/ dei pensieri/ che mai/ avranno rifugio/ o padrone” (15). Tali considerazioni sembrano farsi ben più croniche nella poesia ossessiva e lacerante “Domanda consueta” in cui l’autore annota: “Per chi cantare/ se le nostre mani/ non hanno strumento, né suono,/ e la nostra voce… non ha voce,/ e non ha grido,/ e nemmeno pensiero ha più?” (20).                                                                                                                                       Sono poesie di un uomo fatto di terra e acqua, di montagna e mare, di un abitante del territorio che soffre con consapevolezza i drammi di un contesto regionale nel quale sembra impossibile rivoltare tutto per metterlo a posto. La poesia “Spleen” è senz’altro un identikit così scrupoloso e chiaro tendente a tracciare quell’emarginazione nella propria terra e conflitto nell’anima: “La mia anima guarda con occhi/ gravidi di lacrime/ i fogli rigati, macchiati/ da grumi di polvere nera e sangue,/ sudore e rabbia tra le mie dita” (9).                                                          La poesia “A sud delle cose” immancabilmente fa echeggiare il ritorno alle origini descritto In Conversazione in Sicilia (1941) di Vittorini: Bongiovanni narra in versi di un ritorno verso il Sud, “torniamo/ dove il mare,/in inverno,/ ha colori sporchi” (12), in quel paese addormentato “dove le preghiere/ sono lunghi mormorii/ avvolti in scialli neri” (12). Figurativamente vediamo quelle signore anziane coperte di nero, sprofondate in un lutto che non è tanto di un proprio caro, quanto una lacrimazione continua, una forma di stringato onore, di conformazione a un dolore dilagante e impalpabile. La chiusa della lirica, nella quale si ricalca la grande devozione a Dio, è di forte impatto: “Così/ torniamo a Sud/ a sud delle cose,/ dove l’amore è muto/ e si dà solo ai Santi” (13). L’amore non ha forma e non ha voce, c’è riserbo e vergogna, esso è celato o diminuito tanto che il solo sentimento concesso è un atto votivo, un appello al santo che possa serbare conflitti interiori, dilemmi sulla fuga, intenzioni e proponimenti che a nessuno è dato rivelare. Sud di “Cristi senza croci” (14) dove il Calvario del Signore è continuo, in un percorso non visto che non ha requie e che lo pone lontano e irraggiungibile al suo atto sacrificale ultimo, ambiente indistinto e fisso come una cappa dove “è solo vita che scorre…/ …grigia e stanca” (16), di ricordi che annegano “nelle sere ingiallite e fioche” (24), nelle conversazioni sterili e incapaci nella realizzazione (“in discorsi/ di secche speranze”, 60). Il sentimento di vile omertà è ben delineato nella “Litania meridionale” dove i “tre colpi/ di arma da fuoco…” (26) che lasciano a terra persone, lasciano osservare all’autore che “anche stavolta/ non è stato/ nessuno” (27); questa è quella che Pasqualino Bongiovanni definisce la “morte meridionale” (28) nella forma di un ammazzamento che avviene inconsulto, con un format ben conosciuto, dove non vi sono responsabili né testimoni né un concreto bisogno d’investigazione sull’accaduto: “Il pastore,/ che è lì steso,/ sdraiato,/ morto ammazzato,/ morto di morte/ meridionale” (28). 

foto-costabile
Franco Costabile

Varie poesie qui contenute affrontano il tema dell’emigrazione, una fra tutti è il “Canto dei nuovi emigranti” dedicata al poeta calabrese Franco Costabile (1924-1965) che fu costretto ad abbandonare la sua Sambiase per emigrare nel Settentrione, giungendo nel capoluogo laziale dove nel 1965 decise di porre fine alla sua esistenza. L’autore meridionale, al quale pure Ungaretti e Caproni dedicarono versi, durante la sua esistenza aveva dato alle stampe due opere poetiche: Via dagli ulivi (1950) e La rosa nel bicchiere (1961). A lui Bongiovanni scrive: “Abbiamo imparato/ a ripiegare/ in una valigia/ la vita,/ a riporre/ ordinatamente/ l’anima/ in una scatola./ Abbiamo/ titoli di speranza/ chiusi nella cartella” (37). Con un intento ideale teso ad abbracciare i dolori intimi e strazianti dell’esule, dell’emigrante, di colui che per varie ragioni deve lasciare contro se stesso la sua terra, l’autore scrive: “Conosco/ le ansie dello studente/ le speranze dell’emigrante/ di colore diverso/ e tutte uguali/ che si affrettano/ su binari e rotaie” (42). L’immagine del treno, della partenza e dei binari (“l’amore che parte/ su nuove rotaie”, 44) ritorna spesso nei componimenti; in questa maniera Bongiovanni traccia la forma tipo di viaggio dell’emigrante, abbandonato al freddo delle carrozze nell’attesa di lunghe ore per raggiungere il luogo della speranza, all’esatto opposto dalla sua anima e patria nativa: “Siamo vagoni abbandonati/ adibiti a case” (73), chiosa nella lunga lirica “Le gemme da innesto”.  La conclusione a tale universo di nebbie, dolori ricorrenti, pensieri sfiduciati e una società gretta che cambia lentamente, pur continuando a nutrire al suo interno i suoi cancri, è che una conclusione non c’è: “Così/ non rimane/ che una discreta solitudine,/ un malessere muto/ che andrà scemando/ con l’arrivo della primavera” (22). Malessere che l’autore dice che scemerà, ovvero si attenuerà, verrà mitigato dai nuovi colori, dal sole e da una rinata speranza (“la nostra vita/ è questo sciogliere in mezzo,/ questo continuo sperare”, 91) ma che, in fondo, non sarà mai vanificato in forma completa. Neppure la fede, caposaldo della cultura patriarcale del Meridione (si sottolinea qui anche la bipolare manifestazione del malavitoso molto credente e al contempo assassino e torturatore di suoi simili), è in grado di far luce o per lo meno d’indicare una via di speranza numinosa, di confessione delle pene e di pulizia d’anima: “Immaginette/ di santi/ appese con semenza/ a pareti imbiancate a calce/ rinnovano/ non so come,/ la fede” (32). Eppure l’ultima volontà del Nostro è tesa a sottolineare con convinzione la decenza e il rispetto delle sue genti e di quelle di ogni Sud, lontane da forme di clamore o di urlante declamazione: “Abbiamo vite silenti/ cariche di dignità/ che nessuno ha mai ascoltato” (71). Un testamento da conservare, dunque, ma anche una realtà da rivelare.

 

 

 

 

 

 

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 01-03-2018

 

NOTE:

[1] Di questo caso si è occupata ampiamente la stampa, difatti si trovano numerosi articoli in rete. Per approfondire meglio la questione in oggetto, consiglio la lettura dell’articolo “Poeti e scrittori meridionali del ‘900 cancellati dai programmi per i licei” a firma di Roberto Russo apparso sul Corriere della Sera il 19-03-2012. Lo scrittore Pino Aprile, con il suo libro Giù al Sud (2011), ha dedicato ampio spazio all’argomento come pure il critico letterario e docente Paolo Saggese mediante un incontro d’approfondimento e divulgativo in seno al Centro di documentazione della poesia del Sud di Nusco (AV). Lo stesso Saggese, assieme ad altri docenti e studiosi (Alessandro Di Napoli, Giuseppe Iuliano, Alfonso Nannariello e Raffaele Stella) ha prodotto un volume molto importante di contributi critici, con nota di prefazione di Paolo Di Stefano, intitolato Faremo un giorno una Carta poetica del sud (2012). Al suo interno sono contenuti questi interventi, illuminanti e ben posti a indagare l’importanza di autori meridionali e la loro indiscussa incidenza e preminenza nel vasto compendio della letteratura nazionale: “La ‘damnatio memoriae’ della letteratura del Sud (e della letteratura scritta da donne)” di Paolo Saggese; “Quei (bi)sogni di identità e unità nazionale. Scrivere la storia di una letteratura comune significa conoscere il mondo e aiutarlo a vivere” di Giuseppe Iuliano; “I poeti del sud del Novecento nelle antologie e nelle Storie della letteratura italiana adottate dalle scuole” di Alessandro Di Napoli”; “Razza impoetica. Gli esclusi e gli espulsi. I poeti del Sud nella storia della letteratura, nelle antologie poetiche e nelle Indicazioni nazionali” di Alfonso Nannariello; “Maria Luisa Spaziani, Grazia Deledda, Salvatore Quasimodo e le “Indicazioni nazionali” per i licei” di Raffaele Stella.

[2] Tra gli altri autori meridionali molto meno noti e la cui attività e memoria è ricordata (in taluni casi) nei dati contesti locali da iniziative e premi letterari in loro memoria possiamo citare Maria Costa (Messina), Giusi Verbaro Cipollina (Soverato), Ciro Vitiello (San Sebastiano al Vesuvio), Francesco Graziano (Cosenza),…

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

 

La terra che trema è sempre la mia terra. La poesia di Gianni Palazzesi nell’opera d’esordio “Frammenti d’incertezza”

a cura di Lorenzo Spurio 

La poesia di Gianni Palazzesi è intrisa di terra e ci parla di emozioni dolci, di preoccupazioni e di aneliti di speranza. La terra è presente nelle sue varie sfaccettature, a partire dalla sua realtà geografica, vale a dire dall’ambiente in cui è radicato, ai legami familiari tra antecedenti e discendenti, seguendo con amore e orgoglio le radici genealogiche. Cari che il nostro ricorda con affetto e nostalgia, come la figura paterna, al centro di numerose liriche di questa sua opera prima, ma anche la madre, ormai anziana e chiusa in un mondo tutto suo che osserva, al di là della finestra, il giorno che nasce e che muore. Versi la cui semplicità delle immagini consente di enfatizzare il carico sensoriale del poeta, trasmettendo in maniera efficace al lettore il forte rapporto che lo lega alla sua famiglia, come pure al contesto ambientale della Provincia maceratese. Le poesie non difettano, infatti, di elementi che permettono di circoscrivere l’ambiente prettamente di campagna di cui la terra è mezzo primario ma Palazzesi non disdegna neppure l’immagine archetipica dell’acqua: le onde del mare che si frangono sugli scogli ma anche la neve, acqua nella sua forma cristallina, che il poeta invoca come felice immagine dell’infanzia e motivo di stupore.

Il poeta sembra calarsi quale narratore onnisciente, esimendosi di prendere parte attiva sulla scena preferendo, invece, situarsi in un cantuccio per osservare meglio, a distanza e non visto, ciò che accade. Non si tratta di un voyeuristico origliare, piuttosto di un’esigenza di guardare oltre: non solo ciò che prende forma, ma ciò che esso trasmette e significa. Proprio come l’immagine del padre affaticato per l’età o, più verosimilmente, per il duro lavoro nei campi: “guardo mio padre falciare/ grondante di sudore”. Risalta la figura dell’uomo laborioso, del contadino operoso e attento, scaltro nel suo lavoro, taciturno e perseverante con il quale la critica ha tratteggiato la tempra del marchigiano, del saldo uomo di provincia, amante della sua terra e di essa depositario e custode. Le immagini così fulgide di vedute del padre nella sua attività agricola danno modo di pensare e di sperare a occhi aperti che possa tornare a rivederlo: “Cammino da solo… rassegnato/ […] credo ancora/ di incontrare mio padre, di trovare fiori”. La malinconia che il poeta sente nei confronti del padre ormai lontano dal tempo dei fiori (della felicità, della completezza) sono resi con una terminologia piana, senza retoricismi né bovarismi di sorta: l’effetto che il poeta produce è forte e indiscutibile. Dolore per l’assenza della figura del padre, una sensazione di stordimento e incomprensione: lo scenario agreste, quella terra ricca e rigogliosa a seconda dei cicli di crescita e raccolta, non è la stessa di quando il padre ne era parte integrante e operativa. Se la mancanza è percepita in maniera pressante e costante, d’altro canto il poeta sembra convivere con una certezza, consolatoria se non del tutto pacificante, di una qualche interazione – pur indiretta – da parte del padre: “Ascolti ancora/ i miei silenzi/ padre oltre la fine”.

17264117_1900802980195819_9110590028767135151_n
Il poeta Gianni Palazzesi

Nativo di Treia e residente ad Appignano dal 1964, il poeta si configura territorialmente e identitariamente con la provincia maceratese, spazio localizzato nel centro della Regione dove, secondo gli studiosi, dal punto di vista linguistico (dialettale) sarebbe da ascrivere la natura più propria e distintiva di un ideale vernacolo marchigiano. Definizione, questa, assai ampia e pertanto imprecisa essendo la nostra terra plurima per influssi, caratteri e tendenze e dunque anche dal punto di vista linguistico. Non è interesse diretto del poeta quello del dialetto ma senz’altro verso l’amore per la sua terra che, anche nei componimenti che hanno un destinatario palesemente amoroso per una donna, non manca di essere definita, allusa, abbozzata. Il “picchio scrupoloso” è immagine di questa terra mediana in cui proprio tale pennuto è identificativo della regione, un tempo definita Picenum, da picus, appunto, che significa ‘picchio’.[1] Alcuni stralci paesaggistici, uniti a un approfondimento esistenziale, possono essere rintracciati in maniera chiarificatrice nella poesia “Antica terra mia” (una delle tre datate 1976):

La mia terra,

come un intreccio d’edera

un amore, la mia vita

la mia esistenza, il mio avvenire

tutto nella mia amata terra.

C’è poi la terra nel suo subbuglio, nelle onde telluriche che sconvolgono le placche, fanno sussultare persone, cadere case, inquinare di tormento l’anima dei fanciulli. La nostra regione – purtroppo – non è affatto nuova a episodi sismici: nel 1997 forti scosse interessarono le zone di confine tra Marche ed Umbria nei pressi di Colfiorito-Gualdo-Foligno[2] e, più recentemente, nel 2016 il tremendo terremoto che colpì l’alto reatino (Accumuli, Amatrice, Illica, etc.) diede vita a un lungo sciame sismico (ad oggi ancora attivo) che ha interessato in maniera assai significativa le Marche meridionali con particolare attenzione ad alcune aree del Maceratese. La poesia “Non scapperanno” è proprio dedicata ai terribili momenti che hanno interessato il nostro territorio e che ha distrutto interi centri quali Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera, a poche decine di km dai luoghi abitati dal nostro.

Palazzesi non chiama l’origine dello sfacelo col suo nome, ce lo descrive, invece, mediante il suo dato sonoro e tramite i gravosi effetti che esso ha prodotto: “un boato lo annuncia/ sotto una nuvola di polvere/ tutto è crollato”. Dalla visuale sull’ambiente urbano sprofondato su se stesso, il grandangolo si concentra sulle disagiate condizione delle genti, miracolosamente illese, che, pur private di ogni cosa – forti nella loro spartana semplicità e austera dignità – non lasceranno la loro terra, le proprie origini, i loro monti, le strade, quell’ambiente che li ha visti nascere e crescere: “persone ancorate alla terra natia/ alle macerie/ fondamenta per il nuovo domani”. La terra – che immaginiamo colorata e in pace con sé stessa – è ormai sostituita da rottami di cemento e altri materiali, ferri torti, travi scheggiate, materiali che in sé trasmettono il segno e la gravità dell’accaduto ma che – nella necessaria speranza che s’intravvede – sarà materiale di risulta per una ricostruzione degli spazi, delle case, del centro abitato, della vita sociale. Apprezzabile e non per nulla scontato questo messaggio di fioca luce che è necessario per poter risalire la china di una depressione delle genti a seguito delle scosse che li ha privati delle proprie case, quando non della propria vita o di quella dei propri cari.

Questo mostro tumultuoso che tutto scrolla ritorna anche in altre liriche, scritte nel lontano 1976, nelle quali Palazzesi, allora in servizio militare a Pordenone, avvertì distintamente le scosse del terremoto del Friuli (prima scossa maggio 1976 e recidive nel settembre dello stesso anno per un totale di 900 morti circa); nella poesia “Li ho visti” il ricordo indelebile dei soccorritori che nella frenesia del momento diedero anche la loro vita al servizio degli altri: “Ho sentito la terra tremare ancora/ e dal loro lavoro… solo macerie”. Angoscia che il poeta ha rivissuto recentemente e che ha tratteggiato in “Attimi infiniti”, poesia il cui sottotitolo recita “Sei tornato”. Quasi un rapporto confidenziale con qualcuno che si è conosciuto già (a Gemona, per l’appunto) e che ora, di soppiatto fa capolino nuovamente gettando nell’angoscia e alimentando quell’incredulità di esserci nel domani. “Sei tornato ancora/ spaventoso e devastante” al punto da rimembrare la traumatica esperienza vissuta in Friuli: “Sei tornato/ a fine estate/ come allora,/ come nel ’76 a Gemona/ aprendomi ferite mai guarite”. L’avvento della forza della terra è capace di rivitalizzare e rinvigorire un dolore passato e, forse, mai del tutto metabolizzato. Lo scuotere della terra, delle fondamenta della propria casa, e l’insicurezza che, come un velo gelato, ammanta il poeta e le sue genti rattrappendone gli arti e ostacolandone le funzioni vitali. Sospensione e angoscia in cui la minaccia della magnitudo e delle scosse di assestamento non consentono di riprendere quella parte della propria esistenza, dei propri desideri e di sé stessi che prima dell’evento infausto rappresentavano la normalità. Palazzesi, anche negli istanti più dolorosi e nevralgici, mantiene un tono contenuto nel quale non si percepisce mai più di una desolazione disarmante; la stizza e lo sconforto – pure possibili e concreti in tali circostanze – non prendono mai il sopravvento. Il verso tiepido e improntato alla resa di immagini desolanti che ben conosciamo vive nell’intenzione mai doma di omaggiare e baciare quella terra mitica e arcaica che fu dei suoi avi e delle sue genti e che, “come un intreccio d’edera” non ha da essere sgrovigliato né divelto. 

14390843_1809195769356541_7350612758266942154_n
Uno scorcio suggestivo della campagna maceratese  al tramonto.

La doverosa attenzione va anche posta sul titolo di questa raccolta che costituisce – al di là di varie singole poesie pubblicate in antologie e riviste – la prima pubblicazione organica. La parola ‘frammenti’ sembrerebbe richiamare quella tendenza poetica inaugurata agli inizi del secolo scorso e definita per l’appunto “tecnica del frammento”; si trattava di un genere destrutturato e innovativo di comunicare concetti in cui non era ben definibile una demarcazione netta tra la poesia propriamente detta e ciò che in seguito sarebbe stata definita prosa poetica. La poesia di Palazzesi, che non ha nessun carattere proprio della prosa, viene proposta quale summa di frammenti, vale a dire di appunti, di schegge, un mosaico fatto da elementi che si caratterizzano per la loro esiguità e frammentarietà. Frammenti che, uniti in un contesto concettuale com’è proprio quello della raccolta (il tema della terra, come detto) si connotano ancor meglio nella loro compatta consequenzialità e legame. Una raccolta di idee e disegni lirici, di brandelli emozionali, di tessere di uno schema ben più ampio e complesso. La buona poesia, in fondo, dovrebbe sempre essere sotto forma di un frammento, auspicando la trattazione di determinati momenti, episodi o stati emotivi concepiti nel loro tempo/spazio nei quali si sono originati, sviluppati e diffusi. Il fatto che questi ‘frammenti’ siano collegati alla ‘incredulità’ costituisce, invece, un assioma curioso, ben difficile da sviscerare direttamente. Incredulo è colui che è refrattario a fidarsi o a credere; sulle ragioni che possono determinare tale situazione non è possibile mappare il vasto spettro delle possibilità ma basterà dire che una incredulità può derivare da una debole auto-stima, da una mancata comprensione del mondo o dell’altro, da un temperamento inflessibile con sé stessi o, ancor più, dalla mancanza effettiva di quegli arnesi conoscitivi atti a porre l’individuo nelle condizioni propizie per maturare una responsabile sicurezza e convinzione. Qui, nell’opera di Palazzesi, sembrerebbe che quell’incredulità ha più a che vedere con un misto di stupore per la natura e di scoramento per gli sconvolgimenti sismici che tanto spesso hanno lambito l’esistenza del nostro, in luoghi ed età diverse. Incredulità quale forma di meraviglia e gaudio ma anche come incapacità di convincersi dell’impossibilità di rivivere i momenti felici del passato. Occhi bagnati da lacrime che sono amare per il senso di nostalgia e mancanza ma anche di commozione e pienezza per il presente che è foriero e scrigno di gioie e ricchezze emotive.

Lorenzo Spurio

 Jesi, 17-11-2017

 

[1] I piceni storicamente furono stanziati tra il IX e il III secolo a.C. in un’ampia fascia di terra rispecchiante sull’Adriatico compresa grosso modo tra il corso dei fiumi Foglia (che nasce in Toscana sul Monte Sovara e poi attraversa Pesaro sfociando nel suo mare) e il fiume Aterno (che nasce dal monte della Laga, passa nell’Aquilano unendosi poi al Pescara e sfociando nel mare dinanzi al capoluogo abruzzese). I piceni avevano conquistato dunque un ampio territorio che comprendeva le Marche e parte dell’Abruzzo. Al nord delle Marche, invece, erano stanziati i Galli.

[2] La scossa più distinta fu il 26 settembre 1997 in una frazione di Foligno. Ad essa ne seguirono numerose altre e lo sciame sismico durò per circa un anno. Il numero complessivo delle vittime fu di circa dieci vittime ma produsse circa lo sfollamento di 80.000 case. La navata principale della Basilica di San Francesco ad Assisi crollò uccidendo alcune persone.

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

“L’orecchio delle dèe”: la nuova silloge poetica dell’ascolana Giorgia Spurio


spurioÈ uscito il libro di poesie della poetessa marchigiana Giorgia Spurio,L’orecchio delle dèe (Macabor Editore, 2017), con prefazione di Emilia Sirangelo. 

“L’orecchio delle dèe” – ha dichiarato l’autrice a proposito del suo libro – è nato dall’esigenza di dare voce alle problematiche del nostro tempo attraverso simboli e figure mitologiche che l’antichità ci presta. La silloge si trasforma in un diario che raccoglie confidenze e silenzi. Se esistesse un Olimpo chiederemmo alle dèe di ascoltarci, mentre tali divinità nella poesia non sono che personificazioni di paure, disgrazie, preghiere.  Si vuol parlare della difficile situazione che vivono ogni giorno le donne, soprattutto le madri in particolare in alcune zone del mondo. Altrettanto difficile è la sorte dei bambini. Con i versi ho voluto esprimere il dolore e la speranza di chi trova il coraggio di fuggire da guerra e fame intraprendendo il duro viaggio della traversata del Mediterraneo, ma anche il coraggio di chi ogni giorno intraprende l’ardua traversata che è la Vita.”

C’è, quindi, nella poesia della Spurio non solo il rifiuto palese di voltare la testa dall’altra parte ma anche una innata capacità di sentire il dolore di una parte di mondo devastata dalla crudeltà delle guerre e dalla povertà:

“E le madri ridono./ E le madri piangono./ E ci sono madri che né ridono/né piangono/ per quel bambino senza nome, /senza giorno, senza età,/ per quel bambino che è/

senza profumo,/ quell’odore di latte che manca/ – l’assenza di una nuvola in un temporale d’estate – /quell’odore che si stringe e si contorce,/ ha solo un aspetto, il potere/ che ha l’odore di una lacrima.”

“Ti porterò con me” di Silvana Stremiz, recensione di Lorenzo Spurio

Silvana Stemiz, Ti porterò con me / Te llevaré conmigo, Intermedia, Orvieto, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

 Siamo attimi contorti

che s’intrecciano

in un unico sospiro. (84)

download-1
Silvana Stremiz

Il percorso poetico di Silvana Stremiz, poetessa di origini friulane nata in Canada, è ormai consolidato da anni di pubblicazioni, partecipazioni a concorsi con lodevoli riconoscimenti nonché dalla organizzazione di iniziative antologiche con fini umanitari, tra cui un volume di poesie che raccoglie ben trentasette autori pubblicato nel 2012 e curato assieme a Barbara Brussa, volto a sostenere i terremotati del sisma dell’Emilia Romagna. Ha esordito nel 2007 con il volume La vita con i miei occhi (Aletti) e da lì l’itinerario della poetessa si è fatto capillare tanto da divenire instancabile, cesellato da una buona risma di commenti critici, interpretazioni ai suoi testi e conferimenti di premi per le sue innate doti creative. Il volume più recente, a circa dieci anni di distanza dal suo esordio come poetessa sulla carta stampata, s’intitola Ti porterò con me e contiene un cospicuo numero di liriche d’amore proposte in doppia lingua: in italiano e, a fronte, in spagnolo. Le traduzioni di Te llevaré conmigo, questo il titolo del libro in castigliano, sono state curate da validi esponenti della scena contemporanea tra cui Marisa Zedda, Monica Sturza, Raquel Ferrer Capella e la stimata poetessa naturalizzata madrilena Elisabetta Bagli, autrice dei volumi poetici Dietro lo sguardo (2013) e Voce (2015).

Nelle note critiche di apertura al volume, firmate da Matteo Tuveri e Isabella Gambini, responsabile di Intermedia Edizioni, casa editrice umbra che ha dato pubblicazione al libro della Stremiz, alcune parole chiave richiamano l’attenzione del lettore e veicolano già una data lettura nonché l’incamminamento ermeneutico del testo.

downloadCi troviamo dinanzi a poesie d’amore, pregne di sensualità e dove l’istintualità, ovvero il gesto spicciolo, autentico e non premeditato, domina sull’azione degli amanti. Le poesie si mostrano nella forma di attestazioni esplicite d’amore, invito ad abbattere le distanze e ad annullare i tempi, dichiarazioni di vivido trasporto, nonché esternazioni di sogni, incursioni nell’inconscio e addirittura nel proibito. La poetessa si svela verso dopo verso mettendosi in mostra come una donna profonda e romantica, che ha eretto l’Amore come legge morale, l’unica possibile al cuore.

Isabella Gambini pone, giustamente, l’attenzione su quegli “amori imperfetti” frequentemente richiamati dalla Stremiz in varie liriche ad intendere un amore totalizzante e radicato, viscerale e incommensurabile che si staglia al di là di problematiche, possibili differenze nonché evidenza di difetti, tanto da richiamare alcune immagini distinte e arcinote dei Sonetti shakesperiani.

L’amore, da concreto e carnale com’è in alcune liriche, viene allora a sublimarsi per diventare aereoso, metafisico, impalpabile in maniera concreta ma a suo modo universale e onnipresente. Si tratta di un sentimento che la Stremiz descrive con dolcezza e prestanza di linguaggio, a trasmettere con vivacità ed energia un vibrato sensuale che, pur discostandosi volutamente dall’erotico, ha comunque una buona componente di spasmo d’unione, aneliti di dominazione e spiriti d’offrirsi che fanno della sua poesia un atto di libertà e coscienza.

La partecipazione all’atto d’amore, ora sussurrato, ora esplicitato, si fa talvolta altisonante al punto da richiedere il ricorso a un linguaggio più concreto e di forma anti-lirica ad accentuare il desiderio d’unione e la necessità di completezza.

L’amore non è solo motivo originante delle poesie qui contenuto ma anche oggetto e finalità, a descrivere un tracciato sinusoidale di ampio chilometraggio dove anche la dimensione ludica di questo sentimento viene presa in considerazione.  

In questo canzoniere d’amore a unica voce, dove abbiamo, cioè, attestazione dell’amore da una delle due parti della coppia, il lettore potrà percepire un velato senso di estraneità dinanzi alla confessione di un universo talmente intimo. Questo non cozza con la volontà della donna che ha fatto dell’arte, del linguaggio poetico, la sua compagna più fedele ed efficace per dichiarare l’amore, lodare l’amato, riconoscere sé stessa in un amore che dà linfa ai giorni e fa raccogliere le stelle.  Un canto che, se può sembrare monocorde e a tratti possibile solo platonicamente, è in grado di tessere un inno alla vita, cogliendo i raggi più luminosi di un cuore raggiante che emana gioia e acuisce il desiderio dell’altro, a testimonianza di un amore che si vive e si crea in quell’alternanza e connubio irrazionale d’intenti taciuti.

Lorenzo Spurio

Jesi, 06-02-2017

Crowfunding per la nuova silloge poetica di Michela Zanarella, “Le parole accanto”

 

“LE PAROLE ACCANTO” DI MICHELA ZANARELLA

AL VIA IL NUOVO PROGETTO DI CROWDFUNDING DI INTERNO POESIA

PdB Zanarella1.png

Al via da lunedì 23 gennaio il nuovo progetto di crowdfunding  di Interno Poesia per la prevendita della raccolta di poesie Le parole accanto di Michela Zanarella (prefazione di Dante Maffia). Scopo della campagna, organizzata in collaborazione con Produzioni dal Basso, la prima piattaforma italiana di crowdfunding, fondata nel 2005 (tra le prime in Europa), è coinvolgere e rendere protagonisti lettori e scrittori in un processo partecipativo che prevede la prenotazione di una o più copie del libro e l’ottenimento di altre ricompense, tra cui l’inserimento del proprio nome in una pagina del libro dedicata ai Lettori sostenitori del progetto.

C’è tempo fino a giovedì 23 febbraio per sostenere il progetto Le parole accanto, la nuova importante raccolta di Michela Zanarella, autrice padovana da anni residente a Roma, che, come afferma nella postfazione Antonino Caponnetto, con questo libro “si avventura, con le parole al suo fianco, in un viaggio vitale e necessario nelle dense e oscure profondità di sé e delle proprie origini”.

Il libro

Dalla prefazione di Dante Maffia: “Michela Zanarella è ormai scrittrice affermata e conosciuta, una che la poesia la scrive e la legge con attenzione e con passione e che sa coniugare la propria biografia con le accensioni che le vengono dagli altri, con atti di agnizione che sono la fermezza della sua lealtà innanzi tutto con se stessa e poi con il mondo.

Le parole accanto è un libro la cui scrittura è sapiente e pacata e riesce a cogliere sfumature essenziali capaci di illuminare aspetti reconditi della realtà e della psiche. Si avverte che l’esperienza personale, anche all’interno degli affetti più intimi, ha lasciato tracce indelebili che tornano a dettare ombre, eppure non troviamo il minimo di recriminazione, non troviamo anatemi. La poetessa ha assorbito tristezze e dolori e ne ha fatto parole di poesia con un semplicità che, come vado sostenendo da decenni, è il solo mezzo per riuscire ad ottenere della vera poesia, quella che rinnova la sostanza della realtà e perfino della verità”.

 

Vengo a respirare

Vengo a respirare 

dai tuoi confini lontani

e ci trovo tutto l’amore che non ho mai capito

io che ti ho sentito madre troppo tardi

terra impastata nella nebbia

fatta di cielo mai limpido e in lotta con il tempo. 

Poso lo sguardo dove si ferma anche il vento

nella semina che sa di grano ormai maturo

e chiudo nel cuore quel colore

che ha l’odore del pane e delle stanze di casa. 

Ti sento radice che indossa le mie vene

meta che ho lasciato troppo presto

sperando di trovare altrove

il senso del mio canto.

E intanto 

vado con la mente dove il fiume si sveglia

in quel silenzio che cammina tra i campi

fino a sera. 

E resto tra le distanze a cercare quel poco sole

sempre incerto

che mi ricorda che un giorno farò ritorno

tra i fili d’erba e le strade di polvere

dove sono stata bambina.

L’Autrice

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013). È inclusa nell’antologia Diramazioni urbane (2016), a cura di Anna Maria Curci. In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidente (2015). Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. È alla direzione di Writers Capital International Foundation. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio.

Cos’è il Crowdfunding

Dall’inglese crowd (folla) e funding (finanziamento), il crowdfunding indica la raccolta collettiva di fondi per sostenere la realizzazione di progetti di persone e organizzazioni.  Il crowdfunding impiegato da Produzioni dal Basso è di tipo rewarddonation: i sostenitori di un progetto sono ricompensati in base all’ammontare della propria offerta (ad esempio ottenendo il prodotto per il quale viene effettuata l’offerta), modalità utilizzata da Interno Poesia per il progetto Le parole accanto, oppure effettuano donazioni (senza ricompensa).

Perché il Crowdfunding

Interno Poesia ha scelto di affidarsi a Produzioni dal Basso, uno dei maggiori e storici portali di crowdfunding in Italia e in Europa, per sostenere e promuovere progetti editoriali di qualità, eliminando definitivamente la necessità di chiedere un contributo fisso per la produzione di opere letterarie (poesia in primis) ed attivare un sistema virtuoso, dal basso, che coinvolga persone e organizzazioni per la nascita e la promozione di opere in versi.

Info su Interno Poesia

Interno Poesia, nato ad aprile 2014, è tra i principali siti letterari per la promozione e divulgazione della poesia: contemporanea, del ‘900, edita e inedita, italiana e straniera.  Con l’obiettivo di diversificare la ricerca e la proposta culturale nasce Interno Poesia Editore, un progetto editoriale esclusivamente dedicato alla promozione della poesia contemporanea attraverso la nuova collana Interno Libri.  Andrea Cati è il fondatore e curatore del progetto Interno Poesia. Chi collabora con IP: Maria Grazia Calandrone, Claudio Damiani, Mario De Santis, Valerio Grutt, Franca Mancinelli, Giovanna Rosadini, Francesca Serragnoli, Andrea Sirotti

 Per maggiori informazioni

Produzioni dal Basso: www.produzionidalbasso.com

Interno Poesia: www.internopoesia.com

E-mail: posta@internopoesia.com

“Migranti”, opera poetica di Anna Manna e Daniela Fabrizi, introduzione di L. Spurio

Anna Manna; Daniela Fabrizi, Migranti. A passi nudi, a cuori scalzi, Aracne, Roma, 2016. Introduzione a cura di Lorenzo Spurio, Saluto di Iole Chessa Olivares e Prefazione di Dante Maffia.

 Introduzione a cura di Lorenzo Spurio 

Anna Manna e Daniela Fabrizi hanno deciso di unire in un unico volume una serie di loro liriche accomunate dalla tematica civile relativa al fenomeno ormai planetario dell’immigrazione verso l’Europa vista da interi popoli che fuggono la guerra, la dittatura, la povertà e la disperazione, come un nuovo Eldorado. Le cronache degli ultimi tempi non mancano di narrarci di quanti morti ogni volta si contano nelle repliche delle tante tragedie per mare dove imbarcazioni di fortuna sovraccariche di persone stipate come animali finiscono per non reggere: il legno si incrina e il barcone si spezza, affonda nelle acque scure di un Mediterraneo indifeso che come una densa coperta ricopre i tanti lutti e fa sciabordare le onde nell’illusione di risollevare le vite assopite per sempre nei fondali.

migrantiEntrambe le poetesse hanno dedicato al tema la gran parte dei componimenti inseriti in questa raccolta ma lo hanno fatto in modo assai differente (ed è questo uno dei punti di forza di questo libro). Anna Manna Clementi, che apre la raccolta con la silloge dal titolo “Esodo”, si concentra sull’elemento equoreo ossia sul fenomeno migratorio visto nella fuga per mare verso le coste dell’Europa.

L’elemento sensoriale al quale la Nostra sembra essere particolarmente legata, quasi in maniera inscindibile, è quello sonoro: Anna Manna con i suoi versi ci fa sentire con nitidezza le urla rotte, le grida lancinanti, i rumori assordanti e impetuosi, i gorghi rumorosi e affannanti del mare, descrivendoci la tragedia dei barconi che si inabissano in maniera diacronica: dal giorno dominato da un sole all’apparenza timido allo scenario notturno, cupo e privo di conforto nel migrante alle prese con l’avaria del mezzo di trasporto. Così quelle urla, quegli SOS accorati finiscono ben presto silenziati quando l’acqua, pregna di sale, occupa in maniera opprimente  i polmoni dei poveri derelitti. Ciò avviene in maniera non molto diverso da ciò che la compagine europea ed internazionale fa: parla del fenomeno e si dice costernata per le tragedie impegnandosi in summit allargati per ovviare a decisioni veloci da prendere, salvo poi stanziare fondi ai paesi più coinvolti dal fenomeno lasciandoli in balia di sé stessi a gestire l’inarrestabile penosa avanzata.  L’incapacità di intervento, la mancata concretezza nella gestione del dramma finiscono per mostrare un’Europa disattenta, fredda, razzista e connivente in una certa maniera con la mercanzia delle anime, con il crimine etnico. Crimine che è ancor più spietato e schifoso per il fatto che è esso stesso merce di consumo nel circuito informativo dove l’immigrazione diviene spesso tema da talkshow nel quale dire tutto e il contrario di tutto, acconsentire o dissentire, mostrarsi o accaparrarsi la simpatia di fasce della popolazione, impiegare il tema, demagogicamente, quale impegno del proprio partito in una possibile campagna elettorale.

I vestiti degli sventurati si inzuppano di acqua e si fanno pesanti, l’umidità addosso infradicia le ossa, il cielo è lì, alto, come disegnato e sembra impossibile ricavarci una qualche consolazione.  Le carni sono pressate, il tormento invade le menti, l’angoscia di non farcela macchia il cammino della speranza  mentre i bambini piangono e le proprie madri si apprestano a dargli tutto ciò che possono, il loro latte fattosi ormai acerbo dal disprezzo nei confronti della vita.

La natura ambientale che accoglie la dipartita delle anime ha assunto anch’essa gli stilemi di una depravazione morale, di un’incompatibilità con la vita dell’uomo: colpiscono le “viscide alghe”, ne percepiamo quasi la loro ignavia e al contempo la vigliaccheria, il mare, pure, sembra assumere peculiarità umane e rendersi fautore di un “ghigno spaventoso”, bestiale e malefico, privo di redenzione. Un’acqua di morte che nega il ciclo di rinascita, si fa densa e piena di propaggini, mani che non aiutano né sollevano o facilitano il galleggiamento, ma che, pesanti e dalla presa diabolica, afferrano e trascinano nei fondali più infimi.  Una condizione apocalittica alla quale la Nostra contrappone il suo fiero disappunto con foga e con un dolore autentico che la conduce a vagheggiare istinti mortiferi e annullanti l’intera umanità (“se fossi forte vorrei spezzare il mondo”) per metter fine alla sperequazione della speranza tra fortunati e disperati, ed esser tutti fratelli, in un’angoscia comune che si può realmente conoscere solo se la si vive.

Se il mezzo identificativo delle poesie di Anna Manna Clementi è rappresentato da quel mare infingardo che diviene pozza mefitica di certezze e sepoltura di massa, l’altra poetessa, Daniela Fabrizi, si concentra in particolar modo sull’elemento terra. Anch’essa ci parla del fenomeno migratorio del nostro periodo storico visto, però, per mezzo delle lunghe traversate per terra, principalmente quella di siriani ed iracheni che sulle proprie gambe risalgono ampi territori, passando per la Turchia e cercando poi di immettersi nell’Europa attraverso la Grecia o, più frequentemente nelle ultime settimane, proiettandosi verso i Balcani quale meta finale per l’ingresso nei confini della Comunità Europea.  Per tali ragioni Daniela Fabrizi non può non parlare del fenomeno eclatante di divisione, una sorta di nuovo muro di Berlino, che il governo del conservatore Orbán in Ungheria ha fatto costruire a salvaguardia delle proprie frontiere.

Non solo viene negata l’assistenza e l’asilo al profugo di guerra ma anche il passaggio per una nazione che possa permettergli dopo settimane di duro cammino di poter entrare in Croazia e dunque in Europa.

immagineLa Nostra sottolinea con particolare enfasi nelle sue liriche questa durezza dei cuori che si esplica negli elementi di chiusura, recinzione, allontanamento che non fanno altro che esacerbare differenze tra etnie, culture e società contribuendo alla segregazione di alcune e al dominio di altre: “Un certo Abele mi chiamava fratello”, scrive nella poesia “Fratello”.

Il binomio di esperienze letterarie di Anna Clementi e Daniela Fabrizi in questo caleidoscopio di riflessioni amare su uno dei problemi sociali più cocenti e gravi del momento è senz’altro riuscito. In esso, meglio di qualsiasi pagina di giornale o foto di una qualche tragedia annunciata, è contenuta la sofferenza e lo scoramento di due donne che, pur appartenendo alla società civile di un mondo Occidentale, fanno propria l’esigenza della battaglia per la vita. Un esodo di dimensioni bibliche dove lo straniero viene visto come minaccia pericolosa, un esilio per nulla romantico, gravato da un desiderio impetuoso di fuga. Mentre la tv ruggisce notizie più o meno simili di barconi spezzatisi al largo del mare o di militari che sparano contro le orde migranti in uno stupido e deprecabile confine, non c’è più tempo di stare ad ascoltare. Per alcuni, per i cultori della dialettica verbosa e inconcludente forse non siamo ancora arrivati al collasso e –come dice la Fabrizi- “si sta [ancora] aspettando il boato”.

Esso, però, si è già prodotto e giorno dopo giorno lo percepiamo con sofferenza nella insanabile deflagrazione dei cuori.

Lorenzo Spurio 

Jesi, 4 Novembre 2015