“Fornarino” di Diego Vian, recensione di Lorenzo Spurio

Fornarino
di Diego Vian
Albatros, Roma, 2011
ISBN: 9788856739589
Pag. 323
Costo: 17,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

copUn libro interessante e leggermente fuori dai canoni formali della letteratura che si produce oggigiorno, questo di Diego Vian che, sotto il titolo simpatico quanto enigmatico di Fornarino, condensa un’intera storia generazionale.

Lo sfondo delle vicende ha chiaramente un riferimento storico-antropologico alla vita nella campagna veneta tra la fine degli anni ’40 ed i primi anni ’50. A Croce del Campo, un paesino del trevigiano, prendono piede le vicende iniziali di questo excursus dell’esistenza del protagonista dell’intero romanzo: il giovane Vanni. Assistiamo al difficile scenario della cronaca di guerra di quegli anni terribili con il conseguente razionamento dei beni alimentari e una vita di austerità e incertezza che poi lascerà il posto all’età della ricostruzione, momento delicatissimo della storia del nostro Paese. All’interno di questa cornice che Vian descrive con attenzione e meticolosità nei dettagli abitudinari della gente popolana in quel periodo, del mondo fatto dalle piccole cose vissuto alimentando una sempre più fervida speranza di un mondo di pace, le vicende della storia biografica di Vanni vengono ad intessere quella che ben presto si svelerà come il tema predominante attorno al quale tutto (eventi, personaggi e momenti di riflessione) finisce per allacciarsi.

In questo esperimento Vian dimostra una particolare enfasi emotiva nel dipingere la realtà popolare di un mondo di provincia, arretrato ma felice del suo poco avere, dove sono spesso i pregiudizi, le dicerie e la considerazione degli altri a rappresentare degli spauracchi con i quali misurarsi giorno dopo giorno. Ci capacitiamo della difficoltà delle condizioni alimentari e anche di quanto complicato potesse essere in una “famiglia di sole donne” vivere aspettando il ritorno di un fratello, di un figlio o del marito; dal punto di vista medico si tratteggia brevemente anche l’alta incidenza in questo periodo della mortalità infantile e delle donne partorienti. Come in ogni storia di paese ci troviamo in uno mondo retrogrado ma genuino nel quale sembra instaurarsi una sorta di contrasto tra natura e cultura che possiamo vedere ad esempio nell’uso del dialetto e della lingua standard, nella grande massa di analfabeti e dall’altra nella presenza limitatissima di persone acculturate (il dottore e il parroco) la cui cultura viene resa a disposizione della comunità tutta.

Della famiglia di Vanni si tratteggiano gioie e dolori, il più grande dei quali è la morte della sorella Gisella pochi giorni dopo della nascita, episodio che il Nostro personaggio sentirà in un certo senso quasi come colpa privata, benché non ne esistano le ragioni.

L’allontanamento di Vanni dall’universo prettamente domestico-familiare si realizza solamente nel momento in cui abbandona la scuola e comincia a lavorare nella bottega di Beppone, il prepotente e cinico fornaio della città. Lì Vanni imparerà a sfruttare una dote segreta con la quale era nato, un’eccezionalità del personaggio che non mi sento di svelare in questo contesto ma che è di certo il motore dal quale l’intera narrazione prende le pieghe. Da inesperto, Vanni passa a conoscere con piacere, entusiasmo e praticità i misteri che regolano la produzione di un buon pane, ottenendo anche una segnalazione di merito a una sorta di kermesse per i fornai che vengono da tutta Italia. L’occasione di un nuovo lavoro, questa volta non più in Provincia e non più vessato e sfruttato da Beppone, consente l’ulteriore evoluzione e miglioramento del personaggio che, una volta a Venezia grazie a quella che ben presto si convertirà nella sua sincera benefattrice, gli è finalmente riconosciuto il valore della sua persona le capacità professionali.

Ed è in questa maniera felice, ma per nulla banale (chi leggerà il romanzo se ne renderà ben conto) che mi piace chiudere questa mia riflessione sulla storia di un povero ragazzo, sfortunato e bistrattato, che grazie alla fede in sé stesso e mediante dei buoni consiglieri è capace di scegliere la sua vita e prendere atto del suo cammino percorso. Una sorta di moderno Lazarillo de Tormes che giunge a compimento di un itinerario difficile e dominato dal dramma della morte della sorella. In tutto ciò Vian ha reputato necessario inserire una folta componente misterica che rende alcune parti del romanzo leggermente più noir, psicologiche, riflesso di un mondo a tinte fosche dove domina il maleficio, la maledizione con accenni qua e là più espliciti a un personaggio femminile reietto dalla comunità e da tutti considerato come pericolosissima strega, capace, però, nell’ostica realizzazione delle vicende di Vanni, di anticipare piccole verità e, soprattutto, di far riflettere il giovane.

Ne consiglio la lettura soprattutto a quelle persone che credono in scritture-cocktail come questa, come mi piace definire questo esperimento di scrittura in cui forme  strutturali diverse della narrativa (il romanzo con una cornice storica, il romanzo di formazione, il romanzo di suggestione-misterico) vengono coniugate con abilità in un unicum con la finalità di permettere, da più punti di vista e secondo varie prospettive interpretative, la comprensione della vera natura psicologica di Vanni.

 

Lorenzo Spurio

 

 Jesi, 03-09-2014

“Il buio, La Luce, L’amore” di Rosaria Minosa, recensione di Lorenzo Spurio

Il buio La Luce L’amore
di Rosaria Minosa
Albatros, Roma, 2012
Pagine: 112
Isbn: 978-88-567-6044-6
Costo: 12 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

   

Dio era stato troppo crudele con lei e non meritava tutto questo, davanti a lei si presentava una nuova vita che non voleva e che doveva invece accettare, era costretta a vivere questa nuova realtà. (93).

NZORosaria Minosa è una donna che lavora al CERRIS (Centro Riabilitativo di Ricerca e di Intervento Sociale) a Verona e che vede il disagio psichico e sociale ogni giorno e questo suo libro, “Il buio La Luce L’amore”, edito da Albatros nel 2012, ne è una chiara e vivida testimonianza. La narrazione, sostenuta da una scrittura fruibile a tutti e mai banale, accompagnerà il lettore in uno scenario domestico degradato non tanto perché la malattia (il tumore all’utero di una donna) e il vizio (quello dell’alcolismo di suo marito) ne minino quella che dovrebbe essere la comune calma quotidiana, ma perché l’amore è il grande assente. Per lo meno ciò accade nella prima parte della narrazione in cui Stefano, dedito al bere e quindi caratterizzato da una bipolarità (euforia-calma) del comportamento, arriverà a sminuire l’importanza della donna che ha sposato e quindi ad offenderla come quando nelle prime pagine si osserva: “Quella sera, quel corpo che ansimava su di lei le dava fastidio, le sembrava un estraneo, per la prima volta si rese conto che era solo suo marito che faceva l’amore” (25).

Il tormento per la malattia che inizialmente sembra debellata si ripropone con una nuova grave sfida con la vita per Patrizia che la porta a deprimersi e sentirsi molto sola, incompresa dal marito, delusa dal padre che, rimasto vedovo, pensa di rifarsi una nuova vita e drammaticamente macchiata dal tortuoso e onnipresente pensiero della morte: “La morte, così lontana dalla nostra mente ma allo stesso tempo così vicina, perché cammina accanto a noi, dal giorno che emettiamo il primo vagito, morte che ci accompagna aspettando il momento opportuno per succhiarsi la nostra vita in un secondo oppure lentamente, succhiando ogni giorno il nostro alito, la nostra anima” (19).

Ci sono inquietudine e tormento in queste pagine e il lettore vagheggia che il proseguo della storia non potrà che essere immancabilmente marcato dalla morte, dalla tragedia annunciata e dall’impossibilità di ritornare alla spensieratezza. Stefano, il marito, è un uomo poco sensibile, distante, sempre preso dalle sue cose e non è in grado di “accudire” con la dovuta perizia sua moglie che, oltre che “menomata” nel suo essere donna, soffre pesantemente dal punto di vista psicologico non vedendo speranza. Di lui Rosaria Minosa ci dice che “Non aveva amici, la sua unica compagnia era l’alcol, solo dopo aver bevuto si sentiva bene e rientrava a casa contento” (34).

Il libro scandaglia con accurata attenzione cosa può accadere in una dinamica di coppia inizialmente tranquilla e affiatata quando sopraggiungono eventi infausti che sviliscono il comportamento delle parti portandoli a una sorta di straniamento e annichilamento. La malattia sembra vanificare la vita e inscenare una lotta a duello con il poco tempo che rimane nel quale è necessario mantenere lucidità e forza d’animo per far fronte alle terapie e agli eventuali trattamenti per cercare di tenere sotto controllo la patologia. Ma è l’alcolismo, sembra dirci l’autrice, ad essere ancor più pericoloso della vera malattia perché non parte da un morbo fisico, naturale, congenito, ma da una distorta considerazione che l’uomo fa in relazione ai suoi bisogni e al suo desiderio di evasione. Ed è una realtà ancora più difficile da gestire perché spesso non le si attribuisce troppa attenzione pensando che l’alcolizzato, se vuole, riesca a smettere di bere quando vuole. E’ ciò che succede con Stefano i cui buoni propositi ben presto sprofondano nelle bevute al bar con gli amici, o da solo tanto che l’autrice non può non sottolineare anche la mancata comprensione di Patrizia nei confronti del marito: “Patrizia non si rendeva conto del disagio di suo marito, per lei era tutto nella norma” (39).

Ma questo libro non vuole in nessun modo essere un canto alla morte né una manifestazione lucida di come non si riesca a venire fuori da problemi gravi, quando questi si sono radicalizzati e hanno soppiantato anche i buoni sentimenti che una volta animavano un rapporto. Rosaria Minosa prevede un ravvicinamento tra i due personaggi attraverso un coupe de theatre che si realizza mediante l’introduzione di una terza persona nella coppia, quello che potrebbe diventare un amante di Patrizia ma che in realtà rimarrà nell’ombra ma sarà utile per il ravvicinamento di Patrizia e Stefano. Si può uscire dal baratro dell’alcolismo, ci dice l’autrice a chiare lettere nella nota finale al libro, ma bisogna lavorare su se stessi affinché il convincimento si faccia totalizzante: “Quando si entra in questo tunnel, l’individuo ne viene fuori, solo se è lui a volerlo, in lui deve scattare qualcosa che dica basta; a volte non è sufficiente l’amore delle persone, se non scatta quella molla” (110).

La malattia, pure insidiosa, verrà vinta da Patrizia, non senza difficoltà e traumi esistenziali –primo tra tutti quello di non poter avere un figlio-, anche se va pure tenuto conto che non sempre ciò accade. Ma non in questo caso come il titolo richiama: dal buio si passa alla luce e con essa si può procedere alla ricostruzione dell’amore, alla confidenza con sé e con il mondo, alla rinata consapevolezza della propria esistenza e alla gioia, seppur velata da un trascorso di vita amaro.

LORENZO SPURIO

10-09-2013

“Schegge di vita” di AA.VV., recensione di Lorenzo Spurio

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

copSchegge di vita è una breve, ma intensa antologia sul disagio psichico curata da Mirella Presa, educatrice del Centro Diurno Procaccini del Fatebenefratelli di Milano. In essa, per mezzo di poesie e di testi a carattere narrativo proposti quali “ricordi”, hanno voce cinque ragazzi che hanno sperimentato nel loro passato e che convivono con una forma di disagio: non si chiarisce quale, il testo, infatti, non ha nessuna pretesa di carattere scientifico né eziologico.

Il testo propone il flusso di emozioni che fanno i conti con il passato e con la riscoperta di un presente felice ed il collante è rappresentato dal fatto che i vari squarci lirici che nel libro vengono proposti si configurano come “schegge”, ossia come pezzi indistinti di un tutto, più complesso, che è la coscienza dell’uomo, troppo spesso messa sotto scacco dalla brutalità e inesorabilità di vicende.

Tutti possono scrivere sul disagio, anche coloro che non l’hanno mai sperimentato direttamente sulla propria pelle, immaginandolo o facendo proprie le preoccupazioni e le sensazioni di una persona che, invece, lo ha vissuto/lo sta vivendo.

Una cosa diversa è chi scrive del proprio disagio. In questo modo la scrittura si configura come fedele compagna, come supporto alla desolazione che spesso può invadere l’animo, come espressione di una ritrovata forza interiore che porta l’uomo, giovane o meno che sia, a vedersi come da fuori. Ed è in questi casi che la scrittura diventa una pozione miracolosa, lo è nel senso che guarisce non tanto il corpo, quindi il fisico, ma la componente emotiva, sensoriale, intimista della persona. La poesia si tramuta, dunque, come è osservato nella nota di introduzione, in strumento che ha un valida “valenza riabilitativa”, testata per l’appunto anche scientificamente.

Le parole stese sulla carta, dunque, sono come delle lacrime azzerate.

Le poesie sono delle dolci attestazioni di una vita felice e spensierata, vagliata, però, dall’amaro ricordo. Sono preghiere laiche di riscoperta della vita e del suo valore, perché come sottolinea l’educatrice Mirella Presa, “Fare poesia significa prima di tutto ripensare alle proprie emozioni, rielaborandole e traducendole nella parola scritta” (p. 15).

Nella raccolta, in particolare, ci sono dei versi a mio modo di vedere molto potenti e che hanno richiamato una più attenta lettura ed analisi, come quando Gabriel D’Angelo nella poesia “Sfida senza fine” eternizza sulla carta una semplice, ma non banale verità: “Tutti hanno paura di te,/ non perché sei cattiva/ ma perché nessuno ti conosce bene” (p. 21) sulla quale tanto si potrebbe argomentare. La paura, dunque, quale spauracchio che fa tremare le gambe all’uomo, non è dovuta da una forma d’essere, da un comportamento cattivo o spregiudicato, da un sistema di potere gerarchizzato né da un senso di subordinazione, ma è fonte del non detto, dell’ignoto, della mancanza di comprensione, della ignoranza.

I popoli hanno paura di altri popoli perché non conoscono le loro differenze. Lo stesso accade per le religioni. Nella nostra società non si ha più paura perché esistono prepotenti o perché qualcuno ha la facoltà di mostrarsi superiore o più forte (caratterialmente, intellettualmente, militarmente), ma si ha paura quando non si conosce l’altro o si finge di conoscerlo.

In “La colazione dei canottieri” di Massimo Formenti, l’io lirico gioca su una doppiezza di sensazioni che gli derivano probabilmente da un certo tipo d’instabilità: è in grado di cogliere la spensieratezza e la gioia in una bella giornata estiva che lo intima a godersi anche la compagnia degli altri (“In questa giornata estiva/ mi sento di vivere in sintonia fra la gente”, p. 32), ma c’è un qualcosa che blocca il ragazzo in questo intento, come un insidioso male oscuro che con i suoi tentacoli invisibili impedisce al ragazzo di vivere a pieno il momento poiché, osserva nel finale “non so come gustare pienamente/ il cibo invitante sulla tavola” (p. 32) che può metter in luce, forse, il problema del ragazzo nella risoluzione di un disturbo in particolare.

Luisa Romagnoni in “Primavera” conclude con due versi altamente toccanti e che indicano una certa riflessione sul mondo, avvicinata, forse anche a un pensiero di carattere religioso. Il Male presente nel mondo va osservato, analizzato e non perpetuato e coloro che sono i portatori del Male vanno denunciati, sconfessati e allontanati dalla comunità di diritto, però l’amore, l’ingrediente che giustifica il significato dell’uomo nel mondo, a nessuno deve essere mai risparmiato: “anche gli uomini cattivi/ nel mondo sono da amare” (p. 47).

 

                   Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 

Jesi, 1 Agosto 2013

 

Schegge di vita

di AA.VV.

Albatros, Roma, 2012

Pagine: 60

ISBN: 978-88-567-6111-5

Costo: 13,90€

 

 

 

“La ballata del vecchio marinaio” di S.T. Coleridge, un commento di Pina Vinci

Samuel Taylor Coleridge e “La ballata del vecchio marinaio”
di GIUSEPPINA VINCI

imagesCA9KT07TAmico di Wordsworth,  S.T.Coleridge esprime un mondo interiore molto diverso. Alla appassionata convinzione di una Natura consolante il primo, si affianca una dimensione soprannaturale e talvolta non benevola, avversa alla umana sorte. La razionalità occupa uno spazio ridotto nella Ballata del Vecchio Marinaio. The Rime, pilastro della letteratura romantica inglese, ci introduce in un viaggio esistenziale tormentato e fantastico, tutti gli elementi della Natura concorrono a sorprendere il lettore, ora incantato ora ansioso per la sorte del Marinaio e l’equipaggio. Il Marinaio, personaggio antico, remoto,  come il titolo dell’opera ricorda, e immaginario, dagli occhi scintillanti, dalla lunga

barba grigia, dalla mano scarna, ha il potere di determinare la volontà del  giovane invitato alle Nozze, costretto ad ascoltarlo, a rivivere insieme a lui il viaggio verso una meta sconosciuta e il dolore patito dopo l’uccisione dell’albatros. L’Albatros richiama l’Albatros di Baudelaire, metafora del Poeta incompreso, annientato per la sua stessa genialità.

In The Rime, l’Albatros venuto da lontano, potrebbe rappresentare la Immaginazione, la Luce, la sfera del non razionale, del sorprendente, Fantastico, meraviglioso, sublime. Il Sublime inteso da Edmund Burke in De Consolatione Philosophiae.

Il lungo viaggio verso il Sud e poi inspiegabilmente verso il Nord, e senza una meta, la nave immobile su un oceano talvolta rosso, talvolta verde, simbolo di una umanità consapevole del proprio viaggio terreno ma non del fine o dello scopo.

imagesLa nave fantasma apparsa improvvisamente e senza ragione apparente, le due donne, la Morte e la Vita  nella Morte che decidono della vita del Marinaio e dell’equipaggio, la schiera di angeli, serafini e cherubini, la pioggia purificante e rigenerante, come un battesimo a nuova vita l’elemento soprannaturale e irrazionale, la forza dirompente della Natura a volte benevola, a volte avversa, non consolante, come leggiamo nella poesia di Wordsworth, ne fanno un’opera robusta e uno dei pilastri della letteratura non solo inglese.

Uomo complesso, colto, il Coleridge sembra cercare nella Ballata la sua stessa Verità, il suo fine e destino. L’anima del marinaio costretto a raccontare le vicende  drammatiche del Viaggio per espiare la morte dell’albatros, ‘the bird of good omen’’, rappresenta il cammino del cristiano verso la propria purificazione e redenzione.

Dobbiamo credere a un Coleridge cristiano?

Personalmente non credo.

Le infinite domande del perché dell’uomo sulla terra, del suo pellegrinaggio breve e sofferente sì.

Il Poeta non sa darsi una risposta, il giovane che si allontana più triste e più saggio, ha smesso di sognare, di pensare a una vita spensierata e anch’egli inizia un  cammino esistenziale personale di cui non possiamo prevedere gli esiti.

Il Coleridge è riuscito nel suo proposito di suscitare meraviglia, sgomento, incredulità. Quel ‘’willing suspension of disbelief’’quella volontà di condurre il lettore verso un mondo irrazionale e soprannaturale ha il potere di affascinare gli uomini di ogni tempo.

 

GIUSEPPINA VINCI è nata a Lentini nella provincia di Siracusa e Insegna letteratura  inglese al Liceo classico Gorgia della sua città. Lentini è la città di Gorgia e di Notaro Jacopo, di F.Bonfiglio, psichiatra, e di F.Insolera, matematico.

Ha  già pubblicato due libri di racconti e poesie ‘’Battito d’ali’’ (2010) e ‘Chiara è la sera’ (2012).  Battito d’ali ha ottenuto il premio divulgazione da La Pergola arte di Firenze nel 2010. Riconoscimenti da Roberto Antonelli e Tullio De Mauro. ‘Chiara è la sera’ ha ottenuto un buon successo di pubblico. Appassionata di letteratura inglese intende pubblicare un libro  contenente tutti i commenti ad opere della letteratura inglese.

QUESTO TESTO VIENE PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE QUESTO TESTO IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Ora so cosa rispondere” di Sara Bellagio, recensione di Lorenzo Spurio

Ora so cosa rispondere

di Sara Bellagio

Albatros Editore, Roma, 2011

ISBN: 978-88-567-4073-8

Numero di pagine: 107

Costo: 14,90 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Il tempo si doveva fermare in questo istante, era tutto perfetto poi non sarebbe più stato lo stesso. Quell’istante ha cambiato tutta la mia vita, me stessa, il mio rapporto con il mio corpo e con gli altri. E’ bastato solo un istante per stravolgere tutto. Un unico lungo istante. (p. 85).

 

Ora so cosa rispondere è un libro passionale, che va al fondo delle emozioni di Anna, la protagonista, che potrebbe essere riflesso di ciascuna donna dei nostri tempi. La narrazione si apre con un fatto amaro e sconcertante: l’incidente stradale di Marc, l’uomo che tempo prima la donna aveva amato. In questa occasione subito si precipita in ospedale dove trova i parenti di Marc, tutti speranzosi che il ragazzo si riprenda dal coma e guarisca. Le condizioni di Marc miglioreranno e si salverà, ma di questo verremo a conoscenza solo al termine del romanzo.

La parte iniziale del romanzo è giocato su di una doppia scrittura che prevede due livelli temporali diversi: il presente della routine noiosa di Anna e il suo passato – la relazione d’amore vissuta con Marc. In questo percorso conosciamo anche altri personaggi come ad esempio i genitori di Anna, ma forse il personaggio più interessante è quello di Pam, l’amica fraterna-confidente di Anna. Seguiamo le due ragazze per la via della città durante le loro passeggiate per lo shopping e in questo mondo frivolo dove l’autrice non fa che sottolineare l’importanza che per Anna rivestono trucchi, vestiari, tacchi alti, regali e shopping. Ossia l’importanza adolescenziale, immatura, volta al lato narcisistico e materiale dell’essere.

Le cose cambiano, però, quando Anna conosce e si innamora di Marc, un ragazzo affascinante, fotografo, sempre impegnato in giro per il mondo per il suo lavoro. Tra di loro scocca la scintilla ma la ragazza –sulla scia di una tradizione melensa e sdolcinata della letteratura- vive la nuova relazione in maniera molto diversa dal ragazzo che, invece, pur essendo coinvolto dalla ragazza, continua a dare il giusto peso ai suoi interessi e al suo lavoro. Anna, invece, si lascia travolgere da questa passione e seguirà Marc accompagnandolo anche nei suoi spostamenti all’estero, come durante il viaggio a Dubai. E’ proprio lì, però, che nascono le prime frizioni: la ragazza comincia a parlare di matrimonio, famiglia, di futuro mentre per il ragazzo sembra esistere solo la sua amata fotografia. Ogni altra cosa, pur non rifiutandola a priori, la considera come precoce.

Il romanzo utilizza un linguaggio semplice, diretto e asciutto che è facilmente fruibile a tutti. Si evidenzia qua e là qualche periodo claudicante a causa di una punteggiatura approssimativa e, nel complesso, la trama è abbastanza semplice, prevedibile, in alcuni tratti addirittura ai limiti del realistico.

Quando Anna scoprirà di essere incinta, i due ragazzi finiranno per separarsi e questo momento vissuto in maniera sofferta da parte di Anna, la condurrà a perdere il bambino.

L’incidente di Marc, la notizia con la quale si apre il romanzo, è proprio il luogo/momento dell’incontro dei due dopo un anno di distanza dopo i vari avvenimenti accaduti. Il tempo ha operato un cambiamento in entrambi, i personaggi sono chiaramente cresciuti e più maturi; Sara Bellagio ci consegna due explicit, entrambi plausibili, senza fornirci una conclusione unica. Al lettore sta scegliere come finire la storia. Ecco, appunto il significato del titolo. Anna si mostrerà remissiva e di aver lasciato completamente il passato alle spalle, pronta a inaugurare una nuova vita oppure, debole e ferita del trascorso precedente, sarà decisa nel non dare una possibilità a Marc? Leggete questo libro in modo che poi potrete dire: “Ora so cosa rispondere”.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Curatore Blog Letteratura e Cultura

 

12/08/2012

 

Chi è l’autore?

Sara Bellagio è uno pseudonimo. E’ una giovane scrittrice alla sua prima esperienza letteraria. Vive in una piccola cittadina del nord Italia dove lavora nell’ambito finanziario.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

 

 

Intervista a Vincenzo Calò, autore di “C’è da giurare che siamo veri”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Vincenzo Calò

Autore di C’e’ da giurare che siamo veri

Albatros Editore, 2011

 a cura di Lorenzo Spurio

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua opera?

VC: Trattasi di un’assicurazione sulla Vita, dall’aspetto appetitoso se fossimo un po’ tutti dediti alle letture corpose dei nostri segni particolari…Mi preoccuperei piuttosto delle mie iniziali che se unite ti possono indurre ad immaginare qualcos’altro…!

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

VC: Scrivo per un misto di presunzioni tra il comico, il drammatico e il malinconico, col gusto di peccare autenticamente perché l’attimo fuggente è insito al riconoscersi per colture idealistiche che il Presente non fa quasi mai più tornare indietro. Mentre un accendi & spegni di rassegnazioni interpretative che (spero) non mi riguardino disegnano le sensazioni del Prossimo, io mi diverto a trovare straordinario come possa essere riduttiva una minaccia di Morte caratterizzabile passando di stagione in stagione a decorare con cenni biografici eventi che non conducano l’umanità all’Imprevisto…!

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

VC: Mi hanno sempre fatto tenerezza quegli artisti che si muovono silenti per centrare il vuoto di ogni incomprensione, fregandosene di passare in giudicato. Ermetismo e Maledizione vanno intesi per più forme di applicazione, di cui si necessita la Passione per ogni genere di curiosità, a costo di calpestare i best-seller e rimanere soli a riflettere luce naturale…

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

VC: Non c’è, perché in fondo tento disperatamente di riprodurlo pensiero dopo pensiero che, una volta sentiti sulla pelle o sul foglio, danno adito a quell’egocentrismo da smussare giocoforza per il bene dei sentimenti, delle sue future opere…!

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

VC: Li devo ancora cercare, ma non v’è tempo in tal caso di agire, indaffarati più loro che io a rivedere se vale o no la pena di puntare sul look perché lo esigono i “superiori”…!

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

VC: Gioco esclusivamente con la mia Indipendenza, solo così mi piace far parte di una relazione sociale, e sfidare così eleganza e classe nel raccontare come ci si debba aprire ad una differenza di vedute…

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

VC: Invito coloro che non provano fatica a esporsi al contatto di una vittoria come di una sconfitta modale a…continuare a leggersi senza troppa cura!

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

VC: Siamo, senza accorgerci, in fase di rinnovamento…l’autore sta prendendo ad entusiasmarsi dal punto di vista manageriale, Albatros e non solo dovrebbero suppergiù gratuitamente constatarlo, solo così avranno il loro degno ritorno d’immagine…Personalmente ritengo d’aver pagato una prostituta, sai com’è…la prima volta! Capita…s’impara nient’altro che a voler diventare più forti…! Ecco, solo su quest’ultima mia affermazione accetto eccome il punto interrogativo dell’estraneo di turno…

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

VC: Basta non essere gelosi dei trionfi dei colleghi…generalmente rappresentano un incentivo a non farsi da parte fuggendo per la propria libertà espressiva, come se ci volesse solo una raccomandazione a tacere in un modo sempre più nuovo sul cambio generazionale in tale settore…!

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

VC: Lo deduci da come ti ho risposto fino ad ora, tranquillamente, proporzionale al desiderio di smettere o meno di guardare diritti e doveri in fase di rimorchio, banalmente…

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

VC: Il totale di una meraviglia detiene i suoi perché da subito, il problema scatta quando, certi infinitamente di questo preambolo, scorgi il terrore, nel componimento affettivo e conseguentemente di carriera, dato e riavuto, di scoprirsi realmente e sostenere che la penna va per esaltare la capacità di mortificare senza troppe introduzioni corsi e ricorsi storici su forme di perbenismo che devono arrecare assolutamente fantasia, spettacolo, l’essere esaustivi nel sottolineare tale imperativo, affinché la complessità del lettore sia configurabile anche scioccamente, con la disinvoltura tipica dell’inventore di saggezza che ha di che offrire per soffrire le sue gioie nel rispetto della normalità…

LS: Hai in cantiere nuovi lavori e progetti per il futuro? Puoi anticiparci qualcosa?

VC: Ah Lorenzo, mal che vada scriverò per me stesso, su “capolavori” che non ci avranno reso unici. Sorriderò facendo la fame dell’editore che sa di essere bravo ma non belloper la distribuzione della materia prima: la voce nel suo incanto…Grazie.

Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA DIFFUSIONE E LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“C’è da giurare che siamo veri…” di Vincenzo Calò

C’è da giurare che siamo veri…

di Vincenzo Calò

con prefazione di Flavia Weisghizzi

Albatros Editore, Roma, 2011

ISBN: 9788856750751

Pagg. 58

Prezzo: 11,50 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Che questo recente libro di Vincenzo Calò sia improntato a un’analisi particolareggiata dei recessi della coscienza umana l’ho capito già dalla sua gentile dedica nella prima pagina dello stesso in cui l’autore, armato di una matita solitamente estranea a uno scrittore, ha impresso un “buona esistenza” sul quale molto mi sono domandato. Infatti, non si tratta di un augurio molto comune e, inoltre, mi suona anche abbastanza anomalo o ridondante. L’esistenza, appunto, è il tema centrale di questo libro e l’esistenzialismo, l’intellettualismo mirato alla continua ricerca di cause e alla spiegazione di dubbi e quesiti più o meno ampi, è la filosofia che sottende l’intera opera.

Calò ci offre sedici testi abbastanza brevi che risultano difficilmente catalogabili in un genere preciso; l’utilizzo del verso farebbe propendere a pensare che si trattano di poesie ma in realtà il contenuto, pur avendo una componente lirica, è per lo più mirato a divagazioni ampie e di stampo filosofico. I titoli stessi sono formati da frasi incompiute alle quali Calò ha inserito dei punti sospensivi finali quasi che il lettore debba completare le frasi a seconda delle sue convinzioni. L’autore ci fornisce così dei validi spunti sui quali riflettere, senza intervenire però con un intenzione didattica né morale.

La raccolta composita di poemetti filosofico-esistenziali spazia da idee e intendimenti diversi; Calò utilizza una materia che è tutta contemporanea alludendo spesso ad oggetti o a pratiche legata alla modern way of life. Non c’è un unico modo per interpretare le poesie di Calò ma esse danno luogo a una polifonia di letture, a una molteplicità di possibilità. Qual è il percorso che Calò ci fa fare con questo libro? E’ un tragitto tortuoso, labirintico, difficilmente tracciabile su una mappa. Non c’è un inizio né una fine, o ce ne sono tanti. L’essenza della silloge sta proprio in questa ricerca esasperata della verità; si ricordi a questo riguardo il titolo del libro, C’è da giurare che siamo veri… Ma come facciamo ad essere veri se non sappiamo che cosa è la verità? Se non sappiamo come riconoscerla? Questo è uno dei grandi temi di fondo che sorreggono l’intero progetto di Calò in cui a tanta semplicità di immagini evocate si contrappongono temi e questioni profonde e filosofiche che Calò investiga a suo modo.

 

VINCENZO CALO’ è nato a Francavilla Fontana (Br) nel 1982. Dal 2003 ha pubblicato vari componenti poetici, di narrativa e saggistica su varie antologie. Ha conseguito menzioni, s segnalazioni e riconoscimenti nel campo letterario nazionale e internazionale. Scrive sul periodico di Roma “L’Attualità” trattando prevalentemente tematiche etico-sociali. Assieme ad Antonio Di Lena cura la web fanzine musicale “Suoni del Silenzio”.  C’è da giurare che siamo veri…, raccolta di poesie, è stato pubblicato nel 2011 da Albatros Editore.

 

Lorenzo Spurio

 

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Julia” di Luisa Galano, alcuni commenti

Julia di LUISA GALANO
Albatros Editore, 2011, pp. 69
ISBN: 978-88-567-3521-5

Alcuni commenti dei lettori di questo libro:
“TI CONFESSO CHE OGNI TANTO RILEGGO QUALCHE PAGINA,COSI A CASO, PERCHE’,SONO CONVINTO CHE IL TUO LAVORO E’ TANTO INTERESSANTE CHE OGNI SINGOLO CAPITOLO, OGNI PAGINA, BASTA ED AVANZA PER PORSI DOMANDE E RIFLESSIONI CHE RESTANO DENTRO AL LETTORE”.

“ Il tuo non è un libro da leggere tutto in un fiato, ma da centellinare, come un vino pregiato.
Leggo qualche pagina, poi torno indietro e colgo nuove sfumature nelle righe già lette.
Dire bello è banale. E’ un’analisi amara, a volte spietata, molto profonda, espressa con tinte forti e potenti che a volte sfumano nel pastello. Ma la cosa più bella è il messaggio che colgo: nonostante tutto rialzati! non fare l’errore più grande di rinunciare alla vita, a te stessa, a tutto l’amore che hai ancora da dare e da prendere”.

“Julia è irretita nella condizione soffocante della violenza psicologica, soffre ma, la presa di coscienza della realtà in cui si lascia vivere, le offre la spinta a credere in un mondo diverso dove ritrova la sua dignità e si apre ad una vita nuova dove finalmente sente di essere protagonista. Romanzare una condizione tanto sofferta quanto quella riferita all’abuso psicologico sembra una sfida al dolore. Il carattere trascinante della narrazione, in Julia, permette al lettore di cogliere sentimenti ed agiti che rimandano a situazioni di vita che attanagliano. Vivendo con Julia la sua storia si innesca un circuito reattivo nel lettore stimolandolo ad intravedere uno sbocco a situazioni angoscianti”.

“Julia è la storia di una donna che si snoda tra sofferte condizioni di vita e la passione per la vita stessa. Non è permesso all’angoscia dei suoi giorni di annerirle l’anima; Julia avanza con occhi decisi e fronteggia quanto continua a consumare la linfa vitale dei suoi sorrisi. Una vita che non ha scelto ma che impara a volere come determinante per una sicura rinascita. Soprusi, denigrazioni e abusi psicologici rappresentano il trampolino di lancio per un futuro felice. Il futuro a cui ora può guardare, ora che ha ben chiaro quanto ci si possa ritrovare liberi da una condizione che schiavizza. Julia crede alla sua vita nuova e in tutto quanto sappia rendere significativo il dono ineguagliabile di poter essere al mondo”.

“Saffo” di Gianluca Paolisso, recensione a cura di Monica Fantaci

Saffo di Gianluca Paolisso 

Albatros Editore, Roma, 2011 

Recensione a cura di Monica Fantaci

Mi ha affascinata molto l’interessamento di un giovane scrittore verso la letteratura classica, molto spesso non valorizzata dai ragazzi. L’enorme passione di Gianluca per la poetessa Saffo si evince sin dalle prime righe, cariche di sentimenti, di interiorità, di speranza nel trionfo dell’Eros.
Il testo è diviso in due parti: la prima pone e risponde a domande sul significato di Eros, su come si manifesta l’amore, sull’unicità degli istanti nella vita dell’essere umano, sulla liberazione dell’anima.
Ciò che rende interessante il libro è l’inclinazione poetica di Saffo che si abbina perfettamente al linguaggio fresco dell’autore, quasi vivessero in simbiosi: il giovane Gianluca si rispecchia in Saffo e vive tutto ciò che vive Saffo, così che narratore e protagonista del romanzo diventano una cosa sola, formano un nucleo che dà informazioni sulla cultura classica a chi legge.
L’autore ci guida nelle vicende della storia di Saffo sull’isola di Lesbo, dove ha allieve che seguono i suoi insegnamenti lirici sull’amore, per prepararle alla vita coniugale, proprio qui la poetessa ha una storia d’amore con una sua allieva, Attis, che le darà modo di contemplare e di confrontarsi senza remora con l’amore profondo.
Dialoghi avvincenti, versi, canti, metafore sublimi si susseguono per dare la possibilità al lettore di spaziare, di avere ampie vedute dei luoghi, delle considerazioni delle donne nell’istituto del Tiaso. 
La realtà greca viene vista sotto ogni sfaccettatura: il rapporto tra Saffo e il padre, il rapporto tra Saffo e il fratello, ma soprattutto tra Saffo e la sua vita stessa, carica di amore, di passione, di desiderio verso un’altra donna che, per scelte predestinate, l’abbandona per sposare un uomo, così che la nostra poetessa si ritrova a ricercare se stessa, a ricercare l’amore, affrontando il viaggio che la conduce nell’isola dove si trova Attis, anche se dal marito viene a sapere della morte dell’amata a seguito della nascita della loro bambina. 
Saffo è tenace, pronta a lottare per l’amore, abbattendo le nubi che si trovano all’interno di se stessa, per dare luce ad un nuovo sole, attraverso le muse presenti nella sua vita, l’affetto per le sue allieve, per il padre, per il Tiaso, per la cultura greca.
Paolisso delinea l’amore tra due donne per risvegliare le coscienze, per comunicare che l’amore è uguale per tutti, senza distinzione di sesso, perché l’amore vince ogni cosa, per evidenziare l’uguaglianza di ogni essere umano, di quanto la poesia, la musica possono avvicinare l’uomo a conoscere il suo stesso animo, dando forza alla libertà di essere, di agire, di manifestare i propri sentimenti, primo tra tutti l’amore, perché esso va esternato, va vissuto pienamente e non può essere ostacolato da nessuno; in un certo qual modo il nostro scrittore vuole dirci che l’Eros non può rimanere solo tra le mura di un cenacolo di sole donne, ma è un viaggio, una scoperta continua da condividere.

Recensione a cura di MONICA FANTACI

30 settembre 2011

 

LEGGI LA RECENSIONE ALLO STESSO TESTO CURATA DA LORENZO SPURIO CLICCANDO QUI E L’INTERVISTA RILASCIATA A LORENZO SPURIO DALL’AUTORE DELL’OPERA CLICCANDO QUI.

LA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA SUL BLOG PER GENTILE CONCESSIONE DI MONICA FANTACI, AUTRICE DEL TESTO. E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE.

Saffo, Intervista a Gianluca Paolisso

INTERVISTA A GIANLUCA PAOLISSO

Autore di Saffo

Albatros Editore, Milano, 2011

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

LS: Com’è nata l’idea di scrivere questo libro? C’è stata una particolare genesi?

GP: L’idea o, per utilizzare un termine forse più appropriato, l’ispirazione di un qualsiasi tipo di storia nasce quasi sempre dalla vita quotidiana, dalle emozioni che giornalmente viviamo grazie alla nostra particolare sensibilità, o grazie agli altri: Saffo, nonostante sia un’opera prima, è stata accompagnata fin dalla sua nascita dalla sofferenza, dalla consapevolezza di un amore rifiutato, da ciò che inevitabilmente si perde sulla strada della vita. Questi temi ricorrono nel romanzo, e spesso caratterizzano la stessa personalità dei personaggi. Credo che sia impossibile “eclissarsi” completamente dalla narrazione, secondo metodi “verghiani”: una storia, benché nata dalla fantasia, affonda le sue radici nel presente o nel passato che sempre si è vissuto, nel bene o nel male.

LS: E’ interessante come hai utilizzato un personaggio realmente vissuto, sebbene mancano attendibili riferimenti biografici, come personaggio principale del tuo romanzo, adattandone temi e caratterizzazioni che fuoriescono dalle sue liriche. E’ stato difficile il processo di scrittura? Se sì, perché?

GP: Le uniche fonti storiche rimaste sulla straordinaria poetessa di Lesbo sono una produzione frammentaria di liriche, e alcune leggende narrate dal lessico Suda e dal Marmor Parium (Saffo si sarebbe gettata dalla rupe di Leucade perché rifiutata dall’amore di Faone ). Tutto ciò mi avrebbe permesso di “inventare” episodi, situazioni, dialoghi, eppure fin dall’inizio volevo che questa storia mantenesse un substrato storico quanto più possibile reale, tralasciando influenze fantastiche o mitologiche. Volevo raccontare un personaggio vero all’interno di un contesto storico vero: per far questo non sono mancati gli approfondimenti storici (d’altronde in un romanzo del genere sarebbe sacrilego non farli!) e studi riguardo il “modus vivendi” di uno dei popoli all’epoca più ricchi del Mar Egeo (VII – VI sec. A.C.). Fatto questo potevo concedermi una piccola interpretazione su ciò che mai la storia ci ha tramandato (la quotidianità del Tiaso, i rapporti familiari), e con ciò ricostruire la storia di una donna e di una poetessa meravigliosa. Nonostante la mancanza di fonti, non è stato un lavoro nato dal nulla, dalla pura e semplice fantasia e interpretazione narrativa, ma da uno studio scrupoloso, attento, privo di condizionamenti.

LS: Quali autori italiani e stranieri ti piacciono di più e perché?

GP: Sarebbe scontato affermare che adoro le letture classiche (Euripide, Marco Aurelio, Epicuro, Cicerone, Seneca). Queste pagine immortali rappresentano il tipico “rumore di fondo”, per dirla alla Calvino, che sempre risuonerà melodiosamente nella mia vita. Tra gli autori contemporanei ho molto ammirato Giulia Avallone (Acciaio), libro in cui l’autrice ha tratteggiata realisticamente una realtà troppo spesso dimenticata; Murièl Barbery (L’eleganza del riccio), libro di profonde riflessioni filosofiche e poetiche; ma soprattutto i libro di un grande autore e amico, Adriano Petta: in “Ipazia”, vita e sogni di una scienziata del IV sec.”, “Assiotea”, la donna che sfidò Platone e l’Accademia”, e “Roghi Fatui”, oscurantismo e crimini dai Catari a Giordano Bruno, ho trovato alcuni spunti interessanti per la mia Saffo. Lo ringrazio tantissimo per i suoi consigli e la sua sincera amicizia umana e letteraria.

LS: Credo che nei Sonetti di Shakespeare si ritrovino molti dei temi che Saffo tratteggiò nelle sue liriche. Ad esempio il tema del destino ineluttabile, il tempo che rovina e che passa velocemente, il tema dell’amore verso una persona dello stesso sesso.. Che cosa ne pensi?

GP: Saffo fu la prima a gettare le basi della poesia nel senso moderno del termine: in un passato molto lontano il leggendario Omero aveva cantato le gesta eroiche di grandi personaggi quali Ettore, Achille, Ulisse; eppure nell’Iliade e nell’Odissea scorgiamo versi poetici privi di partecipazione emotiva da parte dall’autore, e una mancata descrizione dei sentimenti che inevitabilmente costituivano la psicologia dei vari personaggi. «Con Saffo nasce nella poesia del mondo l’interiorità» affermò anni fa il grecista Enzo Mandruzzato. Ed è proprio l’interiorità la grande rivoluzione delle liriche di Saffo: la poesia non come racconto oggettivo, ma come proiezione dell’anima di chi la compone. Se non fosse esistita Saffo, probabilmente non sarebbero nate le grandi opere poetiche successive (La Divina Commedia, Il Decameron, le tragedie di Shakespeare, i meravigliosi versi di Foscolo e Leopardi ), proprio perché sarebbero mancate le basi da cui partire per sviluppare un pensiero o una semplice emozione. Sia lode a Saffo per questo!!!

LS: E’ affascinante il riferimento al Tiaso, questo universo di sole donne pensato da Saffo come momento culturale e di apprendimento volto ad istruire le giovani donne al matrimonio. Non è curioso il fatto che sia proprio lei, che ama le donne, a istruire quest’ultime al matrimonio, a una celebrazione della vita che riguarda l’unione della donna con l’uomo?

GP: Il Tiaso nasce in opposizione all’Eteria di Alceo, circolo ad esclusiva composizione maschile, ed è facile poterne intuire le ragioni: in un mondo in cui l’uomo la faceva da padrone, la donna cercava un suo spazio, ma soprattutto una propria valenza a livello sociale. Il Tiaso permetteva alle donne di conoscersi, di scoprirsi nelle loro molteplici attitudini e capacità, ma soprattutto di imparare tutte le arti richieste dal matrimonio. Finito questo apprendistato, le ragazze tornavano al mondo esterno, pronte ad affrontare la vita al fianco di un uomo, nella speranza di divenire buone custodi del patrimonio familiare. Negli anni di formazione la Signora del Tiaso spesso si concedeva alle sue allieve, ma non per un puro e semplice appagamento sessuale, ma per educarle all’amore che un giorno avrebbero dovuto esercitare nei confronti di un uomo. Il rapporto omoerotico inteso come vera e propria educazione al futuro.

LS: Secondo te l’aggettivo ‘saffico’ che oggigiorno viene utilizzato come sinonimo di ‘lesbico’ e che fa riferimento alla grande poetessa di Lesbo è in un certo senso troppo limitativo e fuorviante se si tiene conto della persona di Saffo? Ad esempio aggettivi come ‘manzoniano’, ‘leopardiano’, ‘shakespeariano’ non hanno una connotazione prettamente sessuale né negativa. Perché con Saffo è stato utilizzato questo procedimento?

GP: Credo sia estremamente riduttivo definire la personalità di Saffo all’interno di una misera classificazione sessuale: tutto ciò non poteva esistere in una società come quella greca, nella quale non solo il rapporto omosessuale era permesso, ma addirittura costituiva un privilegio! Solone affermava nelle sue Leggi che agli schiavi tutto ciò doveva essere proibito, perché l’amore disinteressato (Platone, Simposio) avrebbe elevato il loro spirito al livello dei loro padroni. Tutto ciò non poteva essere permesso! Poi, con l’avvento e l’ascesa del Cristianesimo, furono introdotti principi falsamente moralistici che imbrigliano ancora oggi l’umanità nella paura della morte, del peccato, e conseguentemente di tutto ciò che è “fuori natura” (omosessualità). Non solo: nel 391 a.C., il vescovo Teofilo e i suoi monaci paraboloni distrussero la Biblioteca figlia di Alessandria, e bruciarono oltre 700.000 volumi, tra i quali erano annoverate opere scientifiche di grandi atomisti quali Democrito e Leucippo, ma anche opere poetiche, tra le quali spiccavano gli Epitalami (canti nuziali) di Saffo. In poche ore andarono persi oltre 1.200 anni di progresso e cultura. Forse aveva ragione Nietzsche quando affermava che «Tutto il lavoro del mondo antico per prepararci a una civiltà scientifica e libera ci è stato defraudato dal Cristianesimo». Naturalmente la figura rivoluzionari di Gesù Cristo non può essere annoverato in questo scempio.

LS: Potremmo considerare Saffo, così come la descrivi, un’eroina d’altri tempi, una precursore ante litteram del femminismo: non solo propugna l’amore per la donna ma verso l’umanità tutta. E’ espressione di un sentimento rivoluzionario e innovativo per i tempi che si scontra con la società patriarcale e sessista incarnata ad esempio dalle leggi di Solone o nello spregevole Cleone. E’ così? Che ne pensi a riguardo?

GP: Assolutamente: Saffo rappresenta l’amore nei confronti della donna, nostra unica speranza per un futuro migliore, ma soprattutto un personaggio rivoluzionario che non accetta i limiti e gli ostacoli imposti dalla società e dalla cultura greca, una donna che lotta per la libertà, per l’uguaglianza dei sessi, per una giustizia che sia dura e non crudele nei confronti dei condannati, per una vita imperniata sull’amore e non sul cinico dispotismo tipicamente maschile. Forse se alle donne fosse permesso di salire alle più alte soglie del potere politico, il mondo sarebbe, per dirla alla Eduardo “ un po’ meno tondo, ma un poco più quadrato!”.

LS: Leggendo l’intero romanzo ho trovato che le parti più belle e affascinanti fossero localizzate proprio all’inizio e alla fine. Il passare del tempo, la presenza ossessiva e imperscrutabile delle Moire e l’avvicinarsi dei riti di Thanatos ci immettono direttamente nel clima da tragedia greca. Diversamente, non c’è niente di tragico in quanto scrivi, anche la morte di Saffo non trasmette nessun dolore ma, anzi, è per il lettore un elemento di rassicurazione per il ricongiungimento con Attis. Quando hai iniziato questa storia già sapevi come l’avresti conclusa? Perché hai deciso di concluderla con la morte di Saffo?

GP: La struttura ad anello adottata in Saffo aveva un preciso intento: far comprendere come una vita può rinascere in un’altra vita, come il passato a volte ritorna nell’eterna unicità di un sorriso, come l’amore sia inspiegabile e non classificabile. Saffo, al termine del romanzo, sa che le sue certezze radicate sull’amore sono crollate da tempo; sa bene che la sua vita è arrivata al termine, eppure vive negli occhi di un nuovo personaggio che poco prima aveva donato nuova luce al suo cuore. Guardando l’orizzonte, spera di ritrovare ciò che un giorno ha perduto, ma questa è solo una speranza … Mi piace pensare ad un finale che lasci spazio all’immaginazione di chi legge. E’ come voler dire:” Ho raccontato fin qui, ora tocca a voi!” Sono certo che i miei lettori sapranno trovare finali migliori di quanto avrei potuto fare io. Non avevo ben presente la modalità di conclusione del romanzo: non amo stabilire ogni minimo particolare della narrazione: nella maggior parte dei casi le idee vengono scrivendo!

LS: La visione patriarcale, di dominio dell’uomo nei confronti della donna fuoriesce a due livelli: a livello politico (leggi di Solone, Cleone) ma anche a livello familiare (Carasso, fratello di Saffo). A queste figure maschili però fa eccezione Scamandro, il padre di Saffo. Come mai hai deciso di tratteggiare il personaggio di Scamandro in questa maniera in un universo di patriarchi?

GP:  Volevo che in questo romanzo ci fossero dei contrasti dal punto di vista sociale e culturale: da una parte Cleone, uomo crudele e assetato di sangue innocente, dall’altra Scamandro, uomo saggio appartenente alla vecchia generazione che però non disdegna il presente nelle sue molteplici manifestazioni. Il padre di Saffo rappresenta la comprensione paterna, l’amore filiale, ma soprattutto l’umanità che non cede di fronte alle ingiustizie; l’umanità che volontariamente lascia tutto ciò che ha per riappropriarsi di ciò che giustamente le appartiene. Oggi dovrebbero esserci molti Scamandro, eppure vediamo sempre più Cleoni in giro!!!

LS: Hai in mente un nuovo lavoro? Stai scrivendo qualcos’altro? Puoi anticiparci qualcosa a riguardo?

GP: Il mio prossimo romanzo, che a breve inizierò a scrivere, tornerà nella società greca, questa volta nel V sec. A. C.: racconterò il declino di Atene e della civiltà d’oro di Pericle vista dagli occhi di un grande tragediografo, le cui opere ancora oggi commuovono e fanno riflettere. Sarà una storia più lunga, elaborata, ma certamente ricca delle stesse emozioni che hanno accompagnato la straordinaria figura di Saffo!!!

Ringrazio Gianluca Paolisso per avermi dato la possibilità di fare questa interessantissima lettura e per avermi concesso questa intervista.

LORENZO SPURIO

16 Luglio 2011


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