A Jesi una conferenza sul futurismo nell’arte e nella letteratura — Ass. Euterpe

COMUNICATO STAMPA L’Associazione Culturale Euterpe ha organizzato a Jesi per domenica 30 ottobre una conferenza sul futurismo nell’arte e nella letteratura. A parlare di questa incisiva e determinante fase d’avanguardia per la cultura italiana ed europea saranno alcuni critici e studiosi dell’arte e della letteratura che interverranno ciascuno apportando una riflessione su un determinato […]

via A Jesi una conferenza sul futurismo nell’arte e nella letteratura — Associazione Culturale Euterpe

“Le regole del controdolore” di Valentina Meloni, recensione di Lorenzo Spurio

nanita (pseudonimo Valentina Meloni), Le regole del controdolore, Temperino rosso edizioni, Brescia, 2016

Recensione di Lorenzo Spurio  

 

Tutte le parole

sono scivolate fuori

dalle tasche (27)

downloadComplicato approcciarsi in termini critici a un libro come questo recente di Valentina Meloni, la poetessa di origini romane oggi naturalizzata umbra, che ha dato alle stampe Le regole del controdolore (Temperino rosso edizioni, 2016) sotto eteronimo di “nanita” come è piuttosto nota nel web. Lo è non tanto per la vastità delle ambientazioni intime investigate o le tematiche che sottendono ai vari componimenti,ma proprio per un motivo basico, che si ravvisa alle fondamenta e che obbliga a una domanda di fondo: perché un libro come questo?

L’autrice in nota di apertura ci informa che forse questo non è neppure un libro di poesie quando, in realtà, esso lo è eccome. La poesia non si riconosce solo visivamente dall’organizzazione in versi che spezzano frasi ma dall’intensità del linguaggio che i contenuti evocano.

Le regole del controdolore è un libro divertente e giocoso, intimo e fanciullesco, scanzonato e proiettato verso il mito dell’infanzia, ma al contempo riflessivo, denso di immagini e pillole che consentono al lettore di riflettere e di riscoprire la sua componente meno razionale. Al suo interno il lavoro è stato diviso in numerosi raggruppamenti che non possiamo definire con esattezza vere e proprie sillogi ma che si configurano, piuttosto, come livelli progressivi di un gioco a fasi, intervalli di esperienze e approcci al mondo, raffronti riavvicinati con la propria genialità repressa che fuoriescono e che la Nostra ci consente di percorrere con soavità, privi di quell’aurea pesante e seriosa che spesso i lavori poetici impongono.

Dell’autrice c’è molto: l’amore forte e la profonda preparazione sugli aspetti fondanti a quella che –forse impropriamente ma in maniera generalizzata- possiamo definire la letteratura dell’infanzia (a renderlo palese una citazione della scrittrice Vivian Lamarque), ma anche di una letteratura che ha in qualche modo posto l’interesse sulla necessità di rompere il disincanto per allietare ed affabulare, arricchire in senso positivo e gioioso, sottolineando in maniera rimarchevole quanto un approccio di tipo ludico e spensierato dinanzi all’esistenza possa spesso costituire, se non la risoluzione pratica ed efficace ai problemi, di certo un lenitivo significativo.

Inevitabile il riferimento al “controdolore” del geniale Palazzeschi, esponente di spicco dell’avanguardia italiana ed europea che in quel manifesto audace e strampalato, di certo irriverente e pretestuoso, aveva stilato un programma –dai tratti anche macabri- di purificazione e ringiovanimento della società mediante il riso. Attraverso la riscoperta del divertimento e del ridere, anche dinanzi a situazioni sconvenienti e nelle quali il riso non sarebbe di certo la risposta più spontanea e riguardevole.

Palazzeschi, per gran parte della sua esistenza letteraria, è stato uno di quegli autori  ardimentosi che forse hanno tirato un po’ troppo la corda ma di certo ha operato a livello delle coscienze umane in maniera notevole: le estremizzazioni più repellenti di cui dava sfogo nel celebre manifesto erano invocazioni provocatorie, biechi tentativi di far rinascere autostima e motivare una risposta di sdegno e appropriazione di coscienza come, appunto, la società del periodo necessitava.

Il fatto che Valentina riprenda un autore come Palazzeschi è cosa assai curiosa; l’intero suo volume è in fondo un validissimo strumento avanguardistico dove con impulsività la voce più forte che si sente è quella dell’impavido ragazzino alle prese con scorribande o a salire grandi alberi nonché a stupirsi dinanzi alle stelle e alla morfologia delle nuvole. Ad accompagnare le varie riflessioni poetiche della Valentina bambina sono una serie di raffigurazioni grafiche a matita che completano il percorso che al lettore è consentito di fare tra cui un paio di disegni formati da tessuto sintattico che tanto fanno pensare alle celebri poesie visive di un altro avanguardista, Corrado Govoni.

La traiettoria principale di questo libro è forse quella di non avere nessuna traiettoria. Non vi sono binari che conducono in maniera ordinata e lineare un percorso tra le varie emozioni del narrato. In questo recondito mare di assenza di certezze e determinazioni –che è poi il setting ideale della fiaba o delle narrazioni per bambini- l’io poetico si perde e con esso anche il lettore si dimena in un bosco di difficile fuga (vien quasi da pensare, a tratti ad Alice di Carroll o a Pinocchio disperato che fugge i suoi spazi domestici per trovarsi poi, sbadatamente e colpevolmente, in situazioni di precarietà), vivendo un disorientamento che è dolce perché vivifica il tempo ormai annullato, quello della memoria dell’infanzia.

Queste poesie fuggono dal foglio nel momento in cui le leggiamo, si nascondono, prendono vita in oggetti animati, in presenze indistinguibili, popolano la nostra stanza. Ci accompagnano e ritornano: ad intervalli ritornano nella nostra abitualità, altre volte riaffiorano d’impeto e ci terrorizzano.

Le parole si intrecciano e scorrono veloci, si mischiano in maniera convulsa, si sciolgono e si dilatano, s’infiammano ed esplodono, si rincorrono e poi ancora, nel momento in cui avevamo creduto di afferrarle e farle nostre, ci sfuggono librandosi nel cielo, in forma di stella o diventano polvere.

Bisogna saper/ ridere/anche del dolore” appunta la Nostra in apertura a una delle liriche dall’aspetto filiforme, chiosando il già citato Palazzeschi. Non hanno, però, i suoi versi intenti arroganti e sconsiderati –come potevano apparire le enunciazioni del Palazzeschi del manifesto-, piuttosto racchiudono l’esigenza di una riscoperta, la voglia di ritrovare il cantuccio dell’infanzia, di poter credere che quella spensieratezza e gioia incontaminata degli anni verdi possano in qualche modo continuare nel presente spesso fosco di problemi e preoccupazioni. Il mito dell’eterna infanzia di cui Barrie in Peter Pan ci parla non è allora una scriteriata utopia, un progetto imbelle di inapplicabile forma, ma desiderio stesso di vivere la vita con il pennello in mano per colorare ogni cosa con le tinte più luminose e ridenti.

In questo modo quella “bambina/ -prigioniera-/ chiusa in un corpo/ di donna” (65) uscirà da una reclusione dolorosa e privativa del suo inderogabile diritto di essere. La chiusa del libro si apre con una citazione del Baudelaire dei nefasti e marci Fiori del male che, per una volta, ci dà un messaggio di apertura: “Felice chi […] comprende senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute”. La Nostra, con il dono che le è proprio, con la sua genetica predisposizione al canto e all’osservazione, alla maliosa fuga dal reale, alla simbiosi vegetale e all’affratellamento al regno degli alberi, sembra esser una fata che comprende meglio di ciascun botanico il linguaggio della natura, tutta impegnata ad abbracciare bruchi e far il solletico ai variopinti funghi.

Lorenzo Spurio

Jesi, 26-09-2016

Aldo Palazzeschi (ri)letto ed approfondito

Il secondo volume della iniziativa della rivista di letteratura “Euterpe”

1599_10208217645622215_3109353557930082694_nAll’insegna della riscoperta dei geni della letteratura italiana, quegli esponenti che spesso vengono studiati in maniera semplicistica alla scuola dell’obbligo riducendone la reale cifra letteraria, la rivista di letteratura “Euterpe” ha organizzato il secondo volume della iniziativa letteraria “Stile Euterpe”  dedicato quest’anno alla riscoperta e allo studio attento del poliedrico Aldo Palazzeschi. Il volume, dal titolo di Aldo Palazzeschi: il crepuscolare, l’avanguardista e l’ironico, è curato da Lorenzo Spurio, Martino Ciano e Luigi Pio Carmina e pubblicato dalla casa editrice fiorentina PoetiKanten Edizioni (pagg. 228, Costo: 10 €, ISBN: 9788899325275).

Dopo la nota critica introduttiva scritta da uno dei curatori, il siciliano Luigi Pio Carmina, si susseguono testi poetici ispirati all’impetuosità lirica del Palazzeschi poeta-funambolo o a lui dedicati. Tra di essi figurano opere di Lucia Bonanni (San Piero a Sieve/Scarperia – FI), Corrado Calabrò (Roma), Luigi Pio Carmina (Palermo), Maria Salvatrice Chiarello (Palermo), Osvaldo Crotti (Almenno S. Bartolomeo – BG), Rosanna Di Iorio (Cepagatti – PE), Valentina Giua (S. Pietro Clarenza – CT), Emanuele Marcuccio (Palermo), Francesco Mazzitelli (Policoro – MT), Patrizia Pierandrei (Jesi – AN), Margherita Pizzeghello (Rosolina – RO), Sebastiano Plutino (Messina), Enrica Santoni (Schorndorf – Germania), Francesca Santucci (Dalmine – BG), Antonio Spagnuolo (Napoli), Teresa Spera (Ruvo del Monte – PZ), Rodolfo Vettorello (Milano), Michela Zanarella (Roma), Marta Zirulia (Quartu Sant’Elena –CA).

aldopalazzeschi

Aldo Palazzeschi

Per la sezione narrativa breve l’antologia contiene i racconti di Luisa Bolleri (Empoli – FI), Francesco Paolo Catanzaro (Palermo), Cristina Giuntini (Prato), Gianluca Guillaume (Moncalieri – TO), Samuele Mazzotti (Cesena) ed Antonio Merola (Roma).

Un’ultima, importante, sezione del volume è costituita dalla saggistica e contiene articoli, saggi e critiche letterarie che numerosi studiosi, critici ed amanti della letteratura hanno voluto dedicare ad Aldo Palazzeschi. In questa sezione sono presenti i saggi “Palazzeschi: Vita Vs Letteratura” di Angelo Ariemma (Roma), “Palazzeschi, incendiario assennato” di Marco Ausili (Ancona), “Prospettive storiche per un umorismo… mancato” di Raffaele Guadagnin (Feltre –BL), “Palazzeschi il sovversivo: il corpo come rivoluzione e rimozione del “ di Iuri Lombardi (Firenze), “Palazzeschi: Chi sono?” di Francesco Martillotto (Lago – CS), “Luce alla lanterna” di Antonio Melillo (Almese – TO),  “Stasi e dinamismo ne ‘I cavalli bianchi’ di Aldo Palazzeschi” di Valentina Panarella (Aversa – CE), “Il ‘buffo’ e l’umorismo: l’indagine sulla vita di Aldo Palazzeschi” di Luca Rachetta (Senigallia – AN), “Il tiepido grigiore e il fuoco incandescente: Aldo Palazzeschi” di Lorenzo Spurio (Jesi – AN).

A chiudere il volume sono uno scritto del professore e critico d’arte Armando Ginesi (San Marcello – AN) dal titolo “Internazionalità del futurismo delle arti visive” che dedica particolare attenzione all’avanguardia futurista letta all’interno delle arti figurative e la nota di postfazione firmata dal poeta e critico Antonio Spagnuolo.

(*) Il primo volume di Stile Euterpe era dedicato, invece, a Leonardo Sciascia e il suo titolo è Leonardo Sciascia: cronista di scomode realtà. 

Il volume è disponibile alla vendita sul portale IBS e le altre librerie online. Può essere richiesto anche alla Casa editrice scrivendo a poetikantenedizioni@gmail.com

Segnalazione nuovi eventi letterari Rivista di Letteratura “Euterpe”

Grazie al sito “In nomine artis” per aver dato pubblicazione alle nostre prossime attività! Un saluto affettuoso, Lorenzo Spurio

In Nomine Artis - Il Ritrovo degli Artisti

euterpeBuongiorno e ben trovati.
Oggi vi segnaliamo una serie di eventi ed iniziative organizzate dalla redazione della Rivista di Letteratura “Euterpe” per i prossimi mesi.
Speriamo che questa segnalazione vi sia gradita e che vi parteciperete numerosi.
Buona giornata!

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Lorenzo Spurio intervista il poeta Dante Maffia

LS: Ogni poeta ha un particolare legame con l’atto di scrittura, con le fonti della sua inspirazione e la “poeticizzazione” delle esperienze da lui vissute direttamente, perché in fondo la poesia è il genere più intimo e quello più appropriato per descrivere i propri drammi, le proprie debolezze o disagi o, al contrario, le proprie inclinazioni, passioni e sensazioni. Per Lei che cosa rappresenta la poesia, sia nell’accezione generale del termine che nel suo caso specifico di poeta ampiamente riconosciuto? Secondo Lei, quale è la funzione principale per cui essa tra passato, presente e futuro, continuerà ad appassionare e a “far confessare” gli animi sensibili?

DM: Per me la poesia rappresenta la fede e anche un atto dovuto all’eventuale lettore. Non so comunque se si tratta di “far confessare gli animi sensibili”, vedo il poeta piuttosto come un uomo capace di comprendere anche le contraddizioni e comprendere le voci del mistero. In questo senso, come diceva Nelo Risi, “il poeta è un supremo realista”.

  

LS: Sebbene Lei viva da molti anni a Roma, la sua terra d’origine, la Calabria, è vivissima in Lei sia per mezzo di un particolareggiato studio della letteratura calabrese e la produzione di un’ampia attività poetica in vernacolo, sia per mezzo di sue frequenti partecipazioni a conferenze e giornate culturali organizzate nella sua regione. La sua opera Papaciòmme, ad esempio, rivela questa volontà dell’io lirico di “calabresizzarsi” sia per ricordare momenti e ambienti cari alla sua esperienza con quella terra, sia per “dar voce” alle persone del piccolo centro dello Jonio e con la rappresentazione di farli vivere per donargli una sorta di immortalità. Sono in questo senso dei validissimi affreschi della varietà locale che danno spazio alla componente popolare e subalterna di quelle genti. Quanto è importante secondo Lei la letteratura dialettale e quali sono le principali ragioni per le quali viene oggigiorno considerata, in via generale, una letteratura di serie B?

DM:  Negli anni ‘70 e ‘80 si è discusso moltissimo di poesia in dialetto, sottolineando in dialetto rispetto a poesia vernacolare e poesia dialettale. Aveva cominciato Mario Sansone e hanno poi proseguito Titta Rosa, Ravegnani e Giacinto Spagnoletti. Questioni sottili, perfino arzigogolate, perché in genere chi adoperava il dialetto lo faceva per scolpire quadretti, descrivere scene di paese, dare voce ai grumi sociologici e antropologici delle comunità rurali o dei quartieri periferici delle città. E questa era senza dubbio versificazione e neppure poesia di serie B. Personalmente credo che non sarà mai il codice utilizzato a produrre poesia, tanto è vero che Sgruttendio, Basile, Porta, Padula, Belli, Di Giacomo, Giotti, per fare alcuni nomi, pur esprimendosi in napoletano, in milanese, in veneto, in romanesco e in calabrese hanno realizzato grande poesia. Non volevo assolutamente “dar voce alle persone del piccolo centro dello Jonio”, ero stanco un po’ del codice della lingua italiana e avevo bisogno di mutare registro e poiché conosco meglio la lingua del mio paese, più del greco, del latino e dell’inglese, me ne sono servito. Tutto qui. Ma con le intenzioni (alcuni dicono che ci sono riuscito, come Tullio De Mauro, Angelo Stella, Claudio Magris) di scrivere poesia senza aggettivazioni e connotazioni limitate.

  

LS: Ho notato nella Sua poetica un continuo riferirsi alla natura, sia animale che vegetale, quasi che è difficile trovare una lirica dove non ci sia un animale, un fiore, un verso, il vento che lambisce le foglie. Ho pensato che l’attenzione e la varietà con cui intesse le sue poesie di questo sentimento panico abbia a che fare con il suo profondo legame con la terra natia, una zona certamente florida sotto questo punto di vista e ricca di varietà di ecosistemi. In maniera particolare ho notato la presenza di due specie che ritornano spesso: per la specie animale è il geco, mentre per la specie vegetale è la ginestra. Potrebbe dirci il perché e spiegarci il significato che attribuisce a queste due forme vitali?

DM: I gechi mi hanno fatto compagnia fin da quando ero bambino. C’erano alcuni muri ciechi, al mio paese, che certe sere erano tappezzati di questi animali. E si faceva addirittura (i bambini sono feroci) il tirassegno con le fionde. Dunque erano presenze quotidiane alle quali si attribuivano molte dicerie, perfino leggende. Di conseguenza fanno parte di un armamentario consueto, della mia immaginazione.  Le ginestre, con il loro scoppio giallo, ravvivavano il paesaggio brullo e portavano la primavera. La festa del colore mi esaltava. Quando ho utilizzato (spesso, come lei ha notato) il geco e la ginestra non mi ero proposto nessuna particolare metafora, erano presenze interiorizzate. Poi Leopardi mi illuminò.

  

LS: Nel corso degli anni ha avuto l’occasione di conoscere grandi esponenti della letteratura italiana e internazionale e di collaborare a vario titolo con loro. Tra i vari nomi noto ad esempio Calvino, Moravia, Alda Merini e tanti altri. I suoi esordi furono inaugurati da una silloge di poesia dal titolo Il leone non mangia l’erba che venne prefata da Aldo Palazzeschi definito da Enrico Ghidetti “il patriarca delle avanguardie novecentesche”[1] e di certo si ravvisa un chiaro “palazzeschismo” in molte delle sue liriche più camaleontiche ed elettriche come pure in quelle che cercano di definire la figura del poeta nella società: lei scrive, infatti, “E non continuate a domandarmi chi sono”[2] che tanto riecheggia i versi iniziali[3] della poesia “Chi sono?” del famoso poeta futurista. Può condividere con noi qualcosa sulla conoscenza, il rapporto professionale e amicale con Palazzeschi e ricordarci quali furono le principali ragioni del suo “avallo letterario”?

DM: Non so se io sia palazzeschiano o gozzaniano (ho notato, negli anni, che i critici in genere attribuiscono qualità simili (pascoliano, montaliano, petrarchesco, eccetera) a seconda delle loro letture personali e quasi mai su dati obiettivi, su indagini verificate a tutto tondo. Io eviterei quelle che Tommaso Campanella chiamava i madornali abbagli dei filologi che si fermano a discutere su una parola, un’espressione, un aggettivo. Tutti i poeti, di tutti i tempi e di tutti i paesi del mondo, si sono continuamente fatti la domanda “Chi sono?”. E’ importante la risposta che si sono dati. Quanto alle ragioni dell’avallo di Palazzeschi ho poco da dire poco. Gli portai un mannello di versi che avevo intenzione di pubblicare e gli chiesi di scriverne. Mi disse che l’avrebbe fatto solo se si fosse convinto del loro valore. La prefazione c’è. Tutto qui.

 Maffia-a-Frascati

  

LS: La poetessa americana Sylvia Plath (1932-1963), considerata assieme ad Anne Sexton (1928-1974) e Robert Lowell (1917-1977), un’esponente di spicco della cosiddetta “poesia confessionale” diffusasi nella prima metà del ‘900, rappresentò di certo una grande penna che, però, per il suo tempo fu probabilmente incompresa e addirittura snobbata. Lo sviluppo della psicanalisi prima e dei vari studi di settore poi, negli anni diedero modo alle persone depresse –considerate fino ad allora affette da un male invisibile, dunque inesistente- di intraprendere un percorso terapeutico di analisi volto al rafforzamento del proprio sé cosciente. Le poesie della Plath ancora oggi vengono assunte come preghiere strozzate formate da versi dove si susseguono parole apparentemente astruse e scollegate, delle implicite richieste d’aiuto e come manifestazione concreta di quel mal di vivere fatto di apatia, desolazione e depressione, di cui il secolo scorso fu concausa. Di seguito Le propongo la poesia “Paralitico”[4] di Sylvia Plath, sulla quale sono a chiederLe un suo commento personale.

 

Succede. Continuerà? —
Il mio cervello una pietra,
senza dita per afferrare, senza lingua,
il mio dio il polmone d’acciaio
 
che mi ama, pompa
i miei due
sacchetti di polvere dentro e fuori,
non mi consente
 
ricadute
mentre fuori il giorno scorre via come nastro perforato.
La notte porta violette,
arazzi d’occhi,
 
lui,
le anonime voci
sommesse: “Tutto bene?”.
L’inaccessibile seno inamidato.
 
Uovo morto, giaccio
Intero
Su un intero mondo che non posso toccare,
al bianco, teso
 
tamburo del mio giaciglio
mi vengono a trovare le fotografie —-
mia moglie, morta e piatta, in pellicce anni ’20,
la bocca piena di perle,
due ragazze,
piatte come lei, che bisbigliano: “Siamo le tue figlie”.
Le acque ferme
mi avvolgono le lebbra,
 
gli occhi, il naso, le orecchie
cellophane
trasparente che non posso spezzare.
Disteso sulla schiena nuda
 
sorriso, un buddha, tutti
i bisogni, i desideri
mi cadono di dosso come anelli
stretti alle loro luci.
 
L’artiglio
della magnolia,
ebbra dei suoi profumi,
non chiede nulla alla vita.

 

DM: Evito sempre di commentare una singola poesia, a meno che non debba fare una lezione di carattere tecnico. I poeti mi interessano nella loro globalità, non in particole, e dunque non mi sento di azzardare un discorso per sineddoche. Sarebbe come descrivere una donna di cui si è magari innamorati soffermandosi soltanto sulle sue braccia o sui suoi capelli. Mi dispiace, io le donne le guardo nel loro insieme, nel portamento, nel loro atteggiamento e poi scendo ai dettagli. Non credo che in una breve intervista ci sia lo spazio per un’analisi vasta e particolareggiata. La Plath è una grande poetessa e non va sciupata misurando la sua metrica, il suo stile, il suo contenuto riferiti a un solo testo. Le farei un torto e lo farei a chi mi legge, anche perché la lirica è in traduzione. Dico soltanto che si tratta di una bella lirica, sofferta e coinvolgente, specchio di una condizione umana vissuta con dolore e visionarietà.

  

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc. e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo è della sua corregionale Fausta Genziana Le Piane[5]. La poetessa si è occupata attivamente anche di letteratura francese, narrativa breve, critica d’arte e giornalismo e di letteratura calabrese come testimonia la sua opera Artisti calabresi a confronto (Carta e Penna, 2009). La poesia che Le propongo in lettura per un commento è intitolata “Resta, poeta”[6]:

 

Rimani
parola scritta
ed essenza divina.
Resta
senza voce
né sguardo
senza fine
né limite.
 
Poeta
cavalca con me
sul dorso
del falco smeriglio,
imprimi
la silenziosa notte
di versi vagabondi
che,
emersi dalla nebbia,
hanno aspetto di isole
su un mare lattiginoso.
 
Poeta
visita con me
antiche brughiere,
per scoprire nuovi sentieri
e creare nuovi paesi.

 

DM: Conosco molto bene la poesia di Fausta Genziana Le Piane, poetessa che stimo molto per la sua serietà, per il suo impegno, per la passione che mette in ogni sua azione, per la generosità che, fuori da egoismi, si prodiga per far conoscere e valorizzare gli altri. Un raro esempio di altruismo in un mondo sempre più chiuso e ferocemente attaccato al proprio io. Ho una raccolta di oltre seicento testi di poeti sulla poesia, sul poeta, sulla parola e questo di Fausta è tra questi perché ha saputo definire il poeta con molta originalità andando a scavare nel profondo dell’anima, soprattutto attuando una vera e propria preghiera in versi che invita chi scrive a uscire dai soliti confini e d’affacciarsi sul mondo “per scoprire nuovi sentieri / e creare nuovi paesi”. Ecco, il poeta deve portare verso il futuro e Fausta ha saputo dirlo con estrema dolcezza e con semplice ma determinata forza.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia del poeta fiorentino Massimo Acciai[7] intitolata “L’onda anomala”[8] sulla quale sono a chiederLe un commento:

 

Da bambino la sognai
la desiderai
la contemplai
simile alle onde innocenti
ma smisurata
capace di spazzar via
in un istante
questa noia infinita.
 

DM: Che dire? L’onda anomala dovrebbero sognarla tutti i poeti, altrimenti non sono tali e dormono dentro assuefazioni inutili e obsolete. In otto versi brevi Acciai sintetizza questo pensiero e lo fa con pulizia, senza strascichi retorici.

  

LS: Uno degli utilizzi più praticati della poesia è quello dell’impegno civile, ossia una poesia che si dedica al ricordo, commemorazione, protesta e analisi degli eventi storici, politici, sociali di rilevante importanza del singolo in quanto parte della comunità. Quanto secondo Lei è importante condividere questa prospettiva d’esegesi e coltivare questo tipo di scrittura nei nostri giorni in cui siamo subissati di problematiche che derivano prevalentemente dalla precaria situazione economica? Lei si considera un esponente di questa branca della poesia?

DM: Spurio, mi perdoni, io non mi considero esponente di nessuna branca, non mi piace il gregge e non mi piace essere letto attraverso le lenti generiche di scuole o di tendenze. La poesia civile è una brutta gatta da pelare e spesso, quando è programmatica, diventa retorica, comizio, ideologia, pesante, noiosa e priva di quel quid imponderabile che dà le ali alla parola. Qualcuno c’è riuscito a fare poesia civile, per esempio Ugo Foscolo, ma si tratta di casi rari in cui immediatamente c’è un riscontro di carattere sociale e politico, ovviamente inteso in senso aristotelico. Io, comunque, ho un’idea diversa, ritengo che tutta la poesia, quella vera, anche quella più decisamente lirica, sia poesia civile e per il semplice fatto che nei grandi poeti l’estetica si tramuta miracolosamente in etica e quindi in programma di vita.

 

LS: La recente elezione del nuovo Pontefice ha generato grande entusiasmo all’interno della comunità religiosa e laica che vede nel nuovo Capo della Chiesa Cattolica un animo solare, umile e profondamente riformista. Qual è il suo pensiero sul nuovo Pontefice e quali pensa siano le questioni sulle quali la Chiesa oggigiorno non può più esimersi di affrontare per fuoriuscire dall’anacronismo che troppo a lungo l’ha contraddistinta?

DM: Non m’intendo di questioni squisitamente religiose o comunque attinenti alla storia della Chiesa cattolica.  Il regno dei cardinali (adopero di proposito la parola regno) è complesso, lontano dalle nostre conoscenze e quindi comprendere le ragioni per cui viene eletto uno a fare il papa anziché un altro esce dalla mia giurisdizione. Dovrei fare ipotesi giornalistiche (ne sono state fatte tante) e non mi sento di farle. Dico che la simpatia di Papa Francesco è autentica e strumentale insieme e che l’essere italo-argentino contribuisce a renderlo aperto. Sono stato a lungo in Argentina e ho conosciuto il calore di quel popolo. Comunque la Chiesa sa da sé in che direzione andare e lo fa sempre al momento opportuno. Non è casuale che imperi da duemila anni.

  

LS: Cosa ne pensa della pratica ormai molto diffusa dei premi letterari organizzati da case editrici medio-piccole spesso senza il valido supporto di centri di cultura, associazioni o enti patrocinatori locali, che si impegnano a dar visibilità agli autori vincitori mediante l’inserzione del testo in antologia e, talvolta, garantendo la pubblicazione di una silloge presso detta casa editrice? Si tratta di uno specchietto per le allodole o può essere effettivamente un modo per l’esordiente per “uscire dal guscio” e immetterlo in un serio cammino letterario?

DM: Lasciamo che ognuno faccia il gioco che più lo diverte o più lo ripaga. Credo che tutti i mezzi siano buoni per farsi conoscere e perciò ben vengano i premi letterari che permettono di conoscere gente, di fare amicizia, di scambiarsi libri e pareri. Molto andrà perduto, la zavorra affonderà, senza che nessuno si debba preoccupare se alcuni sopravanzano gli altri grazie al loro potere nella vita civile (ambasciatori, deputati, ministri, dirigenti di banche e di aziende, industriali e figli di industriali, eccetera). Se son rose fioriscono, perché ancora c’è qualche critico serio, qualche lettore autentico. Per uscire dal guscio qualsiasi mezzo è lecito, purché usciti dal guscio non ci si senta arrivati e corazzati, già eterni come una tomba di marmo cesellato. La sfida è con il divenire, con le mutazioni restando uomini integri, affidandosi alle parole della verità.

 

Roma, 8 maggio 2013

[1] Prefazione di Enrico Ghidetti a Dante Maffia, La strada sconnessa, Bagno a Ripoli (FI), 2011, p. 7.

[2] Dante Maffia, La strada sconnessa, Bagno a Ripoli (FI), 2011, p. 88.

[3] Aldo Palazzeschi in questa popolarissima lirica esordisce con «Son forse un poeta?» per concludere, dopo una variegata e curiosa analisi sul suo stato di artista, che non è altro un «saltimbanco dell’anima mia», ossia un giocoliere, un gioioso acrobata che fa arte per suo diletto, prima che di quello degli altri. Maffia, invece, descrive il poeta come colui che tanto si ingegna per costruire qualcosa finendo, però, per constatare la nullità del suo operato: «Fare paragoni e inventare metafore/ sembra essere l’esercizio da realizzare/ dai poeti, i nullafacenti», in Dante Maffia, La strada sconnessa, Bagno a Ripoli (FI), 2011, p. 87.

[4] Sylvia Plath, I capolavori di Sylvia Plath, Milano, Oscar Mondadori, 2004, pp. 161-163.

[5] Per maggiori informazioni sulla poetessa si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lei dedicato.

[6] Fausta Genziana Le Piane, Gli steccati della mente, Torino, ALI Penna d’autore, 2009, p. 18.

[7] Massimo Acciai è nato a Firenze nel 1975. E’ poeta, scrittore, paroliere e grande amante del genere fantascientifico. Nel 2003, assieme a Francesco Felici, ha fondato la rivista di letteratura e cultura varia Segreti di Pulcinella dove hanno scritto penne celebri quali Massimiliano Chiamenti, Maria Lenti e Mariella Bettarini. Per il genere poesia ha pubblicato Esagramma 41 (Faligi, 2013) oltre a un nutrito numero di poesie su riviste e in antologie. Per la narrativa ha pubblicato, invece, La sola absolvita/L’unico assolto (e-book italiano-esperanto, Faligi, 2009), Sempre ad est (Faligi, 2011), Un fiorentino a Sappada (Lettere Animate, 2012) e La nevicata e altri racconti (Montag, 2013). Per la saggistica ha pubblicato assieme a Lorenzo Spurio La metafora del giardino in letteratura (Faligi, 2011).

Collabora alle riviste L’area di Broca ed Euterpe, di quest’ultima è il coordinatore ufficiale.

[8] Massimo Acciai, Esagramma 41, Quart (AO), Faligi, 2013, p. 30.

Il controdolore di Aldo Palazzeschi

Bisogna abituarsi a ridere di tutto quello di cui abitualmente si piange, sviluppando la nostra profondità. L’uomo non può essere considerato seriamente che quando ride. La serietà in tal caso ci viene dalla ammirazione, dall’invidia, dalla vanità. Quello che si dice il dolore umano non è che il corpo caldo ed intenso della gioia ricoperto di una gelatina di fredde lagrime grigiastre. Scortecciate e troverete la felicità.

Si è già parlato del poeta futurista e crepuscolare Corrado Govoni in relazione alla sua poesia visiva della fase futurista intitolata “Il Palombaro”. Simile percorso letterario interessa un altro poeta, Aldo Palazzeschi (1885-1974), pseudonimo di Aldo Giurlani.
Palazzeschi esordì con lo studio e l’interesse rivolto al teatro che abbandonò per dedicarsi alla poesia. Il primo libro I cavalli bianchi(1905) avvicina Palazzeschi al crepuscolarismo.  Temi prediletti da Palazzeschi sono la morte, la malattia, la vecchiaia, in linea con la poetica crepuscolare.
Nelle raccolte di poesia successive è evidente la contaminazione del futurismo. È il caso deL’Incendiario dove si ritrova, tra l’altro, il famoso componimento “E lasciatemi divertire” dove il poeta s’immagina di scandalizzare il pubblico con il suo componimento astruso e irrazionale. Completamente futurista è il romanzo Il codice di Perelà (1913) e l’anno successivo, il Manifesto del Controdolore, pubblicato per la prima volta sulla rivista futurista fiorentina Lacerba.
Il Controdolore di Palazzeschi è un manifesto futurista del 29 dicembre 1913. Con l’idea delcontrodolore Palazzeschi vuole negare il dolore attraverso la farsa, gli sberleffi ed il riso. L’uomo, secondo Palazzeschi, non è fatto per soffrire: il dolore è transitorio perché la vita è gaudio. La gioia è eterna e il riso è più profondo del pianto. Ed è qui un’anticipazione delle scuole del grottesco e dell’arte dell’irrisione, se non dell’umorismo pirandelliano.  A detta di Palazzeschi, i melanconici debbono essere ricoverati; bisogna trasformare gli ospedali “in luoghi divertenti” e i funerali in cortei mascherati e grotteschi. Non ridere nel vedere uno che ride, ma nel vedere uno che piange (trarre elementi comici fecondi dalle catastrofi). Palazzeschi alza la posta in gioco dicendo, sarcasticamente, che bisogna saper ridere della malattia, della vecchiaia e della morte. Dicendo questo vuole chiaramente provocare la gente, così come facevano i futuristi durante le serate futuriste al teatro. Tutto ciò deve essere insegnato prontamente ai giovani, alle nuove generazioni perché affinché crescano bene è necessario che si abituino al riso, unica arma per manifestare il contro dolore.
Nel Manifesto del Controdolore, Palazzeschi conclude e presenta in maniera succinta i punti del suo programma:

CONCLUSIONI
Noi futuristi vogliamo guarire le razze latine, e specialmente la nostra, dal dolore cosciente, lue passatista aggravata dal romanticismo cronico, dall’affettività mostruosa e dal sentimentalismo pietoso che deprimono ogni italiano. Vogliamo perciò sistematicamente:
1. Distruggere il fantasma romantico ossessionante e doloroso delle cose dette gravi, estraendone e sviluppandone il ridicolo, col sussidio delle scienze, delle arti, della scuola.
2. Combattere il dolore fisico e morale con la loro stessa parodia. Insegnare ai bambini la massima varietà di sberleffi, di boccacce, di gemiti, lagni, strilli, per preservarli dagli abituali pianti.
3. Svalutare tutti i dolori possibili, penetrandoli, guardandoli da ogni lato, anatomizzandoli freddamente.
4. Invece di fermarsi nel buio del dolore, attraversarlo con slancio, per entrare nella luce della risata.
5. Crearsi fino da giovani il desiderio della vecchiaia, per non essere prima turbati dal fantasma di essa, poi da quello di una giovinezza che non potemmo godere. Sapersi creare la sensazione di tutti i possibili mali fisici e morali nell’ora di maggior salute e di serenità della nostra vita.
6. Sostituire l’uso dei profumi con quello dei puzzi. Fate invadere un salone da ballo da un odore fresco di rose e voi lo cullerete in un vano passeggero sorriso, fatelo invadere da quello più profondo della merda (profondità umana stupidamente misconosciuta) e voi lo farete agitare nell’ilarità, nella gioia. Voi prendete ai fiori le loro cime, i loro petali: siete dei superficiali; essi vi domandano quello che ci avete in fondo al vostro corpo di più intimo, di più maturo per la loro felicità: sono più profondi di voi.
7. Trarre dai contorcimenti e dai contrasti del dolore gli elementi della nuova risata.
8. Trasformare gli ospedali in ritrovi divertenti, mediante five o’ clock tea esilarantissimi, café-chantants, clowns. Imporre agli ammalati delle fogge comiche, truccarli come attori, per suscitare fra loro una continua gaiezza. I visitatori non potranno entrare nei palchetti delle corsie se non dopo esser passati per un apposito istituto di laidezza e di schifo, nel quale si orneranno di enormi nasi foruncolosi, di finte bende, ecc. ecc.
9. Trasformare i funerali in cortei mascherati, predisposti e guidati da un umorista che sappia sfruttare tutto il grottesco del dolore. Modernizzare e rendere comfortables i cimiteri mediante buvettes, bars, skating, montagne russe, bagni turchi, palestre. Organizzare scampagnate diurne e bals masqués notturni nei cimiteri.
10. Non ridere nel vedere uno che ride (plagio inutile), ma saper ridere nel veder uno che piange. Istituire società ricreative nelle stanze mortuarie, dettare epitaffi a base di bisticci, calembours e doppi sensi. Sviluppare perciò quell’istinto utile e sano che ci fa ridere di un uomo che cade per terra e lasciarlo rialzare da sé comunicandogli la nostra allegria.
11. Trarre tutto un nuovo comico fecondo da una mescolanza di terremoti, naufragi, incendi, ecc.
12. Trasformare i manicomi in scuole di perfezionamento per le nuove generazioni.

14-01-2011
Lorenzo Spurio