E. Marcuccio sull’antologia “Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà” edita da PoetiKanten Edizioni
Stile Euterpe vol. 1
Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà
Curato da Martino Ciano
PoetiKanten Edizioni, 2015
Recensione di Emanuele Marcuccio
Opera singolare nel panorama editoriale questa antologia poetico-narrativo-saggistica, ispirata e in omaggio all’opera letteraria e alla figura di Leonardo Sciascia (1923-1989); scrittore, drammaturgo, saggista e poeta, “sommo inquieto prosator/ dei nostri mali” (come lo definisco a p. 11); il “Cronista di scomode realtà”, come felicemente è definito nel sottotitolo dal curatore Martino Ciano.
Dopo una prefazione a firma del noto critico e poeta Nazario Pardini, l’opera si apre con una scelta di dodici liriche di altrettanti poeti che, dalla Sicilia al nord della nostra penisola si ispirano ai temi sciasciani, soprattutto a quello dell’omertà, tratteggiato nel suo racconto-inchiesta più celebre, Il giorno della civetta (1961); dove la civetta diviene metafora delle azioni criminose della mafia, compiute in pieno giorno perché complice l’omertoso silenzio degli “ominicchi” e dei “quaquaraquà”, riprendendo la curiosa disamina sull’umanità, tracciata da don Mariano Arena.
Tra le dodici poesie, segnalo quella della veneta Michela Zanarella, che in ventiquattro versi offre al lettore una sintesi dell’opera sciasciana, “dal giorno della civetta/ alla scomparsa di Majorana”, per terminare con le Favole della dittatura, “dove il cane abbaia alla luna/ e l’usignolo è muto per paura”
(p. 21).
Stupisce la rivisitazione sciasciana della toscana Luisa Bolleri, nel suo breve racconto “Terminal Recanati” (p. 62), ambientato in Sicilia e dove l’autista di un pullman è in combutta con uno scippatore, il quale uccide le due turiste che gli oppongono resistenza. Così, quando salgono i due carabinieri sul mezzo per le indagini di rito, sembra di rivivere quasi la stessa atmosfera omertosa che si respira nelle pagine incipitarie de Il giorno della civetta.
Da segnalare anche il breve racconto, “La memoria dei morti per il pane” (p. 57) del palermitano Francesco Paolo Catanzaro, dove in quel “rompendosi la testa” esplicitario, il lettore attento certamente ricorderà il “mi ci romperò la testa” del capitano Bellodi alla fine de Il giorno della civetta.
Il libro poi si chiude con tre saggi di approfondimento all’opera letteraria di Leonardo Sciascia, tra i quali, degno di nota è l’ultimo, del marchigiano Lorenzo Spurio che ci presenta la sua lettura critica delle cosiddette opere minori di Sciascia: La Sicilia, il suo cuore e Favole della dittatura, le due uniche sillogi poetiche e presentate da Spurio non come opere minori ma come prodromico banco di prova alle opere narrative successive.
Emanuele Marcuccio
Palermo, 21 marzo 2015
Ninnj Di Stefano Busà sul saggio di Sandro Angelucci sul poeta Rescigno
di Ninnj Di Stefano Busà
Intervenire criticamente su un saggio, a sua volta, -critico- è quel che si può dire il clou in letteratura.
Ma quando questo disquisire giunge da un esegeta accreditato come Sandro Angelucci, il fatto incuriosisce e si va a leggere con più pertinente attenzione l’autore segnalato. Non fosse altro che perché conosco da molti anni Rescigno, sarei stata per prima curiosa di apprendere una più profonda esegesi su questo autore: schivo, coerente al suo episodio letterario fin dall’esordio, interessato alle varie tappe della vita, profondamente naturale e fruibile in ogni suo testo poetico, che va a toccare avvenimenti, esperienze plurime dell’uomo, soprattutto, il suo dolore e il suo distacco dalla realtà, con la morte. Gli ultimi due libri si fermano su quella tematica o almeno la sfiorano con quell’ineluttabilità che è propria delle persone autentiche, nel voler valutare il passaggio nell’aldi là con somma chiarezza e senza dileggio. Vi è da sempre nel poeta Rescigno il sacro fuoco della poesia.
La parola del poeta è fede e religio di una verità ultima che pone in rilievo la vita con i suoi molteplici aspetti peculiari, con la sua meditazione e speranza, con suo pianto e le sue gioie.
Sempre, l’autore ha trattato il tema lirico con grande rispetto per i valori dell’uomo, e vista dal lato del sublime, la sua ispirazione rigorosamente attinge alla visione cosmica, ad un più dettagliato e lucido panorama del mondo, che è mistero e religioso stupore, amore e morte, amalgama potente e lungimirante di una contemplazione che si fa viaggio e passaggio dall’uno all’altro, da un aspetto all’altro, diventando memoria e ricordo come categorie ultime di un umanesimo che si ricompatta col mondo, con le sue varianti prodromiche e le sue esperienze temporali.
Una ricerca lunga quanto la vita, quella di Gianni Rescigno, che da grande affabulatore è riuscito a dare l’interpretazione del suo lirismo in maniera esaustiva, sia idealmente che concretamente: i suoi superbi paesaggi terragni, le sue vigne, i suoi ulivi, la natura selvaggia e imponderabile di un Sud fatto a immagine di poesia, tra luci e ombra, tra passaggi interiori e suggestioni, tra emozioni e scoperte, tra lusinghe e dolore; si snoda la vita, e il poeta Rescigno la percorre in un fremito che tutta la raccoglie.
Il suo impianto linguistico è moderno, contemporaneo, mai sperimentale, perché sa cogliere un panismo, un misticismo lirico che non sono di tutti. L’ermeneutica su cui si colloca l’esegesi di Sandro Angelucci è ricchissima di spunti che serviranno a incorniciare la figura di questo poeta entro l’ambito di una scrittura poliedrica e versatile, senza nulla togliere al viaggio reale della sua esistenza, al quale giustamente il Critico riserva tutta l’attenzione.
É scevro da funambolismi ariosi e descrittivi questo saggio, va dritto al punto cruciale che è la personalità del poeta Rescigno: le sue carrellate di versi, tutti potenti, tutti immersi in un’armosfera lirica da lunga e pesante permanenza in poesia.
Il critico ne ha saputo individuare linee e forme, categorie e passaggi cruciali, i flussi e i riflussi che ne hanno regolato le stagioni, i gusti, le sollecitazioni amorose, i dubbi, le speranze.
A indicarne la camaleontica tranche de vie non potrebbero essere che le stesse parole del poeta: “forse è l’anima nostra in continua prova/ per raggiungere l’infinito (da: Nessuno può restare) Genesi, 2013. Quest’ultima è una raccolta lucida e ben delineata, una sintesi oserei definirla di quel percorso che Rescigno compie a rembours, per abbracciare l’intero percorso e donarsi infine nelle braccia dell’Ultimo Morfeo, come un guerriero stanco.
L’esegesi di Angelucci è di quelle che non si fanno attendere, ne delimita gli assunti, ne ricrea le atmosfere, ne illumina i contorni con un’aderenza alla realtà tra le più straordinarie. E lì, infatti che si sentono l’abilità e la preparazione di un critico, quando questi ne avverte i segni, le interferenze, le angolazioni, i traguardi, le impalpabili sottigliezze, gl’indicibili rifrangenti dell’umano percorso che si fa carne e sangue della vita, ne assume i contorni, ne evidenzia i dati più eclatanti, per giungere all’ultimo stadio che è il più verosimile – come la nascita, infatti, anche la morte è un barlume di vita, anche se l’una dà, l’altra toglie, ma è l’inafferrabile, il mistero di ogni umanità ad attaccarsi al sogno, alla rappresentazione scrittoria di un progetto che si trasforma in poesia, come in arte. Un processo salvifico, un procedimento di gran lunga più misterioso e potente della stessa nascita. Angelucci sembra dire nel suo saggio: se un poeta dopo aver percorso il suo cammino, aver ostinatamente scavato per trovare la peculiarità del linguaggio, la chiave più opportuna offertagli dalla vita, ha saputo parlare con le sembianze di un uomo qualunque “umile” eppure elevato, dal perentorio bisogno del –dire- allora gli si può riconoscere l’immortalità dello spirito, la sua lunga permanenza nei territori dell’anima, che ne testimoni il grande privilegio della Poesia. Mi pare che un critico non potesse dare miglior giudizio di questo. Spero di averlo interpretato bene!
“Herzog” di Saul Bellow, recensione di Anna Maria Balzano
Herzog di Saul Bellow
Recensione di ANNA MARIA BALZANO
Ho riletto Herzog dopo molti anni, spinta dal desiderio di capire perché ricordassi ben poco di questo romanzo, opera di un grande scrittore americano, Saul Bellow, Premio Nobel per la Letteratura. I primi capitoli mi hanno indotto a credere di aver rimosso sia la trama che il significato del libro, a causa della lentezza narrativa e di quella che mi era sembrato un eccessivo sfoggio di erudizione, con le frequenti citazioni di artisti famosi, letterati, filosofi, storici. Procedendo nella lettura, ho dovuto ammettere, con un doveroso atto di umiltà, di non aver affatto colto, anni addietro, diciamo pure capito, il vero significato di quest’opera, grandiosa, non solo nella sua qualità espressiva e nell’impianto narrativo, ma soprattutto per il messaggio drammatico, ma non distruttivo che ci consegna. Un atto di umiltà, dunque, doveroso per chi persegue la più impeccabile onestà intellettuale.
Definirei Herzog un romanzo d’analisi, un antiromanzo, se vogliamo attenerci al vero significato del termine romanzo, facendo riferimento alla sua etimologia e al rapporto con il romance. Chi si aspetta un romanzo che descriva una storia ricca di avvenimenti e di azione rimarrà deluso. Qui siamo di fronte a un’analisi approfondita del pensiero, dei sentimenti, delle schizofrenie e delle idiosincrasie di un personaggio/intellettuale, che non trova più alcuna collocazione in un mondo eccessivamente meccanicistico e materialista: quello che in qualche modo ha rappresentato Woody Allen nei suoi migliori film.
La prima questione che ci si pone é se considerare Herzog eroe o vittima del dramma che sta vivendo. Il fallimento della sua vita sentimentale, due divorzi, numerose relazioni occasionali, fanno di lui il modello dello psicotico depresso; saranno i suoi insuccessi, il suo annientamento come uomo/amante la molla che lo indurrà ad iniziare il suo viaggio spirituale che dovrà condurlo alla sua Terra Promessa. E certamente la scelta del nome Moses non è casuale. Né il personaggio Moses disdegna di essere considerato addirittura pazzo: d’altronde nella tradizione letteraria anglosassone spesso la follia viene considerata il mezzo attraverso il quale si può giungere alla conoscenza del vero. Non si dimentichi il Lear di Shakespeare, uno per tutti.
Sarà proprio nella casa di Ludeyville, che aveva acquistato per Madeleine, per farne il loro nido d’amore e che si era in breve trasformata in un inferno, dove ritornerà alla fine delle sue peregrinazioni più spirituali e intellettuali che fisiche: quello stesso luogo che lo aveva visto infelice, quando era ben curato, ora, invaso dalle erbacce e nido di insetti e animali selvatici, nonché luogo di ritrovo di coppie occasionali introdottesi per consumare approcci sbrigativi, diventa l’ambiente ideale in cui può ritrovare la sua serenità a contatto della natura più spontanea e incolta, realizzando il sogno del beau sauvage che alberga in ogni artista/intellettuale. Qui dopo aver ricostruito come una sorta di puzzle la sua vita, dall’infanzia, senza tralasciare, anzi insistendo sulle sue origini ebraiche, abbandonato dagli affetti più cari, senza amore e senza amicizia, ricomincerà a vivere con l’aiuto di Ramona, l’unica donna che forse avrebbe potuto accettarlo per quello che era. Diversa Ramona da Madeleine, che nella sua superficialità, era stata attratta dal suo spessore di uomo di cultura, solo per soddisfare un’esigenza snobistica.
Vivendo e sopravvivendo alla sua profonda sofferenza, Moses Herzog affida questa difficile operazione di riscatto alle numerose lettere che scrive a personaggi illustri, viventi o deceduti, senza mai spedirle, in cui analizza sentimenti, teorie, avvenimenti storici. Sarà lui stesso a confessare di andare alla ricerca della realtà attraverso il linguaggio.
In conclusione non si può certo affermare che questo grande romanzo di Bellow sia di facile o amena lettura, ma certamente è un’opera illuminante sulla sfera intellettuale e sentimentale dell’individuo, che troppo spesso giace sopita nel caos involgarito della vita moderna.
QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.
- Titolo: Herzog
- Autore: Saul Bellow
- Traduttore: Ciotti Miller L.
- Editore: Mondadori
- Collana: Oscar classici moderni
- Data di Pubblicazione: Dicembre 1990
- ISBN: 8804341149
- ISBN-13: 9788804341147
- Pagine: 406
- Reparto: Narrativa > Narrativa contemporanea
“Le undici regole per scrivere una buona recensione” di Lorenzo Spurio
Che cos’è una recensione?
Il termine ‘recensione’ deriva dal latino recensionem (da recenseo) che significava “esamino”, “passo in rassegna”, composto da re (“Addietro”, “di nuovo”) e censeo (“stimo”, “Apprezzo”). Si tratta, dunque di un esame e raffronto di più scritture riguardo alla lezione o interpretazione. E’ una notizia di scrittura con giudizio più o meno aperto. (Definizione tratta dal Dizionario Etimologico Online)
La recensione è un commento che una persona –qualsiasi sia la sua professione- fa su di un libro o un film. Essa può essere verbale o scritta e a seconda del livello culturale/professionale/accademico del recensionista essa assumerà maggior valore. E’ noto, infatti, che le recensioni giornalistiche –almeno nel panorama inglese- sono da considerare come una critica letteraria di second’ordine, dopo la critica più prestigiosa di docenti, cattedratici e studiosi di letteratura.
Nella altre lingue si traduce la parola “recensione” con review (inglese), reseña (spagnolo), recension (francese).
Le undici “regole” da me elaborate per una buona recensione
- Non conoscere personalmente l’autore del quale si sta leggendo.
- Non svelare troppo della storia.
- Non elogiare troppo l’autore per un testo che è semplicemente mediocre. Esprimere un commento entusiasta solo quando realmente l’opera produce nel recensionista un certo gradimento.
- Non massacrare l’autore per un testo che è semplicemente mediocre. Esprimere criticità, errori, sviste o condannare messaggi provocatori-denigratori-estremistici.
- Argomentare il perché del giudizio che si sta dando.
- Fare collegamenti ad altri autori, libri, culture e letterature.
- Delineare –per quanto è possibile- il tipo di genere e lo stile utilizzato.
- Dare una propria analisi di alcuni punti cruciali.
- Non scrivere niente nel quale non si creda solo per compiacere l’autore.
- Informarsi del parere dell’autore sulla recensione. Chi ne criticherà la validità del contenuto sarà solamente un narcisista viziato che ha poco di scrittore.
- Pubblicare e diffondere la recensione.

