Esce il volume critico-poetico su F.G. Lorca “Il canto vuole essere luce” a cura di Lorenzo Spurio

Nelle ultime settimane e dopo più di due anni di ricerca, lavoro, approfondimento, studio e coordinazione, è stato pubblicato – per i tipi di Bertoni Editore di Perugia – il volume collettaneo dal titolo Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico García Lorca” a mia cura.

Il volume si compone di tre parti: una prima parte con interventi critici sull’opera letteraria (poetica e drammaturgica) di Federico García Lorca scritti da me, Lucia Bonanni, Cinzia Baldazzi e Francesco Martillotto.

Nella seconda parte stono presenti vari testi poetici di autori classici – coetanei e amici di Federico García Lorca – che gli dedicarono poesie e composizioni commemorative. Vengono riportati testi in lingua originale (e tradotti in italiano) di Rafael Alberti, Manuel Altolaguirre, Luis Cernuda, Miguel de Unamuno, Miguel Hernández, Antonio Machado e Pablo Neruda.

Nella terza e ultima sezione, invece, sono presenti una serie di poesie scritte da autori contemporanei ispirate/dedicate a Federico García Lorca (vi sono testi di Lucia Bonanni, Luisa Ferretti, Emanuele Marcuccio, Michela Zanarella, Daniela Raimondi, Giorgio Voltattorni e del sottoscritto). Non meno influente, per chi è appassionato dell’universo lorchiano, è una nutrita bibliografia sulla sua vita e opera, utilizzata nel corso della stesura del presente volume e alla quale si rimanda per eventuali e ulteriori approfondimenti.

Un ringraziamento particolare per alcune delle traduzioni presenti nel volume a cura di Lucia Cupertino e Hebe Munoz e all’artista campano Franco Carrarelli “L’Irpino” che già, con alcuni suoi schizzi a china, aveva impreziosito con sue illustrazioni grafiche sul mondo lorchiano la mia plaquette “Tra gli aranci e la menta. Recitativo per l’assenza di Federico García Lorca (PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016) e che anche questa volta non ha fatto mancare la sua importante collaborazione (il disegno che compare in copertina, assieme a vari altri all’interno del volume è suo). Grazie anche al poeta e critico letterario Antonio Spagnuolo che ha curato la prefazione e, chiaramente, a Jean Luc Bertoni, l’editore, per aver concretizzato il tutto.

Ringrazio tutti gli autori delle varie componenti, che felicemente hanno preso parte al progetto, collaborando attivamente nel corso di questi due anni, dandoci appuntamento – presto – per una presentazione del volume… virtuale e – speriamo altrettanto presto – in presenza.

Per chi fosse interessato può trovare le informazioni nel sito dell’Editore a questo link

“L’impronta lorchiana nella poetica di Emanuele Marcuccio”, saggio di Lorenzo Spurio

L’impronta lorchiana nella poetica di Emanuele Marcuccio

saggio a cura di Lorenzo Spurio

Assassinio. Terzo omaggio a García Lorca

Poesia di Emanuele Marcuccio 

(da Per una strada, SBC, Racenna, 2009, p. 75)

Putrida vena,

d’un orizzonte disseccato.

I nardi esplorano

il loro chiacchiericcio inconsueto,

e nuvole di fango inondano

coi loro piombi infuocati.

Un’alba azzurra

si stende solitaria

su ambiguo crocevia,

e un riverbero di verde luna

si accende, su occhi di fumo.

Lapide commemorativa

Omaggio a García Lorca 

Poesia di Emanuele Marcuccio

(Da Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 74)

Felce d’azzurro,

scrosci di tempesta vespertina,

autunno vaporoso e nodoso,

rammarico dell’ormai svanito,

vita rossa di sangue coagulato,

erpici identici e convessi

in un plotone di fucileria,

schizzi incandescenti trasvolano

per la dura terra,

per un cielo di speranze placate,

di ardente divampamento di luce

a foggia di croce,

verso un punto centrale.

 

Commento storico-letterario di Lorenzo Spurio  

Nel periodo immediatamente successivo alla diffusione della notizia della fucilazione del poeta granadino Federico García Lorca, avvenuta nell’agosto del 1936 nella campagna sterrata tra Víznar ed Alfacar, un gran numero di intellettuali, soprattutto di nazionalità spagnola e che avevano avuto l’opportunità di averlo conosciuto di persona e non solo tramite i suoi scritti, come oggi è dato a noi posteri, scrissero e dedicarono liriche, più o meno intimiste, talora aggressive e sfiduciate verso l’abominio della guerra civile, tal altra incentrate sugli sprazzi di amicizia rievocati nella tragica occasione. Tra di loro Antonio Machado, celebre per le raccolte poetiche Campos de Castilla e Soledades nelle quali è possibile rintracciare una pagina vivida di alcune tra le più importanti tendenze di inizio secolo scorso: il novecentismo e il modernismo. Antonio Machado, che apparteneva a una generazione precedente a quella di Lorca, e ad un ambiente regionale profondamente diverso dall’Andalusia torrida e fiera dei romances di Lorca, ossia quello della Castiglia autentica, di quello scenario castizo nel quale la tradizione ci dice che fu culla della lingua e della cultura castigliana prima e spagnola poi, dedicò al granadino scomparso la celebre poesia “El crimen fue en Granada” volendo intendere con Granada non tanto la città dove pure Lorca con la sua famiglia visse per vari anni ma, come si dice in spagnolo, el entorno, ossia la zona di provincia ad essa prossima dove, appunto, secondo le documentazioni più attestate, avrebbe trovato la morte. Il condizionale è d’obbligo perché dalla data della sua fucilazione, modalità dell’esecuzione sulla quale gran parte degli storici sono concordi quasi da descrivere una posizione unanime, sino ad oggi si è prodotta una grande quantità di testi improntati a una resa biografica delle vicende di Lorca e vere e proprie cronache documentarie fatte di investigazioni, repertazione di materiali e tanto altro per cercare di poter scrivere in maniera più verosimigliante alla realtà quanto di drammatico accadde.

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Il punto dove probabilmente venne sepolto il poeta assieme ad altre persone giustiziate sommariamente nella campagna andalusa. http://politica.elpais.com/politica/2011/08/10/actualidad/1313000420_372889.html

La stampa spagnola ha llevado a cabo, ossia ha portato avanti, nel corso degli anni e in maniera sempre più attenta e scrupolosa in tempi a noi più vicini, un particolare interesse documentario verso gli ultimi istanti della vita dell’uomo, del luogo del suo assassinio (ancora dibattuto e non localizzato con certezza) e soprattutto del seppellimento. Persistono, infatti, considerazioni diverse in merito al luogo di sepoltura che negli ultimi anni alcuni gruppi ideologici che conservano la memoria del poeta sono giunti alla richiesta di scavo di alcune delle zone identificate con i materiali documentari per provvedere all’esumazione del corpo ed, eventualmente, ad esami di Dna. Ma tale direzione delle ricerche storiche, che debbono essere necessariamente condotte per poter far chiarezza e cancellare la possibilità della formulazione di piste revisioniste che ne infangherebbero la memoria, è stata ben presto sbarrata dalla famiglia García Lorca quando decise di non dare il consenso all’esumazione dei possibili resti del congiunto per motivazioni di carattere personale.

Alcuni studiosi hanno anche avanzato la possibilità che Federico García Lorca in effetti non si troverebbe sepolto in qualche recondito spazio della campagna andalusa dato che uno dei suoi ultimi amanti, l’uruguayo Enrique Amorim, grazie alle sue fornitissime possibilità economiche avrebbe provveduto alla traslazione (o al vero e proprio furto?) della salma fatta arrivare sino a Salto (Uruguay) dove oggi sarebbero conservate le sue ossa in una cassa murata all’interno del monumento in onore a Lorca. Posizione questa che ha avuto poca eco e che non è mai stata accreditata sebbene lo scrittore peruviano Santiago Roncagliolo abbia deciso di dedicare un intero volume, con documenti alla mano, a sostegno di questa tesi.[1] Senza ombra di dubbio restano documentati l’affetto e l’amore di Lorca per Amorim al quale dedicò pure dei bozzetti e con ampia probabilità una serie di poesie che hanno finito, poi, per costituire la raccolta di Poemas del amor oscuro, ma reputo azzardata (pur non avendo letto il volume di Roncagliolo) la sua posizione soprattutto alla luce di una impraticabilità dell’esumazione dei resti avvenuta in sordina dalla famiglia, dagli enti locali e dalla Spagna tutta.

imagesMa per ritornare ad Antonio Machado nella lirica citata ci troviamo dinanzi a una elegia che utilizza un tono indignato con parole dure, tese a fotografare l’attimo di dolore catturato nella viltà della fucilazione: “Mataron a Federico/ cuando la luz asomaba./ El pelotón de verdugos/ no osó mirarle a la cara […]/ Muerto cayó Federico/ -sangre en la frente y plomo en las entrañas”.[2] Il pianto che parte da Granada, dal luogo del tragico misfatto, si fa nazionale, internazionale e cosmico abbracciando quanti hanno indefessamente difeso l’ideologia repubblicana (democratica) contro il franchismo (il totalitarismo). Il dolore è pungente, totalizzante e disarmante, privo di retorica e le descrizioni lapidarie di Machado sono altamente visive, tanto che riusciamo a veder scorrere sotto ai nostri occhi le immagini dell’abominio. La seconda strofa del carme luttuoso che si intitola “El poeta y la muerte” è come un lento passaggio su uno stradello che ci incammina al camposanto. Il poeta ora non è più in compagnia del nemico, del torturatore, dell’annientatore delle libertà ma al contempo non è neppure solo: Machado trasmette qui un ultimo accorato tentativo dialogico di García Lorca; quasi non accettando la sua dipartita fa ancora parlare l’amico Federico in uno squarcio di conversazione profondamente lirica in cui il poeta appena deceduto si intrattiene con la Morte. Il crimine, come recita il titolo della poesia, accadde a Granada ma esso fu pianto in ogni angolo del mondo.

Pablo Neruda, con il quale García Lorca strinse una conoscenza piuttosto importante per entrambi durante gli anni di frequentazione della Residencia de Estudiantes a Madrid in una lirica a lui dedicata (prima della sua morte) lo definiva in maniera alquanto poetica con l’espressione sintetica di un naranjo enlutado[3] ravvisando nel granadino sia la componente più primitiva, naturalistica e popolare caratterizzante la sua appartenenza all’Andalusia, terra di zagare e profumi speziati, sia una infelicità o una turbolenza di fondo nell’animo del poeta (forse dovuta dalla critica situazione politica venutasi a creare in Spagna con l’avvento della guerra civile e il fatto che venisse stigmatizzato dalla cultura ufficiale o ancora la sua condizione di omosessuale di certo non apprezzata né consentita dalla società ultra-moralizzatrice del periodo).

Queste sono solamente due delle testimonianze alla memoria di García Lorca che debbono necessariamente essere tenute da conto quando ci si avvicina alla sua poliedrica personalità come avviene in questo caso in cui l’amico e poeta palermitano Emanuele Marcuccio pone alla mia attenzione due liriche ispirate e dedicate al poeta granadino. Sono poesie già di mia conoscenza sia per averle apprezzate in lettura, sia per averle commentate in almeno una presentazione dei libri dell’autore ed anche per essermi occupato delle relative traduzioni in spagnolo.

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Per uno come Emanuele Marcuccio che si è formato sui classici ed ha amato instancabilmente la poesia tradizionalista, si veda Leopardi, anima d’influenza notevole nella sua prima produzione e poi Pascoli e Carducci, aver posto l’attenzione nei riguardi di Federico García Lorca è cosa già di per sé notevole: sia per aver allargato lo sguardo verso una letteratura straniera, sebbene sia praticamente “sorella” di quella italiana, sia nello specifico per essersi interessato alla figura di un intellettuale come quello di García Lorca che ha al suo interno un universo di mondi tutt’altro che tradizionalisti e canonici. Di García Lorca in questi suoi due componimenti a Marcuccio non interessa tanto la sua produzione poetica (che dimostra, comunque, di conoscere per la scelta azzeccata e consona di alcune terminologie e simboli) né quella teatrale (García Lorca fu uno dei maggiori drammaturghi del secolo scorso, influenzato nel suo teatro da varie ispirazioni: dal surrealismo al comico-burlesco, sino alla serie dei drammi rurali, nonostante in Italia il suo nome venga richiamato spesso unicamente in relazione alla sua attività poetica), ma un evento determinante della stessa componente biografica dell’uomo: la sua morte.

García Lorca morì nel 1936, nell’anno che detta l’inizio di una dolorosissima guerra civile dove i repubblicani si scontrarono contro la frangia nazionalista dei militari appoggiati anche dai monarchici, dai carlisti e dalla Chiesa. Le tante battaglie che infuocarono il paese non furono solo dettate da una strenua difesa delle rispettive ideologie ma riguardarono per l’appunto anche la dimensione religiosa tanto che esponenti del bando repubblicano (socialisti, comunisti, anarchici, laici) provvidero anche a una serie di attacchi, saccheggi e distruzioni di luoghi religiosi con un gran numero di preti massacrati e giustiziati in processi sommari. Chi conosce l’universo poetico di García Lorca sa che esiste nella sua visione del mondo una dimensione religiosa, un Dio, spesso insito nell’ambiente che lo circonda sebbene eviti di appellarsi a lui, di invocarlo o di pregarlo in una maniera che ci consentirebbe di definirlo una persona animata da un sentimento cattolico. Sappiamo anche che dal punto di vista ideologico e per il suo serio impegno nel sociale che lo portava sempre a schierarsi in prima linea per la difesa e la tutela dell’emarginato, il poeta si collocava all’interno della dimensione anti-militare, anti-nazionale. I nazionalisti, strenui difensori di un concetto di moralità intoccato e devoti al potere dell’onore, si scaglieranno duramente contro García Lorca ritenuto un rojo pericoloso perché persona con un grande seguito e portavoce di ideali repubblicani, democratici. Ed è così che poco dopo le attività del teatro itinerante “La Barraca” ideato assieme ad Eduardo Ugarte sono stroncate e messe a tacere del tutto perché Lorca viene a rappresentare per i nazionalisti una spia comunista, un acerrimo nemico, profondamente temuto proprio per le grandi masse che lo apprezzano e lo seguono. Qualcosa di simile avverrà con la messa in scena dell’opera teatrale Yerma nella quale Lorca mette in scena la storia di una donna che, a causa della sua infertilità e della inaffettività e trascuratezza del marito, finirà per perdere la testa e rendersi colpevole di uxoricidio. Nell’opera, al di là del tragico epilogo, la finalità era quella di diffondere e inscenare un universo domestico in cui la donna (che nella visione dei nazionalisti deve essere assoggettata all’uomo, l’unico padrone, perché ad egli è inferiore) non solo non accetta i divieti coniugali che le impongono di essere relegata in casa e di non intrattenere conversazioni con nessuno, ma addirittura si arma della propria forza fino ad allora repressa ed affronta, con violenza, il marito, fino a vincerlo e ucciderlo. Sono contenuti, questi, estremamente pericolosi che mettono in scena un ribaltamento sconveniente per i nazionalisti nel modo di intendere la famiglia spagnola: non più il patriarca o padre-padrone che comanda e la donna che esegue, ma la donna che, stanca e sfiduciata, razionalmente portatrice di una visione ugualitaria, cerca ed ottiene l’equiparazione dei sessi, smitizzando i pilastri della società retrograda.

Perché García Lorca viene assassinato? È presto detto: perché è una persona temuta e fastidiosa per il neonato regime totalitario, perché è portavoce di ideali repubblicani nutriti dalla difesa della democrazia e dal rispetto delle libertà, perché è un intellettuale di spicco con una grande presa sulla società, perché con la sua letteratura (il teatro itinerante “La Barraca” e la trilogia drammatica) è portavoce di una società provinciale retrograda e dispotica in cui la donna è considerata inferiore, perché sfida lo stringente concetto di onore di impronta settecentesca, lo minaccia, lo de-costruisce e ne mette in luce le idiosincrasie nel suo periodo; perché è omosessuale e in quanto tale portatore di una stravaganza di fondo che non collima con la rettitudine e l’austerità del pensiero anti-liberale dei nazionalisti difensori dell’idea del “sesso forte”. Ma non è solo questo, infatti in tempi a noi più recenti alcuni studiosi hanno voluto leggere nell’omicidio di Lorca non il motivo ideologico-politico ben noto a tutti, quanto, invece, un terribile episodio di vendetta, un regolamento di conti tra esponenti di famiglie storicamente avversarie nella Vega[4] granadina. In particolare è Miguel Caballero Pérez il difensore di questa tesi che viene esposta in maniera documentata nel suo recente libro nel quale non manca di portare episodi concreti di animosità e vere e proprie lotte familiari per il controllo e il prestigio nella zona.[5] Questo per dovere di cronaca per quanti vorranno effettuare maggiori letture ed analisi in tale direzione ben tenendo in considerazione, comunque, che a tutt’oggi la pista più creduta e credibile, data per ufficiale, sia quella che vide Lorca assassinato per ragioni ideologiche (la sua adozione alla Repubblica) e per oscenità/discredito della morale (la sua omosessualità).

Per tornare ai componimenti di Emanuele Marcuccio è necessario osservare come il linguaggio tendenzialmente rilassato del poeta si faccia in queste liriche fortemente spietato, condensato nelle immagini e pregno di desolazione. In “Assassinio: Terzo omaggio a García Lorca”[6] (poesia scritta il 18 dicembre 1997) Marcuccio esordisce con un verso forte dal quale traspare vivida una suggestione olfattiva nauseante collegata da subito al tema della corporeità e del sangue (una delle immagini-simbolo nella produzione di García Lorca): “putrida vena”. Il Nostro però sembra volersi interessare qui, più che al fermo immagine di una scena di guerra in cui la morte è fagocitata dal processo di decomposizione del corpo che produce un olezzo “putrid[o]” alla definizione del paesaggio, cioè al tratteggiamento del locus che ospita la nefanda azione umana. È quello di uno scenario abbandonato, stepposo, arido e apparentemente privo di presenze umane; quell’ “orizzonte disseccato” è uno spazio-trappola nel quale il Sole, unico indiscusso sovrano e il silenzio dei campi sembrano eludere ogni altra presenza che, invece, si farà viva e in maniera alquanto sadica nel corso della lirica. L’occhio del Marcuccio si posa con meticolosità negli “angoli” di quella campagna che apparentemente è una campagna comune e che non ha nulla di particolarmente rilevante se non fosse che i nardi (fiori che pullulano di vita nelle poesie lorchiane[7]) vengono colti nel loro “chiacchiericcio inconsueto”. Sono i primi testimoni del massacro, la natura è pavidamente spettatrice dell’abominio che di lì a poco si consumerà dinanzi ai propri occhi, impotente e addolorata essa stessa. Le “nuvole di fango”, se si eccettua il verso d’apertura, è la prima immagine perturbante che interviene nella lirica a descrivere un cielo coperto e minaccioso, ben diverso da quel sole accecante che il lettore ha potuto cogliere, non nominato, nei precedenti versi che descrivevano un “orizzonte disseccato”. Inizia in questo modo la parabola degradante della poesia: Marcuccio costruisce in primis con soverchia attenzione il setting dell’azione passando poi a connotarne con particolarità alcuni degli elementi che lo compongono sino a che il cielo sembra abbuiarsi di colpo e farsi di “fango”, indistinto, melmoso, viscido e pesante; il grigiore vacuo del cielo lascia ben presto il posto a quello ben più doloroso delle munizioni d’artiglieria colte nel momento del fuoco. Il silenzio della campagna prima armonizzato dalla presenza di un lieve “chiacchiericcio” dei nardi, ora è rotto per sempre in maniera irreparabile. I “piombi infuocati” sono stati azionati e hanno colpito i bersagli.[8] È il momento della morte fisica del poeta, della sua caduta scomposta a terra, faccia sull’erba secca, della fine delle speranze e al contempo un ammutinamento della natura che, indifesa ed oltraggiata, non è capace di osservare il sangue che cola a terra.

La poesia è sapientemente costruita tenendo in considerazione un’ampia realizzazione temporale che si delinea in un prima della fucilazione e in un dopo. Il post-mortem lorchiano è investito da una “alba azzurra” che ha perso, però, la coralità autentica della natura e il conforto del cantore del popolo ed infatti essa appare “solitaria” quasi da stonare con quella scena di morte che si è consumata nelle ore precedenti sotto di essa. Tutto a questo punto resta galleggiante nell’indefinitezza, nell’impossibilità di caratterizzazione, ora che è morto il poeta che più di ogni altro aveva cantato la Terra: l’alba è “solitaria” e anche il crocevia nei pressi dei luoghi della tragedia è “ambiguo”. Sia  perché, come detto sopra, il luogo dell’esecuzione di Lorca non venne mai identificato con indubbia certezza e permangono ancor oggi posizioni discordanti in merito, sia perché è inutile dinanzi alla Morte che esacerba dolori e sconfigge il tempo utilizzare un metro toponomastico: non ha senso identificare quale sia il crocevia della Morte perché in ogni spazio ora si rammenta il lutto e ci si strugge.

Marcuccio mostra di aver letto con profondità le liriche del Nostro e di conoscerle con doviziosità, soprattutto nel momento in cui mostra interesse verso la componente cromatica degli elementi, aspetto che costituisce uno dei nerbi costitutivi della liricità lorchiana. Ed ecco che dopo il giallo accecante dei campi “disseccat[i]”, il grigio scuro delle nuvole, l’argento pesante del piombo fuso, il rosso dell’incandescenza dei colpi d’arma da fuoco e del sangue, sopraggiunge prima l’azzurro a rischiarare l’ambiente come una sorta di purificazione ed ancora, la luna nel suo “riverbero di verde”. La luna quale simbolo nella “mitologia” lorchiana è sempre sintomo o sinonimo di morte così come lo è il verde: si pensi ad Adela in La casa de Bernarda Alba che, contro il parere della madre che la obbliga a vestire il lutto per la morte del padre, decide di indossare l’abito verde e deroga a una serie di atteggiamenti che le sono stati imposti tanto da divenire una delle “ribelli” lorchiane più note. Chi conosce il dramma sa anche che a dispetto di tanto vitalismo ed energia (altro significato del verde visto nel cambiamento e nella fertilità) al termine la ragazza troverà la morte in una delle scene più commoventi dell’intero teatro del Nostro.

Ed è così che in chiusura, dopo aver tratteggiato l’ambiente naturalistico che accoglie la morte e avendoci fornito l’immagine sonora della fucilazione, che Marcuccio ritorna a serrare le fila sul corpo martoriato del poeta. I suoi “occhi di fumo”, ormai vacui ed eternamente incantati, privi di lucidità e di movimento sembrano rilucere sotto quella luna argentea e rimandare l’errore sperimentato negli ultimi istanti di vita. La luna è così testimone di una morte dolorosa che ogni notte, con il suo lento incedere nel cielo, sembra riproporsi con la sua inaudita ferocia. Quegli occhi svuotati, ormai fatti cenere rappresentano lo sguardo mitico di un uomo che ha combattuto con la parola in difesa del diverso e che ha ricevuto l’oscuramento dell’esperienza visiva quale condanna estrema, proprio lui che era affranto di luce e signore indiscusso nell’utilizzo della tavolozza dei colori.

images (1)Nell’altra poesia lorchiana di Marcuccio (“Omaggio a García Lorca”, scritta l’1 maggio 1997)[9] ritroviamo il livore del colore azzurro, ora legato all’immagine muschiosa della felce a descrivere uno scenario naturalistico più paludoso ed umido, differente rispetto al precedente in cui l’azione bruciante del sole aveva prodotto campi “disseccat[i]”. Pur condividendo una sintassi aspra e tagliente in linea con la durezza degli elementi evocati, questa poesia si discosta dall’altra per avere maggiormente i connotati di una vera e propria elegia. La lirica infatti non fotografa il momento della fucilazione, del trapasso dell’uomo, ed ha piuttosto la fisionomia di una commemorazione nei tempi successivi all’assassinio: si parla di “autunno vaporoso e nodoso” benché Lorca venne ucciso nell’estate del 1936 ed è da intendere, allora, il ricordo doloroso che Marcuccio ne fa attraverso il tempo, ripensando all’atto nefando che provocò la morte del poeta. Non a caso è richiamato il “rammarico dell’ormai svanito”: a questo punto la storia è stata scritta e non c’è niente da fare se non tributarne il ricordo (diversamente dall’altra lirica che, invece, verseggia l’accadimento nefasto quasi in presa diretta). Il sangue non è liquido e neppure caldo, non sgorga dal corpo, i zampilli non imbevono la terra (come avveniva nell’elegia che Lorca dedicò all’amico e torero Llanto por Ignacio Sánchez Mejias) poiché il sangue si è rappreso, il sole lo ha seccato e il trascorrere del tempo lo ha “coagulato” privandolo della sua materialità fluida da divenire roccia di una vita ormai tramontata. E conseguentemente segue il ricordo visivo del momento dell’esecuzione con gli “schizzi incandescenti” di vita del poeta che, trivellato da colpi alle spalle, finiva per esalare gli ultimi respiri. La terra si è fatta “dura” perché le stagioni l’hanno appiattita, impoverita, sfruttata ma anche perché è l’uomo che l’ha esacerbata e oltraggiata con l’azione ignominiosa e perché è lui ad essere duro (cinico ed insensibile). La vita, vista nel regolare scorrere dei fluidi, ha subito un arresto che l’ha condotta a un processo di deumidificazione e vera e propria corificazione. Solo il cielo, allora, proprio come avveniva nella lirica precedente, sembra mantenere il suo stato di materia, vacuo e aeriforme, uno spazio incontaminato che, però, fa da cappa stagnante a quanto sulla terra accade. L’accecante luce di un “ardente divampamento” sembra quasi il riflesso di un rogo disumano che ha la sembianza indistinta di una forma ectoplasmatica dotata di luce propria, impossibile da concepire che marca il luogo della disfatta e della viltà umana.

Le immagini costruite dal Marcuccio, la “putrida vena”, le “nuvole di fango”, gli “schizzi incandescenti”, l’ “ardente divampamento”, apparentemente stridenti perché costruite spesso su sistemi di sineddoche e sinestesie trasmettono con vividezza la scena di dolore e sono altresì capaci di fare risaltare dimensioni sensoriali quali l’udito nel boato del fucile, la caduta, goffa, del corpo a terra e di far echeggiare quel silenzio massiccio e pungente che come un manto torna a coprire la scena dopo l’oltraggio al mondo della natura. La meticolosa resa visiva delle immagini tanto da poter parlare di un concretismo materico iperrealista, contribuisce nettamente alla trasposizione di un sentimento profondamente indignato ed offeso verso lo scempio perpetuato. I tragici quadri paesaggistici ed emozionali si fanno così proclami di una ingiustizia dolorosa dovuta alla messa al bando delle libertà fondamentali e al contempo costruiscono visivamente un manifesto convinto alla lotta non violenta e alla salvifica confessione nella Parola.

LORENZO SPURIO

Jesi, 10 Agosto 2015

[1] Santiago Roncagliolo, El amante uruguayo. Una historia real, Alcala Grupo Editorial, 2012.

[2]Ammazzarono a Federico/ quando la luce spuntava. Il plotone dei boia/ non osò guardarlo in faccia […]/ Cadde morto Federico/ -sangue alla fronte e piombo negli intestini”.

[3] Un arancio in lutto.

[4] Pianura.

[5] Miguel Caballero Pérez, Las trece últimas horas en la vida de Garcia Lorca: el informe que da respuesta a todas las incognitas sobre la muerte del poeta: ¿Quién ordenó su detención?, ¿Por qué le ejecutaron?, ¿Dónde está su cuerpo?, La Esfera de los libros, 2011.

[6] Emanuele Marcuccio, Per una strada, Ravenna, SBC Edizioni, 2009, p. 75.

[7] Si legga ad esempio l’incipit del “Romance de la luna, luna”: “La luna vino a la fragua/ con su polisón de nardos” (“La luna arrivò alla fucina/ col suo paniere di nardi”).

[8] Anche se ci interessiamo alla sorte del poeta va osservato che venne fucilato assieme ad altre persone che vennero poi gettate in un’unica fossa.

[9] Emanuele Marcuccio, Per una strada, Ravenna, SBC Edizioni, 2009, p. 74.

Intervista a Francesco Manna. A cura di Lorenzo Spurio

LS: Quando si è reso conto che aveva bisogno di scrivere e quali sono stati i suoi primi componimenti? Può raccontarci il suo esordio come autore, come è avvenuto e quali sono stati i vari passi della sua carriera letteraria?

FM: Prima dei diciotto anni già dalle scuole medie amavo trascrivere sul mio banco versi di poeti italiani come Montale, Ungaretti e Quasimodo, o addirittura versi di canzoni italiane e straniere. (La musica è stata la mia prima fonte d’ispirazione fin da piccolo, a casa mia i miei genitori ascoltavano molta musica e mio zio amava il jazz che ho avuto modo di conoscere molto presto). Poi giunto a questa età, a causa di un grande innamoramento (il mio primo amore serio) ho cominciato a scrivere versi, e questa diciamo mia vocazione non  mi la lasciato più. Come autore ho esordito a metà degli anni settanta nella mia città con l’associazione poetica “Formica nera”, a mio avviso un po’ troppo dilettantistica, pubblicando su una loro antologia di poeti padovani. Associazione che dopo poco ho abbandonato, per frequentare alcuni poeti a mio avviso più seri, soprattutto negli anni ottanta, che successivamente formeranno il primo nucleo della rivista Inverso e del P.I.P (pronto intervento poetico) che ancora sopravvive a Padova. In seguito, ho pubblicato il mio primo lavoro poetico Verso i bordi (Editrice Universitaria, 1992) e tutti gli altri miei libri fino ad ora…

 

LS: Il significato intrinseco di ogni opera artistica (una poesia, un quadro, un film) non sta tanto all’interno della sua rappresentazione, ma fuoriesce dal rapporto che si instaura tra produttore e fruitore, se parliamo di poesia tra poeta e lettore. Questa è la ragione per la quale la letteratura, poesia o romanzi che siano, può avere una risposta molto diversa da persona a persona, da epoca ad epoca, da zona geografica a zona geografica. L’interpretazione di un testo, però, è necessario per la corretta comprensione delle intenzioni dell’autore anche se, come spesso è accaduto, alcuni critici o recensori hanno calcato la mano nelle loro analisi tanto da depistare e distorcere il messaggio che l’autore voleva mandare. Gli studi sulla letteratura insegnano che più è ampio lo spettro di risposte (sia positive che negative) che un testo genera, cioè più letture possibili un testo fornisce, più esso è un ricco contributo alla letteratura e generalmente un testo valido. Quando si parla tanto di un testo –sia osannandolo che demonizzandolo- inconsapevolmente si attua un procedimento che deriva dalla potente forza attrattiva che questo ha suscitato su di noi. Che cosa ne pensa della difficile e spesso spietata attività dei critici letterari?

FM: Come lei appunto afferma, l’interpretazione è soggettiva e opinabile, trattandosi di attività non scientifica ma umanistica, in cui proprio il ricercatore-critico essendo un uomo, inserisce magari neanche consapevole valutazioni del tutto soggettive e criticabili, ma ciò non toglie che le opere di qualità restano tali, nonostante critiche spesso ingiustificate. Voglio dire che gli artisti non cessano di esserlo quando subiscono critiche o stroncature, anzi vanno avanti ancor più corroborate da esse, consapevoli che non è certo una critica che possa smontare una vocazione, un’esigenza di espressione, di ricreazione della realtà che sono la materia fondante dell’arte, della letteratura, della musica e della poesia.

 

LS: La rivista Inverso di cui è co-direttore assieme a Beppe Mosconi e a Roberto Segala Negrini, si caratterizza per dare una vivida immagine iconografica delle poesie in essa pubblicate grazie alla presenza di foto che accompagnano i vari testi, pagina dopo pagina. Una sezione importante è dedicata alla pubblicazione di testi di poeti “classici” che in questo modo vengono ricordati e un’altra alle traduzioni dato che molti poeti –più o meno conosciuti – all’estero, in molti casi in Italia non hanno voce e solo in pochi casi esistono delle persone che si dedicano a tradurre questi testi nella nostra lingua per farli fruire a un pubblico maggiore. Può dirci come è nata l’idea della rivista, quale è la sua diffusione e se vi hanno scritto eminenti penne della letteratura italiana e straniera?

FM: Era la fine dell’estate del ’96, quando in una pausa di riflessione, dopo un periodo contrassegnato dalle nostre esperienze nel P.I.P, ci eravamo ritrovati, noi tre, un po’ spaesati in un locale messicano, il Puerto escondido, un posto dove attraccare dopo un lungo periodo passato in mare, e ci domandammo “e adesso?”. Il problema nel P.I.P (pronto intervento poetico) era stato spesso quello di dire che l’organizzazione doveva cominciare ad essere la priorità, dopo anni in cui poeti e artisti avevano lavorato insieme, alcune volte anche piuttosto bene; ma c’era sempre chi affermava che organizzarsi significava imbrigliare la creatività, salvo poi arrabbiarsi quando nelle nostre iniziative i microfoni non c’erano, o non funzionavano. Poi quella sera qualcuno di noi disse che una rivista di poesia poteva essere il conseguente approdo del gruppo e delle esperienze condivise. L’idea sembrava buona, anche se già sapevamo che sarebbe stato un bell’impegno e il dover affrontare una serie di difficoltà oggettive, ma eravamo pronti a fare il salto. Quale nome dunque dare a questa nuova rivista? Non c’era bisogno di sforzarsi tanto, un nome già c’era stato agli inizi degli anni ottanta, e tra l’altro non male, Inverso, una serie di fogli più o meno fotocopiati che avevano “invaso” la nostra città e facevano bella mostra alla libreria Feltrinelli. E così ci siamo messi in moto e siamo arrivati fino ai giorni nostri.

La rivista ha ospitato nel corso degli anni autori stranieri come Stephen Kudless, David  Shapiro, Wendy Cope, Nils Hav, Delfín Prats, Jorge Etcheverry, Carlos Valerino, o italiani come Andrea Zanzotto, Alda Merini, Ferruccio Brugnaro, Milo de Angelis, Roberto Mussapi, Claudio Pozzani; ed è diffusa soprattutto in Sud America, ma ci scrivono poeti da tutto il mondo. Insomma va avanti da ormai 17 anni e questo vorrà pur dire qualcosa…

 

LS: La sua attività di poeta e scrittore si accompagna ad altri interessi artistici: la musica jazz e l’arte figurativa. Può dirci cosa le dona in particolare ciascuna forma artistica e qual è il peso che rivestono nella sua vita la letteratura, la musica e la pittura?

FM: La pittura l’ho praticata per moltissimo tempo, ancora prima della poesia, e ho fatto varie mostre personali e collettive. Ora invece mi dedico solo alla poesia e alla letteratura. La musica, poi, è sempre con me, la sua presenza è costante, non saprei vivere senza la musica e la scrittura, fanno parte integrante della mia personalità ed esistenza. La poesia, inoltre, è assimilabile a queste due forme d’arte, sia nel mondo classico, in cui poesia e musica erano un tutt’uno, sia nell’esperienza poetica contemporanea. La pittura, infatti, è ciò che le parole descrivono con un altro medium. L’Impressionismo, ad esempio, è pittura e musica, ma anche poesia (Pascoli, Mallarmé, D’Annunzio, e per alcuni versi Montale, per fare solo i primi nomi che mi vengono in mente di poeti che potremmo definire espressionisti).

 

LS: Il poeta spagnolo Antonio Machado (1875-1939) fu un esponente di spicco della letteratura del secolo scorso e ancora oggi la sua poesia continua ad essere studiata ampiamente nei migliori atenei italiani ed esteri quali chiara manifestazione di una purezza esistenziale ed amore profondo per la tradizione.[1] L’attenzione verso l’ambiente incontaminato della Castiglia, l’amore autentico per Leonor, lo sguardo critico nei confronti della storia e le inquietudini pressanti derivanti dal catastrofico 1898, año del desastre[2], sono tutti ravvisabili in quella che è considerata la sua opera magistrale, Campos de Castilla, pubblicata nel 1912. Nella città di Soria, dove Machado insegnò letteratura francese e visse per vari anni, si trova ancor oggi conservato il grande olmo a cui il poeta dedicò una lirica, “A un olmo secco”[3], dove descriveva il possente albero colpito a morte da un fulmine, ma sul quale spuntavano delle gemme. Le chiedo un suo commento personale su questa poesia:

 

Al vecchio olmo, spaccato dalla folgore
e nel mezzo marcito,
con le piogge d’aprile e il sole a maggio,
sono spuntate alcune verdi foglie.
Oh, l’olmo secolare sopra il colle
ch’è lambito dal Duero! La corteccia
bianchiccia da un gialligno musco è tinta
nel tronco putrefatto e polveroso.
Come i pioppi canori, che sorvegliano
il cammino e la riva, non sarà
di rossicci usignuoli popolato.
S’arrampica su esso di formiche
un esercito in fila, e nelle viscere
tramanos i ragni le lor grigie tele.
Olmo del Duero, prima che t’abbatta
con l’ascia il legnaiuolo, e il falegname
trasformi in un mozzo di campana ,
stanga di carro o giogo di carrettai
prima che rosso nel camino arda
domani in qualche misera casetta.
sull’orlo d’una strada;
prima che ti annienti un turbine e ti schianti
il soffio delle candide montagne;
prima che il fiume ti sospinga al mare
per valli e per burroni,
olmo, voglio annotare nei miei appunti
la grazia del tuo ramo rinverdito.
Anche il mio cuore aspetta,
alla luce guardando ed alla vita,
altro prodigio della primavera.

 

FM: Machado e Unanumo sono autori che io amo molto, anche per la loro correlazione con la storia di Cuba, che è la mia seconda patria elettiva. Che dire della poesia, è splendida e ricorda un po’ Leopardi nelle sue descrizioni della natura, ma dotata di un’energia e positività sconosciute al grande marchigiano, tipiche della latinità e del vitalismo spagnolo e latino americano che io amo oltre ogni dire. E’ una poesia splendida che già conoscevo. Tra l’altro, molti anni fa nel giardino antistante la mia casa c’era una grande e vecchia quercia che una notte di temporale fu colta da un fulmine e crollò, risparmiando per fortuna la mia casa. Un’emozione fortissima mi portò a scrivere una poesia dedicata a quella vecchia e amata pianta. La mia poesia, dal titolo “La pianta”, così recitava:

 

Quando portarono via
la pianta
tagliata a poderosi spicchi
di sole spremuto agli aghi
e foglie e rami ancora vivi
sradicata all’alba
da furore rovesci impetuosi
e potenti d’energia
tuoni lampi tromba d’aria
dalla mia casa a chiudere
finestre e sbattere di vetri
la gola arsa
acqua fredda
la luce abbatté dalla terra
radici lacerate con urlo
quasi d’animale
cadde
la vidi abbattersi
su altre piccole innocue piante
cipressi a crescere al cielo
distrusse un’automobile
propaggine meccanica
d’umana indifferenza
quando portarono via i tuoi resti
triste
fumai una sigaretta
piansi
la natura distruttrice
il morire della vecchia
cara indimenticabile
pianta di vita.

 

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc. e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo è “Noia”[4] del poeta milanese Rodolfo Vettorello[5], celebre anche per la frequente presenza come giurato in famosi concorsi letterari:

 

Giorni d’estate e noia disperata,
quella che fa suonare i campanelli
per poi scappare,
giocare a rimpiattino nei fienili
e toccare furtivi le compagne
e imparare così l’anatomia
con un po’ d’esercizio obbligatorio.
E pomeriggi ai cine d’oratorio
Per masturbarsi al buio
col seno nudo della Pampanini.
Il catechismo usato in penitenza
per scontare i peccati capitali
e preparare i canti gregoriani
per una processione patronale.
Si giocherà alla lippa nel cortile
e con le figurine contro il muro
e la raccolta delle cartoline
e le biglie di vetro di Murano.
E fiutare nell’aria odor di donna,
sbavare dietro a una ragazza bella
soltanto per lo spacco di una gonna.
La noia se ne va con l’età grande
quando iniziano le preoccupazioni
e poi si invecchia
e con gli anni ritornano anche quelli,
i giorni della noia disperata.
Il tedio è come un morbo che accompagna
l’età più bella
e poi si fa silente per la vita
pronto a ripresentarsi puntuale
come una sorta di recrudescenza
d’un bell’attacco d’herpes genitale.

 

FM: Premetto che non voglio assolutamente dare giudizi estetici e/o contenutistici, mi limito ad alcune brevi considerazioni e riflessioni del tutto personali. Questa è a mio avviso una poesia che, nella felicità di alcune immagini poetiche, si scontra purtroppo con un certo poetare un po’ troppo esplicito. Peccato, perché è proprio vero che la giovinezza è contrassegnata dalla noia del dover crescere, aspettando il tempo che passi più velocemente di quello che si sente a quell’età, poi si rincontrerà con la velocità ineluttabile, invece, degli anni che passano nell’epoca della maturità come vero e proprio tedio. Sperando che questa specie di ritorno non sia poi solo tutto un fatto di malattia venerea, ciò sarebbe troppo truce.

  

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia della poetessa Giorgia Catalano[6]  intitolata “A te, poesia”[7] dove l’io lirico sembra colloquiare con la sua fonte-ispirazione e al contempo mettere in luce la grande affezione nei confronti dell’arte lirica: essa è gioia, conforto, speranza e motivo d’esistere. Gliela sottopongo per un analisi-commento:

 

Fedele compagna dei malanimi miei,
generosa ascoltatrice dei miei silenzi,
mi conduci là dove vi è respiro,
dove la notte s’illumina a giorno.
Mia speranza, in te vivo per il mio domani,
per respirar profumo di freschi nettari
d’alberi in fiore.
Dalla tua pianta colgo
immagine di me stessa,
dalle tue radici
la mia stessa essenza.
Vivo per te,
per la gioia che m’offri
vivo per l’ombre del sole
a mezzodì.
Vivo per questa vita,
per i figli miei.
Vivo con te,
sempre eterna Poesia.

 

FM: Come già detto prima, queste sono solo mie considerazioni personali e opinabilissime. Siamo qui di fronte decisamente a una poesia più idealistica e protesa alla metafisica, che è poi l’approdo, secondo me,  più felice o forse unico della vera poesia (vedi Emily Dickinson). Anche se la poesia non è solo gioia, o sentimenti positivi e alti, ma anche negatività, dolore, delusione e risentimento, magari per la vita stessa, o per gli esseri umani che ne impediscono a volte il naturale e libero esprimersi (vedi ancora Emily Dickinson che per me, con Sylvia Plath, è la vera poesia declinata al femminile).

  

LS: Nella sua produzione poetica si ravvisano vari componimenti che a titolo diverso sono pensati come ricordo e commemorazione di personaggi pubblici, quali Fellini e alcuni musicisti del jazz. L’encomio e la commemorazione sono tra le forme-generi poetici più antichi e che sono sempre stati coltivati nella storia della letteratura come chiaro esempio di omaggio e riconoscenza ad autori e personalità varie per il loro indubbio operato. Quanto secondo Lei è importante nella nostra contemporaneità questo tipo di poesia? Quali sono secondo Lei i motivi scatenanti che la portano ad omaggiare alcune personalità di indiscussa fama?

FM: Alcune mie poesie sono dedicate ai miti moderni che hanno, secondo me, detto moltissimo sulla vita e sulla morte, sull’arte e sulla realtà, sull’ideale e il banale, sulla nostra contemporaneità, cose e opere che ce li fanno sentire grandi, enormi, alti, distanti, irraggiungibili, ma nello stesso tempo uguali, vicini a noi stessi.

 

 LS: Puntualmente, quasi ogni giorno, veniamo a conoscenza tramite i mass media di deprecabili episodi di violenza dell’uomo nei confronti della donna. L’universo di violenze verbali, soprusi e violenze fisiche a cui spesso la donna è soggetta sono motivo di mutismo per ragioni di vergogna, mancanza di difesa e paura. Se si pensa che il reato di stalking è stato riconosciuto dalla Legge Italiana solo nel 2009 e che oggigiorno si presentano ancora dei casi d’omicidio all’interno della coppia dopo varie segnalazioni da parte della donna alle autorità competenti, ci rendiamo conto che il problema, più che legale (prima) e sanzionatorio (poi) sia radicato nella mente malata dell’uomo che vive e alimenta il suo stato disturbato, ossessivo, violento in azioni in cui si situa al di sopra di ogni sistema di uguaglianza. L’atteggiamento ha probabilmente a che fare con una errata convinzione dell’uomo e delle sue prerogative che gli deriva da indecorosi modelli di patriarcato portati all’estremo con virate misogine e maschiliste nei confronti della donna. Che cosa ne pensa di questo grave problema sociale?

FM: Avendo fatto parte proprio della giuria di un concorso, il cui tema era  la donna di oggi, ho avuto modo di leggere come chi scrive poesia sia naturalmente toccato dalla condizione, incredibilmente per i nostri tempi, di inferiorità di essa nell’immaginario contemporaneo, in cui è vista ancora o come madre e santa, o come puttana e demonio. Bisogna assolutamente fare tabula rasa in noi stessi di questi sciagurati luoghi comuni, contrassegnati dall’odio e dalla violenza per e sulle donne, ma bisogna anche essere inflessibili e durissimi con chi ancora esprime selvaggiamente, uccidendo e menomando, queste sue mostruosità.

  

5114225054_baf6a4880d_mLS: Negli ultimi anni si sono diffuse molte scuole, centri e corsi di scrittura creativa con l’intento di offrire l’esperienza di validi professori e scrittori al servizio delle nuove generazioni che, amanti della scrittura, vogliono dar un senso ai loro testi. Secondo alcuni detti centri di “insegnamento a scrivere” sono una stupida forzatura perché lo scrittore nasce tale da sé, rendendosene conto durante la sua esistenza e, per quanto la sua scrittura agli esordi possa essere acerba, la andrà affinando con il tempo grazie alle letture, al rapporto con altri scrittori, alle esperienze fatte e a tanto altro senza il bisogno di mettersi “a studiare” per comprendere come e che cosa scrivere. L’atto di scrittura, infatti, è molto personale e ciò che un autore scrive può essere insignificante per una persona, ma interessante per un’altra. Ci si domanda, insomma, da una parte, che diritto ha il docente ad insegnare allo scrittore in erba – giovane o no- come scrivere? Secondo altri, invece, le considerazioni in merito sono diametralmente opposte e sono convinti che simili percorsi istruttivi, culturali e di affiancamento possono realmente mostrarsi producenti sostenendo che il professore in quella veste non detta né insegna, ma dà consigli ed accoglie proposte alle quale fornisce suggerimenti. Lei che cosa ne pensa a riguardo?

FM: Essendo anche insegnante di lettere, penso che sull’argomento scrittura, cosiddetta creativa, si stia facendo spesso un’opera di strumentalizzazione, a fini di interesse economico personale, da parte di coloro che gestiscono queste scuole di scrittura. Certamente, seguire una scuola fa sempre bene, nel momento in cui si impara qualcosa, ma o uno è scrittore per vocazione e ha talento, allora la scuola può fargli solo bene, oppure se scrivere non è il suo destino, non è necessario essere scrittore, non ce lo ha ordinato il medico: il solo fatto di leggere e godere della letteratura, è sempre anche un atto creativo. Inoltre, seppur la scuola insegni a scrivere, bisogna imparare tutto sulla scrittura e poi magari dimenticarlo ed essere poi scrittore. Come ebbe a dire il grande e innovativo musicista jazz Charlie Parker: “Impara tutto sulla musica, poi dimenticalo e suona jazz” così io dico: impara tutto sulla scrittura, poi dimenticalo e fai lo scrittore.

 

 

Padova, 7 maggio 2013

 

[1] A questo riguardo mi pregio di ricordare che l’Associazione Culturale TraccePerLaMeta di cui faccio parte ha organizzato nel 2012 un Concorso Letterario Internazionale Bilingue (italo-spagnolo) ispirato ai versi “Caminante no hay camino” di Antonio Machado. Detto concorso ha avuto una grande partecipazione e ha avuto la sua premiazione ufficiale a Firenze il 11 maggio 2013.

[2] Il 1898 per la Spagna fu un anno catastrofico che la storiografia ricorda come año del desastre (anno del disastro) perché il paese perse le sue ultime colonie (Cuba, Porto Rico e le Filippine). Questo episodio generò nelle coscienze una profonda crisi d’identità. Con l’intento di “rigenerare” la Spagna autentica, una pattuglia di scrittori che in seguito vennero riconosciuti come membri della generazione del ’98 si dedicarono ai problemi contingenti della società spagnola, rompendo con gli ideali romantici e realisti e battendosi per la riscoperta e la diffusione della tradizione autentica della Spagna con la relativa rivalutazione del paesaggio e della natura popolare. Antonio Machado, assieme a Miguel de Unamuno, Baroja e Azorin, fece parte della pattuglia. 

[3] Antonio Machado, Poesie. Soledades – Campos de Castilla, Traduzione di C. Rendina, Milano, Newton e Compton, 2012.

[4] Rodolfo Vettorello, Siamo come sassi, Reggio Calabria, Leonida, 2010, pp. 72-73.

[5] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.                                      

[6] Giorgia Catalano è nata nel 1971 a Ventimiglia (IM). Sue liriche sono incluse in antologie, in un libro d’arte, agende e calendari poetici e su quotidiani, periodici locali e riviste letterarie on line, anche internazionali. Alcune di esse sono state lette in trasmissioni radiofoniche quali “L’uomo della notte”, condotta da Maurizio Costanzo su RadioUno, e “Dimensione Autore”, condotta dagli autori Giorgio Milanese e Laura Scaramozzino su Radio Italia Uno. Ha ricevuto segnalazioni e menzioni in diversi concorsi letterari sia per la poesia che per la narrativa. Recentemente ha pubblicato la sua prima silloge poetica, Un passaggio verso le emozioni (Photocity Edizioni, 2012), e un libro d’artista, Alle risposte, il tempo (EGS Edizioni, 2013). Collabora con la rivista di letteratura on line Euterpe. Cura un blog che porta il nome della sua raccolta poetica.

[7] Giorgia Catalano, Un passaggio verso le emozioni (2010-2012), Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2012, p. 28.

“Pioveva a Soria” racconto-diario di Lorenzo Spurio

Pioveva a Soria

racconto-diario di Lorenzo Spurio

“¡Oh, sí! Conmigo vais, campos de Soria,
tardes tranquilas, montes de violeta,
alamedas del río, verde sueño
del suelo gris y de la parda tierra,
agria melancolía
de la ciudad decrépita.
Me habéis llegado al alma,
¿o acaso estabais en el fondo de ella?”
(Antonio Machado, “Campos de Soria”)
 
“Batte la pioggia il grigio borgo, lava
la faccia delle case senza posa,
schiuma a piè delle gronde come bava
(Marino Moretti,  “A Cesena”)”

L’avevo trovata diversa da come me l’ero immaginata. Le poesie dove veniva decantata parlavano di un borgo semplice, immerso nelle campagne bruciate dal sole. Davanti ai miei occhi, invece, era scorsa l’immagine di un centro storico abbastanza sviluppato che si estendeva a partire dal Collado e, una volta usciti dalla zona centrale, poco al di là dell’Alameda de Cervantes, c’erano una serie di palazzotti di numerosi piani di recente costruzione. Recente per modo di dire, costruiti però non prima degli anni Sessanta. Al piano terra c’era qualche fioraio e vari mq di negozi cinesi vendi-tutto. Dopo di quella zona iniziavano i campi sterminati, in parte frammisti a zone rocciose di una pietra rossiccia che si sfaldava facilmente e che avevo visto arrivando in autobus. Era un paesaggio un po’ monotono e che si ripeteva identico quasi all’infinito, senza annoiare. Un binario arrugginito e fuori utilizzo percorreva parallelamente la strada principale, ricoperto ormai da varie piante spontanee.

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