A Rozzano (Mi) la rassegna d’arte del maestro Valeriano Dalzini e la presentazione del libro “Vibrazioni cromatiche”

Locandina_RassegnaArteDalzini_4maggio2013

VERNISSAGE

4 MAGGIO 2013 ORE 18.00 – Ingresso libero.

RASSEGNA D’ARTE

DAL 4 AL 10 MAGGIO 2013

PERSONALE DEL MAESTRO D’ARTE

 

VALERIANO DALZINI

“VIBRAZIONI CROMATICHE”

 

Introduce: Anna Maria Folchini Stabile

 

Centro Culturale Cascina Grande di Rozzano

viale Togliatti – Rozzano (MI)

ORE 10.00-12.00  15.00-19.00

con il patrocinio del Comune di Rozzano (MI)

Durante il vernissage verrà presentato il libro “Valeriano Dalzini: Vibrazioni Cromatiche” pubblicato da TraccePerLaMeta Edizioni da Anna Maria Folchini Stabile e Annamaria Stroppiana Dalzini, con prefazione a cura di Lorenzo Spurio.

[…] Il libro nasce da un’idea di Laura Dalzini come regalo per gli ottant’anni di suo padre, Valeriano Dalzini, pittore, affrescatore, artigiano e artista che ha svolto la sua attività in Milano e in Lombardia nel corso della seconda metà del ‘900. […] In breve, questo libro è una testimonianza di come un uomo ha amato e ama la vita, di come è stato capace di inseguire e seguire la sua passione facendone il suo destino, senza mai perdere forza e carattere, desideroso di superare vittoriosamente tutte le contrarietà quotidiane sia da bambino che da adulto e perfino in questi suoi giorni in cui con volontà e impegno affronta la sua giornata di paziente affetto dal Morbo di Parkinson. […] 

Anna Maria Folchini Stabile

(scrittrice e poetessa)

cover_vibrazioni cromatiche[…] Questo libro non è solo un accurato percorso tra i trascorsi di un uomo che tanto ha donato al privato quanto al pubblico, ma anche un manifesto di un artista come pochi nel nostro secolo che ha donato la sua professionalità e voglia di rappresentarsi a tutti. Un restauratore è un grande artista che vive coscienziosamente tra Passato e Presente: riconosce la gloria artistico-culturale degli anni andati e sensibilizza di fronte al deterioramento del tempo che passa motivando il bisogno di “far rinascere” rispettando i canoni classici. Persone che hanno questa grande capacità di colloquiare tra sfere temporali diverse sono rarissime e ancor più lo sono quelle che lo fanno con amore, rispetto per la tradizione e con un chiaro intento solidaristico e sociale: chi restaura un affresco storico non lo fa per se stesso, ma lo fa per l’arte in generale, per l’amore verso la tradizione, per gli altri, per i posteri. Lo fa, insomma, per tutti. […]

 Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

  

[…] Valeriano Dalzini non va ricordato solo per i lavori a carattere monumentale: egli è anche un ottimo “pittore da cavalletto” che sa realizzare dipinti pregevoli tanto con la pittura a olio quanto con quella all’acquerello. Anche il suo disegno, classicamente impostato e dal tratto sicuro e nervoso, si differenzia per puntualità veristica, per una particolare dote costruttiva e per un accentuato vigore espressivo. […] I personaggi di Dalzini sono tratteggiati con grande efficacia, supportati da una tecnica agile e veloce che mantiene la freschezza del bozzetto e la suggestione dell’incompiuto. Nondimeno i suoi paesaggi possiedono sensibilità naturalistica e grande attenzione verso magiche atmosfere di ascendenza tardo-impressionistica.

E vi sono ancora infiniti altri soggetti che l’artista ha puntualmente ritratto tentandone, di volta in volta, una personale interpretazione che ne rendesse, oltre all’aspetto esteriore, l’essenza nascosta fra le pieghe delle apparenze visive. […]

 Franco Migliaccio

(pittore, docente e critico d’arte)

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Emanuela Cecconi, interprete della natura

imagesVenerdì 12 aprile, alle 17,30, presso il circolo Natura & Vita Onlus delle Case di San Romolo, inaugura la mostra di pittura di Emanuela Cecconi.

‘Ema’ vive a San Romolo, ha lavorato all’Ospedale pediatrico Meyer, è pittrice e poetessa. Nel 2011 ha pubblicato, per le edizioni Pagnini, una sua raccolta di poesie, Nuvole Bianche. Presenterà per la prima volta 8 tempere su tela e 9 su cartone, dedicate a paesaggi punteggiati di fiori e alberi della campagna a sud di Firenze: il Castello del Monte Acuto, la Chiesa di S. Andrea a Candeli, i cipressi di Ritortoli …

Uno sguardo femminile su pievi, alberi, colline, prati e fiori nei quadri di Emanuela Cecconi. Inaugurazione della mostra di pittura, venerdì 12 aprile 2013, ore 17,30, presso l’Associazione Natura & Vita Onlus, Le Case di San Romolo. Informazioni: www.naturvita.altervista.org

Franco Campegiani intervista la poetessa Ninnj Di Stefano Busà

IL RUOLO DELLA POESIA NELLA SOCIETA’ ODIERNA

Intervista alla scrittrice-poetessa Ninnj Di Stefano Busà

a cura di Franco Campegiani

D. Lei è una poetessa notevolmente affermata, come giudica l’impoeticità dei tempi attuali? Si sta forse realizzando la funesta previsione della morte dell’arte, o al contrario la poesia è un bisogno insopprimibile dell’animo umano e la sua assenza nell’arido mondo telematico non fa che evidenziarne per contrasto l’indispensabile valore?

R. La poesia non sarà mai obsoleta, possiede quel fascino strano, tra il magico e l’esoterico che fa la differenza, la distanzia dalle altre espressioni umane. Comunicare con la poesia è un evento irripetibile, quasi soprannaturale, l’incipit lo suggerisce un Ente superiore sconosciuto, il resto lo scrive il poeta con la sua umanità, la sua sensibilità, analizzando e scrutando quel suo mondo interiore fatto di deterrente stratiforme, che accompagna questa sorta di messaggio sulle ali del vento, lo fa vibrare, lo trasferisce agli altri come “dono” intermediario tra sé e l’ignoto, tra il sé egoistico e insincero e la voce dell’umanità che ascolta, che interloquisce attraverso la lingua del poeta ad un incanto primordiale di cui nessuno sa dare spiegazione. Sarebbe come dire che il messaggio della Poesia proviene dal profondo, dall’incognita genetica di un destino umano che non è stato creato per deludere la forma, ma per creare armonia e bellezza  -tra le forme stesse-. Perciò non resterà mai ai margini di un processo culturale in evoluzione se si vuole continuare a istruire il concetto di progresso intellettuale, umano e storico dell’umanità. Dico sempre che : finché ci sarà un poeta sulla terra, la poesia vivrà e verrà diffusa nel cuore e nella mente come suprema bellezza del creato, supremo elogio dello spirito contro la materia.

D. Purtroppo, alla superficialità telematica si aggiunge la sciattezza del linguaggio televisivo, contribuendo al totale degrado della comunicazione. Come considera l’innesto del linguaggio letterario in quello mediatico, in particolare l’inserimento di momenti poetici all’interno dei programmi televisivi? È meglio porre a contatto o tenere separati i due linguaggi, che interagiscono e sono tra di loro alternativi?

imagesCAZWROO7R. Se è vero che in Italia esistono, secondo sondaggi Data-Media,  dai 13 milioni ai 15 milioni di scrittori di poesia (o pseudo tali), è anche vero che come minimo si dovrebbero prevedere 60 milioni di lettori (per pareggiare quei famosi 4 lettori di manzoniana memoria). Ma nessuno di noi poeti immagina di avere quattro lettori, a dire il vero, è già tanto, se ci legge anche uno solo. Riguardo l’introduzione di programmi poetici così estemporanei e rarefatti nei format televisivi è un pessimo esempio di cultura, questo sta a significare che l’ascolto dei programmi culturali è sottovalutato e disatteso. In Italia non c’è la cultura lirica, (che è l’essenza della Cultura con la C maiuscola, il suo antefattto, l’humus), non c’è preparazione a capire la Poesia e a renderne partecipe il pubblico, si ritiene (a priori, e a torto) che la cosa non interessi nessuno. Perciò la espongono in ore inconsuete, a notte fonda, o quando non hanno di meglio da proporre. Se qualche dirigente RAI la propone è perché ne è sensibilizzato individualmente, non perchè ritiene abbia “audience”. La cosa sorprende, perché a interessarsi di poesia sono parecchie migliaia di autori, e con un apparato editorialistico da indotto, che lascia intravvedere un mercato gonfio di lauti guadagni da parte di Editori, ma si ritiene (e ripeto a torto) che la Poesia interessi solo un pubblico d’elite, lasciando intendere che c’è una grande massa di utenza che non gradisce e non capisce. Non è affatto così, ma l’emarginazione coatta dei canali mediatici monopolizzati da soubrettine, veline, passaparoline e dirigenti-mercanti senza eccessiva cultura ci hanno  ormai abituati a livelli di arretratezza tali da essere considerati cavernicoli.

D. Come percepisce il pubblico la poesia? La sente vicina, o piuttosto come la voce di una classe elitaria, lontana dalla realtà e dalla vita popolare?

R. La poesia tra il pubblico medio è bene accolta, perché non vi può essere nel genere umano chi non la sappia apprezzare. La poesia è parte dell’esistente di ognuno, la parte più nobile e subliminale della storia spirituale, la più vicina a Dio, la più dotata di bellezza e di fascino, perché sa parlare al cuore e alle menti, sa dare un’accelerazione al vuoto che incombe, alla solitudine che attanaglia, al male che pervasivamente affrontiamo nel quotidiano. La poesia lenisce, rende il progetto d vita più intenso, più ricco, più accettabile dal lato intellettivo e umano.

D. Si può dire dunque che il ruolo della poesia sia di scoprire la vita più intima? Quale impatto può avere tale scoperta nell’odierno assetto sociale?    

R. I tempi che viviamo non sono i più favorevoli alla poesia, non ci orientano verso episodi di luce e di conciliazione interiori. Sono portatori d’inquietudine, di malcontento, di disagio sociale e morale. Il tessuto umano è lacerato da troppe incongruenze, inadeguatezze, assenze, distrazioni, corruzioni. Ognuno vive il suo malessere come qualcosa di ineluttabile, quasi con rassegnazione e passività. Bisognerebbe amarsi di più, invece. Amare ciò che di bello ci circonda, anche la Poesia ad esempio, perché ci porta un minimo di conforto e di compensazione che gratifica il nostro stato d’animo così martoriato e in perenne afflizione. La poesia equivale alle note alte di un violino,  come la musica non può essere ignorata, perché tocca le corde sensibili dell’io, che ci fanno partecipi della cosmogonia, della vastità del nostro essere “cellula” dell’infinito, esuli temporanei in una terra che non ci appartiene. Il ruolo della Poesia dunque è di primaria importanza perché interagisce con un extraterreno, con un ultramaterico che è la condizione -sine qua non- della nostra essenza, della nostra esistenza.

D. Secondo lei, il mondo giovanile è interessato alla poesia, oppure insegue sogni di potere e di successo immediato, ammaliato da prospettive di guadagno facile? Cosa amano di più i giovani, l’Essere o l’Apparire?  

R. Tocca un ganglo scoperto della società di oggi. Una società fatta a immagine di celluloide, di interessi spiccioli, di principi valoriali depauperati e miopi, da bisogni interiori quasi primordiali, caratterizzati da finalità predatorie, mal si addice alla poesia. Per fortuna, i giovani non sono tutti così. Mi capita spesso, durante i vari incontri nelle Scuole di ogni ordine e grado, alle quali vengo chiamata per introdurre il tema poetico, di trovare giovani molto interessati alla Poesia, qualcuno di essi addirittura dotato di talento e pronto per dare il meglio di sé, certo con un po’ di tirocinio e di buone letture. Il bisogno di Poesia è inversamente proporzionale alla necessità del guadagno. Vi sarà sempre chi preferirà il vile denaro ad una bella poesia, ma in ogni modo il mondo delle scuole è salvo, i nostri ragazzi sono migliori di quanto loro stessi sanno. Non sono marci dentro, vi è in loro la coscienza di un futuro migliore, il desiderio forte del cambiamento che li ispira e li proietta all’alba di un giorno che verrà e non sarà di spregevole pecunia, ma di meravigliose armonie sulla terra dei padri. Non è perduta in loro la speranza. Non spegniamo la luce nei loro occhi, sottovalutando i loro immensi patrimoni intellettivi, esortiamoli e incoraggiamoli a sviluppare forze positive, interessi intellettuali e propositi umani più degni.

D. Si nasce o si diventa poeti? La poesia è il frutto della crescita intellettuale o è una qualità dell’anima che prescinde in un certo senso dalla cultura?

R. La poesia è altro persino da se stessa. La poesia non la crea l’intelletto a tavolino, a freddo, attraverso il cerebralismo tout court, non la crea l’intellettualità astratta e aliena dal sentimento, è parte integrante di un patrimonio, intellettivo, sì,  che definirei <percettivo> perché accoglie su di sé le maggiori, le più intense e ricche suggestioni, le più alte e meno abiette virtù dello spirito. Vi è una parte dell’intelletto, detta: “Area di Broca” (dal suo scopritore) che è deputata al linguaggio. Ragione questa che la mette al riparo da scempi di natura estranea alla poesia stessa, che è armonia, sinergia con i fattori interni all’essere, che sono la fonte dell’ispirazione “perfettibile”. In poche parole, lo spessore intellettuale vi è coinvolto, ma in minima parte, per il resto è un occhio vigile sul mondo, una finestra aperta nel nostro immaginario, nel panorama delle nostre indagini interiori che qualifica e rende unica e irripetibile la buona Poesia. Si può nascere poeti, ma si può scoprire di esserlo in più tarda età, bisogna solo essere dotati e sensibilizzati al poiein, cioè al fare in poesia. Bisogna riscoprire il valore dell’anima, l’eccellenza di una virtù al di fuori dalla mediocrità e del banale, per allargare gli orizzonti visibili della celebrazione dell’essere umano e del ruolo della Poesia.    

La ringrazio, Professoressa, a nome mio personale e dei lettori de “I fiori del male”.

                                                                                                          Franco Campegiani

 

 QUESTA INTERVISTA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELLA POETESSA NINNJ DI STEFANO BUSA’.

LA RIPRODUZIONE E/O DIFFUSIONE DELLA STESSA E’ VIETATA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELLA POETESSA.

“Coppie imperfette”, mostra personale di Giovanni Palmieri

Invito COPPIE IMPERFETTE_retro

KIROLANDIA frida.artes sezione artistica

presenta

COPPIE IMPERFETTE

di

Giovanni Palmieri
Mostra personale

a cura di Annalisa Laghi, Andrea Alessio Cavarretta, Lucia Paolantonio

 

“L’imperfezione è una condizione e quando due imperfezioni si uniscono nasce una coppia che tende all’equilibrio. Tutto ora vuole essere troppo regolare ed invece dalla mancata perfezione è nato tutto.”

 Giovanni Palmieri

“Disegno, invento e creo da sempre” con queste semplici parole Giovanni Palmieri, classe 1977, diplomato in Teoria e tecnica del disegno presso la Scuola Romana del fumetto (2002) si presenta al pubblico in occasione del suo esordio artistico, confrontandosi con la pittura attraverso il suo stretto rapporto con l’illustrazione. Le sue coppie imperfette sono acrilici su tela di varie dimensioni in cui segno e colore, “lettere” di un alfabeto decorativo in continua elaborazione, percorrono lo spazio pittorico trasformandosi, di volta in volta, in elementi primordiali o in linee sinuose. Ogni elemento è, secondo l’artista, per definizione incompiuto e tende al congiungimento attraverso una sottile trama di legami che lentamente muovono verso l’equilibrio. Le stesse tele, concepite come singole parti imperfette, quella razionale e irrazionale, possono dunque ambire a tale equilibrio soltanto se si uniscono e se vengono messe in rapporto l’una con l’altra, rivelando così il loro significato più intimo e profondo

“Cobalto”, poesia della palermitana Monica Fantaci

COBALTO

 

 

Sempre più in alto,
 cavalcando nuovi confini,
 verso Cobalto,
 luoghi sempre più vicini,
 tratto d’un canto,
 si allargano le braccia,
 sospiro d’incanto,
 seguendo una traccia,
 l’ambiente vivo,
 sulla vernice del colore,
 si sagoma l’arrivo,
 dall’arte dell’amore.

Palermo, 05/01/2012

Monica Fantaci

QUESTA POESIA VIENE PUBBLICATA SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

“Il bambino musicista”, racconto di Monica Fantaci

IL BAMBINO MUSICISTA

di MONICA FANTACI 

 

Una mattina d’estate il signor Genius comprò una chitarra per regalarla al figlio Alberto.

Il bambino vedendo lo strumento musicale rimase contento e decise di telefonare a tutti i suoi compagni ed amici.
La mattina seguente Alberto uscì insieme alla mamma e portò con se la chitarra.
Mentre la signora Genius parlava con il commesso di un negozio d’abbigliamento, il bambino iniziò a suonare talmente bene che un signore che stava pagando alla cassa lo notò e si avvicinò per ammirarlo: era il signor Planet, un produttore che era arrivato nella cittadina tre giorni prima per trascorrere qualche giorno di vacanza.
Dopo l’esibizione di Alberto:

-Ti piacerebbe diventare famoso e suonare in un palco con tante persone che ti guardano e ascoltano la tua musica? – chiese il signor Planet al piccolo.

– Certo che mi piacerebbe! A me piace suonare, mi diverte! – rispose Alberto.

– Allora è fatta! Tra dieci giorni ci vediamo a Milano nei pressi del Duomo dove io ho la casa di produzione.

– Va bene, non aspetto altro!- disse Alberto con gli occhi spalancati e un sorriso abbagliante.

La madre si avvicina ed Alberto le presenta il produttore:

– E’ un piacere conoscerla signora. Suo figlio è un bravissimo musicista! – disse il signor Planet stringendo la mano alla signora Genius.

– Ho capito che lei ha preso a cuore mio figlio e sarò contenta se un giorno Alberto potrà diventare un musicista affermato – disse la signora Genius.

– Allora ci vediamo tra dieci giorni a Milano. Ecco il mio biglietto da visita. Arrivederci! ¾ disse il produttore, uscendo dal negozio.

– A presto! – dissero in coro madre e figlio.

Dopo dieci giorni esatti Alberto Genius, con il consenso di entrambi i genitori, firmò il contratto che lo fece diventare un chitarrista conosciuto in tutto il mondo.

 

DI Monica Fantaci

 

QUESTO RACCONTO VIENE PUBBLICATO SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

Ali di gabbiano, il breve volo di Frida Kahlo

ALI DI GABBIANO

Il breve volo di Frida Kahlo

Articolo a cura di Angela Crucitti 

Probabilmente pensava all’incidente che le cambiò la vita Frida Kahlo, quando dipinse Il bus del 1929. Era il 17 settembre del 1925 quando Frida salì, insieme al suo primo amore Alejandro Gomez Arias, su un autobus. Nei colori caldi e tenui e nelle espressioni dei passeggeri non si legge nulla che prefiguri l’imminente scontro tra l’autobus e un vecchio tram; impatto tragico in cui il corrimano infilzerà la giovane pittrice «come la spada il toro» e la lascerà seminuda, ricoperta di sangue e di polvere d’oro, rovesciata dal sacchetto che l’uomo rossiccio del quadro tiene in mano. Furono mesi incerti quelli dopo la tragedia, in cui la vivace Frida fu costretta a letto per un lungo periodo. Sua madre le costruisce così un letto a baldacchino, con uno specchio che ricopre interamente il tetto del baldacchino. Frida descrive quello specchio come «carnefice dei miei giorni, delle mie notti», lamentandosi di essere obbligata a vedersi continuamente. Impara presto a conviverci e comincia a disegnarsi. Forse deriva proprio dall’imposizione della sua immagine riflessa l’ossessione della Kahlo per gli autoritratti. Si dipinge sempre seria, con la bocca rosso vermiglio dolcemente chiusa e lo sguardo fiero ma dolce, sormontato da due sopracciglia che si uniscono come fossero ali di gabbiano. Sembrano voler spiccare un volo che a Frida non è permesso, a lei che non ha nè ali né piedi ma solo radici che la tengono ancorata saldamente a terra, come si raffigura nel dipinto Le radici.

Inquietante è La colonna spezzata, in cui la pittrice si disegna piangente, a torso nudo e aperto a metà, mostrando nella carne vermiglia, al posto della colonna vertebrale dilaniata dall’incidente, una lunga colonna di marmo scheggiata. Il corpo è puntellato da chiodi, sicuramente simbolo delle enormi sofferenze fisiche e psichiche, ma anche chiodi che la puntellano alla vita, la aiutano a resistere. Non a caso il colore dominante è il bianco, colore della purezza, della rinascita, in contrasto con i colori vivaci, accesi e stridenti della maggior parte dei suoi dipinti, dove a imperare è il rosso sangue. Come in Henry Ford Hospital, che vede una Frida completamente nuda, distesa su un letto macchiato di rosso magenta. Tiene in mano un lungo cordone ombelicale sanguigno che la collega ad un feto, ad un fiore appassito, ad un osso pelvico, simboli della sua impossibilità di procreare, di dare la vita ad un altro essere. Perché oltre all’aborto testimoniato da questo quadro del 1932, la pittrice messicana abortisce altre due volte e sono esperienze che avranno una grande risonanza sulla sua opera.

A segnare il suo modo di dipingere, interviene anche la sua burrascosa relazione col pittore Diego Rivera. I due si sposano il 21 agosto del 1929 e da allora sarà un rapporto costellato di stramberie, viaggi e tradimenti. Tradimenti che uccidono Frida a poco a poco, come testimoniato da Qualche piccola punzecchiatura, ispirato da un fatto di cronaca ma riferito probabilmente alle mille scappatelle di Diego, tra le quali c’è anche Cristina, la sorella minore di Frida. Il dipinto rappresenta una donna nuda cosparsa di sangue, liquido che esce dalla tela e imbratta anche la cornice, a gridare il dolore, la delusione. Ma la coraggiosa artista non si limita a subire; tradisce anche lei ripetutamente il marito con Nickolas Muray, David Alfaro Siqueiros, Isamu Nogochí e Leon Trotzkij, oltre ad avere presunti flirt con donne del calibro di Tina Modotti, Dolores Del Rio e Georgia O’Keefe. I due divorziano nel ‘39 e Frida dipinge il suo quadro dalle dimensioni più grandi, come se volesse estendere il suo rancore e la sua sofferenza su una superficie più vasta. Ne Le due Frida, rappresenta due se stesse che si tengono per mano: una Frida è vestita di bianco al modo europeo e ha il cuore straziato come quello della pittrice che non ha più il suo amore, l’altra indossa l’abito messicano e ha un cuore perfettamente sano e pulsante per Diego. Nonostante i tradimenti e il breve periodo di separazione (conclusosi nel ‘40 con un secondo matrimonio)  i due artisti si completavano, si amavano e si ammiravano. Diego Rivera fu il primo a riconoscere la levatura artistica di quella donnina che gli passava vent’anni e più di venti centimetri..E Frida lo compiaceva, vestendosi alla tehuana, quel modo bizzarro e messicano di agghindarsi che la contraddistinse sempre, e lasciandosi crescere i baffi che a Diego piacevano un sacco. Sapere che anche una donna anticonformista come lei scendesse a compromessi per l’uomo che amava, ce la rende più simpatica, più umana.

Quello che salta all’occhio nei suoi dipinti, oltre al formato piccolo e quindi intimistico, è la raffigurazione dei corpi. Sono corpi molli, pupazzi di gomma, come se la pittrice messicana negando le ossa, negasse anche la fragilità dell’essere umano, che si piega alle circostanze della vita ma non si spezza. Proprio come fa Frida che affronta coraggiosamente la vita, nonostante i suoi ripetuti problemi di salute e di “cuore”, e cerca di ottenerne il meglio. Ma lo scheletro c’è, è sopra il suo letto a baldacchino, dipinto nella sua interezza ne Il sogno: uno scheletro nudo, scarno, atto a rappresentare la morte che sempre incombe su Frida. Ha infatti provato varie volte a suicidarsi, abbandonandosi all’alcool e alle medicine, ma la vita l’ha sempre strappata, l’ha sempre richiesta indietro. Un solo suicidio le è riuscito, nel quadro stupendo che raffigura Il suicidio di Dorothy Hale. Qui vengono descritte le tre fasi della morte violenta dell’attrice americana, attraverso un gioco di prospettiva della figura umana e il bianco sfumato che annulla il tempo e lo spazio. Dal corpo, del tutto vestito di nero, stilla sangue che ancora una volta fuoriesce dalla tela e contamina la cornice.

Frida, nonostante i suoi quadri possano farci pensare il contrario, è sempre stata un’attenta osservatrice della realtà sociale e politica attorno a lei. Per tutta la vita, l’artista messicana lottò in difesa degli oppressi, militò nel partito comunista e undici giorni prima di morire si recò, nonostante il parere contrario dei medici, ad una manifestazione contro la caduta in Guatemala del governo democratico di Jacobo Arbenz Guzman. Nel luglio del 1954, «Frida la fiammeggiante» fu «portata via dalle fiamme», nel crematorio civile di Dolores.

Visse poco quindi la grande pittrice, nata il 6 luglio del 1907. E quando suo padre decise il suo nome, si giustificò spiegando che «Friede, in tedesco, significa pace.» Non sembra un nome adatto ad una donna tenace, combattiva, aggressiva ma dolce nei confronti di quella vita che le riservò sempre sorprese sgradevoli. A noi Frida sa più di libertà, quella libertà che le permise di affermare «che murare viva la propria sofferenza è rischiare di lasciarsi divorare da lei, dall’interno (…), che la forza di ciò che non si esprime è implosiva, devastante, auto-distruttrice. Che esprimere è cominciare a liberarsi.»[1]

a cura di Angela Crucitti

E’  SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONI DI PARTI O DELL’INTERO ARTICOLO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.


[1] Tutte le citazioni sono tratte da R. Jamis, Frida Kahlo, Longanesi & C., Milano 1991

Una statua a New York per Andy Warhol

Il famoso artista americano Andy Warhol (1928-1987), padre dell’arte contemporanea e in particolare della pop art è stato celebrato in questi giorni con l’istallazione di una grande statua cromata della sua persona. Famose restano le riproduzioni stenografiche seriali di personaggi mondiali come Marylin Monroe, Che Guevara e Mao Zedong. Sebbene non nacque a New York, Warhol dedicò tutta la sua vita fatta da una continua ricerca di espressione artistica, di innovazione e di cura per la società a lui contemporanea proprio a New York, lavorando in quelle che restano note come le Andy Warhol’s factories.

La statua, alta tre metri e con un piedistallo di cemento ed opera dell’artista Robert Pruitt, è stata eretta nella Union Square di New York, vicino all’edificio nel quale il celebre artista istallò la “Factory n. 33”. Nella scultura l’artista ha legato al collo la macchina fotografica, elemento artistico che con lui formò un tutt’uno nella sua ricerca artistica e tiene una borsa in mano.  Si tratta di una scultura che rimarrà fruibile al pubblico sino al 2 ottobre prossimo.

Suggestiva è la superficie altamente riflettente di cui è fatta che produce un effetto visivo particolarmente singolare e attraente: riflette su di sé, a seconda di come la si guardi, gli spazi della Union Square tanto familiari a Andy Warhol, come il luogo-ufficio dove lavorò e produsse la gran parte delle sue opere.

Lo scultore della statua si augura che l’amministrazione comunale di New York decida di mantenere la statua permanente in modo che un newyorkese così famoso possa essere legittimamente riconosciuto come tale.

Fonti:

http://www.abc.es/20110331/cultura-arte/abcm-warhol-regresa-nueva-york-201103302003.html

http://www.inewyork.it/nuova-statua-di-andy-warhol-a-new-york-city.html

http://www.blitzquotidiano.it/arte/new-york-andy-warhol-statua-cromata-padre-della-po-art-807350/

LORENZO SPURIO

04-04-2011

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