“Canzoni orfiche e canti popolari” spettacolo/evento dedicato al celebre poeta di Marradi – Bologna 29 nov. 2018

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Giovedì 29 novembre 2018 alle ore 17.30  presso il Circolo Ufficiali dell’Esercito – via Marsala n°12 a Bologna  le associazioni Estroversi e Amici delle Muse  promuovono l’incontro dedicato a Dino Campana dal titolo “Canzoni Orfiche e Canti Popolari”, da Dino Campana alla poesia dei Canti Popolari della musica del Sud. 
“Canzoni Orfiche” è il titolo omonimo del progetto vincitore del primo contest mu
sicale dedicato al poeta Dino Campana, che ha visto protagonista la band toscana
 “Il Vento dell’Altrove”, guidata da Giacomo Panicucci e Gabriele Cavallini, che
 interverranno nel corso dell’incontro.  
Gli interventi critici e le letture dei testi saranno a cura di Fabio Canessa, Giancarlo Sissa, Alessandra Gabriela Baldoni e Cinzia Demi. 
Ad arricchire la serata letteraria sarà il duo “Bassamusica” composto da Arianna Romanella e Pasquale Rimolo che eseguiranno musiche della tradizione popolare italiana in consonanza con le tematiche di Dino Campana. 

A seguire, per chi vorrà, una cena al costo di 25€. Solo spettacolo 10€. Prenotazioni al Tel. 3331671502 o mail cinzia.demi@fastwebnet.it

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“Fatture” di Massimiliano Chiamenti, con un commento di Lorenzo Spurio

“Fatture” di Massimiliano Chiamenti[1]

 

le uniche lettere che ricevo

sono ormai solo richieste di pagamenti

multe bolli sanzioni minacce

mai un messaggio con un invito a cena

o a leggere le mie poesie

da qualche parte

o un editore che mi voglia pubblicare

da me il mondo vuole solo soldi

che non ho più neanche per mangiare

allora ogni giorno mi alzo

spero di riuscire a trovare cibo

e attendo il momento del sonno

che mi liberi dall’incubo della mia vita

non cerco più niente

ho perduto tutto

e più niente mi interessa

tiro solo avanti

senza mai un aiuto

e attacchi sempre più omicidi

mi faranno morire tutti di fame

e di crepacuore

ma io continuo il mio cammino

anche se questo inferno

non si può chiamare vivere

eppure è così

nella vita ci vuole prudenza e senso pratico

o si perisce

e i guai non hanno mai rimedio

basta un attimo a commetterli

e poi non si rimedieranno mai

perché non mi uccido?

perché anche per togliersi la vita

ci vorrebbe un bello slancio di vitalità

 

Commento di Lorenzo Spurio

Il presente testo poetico del poeta fiorentino Massimiliano Chiamenti, assieme ad altri, fa parte di un ciclo definito in maniera quanto mai drammaticamente anticipatoria “Suicidal Poems”. L’intero componimento, pur girando attorno al tema della difficoltà economica, ha senz’altro un’eco maggiore a voler trasmettere un disagio che non è solo materiale bensì radicato nella psicologia del Nostro. Il poeta parla della noia di essere tartassati da scadenze e pagamenti di vario tipo, dell’insofferenza verso una corrispondenza ricevuta negli ultimi tempi che è di natura prettamente merciologica, contrattistica e priva di qualsiasi contaminazione emotiva. L’autore in questa fase critica della sua vita, forse adombrato anche dalla possibile fine o fuga di un amante sul quale molto aveva investito e in preda a un delirio persecutorio, affronta l’invalidante realtà che chiama “l’incubo della mia vita”. La chiusa è stringente e perentoria: il poeta domanda a un ipotetico uomo, lettore, spettatore delle sue vicende. Quello che sembrerebbe a prima veduta un interrogativo retorico, in realtà mostra paurosamente la natura incipitaria del gesto, dissacrante eppure salvifico che di lì a poco si appresta a compiere. Il distico finale richiama, però, ancora la vita nella sua sprizzante foga ed energia descritta in un “bello slancio vitale” quale pre-requisito cogente per proiettarsi nello spazio senza tempo. Slancio che il poeta ha colto nella sua casa di Bologna nel 2011, vestito con caparbietà e forse con una pretesa di fondo: quella della denuncia della solitudine che può celarsi nell’uomo e fagocitare chi, abbandonato, malato e in crisi con se stesso, ha già deciso di inscenare l’ultimo atto performativo.

 

L’autore

12-massimiliano-chiamenti.jpgMassimiliano Chiamenti nacque a Firenze nel 1967. Amante della poesia, traduttore e dantista molto apprezzato, pubblicò il saggio Dante Alighieri Traduttore (Le Lettere, 1995) e curò l’edizione Comentum super poema Comedie Dantis (Arizona Center for Medieval and Renaissance American Studies, 2002). Noto per lo più come poeta performativo e cantante (due cd pubblicati, Emme e Storyboard 1999 rispettivamente nel 1998 e 1999), fece parte della vita culturale degli ambienti underground della Firenze degli anni ’80 e ‘90 per spostarsi poi a Bologna. Stimato da autori quali Lawrence Ferlinghetti (col quale collaborò), Mariella Bettarini, Novella Torregiani, Massimo Acciai e Marco Simonelli; nel 1995 Edoardo Sanguineti gli consegnò il Premio “Città di Corciano”. Numerose le opere poetiche tra le quali Telescream (Cultura Duemila Editrice, 1993), alla quale seguirono User-friendly (David Seagull, 1995, x/7 (Dadamedia, 1996), p’t (post)(Gazebo, 1997), Schedule (City Lights Italia, 1998), Maximilien (City Lights Italia, 2000), le varie edizioni de le teknostorie (Edizioni Segreti di Pulcinella, 2003; Zona, 2005); free love (Giraldi, 2008), Adel &c (Fermenti, 2009), Paperback writer (Gattogrigio, 2009), evvivalamorte (Le Cariti, 2010), egiemme (Polìmata, 2011) e la raccolta di racconti Scherzi? (Giraldi, 2009). Nel capoluogo emiliano, complice una vita dissoluta e la condizione di sieropositivo, commise il suicidio nel settembre del 2011. La sua ultima opera, Di/e con Daniele, composta da 33 canti, venne inviata in pdf a mezzo mail agli amici più stretti poco prima di morire e rimane a tutt’oggi inedita ad eccezione di qualche brano pubblicato in rete da qualche suo amico.

 

 

 

[1] La poesia è tratta dall’articolo di Marco Palladini “I versi postremi: ‘le voci dissonanti’” apparso sulla rivista “Le reti di Dedalus” nell’ottobre del 2011, http://www.retididedalus.it/Archivi/2011/ottobre/LUOGO_COMUNE/4_chiamenti.htm

“Quali sono le università più antiche del mondo?”. Articolo di Giulia Pianelli

di Giulia Pianelli

Quali sono le università più antiche del mondo occidentale? Ebbene sì, il nostro articolo inizia con una domanda. Risulta difficile, infatti, dare una risposta che sia precisa e accurata al 100%: dopotutto facciamo riferimento a fatti avvenuti all’incirca un millenio fa.

Stando alle fonti, il primato spetta all’Università al-Qarawiyyin (Marocco). Tuttavia, essa nacque – e rimase tale fino al XIX secolo – come una madrasa, cioè una scuola di teologia musulmana. Benché alcune classifiche la considerino come la prima al mondo, al-Qarawiyyin non era un’università nel senso moderno del termine. Precedentemente alla diffusione del metodo universitario, infatti, esistevano solo tre tipi di insegnamento: quello privato, le scuole di teologia e quelle di filosofia. Tale metodo è basato sul libero insegnamento, indipendente dal controllo pubblico e/o religioso, e la facoltà è autegestita laicamente da professori e studenti.

Per questi motivi la nostra classifica si aprirà con Bologna, dove nacque il moderno concetto di università.

Università di Bologna (1088)

Alma Mater Studiorum, cioè “madre di tutti gli studi”: è questo il titolo di cui si forgia l’Università di Bologna. Risale al 1088 l’apertura della prima facoltà, in cui si iniziarono ad impartire lezioni di Giurisprudenza. Il capoluogo emiliano introdusse il concetto di facoltà laica, aperta a tutti – uno standard che s’impose inizialmente in Europa e poi nel resto del mondo. Gli studenti potevano essere bolognesi come stranieri, sia nobili sia gente comune. Inoltre, l’Università di Bologna è anche «la più bella d’Europa e una delle più belle del mondo»; così l’hanno definita i critici del Times Higher Education. L’Alma Mater, infatti, vanta tutta una serie di splendidi edifici storici – come Palazzo Poggi, nella foto – e due ettari di Orto Botanico.

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Università di Oxford (1096)

Al secondo posto tra le università più antiche del mondo c’è Oxford. I primi insegnamenti noti risalgono al 1096, ma lo sviluppo vero e proprio della facoltà iniziò nel 1167, quando Enrico II vietò agli studenti inglesi di frequentare l’Università di Parigi. L’internazionalizzazione, per cui Oxford è famosa, ebbe inizio già nel 1190 con l’arrivo di Emo di Friesland, primo studente straniero noto. Oltre all’eccellenza, riconosciuta a livello mondiale, dei corsi di laurea offerti, l’Università di Oxford primeggia anche nelle strutture. I suoi edifici in stile gotico, ornati di aguzze guglie, e i suoi prati verdi le donano un tocco di magia senza tempo.

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Università di Parigi Sorbona (1170)

Medaglia di bronzo per l’Università di Parigi, la cui fondazione in realtà non ha una data ma si attesta all’incirca negli Anni 70 del XII secolo. Il motivo è dovuto alla formazione stessa dell’ateneo: essa fu il risultato della rapida crescita delle scuole parigine dell’epoca.Queste, raggruppate sulla collina di Sainte-Geneviève, fornivano tre livelli di istruzione: BaccalauréatLicenceDoctorate. Rispettivamente, venivano impartite lezioni di: grammatica e dialettica; matematica, geometria e musica; medicina, legge e teologia. Nel corso del XIII secolo, iniziarono a formarsi quattro “nazioni” all’interno della Sorbona. Esse erano composte ciascuna da studenti provenienti da diversi luoghi, cioè Francia, Normandia, Picardia e Inghilterra. L’Università di Parigi è stata completamente ricostruita durante la Terza Repubblica (1870-1940), concepita come un vero e proprio “tempio del sapere”. Il suo stile rispecchia a pieno la grandezza della capitale francese.

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Università di Modena e Reggio Emilia (1175/1188)

Le origini dell’Università di Modena e Reggio Emilia  risalgono sorprendentemente al 1175 circa. In quell’anno, Pillio da Medicina, dottore in leggi a Bologna, venne invitato a Modena per aprire una scuola di stampo giuridico. Tuttavia, l’avvento della signoria degli Este (XIV secolo) fu alla base di una crisi che culminò nel 1391, quando fu fondato l’ateneo di Ferrara. I sudditi della signoria, infatti, furono obbligati a conseguire la laurea presso la nuova università. Solo a partire dal 1682, in seguito alla “devoluzione” di Ferrara allo Stato Pontificio, poterono riprendere le lezioni nel modenese. L’Orto Botanico, il Teatro Anatomico e il Museo di storia naturale risalgono tutti alla metà del 1700, mentre gli altri edifici al post-1814, quando gli Este fecero ritorno a Modena.

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Università di Cambridge (1208)

Gli albori del XIII secolo vedono come protagonista l’Università di Cambridge. Essa iniziò a prendere forma a partire dal 1209, quando alcuni studenti di Oxford si rifugiarono nella cittadina inglese per sfuggire alle ostilità dei cittadini. Già nel 1226, gli studenti erano talmente numerosi da poter formare dei gruppi e organizzare dei corsi di studio. Sono chiare, quindi, le ragioni della storica rivalità tra le due università più antiche del Regno Unito. Nonostante questa competizione, le strutture architettoniche di Cambridge somigliano molto a quelle di Oxford. Splendidi edifici goticheggianti, vetrate colorate e prati all’inglese caratterizzano l’intera cittadina universitaria.

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Università di Salamanca (1218)

Si tratta della prima università spagnola, fondata da re Alfonso IX de León. È l’unica di tutta la Spagna ad aver mantenuto la sua attività attraverso i secoli (esattamente quest’anno ne festeggia otto). L’Università di Salamanca vanta un importante patrimonio storico-artistico, tra edifici e spazi emblematici. In particolare, si distingue l’Edificio della Scuola Maggiore con la sua facciata, all’interno del quale si trova la Biblioteca Generale Storica che conserva quasi 3.000 manoscritti e circa 62.000 volumi. Degno di nota è anche il patio (cortile) della Scuola Minore, che ospita in una delle sale il celebre dipinto Cielo di Salamanca attribuito a Fernando Gallego.  

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Giulia Pianelli

 

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Donne e critica letteraria in Italia oggi. Il 3 marzo incontro a Sasso Marconi (BO) con Renata Morresi e Alessandra Trevisan

Le Voci della Luna sono fiere (e liete) di invitarvi all’evento dedicato alla giornata internazionale della donna, inscritto all’interno del programma della città di Sasso Marconi. ​Durante l’evento sarà presentato il numero 70 della rivista de Le Voci della Luna dedicato al tema dell’8 marzo. ​
 
Donne e critica letteraria in Italia oggi 
Un punto sulla critica letteraria di poesia prodotta da donne o su opere di donne in Italia oggi.
 
Dialogheranno con noi:
Liana Borghi, Giusi Montale, Renata Morresi, Alessandra Trevisan
 
Letture e riflessioni sulla poesia delle donne, anche a partire dagli interventi del pubblico.
 
L’incontro si svolgerà sabato 3 marzo alle ore 16.00 presso la Sala Giorgi in via del mercato 13 aSasso Marconi.
 
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Non si dovrebbe ricorrere a questi espedienti, se ci fosse parità e intesa cristallina tra i sessi, se gli esseri umani non vivessero anche di scontri, conflitti e soprusi legati proprio a quella differenza, se il potere non avesse preso e prendesse quasi sempre dimora presso una delle due parti. Ma così è, e allora eccoci a un altro 8 marzo, a un altro numero della nostra rivista dedicato esclusivamente alle donne: quelle che si occupano di poesia, scrivendola; quelle che la studiano dal punto di vista critico; quelle che sperimentano la scrittura a trecentosessanta gradi; quelle che, con uguale passione, fanno arte.

“Ragnatele cremisi” di Claudia Piccinno, recensione di Lorenzo Spurio

Claudia Piccinno, Ragnatele cremisi, Il cuscino di stelle edizioni, Pereto, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

 

Una delle caratteristiche che denotano la poesia di Claudia Piccinno, assieme allo spiccato interesse verso il sociale, è l’anamnesi del mondo circostante che fuoriesce da uno piglio descrittivo attento e da un’osservazione partecipata, premurosa verso le forme, le dinamiche e i rapporti che legano l’essere in quanto tale al vasto contenitore di cui è parte, il popolo.

Il punto d’analisi è quello di una donna matura dotata di prodigalità e fiducia verso il bene e forte di credenze, punte di diamante che svolgono, per mezzo dell’opera poetica, anche una curiosa funziona pedagogica o comunque di monito alla riflessione. Nella poesia “Al davanzale di Dio”, sorretta da un rapporto ben più materico di quanto si possa intendere con la divinità, la Nostra così scrive: “Esitante e guardinga/ nell’incedere randagio/ solco i mari della memoria”. Basterebbero questi pochi versi, dalla struttura lineare e dall’adozione di una sintassi semplice e al contempo ricca di significati, per rendere in maniera concreta il procedimento visivo e attuativo della poetessa: come vede e come si comporta o, in sintesi, chi è. Mi sento di dire, proprio per questo motivo, che, al di là dei rimandi a vicende di cronaca o della buia attualità che riguardano noi tutti, nelle sue poesie fuoriesce distintamente, al di là dell’empatia col narrato, la vera inclinazione emotiva, sensoriale, affettiva, di una donna che non ha a cuore il semplice bene personale, l’effimero o il ristretto mondo che la concerne, ma l’universo tutto.

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La poetessa Claudia Piccinno

L’incedere non è sempre retto e privo di falle, ma è di varia natura, a seconda delle realtà con le quali viene a confidenza; il deambulare apparentemente vago od ondivago non si ascrive a un randagismo conoscitivo, vale a dire di sbandamento o di perdita di consapevolezza, piuttosto sembra essere l’unica andatura realmente possibile, in uno scenario sì complesso e vorticoso di vicende collettive che non solo chiamano all’enunciazione ma necessitano una vera condanna.

Tra le varie liriche, spesso dal ridotto numero di versi, sfilano immagini di un passato felice che si ricorda con piacevolezza nonché momenti amorosi e di condivisione, resi sempre mediante la scelta di un lessico comune e un ricorso oculato a immagini-simbolo che possono avere una plurima lettura.

L’esperienza sensoriale umana è tracciata da Claudia Piccinno in modo puntuale a rendere molte sfumature e derivazioni dell’amore, del tormento, del dolore per la perdita di qualcuno, non celando neppure la realtà della debolezza umana o la persistenza di episodi di violenza e dell’abuso (“Non aveva peso/ il suo corpo”) con una singolare fascinazione a sprazzi per l’elemento cromatico che ritorna nelle sue tonalità e negli scontri o sbalzi cromatici.

AAA CECERE LIBRO.jpgVarie poesie hanno come retroterra ispirativo quello del conflitto armato, momento di cruciale violenza tra razze e popoli capace di rompere anche l’ordine naturale: “tra morte e distruzione/ di un giorno che non nasce”. Dinanzi all’obbrobrio della crudeltà umana il cielo è come se non volesse comparire, impossibilitato a farlo, per non dar luce a quel palcoscenico di morte. Il sipario sulla strage ha da restare chiuso, privo di luci della ribalta, lontano da presenze e minacce, ma ciò è pura utopia e l’inciviltà dilaga nelle immagini apocalittiche dei “resti scomposti” dei bambini siriani così come negli occhi neri delle giovani spose-bambine, ormai divenuti inani e inespressivi “schegge d’ebano”.

L’inquietudine si affievolisce e, dunque, come scrive la nostra, “trova pace” solo mediante un’azione decisa e consapevole, “senza se e senza ma” dacché, per usare altri versi particolarmente significativi, “il coraggio si sperimenta”. Rarità nei costumi di oggi dove è più facile mostrare l’intenzione al coraggio che è patina di una vigliaccheria senza pari.

Una poesia dai toni agrodolci, sicuramente molto riflessiva, che non conosce la scontatezza delle immagini che pullulano in tanta poesia d’oggi dove la ricercatezza espressiva, anche dinanzi a materie non sempre lievi, risulta rimarchevole al punto da invitare lo stesso lettore a carpire o a domandarsi più argutamente sui velati significati dei testi, qualora essi non siano palesemente fruibili. Identità e coscienza collettiva, memoria e ricerca di sé, confessione e radiografia sentimentale consegnano al lettore avido di circospezioni poematiche e contenuti consistenti, un volume che non ha nulla di bellettristico e che s’iscrive a pieno nei fasti della poesia contemporanea che s’interroga e sa comunicare anche quando non dice: “Linfa nuova/ porta il mattino/ e rimescola le ansie/ dell’insonnia”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 01-06-2017

“Le creazioni amorose di un apprendista di bottega” di Stefano Baldinu, recensione di Lorenzo Spurio

Stefano Baldinu, Le creazioni amorose di un apprendista di bottega, Helicon, Arezzo, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

3277490.jpgIl poeta bolognese Stefano Baldinu, dopo aver fatto incetta di prestigiosi premi letterari per la poesia in tutta Italia mostrando l’ampia e ricercata capacità lirica di trasfondere col verso la profondità dell’animo, ha recentemente pubblicato un volume dal titolo Le creazioni amorose di un apprendista di bottega (Helicon, Arezzo, 2017) che contempla una serie di testi poetici appositamente selezionati attorno ad un unico fil rouge, quello dell’amore. Collaboratore della rivista di letteratura online “Euterpe”, Stefano Baldinu ha precedentemente dato alle stampe i libri Sardegna (Dreams Entertainment, 2010), Scorci piemontesi (Aletti, 2012) e Genova per me (Aletti, 2013) dedicandosi negli ultimi tempi anche alla poesia dialettale sarda (variante nuorese) essendo conoscitore di quell’idioma per ragioni di carattere familiare.

Se nelle precedenti raccolte aveva impiegato un punto di vista privilegiato verso il mondo esterno, cantando e affrescando luoghi cari alla sua geografia intima, nel nuovo libro il poeta si dedica in maniera assai più approfondita e viscerale a indagare gli scavi emotivi.  Con un metro poetico che spesso sembra strizzare l’occhio alla prosa e una tendenza espositiva atta di frequente a narrare, Baldinu cadenza la sua poesia e compie con acume e perizia introspettiva un esame acuto di alcuni momenti nevralgici dell’esistenza umana, tra i vari stadi dell’approccio amoroso.

L’amore – tematica che è ravvisabile e ben percepibile in tutte le poesie qui contenute – diviene una dimensione logica, vale a dire l’unico filtro con il quale è possibile rievocare, raccontare e vivere il quotidiano. Non viene chiarito quale è il destinatario dei componimenti ma la cosa più ragionevole mi pare quella di credere che, in effetti, i destinatari impliciti siano vari e diversi. Un canzoniere d’amore, dunque, non all’antica maniera dove l’autore innalzava le doti fisiche e morali di una lei precisa, caratterizzata per elementi che consentissero la certa identificazione ma un diván (termine che definisce una raccolta poetica prevalentemente nella cultura islamica), ossia un’antologia compiuta di brani che hanno intenzioni e finalità diverse, tutti accentrati attorno al macro-tema del sentimento amoroso: cosa detta in chi lo vive, come anima gli individui, quanto coinvolge mente e corpo e quanto la fine di un amore possa essere un fatto cruciale e doloroso da sostenere. 

Un amore che non è solo fremito sensazionale ed esigenza atavica d’unione che l’uomo sempre sperimenta ma anche il resoconto di attimi andati che si rievocano con nostalgia, nonché proclami di bisogno, attestazioni di assenze che pesano. Con un’argentina precisione sintattica che dà compimento a quella organicità e pulizia del verso quanto mai apprezzabile, il Nostro affronta così anche i dilemmi di un rapporto consumatosi nel tempo, s’interroga sulla possibilità di un futuro senza l’amata, affronta il lato più mesto degli addii dolorosi.

La poetica di Baldinu guarda spesso al passato, a un tempo che non è importante decifrare in termini di conta degli anni che ci separano da quei momenti, piuttosto amplificati dal silenzio del quale il Nostro sembra volersi attorniare come pure una più spontanea reclusione nella stanza della propria casa dove osserva la fine della giornata.

La natura – com’è in ogni “fare” poetico di spessore – è presente al punto da giocare distintamente il suo ruolo: le ambientazioni, che si richiamano con puntigliosità e che fungono da direttrici ambientali agli episodi vergati sulla tabula delle emozioni, nel loro contorno di presenza sono determinanti e inscindibili nel processo di recupero delle immagini e dei ricordi. La luna – spesso presente –, pur nella complessità di un presente complicato e di un animo travagliato, sembra essere lì pronta a tendere una mano, a scuotere certezze un tempo credute inattaccabili.

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Il poeta Stefano Baldinu a Jesi durante la premiazone del Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi” di cui è membro di giuria.

Le pagine di Baldinu contengono moniti di una rivincita personale dove l’io, pur addolorato e frastornato, ha l’obbligo di riscoprire la validità della sua essenza. Dinamica dell’inconscio che si realizza prendendo itinerari inconoscibili e imprevisti ma che nell’autore è dettata da ansimi di speranza e ragioni tendenti al bene. Nella rinnovata autocoscienza che si compie, Baldinu ritrova il senso che precedentemente aveva attribuito a un soggetto/oggetto fuori da lui. Ecco allora che può avvenire la riscoperta della luce. Se “la notte è un arido esercizio d’amore”, il giorno diviene rituale cognitivo che, mediante l’introspezione e l’autostima, dà alla persona gli strumenti per ritrovare la direttrice del suo esserci al mondo.

L’amore che ci descrive Baldinu è un sentimento totalizzante e illogico, irrefrenabile eppure indispensabile: se è fautore di ricchezza dell’anima, di conoscenza e di condivisione empatica con l’altro, può anche essere motivo di preoccupazione, che fiacca, fa arrovellare e indebolire l’uomo e la sua mancanza può causare l’inasprimento di odio e rabbia e, dunque, l’adozione di atteggiamenti fobici che possono divenire incontrollabili. La fine di un amore non sempre corrisponde all’allontanamento fisico degli amanti sicché questo alone indicibile fatto di profonde ricordanze e di sete inappagabile può ispessirsi in  un tempo che in poco si fa smisurato e incontrollato. Si compie così la nudità dell’inverno, vale a dire quel passaggio inesplorato di un tempo che si rattrappisce  spaesando l’uomo. 

Nel silenzio che ormai s’è ancorato alle giornate che si susseguono indifferenziate e dinanzi a un passato fulgido e appagato si perde così anche il senso di esserci al mondo: “Tutto ha sapore di niente”. In quell’assenza prende piede la perdita d’identità dell’uomo, lo svelamento delle sue problematiche forse mai concepite come tali né sanate, l’annullamento di un benessere vivido una volta ed ora dissipato. Con toni crepuscolari l’autore attesta l’insorgenza di una disaffezione e di una non voluta negligenza verso l’esistenza che, con compassionevole inclinazione, può trovare voce in toni ripiegati: “ho smesso di volare”, toni dall’asciuttezza sbalorditiva che eludono accoglimento.

Sono solo gli ultimi componimenti della raccolta a raccogliere in maniera più asfittica e tesa il dolore di un uomo che subisce o s’appresta all’abbandono dall’amata; il volume, infatti, predispone il lettore a svariate strade più o meno parallele d’affrontare il più importante sentimento cui l’uomo possa riconoscere, giungendo solo in chiusura a darne una lettura piuttosto soccombente nei riguardi degli accadimenti. Amore al quale il Nostro dedica in maniera sentita tutti i versi che compongono il volume, complice una profondità di sentimento e di rigore umano nella quale Baldinu s’identifica in un tempo spesso sciatto e indifferenziato come il nostro dove l’esigenza intima viene spesso asservita al roboante caos di fuori. Solo in tali circostanze e con una rilassatezza che non di rado sembra impraticabile risulta plausibile l’identificazione di un argine a una lancinante situazione d’assenza o d’isolamento: “io sono il gesto taciuto di un ombrello che si ferma/ a calmare il dolore”, scrive. La forza ignota che divampa e scaturisce da noi stessi è il solo valido ingrediente che possa permettere di “continua[re] a sognare, a fuggire il male/ sperando il bene”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-04-2017

La poetessa Leila Falà a Recanati (sab. 11 febbraio) per l’antologia “Della propria voce”

Sabato 11 febbraio, alla libreria Passepartout di Recanati, ore 18.30.

Antologia  “Della propria voce”
Gruppo 98 poesia 
Qudulibri
a cura di Leila Falà

Contiene una scheda informativa sul Gruppo ’98 Poesia

Le poete: Paola Cimatti, Leila Falà, Zara Finzi, Serenella Gatti Linares, Loredana Magazzeni, Paola Tosi, Alessandra Vignoli, Vannia Virgili, Anna Zoli, Giovanna Zunica; un’ottantina di poesie correlate dalle riproduzioni delle belle opere da Donatella Franchi.

Due ancora gli interventi nel libro: di Pina Galeazzi e Daniela Palliccia, psicologhe.

Interviene
Leila Falà
che darà voce alle poete del Gruppo ’98 poesia raccolte nell’antologia.

“Dare spazio alla propria capacità creativa. Ascoltare quella voce, propria, interiore, quella spinta a sperimentare, andare oltre, rinnovare. Coltivarne l’esigenza, il desiderio. Anteporre quello spazio per sé a tutto il “dover essere”, il lavoro di cura, il lavoro retribuito, gli affetti familiari, a tutto il dovere che non solo la società, ma noi per prime, esigiamo da noi stesse”
Una lettura racconto per presentare “Della propria voce”, Antologia di un gruppo di poete bolognesi – Gruppo ’98 poesia – che si sono interrogate sullo spazio che ci diamo per prenderci cura di noi, dei nostri aspetti più stimolanti e creativi.

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