Esce “I dintorni della solitudine” di Nazario Pardini, con prefazione di Michele Miano

AAA COPERTINA I DINTORNI CDELLA SOLITUDINE.pngE’ uscito il nuovo libro di poesie del poeta e critico letterario toscano Nazario Pardini dal titolo “I dintorni della solitudine” per i tipi di Miano Editore di Milano. Il testo si apre con una ricca prefazione del critico Michele Miano che così annota: “Nazario Pardini ha al suo attivo molte raccolte di poesia. È un personaggio, noto, da decenni nel campo della scrittura. Sulla sua produzione hanno scritto  i più qualificati critici letterari. Alla sua poesia sono state applicate varie chiavi interpretative, dalla motivazione esistenzialistica a quella psicanalitica alla religiosa a quella naturalistica. Ad essa egli perviene in maniera quasi inconscia, o meglio, sulla scorta di un cammino empirico, di sofferenze vissute e ben radicate nel quotidiano. Sarebbe fuorviante definire Pardini mistico dell’essenza, perché si verrebbe  inevitabilmente ad intaccare quella razionalità di pensiero e quella misura che caratterizzano il suo fare poesia. Eppure non gli sfugge il senso della sproporzione essenziale dell’uomo […] Il suo non è un canto illusorio, poiché sogno, realtà ed illusione si fondono con la sua identità presente e pienamente raggiunta con il pensiero e con l’azione. Si legga la lirica La poesia si scrive: “… non pensare / alla miseria umana, al suo degrado, / fingi che quel momento sia per sempre. / È l’unico sistema per fregare / lo scettro imperituro della sorte.”

Per poter leggere la prefazione integrale con il testo poetico “Verso la luce” di Nazario Pardini si rimanda all’articolo pubblicato su “Alla volta di Leucade” il 21/02/2019.

“Cerchi ascensionali” di Francesca Luzzio, recensione di Lorenzo Spurio

Cerchi-ascensionali-220x300.jpgLa nuova opera della poetessa palermitana Francesca Luzzio è stata recentemente pubblicata per i tipi di Il Convivio Editore di Castiglione di Sicilia e porta il titolo di Cerchi ascensionali.  Le motivazioni e le finalità della tetra-ripartizione dell’ampia opera poetica – che raccoglie gli inediti della più recente produzione, compresi alcuni testi apparsi su riviste e antologie – sono ben chiarite negli apparati critici introduttivi al volume a firma, rispettivamente, del professore Elio Giunta e di Angelo Manitta, critico letterario e responsabile della casa editrice Il Convivio. Nella progressione di questo percorso per “cerchi” che, come Manitta rivela, ricordano i canti di dantesca memoria,l’animo poetico della Nostra è tratteggiato a trecentosessanta gradi, esponendosi la poetessa tanto su questioni di carattere etico-sociale[1] (“La mia terra è piena di crepe,/ sofferente, come tanta gente che nulla ha”, 39), quanto su riflessioni personali ricollegati alla rievocazioni di memorie felici e veri e propri flussi di coscienza.

 

La recensione completa è stata pubblicata su “Oubliette Magazine” il 22-02-2019. Per poterla leggere cliccare qui. 

 

Quando il narratore è… interno. “Nel guscio” di Ian McEwan, recensione di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini

Alla fine deve ad Amleto meno di quanto sia stato fin troppo evidenziato (fra gli altri da un entusiasta Antonio D’Orrico su “La lettura” del 30 aprile) l’ultimo romanzo di Ian McEwan Nel guscio (Einaudi 2017), noir anomalo e intrigante scritto con sarcasmo, genialità, sguardo attento al nostro complesso presente: il tutto tanto più sorprendente in quanto il punto di vista narrativo non è quello di un colto e navigato intellettuale come il tono farebbe, sin dall’incipit, supporre.

Lei è Trudy (Gertrude): può contare su una bellezza piena ed indiscutibile – capelli “biondo grano di una guerriera sassone che si inanellano lucenti sino al bianco polpa di mela delle spalle e naso piccolo come un bottone di perla” (chi la descrive ha nel DNA una spiccata vena lirica ed è…di parte) – e su una formazione in pillole maturata ascoltando radio, audiolibri divulgativi, podcast eterogenei, dalla bachicoltura nelle Ardenne alla strategia attuata dal Führer nella medesima regione. Particolare non trascurabile nell’economia dell’intreccio, è al temine di una gravidanza. I “lui” sono due fratelli: il marito e padre del protagonista, John Cairncross – poeta misconosciuto idealista e premuroso, disposto a subire umiliazioni, sconfitte, delusioni in nome di un sonetto, accomodante al punto da accettare la “pausa di riflessione” impostagli dalla moglie a seguito di una mai ammessa crisi matrimoniale e lasciarle il sontuoso edificio georgiano di famiglia in Hamilton Terrace – e Claude, suo attuale convivente (Shakespeare, certo: se è per questo compare persino lo spettro), agente immobiliare a corto di inventiva e fantasia, ottuso, insulso, senza nemmeno il fascino del “mascalzone sorridente, conchiglia priva dell’ospite e, come cospiratore, più cretino di lei”.

61Obc59f4-L.jpgA riferire/giudicare/deprecare l’intento dei cognati di uccidere il legittimo genitore e ad accompagnarci nei meandri di menti adulte di volta in volta appassionate e/o disperate, edotto, suo malgrado, nelle perverse dinamiche degli amanti (“arrivano al primo bacio pieni di cicatrici, oltre che di voglie” e “non si amano in dicembre come si amavano a maggio”) non meno che nei meccanismi della vendetta (“può essere consumata cento volte in una sola notte insonne”), è la più precoce voce narrante del romanzo post-moderno che ci sia dato ricordare: un feto, ormai non più fluttuante nella bolla sognante dei propri pensieri – come…da giovane – ma pronto ad affacciarsi alla vita e spirito critico già pienamente consapevole che “l’esistenza cosciente coincide con la fine dell’illusione di non essere”…Chi legge dovrà abituarsi, il narratore si esprime così ed è merito dello scrittore aver evitato i rischi di un gioco cerebrale ed artificioso grazie ad una massiccia dose di provvidenziale, godibile ironia. Testimone suo malgrado – silenzioso sino ad un certo punto – dell’avvincente plot, su cui nulla sveliamo, amerebbe nascere in Norvegia per la munifica assistenza pubblica; l’Italia è una seconda scelta (“rovine e cibo”) che, comunque, batte la Francia, con l’autostima dei suoi abitanti e il Pinot nero, del quale è in grado di indovinare il vitigno attraverso il semplice bouquet decantatogli da una placenta in buona salute. In ogni caso predilige il Borgogna e il Saucerre Chauvignol con il suo “sentore gentile di pietrisco siliceo” (tutto la madre). Prematuramente afflitto da un senso di tedio esistenziale e non esente da tendenze suicide pre/neonatali di fronte alla disperazione per il progettato omicidio – “nascere morti”, che ossimoro – ricorre spesso al francese e ad un lessico forbito (non origine ma eziologia, non pallida, chiaro, follia comune ma diafana, epidittico, folie à deux…felicità? Meglio citare la pakistana Valle di Swat). Tutto il padre. Non si commuove ascoltando una lirica moderna (“troppo ripiegate in se stesse, vitree e sdegnose nei confronti dell’altro”), apprezza Owen e Keats, Poggio Bracciolini e l’Umanesimo italiano, Lucrezio e l’Ulisse (che fa addormentare l’adorata genitrice, Joyce non è Omero), si esprime spesso per metafore (solida comunque la conoscenza dell’intero apparato retorico) e ha confidenza, per accorata empatia con lui, dell’aubade, del pirrichio[1], del trimetro giambico e delle più recenti acquisizioni della linguistica. Esperto di filosofia – del resto “i nascituri sono stoici imperscrutabili, Budda sommersi accettano che le lacrime siano nella natura delle cose…sunt lacrimae rerum”; Hobbes, Platone, Kant, Cartesio e Confucio tornano utili per le citazioni quotidiane – lo è altrettanto delle emergenze globali sia da un punto di vista politico (tensioni sociali, strategie belliche e progettualità imperialiste di Cina, Medio Oriente, Russia, USA e Califfato islamico) che socio-economico e tecnologico: pannelli solari, parchi eolici, abbassamento del livello dei ghiacci e crisi dei mercati non hanno segreti per lui. Pacifista convinto, ecologista (stavamo per scrivere militante), antiamericano viscerale (“un popolo irritabile di obesi, dal grilletto facile e governati da una Costituzione insondabile come il Corano”…piccolo caro), sinceramente afflitto dalla prospettiva che “nove miliardi di eroi non riescano a risparmiarsi cortesie nucleari” (squadre fatte: India/Pakistan, Israele/Iran, USA/Cina: “aggiungere liberamente altre formazioni, affluiranno i giocatori dei non-stati”), si professa tenacemente ottimista (scelta troppo facile il pessimismo, “cimiero di intellettuali di ogni latitudine”) e, tutto sommato, fiducioso nelle umane sorti e progressive[2] di un pianeta abitato da esseri ingegnosi ed infantili che devono, alla fine, scontare “il complicato dono di una coscienza” ipertrofica, per dirla con un altro strenuo estimatore di se stesso rintanato nel sottosuolo – meno accogliente, certo, del liquido grembo materno – in tempi non sospetti.

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Ian McEwan. Foto tratta da: http://www.artspecialday.com/9art/2017/06/21/ian-mcewan-scrutatore-realta/ 

Con un’intensità assoluta e devota che manderebbe in estasi Freud, il nostro ama – sempre timoroso di non essere corrisposto – la “bellissima, amorevole, assassina” madre, titolare del dolore anche fisico che lui stesso inizia ad avvertire, ormai conscio di quello interiore per il quale (benedetto Heidegger) verrà gettato nel mondo. E di lei è in grado di percepire “nel rallentamento del battito cardiaco un’incrostazione di noia a livello retinico” (per le poesie che un marito ostinatamente innamorato le recita) e nel “disagio/danneggiamento di granulociti e piastrine gli accessi di rabbia” (per l’esistenza stessa del medesimo): una sorprendente ottica narratologica la sua, confinata “in un guscio di noce, in due pollici d’avorio (perché no, quando la letteratura tutta, e l’arte, e ogni impresa umana altro non sono che puntini nell’universo del possibile, puntino esso stesso in una moltitudine di universi possibili”) che lo costringe – risvolto tecnicamente inevitabile ma poco felice – ad “uscire” anzitempo dall’utero per descrivere/commentare scene e colloqui in esterno. Non incline alla chiacchiera – “espediente da adulti (!) per scendere a patti con il tedio e la malafede – possiede, come accennavamo, un raffinato senso dell’umorismo (si leggano i passi dedicati ai rapporti intimi che “lo zio verme” impone a Trudy e “buona creanza, se non buon senso clinico, sconsiglierebbero”), senz’altro una delle cifre di questo libro spiazzante e convincente. Come (quasi) tutta l’opera di un indiscusso maestro della narrativa contemporanea.

MARCO CAMERINI

 

NOTE

[1] Invitiamo il lettore a non dare soddisfazione al futuro neonato, decisamente saccente e presuntuoso, andando a cercare sul vocabolario il significato dei due termini che riguardano strutture e metri della lirica classica e trobadorica: fate finta di nulla e tirate dritto.

[2] La citazione, come la seguente, è dell’estensore di questa recensione…tanto per non sfigurare.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

Quando a rubare è la vita: i racconti di Gina Berriault. Recensione di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini 

A Gina Berriault (1926-1999) è, in qualche modo, toccata la sorte dell’umbratile J. Johnson (ci occupammo del suo unico libro Ora che è novembre, Bompiani 2017) piuttosto che quella del Nobel A. Munro, anch’essa straordinaria autrice di short stories, e questo nonostante gli apprezzamenti sinceri di alcuni fra i più autorevoli scrittori della sua generazione opportunamente riportati in quarta di copertina.

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All’editore Mattioli 1885 si deve la prima traduzione italiana dei suoi racconti, storie uniche per drammatica intensità d’ispirazione, capacità narrativa di costruire trame inquiete ed inquietanti su particolari solo apparentemente secondari, nitida eleganza formale: doveroso il tributo ad una scrittrice misconosciuta anche in America. I modelli vengono persino citati nel corso della raccolta (Gogol’ e Cechov più che Carver o Dubus, magari la Woolf, certo l’Achmatova, Whitman, Pound per la cifra poetica della sua prosa) e i piaceri sono quelli che la Vita ha rubato ad un’anonima folla di personaggi i quali solo raramente hanno saputo/voluto fare altrettanto con le opportunità di un destino assai poco generoso: la speranza in un futuro migliore (accade alla problematica Delia “dalla faccia piatta e minacciosa” e alla sorella Fleur, “riccioli color rame e aria da agnello sacrificale” de I piaceri rubati che, incapaci di “dimostrare quanto fossero preziose”, colmano un’esistenza frustrante con la reciproca e alla fine solidale confessione dei propri rimpianti),[2] il sogno della colta, fascinosa Claudia di incontrare Camus per le vie di Parigi e qualcuno “capace di spezzare le catene dei suoi sensi di colpa” (Morte di un uomo minore), le aspettative di successo del rancoroso Berger, solo “suonatore e non artista”, lui che “viveva la musica come un concentrato di tutti i desideri e le cose belle provate” (Notti nei giardini di Spagna).

Ancora ad essere sottratti senza scampo sono il recupero di un rapporto genitoriale difficile, mai rimosso né rinnegato (“colpa dello sguardo” quella di Arty che assiste, Spettatore inerte e passivo, al crollo di un padre tardivamente incontrato fra i pazienti di un ospedale psichiatrico e solo di un male inesorabile se Eli, con il suo gogoliano Cappotto “nero, poderoso e impenetrabile” non riesce a confessare al suo che dovrà sopravvivergli),[3] l’opportunità – per il cattivo/folle/solo razionale? Bambino di pietra Arnold (“Perché sei rimasto a raccogliere piselli per un’ora dopo che tuo fratello era morto?”) o la Bimba sublime Ruth, concupita dall’amante di sua madre – di vivere un’adolescenza serena, il senso ultimo della propria identità (Chi può dirmi chi sono? con la figura del bibliotecario Perera che rinvia al Tabucchi di Tutti i nomi prima che a Dickens o Dostoevskij…e non fosse per una “i”?!).

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Una foto di Gina Berriault. Fonte: https://wrongand.blogspot.com/2018/09/piaceri-rubati-di-gina-berriault.html 

Infine l’amore, il furto che scuote maggiormente e non si vorrebbe mai subire: non solo quello senile ed impossibile che nasce dalL’infinito potere delle aspettative di un anziano verso una giovane cui non serve il Kierkegaard de La pienezza del cuore per “alzare gli occhi e guardarsi intorno”, o di una donna che, per l’egoistico piacere di essere ancora desiderata (“terribile non vivere più nemmeno nei ricordi”) costringe gli altri a farlo anche se hanno 16 anni, ma l’Amore in sé, come empatico incontro di anime. Ne traccia un desolato referto la taciturna, sensibile, coscienziosa sessantatreenne de Il diario di K.W. kafkianamente ridotta alle sue sole iniziali, a parlare con un Dio che non risponde (“mi rispondo da sola e faccio tutto il lavoro al posto Suo”), a vergognarsi delle “piccole transazioni” esistenziali e sperimentare la forza rigenerante della pittura ma non quella della passione…tanto affine, in questo, alla dublinese Maria di Cenere. Accumunano le vicende di ognuno il rimpianto struggente di un passato (forse) felice, il costante senso di smarrimento e perdita, la lucida percezione del fallimento che generano rassegnazione più che rabbia, paralisi più che vitale, necessaria speranza, ripiegamento cinico ed esacerbato, mai solidale apertura alle ragioni dell’altro: amico, consorte, amante, genitore o figlio che sia.

Labili ma tenaci segnali di riscatto sembrano giungere dalla terapeutica pratica dell’esercizio artistico: non a caso due racconti vedono protagonisti degli scrittori – seppure in crisi – e la musica, in tutte le sue declinazioni, è una sorta di preziosa costante del libro. Così a Lang gli Scherzi dell’immaginazione consentono di sconfiggere “l’indifferenza per il miracolo della vita” – vera linfa dell’ispirazione creativa (e confessione di poetica) –  Kligspringer ritrova la propria dimensione di affabulatore alla Ricerca di Kruper, fantomatico, salingeriano Kurtz della narrativa e nel citato Piaceri rubati – ci limitiamo a questo riferimento – compare una bellissima definizione del jazz (oltre che…del pianoforte): “La melodia che esplode senza un vero inizio e non torna indietro per ricominciare, suonata da persone che pareva sapessero avrebbero ricevuto ciò che volevano e molto di più dalla vita” (p. 48).

L’apparente minimalismo tematico (sarebbe piaciuto a Flannery O’Connor) si traduce in uno stile mai semplicemente referenziale nella sua asciutta essenzialità (prevalgono l’indiretto – a volte libero – del personaggio o il punto di vista onnisciente del narratore sui dialoghi) con frequenti squarci lirici e splendidi finali “aperti” che raramente concludono l’esile intreccio, suggerendo intriganti perplessità/interrogativi nel lettore, sempre emotivamente coinvolto da una lettura appassionante. Gina Berriault va (ri)scoperta ed amata.

 MARCO CAMERINI

 

[2] Rimanda ad Espiazione di McEwan il rapporto di conflittualità/complicità fra le due ragazze.

[3] Questi ultimi due racconti ci sono parsi assoluti capolavori, fra i migliori della letteratura americana del secondo ‘900…ma eravamo sul punto di eliminare l’aggettivo.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Boati dal profondo” di Pasqualino Cinnirella, recensione di Lorenzo Spurio

8972e-boati-dal-profondo.pngIl poeta Pasqualino Cinnirella di Caltagirone (Catania) con all’attivo le pubblicazioni poetiche “Pieghe d’animo 1963-1977” (1978), “Fuochi sull’aia 1978-1985” (1987) e “Meditazione” (2001) è recentemente uscito con una nuova opera poetica, “Boati dal profondo”, per i tipi di The Writer Edizioni. Le liriche, tutte dotate in calce del riferimento preciso alla data della loro stesura, sono inframmezzate da commenti critici di diversa lunghezza di eminenti critici e studiosi di letteratura, tra i quali Nazario Pardini, Pasquale Balestriere e Maria Grazia Ferraris (solo per citarne alcuni), che si dedicano ad approfondire alcuni aspetti dell’arte poetica del Nostro. 

Le tematiche profonde che legano le varie liriche qui contenute sono il ricordo (di quando, affranto dalla noia e rabdomante nel campo del padre, “[s’] insaccav[a] di sole alto”,13), l’amore, la comunione con l’ambiente campestre, il sacrificio del lavoro, le figure dei cari (soprattutto quella del padre, vero e proprio maestro di vita difatti scrive in “Passaggi” che lui “impartiva alla mia coscienza, intatta allora,/ il suo modo giusto di vivere da uomo”, 23) finanche le tematiche di carattere etico-civile ad abbracciare, in un ideale girotondo di pace, le esistenze derelitte di chi, vicino o all’altro capo del pianeta, “vive[…] piegato al grigio degli eventi” (17).

La recensione integrale è stata pubblicata il 12/02/2019 sulla testata “Radio Doppio Zero” ed è disponibile cliccando qui. 

Addio al teatino Vito Moretti, poeta “umano” e saggista di ampia caratura

Giunge dalla stampa online[1] e dalle tante attestazioni di stima e amicizia in Facebook l’annuncio del decesso del professore Vito Moretti (nato a San Vito Chietino nel 1949) di Chieti, docente universitario, poeta e scrittore, saggista e critico letterario che da poco aveva festeggiato i cinquanta anni della sua carriera di letterato. Recentissima, di pochi giorni fa, la notizia che la sua poesia inedita “Potessi raccontare i sogni” è risultata nella rosa dei finalisti del celebre Premio Letterario “Don Luigi Di Liegro”, X edizione, di Roma.

Ingente il suo contributo al mondo della poesia contemporanea, pubblicò (l’elenco dei titoli non è completo!)[2] le opere in dialetto N’andica degnetà de fije (1982), La vulundà e li jurne (1986) e Déndre a na storie (1987), Na raggio ne e li déhe (1989), La case che nen e chiude (2013) e per la poesia in lingua, dopo alcune plaquettes confluite in Una terra e l’altra. Ristampe e inediti (1995), ha dato alle stampe Temporalità e altre congetture (1988), Il finito presente (1989), Le prerogative anteriori (1992) e Da parola a parola (1994), Di ogni cosa detta (2007), L’altrove dei sensi (2007), Con le mani di ieri (2009), Luoghi (2011), Dal portico dell’angelo (2014). I suoi interventi teorici sono stati raccolti nel volume Le ragioni di una scrittura. Dialoghi sul dialetto e sulla poesia contemporanea (1989).

Il mio ricordo è legato ad alcuni brevi episodi che ci permisero di incontrarci in quella che era la terra che lui amava più di ogni altra cosa, ovvero il capoluogo teatino. Difatti nella prima edizione del Premio Letterario “Città di Chieti”, ideato nel 2017 dall’amica e poetessa Rosanna Di Iorio nel quale figuravo per sua volontà quale Presidente di Giuria, data il lungo corso della sua unanimamente riconosciuta attività poetica, la vastità dei suoi interessi letterari, lo spessore delle pubblicazioni e degli interventi critici in conferenze, dibattiti e convegni di varia natura, ci era sembrato opportuno premiarlo con un Premio Speciale definito, appunto, “Città di Chieti” (aveva partecipato in quell’occasione con la poesia “Così è questa la traccia”). Si trattava, com’è intuitivo da comprendere, uno dei tanti  numerosissimi premi, attestazioni di merito e di riconoscimento che da decenni il professore aveva ricevuto con orgoglio e merito in ogni parte del Paese.[3] Ricordo che in quella circostanza, pur dispiaciuto, non ebbi l’occasione di incontrarlo perché doveva trovarsi impegnato fuori città per altre iniziative letterarie e il premio gli venne in seguito consegnato dall’organizzazione.

Lo incontrai, invece, ad aprile 2018 presso il Teatro Marrucino di Chieti nell’occasione della presentazione al pubblico del libro di poesie La stanza segreta (Vitale, 2018) di Rosanna Di Iorio dove ero stato chiamato, assieme a Lucia Bonanni, a intervenire sul volume. Scambiai qualche veloce chiacchiera con lui ma questo non impedì che ne apprezzassi l’impeto nell’esternazione delle sue battute nonché l’acume delle considerazioni.

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Il professor Vito Moretti. Foto tratta da: http://www.ilcentro.it/cultura-e-spettacoli/quelle-ombre-adorne-di-vito-moretti-1.21839?utm_medium=migrazione

Rimasi così in contatto con lui, esclusivamente a mezzo internet, e apprezzai – ben prima che la sua produzione poetica (vastissima e di alto profilo) – la sua attività di critico e di esegeta di testi letterari della tradizione abruzzese con particolare attenzione a Gabriele D’Annunzio. Molto interessato ad alcune sue pubblicazini sull’argomento (ormai per lo più fuori catalogo e dunque introvabili) era stato così gentile da inviarmi estratti delle opere a mezzo e-mail ed altre me le avrebbe sicuramente inviate per posta – quale dono – come mi aveva promesso avendo avvertito nelle mie parole il grande interesse verso il suo lavoro ermeneutico. Purtroppo non ve ne fu tempo. Conservo, invece, con piacere una serie di testi (capitoli estratti) di volumi[4] o di suoi studi critici vertenti il fenomeno del “dramma rurale”, del teatro rustico d’argomento abruzzese con riferimento a La Figlia di Iorio di D’Annunzio. Gli comunicai, nei mesi scorsi, infatti, che ero molto interessato ad approfondire tali questioni per una lettura più ampia e comparativa per un mio studio improntato sul tema dell’onore e del dramma rurale nell’opera dello spagnolo Federico García Lorca. Sono testi importanti e ben calibrati, i suoi, che saranno di certo utili nello sviluppo del mio saggio e che lo saranno per tutti coloro che, interessati al fenomeno agreste in oggetto, faranno ricerche in tal senso.

Ma la produzione di critica letteraria di Moretti è vastissima e non esula interessi d’altro tipo. Vorrei, infatti, ricordare alcuni dei testi della sua intensa bibliografia: Occasioni abruzzesi. Letture e pagine critiche (Tracce, 2000), Il plurale delle voci. La letteratura abruzzese fra Sette e Novecento (Bulzoni, 1996), D’Annunzio pubblico e privato (Marsilio, 2001), Le forme dell’identità. Dall’Arcadia al decadentismo (Studium, 2001),  I labirinti del Vate. Gabriele D’Annunzio e le mediazioni della scrittura (Studium, 2006), Ariel e Melitta. Carteggio inedito D’Annunzio-De Felici (Carabba, 2007), Di carte e di parole. Note, proposte e ricerche sulla letteratura dell’Otto e Novecento (Bulzoni, 2009), Le forme recitate. Aspetti della letteratura tra Otto e Novecento (Studium, 2011).

L’ultima volta che lo sentii, circa un paio di settimane fa, era per informarlo della decisione della redazione della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe” di pubblicare una delle sue poesie,  giunte per la selezione dei testi, ovvero la poesia “Nel nostro campo”, che figura all’interno delle pagine del n°28 di Febbraio 2019.

Alcuni versi estratti da un’altra sua bella poesia, “Dubita, se ogni punto”, così recitano: “Nulla ha più della perfezione/ che ti impegna al perdono, alla linea che declina/ e che pure sale, e che si moltiplica, tu sai,/ dove tutto è infinito”.

 

Lorenzo Spurio

09-02-2019

 

[1] La testata “Chieti Today” così titola la notizia: “La cultura abruzzese piange il professor Vito Moretti, docente universitario e scrittore”: http://www.chietitoday.it/cronaca/scomparso-professor-vito-moretti-chieti-san-vito-chietino.html mentre l’emittente locale “Rete 8” così titola: “Chieti piange la scomparsa del professor Vito Moretti”, http://www.rete8.it/cronaca/234chieti-piange-la-scomparsa-del-professor-vito-moretti/

[2] Notizie biobibliografiche più esaustive possono essere consultate sui siti della casa editrice Tabula Fati: http://www.edizionitabulafati.it/vitomoretti.htm e “Poesie del nostro tempo”: http://poetidelparco.it/9_228_Vito-Moretti.html Numerosi suoi testi poetici sono presenti sul siti, riviste online e antologie poetiche.

[3] Solo per citarne alcuni: il “Versilia-Marina di Carrara”, il “Premio Alghero”, il “Pisa-Calamaio di Neri”. Il professore, inoltre, era presidente e membro di giuria in numerosi premi letterari nazionali sia abruzzesi che di altre regioni.

[4] Principalmente estratti di VITO MORETTI,  I labirinti del Vate. Gabriele d’Annunzio e le mediazioni della scrittura, Roma, Edizioni Studium, 2006.

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“Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”: uscito il n°28 della rivista di poesia e critica lett. “Euterpe”

Si segnala l’uscita del n°28 della rivista di letteratura Euterpe che proponeva quale tema di riferimento “Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”.

L’apertura di questo numero è dedicato al poeta GUIDO OLDANI, padre del realismo terminale, con alcuni suoi inediti e un commento a cura del critico letterario Lucia Bonanni.

Nella rivista sono presenti testi di (in ordine alfabetico): Abenante Carla, Ariemma Angelo, Baldazzi Cinzia, Baldi Fabia, Bardi Stefano, Baroni Alberto, Benassi Luca, Biolcati Cristina, Bisutti Donatella, Bonanni Lucia, Buffoni Franco, Calabrò Corrado, Camerini Adriano, Camponero Francesca, Carmina Luigi Pio, Centomo Bruno, Consoli Carmelo, Conti Maria Concetta, Covezzi Miriam, Curzi Valtero, D’Arpini Paolo, D’Errico Antonio G., De Rosa Mario, De Stasio Carmen, Demi Cinzia, Di Sora Amedeo, Enna Graziella, Ferraris Maria Grazia, Fusco Loretta, Giordano Zavanone Giovanna, Giorgi Simona, Grasselli Denise, Langella Giuseppe, Lania Cristina, Linguaglossa Giorgio, Lombardi Iuri, Luzzio Francesca, Mancinelli Giorgio, Marcuccio Emanuele, Martillotto Francesco, Mongardi Gabriella, Moretti Vito, Oldani Guido, Otello Emilia, Pellegrini Sefania, Perrone Cinzia, Pierandrei Patrizia, Prediletto Vincenzo, Raggi Luciana, Santarelli Anna, Serpi Marzia, Spagnuolo Antonio,  Spurio Lorenzo, Strinati Fabio, Tabellione Marco, Tiberio Tina Ferreri, Vargiu Laura, Veschi Michele, Vitale Carlos, Zanarella Michela, Zavanone Guido,

Di particolare interesse è la sezione saggistica del presente volume che si compone dei seguenti contributi:

 

ARTICOLI                                                                                                                                   

MARIO DE ROSA – “Una mistica fra rock e poesia: Patti Smith”                                              

IURI LOMBARDI – “Gli scrittori nella canzone d’autore italiana”                                             

FABIA BALDI – “La querelle del Premio Nobel a Bob Dylan”                                                  

CORRADO CALABRO’ – “Musica e poesia”                                                                 

BRUNO CENTOMO – “Buonaterra e Centomo: la parola in musica”                             

CINZIA PERRONE – “Bob Dylan il menestrello del rock”                                                         

GIORGIO MANCINELLI – “Musicologia all’origine della cultura globalizzata”           

FRANCESCA CAMPONERO – “La poetica, cuore del melodramma”                          

PAOLO D’ARPINI – “Musica come espressione ecologica dell’anima”                          

DENISE GRASSELLI – “Dalla letteratura alla musica: l’enigmatica storia di Orfeo e Euridice”

CETTA BRANCATO – “Canto per Francesca”                                                                

VINCENZO PREDILETTO – “Beat in rosa: musica beat ed emancipazione femminile”           

 

SAGGI                                                                                                                               

CINZIA BALDAZZI & ADRIANO CAMERINI – “Bob Dylan tra Keats, Leopardi e Shelley”       

LUCA BENASSI – “Del testo e della musica. Un approccio storico ai problemi relativi al rapporto tra poesia e musica”                                                                                                        

STEFANO BARDI – “La nuova frontiera della poesia in Italia: Rap & Company”                    

LUCIA BONANNI – “Da La terra del rimorso di Ernesto De Martino alla “cinematografia sgrammaticata” di Pier Paolo Pasolini per un percorso interdisciplinare tra etnomusicologia, letteratura popolare e cinema etnografico”                                                  

FRANCO BUFFONI – “Ritmo sopra tutto”                                                                     

CINZIA DEMI – “La voce della fontana in Fogazzaro, D’Annunzio, nei Crepuscolari. Una musica per immagini”                                                                                                                

LORENZO SPURIO – “Approcci comunicativi e sovrapposizioni di voci nel delirio di Alice nel Paese delle Meraviglie”                                                                                                              

MARIA GRAZIA FERRARIS – “Fryderyk Chopin e George Sand. La goccia d’acqua”          

GABRIELLA MONGARDI – “Letteratura e musica in La morte a Venezia di Thomas Mann”

VALTERO CURZI – “Letteratura e musica: influenze e contaminazioni”                       

MARCO TABELLIONE – “La Musica silenziosa. La poesia e la sua musicalità”

ANGELO ARIEMMA – “Les Chansonniers ovvero poesia per musica”                                     

GRAZIELA ENNA – “Due poeti francesi reinterpretati da Fabrizio De André: François Villon e Pierre de Ronsard”                                                                                                                 

CARMEN DE STASIO – “Pienezza espressiva tra musica e letteratura”                         

FRANCESCO MARTILLOTTO – “La musica, “dolcezza e quasi anima de la poesia” in Torquato Tasso    

                                                                                                                          

RECENSIONI                                                                                                                               

GABRIELLA MONGARDI – “Come se di Luigi Santucci”                                                       

LAURA VARGIU – “Cattivi dentro. Dominazione, violenza e deviazione in opere scelte della letteratura straniera di Lorenzo Spurio”                                                           

LAURA VARGIU – “Quadro imperfetto di Stefania Onidi”                                           

CARMELO CONSOLI – “Così è. Colloqui con Dio di Ermellino Mazzoleni”

 

La rivista può essere letta e scaricata in formato pdf collegandosi al bottone del sito dell’Ass. Euterpe (www.associazioneeuterpe.com) “Leggi i numeri della rivista” o, per maggiore praticità, può essere raggiunta cliccando qui.

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Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “I drammi dei popoli in letteratura: genocidi, guerre dimenticate, questioni irrisolte, rivendicazioni e speranze deluse”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.comentro e non oltre il 31 Maggio 2019 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista che è possibile leggere a questo link

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Euterpe n. 28 - Febbraio 2019 - Musica e letteratura, influenze e contaminazioni-page-001.jpg

“Per le strade e altro” di Daniela Ferraro. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Giaciglio pungente è il ricordo (45)

Daniela Ferraro, docente di materie classiche presso l´IPSIA di Siderno (RC), in qualità di poetessa ha dato alle stampe i libi Icaro (2011), Cerchi concentrici (sul cadere dell´alba) (2012) e Piume di cobalto (2014); è risultata vincitrice di numerosi premi letterari a livello nazionale tra cui, per citarne alcuni tra i più recenti, il Premio Speciale “Per la tematica sociale” al V Premio Nazionale di Poesia “L´arte in versi” di Jesi (2016) con la poesia “Le stelle camminano piano”[1] e il 1° Premio assoluto al Concorso Letterario “Città di Ardore” (2018) con la poesia “Stelle”.

Poetessa profondamente legata al mondo classico (lo si evince anche dal titolo di numerose sue poesie nonché dalla partecipazione convinta al progetto di dittici poetici Dipthycha curato da Emanuele Marcuccio) e meticolosa analista delle forme metriche e stilistiche[2], ci consegna un nuovo volume poetico, Per le strade e altro, recentemente edito da Aletti.

9788859153061.jpgSe ho citato poco fa quei due successi letterari della Ferraro è perché ben si comprende, dai rispettivi titoli delle liriche, una delle immagini più fertili della sua produzione che ha a vedere con il mondo siderale, misterioso e infinito, sul quale ogni poeta, dall´alba dei tempi, non ha potuto esimersi di parlare. Qui, nella nuova opera, sono stelle mute o che hanno smesso di brillare, entità inconfessabili che hanno assorbito il disprezzo e la violenza delle azioni umane; l’uomo, con le sue aberrazioni e insensibilità, ha permesso che anche una delle realtà più belle, come le stelle, imboccassero il cammino della degradazione, dell´annullamento. Sono stelle alle quali l’uomo non può più confrontarsi, dedicare parole d’amore, richiamare nel buio dei propri pensieri a riscaldare le notti insonni; la Ferraro, parlando dell’asservimento della comunità a poteri negletti che rendono alieno l’individuo attuando una vera spersonalizzazione, così annota in “Indolenza”: “Noi, popolo silenzioso di pensieri,/ ad ogni passo guardinghi, vuoti di sensi,/ tra morte lune forse vivremo ancora/ del fioco canto di ormai inutili stelle” (17).

Il tema della strada, tanto caro a una certa pattuglia di letterati, soprattutto stranieri e afferenti a generi disparati figli del secondo Novecento, è qui concettualizzato, quale ambiente di transito e motivo di peregrinazione e reso quale metafora del mondo concreto, vitale, transeunte che permea la vita dell’uomo ordinario immerso nei drammi della sua società. Il critico letterario Lucia Bonanni, che approfondisce il testo nella ricca postfazione al volume (motivo addizionale per appropriarsi di tale libro), amplia il discorso interpretativo attorno all’immagine materica e al contempo simbolica della pozzanghera, quella cavità di acqua e di organico non visibile che è contenitore e contenuto allo stesso tempo, quale motivo esiziale di un antecedente a noi non sempre noto. Dalle ragioni metereologiche che motivano la raccolta di un liquido – spesso dalle gradazioni non così immacolate – al prodotto di scarto di qualcosa, finanche di una perdita, di una rottura, e tanto altro ancora. Tutto ciò, che effettivamente non sembra avere nulla di molto poetico, è immagine-emblema della nuova raccolta della Ferraro che, forse per la prima volta in questi termini, si mostra quale poetessa che ausculta il mondo a lei circostante.

Dalle odi d’impronta classica e ai sofisticati canti di idillio o di sogni edificanti, la Ferraro prende a cuore il processo metamorfico della vita sociale, urbana e non dell’oggi. Vi sono liriche dedicate all’amata terra calabra ma non sono propriamente sotto forma di tentativi encomiastici e di fierezza identitaria, semmai di scoramento e di disillusione dinanzi alla deturpazione (per usare una parola impiegata da Luciano Domenighini nella prefazione) che concerne la sua terra e vede scorrere davanti ai suoi occhi. Eppure l’intendimento non è mail il bieco repertorio, clinico e distanziato, di chi osserva mettendo in luce le criticità senza anteporre allo stato di disagio e di rovina una possibilità di miglioramento; se non un vero e proprio rimedio (che sarebbe tale solo nel caso auspicabile di una coscienziazione condivisa e seria) ma una sorta di riscatto e di rivincita. Anche morale, se quella concreta, effettiva, dei fatti reali, per impudenze e insensibilità, risulta irraggiungibile.

A sostenere queste brevi note di lettura chiamiamo in soccorso i versi stessa della Nostra che, meglio di ciascuna annotazione, ben evidenziano questo inasprimento del tono e l’invadenza possente di tematiche sociali, di apprensioni ricorrenti, di amarezza che si accresce. In “Per le strade” leggiamo di un “Canto strozzato di sirene/ Nessuno aveva promesso/ ciò che non è stato dato” (14); c’è in questi versi un fastidioso sapore acidulo, di incomprensione e di apparente scoramento, che veicola il percorso dell’intera silloge atta a narrare e a far luce sulla corruzione emotiva dell’uomo d’oggi, abitatore disilluso di “giorn[i] ingiallit[i]” (13) che sono “lunghi giorni appassiti” (19) al punto tale di arrivare a definire la nuova alba, la vita che riappare, come “il delirio del nuovo giorno” (26).

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La poetessa locrese Daniela Ferraro

La Ferraro, con una esegesi congrua del mondo di fuori, riconsegna al lettore i suoi pensieri più nefasti e smagati descrivendo il presente spazio difficile da vivere, quasi privo d’aria, dove l’uomo è stato privato pure del sentimento di mancanza (“Ci hanno tolto il silenzio”, 16) e dove i rapporti umani sono degenerati e disumanizzati a uno stadio bestiale, di impossibile contatto tra individui: “grigie solitudini[3] (29), “abbracciammo l’indifferenza” (17), “scheletri di menzogne” (25); il sentimento più puro è divenuta propaggine di metallo: “Amore acuminato” (19) e ogni uomo-pedina è una maschera, un sembiante di qualcosa dominato da logiche forzose imposte, che non regola e di cui resta assuefatto, rintracciati negli “sdruciti poteri” (23).

Tutto questo dà luogo a un clima distorto e difficile da districare, sospeso e assurdo nelle sue complicazioni autoprodotte: la Ferraro parla – non a caso – del “disordine di pensieri” (26) e di “rughe d’ansia” (27) che si creano e si fomentano dinanzi alla dissolvenza di ciascun fremito umano: dalla fraternità alla compassione, dalla comprensione all’ascolto. Il risultato è una “quiete tristezza” (28) che, descritta in altri termini, non è che una rassegnata sofferenza. La consolazione – che proviene dalla sperimentazione dello stato di miseria – è ben poca cosa: “L’unica gioia strana è quello sbuffo di verde/ che emerge improvviso da una crepa dell’asfalto” (29), e non è di certo utile nel riportare le cose – e l’uomo – alla giusta dimensione. È il tempo indicibile e incommensurabile di un’età che sembra non avere epilogo e che pone le anime di questi poveri cristi, che siamo noi, in sospensione, verso un dopo che non subentra. Così come il sole che è nascosto e non preannuncia a ritornare, l’uomo permane fisso affinché forse qualcosa si manifesti: “Eppure attende, anche lui attende/ ma non sa cosa” (36).

Ci sono versi come fendenti nelle poesie che tracciano la crudezza di giorni intrisi di sangue (“E si era vivi tra i vivi,/ e si è morti tra i morti/ […] / tra le umide maschere,/ un dio nefando che ride” in “Terrorismo”, 15) dell´impossibilità di dire dinanzi al crimine del genocidio (“Cessa il volo d’uccelli/ e odi il vento/ che macera le ceneri/ dei dannati immolati/ al Dio umano bifronte” in “La porta dell’inferno (Auschwitz)”[4], 24), condizioni di patente indigenza (“un uomo che fruga nella spazzatura” in “Inverno nel quartiere”, 30), la minaccia di un sisma che ritorna e il disarmo (“Mi muovo a fatica tra frantumi/[…]/ La gola asciutta, gli occhi ormai ciechi,/ e sono fantasma tra fantasmi in cerca” in “Terremoto”, 38), l’avvilente trauma che sorge da un atto di violenza sessuale (in “Stupro”, 47) condizioni di sofferenza, privazione, emarginazione e di scacco alla razionalità in cui l’uomo giunge a una conclusione disarmante: “Sembrava eterna la vita e non lo era” (53) vien detto nella poesia “Tenebre”, quale referto ultimo di una radiografia umana.

Impietosa l’analisi del tessuto urbano che la Ferraro esegue in “Le città accatastate” da far pensare ai condomini-alveari dei realisti terminali dove, appunto, la realtà è descritta nei suoi anditi degenerati mediante un ribaltamento dei correlativi oggettivi e dove la materia – che è poi l’umanità de-emozionata, prevale nei meccanismi di vita dell’uomo. Parole-oggetto che qui, in questa lirica di Ferraro, si esprimono in tali termini: “Le città accatastate strillano di giorno/ […] / strangolato dal traffico, tace l’urlo segreto/[…] / urgenze ribollenti […] / lustreggiano al centro, marciscono nelle periferie” (35).

Vorrei porre l’attenzione, in chiusura a questo commento, al fremito che pervade alcuni componenti della raccolta dove, pur dinanzi a tanto dolore, dramma e sperdimento, la poetessa non può non pensare alla possibilità di un miglioramento che risieda in un ravvedimento dell’umana coscienza. Così tra “braccia esangui sradicate dal corpo/ […] / [davanti] al rotolio della mitraglie /[…] e lo sfolgorio di baionette” (40) l’imperativo non ha a che vedere con la denuncia dei cattivi e la deplorazione totale di questa triste valle di lacrime, semmai con un’ipotizzabile apertura verso una coesione e una collaborazione tra anime che, unite, possono far la differenza: “Per quanto tempo, ancora, questa sofferenza?” (40) pronuncia la Nostra, come al culmine di uno sfinimento senza pari che ha condotto l’io lirico a evidenziare le debolezze umane che degradano a crimini. I versi che serrano “La voce”, una delle ultime poesie raccolte in questo volume, richiama – con tono ben più possente di quanto non sia accaduto precedentemente – l’esigenza di uno scuotimento forte, per un risveglio tempestivo: “-ché´ non c’è suono/ per chi cuore non porge-/ ma sgranò gli occhi/ un bimbo e il grido azzurro/ dal pugno chiuso/ esplose: “Pace! Pace!” (57).

Lorenzo Spurio

 

[1] Questa la motivazione della Giuria per il conferimento del Premio: “L’intimistica percezione della vita e del tempo si esprime attraverso il contatto di parole e immagini. In questa poesia tutto palpita, si muove, tutto è espressione e messaggio, conoscenza e conseguenza. L’atmosfera, decisamente pregnante e spaziosa, si sussegue tra indescrivibile dolcezza e dolorosa analisi del presente che è dolore continuo della vita, condizione umana indissolubile. Scorci lirici e descrittivi alimentano nel lettore lo slancio alla comprensione e alla condivisione”.

[2] A tal riguardo va considerata la sezione in Per le strade e altro che porta il titolo definitorio di “Mottetti”. Essi sono, generalmente, componimenti poetici dal limitato numero di versi e dal carattere popolare che, al loro interno, contengono massime di vita, riflessioni e sorta di insegnamenti dal tono personale, privi di un intendimento didattico in chi legge, atti a sviscerare le virtù e le credenze di un determinato individuo radicate nella propria dimensione territoriale e cultura popolare e subalterna.

[3] La solitudine ritorna nella poesia “Piccolo inverno” dove, nell’explicit, leggiamo: “Al chiuso di un focolare,/ la solitudine intesse leggende” (33).

[4] Poesia pubblicata, quale inedito, sulle pagine della rivista di letteratura online „Euterpe“ n°16, Maggio 2016.

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

“La nuova favola di Amore e Psiche” di Liliana Manetti, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio 

Cop_La nuova favola di Amore e Psiche-page-001Il nuovo romanzo dell’autrice romana Liliana Manetti, La nuova favola di Amore e Psiche (L’Erudita, Roma, 2018) si presta a una lettura spigliata che porterà il lettore a consumare le poche pagine in un tempo limitato. Piacevole e a tratti divertente, la scrittura della Nostra predilige un linguaggio che trae i suoi lessemi dall’ordinario, senza superfetazioni e magniloquismi di genere; l’ordinarietà della sintassi adoperata e lo stile sobrio e di facile accoglimento, consentono la semplice appropriazione del lettore dell’intero intreccio che si dispiega, forse in alcuni punti in maniera un po’ troppo veloce, lungo le pagine del volume. Il lettore non può che pregustare il mistero che l’invade dinanzi alla copertina del libro dove campeggia un disegno con toni bicromatici nero-verde in cui la testa di una giovane donna, con un’espressione leggermente seria, fuoriesce dal camino di una casa in legno stile americano. Neppure il colophon aiuta a identificare il possibile autore di tale raffigurazione o la plausibile significazione o finalità dell’opera, affinché il lettore possa procedere con applicazione concreta ai temi e alle nervature sentimentali dell’opera stessa.

Dopo il romanzo breve Shabnam (PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016) che avevo avuto il piacere di prefare e nel quale Liliana Manetti affrontava il tribolato tema dell’amore tra individui di diverse culture (in uno scenario difficile e austero quale quello dell’Afghanistan della seconda metà del Secolo scorso), nel nuovo romanzo ripropone il tema dell’amore elevandolo, con una chiave di raffronto, all’epico, alla mitologia classica.

Nella nota di apertura al volume, siglata da Costanza Inglese, si passa in rassegna la centralità della celebre opera di “Amore e Psiche” del Canova e della sua ricchezza espressiva fino ad arrivare a una nutrita ma forse incompleta elencazione di opere, tanto scultoree che pittoriche, che letterarie o musicali, che hanno ripreso il tema, l’hanno fatto proprio e l’hanno riproposto. Ciò, a qualche altezza, è ciò che fa la stessa autrice del romanzo che, parallelamente, narra di due storie: una ordinaria e al presente, quella della giovane Kiyomi innamorata di un uomo che sembra averla abbandonata senza dare delle spiegazioni, l’altra, appunto, quella del mito di Amore e Psiche, degli eterni amanti. Se cambiano le temporalità: il presente del vissuto al momento nella storia di Kiyomi e l’assoluto, il classico, l’eterno e il sospeso del mito, cambiano anche le appartenenze geografiche: la storia di Kiyomi, che in italiano significa “Bellezza Pura”, si svolge in Giappone, nell’impero del Sol Levante, con un explicit che necessita lo spostamento della donna sino a Parigi, nella vecchia Europa. Il mito ovidiano dell’amore, invece, come ciascun mito e narrazione che ha a che vedere con l’universo pluriforme delle divinità, non ha collocazione geografica in sé definita e, come per la sospesa temporalità, lo situa in uno spazio potenzialmente infinito e illimitato. Il legame tra le due storie è connaturato nella corporeità stessa dell’amore: la giovane Kiyomi necessita uno spostamento fisico per ritrovare il suo uomo al quale finalmente si ricongiungerà, anche carnalmente (com’era auspicabile) producendo anche progenie e inaugurando una famiglia. D’altro canto se pensiamo all’unità di marmo del Canova resa dai due individui abbracciati, teneramente avvolti e sfumati da linee leggere di movimento, non possiamo che credere, appunto, in questa composizione fisica, materica, strutturalmente compatta e concreta che è l’amore.

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La poetessa e scrittrice romana Liliana Manetti

Del mito classico si rimanda anche alle celebri metamorfosi di cui Ovidio Nasone fu senz’altro il più grande narratore, finanche de L’asino d’oro di Apuleio. Il tema dell’asino, tra le altre cose, è di fondamentale significazione all’interno della comunicazione narrativa e per il tema della trasformazione e dell’acculturazione se pensiamo ai cambi di stato e all’umanizzazione finale del giovane Pinocchio, da scapestrato burattino a bambino diligente passando, per l’appunto, anche da ciuco che viene battuto, umiliato e venduto. Non mi pare un collegamento ininfluente se prendiamo in considerazione che nel titolo dell’opera la Nostra parla di “favola” in relazione ad Amore e Psiche e non tanto di “mito”, come la teoria dei generi e la convenzione imporrebbe. La storia di Liliana Manetti non è un smash-up del mito, né una sorta di sequel, difatti finisce per essere un mero spunto narrativo per dar spazio alla reale storia e, trattandosi di una vicenda a lieto fine dove l’amore, contrariamente a quanto accade nella crudezza del mondo, vince, la rende nei termini di “favola” essendo appunto una storia d’amore edenica e, se vogliamo, idealizzata o dai tratti d’invidiabile buonismo.

  Mi sento di dire che l’opera di Liliana Manetti, dal piglio istrionico e dove i parallelismi tra le due storie non finiscono per sembrare forzati, sia una vicenda curiosa da leggere che può dar l’opportunità, appunto, a una ricerca maggiore direzionata verso il mito, le divinità classiche, la cultura umanistica, proiettata, in una parola sola, verso il Bello.

Lorenzo Spurio

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

 

I “Diari” di Kurt Cobain – recensione di Stefano Bardi

Recensione di Stefano Bardi

51TVW-rcjVL._SX364_BO1,204,203,200_.jpgI Diari di Kurt Cobain (Aberdeen, 1967 – Seattle, 1994) secondo il mio parere non può essere considerata propriamente un’opera letteraria, ma è un testo che comunque va tenuto presente rappresentando una sorta di Santo Graal della musica definita grunge. Nell’opera si ritrovano le origini del nome del gruppo musicale dei Nirvana e meditazioni personali del suo leader indiscusso.

Il gruppo era costituito da Kurt Cobain (chitarra e voce), Krist Novoselic (basso) e Dave Grohl (batteria e voce). Una miscela di musica forte, sregolatezza e assunzione di droghe e acidi avvolge l’esistenza e il successo di questa band controversa. Lo scopo sarebbe quello di produrre videoclip  musicali che riflettano sui mali della società mediante l’adozione di testi folli, con prevalenza di colori tendenti al nero e al giallo paglierino, copertine “demoniache” e messaggi che incitano alla violenza, amplificano il dolore e parlano di morte. In tal modo Kurt Cobain è riuscito a esorcizzare la società americana degli anni ’90 attraverso temi ritenuti scandalosi quali la droga, il disagio giovanile, la ribellione dei figli verso i padri, l’aborto e la depravazione sessuale.

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Il cantante Kurt Cobain, leader della band “Nirvana”. Foto tratta da: https://tinyurl.com/y7qa7gvx

Dai Diari l’idea di musica che fuoriesce, per Kurt Cobain, è quella di una strada in grado di condurci in universi psichedelici dove il dolore è caricato come energia (sì, ma distruttiva!); strada percorsa da Cobain con le sue passioni, per lui fonti d’ispirazione per la sua breve e intensa vita. Accanto alla musica, c’è spazio per la concezione sull’Arte, concepita da Cobain come una lingua non per tutti, ma solo per pochi poiché la maggior parte delle persone la concepiscono solo come strumento da abusare per ostentare e far emergere la propria ridicola perversione ludico-sociale. Concezione, questa, in cui rientra anche la categoria dell’arte musicale vista come uno spazio in cui potersi liberamente rappresentarsi ed esprimersi senza nessun limite e confine, proprio come fece il punk e il punk-rock durante gli anni ’90.

Un cantante e artista dall’immensa profondità spirituale che gli permette di concepire la Vita come un esilio, come una dea in grado di trasformare le idee altrui e come uno stupro lessemico-narrativo dal quale devono nascere oneste espressioni linguistiche, verbali, sintattiche e grammaticali. Una concezione esistenziale che, secondo Kurt Cobain, si può realizzare attraverso i sogni, concepiti come una lente d’ingrandimento con la quale osservare la Vita nella sua vera forma. La vita prende la forma, nel leader dei Nirvana, come un mortifero cammino in grado di creare esistenze spettrali e anonime. Vita quale salvaguardia delle ombre a noi più care e infine, come una strada per trovare il nostro vero destino.

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Una pagina dei “Diari” di Kurt Cobain. Foto tratta da: http://ilblog.circololettori.it/2017/04/05/diari-kurt-cobain/

L’esistenza di Cobain è densa di ribellione: contestazione verso i propri genitori, guerriglia sociale, confusione emotiva, sesso degenerato. I giovani secondo lui devono basare la loro esistenza sulla Rivoluzione Sociale e avere la forza di combattere contro il potere. Fra i suoi vari pensieri contenuti nei Diari, c’è anche spazio per il ricordo della moglie Courtney Love (San Francisco, 1964), da lui concepita come una creatura con ali di pavone, come una femme fatale e infine, come un’irremovibile pallottola nella testa. Ella fu soprattutto una guida che cercò (forse senza successo) di portarlo sulla retta via e di farlo allontanare dalla vita depravata da lui esacerbata. Nel diario l’occhio vuole la sua parte e si notano in maniera netta le varie grafie adoperate, le frequenti cancellature e i disegni che mostrano la fragilità umana, il caos interiore e l’insicurezza di Cobain.

STEFANO BARDI

 

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“Abraham B. Yehoshua: tutti i nomi del tunnel”. Recensione a “Il tunnel” – di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini                

Zvi Luria, stimato dirigente in pensione dei Percorsi d’Israele (denominazione meno tetra e quasi turistica del “Dipartimento Israeliano dei Lavori Pubblici”), esemplare per buon senso, professionalità, rigore nel lavoro, pazienza e generosità nei rapporti con una famiglia amatissima, inizia a perdere le informazioni essenziali, che “vagano nella sua mente come un pesciolino nero” incapaci di trovare un’uscita, il cellulare nel deserto del Negev (“annusato da una volpe nostalgica con i denti aguzzi”), il controllo di un SUV, la strada di casa e, improvvisamente smarrito/impaurito, quella di un’esistenza sino a quel momento appagante. A proiettare l’immagine della moglie Dina (64 anni, pediatra, premurosa e decisa, 48 anni di matrimonio fatto di “attesa fiduciosa e vicendevole”) in donne più giovani che, inquietanti, fascinosi sosia, a loro volta si moltiplicano/dissolvono in fantasmi femminili del passato e del presente, a parlare con la suadente voce femminile del navigatore (accento coreano o giapponese),[1] confondere Mosé con Giosué – grave, anche per un ebreo non ortodosso – e a sbagliare: il nipote da prendere all’uscita dell’asilo, gli acquisti del supermercato, il codice dell’antifurto (e come si accendono i fari?), la stanza dell’amico all’ospedale, le porte (la Giulietta di Gounod bisogna ascoltarla seduti in platea, non finire dietro le quinte per metterla in guardia dall’errore fatale) ma, in particolare, i nomi. Fagocitati dall’atrofia del lobo frontale destro diagnosticatagli, si volatizzano prima dei cognomi e pure pretendono di essere pronunciati, “truffaldini si camuffano”, perentoriamente vengono richiesti, magari da tenaci ex-amanti rancorose, e finiscono scritti sul palmo della mano, come accade al nonno di Oskar in Molto forte, incredibilmente vicino.

download.pngPerché l’ultimo romanzo di A. Yehoshua Il tunnel (Einaudi, 2018), fra i suoi meno “politici”, è anche un romanzo “dei” e “sui” nomi: quelli angosciosamente dimenticati, quelli emblematici dei personaggi – Hanadi fiore viola/spada, Shibolet spiga/vortice, il fiabesco Aladin, Assael “fatto da Dio” e Zvi…cervo – soprattutto quello che tutti tentano di sostituire eufemisticamente con i più rassicuranti “disorientamento”, “smarrimento”, “stato confusionale”: demenza senile progressiva. Non mancano, certo, i temi cari allo scrittore: il tunnel – che, come forma di terapia contro la degenerazione neuronale, l’ex-ingegnere esperto in svincoli e cavalcavia spinto dalla moglie progetterà, aiutando il figlio di un vecchio collega – lo proietta nel vivo dei complessi, delicati rapporti israelo-palestinesi, a contatto con la realtà di onlus non sempre ineccepibili che fanno curare i secondi negli ospedali dei primi, mentre Israele, scossa dalla corruzione dei suoi vertici, sempre meno esporta nei paesi in via di sviluppo tecnologia civile e competenze in campo agricolo, idrico, logistico (come nei lontani anni ’60) e sempre più sofisticata tecnologia militare, con buona pace dei Nabatei “adoratori del sole” e degli arabi di Palestina…”ebrei che hanno dimenticato di esserlo” secondo Ben Gurion, più volte (e non a caso) citato insieme al Presidente israeliano che del protagonista ha il cognome, Ben Zvi.

Certo, ben altro che una galleria, sembra suggerirci l’autore, deve essere scavata per aprire finalmente la strada ad una convivenza apertamente condivisa, civile, solidale e duratura fra i due popoli. Stavolta, tuttavia, ci paiono altri i nuclei ispiratori dell’intreccio: l’avanzare inesorabile degli anni, la prospettiva incombente della morte (e quale sia preferibile), l’amore coniugale senile – fatto di sguardi, reciproche ansie, delicate attenzioni, dedizione, sessualità che riscopre il candore e l’impaccio della giovinezza – soprattutto, nell’incedere di una strisciante invalidità che lo scrittore ha declinato letterariamente in tutte le sue valenze (come Oz, con eguale maestria, il tradimento in Giuda), la necessità e il desiderio, delicato e struggente, di aprirsi alle ragioni del prossimo per sentirsi vivi e “attaccarsi alla vita”.[2] Allora anche il tunnel della demenza, ritrovato uno spiraglio di luce, può trasformarsi in risorsa capace di intercettare la realtà e divenire intuizione, libertà, immaginazione, capacità di commuoversi e amare con ancor maggiore tenerezza e sensibilità, fiduciosa speranza: magari in un futuro di pace, se è vero che l’israeliano Zvi Luria ricorda, alla fine, solo i nomi…arabi.

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Abraham B. Yehoshua, autore del romanzo “Il tunnel”. Foto tratta da: https://www.estense.com/?p=701585

Lo stile, come sempre nelle opere di Yehoshua (non mancano, ne Il tunnel, richiami a La comparsa, l’arpa del concerto di Debussy, e a La scena perduta, Ayàla frequenta un corso di cinematografia) merita particolare attenzione. La sua miracolosa naturalezza viene arricchita da improvvise aperture liriche[3] e il ricorso al solo tempo presente nella narrazione – con punto di vista esterno onnisciente abilmente alternato a quello interno del protagonista, spesso in indiretto libero – da un lato rende efficacemente il progressivo senso di precarietà con cui questi vive e “vede” le vicende, dall’altro volutamente non consente al lettore di essere immediatamente informato sugli esiti “letterari” della sua deriva mentale, i cui particolari vengono rivelati successivamente da altri personaggi. Un solo esempio: che Luria si fosse addirittura truccato dopo essere finito nel retropalco durante il Giulietta e Romeo di Gounod lo sappiamo, nel corso della visita neurologica di poco successiva, dal figlio Yoav, che si attira fra l’altro le ire della madre per aver sottoposto il padre ad una “inutile umiliazione”. Il caleidoscopico alternarsi e dissolversi delle ottiche narrative (che qui consente di tradurre efficacemente, sul piano formale, la lenta ma inarrestabile evoluzione della patologia) è, del resto, una caratteristica dello scrittore. Basterà ricordare, ne L’amante, la sorprendente resa dei balbettii di un’anziana che esce dal coma o il “colloquio straniato” dell’israeliana Dafi e dell’arabo Na’im – in cui la medesima situazione viene descritta dalle differenti prospettive dei due ragazzi per sottolineare, genialmente, l’incomprensione storica delle rispettive etnie – e, nel Signor Mani, il “dialogo ad una voce” nel quale non compaiono le domande/risposte di uno degli interlocutori, intuibili solo dalle battute dell’altro. Per concludere, il finale è stato ritenuto debole e poco riuscito: probabilmente era l’unico possibile (benedetto Calvino!) ed evidentemente lasciamo a chi legge il piacere di scoprirlo. Ha a che fare con i nomi, comunque…

MARCO CAMERINI

 

[1] Situazione narrativa, ricordiamolo, sviluppata brillantemente nei suoi risvolti umoristici e tragici da J.Coe ne I terribili segreti di Maxwell Sim.

[2] “Io le dico, caro signore, che ho bisogno d’attaccarmi alla vita altrui…perché ce lo sentiamo tutti qua il gusto della vita che non si soddisfa mai” (L.PIRANDELLO, da L’uomo dal fiore in bocca).

[3] “La luna, incalzata da uno sciame di stelle, finisce il suo turno, un sms inascoltato svolazza nello spazio, un camion ringhia sicuro e brutale mentre il sole pulsa e lascia il mondo scortato da una pioggerella sottile nell’autunno titubante” (passim dal testo).

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

VIII Premio di Poesia “L’arte in versi”: il bando di partecipazione (scadenza 15-05-2019)

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Art. 1 – ORGANIZZAZIONE

Viene bandita la ottava edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato, fondato e presieduto dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio e organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi.

 

Art. 2 – PATROCINI MORALI

Il Premio è patrocinato dalla Regione Marche, dall’Assemblea Legislativa della Regione Marche, dalla Provincia di Ancona e dai Comuni di Jesi, Ancona e Senigallia.

 

Art. 3 – PARTNERSHIPS

Il Premio gode del sostegno e della collaborazione esterna (partnership) di alcune associazioni culturali che condividono gli intenti di promozione e diffusione della cultura e le finalità del concorso: Associazione “Le Ragunanze” di Roma, Associazione “Centro Insieme Onlus” di Scampia di Napoli, Associazione Siciliana di Arte e Scienza (ASAS) di Messina, Associazione “Arte per Amore” di Seravezza (Lucca), Associazione “L’Oceano nell’anima” di Bari, Associazione “Orion” di Morano Calabro (Cosenza), Associazione “Africa Solidarietà Onlus” di Arcore (Monza-Brianza), Associazione “Caffè Convivio” di Caltagirone (Catania), Associazione “Il Faro” di Cologna Spiaggia (Teramo), Associazione “Poesia & Solidarietà Onlus” di Trieste e della collaborazione del Museo “Stupor Mundi” – Federico II di Jesi e del Museo Diocesano di Jesi.

 

Art. 4 – REQUISITI FONDAMENTALI

  1. Si può partecipare sia con opere edite che inedite. Per edito si intende pubblicato in un volume cartaceo (libro personale, catalogo, antologia, …) dotato di codice ISBN o in rivista (cartacea e/o digitale) dotata di codice ISSN. Non sono da intendersi ‘edite’ le opere apparse su siti personali, blog, riviste non registrate e Social Networks.
  2. Qualora l’opera sia edita è necessario indicare nella scheda di partecipazione il riferimento bibliografico esatto e completo dove è precedentemente apparsa (titolo opera, casa editrice, luogo e anno di pubblicazione) in cui l’opera è contenuta. L’organizzazione è sollevata da qualsiasi problematica, disguido e controversia possa nascere nel caso in cui l’autore presenti la sua opera come inedita quando, in realtà, essa, alla data d’invio della partecipazione al premio, è edita.
  3. L’opera non deve aver ottenuto un premio da podio (1°, 2°, 3° premio assoluto o ex-aequo) in un precedente concorso al momento dell’invio della propria partecipazione, pena l’esclusione. Se la singola opera fa parte di una silloge, mini raccolta o raccolta che è risultata premiata con un premio da podio potrà essere inviata ma non dovrà avere il medesimo titolo della silloge, mini raccolta o raccolta premiata, pena l’esclusione.
  4. I vincitori del 1° premio assoluto dell’edizione precedente di codesto Premio (anno 2018) non potranno concorrere nella medesima sezione di riferimento, pena l’esclusione.
  5. È fatto divieto ai Soci Fondatori e ai Soci Onorari dell’Associazione Culturale Euterpe, ai Presidenti di Giuria attivi o passati del presente premio e ai Presidenti delle Associazioni partner, prendere parte al concorso, pena l’esclusione.

 

Art. 5 – MINORENNI

I minorenni partecipano a titolo gratuito. Per la loro iscrizione è necessario che la scheda dati venga firmata in calce da un familiare (indicando tra parentesi il legame di parentela) o da un curatore o chi ne fa le veci. Si rammenta che le opere dei minorenni verranno valutate al pari di quelle degli adulti nelle medesime sezioni di riferimento e che la loro valutazione non avverrà secondo una graduatoria a parte. Premi speciali o d’incoraggiamento a giovani meritori potranno essere riconosciuti in linea con l’art. 12 del bando.

 

Art. 6 – SEZIONI A CONCORSO

Il Premio è articolato in sette sezioni identificate dalle lettere dell’alfabeto. Il partecipante può prendere parte a una o più sezioni.

 

SEZIONE A – POESIA IN ITALIANO

Si partecipa con un massimo di tre poesie in lingua italiana a tema libero in forma anonima che non devono superare i 40 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo, l’eventuale sottotitolo, dedica, spazi bianchi).

 

SEZIONE B – POESIA IN DIALETTO

Si partecipa con un massimo di tre poesie in dialetto a tema libero in forma anonima che non devono superare i 40 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo, l’eventuale sottotitolo, dedica, spazi bianchi). Le opere dovranno avere ben indicato il riferimento al tipo di dialetto o di zona nel quale è parlato e si dovrà allegare obbligatoriamente la traduzione dell’opera in lingua italiana. Qualora la traduzione non sia stata eseguita dall’autore è necessario indicare il nome del traduttore.

 

SEZIONE C – POESIA IN LINGUA STRANIERA

Si partecipa con un massimo di tre poesie in lingua straniera a tema libero in forma anonima che non devono superare i 40 versi ciascuna (senza conteggiare il titolo, l’eventuale sottotitolo, dedica, spazi bianchi). Si considerano lingue straniere tutti quegli idiomi vivi caratteristici degli stati nazionali e federali nonché i patois e le lingue minoritarie che contraddistinguono un popolo. Non si accetteranno opere in lingue artificiali o in codici che non hanno un uso reale o non peculiari di una realtà geopolitica concreta riconosciuta dalla comunità internazionale. Le opere dovranno avere ben indicato il riferimento al tipo di lingua o alla zona nella quale è parlato e si dovrà allegare obbligatoriamente la traduzione dell’opera in lingua italiana. Qualora la traduzione non sia stata eseguita dall’autore è necessario indicare il nome del traduttore.

 

SEZIONE D – LIBRO EDITO DI POESIA

Si partecipa con un solo libro di poesia pubblicato con una casa editrice o auto-prodotto dotato di codice identificativo ISBN a partire dal 1990. La partecipazione può essere inoltrata dall’autore, dal curatore del volume o dall’editore. In caso di vittoria il premiato verrà comunque considerato l’autore del volume. Si accettano anche libri di poesie in dialetto o in lingua straniera (con traduzione a fronte), di haiku e libri di poesia corredati da immagini (foto e quadri) e antologie (in questo caso si leggano le specifiche sotto). Si accettano, altresì, libri di poesie di autori scomparsi, inviati da parenti, amici, centri culturali ed editori. Verranno in questo caso considerati, in caso di valutazione positiva della Giuria, per un Premio speciale o “Alla memoria”. Il partecipante deve inviare tre copie cartacee del proprio libro e, qualora ne disponga, anche il file originale in formato .doc, .docx o .pdf. Si fa presente che è comunque obbligatorio l’invio delle tre copie cartacee.

 

Specifiche per la partecipazione con antologie e opere di AA.VV.

Si partecipa con un’antologia poetica (di qualsiasi tipo e composizione, tranne le antologie dei premi letterari) pubblicata con una casa editrice o auto-prodotta dotata di codice identificativo ISBN. La partecipazione può essere inoltrata dall’autore principale, dal curatore, dall’editore o da uno degli autori inseriti. Il partecipante deve inviare tre copie cartacee del libro e, qualora ne disponga, anche il file digitale in formato .doc, .docx, .pdf. Si fa presente che è comunque obbligatorio l’invio delle tre copie cartacee. Qualora il partecipante sia uno degli autori inseriti e non il curatore dell’antologia, il partecipante dovrà informare previamente della sua volontà di partecipare al premio il curatore del volume e dovrà tenerlo aggiornato sull’andamento del concorso e l’esito. Il partecipante sarà l’unico responsabile in materia di comunicazioni con il curatore dell’antologia per tutte le fasi relative del Premio, non potendo il curatore/editore nulla imputare all’organizzazione del Premio.

 

SEZIONE E – HAIKU

Si partecipa con un massimo di tre haiku (5-7-5 sillabe) in lingua italiana in forma anonima.

 

SEZIONE F – VIDEO-POESIA

Si partecipa con una video-poesia che dovrà essere inviata con una delle seguenti modalità:

  • Caricandola in YouTube e fornendo nella mail di partecipazione il link del video. In questo caso l’utente non deve assolutamente apportare modifiche al video né cambi di URL per tutta la durata di svolgimento del premio, pena la squalifica.
  • Allegando il video (soli formati .avi, .mp4, .wmv) alla mail o mediante il sito di trasferimento dati gratuito WeTransfer.

Non verranno considerati validi altri sistemi di trasmissione delle opere (Jumbo mail, Google Drive, Whatsapp, supporti cd o dvd, etc.). Nella scheda di partecipazione l’autore deve dichiarare di avere utilizzato per la produzione del video materiali (foto, video, musiche) propri o di dominio pubblico o, laddove siano opere di terzi, di aver ottenuto le necessarie liberatorie per l’utilizzo, sollevando l’Associazione Culturale Euterpe da qualsivoglia disputa possa nascere in merito all’attribuzione di paternità dei componenti del video, pena l’esclusione.

 

SEZIONE G – CRITICA LETTERARIA

Si partecipa con una recensione, o un testo critico o un’analisi dell’opera, o un approfondimento, o un articolo, o un saggio letterario su un’opera poetica classica o contemporanea della letteratura italiana o straniera (comprensiva su autori esordienti) in forma anonima. Si potranno inviare anche note di lettura, prefazioni, postfazioni e note critiche all’interno di un volume (in questo caso esso dovrà essere corredato dei dati bibliografici). L’opera potrà focalizzarsi sull’analisi di una singola poesia o di più testi, di una silloge, di un libro o più, o dell’intera produzione poetica di un dato autore. Tale testo non dovrà superare le quattro cartelle editoriali pari a 7.200 battute complessive (spazi compresi), senza conteggiare il titolo, le eventuali note a piè di pagina e la bibliografia (consigliata).

 

Art. 7 – CONTRIBUTO:

Per prendere parte al Premio è richiesto un contributo di € 10,00 a sezione a copertura delle spese organizzative. È possibile partecipare a più sezioni corrispondendo il relativo contributo. Gli associati dell’Associazione Culturale Euterpe regolarmente iscritti all’anno di riferimento (2019) hanno diritto a uno sconto del contributo pari al 50% per sezione.

 

Bollettino postale:

CC n° 1032645697

Intestazione: Associazione Culturale Euterpe – Jesi

Causale: VIII Premio di Poesia “L’arte in versi”

 

Bonifico bancario:

IBAN:IT31H0760102600001032645697

BIC / SWIFT: BPPIITRRXXX (per pagamenti dall’Estero)

Intestazione: Associazione Culturale Euterpe – Jesi

Causale: VIII Premio di Poesia “L’arte in versi”

 

Contanti:

Nel caso si invii il materiale per posta tradizionale, la quota di partecipazione potrà essere inserita in contanti all’interno del plico.

 

Art. 8 – SCADENZA E INVIO

La scadenza di invio dei materiali (opere, scheda di iscrizione compilata e ricevuta del contributo versato) è fissata al 15 maggio 2019. I materiali dovranno pervenire in forma digitale (per le opere esclusivamente in formato .doc; per gli altri materiali anche in formato .pdf o .jpg) alla mail premiodipoesialarteinversi@gmail.com indicando come oggetto “VIII Premio di Poesia “L’arte in versi” – 2019”. In alternativa, l’invio può avvenire in formato cartaceo; in questo caso fa fede la data di spedizione. Il plico dovrà essere inoltrato a:

 

VIII Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”

Associazione Culturale “Euterpe”

c/o Dott. Lorenzo Spurio

Via Toscana n°3

60035 – Jesi (Ancona)

 

Le sezioni D (Libro Edito di Poesia) ed F (Video-Poesia) prevedono modi diversi di invio delle proprie opere. Per prendere visione delle modalità, si rimanda al precedente art. 6 del bando.

 

Art. 9 – ELABORATI

Le opere a concorso non verranno in nessun modo riconsegnate. Per quanto concerne la sezione D, le tre copie del libro verranno depositate in alcune biblioteche della provincia di Ancona. Una copia rimarrà nell’Archivio dell’Associazione Culturale Euterpe.

 

Art. 10 – ESCLUSIONE

Saranno esclusi dalla Segreteria le partecipazioni che non saranno considerate conformi al bando:

  1. I testi che riportino nome, cognome, soprannome dell’autore, il motto o altri segni di riconoscimento o di possibile attribuzione dell’opera (con eccezione delle sezioni D, F e G).
  2. I testi che siano risultati vincitori di un 1°, 2° o 3° premio in un precedente concorso;
  3. I testi di autori che abbiano vinto il 1° premio assoluto nella medesima sezione nella precedente edizione del Premio;
  4. I testi che presentino elementi razzisti, xenofobi, denigratori, pornografici, blasfemi, di offesa alla morale e al senso civico, d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo o che fungano da proclami ideologici, partitici e politici;
  5. I testi che appartengano:
  • Ai soci fondatori e onorari dell’Associazione Culturale Euterpe;
  • Ai Presidenti di Giuria attivi o passati del presente premio;
  • Ai Presidenti delle Associazioni che collaborano esternamente;
  1. Le partecipazioni giunte:
  • Prive della scheda dei dati personali;
  • Prive del contributo di partecipazione;
  • Prive dei testi con i quali s’intende partecipare;
  • Con la scheda di partecipazione illeggibile e/o non completata in ogni campo;
  • Con modalità non conformi a quanto richiesto dal bando;
  • Oltre i termini di scadenza.

 

Art. 11 – COMMISSIONE DI GIURIA

Le Commissioni di Giuria, differenziate per le varie sezioni, sono costituite da poeti, scrittori, critici letterari, giornalisti, blogger ed esponenti del mondo letterario: Michela Zanarella (Presidente di Giuria), Emanuele Marcuccio, Giuseppe Guidolin, Stefano Baldinu, Rita Stanzione, Valtero Curzi, Antonio Maddamma, Morena Oro, Fabia Binci, Antonio Sacco, Stefano Caranti, Cinzia Baldazzi, Vincenzo Monfregola e Francesco Martillotto. Il giudizio della Giuria è definitivo e insindacabile.

 

Art. 12 – PREMI

Per ciascuna sezione saranno assegnati tre premi da podio:

1° Premio: targa placcata in oro 24 kt, diploma, motivazione della giuria e tessera socio ordinario Ass. Culturale Euterpe anno 2020.

2° Premio: targa, diploma, motivazione e libri.

3° Premio: targa, diploma e motivazione.

Qualora se ne presenti l’occasione per punteggi meritori di stesso livello, sarà possibile riconoscere premi “ex-aequo” solo per il 2° e 3° premio da podio.

La Giuria, inoltre, attribuirà i seguenti Premi Speciali:

Premio del Presidente di Giuria

Premio della Critica

Trofeo “Euterpe”

Premio “Picus Poeticum” (assegnato alla migliore opera poetica di un autore marchigiano)

Premio ASAS (assegnato alla migliore opera in siciliano)

Premio “Centro Insieme” (assegnato alla migliore opera sulla legalità)

Premio “Le Ragunanze” (assegnato alla migliore opera sulla natura)

Premio “L’Oceano nell’Anima” (assegnato alla migliore opera su tema/ambientazione classica)

Premio “Arte per Amore” (assegnato alla migliore opera a tema amoroso)

Premio “Orion” (assegnato alla miglior opera sperimentale)

Premio “Il Faro” (assegnato alla migliore opera sul mare)

Premio “Africa Solidarietà” (assegnato alla migliore opera sul multiculturalismo)

Premio “Poesia & Solidarietà” (assegnato alla migliore opera sulla solidarietà)

Fuori concorso, come accaduto negli anni precedenti, verranno assegnati i Premi Speciali “Alla Memoria” e “Alla Carriera” a insigni poeti del nostro Paese.

La Giuria potrà proporre ulteriori premi minori, indicati quali “Menzione d’onore”, ad altrettante opere meritorie non rientrate nei premi da podio. Tale decisione dovrà ottenere il parere favorevole del Presidente di Giuria e del Presidente del Premio per poter essere attribuiti.

Nel caso in cui non sarà pervenuta una quantità di testi numericamente congrua o qualitativamente significativa per una sezione, l’organizzazione si riserva di non attribuire determinati premi.

Tutte le opere risultate vincitrici a vario titolo verranno pubblicate nell’antologia del Premio, disponibile gratuitamente il giorno della premiazione per i soli vincitori.

Grazie ad apposite collaborazioni con gli enti del territorio comunale tutti i premiati a vario titolo e i membri della Giuria potranno accedere gratuitamente o in maniera agevolata all’offerta turistica del Comune di Jesi (Musei Civici, Museo Diocesano e Museo “Stupor Mundi” – Federico II).

 

Art. 13 – RESPONSO

Il responso della Giuria si conoscerà nel mese di settembre 2019. A tutti i partecipanti verrà inviato il verbale di Giuria a mezzo e-mail. Esso verrà pubblicato sul sito dell’Associazione Culturale Euterpe (www.associazioneeuterpe.com) e sui siti www.literary.it e www.concorsiletterari.it I risultati e i testi vincitori della sezione haiku saranno pubblicati sul portale “Alman Haiku” – Annuario Italiano degli Haiku Premiati all’indirizzo www.almanhaiku.blog

Non si darà seguito a richieste in merito a posizionamenti e punteggi ottenuti né a commenti critici sulle proprie opere presentate.

 

Art. 14 – PREMIAZIONE

La cerimonia di premiazione si terrà a Jesi (Ancona) in un fine settimana di novembre 2019.

A tutti i partecipanti verranno fornite con debito preavviso tutte le informazioni inerenti alla data e al luogo di premiazione. I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia per ritirare il premio; qualora non possano intervenire hanno facoltà di inviare un delegato. In questo caso, la delega va annunciata a mezzo mail, all’attenzione del Presidente del Premio dott. Lorenzo Spurio entro una settimana prima dalla cerimonia di premiazione all’indirizzo presidente.euterpe@gmail.com. Non verranno considerate le deleghe annunciate in via informale a mezzo messaggistica privata di Social Networks né per via telefonica. I premi non ritirati personalmente né per delega potranno essere spediti a domicilio mediante Poste Italiane, previo pagamento delle relative spese di spedizione a carico dell’interessato, con eccezione del 1° premio assoluto delle relative sezioni consistente in una targa oro 24kt che dovrà essere ritirata necessariamente dal vincitore o delegato il giorno dell’evento. In nessuna maniera si spedirà in contrassegno.

 

Art. 15 – PRIVACY

Ai sensi del D.Lgs 196/2003 e del Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali n°2016/679 (GDPR) il partecipante acconsente al trattamento, diffusione e utilizzazione dei dati personali da parte dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN) che li utilizzerà per i fini inerenti al concorso in oggetto e per tutte le iniziative culturali e letterarie organizzate dalla stessa. Il partecipante, prendendo parte al concorso, è consapevole di essere a piena conoscenza delle responsabilità penali previste per le dichiarazioni false, secondo l’art. 76 del D.P.R. 445/2000.

 

Art. 16 – ULTIME

Il presente bando di concorso consta di sedici articoli compreso il presente.

La partecipazione al concorso implica l’accettazione tacita e incondizionata di tutti gli articoli che lo compongono.

 

Dott. Lorenzo Spurio

Presidente del Premio

Presidente Ass. Euterpe

 

Dott.ssa Michela Zanarella

Presidente di Giuria

 

INFO:

premiodipoesialarteinversi@gmail.com

Tel. (+39) 327 5914963

(anche Sms e Whatsapp)

 

 

SCHEDA  DI PARTECIPAZIONE

VIII PREMIO DI POESIA “L’ARTE IN VERSI” – Ediz. 2019

La scheda si compone di 2 pagine. È fondamentale che sia compilata in ogni spazio, pena l’esclusione.

 

 

Nome/Cognome __________________________________________________________________

 

Nato/a a _____________________________________________ il__________________________

 

Residente in via __________________________________________________________________

 

Città _____________________________ Cap ___________________Provincia_______________

 

Tel. _______________________________________ E-mail _______________________________

 

 

Partecipo alla/e sezione/i:

 

□ A – Poesia in italiano 

 

□ B – Poesia in dialetto specificare dialetto: _________________________________________________)

 

□ C – Poesia in Lingua Straniera specificare lingua: __________________________________________)

 

□ D – Libro edito di poesia

 

□ E – Haiku

 

□ F – Video-poesia

 

□ G – Critica Letteraria

 

Per le sezioni A, B, C, D, E, F, G indicare il titolo delle opere, specificando vicino se sono EDITE o INEDITE e, nel caso di EDITE, dove sono precedentemente comparse.

Per la sezione D specificare il titolo del libro, casa editrice e anno.

Per la sezione E, essendo gli haiku privi di titolo, non dovrà essere indicato niente.

Per la sezione F specificare il titolo della video-poesia e di eventuali nomi di regista, musiche e voce recitante.

 

___________________________________________________________________________________________

 

___________________________________________________________________________________________

 

___________________________________________________________________________________________

 

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 Data_____________________________________ Firma ___________________________________

L’autore è iscritto/ tutelato dalla SIAE?                                SI                 NO

 

I testi presentati al concorso sono depositati alla SIAE?                  SI                 NO

 

Se Sì indicare quali testi ______________________________________________________________

 

_____________________________________________________________________________________

 

______________________________________________________________________________________

 

  

DICHIARAZIONE PER I PARTECIPANTI DI TUTTE LE SEZIONI

□  Dichiaro che i testi presentati sono frutto del mio unico ingegno. Dichiaro, pertanto, che essi non sono soggetti a D.A. (Diritti d’Autore) in quanto non ripresi da testi coperti da tutela di cui alla L. 22/04/41 n°633 e successive modificazioni e integrazioni.

 □ Autorizzo l’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN), organizzatrice di questo Premio, a pubblicare in cartaceo i miei testi all’interno dell’opera antologica del Premio senza nulla avere a pretendere né ora né in futuro.

 □ Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D.Lgs n. 196/2003) allo scopo del concorso in oggetto e per le iniziativa organizzate dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN).

 □ Sono a piena conoscenza delle responsabilità penali previste per le dichiarazioni false, secondo l’art. 76 del D.P.R. 445/2000.

Data_____________________________________ Firma ___________________________________

 

DICHIARAZIONE PER PARTECIPANTI ALLA SEZIONE F

 

[  ]   Dichiaro, sotto la mia unica responsabilità, di aver fatto uso, nell’elaborazione della video-poesia di immagini/video/suoni di mia proprietà o di dominio pubblico o, laddove abbia usufruito di materiali di terzi, di aver provveduto a richiedere relativa liberatoria degli autori per l’autorizzazione a usarli nell’ elaborazione del video, sollevando l’Organizzazione da qualsiasi disputa possa nascere in merito all’attribuzione di paternità dei componenti della video-poesia.

 

 

Data_____________________________________ Firma ___________________________________

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