“Le orme dei giorni” di Antonio Damiano. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Antonio Damiano è nato nel comune di Montesarchio, nel Beneventano, ma da anni vive e Latina. Si è laureato in Lettere e Filosofia e, in quanto alla sua passione poetica, ha pubblicato sinora quattro libri: Come farfalle(Montedit, Melegnano, 2013),Come le foglie(Ass. I due colli, Torre Orsina, 2015), Versi d’autunno(Genesi, Torino, 2016) e il recente Le orme dei giorni (Stravagario, Minturno, 2018). Ampiamente apprezzato dalla critica e dall’ambiente letterario ha all’attivo circa trecento premi tra podi e premi speciali conseguiti in altrettanti concorsi letterari nazionali. Nell’aprile 2018 gli è stato attribuito il “Premio alla Carriera” da parte dell’Associazione GueCi di Rende (CS)presieduta dalla poetessa Anna Laura Cittadino.

48371642_314313059179175_4729821035229085696_n.jpgParticolarmente attento alle dinamiche socio-civiliche interessano il nostro oggi (ma non solo, come vedremo a seguire), Damiano nel corso degli ultimi anni si è imposto nello scenario ampio e variegato dell’universo delle competizioni letterarie quale anima sensibile verso ciò che accade non solo nella realtà di Provincia e nel Belpaese, ma nel mondo tutto, dimostrando capacità di analisi non indifferenti e un sentimento umanitario che lo rende vero cittadino di questo scapestrato mondo. I versi di Damiano non sono mai tesi a denunciare in maniera reproba i mandanti, gli esecutori diretti e chi ordisce il Male e alimenta le violenze, semmai a leggerle con occhio compassionevole e attento, a sottolinearne la gravità, a indagarne le ragioni e, ancora una volta, a solidarizzare con il represso, colui che viene battuto o cacciato. […]  Per parlare di questo nuovo libro di Damiano non si può prescindere dai ricchi ed esaustivi apparati critici in apertura e chiusura di cui esso è dotato, brani esegetici che arricchiscono di per sé la caratura del volume e del Poeta di Latina permettendocene una lettura e un approfondimento radicali e persuasivi che ci consentono di avvicinarci all’opera e di gustarla in maniera ancor più saporosa. La poetessa Patrizia Stefanelli dedica pagine particolarmente apprezzabili sottolineando il forte realismo e pregnanza della lirica di Damiano parlando, al contempo, di una “odeporica essenza” (4) che si realizza in quell’intendimento spontaneo atto a esperire la poesia, e la scrittura tutta, come un viaggio.  […] Il critico Cinzia Baldazzi, con una gamma variegata di riferimenti a intellettuali a lei amati nei quali ravvisa “consonanze” con alcuni versi di Damiano, si focalizza su un altro aspetto dominante del volume da lei definito nei termini di “cosalità dei significati quotidiani” (108) a intendere quel legame forte e spontaneo, sentito e immanente, che l’uomo ha con l’universo oggettuale che lo circonda, il contesto abitativo e sociale, finanche le pratiche rituali e celebrative che appartengono a quel dato “essere” nell’ hic et nunc

 

L’intera recensione è stata pubblicata in data 20/12/2018 su “Telescopio News” e può essere raggiunta cliccando qui.

“La cognizione del colore”, Antologia poetica a cura di Laura De Luca. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

La mappatura di qualcosa di sconfinato è sempre impossibile.Andare a indagare dove termina un colore e inizia l’altro, intravedendo una possibile gradazione intermedia e dando ad essa un termine, è un qualcosa di difficile o forse semplicemente illusorio. I colori sono una delle prime realtà con la quale il bambino entra a contatto una volta partorito, per questo l’importanza delle tinte nei giocattoli e, poi, nei giornalini da colorare opportunamente seguendo le indicazioni. Il colore, proprio come l’universo più ostico dei numeri, rappresenta una costante che, sin dalla scuola primaria, permette all’individuo l’adozione di un metro che poi è quello dell’organizzazione e dell’individuazione in categorie logiche e strutturali.

La-cognizione-del-colore.jpgCiò che è nero non può essere al contempo bianco eppure, sempre alle elementari, veniva proposto un modello logico fondato su un procedimento forse di difficile persuasione sulle giovani menti secondo il quale un colore non ha effettivamente mai un contrario. Cioè, se proprio dovessimo strutturare un discorso per antipodi, per ambiti in sé opposti e contrastanti, allora veniva dato d’intendere ‒ increspando in maniera sensibile il giovane cervello del ragazzino ‒ che il contrario di bianco è semplicemente (o forse troppo tecnicamente) “non bianco”. Vale a dire che ciò che non ha a che fare con il bianco non è per forza di cose individuabile nell’annullamento totale del bianco e che, se proprio si volesse pensare alla negazione del bianco, allora si potrebbe anche proporre un incarnato, un rosso fiammante o, ancora un blu cobalto. Sta di fatto che il colore ha sempre affascinato il bambino e, più in generale, l’uomo curioso, colui che ravvisa nella composizione fisica degli oggetti e degli ambienti che abita significati non solo pratici e patenti ma anche evocativi, simbolici e altro ancora. Ciò avviene non solo con il colore ma anche, ad esempio, con la forma. Sono ambiti che vengono appunto utilizzati nelle primissime classi in varie maniere: di utilizzo di colori a pastello o pennarello a significare i topos di quelle determinate sfere cromatiche e le strutture di definizione, i perimetri di forme regolari che vengono proposte semplicemente o in maniera allungata, sovrapposte e in prospettiva o in situazioni ad incastro. […]  Laura De Luca, radiogiornalista e autrice radiofonica e teatrale, ha elaborato un progetto che reputo significativo e riuscito attorno all’universo dei colori visti, letti e interpretati emotivamente da una serie di poeti contemporanei. Le loro composizioni fanno parte di quest’opera, “La cognizione del colore” pubblicata recentemente per i tipi di fuorilinea di Monterotondo (Roma).

 

L’intera recensione è stata pubblicata su “Oubliette Magazine” in data 19/12/2018 e può essere raggiunta cliccando qui. 

 

“La storia dell’Italia che emerge dai racconti di Vittorio Sartarelli”, di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio 

 

La lettura di “Racconti. Ricordi, esperienze e sentimenti” (Elison Publishing, 2015) di Vittorio Sartarelli, noto scrittore di Trapani, è piacevole perché, con un fare che è piano e un linguaggio accessibile a tutti, ci narra di episodi personali situandoli nella loro cornice storica. Non c’è l’intenzione di ricostruire in forma meticolosa le vicende storiche mediante date, riferimenti precisi o documentazioni dell’epoca, bensì di narrare il suo vissuto in maniera spontanea, così come ritorna alla mente nell’inarrestabile flusso dei ricordi. Lo scrittore ci fornisce, però, elementi e aspetti di decenni passati che oggi solo le persone mature ricordano, o che si ritrovano, appunto, nei libri di storia. Vorrei – in questa breve recensione – cercare di focalizzare l’attenzione su tali aspetti.

Ne “Il professore di matematica”, il racconto che apre la breve raccolta, si accenna a uno dei temi che poi verrà ripreso e sviluppato maggiormente in seguito ovvero alla pratica diffusa e legalizzata delle cosiddette “case chiuse” o “case rosa” meglio note come lupanari, casini o bordelli. Si trattava di edifici dove giovani e belle ragazze, comandate spesso da una figura anziana che gestiva l’intera casa, offrivano le loro grazie secondo un prezzario che era affisso all’entrata. Luoghi di piacere per alcuni, di perdizione, per altri, erano frequentatissimi negli anni del Regime e in seguito furono osteggiati pesantemente tantoché, dopo una dura battaglia sociale portata avanti negli anni Cinquanta, nel 1958 la Legge Merlin, firmata dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, decretò la chiusura delle case rosa. Di ciò si parla più lungamente in “La cattiva strada” dove si descrive il tormentato approccio di un ragazzino con l’altro sesso, la sua iniziazione che avviene mediante l’incontro con una prostituta. L’autore così scrive: “Eravamo all’inizio degli anni Sessanta […] quando esistevano ancora, perfettamente legalizzate, le “case chiuse” […] luoghi squallidi, effimeri e menzogneri del piacere carnale, riservati a una gran parte degli uomini di quel tempo” (13). L’autore sottolinea anche un aspetto di cruciale importanza quale la pericolosità di malattie veneree non esistendo all’epoca validi “protettori” da impiegarsi durante i rapporti. Segue una breve ma valida dissertazione su tale aspetto dell’amore a pagamento nel quale Sartarelli giunge finanche a esporsi sulle nuove endemicità quale l’AIDS. L’incontro carnale del giovane con la prostituta, definito “balordo” (23) è insoddisfacente e al contempo fa riaffiorare il vero bisogno dell’uomo: quello di una compagna affabile e amorosa, di una donna che sappia ascoltare e condividere con lui la strada.

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Un esempio di listino di una casa chiusa. Foto tratta da: https://tinyurl.com/yc65cw8m

Del racconto che segue, “La mia città”, dirò che è un affascinante dipinto della città tra i due mari, il capoluogo siciliano di Trapani sul quale Sartarelli ha scritto una vera e propria guida storico-turistica arricchita da scatti fotografici particolarmente suggestivi. Si passa in rassegna la stratificazione culturale della città e i suoi misteri religiosi sino a evidenziare la posizione estremamente strategica non solo per l’Italia ma per il Mediterraneo tutto, la ricchezza paesaggistica, il clima mite, l’architettura che rende la città un gioiello, come la nota Torre de Ligny che si protende verso il mare. Nel racconto “Viaggio nei ricordi” (presente in questo volume) sono di particolare impatto e ricche di dettagli le descrizioni della pratica della tonnara nell’Isola di Favignana nonché della piazza Florio, nel centro della città.

In “Le donne della mia vita” (racconto pubblicato sulla rivista di letteratura online “Euterpe” n°27 nei mesi scorsi) è narrato con vivezza e forza espressiva l’amore verso tre donne che, in modi differenti, hanno marcato la sua esistenza: dalla nonna alla moglie, passando per la figura della madre. In tale racconto ritroviamo una dimensione storica relativa al secondo conflitto mondiale che risulta interessante riportare: “A causa dei bombardamenti effettuati sulle città dalle famose “fortezze volanti” la mia famiglia fu costretta, come molte altre, a sfollare dalla nostra città, in un paesino pedemontano dell’hinterland cittadino. Lo sfollamento per motivi bellici, fu un fenomeno di massa caratteristico di quegli anni” (41). La narrazione procede in forma cronologica e, nel ricordo delle donne che l’hanno amato, segue la memoria relativa alla fine del conflitto mondiale a partire dal noto sbarco in Sicilia degli Alleati. Così ne parla l’autore: “Nel mese di Giugno del 1943, gli Anglo-Americani sbarcarono in Sicilia, dove, di fatto, quasi senza colpo ferire, terminarono le ostilità. L’ingresso trionfale delle truppe d’occupazione nel paese dove eravamo sfollati fu preceduto da un gruppuscolo di sedicenti partigiani, osannanti “la liberazione” e cantando l’inno “Bandiera Rossa”” (42).

Del periodo bellico è senz’altro il racconto “Venti di guerra” quello che fornisce maggiori immagini e descrizioni di quel nefando periodo che fu la seconda guerra mondiale. Pur piccolo, il giovane autore era in grado di “avverti[re] quel senso di ansia continua e di paura che irretiva gli adulti della [sua] famiglia” (48) segno di una minaccia palpabile e imminente. C’è il ricordo doloroso dei bombardamenti operati dai francesi eseguiti sulle Scogliere di Tramontana rimembrato quale “sorta di azione dimostrativa a scopo punitivo e intimidatorio” (49). E poi i bombardamenti sulle città, la distruzione e la fuga per tentare di mettersi al riparo. Lo sfollamento, del quale già si è detto, rappresentò di certo un periodo traumatico per il giovane autore, difficilmente comprensibile, motivo di angoscia e tribolazione: “non capivo il perché di tutto ciò, ma avvertivo la sofferenza di quelle persone e lo sgomento di coloro che come noi, assistevano a quelle scene pietose” (50).

L’autore, con la conoscenza di uomo maturo, nell’atto dello scrivere è riuscito a fondere sapientemente il sentimento autentico di quelle vicende sperimentate dagli occhi di ragazzino, innocente e vulnerabile, astruso alle nefandezze del mondo, alla politica, agli schieramenti e quant’altro, con la cronaca storica, documentata e ufficiale, di quanto realmente accadde in quei truci momenti in cui l’umanità si vide denigrata. Dai bombardamenti allo sfollamento sino a che gli Alleati non sbarcarono in Sicilia in un momento di crisi e inconsapevolezza collettiva in merito a quale parte abbracciare (l’8 settembre era stato annunciato il celebre Armistizio, firmato segretamente, che, di colpo, mutava gli alleati e i nemici dell’Italia). In tale scenario disunito e profondamente acceso, l’autore ci parla degli Alleati e dei partigiani, ma anche della povera gente che poco capì quanto dall’alto venne comandato, dei poveri cristi che, com’era avvenuto negli anni precedenti, furono costretti ad accettare il nuovo (sì!) ma imposto (un po’ come accadeva ne Il Gattopardo alla famiglia del Principe Salina).

Credo che le brevi storie raccontate da Sartarelli in questo volume, oltre a dimostrare una grande fiducia verso la materia storica, siano frutto di un meticoloso recupero della propria identità in periodi altri, ormai distanti, epoche che lo hanno riguardato dove ha convissuto e dove è maturato come uomo. Un volume snello ed efficace – mi permetto di osservare – per le nuove generazioni dove, senza formalismi o estenuazioni di cifre, si può davvero avvicinarsi alla storia, ad alcuni momenti centrali per la vita del nostro Paese che, di fatto, l’avrebbero poi traghettato verso lo Stato libero e democratico che è oggi. Conoscerne le fondamenta risulta, pertanto, assai importante.

LORENZO SPURIO 

 

E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. 

Concetto e venature di “vita” in poesia. Note su poeti anconetani. Da Scataglini a Curzi e Ausili. Articolo di Stefano Bardi

Articolo di Stefano Bardi

Il poeta anconetano Franco Scataglini (1930-1994) nel 1977 diede alle stampe la raccolta So’ rimaso la spina, opera dal titolo fortemente simbolico; qui la Vita è intesa come una creatura che ci spolpa, proprio come l’irruenza delle onde del mare. Un primo tema è quello della Vita, che ci priva di qualsiasi cosa per noi importante, ci cancella, ci azzera e ci immerge in un oceano colmo di solitudine e di emarginazione. Un’esistenza, quella terrena, che è paragonata alla scrittura, poiché come essa è un cancellare gli errori dopo gli sbagli e un canto disperso, nel dolore quotidiano[1]. Vita che ha la sua parte oscura ch’è la dipartita, concepita dal poeta anconetano come una Vita senza energie, sogni, passioni e in particolar modo senza profumi.[2] Un Vita che è paragonata agli invernali moli, luoghi dove non c’è vita, solo malinconia e vite in decomposizione. In tale cornice, gli uomini di Scataglini finiscono per apparire come una sorta di pupazzi di neve, ovvero come delle creature dal cuore glaciale e dalle mortifere parole[3]. A dominare, negli spiragli della silloge, è forse il tema dell’amore, inteso come un qualcosa che ci “cucina” la carne e lo spirito fino all’osso[4], ma anche come il principale motore delle azioni e nella nostra vita[5].

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Il poeta anconetano Franco Scataglini. Foto tratta da: https://tinyurl.com/ycrwr2hc

Vorrei allargare il mio pensiero critico e la mia riflessione riferendomi a due poeti contemporanei: Valtero Curzi e Marco Ausili. Il filosofo, poeta e scrittore Valtero Curzi (1957) nel 2017 ha dato alle stampe la raccolta Il tempo del vivere è mutevole. Varie sono le chiavi di lettura, una prima è quella con la quale il poeta paragona la dolcezza esistenziale alla dolcezza del ciliegio che, anche se  muore al primo vento, rimane per sempre dentro di noi.[6] La vita è concepita come una dolce melodia che culla la nostra mente e ci conquista con i suoi sensuali arieggi.[7] Per una lettura accessoria credo che bisogni chiamare in causa la canzone Come le onde del mare di Gianmaria Testa. Le onde di  Curzi e di Testa strappano i nostri sogni e i nostri affetti per farci immergere in mondi animati da una pacata oscurità.[8] Centrale è la tematica dell’amore che ritorna nella lirica “Ti vengo a cercare”. Testi dove l’Amore, con le sembianze di una donna, è visto come una creatura da amare, lodare, glorificare e contemplare nelle sue brume, nei suoi viaggi psichici e nei sui labirinti spirituali.[9] Accanto al tema della Vita, c’è posto anche per il tema dell’Uomo e del cammino esistenziale. Uno Uomo che non è fatto di carne e di ossa per il poeta senigalliese, ma è un’ombra che vaga all’interno di un mondo annebbiato, alla ricerca di una Terra Promessa sulla quale approdare.[10] Nella poesia “Stazione Centrale” è rappresentato un effimero viaggio in treno, dove non ci sono fermate ma solo partenze.

L’opera di Curzi ha toni pascoliani, dannunziani e ungarettiani al contempo. Per quanto riguarda la reminiscenza pascoliana, dobbiamo parlare della poesia “La notte di San Lorenzo” dove le stelle cadenti rappresentano la morte delle gioie; per quella dannunziana della poesia “Piove, a Maggio” in cui è simboleggiata la tristezza in grado di calmare ogni cosa, concepita come un acqua magica.[11] Un riferimento ungarettiano lo possiamo trovare in “Una foglia”: una foglia caduta dal ramo e adagiata sulla fredda terra, che simboleggia tutta la fragilità degli esseri umani nel loro ultimo istante di vita.[12].

Concludo questa breve dissertazione ritornando nella città dalla quale sono partito, Ancona, parlando del poeta Marco Ausili (1988) che nel 2017 ha pubblicato l’opera Global carmina e altre poesie. Qui il tema è riscontrabile in tre precise sezioni, che sono: Lo spazio di un’estate, La paura della vita e Sentieri ininterrotti. Nella prima, la Vita è paragonata al mare che è visto come una fonte battesimale dalla quale far risorgere le nostre carni purificate[13] e come un baule in cui sono conservate le nostre reminiscenze, i nostri patimenti, i nostri amori e infine, i nostri defunti.[14] Nella seconda, la Vita altro non è che la Morte. Dipartita che è concepita dal giovane poeta come una sorella che ci prenderà per mano e ci condurrà alla vita eterna[15] e come la sovrana dei camposanti, intesi da Ausili come i luoghi che conservano per l’eternità le nostre gioie e le nostre melodie esistenziali. Nell’ultima sezione la vita è concepita come conoscenza e diffusione del passato[16].   

STEFANO BARDI                

 

 

Bibliografia di Riferimento:

SCATAGLINI F., So’ rimaso la spina, Edizioni L’Astrogallo, Ancona, 1977.

CURZI V., Il tempo del vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017.

AUSILI M., Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017.

[1] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 23 (“[…] tuta scancelatura / dopo dulor de sbai. […]-[…] el biatolà d’un dindo / spèrsose ‘nte la piova.”)  

[2] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 26 (“[…] Pei morti ai quatro venti / ‘st’asenza de perfumo.”)

[3] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 76 (“Né tera né cielo / è i omini, fiola, / ma pupi de gelo / co’ morta parola. […]”)

[4] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 67 (“[…] Spolpato sopra e soto / so’ rimaso la spina.”)

[5] F. Scataglini, So’ rimaso la spina, Ancona, Edizioni L’Astrogallo, 1977, p. 120 (“[…] Tuto è corpo d’amore / mischiato al bene e ‘l male, / tuto è ‘l fenomenale / èssece: serpe o fiore / ortiga o albaspina / infedeltà, costanza / fortuna, malandanza / sesso d’omo o vagina / e te, dialeto caro / che da l’infanzia sorti / t’ha cinguetato i morti / su l’alto colombaro […]”)

[6] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 21 (“[…] Terrò l’ultimo fiore / nel mio sguardo.”)

[7] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 23 (“[…] M’ascolto sereno / senza mutar nulla nel mio pensare / lasciando l’armonia conquistarmi.”)

[8] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 27 (“[…] E io sento in quel morir placido / il viver che ci contiene / mi perdo / nei miei pensieri / ed è già subito sera.”)

[9] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 80 (“Ti vengo a cercare / nella tua incertezza / che ti percorre / e ti inseguo / nei meandri dei pensieri / che t’avvitano. […]”)

[10] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 75 (“Cerco il mio tempo / dove posarmi / come alla sera / nel guardar le stelle disperse / nell’universo scuro di chiaro offuscato. […]”)

[11] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 66 (“[…] Piove lieve e fermo / come dolce malinconia / che tutto quieta. / Piove come il meditare / nella matura esistenza percorsa / in ogni pensiero nato e appena sbocciato.[…]”)

[12] V. Curzi, Il tempo di vivere è mutevole, TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende, 2017, p. 64 (“[…] Mi serra il cuore / quel tuo stato sottile / d’immensa fragilità / che ci coglie. / Sento doloroso / l’adagiarti ormai morta / sull’arida terra. / Ti guardo… / e fuggo dai miei pensieri.”)

[13] M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017,  p. 19 (“[…] Risalivano. La meraviglia / del respiro, come ora usciti / dall’amnio. Tra le dita / il trofeo immacolato.”)

[14] M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017,  p. 22 (“[…] Ancora nell’orecchio chiuso / il rumore del mare / come fatto si fosse conchiglia / pescata dall’acque. / La mente festante di ricordi / infine piegandosi tacque.”)   

[15] M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017, p. 29 (“[…] Lo sento, sta arrivando. / E presto i suoi passi passeranno / dove passi ogni tanto, / senza avvertire il mio passaggio / il passato, perduto mio transito.”)

[16] M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017, p. 62 (“[…] Non siamo mai chiusi / dentro una stanza, / siamo comunque nel mondo, / della sua medesima sostanza.”); M. Ausili, Global carmina e altre poesie, Italic, Ancona, 2017, p. 63 (“[…] Passerà l’intera mattina / a ricostruire sereno tutto / il figlio contento di creare, / con calma, senza lutto.”)

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

Ricordando Raul Lunardi (1905-2004), autore di “Preghiera del centenario”. Articolo di Stefano Bardi

Articolo di Stefano Bardi (*)

Questo breve articolo è volto a ricordare il poeta, scrittore, giornalista e insegnanteRaul Lunardi(1905-2004), cittadino illustre del comune di Sassoferrato, vicino a Fabriano. Un intellettuale di cui oggi si rammenta per lo più l’attività di scrittore con opere quali “Diario di un soldato semplice” (1952) e “Un eroe qualunque” (2000). Intensa fu, però, anche la sua attività poetica, oggi raccolta in un volume che la compendia in forma generale. La critica poco si è espressa su tale intellettuale, se si eccettuano interventi di Carlo Bo e di Teresa Ferri.

Per praticità e per una più organica presentazione della sua opera poetica, dividerò la sua produzione in due diverse fasi. Nella prima troviamo poesie che vanno dal 1920 al 1983, raccolte in “Poesie 1923-1983” (1998) e quelle dalla seconda metà degli anni ’80 al Duemila in “Preghiera del centenario: poesie” (2003).  Numerosi sono i temi da lui affrontati nelle due raccolte . Un primo tema riguarda la Politica, intesa da Lunardi come creatura dalle mani sporche di sangue e di letame, con le quali i suoi funzionari non fanno altro che denigrare la società degli Uomini, sottomettere la razza umana e trasformare lo Stato nella loro casa: un Inferno. Un secondo tema riguarda i versi poetici che sono intesi dal poeta come i flussi sanguigni, poiché come quest’ultimi, anche i versi lirici sono strutture linguistico-grammaticali frenetiche, palpitanti e meditative. C’è anche il tema della terra, della sua regione, delle Marche autentiche, da lui considerate come una Regione elisiaca, dall’eterna giovinezza, dalla viva campagna e dalle reminiscenziali primavere. All’interno di tale realtà c’è un vivido omaggio alle grotte di Frasassi, concepite dal  poeta come un Eden mistico dal quale Adamo ed Eva diedero inizio alla vita.

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Il poeta marchigiano Raul Lunardi (1905-2004)

“Preghiera del centenario” (2003) è un’opera che l’autore ha volutamente costruito come una moderna “Divina Commedia” dantesca; anche la sua opera è divisa in tre gironi: “Poesie al Neutrone” (configurabili col dantesco Inferno), “Dolce Colore D’Oriental Zaffiro” (configurabili col Purgatorio) e “Dalle Stalle alle Stelle” (configurabili col Paradiso).

Un girone infernale, quello del poeta sassoferratese, in cui possiamo vedere spiriti privi di anima che sono qui collocati, poiché da vivi hanno sostituito l’amore, la gioia e la compassione con la falsa e tecnologia figlia a sua volta della aberrante globalizzazione. Anime, queste, che sono eternamente condannate a non amare più; anime senza amore carnale e spirituale, ma anche profondamente emarginate nell’animo, poiché da vive hanno percorso la strada delle estremità.

Un Inferno che è animato da più anime dannate che saranno da me analizzate nelle loro principali figure. Una prima schiera è costituita dalle oscure ombre di Uomini violenti, che nella loro vita terrena hanno avuto comportamenti maneschi, usato parole brutali e creato leggi per passare negli sguardi degli altri, come dei santi ma pronti a morire durante la loro esistenza per ogni giudizio etico colmo di verità. Una seconda schiera è costituita dalle anime che durante la loro vita sono state avide verso i loro fratelli pensando solo alla cura della propria immagine. Una terza schiera è costituita dagli Uomini cyborg, paragonati agli orologi perché, al pari di essi, compiono le stesse cose impegnati unicamente a consumare i giorni della loro vita. Uomini, ma anche Donne, che sono meretrici, in questo inferno lunardiano. Puttane che nella loro vita hanno illuso i loro amanti donandogli solo un finto amore. Dannate a dolori fisici sono le anime lunardiane; esse sono anche costrette a lasciare nella vita il loro viso nel cuore di coloro che le hanno amate, senza riuscire a dare risposte a questi spettrali visi.

Ci sono anche le impersonificazioni dell’Europa e della Poesia. Il nostro continente è delineato quale creatura ambigua e dalle carni incomplete, che ha regnato solo per mezzo della schiavitù, mentre la Poesia è vista colma di silenzi spirituali e di brumosi pensieri.

Il Purgatorio del poeta marchigiano è contraddistinto da anime che espiano colpe per la conquista del Paradiso Celeste attraverso il ricordo di arcani sapori e ubriacanti odori. Espiazione che si deve basare sulla riscoperta della fola e sul cammino nel dolore. Un girone in cui c’è spazio anche per l’Uomo moderno e la sua vita pregna di super tecnologia, con la quale è fortemente convinto di potersi sostituire alla vita creaturale creata da Dio e crede di poter prendere il posto di Dio. Quest’ultimo, la divinità, è concepita da Lunardi come un geniale direttore d’orchestra  che dona all’Uomo i suoi occhi per farlo camminare su una strada luminosa, le orecchie per ubriacarlo con dolci melodie, i piedi per farlo camminare nella compassione e il cuore per fargli diffondere amore.

Sia Inferno che Purgatorio in Lunardi hanno delle affinità con i celebri gironi danteschi. Centrale rimane, comunque, il cruciale tema della globalizzazione quale oscura sovrana, che ha costretto l’Uomo ad abusare della tecnologia per il soddisfacimento delle sue ingordigie più sfrenate. Globalizzazione dalla quale, però, secondo il poeta sassoferratese, l’Uomo se ne libererà rituffandosi nel brodo mistico dell’Alba Tempi, dal quale ricomincerà una nuova vita nel segno della purezza e della beatitudine spirituale.

Per concludere va rivelato che il Paradiso lunardiano è abitato da angeliche creature dal brumoso anelito luminoso, dalle rosee e marmoree membra simili a quelle della dea Afrodite. Accanto a queste creature c’è spazio anche per la Donna, qui rappresentata attraverso un intimo ricordo che ce la mostra come una creatura dalla dorata capigliatura, dallo spirito garbato. Una donna, quella liricizzata dal poeta sassoferratese, intesa come un angelo che riscalda l’uomo, quale creatura sessualmente libera e vera regina che tira i fili dell’Universo.

STEFANO BARDI

 

(*) Una prima versione di questo articolo, col titolo “Cultura. Sassoferrato, città d’arte e di poesia. Omaggio a Raul Lunardi, 1905-2004”, è apparsa sulla rivista “Lo Specchio Magazine” in data 27/11/2018 (disponibile a questo link). L’articolo viene riproposto con sensibili modifiche rispetto alla precedente pubblicazione, con l’assenso dichiarato da parte del relativo autore.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

 

“E dritti devono andare anche i piedi” di Camilla Dania, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Presentando testi particolarmente sentiti, frutto dell’esperienza esistenziale, e interpretati con evidente trasporto e forte carica empatica, la poetessa Camilla Dania nell’agosto 2017 a Porto Recanati (MC) si è aggiudicata la vittoria del “Playa Rosa Poetry Slam”, organizzato congiuntamente dall’Associazione Euterpe e da Le Mezzelane Casa Editrice.

E-dritti-devono-andare-anche-i-piedi.jpgIl pubblico – fortuito e prevalentemente neofita di poesia – come il poetry slam nei suoi canonici principi prevede, aveva apprezzato i testi di matrice intimistica ed esistenzialista che la poetessa, nata a San Benedetto del Tronto (AP) nel 1988, aveva deciso di portare. La meritata vittoria le valse, oltre che un consenso diffuso tra pubblico e poeti partecipanti, anche un’offerta contrattuale con l’omonima casa editrice che organizzava l’evento e che, ora, a distanza di alcuni mesi, ha felicemente pubblicato quella che può essere definita la sua “opera prima”.

E dritti devono andare anche i piedi è un titolo che apre alla perplessità e che, più che imporre una riflessione, fornisce semmai degli spunti di possibilità da percorrere, addirittura in modo quanto mai vago e surreale. Si tratta, come ci si renderà conto leggendo l’opera, di alcuni versi estrapolati da una delle liriche che costituiscono la “spina dorsale” dell’intero lavoro.

La recensione integrale è stata pubblicata su “Oubliette Magazine” il 04/12/2018. Per continuare a leggere la recensione cliccare qui.

“Storia d’amore. Una fantasia” di Bruno Mohorovich. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Un volume di liriche interamente declinato al tema dell’amore è Storia d’amore. Una fantasia (Bertoni Editore, Perugia, 2015) di Bruno Mohorovich. Nelle note critiche d’apertura stilate da Guido Buffoni si traccia in maniera fedele e con approfondimento emotivo le nervature principali che contraddistinguono le poesie qui contenute. Buffoni, come il sottoscritto, è convinto nel sostenere che non abbia rilevante importanza sapere se tale liriche provengano dall’animo prima ardente e poi sofferente dello stesso autore dinanzi a una voluta e poi problematica storia d’amore. Pur essendoci sempre una buone dose di se stessi quando si scrive (anche laddove si cerca di celarsi o mistificare) è anche vero che il sottotitolo dell’opera “una fantasia” dovrebbe ricondurci a un discorso più generale e ampio, vale a dire che, pur potendo essere un testamento o canzoniere d’amore dello stesso autore, i concetti e le emozioni ivi contenute vanno analizzate e concepiti nella loro impronta costitutiva. Lo stesso Buffoni ben chiarisce l’insensatezza (e aggiungerei la fallimentarità) di un intendimento atto a sviscerare quanto è il reale, quanto il realistico e quanto, invece, l’elaborato liberamente, diremmo il creato in termini meramente letterari: “Non è dato quindi al lettore la certezza che tutto quello che evocano le sue parole sia scaturito dalla realtà, ma non importa. Non è necessario approfondire se ciò sia veramente accaduto” (9). Buffoni ha pienamente ragione anche se, essendo la poesia un atto di verità (o di onestà per dirla alla Saba), difficilmente riuscirebbe a concepirsi come mera materia letteraria, oggetto di finzione o superfetazione, tanto più – aggiungerei – quando si parla di amore. Un amore o lo si è vissuto o lo si è anelato. O si è stati abbandonati e se ne è vissuto il tormento o si è sperato in un ricongiungimento ma, prima di diventare materia poetica, esso ha avuto una formazione concreta, una composizione reale. Se l’io lirico, con le immancabili complessità del caso, può ergersi a scrutatore dell’universo socio-civile e dare una sua visione di determinati fatti più o meno sconvolgenti, risulta difficile credere che possa parlare di amore (e, tanto più in maniera così vivida, profonda e convincente com’è in Mohorovich) se effettivamente non l’ha provato direttamente. Allontanandoci, però, da tale riflessione che imporrebbe un discorso a parte che esula dall’interesse del critico e da chi, curioso, si avvicinerà ai contenuti, vorrei concentrarmi sulla composizione del lavoro e le variabili che lo costituiscono in questo percorso che è una sorta di sondaggio itinerante dell’anima.

Come in un’opera didattica o comunque volta ad apparire con un intento illustrativo e ben strutturata nella composizione degli elementi che la caratterizzano, la silloge di Mohorovich, poeta nato a Buenos Aires nel 1953 da genitori istriani attualmente vivente a Perugia dopo un significativo periodo a Pesaro, si nota la tripartizione in “L’inizio”, “Insieme” e “La fine”.

I versi amorosi, non rasentano mai la sensualità e l’erotismo, e si pongono come manifestamente velati, a tratti anche inibiti dinanzi alla grande forza dell’amore. Sono poesie notturne, scritte in quegli istanti di silenzio e solitudine dove anche l’assenza di rumore contribuisce ad acuire il senso di malessere, dolore e allontanamento dalla società degli uomini felici.

storia-damore-una-fantasia.jpgPoesie dal verso veloce atte a tracciare la desolazione interiore, la sofferenza reiterata di un animo inquieto che si trova nella dolorosa condizione di un allontanamento dall’amata di cui non si conoscono le ragioni: se è un allontanamento momentaneo dovuto a una mera lontananza geografica, se è il frutto di una distanza presa come decisione condivisa a seguito di turbolenze nel rapporto o se, ancor più drammaticamente, è il segno finale di un atto di abbandono, tradimento, negazione all’altro, chiusura definitiva di una storia. Anche qui, per richiamare il Buffoni prefatore, non dobbiamo porci troppe domande perché a chi legge – tanto per essere spiccioli – non ha da interessare. Ciò, oltretutto, svierebbe – e di molto – dall’appropriazione personale di questi versi condivisibili e assai chiari nel loro ergersi a sorta di appello che viene lanciato.

Le poesie de “L’inizio”, dopotutto, sono liriche della stasi, di un’età che non è ancora definita, che si localizzano in un periodo forse di transizione (l’io lirico è forse in attesa di una risposta che potrebbe giungere e che, invece, lo fa tribolare non poco), oppure di una scadenza auto-decisa (o imposta) dalle due parti per poi ritrovare un momento di condivisione e raffrontarsi. Ad ogni modo è evidente che è un periodo sospeso di cui non si conosce la durata e, ancor più, le motivazioni che hanno condotto a quella fase-cuscinetto del rapporto. Forse lo rinsalderà, come spesso avviene o, ancor più frequentemente, potrà rivelarsi l’anticamera della sua inderogabile conclusione?

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Bruno Mohorovich, l’autore del libro

Gli avvenimenti che si realizzano in questa fase hanno poca rilevanza e tutti attengono al pensiero, tortuoso e ricorrente, dell’alterità che, in un certo senso, sembra già ormai lontana e inudibile. “Bramoso di ascoltarti/ mi perdo in tramonti e colori di luce/ che solo il tuo sguardo luminoso/ rimanda” (37). L’ambientazione prevalente è quella della notte, con le sue oscurità sensibili e i suoi tormenti psicologici dove l’idea dell’amata è la luce di una possibile stella da cogliere e nella quale poter intravedere speranza e felicità. Si tratta, però, per lo più frequentemente, delle sorte di meteore: splendono, sì, ma la loro è una durata luminosa che è fugace e che declina al buio. In tali momenti prendono piede le “illusion[i] d’un insonne” (40), difatti non è dato più sapere con precisione se l’io lirico parli da un mondo che è irreale e di appartenenza dell’onirico o, più verosimilmente, sia in una veglia anomala, in una vigilia intrepida che anticipa l’insonne notte.

Nella seconda porzione del libro, “Insieme”, si dà maggior concretezza al rapporto amoroso evocando contatti fisici di vero toccamento (“le dita si sfiorano,/ come sassi lambiti dalle acque/ le mani si prendono”, 45) che potrebbe riferirsi a un ricordo ancora piuttosto vivo. Non è, infatti, la trascrizione di un momento che si vive al presente ma sempre rievocato con nostalgia nel fluire della coscienza. Così, riappaiono anche i momenti di una dichiarazione esplicitata: “Tentennante esce la mia parola” (49) e un anelito pressante a un riavvicinamento: “Quando torneremo a ritrovarci” (50) che allude, già a questa altezza, a un qualche allontanamento fisico che s’è prodotto tra le due componenti della coppia.

Poche poesie dopo Mohorovich definisce la donna nei termini di una “presenza non rivelata” (56) quale ombra – seppur viva – di un passato che è ancora totalizzante. Si esplicano così le trame più insondabili e veementi di un amore robusto che, però, ha da fare i conti con la sua dimensione platonica, inconcreta, sublimato dall’assenza e fiaccato da una ricerca continua di contatto e corporeità. Ci sono promesse (“Ti aspetterò”, 58), finanche evidenza delle difficoltà (“separati da una barriera”; “timorosi del presente”, 59) e, ancora, convinzioni che pervaderanno il futuro (“…E ti verrò a cercare”, 64) fino a che non ci si approssima al capitolo conclusivo di questa triade tematica, “La fine”.

Qui, tutto è tracciato nelle forme della privazione, lontananza e abbandono: situazioni che l’io lirico dà ormai per note, esperite e assodate, ma non per questo meno dolorose e ragione di una tribolazione quotidiana: “Vanamente/ si dissolve/ nella confusione,/ la speranza di stare insieme” (78); “Ho perduto ogni speranza di vederti apparire/ […]/ [sei] fantasma che non si manifesta” (83).

Tra le “incomprese parole” (84), “il canto amaro” (88), “l’effimera storia nostra” (88) e il rimpianto si compie quel “definitivo addio” dipinto in una delle liriche che serrano il volume alla quale il poeta fa seguire il nutrimento di un’unica speranza – pur minima – di shakespeariana impronta: “Viva, a me basta che tu sia viva/ nell’appannato miraggio” (86).

Chiude il volume una pagina diaristica in forma narrativa ma dall’alta intensità lirica dal titolo “Le parole negate” in cui il poeta dichiara la sua sofferenza non solo nel non poter più vedere la sua amata ma anche per la negazione alla comunicazione con lei. “Scrivere è anche capire ciò che si vuol capire o ciò che si vuole che si capisca” (91), annota, dichiarandosi ormai uomo veramente perso a se stesso, grumo di dolore, in questa impossibilità di dire, negazione di sé, censura dell’amore che l’ha fatto vivere e che in lui ancora arde con i ricordi lieti che alimentano la fiamma.

Lorenzo Spurio

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

“Le pagine del travaso” (e altri inediti) di Claudia Ruggeri, esce il volume a cura di Annalucia Cudazzo

Giovedì 13 dicembre 2018 alle ore 19:30 presso la Sala “Giuseppe Bertolucci” del Cineporto di Lecce (Via Vecchia Frigole) si terrà la presentazione al pubblico dell’opera “Poesie. Inferno minore. )e pagine del travaso” di Claudia Ruggeri. L’iniziativa è promossa dalla Musicaos Editore in collaborazione con il Centro di Ricerca Pens-Poesia Contemporanea e Nuove Scritture del Dipartimento degli Studi Umanistici dell’Università del Salento.  Il volume inaugura la collana “Fogli di Via”, curata da Simone Giorgino e Fabio Moliterni.

All’evento interverranno Antonio Lucio Giannone (Ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università del Salento), Simone Giorgino (Coordinatore del Centro di Ricerca PENS dell’Università del Salento), Annalucia Cudazzo (curatrice del volume), Luciano Pagano (editore).

47426024_342296583019584_4113196364408553472_n.jpgIl volume è il risultato di un paziente lavoro di natura filologica volto a ripristinare i testi delle due opere licenziate in vita da Claudia Ruggeri, inferno minore e )e pagine del travaso, nel rispetto della versione riportata dai testimoni disponibili, sottoposti a un’accurata collazione e vagliati criticamente. Questa edizione si propone, inoltre, di avanzare una prima interpretazione dei componimenti, corredandoli di un commento che mira a facilitarne la comprensione.

La curatrice, la dott.ssa Annalucia Cudazzo, si è laureata in Lettere Moderne con una tesi su Claudia Ruggeri e per il suo percorso di studi ha ricevuto il titolo di «professionista accreditato» dalla Fondazione Italia-USA. È nella redazione del Centro di ricerca PENS-Poesia contemporanea E Nuove Scritture del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Salento.

Durante la serata le letture saranno a cura di Simone Franco. Durante l’evento si potrà avere visione delle istallazioni di Orodè Deoro.

 

L’autrice

 Claudia Ruggeri (Napoli, 1967 – Lecce, 1996) nel capoluogo salentino compì i suoi studi e si dedicò alla poesia, mettendosi subito in contatto con l’ambiente letterario e culturale del suo ambiente, dal quale si aprirà alla conoscenza e relazione con autori del panorama poetico nazionale, come Franco Fortini e Dario Bellezza. Il 27 ottobre 1996, all’età di ventinove anni, pone tragicamente fine alla sua vita. All’età di ventinove anni decise di porre fine alla sua esistenza. Tra le opere della Ruggeri (in volume, tutte postume) si ricordano “Inferno minore” (pubblicato prima su “L’Incantiere”, Laboratorio di poesia dell’università di Lecce nel 1996 e poi dall’editore peQuod, Ancona, 2007 – attualmente fuori catalogo); “Canto senza voce” (Terra d’Ulivi, Lecce, 2013); “Uovo in versi” (Terra d’Ulivi, Lecce, 2015). Alcuni studi critici sulla sua attività sono stati pubblicati su alcune riviste tra cui “Nuovi Argomenti” (V serie, n°28, 2004) e “Il Fiacre” (n°9), nel volume collettaneo “La sposa barocca. Sette saggi su Claudia Ruggeri” (LietoColle, Faloppio, 2010). Elio Scarciglia gli ha dedicato il dvd-documento “Claudia Ruggeri” (Terra d’Ulivi, Lecce, 2013).

 

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“Il segreto, l’attesa, Penelope ed Enrico V: “Berta Isla” di Javier Marías” di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini  

Sullo sfondo di una Spagna in cui si consuma l’interminabile fine del Franchismo, tra minacce golpiste, attivismo dell’Eta, omicidi di stato dei temibili “Sociales” alimentati dal vento del Maggio francese e radicato perbenismo borghese filo-monarchico, si accende, con “ardente, precoce e risoluta passione”, l’amore di una vita, “definizione che si dispensa assai spesso ad un prescelto quando questa non ha fatto che cominciare e non si ha la minima idea di quanti amori potrà albergare né di quanto potrà essere lunga”.

978880623743HIG.JPGDi Tomás Nevison (padre inglese, madre spagnola), occhi inquieti ed inquietanti, ironico, brillante, impenetrabile, fascinoso come (a scelta) un pilota anni ‘40/un musicista/un attore alla G. Philipe, miracolosamente versato nelle lingue e destinato a sicuro successo in (a scelta) finanza, diplomazia, politica, carriera universitaria si innamora al liceo, con la cieca, primitiva cocciutaggine di una passione “elementare e arbitraria, estetizzante e presuntuosa”, Berta Isla, protagonista dell’ultimo, omonimo romanzo di Javier Marías (Einaudi, 2018).

Madrilena da cinque generazioni, di una “bellezza mora, temperata, dolce e imperfetta”, non abbagliante ma capace di turbare, sprigiona tutto il magnetismo di un’allegria spontanea, impaziente, anche sfacciata, capace di convertirsi repentinamente in tristezza o rabbia e, comunque, convivere con un carattere risoluto e coraggioso che la condannerà ad “insediarsi indefinitamente nell’attesa” di un uomo tenacemente desiderato e incomprensibilmente spinto (per sua scelta? Che significa scegliere? Chi è veramente libero di farlo?) a trascorrere un’esistenza “itinerante, logora, clandestina, finta, vicaria, usurpata, ingannevole, confinata…defunta”.

Vera, moderna Penelope, impossibile per lei  “chiudere definitivamente con ciò che non sarà mai limpido né sgombro, ma sempre oscuro e fumoso” e che nemmeno, forse, è mai realmente stato. Durante il lungo fidanzamento la Musica del caso (P. Auster) prima che una consuetudine diffusa in contesti sociali altolocati anni ’60, induce Berta a vivere il primo rapporto fisico con il mai dimenticato, candido, non sfuggente né mortificato banderillero “sciolto” Esteban Yanes e Tomás – talentuoso studente ad Oxford – ad incontrare chi, meno seducente di Calipso, suonerà sullo spartito del suo destino come una tragica, inattesa stonatura. Troppo versatile il giovane nell’imitare gli altri (gesti, sfumature dialettali, sorta di Zelig che rinvia al J. L. Romand de L’avversario di Carrère) per non attirare l’attenzione dei Servizi di Intelligence britannici i cui agenti possono nascondersi dietro paludati docenti oxoniani (MI5, MI6 e quanto rimane del PWE di Delmer e della sua temibile “guerra sporca” antinazista), troppo ingenuo per non illudersi che “il segreto sia una forma suprema di intervento nel mondo – una realtà priva di tenebre è destinata a sparire per sempre e chi agisce nell’ombra “lo turba e lo pungola il mondo” – e condurre una vita fittizia significhi, su questa terra, aggiungere o levare, sommare o sottrarre: “un filo d’erba, un granello di polvere, una guerra, un po’ di cenere, un vento, dipende. Ma qualcosa”.

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L’autore del libro, lo spagnolo Javier Marías

Di fronte ad un evento che rimanda palesemente a Domani nella battaglia pensa a me (non è l’unica affinità), alla fine troppo impaurito per non (dover) comprendere che i servizi segreti sono “una convenzione che si accetta come si accettano senza obiezioni gli accidenti, le malattie, le catastrofi, le fortune”…e le disgrazie, soprattutto quando, incolpevoli, si vuole evitarle anche a costo di perdere – amandola quasi quanto lei ama lui – la sua donna, nell’istante stesso (1974) in cui la sposerà.

Ci fermiamo qui negli accenni al plot narrativo cercando, semmai, di evidenziare perché Berta Isla è, probabilmente, il miglior romanzo di un autore straordinario e molto amato. I temi programmatici della sua poetica, da Un cuore così bianco a Gli innamoramenti compaiono tutti: il tempo, che scorre inesorabile anche quando crediamo ci attenda, agisce sulla nostra coscienza desta o dormiente, consuma, snatura e deforma i volti, (con)fonde luoghi ed oggetti affidati ad istantanee che ostracizzano/cancellano contorni e lineamenti, l’illusorietà dei rapporti sentimentali (“tutto ciò che prova l’amato appartiene al campo dell’immaginazione. Non lo si può mai sapere con certezza […] non si può sapere neppure se le dichiarazioni più ardenti siano verità o convenzione, se siano sentite o siano quello l’altro crede di provare o è disposto a dire”), il potere ipnotico del sogno, quello devastante del caso, l’attesa come ineluttabile condizione di sopravvivenza (“quando si aspetta per troppo tempo si scopre di essere ormai abituati ad aspettare: forse è meglio che tutto rimanga incerto e fluttuante per coltivare la speranza che la nostra esistenza possa tornare ad essere come vorremmo, o avremmo voluto, fosse”), il sottile confine fra la vita e la morte, la persistenza/necessità del ricordo – “la pessima memoria del mondo, labile, dubbiosa, mutevole ce ne porge la possibilità su un piatto d’argento” – e, fra tutti, il mistero che, per lo scrittore, costituisce il nostro status naturale: “non sapere nulla, muoversi a tentoni, essere ingannati e, ancor più, mentire”. Talmente ossessivo questo archetipo, che azzardiamo l’ipotesi sia, per Marías, alla fine necessario in amore e non ne costituisca un limite: per alimentarne l’intensità, salvarne il fascino, mettere in fuga la stanchezza della perfezione e far sì che il legame non divenga “un baule o un secchio della spazzatura o un mobile”.

Mentre, però, lo sviluppo di queste tematiche, nelle precedenti opere, era affidato per lo più alle monologanti riflessioni introspettive dei singoli personaggi, rese attraverso uno stile “vertiginoso e ricco”, come ha ben sottolineato Mario Fortunato, non esente da un certo “narcisismo”[1] a tratti criptico e involuto (a detta di molti lettori, che ora non hanno più alibi), qui viene da un lato tradotto in una avvincente e ben congegnata struttura noir (una sola pecca – trovatela! – del resto nessuno esige il rigore del giallista, ci mancherebbe…anche la sceneggiatura de La donna che visse due volte faceva acqua e non citiamo a caso il gioiello di Hitchcock), dall’altro assume un respiro storico del tutto inedito.

Così la vicenda dello struggente “innamoramento in assenza” della protagonista viene scandita dagli accadimenti dell’ultimo trentennio del XX secolo: il contraddittorio post-franchismo del “macellaio di Malaga” Arias Navarro e di Adolfo Suarez (nomina regia), l’era pre-thatcheriana di Callaghan, Wilson e Heath, la sanguinosa questione irlandese con il “Bloody Sunday” di Londonderry del 1972 e “L’uccisione dei Caporali” a Belfast nel 1978, la “piccola guerra” delle Falkland e quella immane del Vietnam, lo scandalo Watergate e la caduta del Muro dello scandalo, ma anche dai risvolti culturali, dalle icone filmiche, dai miti musicali degli intensi anni ’80 (Beckett e Cassavetes venerati entrambi) nonché dalla persistente presenza di scrittori e testi evidentemente cari all’autore: Melville, Faulkner, i classici della “Letteratura del ritorno” (Il Colonnello Chabert, La moglie di Martin Guerre, Dumas e il più autorevole, Omero…lo strano caso di Mattia Pascal lo aggiungiamo noi d’ufficio alla lista) con Eliot e Shakespeare a svolgere il ruolo di virtuale coro che lega gli snodi dell’intreccio. Stavolta non Riccardo III ma – felicemente – l’Enrico V che, travestito, si infiltra fra i suoi soldati per spiarne umori e pensieri.

Non ci meraviglieremmo se avesse pensato prima al riferimento che alla struttura della trama…grandezza del Bardo. In conclusione un’osservazione sullo stile che – come ben sa chi lo conosce – è spesso aforistico (abbiamo riportato molte citazioni testuali, che assumono valenza assoluta…imbattibili quelle sull’amore), sontuoso, ipotattico. Il narratore è, alternativamente, esterno onnisciente (compare una felice definizione di questa funzione narratologica, brillantemente legata al ruolo dell’agente segreto)[2] e interno (focalizzazione sulla protagonista, che riporta solo il poco che sa, altra geniale intuizione), mentre alcune scene vengono descritte, come ne L’amante di Yehoshua – maestro in questo – da entrambe le ottiche, spesso assai diverse. Carver o Franzen, De Lillo o Kent Haruf non spenderebbero due righe per descrivere capelli e occhi di un personaggio: secondo gli esponenti della narrativa americana – e qui il discorso si farebbe lungo – sono i fatti narrati a determinarne l’aspetto anche fisico, oltre che psicologico. Marías vi indugia con una raffinatezza unica, che accresce il piacere della lettura e di cui non possiamo rendere conto se non, brevemente, in nota:[3] anche questo fa di Berta Isla (insieme a Giuda di Amos Oz) uno degli esiti letterari più interessanti ed intriganti degli ultimi anni. Già un classico.

 MARCO CAMERINI 

 

NOTE

[1] M. FORTUNATO, “Incantesimo di coppia”, L’Espresso, 24 giugno 2018, p.96.

[2] “Non ha nome e non è un personaggio, viene creduto e ci si fida di lui. Si ignora perché sa quello che sa, perché omette quello che omette e come mai ha il potere di determinare il destino di tutte le sue creature, c’è ma non esiste, è evidente che esiste ma è introvabile, è indiscernibile e neppure l’autore, che se ne sta a casa sua, può spiegare come mai sa quello che sa”, pp. 107-108.

[3] “Agli occhi chiari mancava solo un minimo di curvatura per risultare sporgenti, e se fossero stati di un tono più chiari sarebbero stati color vino bianco passito, giallastri”!

 

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“Declinano l’amore i racconti (straordinari) di Jeffrey Eugenides, a cura di Marco Camerini

A cura di Marco Camerini  

Che Eugenides sia uno degli scrittori più schivi, originali e talentuosi degli ultimi vent’anni è confermato dalla recente silloge dei racconti Una cosa sull’amore (Mondadori 2018, copertina felice), imperdibile per ben “cinque ragioni” secondo quanto ha scritto in un appassionato, bellissimo intervento su “La lettura” del Corriere Alessandro Piperno, ammiratore confesso del suo “talento mimetico che sfiora l’orecchio assoluto”.[1]

41+vZwX0JCL._SX323_BO1,204,203,200_.jpgNel deserto rovinoso di un presente segnato da solitudine, incomprensioni, sconfitte, fra gli spettri opprimenti di una vecchiaia mai ammessa né accettata, naufragi matrimoniali drammaticamente (o penosamente) negati, rimpianti e rinunce, ciniche rivalse e frustranti derive economiche, alienati e lancinanti smarrimenti, è certamente il “tema ossessivo dell’inadeguatezza”[2] il legame che unisce tutte le storie, ma anche, ci sembra, la tenace e irrinunciabile fiducia in un sentimento che salva e redime dall’angoscia, se non dal fallimento più o meno annunciato. È l’amicizia senile tutta femminile di Della e Cathy, insoddisfatte Brontolone[3] in eterno sovrappeso, anticonformiste e umorali che perdono mariti, figli “pallidi, sinistri, circospetti come gli assassini di un film di fantascienza” ma non se stesse, risolute – proprio nel momento in cui la più anziana precipita nel gorgo invalidante di una “violenta e aggressiva” demenza – a disseppellire “l’ascia” per uccidere insieme le avversità. O l’attrazione per l’assoluto flusso energetico dell’Universo (om cosmico, musica delle sfere, perpetua capacità di rigenerazione terrestre) del protagonista di Posta aerea il quale, alla ricerca di un’identità perduta nello scialo della propria esistenza, la ritrova nel panico, trasfigurante abbraccio di una fascinosa natura esotica (Bangkok, Bangalore, Calcutta) alla percezione di “un trillo”, sorta di pirandelliano “fischio del treno” che lo proietta al di là di ogni coordinata familiare, sociale, umana. È l’insopprimibile istinto materno di Tomasina (Siringa per ungere la carne), 40 anni 1 mese e 1 giorno, sontuosa dimora in Hudson Street, lavoro appagante, disposta –  fallito “il piano A” (“improbabile armata di adulteri e perdenti, gli uomini”) – a ripiegare sul meno romantico, più solitario e triste ma anche coraggioso e creativo piano B: un figlio “senza lui”, o meglio “con tutti i lui” della sua disincantata vita di rimorsi (comunque l’amore si impone grazie a chi innamorato lo è veramente, l’ex Wally Mars, donatore mai domo e figura vincente in uno spiazzante, struggente finale) o la passione musicale di Rodney (Musica barocca), jocyana “piccola nube”, razionale e un po’ rigido maestro di clavicordo (“bordura dorata e giardino geometrico dipinto, famiglia del clavicembalo”) travolto – dopo una fugace bohème giovanile vissuta fra Berlino, Heidelberg, Kurt Weil e gli amati Bach “père et fils” – dalla squallida marea di polizze, conti in rosso, rate inevase, “cifre atroci sulla carta di credito”, (in)adempienze domestiche avvilenti di un quotidianità prosaica e assai poco artistica. Sono la nostalgia di un’America democratica, rurale, libertaria e tollerante di Kendall (Great experiment), poeta fallito non per incapacità, “intelligente ma non ricco”, costretto a fare i conti con la deriva tecnologica di una plutocrazia fondata su software personalizzati, malversazioni e “delitti fiscali di broker ludopatici” nella quale la frode bisogna saperla pensare e perpetrare alla grande, non con remore letterarie (altrimenti meglio restarsene in uno squallido loft dove piove dal soffitto a riflettere sulla Democrazia in America di Tocqueville) e il tentativo di Charlie – architetto separato, vittima di ordinanze restrittive più o meno d’urgenza che si aggira patetico intorno alla vecchia casa “a distanza di 50 piedi” – di riaccendere “il tizzone” di un rapporto nel quale nessuno dei due deve Trova(re) il cattivo, scappare o inseguire l’altro, ma accoglierlo e dire “eccomi”. Facile come “colorare un arcobaleno”, perché una “cosa” nell’amore che tiene unite le coppie “non sono i soldi, i figli o una visione condivisa della vita, ma avere cura uno dell’altra. Sono le piccole gentilezze reciproche, chiedere come è andata la giornata fingendo che ti interessi”. Soprattutto, alla fine, è l’intima necessità di sentirsi vivi e di giocarla comunque la partita con la disperazione: può essere sufficiente un pasto miracoloso a base di carciofi per metterla in fuga, come accade in Giardini volubili, il racconto forse più riuscito della raccolta. Al lettore il piacere di scoprirlo, come anche di fare la conoscenza del prof. Luce, endocrinologo/anglo-irlandese/episcopale non praticante/amante di Bruegel, strepitoso protagonista di un’ironica  proto-versione del mitico Middlesex.

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Una foto dell’autore, Jeffrey Eugenides, tratta dalla rete. – Fonte: https://www.whiting.org/awards/winners/jeffrey-eugenides

Lo stile di Eugenides, per citare ancora Piperno, “è un manufatto superbamente rifinito […] le frasi sono tornite al punto da non mostrare alcuna asperità. Dovendo fare due nomi: Nabokov e Salinger”.[4] Necessario, essenziale, strutturato sui dialoghi, privo di lirismo e per lo più nominale (minime le sequenze aggettivali), è capace di delineare fulminanti, efficaci ritratti come la Prokrti di Denuncia tempestiva (squarci di vita indiana ricordano J. Lahiri)[5] e solo in quest’ultimo racconto (il più recente insieme a Le brontolone, 2017) cede alla (troppo) diffusa tendenza della narrativa contemporanea di inserire brani non letterari, mail ed sms in caratteri tipografici differenti. Semmai andrà sottolineata l’intrigante “struttura aperta” delle storie, con splendidi finali che suggeriscono, non chiudendola, un’evoluzione extra-testuale della vicenda per lo più angosciosa e non consolatoria (cfr. Multiproprietà), insieme alla magistrale capacità dello scrittore di ricorrere – anche se non è certo simbolico il suo modello di scrittura – ad oggetti epifanici catalizzatori del significato più profondo del testo: l’ascia e i carciofi citati, guanti spaiati, un giocattolo, preziose statuette di giada e orwelliani…topi.

 MARCO CAMERINI

NOTE:

[1] Cinque ottime ragioni per leggere Jeffrey Eugenides, “La lettura”, 26 agosto 2018. Brevissima recensione nella recensione: l’articolo citato conferma (non che ve ne fosse bisogno) l’autorevolezza di Piperno critico e saggista militante. Raffinato, acuto e, insieme, piacevole alla lettura, mai pedante o accademico. Raro.

[2] A. PIPERNO, art. cit.

[3] Vengono riportati in grassetto i titoli dei singoli racconti.

[4] A. PIPERNO, ivi.

[5] “leggins neri, scarponcini Timberland, calzettoni viola da escursionista, volto da miniatura indù, occhi di un colore sorprendente che poteva esistere solo in un dipinto in cui l’artista avesse mescolato verde, blu e giallo indiscriminatamente che la facevano assomigliare a una ballerina gopi o a una santa bambina venerata dalle masse”

 

L’autore della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Realismo, interiorità spirituale e psicologica nella “Danaide” di Auguste Rodin e “Perseo” di Benvenuto Cellini in relazione allo ying e yang e alla violenza di genere” a cura di Lucia Bonanni

Saggio di Lucia Bonanni

Il senso della parola latina Ingenuus è “nativo, originario, naturale, libero” e trattenersi a esaminare l’ingenuità del corpo significa vederlo nella sua forma “nativa” e nei suoi tratti “naturali”. All’interno di una specifica fenomenologia il corpo rappresenta un sistema di segni, un codice simbolico che mette in relazione spazio e tempo, presenza nel mondo e comunicazione, materia e spirito, identità e conflitto, immaginario e inconscio.

Presso le comunità primitive il corpo non era visto come un’entità isolata e separabile dalla realtà oggettiva, ma  come una zona comunitaria, un luogo cosmico che attraverso la pragmatica dei segni, modellava la comunicazione sociale e quella naturale mentre la danza era mezzo di trasmissione di significati e sintassi dell’infralingua ossia del significato fluttuante dell’arte sciamanica. Secondo la filosofia greca il senso della corporeietà era affidato a Pan, dio del corpo, dell’istinto e del panico che nel suo valore ambivalente cadenzava la danza tragica. Nella religione biblica prima e nella iconografia cristiana dopo da simbolo coreutico e comparativo il dio del corpo diventa il diavolo, colui che divide, con la pelle, le corna e gli zoccoli di un capro per cui positività e negatività trovano posto nel cielo e sulla terra, mantenendo distinti il bene dal male, la fisicità dallo spirito con la conseguente divisione tra anima e corpo.

L’aspetto simbolico esiste dappertutto e l’intenzionalità del corpo va a coincidere col rapporto di trascendenza tra il corpo, il mondo, l’ambiente,  a cui l’uomo, a differenza dell’animale che si adatta, si rapporta in senso dialettico. Nel contesto generale di significazione la mano diviene luogo di relazione col mondo in quanto costruisce strumenti e crea le dinamiche gestuali quale risposta agli stimoli esterni, risposta espressa anche col linguaggio  e con la gestualità corporea, ossia con la voce del corpo, da cui prende avvio la comunicazione interpersonale. Comunicare significa “mettere in comune”, stabilire un rapporto con l’altro, un “essere con”, derivato da un’emozione che può colmare la distanza e rafforzare il legame affettivo mentre è il reciproco “coabitarsi” a dare significato al messaggio emozionale.

Parlare del corpo non vuol dire fare riferimento ad un oggetto del mondo “ma ciò che dischiude un mondo”. Nel processo di conoscenza simbolica l’immagine corporea diviene modello di riferimento tra l’individualità e la moltitudine; in tale contesto la sessualità e il desiderio non sono interpretati come istinti e pulsioni bensì come attenzione all’altro, identificato come corpo e messaggio di scambio simbolico.

Il linguaggio non discorsivo si affida alla comunicazione indiretta, sempre molto insinuante ed allusiva ed è l’abi-valenza del sistema dei segni a restituire un rapporto preciso tra significante e significato, un tipo di complementarietà che instaura un codice inequivocabile. In sinossi con la semantica corporea il linguaggio mimico-gestuale sottintende uno spostamento di senso ed il gioco dell’ambivalenza può diventare espressione incontrollata dei segni si apre alla lingua virtuale che si fa espressione incontrollata dei segni.

Se la mimica è considerata spazio allusivo, la mostruosità come pure la caricatura rappresentano il corpo che dilaga in un tipo di confusione, in un tipo di caos indistinto, che turba e inquieta. In questo caso il sistema dei segni prende avio dalla e-motività, da ciò che lo muove, infatti il linguaggio primitivo per esprimere le emozioni faceva uso delle “metafore organiche”, gli organi corporei come sede delle emozioni e questo fa sì che un codice venga tradotto nell’altro (la faccia della casa, la pancia del vaso, i denti della forchetta), formando quella che in poesia è detta personificazione. Occorre dire che la formulazione dello scambio simbolico è costruita dall’Idea  che nel suo sviluppo passa dalle sensazioni al ragionamento, unendo il particolare all’universale, trasposti in poesia con la  metonimia e la sineddoche, con pre-valenza sui codici simbolici e sull’economia libidica, mantenendo la differenza tra il maschile e il femminile e la peculiarità dei ruoli sessuali. Tale modello di simulazione si ritrova nelle varie espressioni artistiche come ad esempio la “Danaide” di Auguste Rodin ed il “Perseo” di Benvenuto Cellini    

s-l300.jpgL’intera produzione di Auguste Rodin (1840-1917) si colloca tra il classicismo e la modernità ed è d’ispirazione michelangiolesca in particolare nei “non finiti” che richiamano i “Prigioni” e che possono essere assimilati con la poesia ermetica. Nel dare forma al materiale grezzo, Rodin sembra voler animare il soggetto e nel plasticismo espressivo delle sue opere è possibile rinvenire sia l’interiorità spirituale e psicologica dell’autore sia quelle  del soggetto medesimo mentre il marmo sembra perdere la caratteristica di materia immobile e pesante. Nell’opera marmorea “Danaide” Rodin (foto a sx) dà forma a una figura femminile, vista di schiena, in una postura accovacciata, la pelle lucente e i capelli lunghi che sfumano nel marmo in un “non finito”. La curva della schiena, ben definita in ogni dettaglio, è richiamo alla sensualità e all’amore, però rispetto al bozzetto preparatorio l’opera finita risulta più rannicchiata come a voler far risaltare il senso di isolamento e solitudine e la forma scolpita, assai sensuale e morbida, sembra emergere oppure immergersi nel sasso con grande fatica, una sasso che assomiglia ad un grande utero in cui la donna trova riparo e da cui cerca di uscire.

Con la “Danaide” Rodin ritrae una delle cinquanta figlie di Danao, condannata a riempire nell’Ade una botte senza fondo per aver ucciso il marito dietro ordine del padre. In realtà la donna è l’allieva e amante Camille Claudel (1864-1943) piegata dalla sofferenza causata dal frantumarsi del sodalizio artistico e amoroso con il proprio maestro. Alla rottura relazionale per i due scultori seguì un periodo di forte disagio emotivo che entrambi proiettarono nei loro lavori. Rodin scolpì “Fugit amor” in cui realizzò un abbraccio tra due amanti con due figure schiena contro schiena che evocano la passione amorosa di Auguste per Camille e della quale più volte aveva tentato di impedire la fuga. Nello stesso periodo la scultrice realizza “L’età matura” dove è la donna che supplica l’uomo di restare e in cui si può leggere anche l’abbandono in età infantile da parte della propria madre. Alcuni lavori realizzati da Camille in quel periodo, disegni per lo più a contenuto erotico, si rifanno ad un tipo di Kama Sutra sintetizzato nella scultura “Le valse”. Il mito a cui si ispira Rodin è quello derivato da “Le Supplici” di Eschilo (525-455 a.C.) che insieme a “Gli egizi” e le “Danaidi” forma una trilogia tragica, datata intorno al 490 a. C. Secondo il mito greco le cinquanta figlie di Danao andarono spose ai cinquanta figli di Egitto, fratello gemello di Danao,  con il quale aveva formato una diarchia sul regno d’Egitto, ma le donne fuggirono, chiedendo asilo  a Pelasgo, re di Argo, in Grecia, rifiutando la supremazia maschile, il matrimonio e  il dovere della  procreazione e le consuetudini del tempo, trasformandosi poi in spietate carnefici. Temendo che le nozze fossero un espediente del fratello per distruggere la sua famiglia, Danao ordinò alle figlie di decapitare gli sposi dopo la prima notte di nozze e soltanto Ipermestra che non si era  unita con lo sposo e di cui era innamorata, gli risparmiò la vita.

Gentileschi_Artemisia_Judith_Beheading_Holofernes_Naples.jpgQui tornano  alla mente i dipinti a olio su tela “Giuditta e Oloferne” di Artemisia Gentileschi (1593-1654), riportato nella foto a dx, che attraverso le sue opere esprime la profonda riprovazione verso gli abusi sulle donne, il primo si trova a Napoli presso il Museo nazionale di Capodimonte e  fu dipinto subito dopo il processo per stupro, subito dalla pittrice, mentre il secondo che si connota per una diversa composizione e  gamma cromatica, è esposto alla Galleria degli Uffizi nella sezione dei pittori caravaggisti. A questi dipinti si aggiunge la scultura in bronzo di Donatello, Giuditta e Oloferne, situata in Palazzo Vecchio e in copia sotto la Loggia della Signoria.  Anche se il titolo dell’opera di Rodin indica la donna come una delle figlie di Danao, ben descritto da Eschilo, secondo l’interpretazione dello scultore la donna rappresenta il dolore di Ipermestra per aver dovuto lasciare lo sposo oppure un’altra delle altre figlie, spossata e immersa nella roccia ad espiare la propria colpa.

Se la “Danaide” rappresenta la protesta della donna contro il maschio  ed elogia la libertà femminile, la Medusa del “Perseo” di Benvenuto Cellini (1550-1571)  è simbolo di potere e seduzione  femminile, infatti il significato lessicale del nome è quello di “ colei che domina”. Nei percorsi iconografici, riguardanti la Medusa, si ritrovano le opere di Fidia con Eros e Thanatos, le ceramiche, le maschere in terracotta, i mosaici pavimentali, le monete con il Triskeles, divenuto simbolo della Sicilia, la crudezza della realtà con lo scudo di Caravaggio (1571-1610), l’immagine raccapricciante di Rubens (1577-1640) vittima del maleficio in Bernini (1598-1680), la testa in bianco e nero con gli occhi vitrei di Franz van Stuck (1863-1928, pittore simbolista-espressionista, scultore e architetto tedesco)  e ancora Böcklin (1827-1901), Klimt (1862-1918) e la pittura policromatica di Guttuso (1911-1987)  per giungere ai fumetti di Dylan Dog, i Simpson e il marchio di Versace.

rocaille-medusa-boecklin.jpgMedusa è una delle tre Gorgoni e come tutti gli esseri mostruosi ha un fine apotropaico (allontanare), protettivo contro i malefici ovvero dell’orrido che allontana l’orrido e per questo era posta a protezione dei templi e delle abitazioni. Il destino di Medusa fu deciso da Atena che la punì per aver ceduto alle profferte amorose di Poseidone ossia per aver cercato di sedurlo con la sua chioma fluente, trasformata in serpi e lo sguardo che pietrifica per l’eternità perché la bellezza e l’orrore si fondono nel volto di Medusa. Perseo riuscì ad uccidere il mostro, aiutandosi con uno scudo specchiante che gli era stato dato da Atena e poi donando la testa alla dea che la pose sul proprio scudo. Nel capolavoro di Cellini, realizzato in bronzo, il volto della Gorgone non esprime pathos, ma appare inespressivo e quasi dormiente in quanto l’artista, come pure Michelangelo (1475-1564) con il David, vuol dare un significato di senso all’affermazione della virtus, cioè alla forza morale dell’eroe contro la brutalità e la superbia del mostro, simboleggiate dalla hybris ovvero l’insolente violenza che lede l’onore e la dignità altrui e l’individuo cade nella sfera del bestiale perché non sa riconoscere i propri limiti e, prevaricando il volere divino, subisce la condanna a causa della sua arroganza e del suo orgoglio.  Il mito della Medusa è intriso di paure ancestrali e la sua immagine terrificante rappresenta la somma di quanto di brutto si può immaginare. Il Perseo inizia a prendere forma nel 1545 e il procedimento scelto dall’artista è quello a cera persa, tipico degli antichi greci. Per prima cosa occorreva realizzare una statua di creta vuota all’interno, cuocerla e ricoprirla di cera, poi con altra creta e in seguito si univano i tre strati con dei chiodi e si cuoceva di nuovo ed in fine si toglieva la creta, i chiodi  e si rifiniva.  Cellini sapeva bene che più la statua è grande e più difficile diventa distribuire il bronzo, ma non sente ragioni, neppure davanti al Granduca che lo prende per pazzo. La fusione del Perseo si dimostrò assai complessa, la fornace era talmente calda che prese fuoco anche il tetto della casa e per le esalazioni dei metalli e la fatica l’artista fu costretto a mettersi al letto, ma venne subito richiamato perché la forte pioggia aveva spento il fuoco  e nonostante l’esplosione della fornace il bronzo era uscito, però era poco fluido perché la lega si era consumata. Allora Cellini all’interno della fornace buttò tutti gli oggetti di stagno che aveva in casa e così il metallo raggiunse la giusta fluidità e la fusione riuscì bene. Fu Cosimo I (1519-1574) granduca di Toscana, figlio di Giovanni de’ Medici, detto dalla Bande Nere),  a chiedere all’artista la statua dell’eroe greco quale rappresentazione della vittoria circa l’ assetto repubblicano della città di Firenze. Il Perseo venne esposto per la prima volta in quello che era il  luogo destinato alle assemblee e alle cerimonie, ovvero la Loggia della Signoria, dei Priori, dei Lanzi o dell’Orcagna, nel 1554 e tutt’oggi si trova nella posizione in cui era stato collocato; insieme alle altre statue  a tema mitologico, presenti sotto la Loggia: la copia del Ratto delle Sabine, Ercole e il centauro Nesso del Giambologna, l’ arte romana Patroclo e Menelao, il Ratto di Polissena, gruppo di figure muliebri e Piazza della Signoria: Fontana del Nettuno, il David, Marzocco, Statua equestre di Cosimo I del Giambologna, la copia di Giuditta e Oloferne di Donatello (1386-1466),  in modo allegorico stanno a significare le vicende dell’antica  Firenze. Guardando la statua del Perseo dalla parte posteriore, si può osservare la giuntura della nuca e il retro dell’elmo e si può  notare un effetto ottico, un’illusione pareidolitica che mostra il volto di un uomo, l’autoritratto di Cellini. Alla grandiosità della scultura a scala urbana si unisce l’opera di cesello che l’autore realizza nei particolari dei calzari, nell’elmo e nell’elsa della spada che con il braccio forma un angolo retto. Il fascino seduttivo di Medusa deriva dal fatto che lei non è una giovane inerme di fronte al potere di Atena, ma una donna indipendente, capace di sedurre con lo sguardo mentre la femminilità risorge dalle  ceneri del mostro con un nuovo significato del potere ammaliante dell’antica bellezza che nel mito si accosta ai capelli trasformati in serpi, gli occhi di fuoco, le zanne e la lingua penzolante. Il gusto per il conturbante, riscoperto con l’arte barocca, coniugato alla simbologia dello specchio, allo sguardo e alla maschera si assimilano alla violenza di genere ed il mostro leggendario diviene emblema di situazioni orride e violente mentre la funzione  protettiva contro i malefici è rapresentata dall’eroe che annienta la ferina superbia dell’hybris. Anche il comportamento di Danao è dettato dalla superbia e dall’orgoglio e le figlie che prevaricano sui loro mariti, causandone la morte, contrariamente alla remissività di  Ipermestra che paga il proprio gesto di bontà con l’isolamento e la solitudine.

Pertanto nei soggetti descritti, oltre alle funzioni allegoriche già conosciute, è da attribuire una simbologia in sinossi temporale  e di significato con i vari e reiterati accadimenti del presente che trovano riscontro  negli atti teratogeni e nella virtus dell’eroe quale espressione di una realtà che pone la  donna in un contesto  sacrificale oppure di considerazione e rispetto.

LUCIA BONANNI

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Antoinette Le Normand- Claudie Sadrin, Rodin,  Giuni Editore, 2018

Odile Ayral-Simona Giordano, Camille Claudell, Formato Kindle, 2013

Anna Banti, Artemisia, Bompiani, 1994

Benvenuto Cellini, Opere, Rizzoli, 1968

Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, 1997

Eschilo, Le supplici, traduzione di Ezio Savino, Garzanti, 2015

 

L’autrice del saggio acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

L’ombra, il silenzio e la musica dei fiori: “Rifrazioni” di Elio Pecora. Recensione di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini

 

La pazienza maggiore l’ha dovuta a se stesso:

ha patito le paure nuove del bambino,

i fantasmi esagitati dell’adolescente,

le saracinesche arrugginite dell’ansia,

il tramutare scomposto delle carni

i cumuli delle ombre, gli intoppi della memoria.[1]

Negli splendidi versi si trasfigura ellitticamente in III persona, con intensa e disarmante sincerità, il soggetto poetante di Rifrazioni (Mondadori, 2018), ungarettiano “uomo dai piedi lenti” che si reinventa ogni istante e ogni ora, non ha fiato bastante/per rincorrere tutto/quel che gli corre davanti/e che dietro s’inombra e pure – disincantato e disilluso, acceso di ansia e di sogni, senza più un altare né un dio da pregare – di continuo si adopera a procacciarsi piacere, a medicare il dolore. Infinitesima “fibra” di una galassia/universo, baudelairianamente condannato – fra i detriti di un assordante, tumultuoso presente in rovina – ad annaspare nel fango, occhieggiando le stelle, alimenta tenace e mai disperato la fame e la sete dell’Anima, intende “il linguaggio delle cose mute”, contempla estatico il profilo della luna vestito del suo poco, rinchiuso/nei suoi sonni che sognano mentre il tempo precipita vorticoso senza prospettive di edeniche stasi.

978880468746HIG-310x480.jpgAlla dimensione di una contemporaneità che opprime ed assedia l’io lirico (mai l’autore ne rinnega la voce), funestata da ruberie e delitti, eccidi ed eccessi, guerre che servono a scherani del raggiro seduti a legiferare sulle immondizie[2] e piazze che chiedono un altro presente, sussulti sismici e naufragi etici – nessuno sbarco stanotte a Lampedusa/nessun morto per mareil futuro?Una marea fangosa che avanza mentre nei giovani vacilla la speranza – si contrappone la memoria di un passato che assume le fattezze di ombre (di dove vengono a lui che non le ha chiamate? Ma chi si cerca è trovato a sua volta da un’ombra), inconsciamente evocate da un Oltre che non è Ade ma Paese dei Cimmeri se possono sostare in limine fra la vita e la morte, ferme alle porte di una città senza nome, vaganti ancora nel recinto brulicante dei vivi. Sono tante, presenza irrequieta e leggera nel rumore dei giorni, folla silente in mezzo a noi che ci chiama e muta risponde alle domande mute senza nulla chiedere se non permanere dopo l’addio, nel breve saluto di un incontro inusuale e possibile solo che Elio/Orfeo lo desideri quanto loro.[3] E se è vero che moriamo alla morte dell’ultimo che ci ha conosciuti e non è perdita l’addio se lascia tracce nelle stanze aperte del cuore, il dialogo con loro – in una delle sezioni più suggestive  della silloge dall’ossimorico-sinestetico titolo “Lo spessore dell’ombra” – è struggente e vivissimo. Hanno mani, piedi, gesti queste anime assiepate nel sogno della mente e celate dietro pudiche sigle: si chiamano Arsenio, padre con cinquant’anni di mare alle spalle, Elena – dantesca figlia di suo figlio dal volto fermo e quieto, sublime ritratto di madre che rinvia a quelli di Montale e Ungaretti – Luciano, Dario, Sandro, sodali voci liriche di un cammino letterario condiviso, l’aspra, manichea Elsa dagli occhi di agata – amica e nemica insieme, scrittrice come le infelici Amelia ed un’altra Elsa ingiustamente esiliata dalla fama – mentre accanto ai fantasmi mai ingombranti nella loro autorevolezza di Alberto e Aldo si profilano quelli modesti e umanissimi di Aduccia e Rosella, rimpiante testimoni della giovinezza santarsenese. Sono tanti e tutti i loro nomi

… s’annidano nei nomi, non è la memoria

a chiamarli, si compitano su un’oscura lavagna,

intanto che vanno chiarendosi le facce,

muovendosi le figure nei fruscii delle foglie.

Ciascuno va a porsi in un suo spazio appartato,

chiede una sua misura, un suo incerto restare.[4]

 Troppo risoluta, comunque, in Elio Pecora la volontà di risillabare la speranza e, pure a tentoni, aprirsi un montaliano varco cercandosi dentro più alto e ampio il respiro per concedere ai morti l’egoistico mandato di (tornare a) vivere accanto sé, seduzione alla fine perdente di paralizzanti “nidi”. Ferma e pronta la risposta al loro accorato richiamo e imperitura la promessa di perpetuarne il ricordo, ma la sua è poesia “della” e “per” la vita, Eros vince Thanatos, i piedi devono riprendere ad andare e nel presente, pure abitacolo in rovina, deve inevitabilmente giocarsi la personale scommessa esistenziale, anche quando il pianto punge gli occhi/e in petto s’annoda o un grido chiude la gola. Così, mentre tutto sembra perduto e si cammina per arrivare a fine giornata, trasfigurate nei topoi dialettici luce/ombra (quel che chiamiamo sublime/sta nell’ombra…luce è solo verità iniziale) e rumore/silenzio (succede alle Furie del primo, incontaminato attende chi sa di portarselo dentro), la tensione dell’attesa che non smette di origliare e l’irriducibile fiducia in una felicità che non transige e non si pronuncia, ma cui pure il poeta non intende rinunciare, si sciolgono nel recupero di un tenace rapporto con il vissuto e di un mai domo sentimento dell’amore. Presenze/emblemi stavolta vive, discrete e nemmeno chiamate del quotidiano, il violinista sulla metro, il barbone che regala i suoi versi sconnessi, il vecchio che blatera, la badante moldava, umanità varia, dolente e nemica a se stessa, si stringono intorno a lui che – capace di emozionarsi per la corolla di un fiore, il profilo minuto di un adolescente nell’autobus affollato, una voce al telefono – attraversa solidale, sebbene non vi scorga il posto appartato in cui riconoscersi, un mondo miracolosamente popolato di storie[5] le quali

 …riempiono una strada,

un incrocio, una stanza, e in ciascuna

un intrico, un subisso di domande,

di risposte accennate, di pretese.

“C’era una volta un principe infelice”

poi fu felice, e questa era la fiaba.[6]

 L’amore, dal canto suo, si “rifrange” più di quanto non appaia ad una prima lettura lungo tutta la raccolta, illuminandola anche quando si connota come inganno, disfatta, promessa bugiarda, appassionato segno non corrisposto, aspettativa che si teme vana e rimanda a Saffo e alla Cvetaeva. In ogni caso, nella consapevolezza che il dio frecciuto ignora età e tattiche, nessuna concessione a rassicuranti proiezioni ideali, solo (solo?) la risoluta persistenza del desiderio che rende divini, è stordimento fresco e lieve, basta a se stesso e, caparbio bagliore dentro l’addio, brilla inesausto ed irrinunciabile.

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Elio Pecora 

Alla fine il tumulto da 100.000 watt di una città infernale con i suoi dannati che vanno/avvoltolati d’ansia/per ignoti traguardi non impedisce di auscoltare a chi sa/può/vuole le vibrazioni di viole, timpani, flauti, pascoliani sistri o di un oboe dall’invidiabile fortuna letteraria e al viluppo di inganni, scandali, miserie si oppone, non-luogo fuori del tempo, un miracoloso orto di verdi che svariano ove si declina una flora odorosa e rassicurante, umile e rara a un tempo: dalie, ibiscus, ulivi, gigli, ortensie, il loto e il gigantesco agrifoglio, la zinnia e la catalpa bignonia, foscoliani tigli, (ancora pascoliani) pioppi, il salice con la sua canzone e lo screzio sorpreso di Desdemona, il croco e l’acacia (recisa da uno schianto del fulmine, non dal “freddo” di una forbice)[7] cari all’autore di Ossi. In questo giardino ai piedi di una collina, Pecora rinviene i termini esatti e svelati atti a rendere, contro il fragore di un tempo che contiamo a minuti, la spasmodica tensione interiore e a “sciogliere il canto” del niente nel niente: se da un lato la sua cifra stilistica, esclusiva ed evocativa nella trasparente intelligibilità (echi di Saba, Penna, Pasolini e Montale convivono in un tessuto unico ed originale), garantisce una convinta adesione al reale, senza mai cedere al rispecchiamento – a volte trasandato – di certa lirica contemporanea, dall’altro le parole che gli si chiedono non possono risultare tanto scarne e sommesse/da evaporare come fuochi di foglie secche[8] né intessute di sonorità leziose: esprimono invece – spesso attraverso il ricorso ad anastrofi ed iperbati – lo strappo, l’incaglio, la discordanza infeltrita di una vigile e sofferta resa formale. Lessicalmente in magistrale equilibrio fra classicismo e crepuscolare “grado zero”, vengono meticolosamente scelte come un tubero o un seme da interrare[9] che produrrà, forse, senza illusori ottimismi, un frutto, un fiore/una foglia minuscola…non più di un cenno, un avvio/per un altrove nemmeno ancora intravisto

 MARCO CAMERINI

NOTE:

[1] E. PECORA, Rifrazioni, Mondadori, Milano 2018, p.52. Verranno citati i riferimenti alle pagine dei soli versi riportati in modo più ampio, non di quelli (in corsivo) che costituiscono una sorta di corpo unico con il testo e vi sono strettamente integrati.

[2] Per il termine scherani cfr. “La primavera hitleriana”, E. MONTALE, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2013 [1984], p.256.

[3] Nella evidente diversità delle opere, questo espediente sospensivo fra l’immanente ed il trascendente è il motivo ispiratore di un intrigante romanzo di G. Saunders, Lincoln nel bardo, Feltrinelli 2017 (vincitore del Man Booker Prize) che prende spunto dall’episodio – storicamente accertato –  del Presidente americano il quale visitò più volte la bara del figlio prematuramente scomparso imponendo che non venisse chiusa.

[4] E. PECORA, Rifrazioni, cit., p.110.

[5] Proprio la lirica “”Nell’immenso ordito…” (p. 31) – cui si riferiscono le figure citate –  ci sembra presenti significative affinità con “Città vecchia” di Saba (cfr., in particolare, il vecchio che blatera con il vecchio che bestemmia), autore non estraneo a Pecora per i comuni richiami minimalisti ad una quotidianità “senza storia”.

[6] E. PECORA, ivi, p.144.

[7] Cfr. “Non recidere, forbice, quel volto”, E. MONTALE, Tutte le poesie, cit., p.156.

[8] Cfr. la storta sillaba e secca come un ramo di “Non chiederci la parola”, ivi, p.29.

[9] Il verbo ci pare richiami, nell’urgenza di una resa poetica definitiva e radicata nel profondo, la parola scavata dell’ungarettiano “Commiato”, cfr. G. UNGARETTI, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1972, p.58.

 

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