“Vita e guerriglia: introduzione alla lettura di Ernesto Guevara” a cura di S. Bardi

Articolo di Stefano Bardi  

Ernesto Guevara, detto il “Che”, nacque a Rosario nel 1928 e morì a La Higuera nel 1967;  simbolo della ribellione sociale nel nome di una società che concepisca gli uomini vedendoli come fratelli, di un’economia che sappia valorizzare il prodotto interno di una politica che sappia disfarsi delle retoriche per scendere in mezzo al popolo. Un rivoluzionario che ancora oggi è richiamato e impiegato come una bandiera socio-politica senza, però, capirne il significato che va rintracciato nei discorsi inerenti alla guerra di guerriglia, al suo diario boliviano e del diario della rivoluzione cubana.

Una prima opera da considerare è il saggio La guerra di guerriglia e altri scritti politici e militari (1967) in cui la rivoluzione popolare si basa sul nemico con il suo esercito militare statalista e sul suo avversario rappresentato dal popolo, costituito da contadini, operai,  pescatori. Guerrigliero da Ernesto Guevara considerato ancor di più del semplice brigante, poiché è rappresentato dal contadino che ben conosce le sofferenze sociali che vive in prima persona, sulla sua pelle, i soprusi del potere dittatoriale. Angherie che spingono il guerrigliero a ribellarsi al potere totalitario; il rivoluzionario è il Salvatore delle masse, che deve trionfare nella lotta di guerriglia dove la sconfitta non è prevista. Vita, quella del guerrigliero, che si carica di un significato trascendentale, poiché la sottrazione della Vita del guerrigliero da parte del nemico. Elemento importante della lotta di guerriglia è la strategia operativa. Pianificazione caratterizzata dalla capacità d’azione del combattente che gli consente di fuggire da un contrattacco difensivo nemico, di muoversi meglio durante la notte, di prendersi gioco tatticamente dell’avversario, di attaccare improvvisamente il fronte nemico, di sfruttare a suo favore ogni fallimento del nemico e di conquistare la vittoria nel più breve tempo possibile. Strategia che, però, non può sussistere senza il boicottaggio che a sua volta non deve essere rivolto alle coltivazioni e alle lavorazioni mezzadre, ma, verso le centrali di energia elettrica, le centrali idroelettriche e le centrali di gas che simboleggiano il potere totalitario. Boicottaggio che deve avvenire attraverso un attacco aereo poiché è l’unico strumento in grado di creare danni irreparabili e perché consente di colpire precisamente le principali vie di comunicazione. Tattica e boicottaggio vanno affiancate alla cura dei feriti e al rispetto della popolazione civile. Il rivoluzionario è inteso da Guevara in due modi: educatore sociale e combattente. Educatore sociale che deve eliminare un organismo ingiusto (la dittatura) per sostituirlo con uno nuovo (la democrazia) che deve basarsi sulle sue conoscenze militari e sociologiche personali, ma anche sulle azioni e sui precetti da insegnare agli altri guerriglieri durante un determinato momento di lotta. Accanto all’educatore sociale c’è il combattente che deve essere originario del luogo in cui si sta svolgendo la guerriglia perché gli consente di usare a suo piacimento tutti i vantaggi del terreno. Combattente che deve essere coraggioso, avere una perfetta strategia bellica e deve trovare la luce anche nelle situazioni più sfavorevoli.

Non scordiamoci, inoltre, della figura del medico che è di vitale importanza; non si limita solo a curare le ferite causate dalla lotta, ma sostiene il guerrigliero eticamente e gli si mostra come un “divino protettore” che lo proteggerà fino alla fine. Accanto a guerriglieri ci sono le loro compagne, da Guevara viste pari ai loro compagni, in grado di usare le armi e di combattere, ma anche di organizzare la comunicazione segreta fra i vari gruppi guerriglieri. Operazione che consente di trasportare munizioni, armi, soldi, informazioni e di essere più libera dalla sorveglianza nemica perché ritenuta un soggetto non pericoloso. Un secondo e ultimo ruolo di vitale importanza è l’educazione dei bambini che gli consente di inculcare nelle nuove generazioni l’ideologia rivoluzionaria.

Importante è la propaganda della guerriglia che deve essere messa in atto attraverso i giornali locali e la radio, poiché sono in grado di diffondere i discorsi dei guerriglieri, gli attacchi nemici e di avvisare indirettamente il popolo alleato.

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Una seconda interessante relativamente agli argomenti da me trattati è il Diario del “Che” in Bolivia o più semplicemente Diario in Bolivia (1968, postumo) la cui edizione completa e definitiva è da considerarsi quella del 2005. Questa opera contiene il resoconto guerrigliero di Guevara contro la dittatura di René Barrientos Ortuño nelle foreste boliviane, dal 7 novembre 1966 al 7 ottobre 1967, ovvero fino al giorno prima della sua dipartita. Diario dove il nemico non è visto come un avversario da eliminare ma come un alleato da recuperare e convertire. Operazione che può riuscire solo seguendo una determinata linea politica, da Guevara intesa come l’unica via da perseguire perché il non rispettarla significava esporsi gratuitamente al fuoco nemico. Altro fattore che risalta da questa pagine è l’accampamento, dal rivoluzionario argentino inteso come uno spazio vitale e dai toni mistici da proteggere, poiché lì risiede la linfa esistenziale del guerrigliero. Accampamento in cui viene attuata la condivisione degli alimenti e degli oggetti fra i vari guerriglieri, che simboleggia la fratellanza e attesta la fedeltà dei guerriglieri alla causa per cui stanno combattendo. Esercitazioni e azioni guerrigliere sono viste, infine, come le principali vie per diventare guerriglieri.   

25326455.jpgUna terza e ultima opera è il Diario della rivoluzione cubana (1996, postumo), ristampato nel 2002, dove leggiamo le fasi della rivoluzione fino al giorno cruciale di Santa Clara ovvero la conquista di Cuba e la caduta del regime dittatoriale di Fulgencio Batista y Zaldívar che porta alla nascita della dittatura di Fidel Castro. Opera dove leggiamo altri aspetti non meramente bellico-militari: l’igiene intima e l’alimentazione giornaliera, dal rivoluzionario visti come dei fabbisogni vitali in grado di mantenere i guerriglieri in ottima salute e di mutarli in esseri sovrumani, imbattibili e immortali; la cura dei nemici feriti per ordine di Fidel Castro, da lui visti sì come nemici, ma, ancora prima come Uomini da rispettare e da lasciar liberi di scegliere se arruolarsi nelle milizie ribelli o vivere come Uomini liberi. Accanto alla cura dei feriti nemici c’è la cura dei feriti ribelli che non sono visti come dei compagni d’armi ma come degli educatori che, dopo la vittoria su Batista, devono educare socialmente, civilmente e politicamente le nuove generazioni alla ideologia castrista. Un ultimo aspetto riguarda l’esecuzione dei traditori, da Ernesto Guevara intesa come una giusta punizione per il tradimento della fiducia dei propri compagni d’armi e come una punizione per l’infedeltà verso la causa della rivoluzione cubana.              

 STEFANO BARDI

 

Bibliografia di Riferimento:

GUEVARA ERNESTO, Diario del “Che” in Bolivia, Feltrinelli, Milano, 1968 e 1969, 1972, 1977, 1973, 2005.

GUEVARA ERNESTO, Diario della rivoluzione cubana, Newton, Roma, 1996 e 2002.

GUEVARA ERNESTO, La guerra di guerriglia e altri scritti politici e militari, Feltrinelli, Milano, 1967.

 

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“Ai piedi del faro” di Maria Lenti, recensione di Lorenzo Spurio

Maria Lenti, Ai piedi del faro, La vita felice, Milano, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

ai-piedi-del-faro-386282.jpgSono dal gusto e dall’andamento vario le liriche di Maria Lenti raccolte nel nuovo libro che porta il titolo di Ai piedi del faro. Una promessa o una sorta di invito. Un appuntamento segreto a ritrovarsi lì, in quello spazio che nella sua verticalità scruta il mare e si protende al cielo, un aedificium che assiste alla tormenta e presiede all’infinità del cielo dove è possibile ri-trovarsi in un percorso di congiunzione che non è la semplice collocazione, lì, ai piedi del faro di woolfiana memoria, ma un recupero di memorie e il punto d’apertura a un belvedere sulle emozioni.  La poetessa urbinate, nota anche per la produzione saggistica, dove spicca una recente pubblicazione sul rapporto tra lingua e dialetto in terra di Romagna[1], ha espressamente voluto organizzare questo nuovo percorso poetico in sei tracciati in sé indipendenti che vengono offerti come normale prosecutio in quello che possiamo definire un percorso poetico rigoglioso, mai privo di perlustramenti su questioni anche di carattere etico e di interesse collettivo.

Una citazione di Edith Wharton sulla facile e al contempo complicata fruizione della felicità apre la raccolta poetica. Stilisticamente si notano in maniera distinta il ricorso ad allitterazioni e consonanze, nonché l’impiego di un versificare spesso secco e perentorio con veloci “a capo” in poesie come “Semaforo verde” dove le immagini vengono fornite in una icastica elencazione. La cronaca dei nostri giorni è ravvisabile mediante alcune liriche come “Frutti e fiori” nella quale si parla di “acqua che sommerge corpi” con riferimento alla tragica alluvione del Polesine del 1951 che, pure, è in grado di evocare il disastroso avvenimento del Vajont. In questa poesia la Lenti parla della “melma del non senso” vale a dire di quell’impasto fangoso che si crea quando si cerca di parlare di questioni dove è la Madre Terra a dettare sovrana il corso, spesso in maniera spavalda contro le umani genti com’era per il Genio Recanatese. In “Cronaca” la poetessa sembra fornisce una diapositiva di un infelice episodio (per altro ricorrente) di grettezza culturale nella forma dell’austerità di un patriarcato che non si può derogare in nessun modo, pena una condanna violenta. È il caso di quelle ragazze appartenenti a qualche paese mediorientale che, giunte in Europa, rincorrono l’edonistica filosofia del gusto o semplicemente vogliono godersi la vita incorrendo nell’immoralità di ricercare una “libertà pericolosa”. Ecco così che “l’impronta parentale” si manifesta quale sanzione reputata illegittima da un padre/marito retrogrado e illiberale per mezzo dell’applicazione della violenza che tenda a colpevolizzare e rendere esecrabile la condotta di chi insegue “troppa modernità occidentale”. Non solo una violenza che si realizza in chi, in terra straniera, cerca di perpetuare una tradizione negligente alle libertà umane ma anche un esplicito rimando agli esecrabili casi di violenza domestica, di abuso psicologico e fisico, di reiterata sottomissione coniugale, di femminicidio. 

La poesia “Colomba” potrebbe sembrare ad una prima occhiata una sorta di elaborazione del waka, poetica istantanea di tradizione orientale, ma dopo un veloce computo delle sillabe ci rendiamo conto che non lo è, non osservando la partitura sillabica 5-7-5-7-7. La forma scelta dalla Lenti nelle varie poesie che compongono questa raccolta è per lo più in verso libero vale a dire scevro da qualsiasi legame di tipo metrico, di studio sillabico; l’universo poematico non risulta, però, soffrirne, rendendosi assai malleabile ad ogni avvenimento, tema, possibilità, costruzione creativa. Ricorre una metafora verde o giardiniera ben cadenzata ne “Icone fiorite”, una sorta di flautato passo di danza con l’universo floreale che, in piccolo e secondo l’ordine dell’uomo, ricrea quella parte di wilderness più felice e colorata.

Nella sezione dedicata alla Città Ducale si apprezzano gli squarci visivi di una delle città del Rinascimento più belle che l’Italia possa conservare. La Lenti, più che approssimarsi a una commemorazione figurativa e partecipata degli spazi, si proietta verso una denuncia, pure dai toni mai concitati, nei confronti di alcune scelte –apprezzabili o meno- della Amministrazione comunale quali appunto il taglio di nerboruti tigli per far posto alla costruzione di un parcheggio per un supermercato. L’immagine di questa perla marchigiana è ben resa negli scarni versi contenuti in “Mia città” dove Urbino diviene luogo dell’anima che abbraccia il presente e addolcisce il ricordo.

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Maria Lenti, autrice del libro Ai piedi del faro

L’ultima sezione, “Occasione”, come osserva la stessa autrice in una nota in appendice, è nata su invito di Franca Battista, autrice di poesie giocose che s’imperniano su una destrutturazione simpatica del linguaggio. Di particolare impatto la resa visiva di “Goccia a goccia”, prima lirica di questa sezione  in cui l’immagine dell’olio è resa per mezzo di una descrizione meticolosamente attratta al colore e alla composizione: “Verde-giallo e simil-oro/ odorante e trasparente/ in cerchi concentrare/ un filino sgocciola/ gustar-assaporare” in una sorta di invito alla degustazione. In “Scoperta e silenzio” il tracciato di sviluppo sessuale di una donna attraverso lo scorrere del tempo visto attraverso la comparsa e la cessazione del ciclo mestruale. Anche questa poesia è, a suo modo, un affresco di una “occasione”, di una vicissitudine terrena, di una partizione dell’esperienza umana, di una vicenda personale vissuta con sorpresa prima e quieto accoglimento poi.

Dopo la curiosa esperienza di narrativa breve di Giardini d’aria[2], la Lenti ritorna con un volume ricco di suggestioni, mai completamente interpretabile in senso unico, dai percorsi multipli e dalle letture intricate che chiamano a riflettere, a percepire collegamenti, parole-chiave e, soprattutto, a cercare di entrare con rispetto nell’intimità di una prolifica autrice che spazia tra immagini, tematiche e sorvola con un piglio deciso, intendimenti diversi.

Lorenzo Spurio

Jesi, 24-01-2017

 

1] Maria Lenti, Cartografie neodialettali. Poeti di Romagna e altri luoghi, Pazzini, 2014.

[2] Maria Lenti, Giardini d’aria, Marte Editrice, 2011.

Selezione di poesie per l’antologia civile “Non uccidere” a cura di L. Spurio e I.T. Kostka

ANTOLOGIA TEMATICA

NON UCCIDERE

CAINO ED ABELE DEI NOSTRI GIORNI

Selezione di materiali

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Si selezionano poesie di impronta civile per una antologia tematica dal titolo “Non uccidere. Caino ed Abele dei nostri giorni” che sarà pubblicata da The Writer Edizioni nei primi mesi del 2017.

L’intenzione è quella di proporre, mediante una serie di liriche selezionate dai curatori Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio, un percorso concreto all’interno di difficili dinamiche sociali che caratterizzano la nostra contemporaneità dove la violenza, l’indifferenza e l’abuso verso le minoranze sembrano dominare in modo ancor più marcato da come ci viene dato di conoscere mediante la stampa.

Questa antologia parlerà di ciò che di nefasto ed imprevedibile accade nel mondo, di quelle notizie terribili che giungono alle nostre orecchie e che ci fanno star male anche se non vissute direttamente. Il volume darà voce al tormento e alla sfiducia, ma anche all’indignazione e ai moniti di ribellione, farà parlare gli animi di persone che non accettano le ingiustizie che dominano in un mondo gravato dalla corruzione, dal materialismo, dalla facile convenienza. Canti di denuncia, brani di disprezzo e voglia di verità, brani impegnati o semplici riflessioni dettate dal clima di allarmismo e sfiducia nel quale l’uomo purtroppo in questi tempi è piombato.

A seguire le indicazioni tecnico-logistiche per poter prendere parte al progetto antologico:

Tematica:

Si prediligeranno tutti quei componimenti che lasceranno parlare l’uomo stanco di episodi di violenza e discriminazione, casi di violenza domestica, stupri, femminicidi, incesto, pedofilia, abuso psicologico e fisico, bullismo, episodi di xenofobia, omofobia, fanatismo, violazioni dei diritti, tirannie, sistemi corrotti e antidemocratici, nonché si riferiscano a una azione malvagia dell’uomo contro i suoi simili: guerre, scontri civili, lotte di autodeterminazione, segregazioni, discriminazioni razziali, religiose, etc., stragi, terrorismo, minaccia nucleare, insensibilità e disprezzo nei confronti dei propri simili, degli animali e degli ecosistemi.

In base alle varie tematiche i curatori provvederanno ad istituire sezioni interne dedicandole a ciascun argomento/tema trattato.

Non verranno accettate poesie che presentino elementi razzisti o di incitamento all’odio, alla discriminazione e alla violenza, aspetti denigratori, offensivi, blasfemi, pornografici o politici.

Elaborati:

Ciascun poeta può inviare un massimo di tre poesie inedite in lingua italiana. Non verranno prese in considerazione poesie in lingue straniere o in dialetto, seppur accompagnate da relativa traduzione in italiano. Ciascun testo dovrà essere scritto e salvato in formato Word e dovrà avere una lunghezza massima di 30 versi (senza conteggiare gli spazi tra strofe, né il titolo). È gradito, in apertura a mo’ di dedica o in nota a piè di pagina, un accenno diretto al fatto storico/di cronaca al quale ci si riferisce con la lirica o da quale episodio è stata evocata. La nota dovrà essere breve e avere una lunghezza di non più di due righe.

Assieme alle tre poesie è richiesto l’invio della propria nota biobibliografica, in un altro file Word, che dovrà essere scritta in terza persona ed avere una lunghezza non eccedente le 15 righe.

Fotografie:

Si selezionano altresì immagini (fotografie) che richiamino o siano collegate ad una delle tematiche di cui sopra, affinché i curatori provvedano a scegliere tra quelle che perverranno l’immagine di copertina del volume. Ciascun autore può inviare un massimo di tre proposte. Le foto dovranno pervenire alla mail di cui sotto in formato .jpeg. Se di grande dimensioni potranno essere inviate mediante sistema di condivisione We Transfer e ciascuna dovrà avere l’indicazione del suo titolo.

Scadenza:

Gli elaborati dovranno pervenire alla mail proartem@yahoo.com   entro e non oltre il 10 dicembre 2016.

Selezione:

I curatori del progetto antologico, Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio, leggeranno tutti i materiali pervenuti e provvederanno a selezionare quelli che a loro discrezione e giudizio riterranno più pertinenti e di buona qualità. Entreranno nel volume un massimo di 40 poeti che potranno essere presenti –a seconda della selezione- con un unico testo, due poesie o tutte e tre.

I curatori provvederanno ad informare dell’avvenuta selezione entro il 10 gennaio 2017 mediante comunicato diffuso sui Social ed inviato a mezza mail a tutti i partecipanti.

La selezione operata dai curatori è insindacabile e non verranno fornite motivazioni circa l’esclusione al progetto di determinati testi od autori.

Pubblicazione:

Ogni autore selezionato si impegna, con successivo modulo-liberatoria che verrà poi inviato, all’acquisto minimo di 2 (DUE) copie della antologia al prezzo di 20€ (VENTI EURO) comprensivo di spese di spedizione mediante piego di libro ordinario. Il pagamento dovrà essere fatto verso The Writer Edizioni i cui riferimenti verranno forniti in un secondo momento.

Beneficenza:

Scopo dell’iniziativa è quello di sostenere economicamente con questo progetto una realtà di emarginazione, dando vicinanza e supporto anche materiale nei confronti di un ente che si occupa della difesa delle donne

I curatori del volume, d’accordo con The Writer Edizioni, hanno deciso che i ricavi derivanti dalla iniziativa antologica detratti le spese di stampa e i costi tecnici editoriali verranno destinati totalmente all’Associazione contro la violenza sulle donne “Pronto Donna” di Arezzo (www.prontodonna.it).  I curatori provvederanno a dare notizia dell’avvenuto versamento effettuato da The Writer con tale iniziativa antologica mediante i loro canali.

Presentazione:

L’antologia verrà presentata al pubblico in alcuni eventi in varie parti d’Italia durante il 2017 secondo un calendario di date e di eventi che verrà poi indicato per tempo e divulgato affinché i poeti partecipanti alla iniziativa possano intervenire per dar lettura ai propri componimenti.

Norme importanti:

I partecipanti inviando propri componimenti dichiarano automaticamente che le poesie/fotografie sono frutto del proprio unico ingegno e che ne detengono i diritti ad ogni titolo. Dichiarano altresì –per la sezione poesia- che esse sono inedite, dunque non pubblicate in altri volumi cartacei –personali o collettivi- dotati di codici ISBN. Qualora tali indicazioni non saranno rispettate, la responsabilità ricadrà direttamente su di loro.

Informazioni:

Per ciascun tipo di richiesta o di informazione, gli autori possono scrivere alla mail proartem@yahoo.com che verrà letta da entrambi i curatori o scrivere in Facebook nella pagina relativa all’evento, raggiungibile a questo link:

 

I curatori

Izabella Teresa Kostka

Lorenzo Spurio

Una poesia di Lucia Bonanni per ricordare le 19 donne yazide arse vive

La barbarie dell’incomunicabilità nello scempio igneo di Mosul

Il 7 giugno 2016 viene data notizia nei canali di informazione che un gruppo di estremisti islamici a Mosul (Iraq) ha imprigionato diciannove donne curde in gabbie metalliche e gli hanno dato fuoco perché avrebbero rifiutato di concedersi sessualmente a loro.

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PIANTO DEL FUOCO

POESIA DI LUCIA BONANNI 

 

In ricordo delle diciannove donne Yazide 

barbaramente uccise a Mosul da un gruppo di estremisti islamici

 

Se il fuoco dilata e distrugge

l’acqua si espande

cambia forma e di adatta.

Nel caos non più primordiale

ogni elemento si muta nell’altro

e vestali d’acqua

ancora vegliano il fuoco

per mantenere viva

la sua forma violenta.

Nel giudizio di un culto tremendo

urla selvagge immolano

vergini spose

su altari di ruggine e pietra

e la legge è involuzione

di passioni e materia.

Il dolore si contorce in fumo luttuoso

e lo scempio porta squallore

anche al paesaggio di ossido e fango.

Secco e caldo, umido e freddo.

Il pianto del fuoco

guarda il bruciante metallo

che devasta e corrompe il nitore vanito

mentre  nei ruvidi pozzi

l’acqua è ancora sussulto

che purifica e salva.

 

LUCIA BONANNI (C)

La poetessa ha concesso di pubblicare su questo spazio il suo testo poetico dandone facoltà al gestore di questo blog in data 17-06-2016.

Foto tratta dal sito: http://en.abna24.com/

“Poeti per il sociale”, il volume poetico curato da Annalisa Soddu a difesa dell’impegno civile

POETI PER IL SOCIALE a cura di Annalisa Soddu

Facebook 5 settembre – 5 ottobre 2015


Annalisa Soddu, poetessa e scrittrice di origini sarde, ha voluto lanciare circa un mese fFILE CONCLUSIVO POETI PER IL SOCIALE (1)-page-001a una iniziativa poetica nel Social più frequentato, Facebook. Creando un semplice evento dal titolo “Poeti per il sociale” la Nostra ha dato un mese di tempo, a partire dal 5 settembre u.s. per inviare un massimo di due testi poetici a testa con una nota personale stringata da pubblicare sulla bacheca dell’evento. Denominatore comune è stato quello di ispirarsi o dedicare i propri versi a episodi che concernono la cronaca sociale, ossia a quegli episodi storico-politici, geopolitici e disagi che l’uomo contemporaneo incontra nel relazionarsi al senso di comunità. I poeti hanno risposto con entusiasmo alla iniziativa, totalmente gratuita e volta alla creazione di una antologia virtuale contenente tutti i testi presentati occupandosi di tematiche quali l’immigrazione e la sciagura per mare di molte persone che arrischiano la propria esistenza col pensiero di attraccare in una terra di speranza, l’infanzia negata, gli abusi, la follia o la patologia che porta a perdere la memoria, scontri con una burocrazia artefatta e asfissiante, casi di suicidio per bullismo, la violenza di genere, l’interesse ecologico e la criminalità organizzata. Sono solo alcune delle tematiche toccate in forma lirica dai tantissimi poeti, appartenenti a varie regioni d’Italia (qualcuno anche residente all’estero) che hanno dato il loro contributo per la posa di questo primo e fondamentale mattone per la costruzione di un qualcosa più solido che faccia breccia nelle coscienze di tutti.

L’opera si apre con una prefazione da me curata e si chiude con la postfazione scritta da Mariuccia Gattu Soddu, madre della curatrice e poetessa sarda.

Nell’antologia sono presenti poesie di Alessandro Grimaldi; Anna Carella; Anna Intorcia; Anna Maria Dall’Olio; Anna Maria Folchini Stabile; Annalisa Soddu; Carla Spinella; Carlo Zanutto; Carmelo Loddo; Carmen De Vito; Carmine Montella; Catello di Somma; Clara Raffaele; Claudio Macchi; Crescenza Caradonna; Cristina Lania; Dora Farina; Emanuele Marcuccio; Emanuele Schemmari; Ernesto Ruggiero; Felice Serino; Francesca Capriglione; Francesca Luzzio; Francesco Fucarino; Francesco Paolo Catanzaro; Gaetano Napolitano ( Sendero Luminoso), Gianna Occhipinti; Giovanni Croce; Giovanni Sollima; Giulio Sacchetti; Giuseppe Tavormina; Giuseppina Carta; Graziella Cappelli; Graziella De Chiara; Gustavo Tempesta; Ileana Zara; Immacolata Cassalia; Irene Molli (C. G.) ; Laura Vivi; Lilla Omobono; Lorenzo Spurio; Lucia Manna; Luisa Casamassima; Manuela Magi; Marco Parisi; Maria Antonietta Doglio; Maria Chiarello; Maria Ronca; Maria Rosa Lancini Costantini; Marzia Carocci; Oscar Sartarelli; Paola (Damiana) Pintus; Paola Alba Maria Mannetta; Paola Surano; Paolo Landrelli; Patrizia Pierandrei; Renato Fedi; Rino Marciano; Rolando Attanasio; Rosa Mannetta; Rosa Maria Chiarello; Rosa Ruggiero; Rosa Surico; Salvatore D’Aprano; Salvatore Famiglietti; Sandra Mirabella; Saverio Chiti; Silvana Galia; Valentina Meloni; Valerio Vescovi; Vincenza Davino; Vincenzo Lagrotteria; Vito Adamo.

Per leggere e scaricare l’intera opera in formato PDF clicca qui.

“Quando lo sdegno si fa poesia: Neoplasie civili di Lorenzo Spurio” a cura di Ilaria Celestini

Quando lo sdegno diviene poesia: Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

(Edizioni Agemina, Firenze 2014)

  

Quando a cimentarsi con la poesia è una tra le menti più brillanti della nuova generazione di critici letterari, i risultati vanno oltre la poesia stessa, e colpiscono proprio per la costruzione di una silloge che esprime volutamente nello stile e ancor più nei contenuti una poetica della non-poeticità.

Mai come oggi, in una società malata di ogni tipologia di violenza e di negazione della dignità umana, diviene quasi inevitabile che chi s’interessa di letteratura affronti l’impatto con la realtà e ne denunci impietosamente le storture.

Così, il verso poetico rinuncia in partenza a ogni orpello retorico, a ogni tentazione estetizzante e perciò stesso qualunquistica, e, in nome di un’arte che non può essere fine a se stessa, ma intende servire l’uomo e la contemporaneità, diviene grido.

E grida le tragedie che si consumano in ogni angolo del mondo, dalle steppe caucasiche alle regioni desertiche, dove diversi sono i protagonisti, differenti le motivazioni, ma uno e medesimo è il sangue che scorre, una e una sola è l’umanità che geme, umiliata, ferita e oppressa.

Non ci sono più favole, nel mondo così crudamente descritto dall’Autore: non ne è più il tempo, nei luoghi ove risuona il rombo crudele della mitraglia, o dove i bambini vengono coperti di lividi e seviziati nel silenzio.

Lorenzo Spurio

Lorenzo Spurio

E’ poesia di denuncia, quella di Lorenzo Spurio, come di denuncia è la sua raccolta di racconti La cucina arancione, che raccoglie idealmente il testimone del maestro Ian Mc Ewan, al quale il giovane critico ha dedicato un saggio illuminante sulla ineluttabilità di avere il coraggio di alzare il velame delle reticenze e dell’omertà di fronte agli abusi e alle tragedie che si consumano ogni giorno nei rapporti interpersonali e nelle famiglie.

Le formazioni che come un cancro corrodono le strutture e le sovra-strutture sociali e ne decompongono progressivamente la morfologia, hanno nomi non meno inquietanti delle patologie anatomiche: si chiamano Potere, Servilismo, Omertà, Oppressione, Violenza, Negazione, Opportunismo, e la serie potrebbe continuare all’infinito.

Gli ambiti privilegiati dove proliferano le cellule malate, oltre alle realtà civili e private, dagli interni borghesi agli ambiti lavorativi, sono quelle più ampie della Polis, dove la politica intesa come arte di servire la comunità è scomparsa, e ha lasciato il posto allo spettro onnipervadente del Potere.

Un potere che si trastulla nei giochi dei palazzi, e che conduce alle migliaia di morti nelle piazze nei regimi totalitari e dovunque l’essere umano sia stato degradato a strumento e a oggetto.

In questo scenario quasi apocalittico, si stagliano nitide le figure esemplari ed emblematiche delle vittime innocenti, come la dolce e sventurata Lady D., o come i bambini poveri che tentano di giocare sotto il fuoco dei cecchini, “tra le pozzanghere nere senza fine”.

Un libro amaro, che non cerca di compiacere o di blandire nessuno; una silloge che è un colpo di frusta ai costumi e ai mal-costumi del nostro tempo e al tempo stesso ne è una fotografia amara e indignata, in virtuale omaggio a quel “facit indignatio versum” di antica memoria, in cui Giovenale, anch’egli giovane e brillante intellettuale, testimone di un’età in disfacimento, asseriva che la propria opera poetica era dettata dallo sdegno di fronte al male dilagante.

Un’opera che induce a riflettere, non per fuggire, ma per cambiare e iniziare a sviluppare, prima del baratro, una speranza di costruttività.

  

                          Ilaria Celestini

 Brescia, 10 Dicembre 2014

Giovanni Chiellino su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

Lorenzo Spurio,  NEOPLASIE CIVILI

Edizioni Agemina FIRENZE  2014  € 10,00

 

Recensione di Giovanni Chiellino

 

cover front (1)Molti anni fa mi divertivo a scrivere Haiku e fra i tanti, alcuni pubblicati, uno recitava: “ Buca la neve /il fiore delle Alpi / e guarda il sole. 

Mi è venuto in mente leggendo i versi  di Lorenzo Spurio, un giovane poeta  che affronta il testo poetico guardando spesso con ironia o amaro sarcasmo la cruda realtà del vivere: “ Un camion betoniera m’occultò/ la vista verso il parco//  L’intonaco fradicio dalla recente pioggia / 

sembrava una spugna di sangue //gridai senza voce una qualche ballata/

dal ritornello enigmatico” (Giù la serranda) e chiudendo a volte, ma raramente, la composizione o restando nella consistenza di un realismo lucido e per questo razionale o abbandonandosi a una fuga nel sogno, a una speranza, a un’illusione di felicità o, spesso, a un realismo che supera i limiti della stessa realtà: “Le lacrime di un popolo/ scivolano copiose, per un momento;/ quelle di una madre/ non trovano fine.” (A una madre) per aprirsi a una intuizione di vita altra. Come il fiore delle alpi buca il gelido strato delle nevi per offrirsi al sole, Spurio attraversa la realtà del vivere per seguire una traiettoria di sogno, una proiezione nell’oltre , mentre è chiaro nei suoi versi il peso del reale, per cui la vita altra si coglie qua e là, s’intuisce  come una presenza di confronto: “ e quel cuore indomito,/ calamita a quello dei deboli/ non aveva perduto la carica” (Verde per sempre);  “I bambini rubavano il mare/ con gli occhi bagnati” (Piazza Tahrir)  e, a volte,  come una frustata di amara  ironia: “Alla fiera della vanità/ un viados comprava / caramelle alla fragola per suo figlio./ Io le presi al limone    (Verità talmente vere …)  o, ancora, come dura presa di coscienza che anche la bellezza e il profumo di un fiore possano nascondere un seme di tristezza: “Ho odorato ancora il fiore /accorgendomi che esalava tristezza/ e bisogno d’amore” (Il fiore giallo). Anche “un gatto senza coda/ (che) correva baldanzoso/zampettando felice” può aprire finestre di una trattenuta, o del tutto inconsapevole, malinconia.

Ed è un amaro rigurgito di sconforto e sofferenza osservare che: ”I bambini giocavano addolorati/ fra le pozzanghere nere/ senza fine”.

(Polvere e sangue) mentre il divino si piega sull’umana violenza incapace di redimerla per cui si abbandona al più umano dei sentimenti: il pianto “e Dio piangeva a fiumi,/genuflesso sui carboni ardenti.”.       (Ritornato sei !)  La grande sensibilità umana di Spurio si allarga e avvolge, in un abbraccio fraterno, i tanti profughi che affrontano le insidie del mare per fuggire da un mondo per loro inospitale.

Si emoziona il poeta a vedere “Polpastrelli dalle impronte/ slavate dal mare/ e stinti per sempre/ (che) affioravano ora qui, ora là” (Ora qui, ora là) o come ne (Il laido timoniere) , dove un maldestro e incosciente Capitano provocò per una errata manovra, il ribaltamento della nave e la morte di moltissimi giovani studenti in gita scolastica.

Da composizione a composizione, di verso in verso, l’autore snocciola pene e misfatti che sconvolgono l’umanità finché l’annoiata Atropo non decide di tagliare “senza pietà”  il filo della vita.

Si chiude, a questo punto, il canto amaro e realistico di Lorenzo Spurio che, avvalendosi di un linguaggio scarno ma sommamente efficace e di uno sguardo intellettivo penetrante e rivelatore del male nel cui Humus trovano nutrimento le radici di una umanità spesso disorientata e allo sbando, ci racconta dell’uomo e del suo viaggio.

Solo uno sguardo chiaro sull’esserci e un atto d’amore verso il “terreno” che ci sostiene e ci nutre, può rigenerarci.

“M’inginocchiai e baciai la terra / chiedendole scusa; /impastai terriccio e saliva/ e nel mentre dall’alto/ una pioggia acuminata/ m’infilzò dappertutto/ e mi rigenerò.” (Colloquio). Il poeta, e quindi la Poesia, riproduce in piccolo l’atto creativo di Dio.

 

Giovanni Chiellino

15-10-2014   

“Neoplasie civili”, la nuova silloge poetica di Lorenzo Spurio

Il mondo in metastasi nelle liriche

di Lorenzo Spurio

E’ uscito Neoplasie civili (Edizioni Agemina)

 
copertina-Lorenzo-Spurio-weLo scrittore marchigiano Lorenzo Spurio, che ha al suo attivo una serie di volumi di narrativa e di saggi prevalentemente su autori anglosassoni (è anche un critico letterario), esce con un nuovo libro, questa volta di poesie.
Neoplasie civili è il titolo di questa raccolta di poesie scritte negli ultimi anni; la silloge propone un percorso attento attraverso drammi quotidiani, storie di cronaca nera ed episodi spietati di violenza che riguardano il mondo tutto nella società odierna.
Il mondo lirico di Spurio è asciutto ma concreto, a volte duro ma quanto mai necessario e vivido e l’occhio critico del nostro è quello di una persona che osserva con acume le incongruenze della realtà e le fa sue sulla carta per denunciarle, per rompere quel velo di indifferenza e di apatia che contraddistingue chi nella vita presente ha ancora la fortuna di vivere in un paese dove non cadono bombe, non si muore di fame o ancora, salvo sporadici ma durissimi casi, sembra ancora che ci si rispetti l’un l’altro.
Poesie scevre da orpelli, da particolarismi formali, ma che offrono al lettore una traccia di riflessione, che scuotono la coscienza, indignano e feriscono.
Il cuore della silloge è proprio quella formazione cancerosa a cui ci si riferisce nel titolo che minaccia, ammorba, fagocita, dilania e distrugge un’esistenza fisicamente sana e moralmente incorrotta.
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà nella sua nota critica iniziale conclude dicendo che Neoplasie civili è “[una raccolta di] vividi canti di sdegno, […] cronache di denuncia di un mondo fatto di lassismo, sopraffazione e ingiustizia dove il poeta, come un novello vate della postmodernità, rompe la logica del bavaglio e proclama con onestà la cruda realtà d’oggi…

 

Lorenzo Spurio è nato a Jesi (AN) nel 1985. Laureato in Lingue e Letterature Straniere, è scrittore e critico letterario. Ha all’attivo varie raccolte di racconti tra cui la più recente “La cucina arancione” (2013) e numerosi saggi tra cui “Jane Eyre, una rilettura contemporanea” (2011), La metafora del giardino in letteratura (2011), Ian McEwan: sesso e perversione (2013). “Neoplasie civili” è la sua prima opera di poesia.
Collabora a varie riviste ed è direttore della rivista di letteratura Euterpe e socio fondatore della Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Gestisce un suo sito (www.blogletteratura.com) dove pubblica recensioni, articoli, commenti ad opere letterarie.
E’ Presidente del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” e Presidente di Giuria del Premio di Letteratura “Ponte Vecchio”- Firenze.

 

  

Titolo: Neoplasie civili
Autore: Lorenzo Spurio
Prefazione: Ninnj Di Stefano Busà
Postfazione: Cinzia Demi
Editore: Agemina, Firenze
Collana: La Fenice – poesia
ISBN: 9788895555744
Pagine: 64
Costo: 10 €
Info per acquisto: edizioniagemina@alice.it

“Forse là, dove danzano i girasoli” di Anna Maria Santoni Boselli , recensione di Lorenzo Spurio

Forse là, dove danzano i girasoli
di Anna Maria Santoni Boselli
Marco Serra Tarantola Editore, 2012
ISBN: 978-88-97107-81-1
Pagine: 170
Costo: 18 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La morte non distingue le frontiere e falcia in ogni direzione alla cieca troppe vite e le abbandona (p. 93).

 

9788897107811Forse là, dove danzano i girasoli di Anna Maria Santoni  Boselli è un manifesto della nostalgia e una roccaforte del ricordo che, pur a distanza di molti anni, non annuncia a sbiadirsi o a logorarsi. E’ un romanzo familiare, ma è anche e soprattutto un romanzo storico, perché la scrittrice inserisce le vicende della sua famiglia –trattate in maniera cronachistica e documentale- all’interno della cornice più ampia della storia contemporanea italiana, di quel periodo della storia disprezzabile, sofferto e dal quale prendere le distanze, allontanando, però, sempre la minaccia dell’oblio.

Si parla della nascita di un amore tra due ragazzi inesperti della provincia lombarda, del loro veloce matrimonio e della creazione di una loro famiglia, ma la guerra irrompe improvvisa e sgretolerà ogni sogno: l’uomo verrà mandato in guerra, nella campagna di Russia, e da lì mai più ritornerà: non conoscerà mai sua figlia, né si ricongiungerà all’amore di sua moglie che, straziata dal dolore, dovrà farsi forza per il bene di sua figlia e andare avanti.

Il libro è inoltre arricchito da documenti dell’epoca, quali biglietti privati scambiati da Rico, al fronte, con sua moglie o una sua foto in abiti militari, l’unica immagine che la scrittrice ha di suo padre. Ma su ogni cosa viene evidenziato quanto il potere dei pochi, quanto le decisione prese prepotentemente per il bene del paese, come quella di andare in guerra, abbiano conseguenze deleterie e inimmaginabili in modeste famiglie che, dall’oggi al domani si vedono private dei cari. Speranza, prima, dolore poi. Questa è la canonica mappatura dei sentimenti di una famiglia che attende a casa il ritorno di un suo congiunto.

Rico non ritornerà più e di lui non si sapranno più notizie certe. Il dramma della guerra a volte porta anche a questo, e la natura, quasi beffardamente, sembra riappropriarsi dei suoi uomini e inghiottirli dentro di sé, evitando di lasciare tracce: “Enrico non scrive più, disperso nella steppa russa, sepolta di neve ghiacciata, nessuno saprà più nulla di lui. Disperso chissà dove, forse sepolto, là dove, al suo ventisettesimo compleanno, danzeranno i girasoli” (p. 103).

Ma non è la natura ad essere sadica, è l’uomo che imbarbarito nella sua coscienza e illusosi di poter sfidare tutto, anche se stesso e Dio, ha prodotto abomini senza prenderne coscienza.

E di questa storia raccontata semplicemente, ma nei minimi dettagli resta l’amaro in bocca, un senso di dolore che mai potrà essere placato, perché qualcuno ha abbandonato la veste di uomo mortale assumendosi prerogative supreme (quella di dar morte), privando una giovane nascitura dell’affetto paterno.

Quanto Anna Maria Santoni Boselli racconta è pregno di ricordi dolorosi e sensazioni contrastanti vissuti sulla sua pelle rievocando momenti tragici della storia del Paese: la dittatura vista dagli occhi della scrittrice come il “Duce [che] continua ad urlare” (p. 66) e quei tedeschi poi futuri alleati stigmatizzati come “crucchi”.

Ma queste pagine non sono solo di Anna Maria Santoni Boselli, sono di tutti.

Sono di tutte le famiglie italiane che hanno sofferto una perdita in quel gravoso momento e mi sento di dire che possono essere anche riferite a ciascun tipo di guerra, privazione di diritti umani e violenza che provochi dolore, mancanza di speranze e fine delle certezze. E nel capitoletto “Preghiera violenta”, anche la religione, come cura e sostentamento dell’uomo, ha abbandonato la giovane Palmira che oltre ai racconti delle sevizie e delle torture dei tedeschi fatti da Giovanni, deve sopportare il dolore della famiglia per la morte di due giovanissime sorelle a causa del tifo. C’è un Dio? E’ questa la domanda che la scrittrice si pone: “Perché non hai fulminato quei capi di popolo disgraziati, che hanno offeso e rovinano tante famiglie in tutta Europa? E dov’erano i tuoi rappresentanti sulla terra?” (p. 129) per poi passare a un linguaggio forte dal quale trasuda voglia di vendetta: “Maledetti quegli uomini, che hanno tanto ferito l’Umanità, siano maledetti, torturati, impiccati, sparati, sputacchiati, calpestati” Oh, Dio dove sei? Svegliati!! Ritornata! – No?… Dio è morto!-“ (p. 129).

Oltre  ogni dolore, la volontà di conoscere e di tramandare ai posteri affinché gli sbagli non vengano fatti una seconda volta, è potentissima: “Non conosceva la storia, ma sentiva spontaneamente che i fatti che accadono possono insegnare qualcosa a chi viene dopo, ma ci vuole umiltà e pazienza per ammetterlo!”(p. 121).

Lorenzo Spurio

(Scrittore, critico-recensionista)

Jesi, 12-03-2013

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