“Forse là, dove danzano i girasoli” di Anna Maria Santoni Boselli , recensione di Lorenzo Spurio

Forse là, dove danzano i girasoli
di Anna Maria Santoni Boselli
Marco Serra Tarantola Editore, 2012
ISBN: 978-88-97107-81-1
Pagine: 170
Costo: 18 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La morte non distingue le frontiere e falcia in ogni direzione alla cieca troppe vite e le abbandona (p. 93).

 

9788897107811Forse là, dove danzano i girasoli di Anna Maria Santoni  Boselli è un manifesto della nostalgia e una roccaforte del ricordo che, pur a distanza di molti anni, non annuncia a sbiadirsi o a logorarsi. E’ un romanzo familiare, ma è anche e soprattutto un romanzo storico, perché la scrittrice inserisce le vicende della sua famiglia –trattate in maniera cronachistica e documentale- all’interno della cornice più ampia della storia contemporanea italiana, di quel periodo della storia disprezzabile, sofferto e dal quale prendere le distanze, allontanando, però, sempre la minaccia dell’oblio.

Si parla della nascita di un amore tra due ragazzi inesperti della provincia lombarda, del loro veloce matrimonio e della creazione di una loro famiglia, ma la guerra irrompe improvvisa e sgretolerà ogni sogno: l’uomo verrà mandato in guerra, nella campagna di Russia, e da lì mai più ritornerà: non conoscerà mai sua figlia, né si ricongiungerà all’amore di sua moglie che, straziata dal dolore, dovrà farsi forza per il bene di sua figlia e andare avanti.

Il libro è inoltre arricchito da documenti dell’epoca, quali biglietti privati scambiati da Rico, al fronte, con sua moglie o una sua foto in abiti militari, l’unica immagine che la scrittrice ha di suo padre. Ma su ogni cosa viene evidenziato quanto il potere dei pochi, quanto le decisione prese prepotentemente per il bene del paese, come quella di andare in guerra, abbiano conseguenze deleterie e inimmaginabili in modeste famiglie che, dall’oggi al domani si vedono private dei cari. Speranza, prima, dolore poi. Questa è la canonica mappatura dei sentimenti di una famiglia che attende a casa il ritorno di un suo congiunto.

Rico non ritornerà più e di lui non si sapranno più notizie certe. Il dramma della guerra a volte porta anche a questo, e la natura, quasi beffardamente, sembra riappropriarsi dei suoi uomini e inghiottirli dentro di sé, evitando di lasciare tracce: “Enrico non scrive più, disperso nella steppa russa, sepolta di neve ghiacciata, nessuno saprà più nulla di lui. Disperso chissà dove, forse sepolto, là dove, al suo ventisettesimo compleanno, danzeranno i girasoli” (p. 103).

Ma non è la natura ad essere sadica, è l’uomo che imbarbarito nella sua coscienza e illusosi di poter sfidare tutto, anche se stesso e Dio, ha prodotto abomini senza prenderne coscienza.

E di questa storia raccontata semplicemente, ma nei minimi dettagli resta l’amaro in bocca, un senso di dolore che mai potrà essere placato, perché qualcuno ha abbandonato la veste di uomo mortale assumendosi prerogative supreme (quella di dar morte), privando una giovane nascitura dell’affetto paterno.

Quanto Anna Maria Santoni Boselli racconta è pregno di ricordi dolorosi e sensazioni contrastanti vissuti sulla sua pelle rievocando momenti tragici della storia del Paese: la dittatura vista dagli occhi della scrittrice come il “Duce [che] continua ad urlare” (p. 66) e quei tedeschi poi futuri alleati stigmatizzati come “crucchi”.

Ma queste pagine non sono solo di Anna Maria Santoni Boselli, sono di tutti.

Sono di tutte le famiglie italiane che hanno sofferto una perdita in quel gravoso momento e mi sento di dire che possono essere anche riferite a ciascun tipo di guerra, privazione di diritti umani e violenza che provochi dolore, mancanza di speranze e fine delle certezze. E nel capitoletto “Preghiera violenta”, anche la religione, come cura e sostentamento dell’uomo, ha abbandonato la giovane Palmira che oltre ai racconti delle sevizie e delle torture dei tedeschi fatti da Giovanni, deve sopportare il dolore della famiglia per la morte di due giovanissime sorelle a causa del tifo. C’è un Dio? E’ questa la domanda che la scrittrice si pone: “Perché non hai fulminato quei capi di popolo disgraziati, che hanno offeso e rovinano tante famiglie in tutta Europa? E dov’erano i tuoi rappresentanti sulla terra?” (p. 129) per poi passare a un linguaggio forte dal quale trasuda voglia di vendetta: “Maledetti quegli uomini, che hanno tanto ferito l’Umanità, siano maledetti, torturati, impiccati, sparati, sputacchiati, calpestati” Oh, Dio dove sei? Svegliati!! Ritornata! – No?… Dio è morto!-“ (p. 129).

Oltre  ogni dolore, la volontà di conoscere e di tramandare ai posteri affinché gli sbagli non vengano fatti una seconda volta, è potentissima: “Non conosceva la storia, ma sentiva spontaneamente che i fatti che accadono possono insegnare qualcosa a chi viene dopo, ma ci vuole umiltà e pazienza per ammetterlo!”(p. 121).

Lorenzo Spurio

(Scrittore, critico-recensionista)

Jesi, 12-03-2013

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“Oreste ad Elettra”, poesia di Emanuele Marcuccio

Contro ogni violenza sulle donne

 di EMANUELE MARCUCCIO, poeta palermitano

  

Orestes_electra«Possiamo considerare la figura di Elettra come il mito archetipico di ogni donna sottoposta ad ogni genere di violenza. Cosicché, l’unica arma di difesa che ha la donna per sfuggire alla violenza è l’istruzione e, conseguentemente, i libri, quelli degni di questo nome e fonti di cultura per eccellenza. Senza istruzione e quindi, senza libri, la donna sarebbe vittima di ogni genere di violenza, più di quanta già ne subisce oggigiorno.

Similmente possiamo considerare Oreste come il mito archetipico di ogni difensore delle donne, ma solo per difendere e confortare Elettra.

Purtroppo, molti sono gli Egisto e pochi gli Oreste[1]

  

Oreste ad Elettra[2]

Oh, quale dolore provasti
per la tua triste sorte,
reietta, percossa, disprezzata!
Ma ora, felicità insperata giunge
alle tue pupille stanche:
tuo fratel, creduto morto,
è giunto alfin
a liberarti,
ad abbracciarti,
a rimirarti, dolce sorella;
quanto hai sofferto,
che aspra guerra, a qual battaglia
fosti risoluta, non vacillasti!
Come montagna che giammai trema
sotto le sferze del ciclone,
come cascata, che vasta
erompe precipite,
non t’arrestasti!
Eri pronta anche a morir,
triste misera, cara sorella,
erano pronti a seppellirti viva,
pur di serrarti la bocca,
quella bocca, che nacque
ad indorare baci,
una volta sposa,
a sì nero ufficio fu deputata:
casta fanciulla, ambra di rose,
non soffrir più,
riposa sul mio cuor,
non soffrir più,
non soffrir più!

(9/10/1996)


[1] Edito in Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47, p. 14.

ISBN: 978-88-6682-240-0.

[2] Edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC Edizioni, Ravenna, 2009, pp. 100, pp. 72-73.
ISBN: 978-88-6347-031-4.

 

“Le cimici del mio cuscino” di Gianni Carlin, recensione di Lorenzo Spurio

Le cimici del mio cuscino
di Gianni Carlin
Ibiskos Editrice Risolo, Empoli (Fi), 2012
ISBN: 978-88-546-0935-8
Pagine: 53
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La caverna di ghiaccio
rimane gelata anche quando
fuori c’è il sole. (p. 24)

 

imagesQuesto libro è un acuto proclama sull’indignazione e la presa di coscienza della nullità dell’uomo nel suo presente storico. Il lettore leggerà di ossa, tagli, mutilazioni, sangue e sudore, di anziani con gli occhi rimossi dalle orbite e di acque radioattive. Gianni Carlin in questa sua opera prima mostra un certo pessimismo su molti mali della società patinata dell’oggi: la mancanza di meritocrazia, i falsi sentimenti, la prostituzione, la perdita d’identità dell’uomo e lo fa in una maniera cruda e tagliente che obbliga il lettore ad avere una reazione.

La poetica è a tratti ermetica a tratti marcatamente enigmatica e il poeta arricchisce le sue liriche che pongono attenzione sulla materialità e sulla corposità degli elementi a cui allude; man mano che si sfogliano le pagine, ci pervade un senso di oppressione che, anziché desolarci, ci aiuta a prendere coscienza su determinate realtà.

E in questo percorso dove Carlin mescola parodia, black humor e tragico, centrale è la figura del tempo, immortalato in varie liriche come motivo primo d’indagine e di confronto con l’umano esistere. Non è il tempo inteso nel suo lento incedere, nella sua forma canonica, ma un tempo che domina e si fa totalizzante, in grado anche di rallentare quello che, invece, è da sempre stato considerato inesorabile, la Morte. In una lirica il lettore si sorprenderà nel leggere di un anziano che desidera morire (non è chiarito il motivo, ma possiamo intendere che soffra di una grave malattia che non gli lascerà scampo) “ma la Morte si è fermata/ a leggere il giornale e a bere qualcosa./ Che brutta cosa la Vita/ quando vuoi morire” (p. 12). La Morte intesa come il tempo che si annulla qui sembra “godersi la sua esistenza” e vendicarsi dell’uomo che, invece, non aspetta altro che il suo arrivo. E così Carlin materializza la Morte come un comune essere vivente in attitudini quotidiane come quella di leggere un giornale o di bere qualcosa. Curioso e sarcastico al tempo stesso. Anche irriverente, forse. Varie liriche sono sprovviste del titolo e mi pare di capire che questo debba essere interpretato in un qualche modo: o l’autore ha preferito non anticipare nulla al lettore oppure l’attribuzione di un titolo era un’operazione praticamente impossibile e inconcepibile per determinate poesie.

C’è fastidio e sdegno nei confronti di militari saliti sul podio d’eroi della collettività per aver partecipato a una qualche campagna militare e Carlin osserva: “Se volete essere degli eroi non dovete essere vivi” (p. 14); lo stesso sentimento si respira in “Soldato” in cui il poeta non solo identifica nel soldato, nel guerrafondaio, un animo dal “cervello spento” (p. 52), ma gli augura una sorte beffarda: “Soldatino,/ ti auguro ti facciano il culo” (p. 52).

Carlin usa un linguaggio forte e scarnificato facendo riferimento a situazioni di violenza, di disperazione e d’angoscia; in alcuni casi ne fuoriesce anche una chiara critica sociale o di certi strati della popolazione, coloro che “hanno venduto il culo alla vita” (p. 27) o, per usare altri versi “Gente che ha passato la vita/ a rubare senza pudore/ e ora vuole pure la pensione” (p. 42). Lo shock che deriva dalla durezza delle immagini e dall’esuberanza linguistica che spesso lo porta ad utilizzare uno stile “scatologico” (in “Causa ed effetto” il poeta scrive senza remore: “Cazzo, che voglia di farmi fare un pompino.”, p. 32) spiazzano il lettore.

C’è sgomento, irritazione e voglia di dire le cose come stanno.

Non serve abbellire o mitigare la realtà, sembra dirci il poeta.

Questa va raccontata com’è: è brutta, dolorosa e infingarda. L’uomo può continuare a bearsi di una poesia edificante e barocca, ma si illuderà e non vi troverà se stesso.

I tagli, il “cuore marcio”, il “sangue nero” e le stesse cimici del titolo del libro sono tutte metafore di questo nostro mondo falsamente autentico, spersonalizzante, degradato, corrotto e in cui l’uomo non ha più chiaro il suo scopo. La copertina del libro, immette da subito il lettore in un’ambientazione visionaria, subdolamente favolistica, dove al fianco di un cervo visto ai Raggi X c’è un derelitto con un rosario di dimensioni esagerate, una prostituta con tacchi a spillo e in lontananza un musico che suona un flauto.

Ma su ogni immagine, su ogni effervescenza, sembra che il poeta stenda una finissima pellicola trasparente, una membrana opaca che permetta al tutto di conservarsi, di cristallizzarsi per sempre. Ma poi l’io lirico interviene con una lama e squarcia quelle superfici effimere per riportare tutto alla tragica realtà:

 

Verranno giorni buoni,
ma quelli cattivi saranno sempre dietro l’angolo. (p. 29).

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

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“Sfinito”, poesia di Lorenzo Spurio

SFINITO
POESIA DI LORENZO SPURIO
imagesCA2LQSE5Ma poi le avevano detto che era tutto vero:
 poche speranze
 e l’apice dei pianti, ormai pietrificati.
 L’enigma era stato svelato.
 Nubi corpose di dubbio
 mi sovraccaricavano;
 il mio intelletto inquinato da quelle voci
 s’era assuefatto.
 Stordendosi,
 non era più stato quello di una volta.

 

FOTO: “GRIEF” DI JANOS ANDRASSY KURTA

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“La gabbia dei leoni”, racconto di Emilio Rega

La gabbia dei leoni

di Emilio Rega

Quella sera il domatore aveva come uno strano presentimento. Eppure tutto era filato liscio come al solito: i leoni erano stati pasciuti abbondantemente ed avevano provato i loro esercizi con diligenza, come se fossero riconoscenti…

Lo spettacolo era già iniziato ed il pubblico osservava divertito le “prodezze” dei clowns, ma già un pò eccitato all’idea di ciò che sarebbe venuto dopo: il numero dellla “gabbia dei leoni”.

Il leone è un animale “nobile”. Il suo corpo è possente, vigoroso ed il suo aspetto ti colpisce immediatamente per la sua bellezza e maestà. La sua ferocia t’incute certamente timore ma anche una sorta di rispetto.

leoneLa gabbia era stata preparata ed ecco apparire in fila indiana i leoni accompagnati dai sonori schiocchi di frusta del domatore. Erano già tutti in cerchio pronti ad esibirsi obbedienti ai cenni di comando che stavano per ricevere, ma ecco che egli, il domatore, si accorge, sente che c’è qualcosa di nuovo, d’insolito, di non previsto e forse d’imprevedibile che aleggia, vibra intorno a lui: è lo sguardo di un leone non tanto giovane, uno di quelli che avevano fatto sempre il loro onesto “lavoro” senza strafare ma anche in modo affidabile e corretto. Certo non era il preferito, quello a cui si poteva concedere qualche confidenza all’apparenza pericolosa ma che suscitava nello spettatore una benefica reazione adrenalinica. Nulla in ogni modo poteva far presagire che quella sera quel leone avrebbe concesso al pubblico pagante un “extra” così emozionante. Stava ritto sul suo sgabello in una strana attesa, come se volesse far intendere che quella sera le cose sarebbero andate diversamente, che proprio non ci stava a fare l'”idiota” ancora una volta per compiacere il suo “addestratore-benefattore” e fargli fare bella figura davanti al pubblico. Il domatore però non si dimostrò

sorpreso della novità ed osservò quel leone in modo anche lui strano, ma senza timore, come se volesse chiedergli qualcosa che però lui stesso non sapeva precisamente: “stai male?”, “forse non hai digerito bene?”, “ti senti stanco?”, “avresti bisogno di più riposo?”, “qualcuno ti ha trattato male?” e tuttavia sapendo che non era questo, che c’era qualcos’altro sotto.

Che si trattasse di un bisogno di maggiore giustizia e libertà, questo al domatore non sarebbe mai passato per la mente. Egli era così abituato a vedere i leoni obbedire ad ogni suo comando, e la coscienza della sua presunta superiorità su di loro metteva fuori discussione la bontà e l’onestà del suo comportamento. Quella sera però quel leone proprio non ci stava e con un improvviso balzo si gettò sul povero domatore scaraventandolo a terra tra le urla della folla. Un colpo di pistola sparato da un addetto alla sicurezza lo freddò ponendo fine ai suoi giorni, ma quello per lui fu un vero “giorno da leoni”.

EMILIO REGA

QUESTO RACCONTO VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. LA PUBBLICAZIONE E RIPRODUZIONE DEL PRESENTE RACCONTO E’ SEVERAMENTE VIETATA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Némesis” di Marzia Carocci, recensione di Lorenzo Spurio

Némesis
di Marzia Carocci
con prefazione di Fulvio Castellani
Carta e Penna, Torino, 2012
ISBN:978-88-97902-16-4
Pagine: 95
Costo:12€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Perché non è finita
finché ritorna il giorno
che limpido c’invita
di nuovo a un altro sogno.
(in “E sarà di nuovo giorno, p. 25)

 

9788897902164Difficile e forse addirittura coraggioso è il recensire il recente libro della scrittrice, poetessa, nonché valida collaboratrice Marzia Carocci, perché la sua attività letteraria, le sue pubblicazioni e soprattutto il suo impegno concreto nel mondo culturale contemporaneo è, oltre che encomiabile e invidiabile, prerogativa per considerarla una delle potesse più valide e amate del nostro tempo. Non si tratta di un’asserzione iperbolica: chi la conosce anche solo di nome per il suo serio impegno sa che sto dicendo il vero, mentre a chi non la conosce inviterei a leggere qualcosa di lei: poesie, ma anche recensioni, perché va ricordato che Marzia Carocci è un anche un attento critico che si occupa di note di prefazioni, recensioni e quanto altro, il tutto all’insegna della promozione di lavori di qualità che, non essendo supportati da grandi case editrici, rimarrebbero nell’ombra se nessuno si assumesse l’onere di promuoverli adeguatamente: in altre parole, il “poeta incompreso” della sua omonima lirica o i “ragazzi spesso non capiti” di “La gioventù” (p. 46). Negli anni ho avuto modo di leggere varie poesie di Marzia, tra quelle che lei pubblicava in Facebook e quelle apparse in varie antologie poetiche e sono stato enormemente contento della sua collaborazione anche alla rivista di letteratura Euterpe che dirigo.

Il libro in questione, Némesis, edito nel 2012 dall’Associazione Carta e Penna di Torino ci immette da subito in un’ambientazione di difficile collocazione: l’immagine di copertina, la foto di una bambola scheggiata della quale risalta, però, il rosso delle labbra sensuali sembra trasmettere un senso d’incertezza e al contempo di paura, come se qualcosa –che non ci è dato sapere- è appena successo e che quell’espressione di spavento, quelle cicatrici sul volto siano, dunque, il “risultato” di qualcosa. Il titolo, Némesis, che potrebbe far venir in mente a un recentissimo romanzo del grande americano Philip Roth, sta a significare quei momenti difficili del passato che vedono poi un momento di “rivelazione” che in pratica li fanno risollevare, una sorta di epifania o come viene detto in Wikipedia, come “una compensazione”. Parlare di “nemesi”, dunque, presuppone considerare la realtà liquida nella quale il nostro essere si trova  come un immenso vivente dominato da forze imperscrutabili, ingovernabili che, in una certa misura, dettano a nostra insaputa le nostre azioni, in altre parole di fatalismo. Una nemesi, dunque, presuppone un prima e un dopo, un periodo di tristezza, un altro di rappacificazione, un tramonto e un sorgere. Ma l’attenzione non è tanto su questi due elementi, quanto sul processo di cambiamento stesso, sul momento “rivelatore” che consente appunto di passare dal prima al dopo.

La silloge si apre con la lirica intitolata “8 marzo 1908”, già letta e contenuta in Poeti contemporanei e non. Antologia di poesia civile edita da Agemina (2012) nella quale la poetessa affida tutto al ricordo di quella data dolorosa nella storia dell’umanità: il rogo che si diffuse in una fabbrica americana producendo una grande quantità di vittime donne portò l’attenzione sulle cattive condizioni di lavoro e sullo sfruttamento (tanto lavorale che non) della donna nella società. La festa della donna nasce per ricordare il sacrificio di donne con la “D” maiuscola che soffrirono le ingiustizie della storia e la prepotenza degli uomini sulla loro pelle. Della lirica i versi più belli sono quelli che affondano la loro essenza nel vivo cromatismo: “ricorda che quel fiore profumato/ è rosso sotto un giallo camuffato/ del sangue delle donne forti e fiere/ che vollero lottare per cambiare” (p. 7).

foto-24653_36823_24049Ci sono liriche dolorose, ma al contempo ricchissime dal punto di vista dei sentimenti e sono principalmente quelle che hanno un qualche legame al tema del tempo come in “A mio padre” dove l’uso continuo di quel condizionale “vorrei” ci dice che la poesia non è altro che un sogno ad occhi aperti, un qualcosa di illusorio, una sorta di tentativo di voler riconquistare quello che in un tempo andato non si è potuto fare o non si è avuto il tempo di fare. Ed è forse proprio il tempo, quel gigante invisibile e sempre presente, a rappresentare la “nemesi”, quello stacco lucido da un prima a volte doloroso o che si ricorda con nostalgia al presente che, invece, è immancabilmente diverso dal prima, addirittura differente da come ce l’avremmo immaginato: “La vita ci conduce dove vuole/ ma niente può nascondere e occultare/ i sogni ed i ricordi sono eterni/ bagaglio di un’essenza da cullare”, scrive la poetessa in “Ad un caro amico ritrovato” (p. 9). Come per dire: siamo noi stessi solo perché abbiamo avuto un passato (privato e collettivo) e perché abbiamo ricevuto e dato emozioni. Una vita senza affetti, infatti, si ridurrebbe a niente: desolazione e senso di nullità. La Carocci sottolinea in queste liriche quanto l’amore, l’amicizia, l’affratellamento e le piccole cose possano alimentare quella ragion d’esserci nel presente e quella forza motrice per andar avanti e non lasciarsi scoraggiare. La morte di un genitore, allora, non è solo vivido manifesto di un dolore che mai più verrà colmato, ma anche un sorriso incantato sul viso della poetessa.

In “Amore immortale” scopriamo la poetessa-madre in una lirica d’amore verso i suoi figli nella quale, come spesso accade nelle liriche della Carocci, fa capolino il tempo, quasi fosse un ospite non gradito, un nemico indissolubile. La riflessione sul tempo è chiara ed espressa in termini facilmente comprensibili a tutti: “Sfugge poi il tempo e scorrono gli anni” scrive, per concludere in un chiaro encomio all’amore che salva e che unisce anche oltre la morte: “Non sarà il tempo, trascorso e andato/ che arresterà questo mio amore” (p. 11).

Il tempo ritorna in tutte le possibili manifestazioni in questa silloge d’inestimabile valore: le rughe (p.12, 45,46) segno fisico della giovane età ormai sfiorita, il ritardo (una dilazione, improvvisa, nel tempo che solitamente provoca scoraggiamento e che nella lirica “Agape” dedicata al marito, invece, è diventato ormai segno di “ritualità”), la stanchezza fisica che il “peso del tempo” (p. 13) arreca, il “come allora” dell’omonima poesia; i “bimbi già vecchi” in “Dolore” (p.23) , cresciuti troppo velocemente e privi di una dolce infanzia a causa della violenza della guerra e i “giorni usurati” (p.42). Stupenda la poesia “Assorta” in cui la poetessa osserva la madre a distanza cercando di capirne i pensieri, i ricordi più o meno felici del suo passato, e tituba se avvicinarsi o no quasi da sentirsi invadente o inopportuna, ma poi è la forza di un gesto, quel “prendere la mano” che apre il cuore della poetessa e lo avvicina a quello della madre.

Ma una delle cose più curiose di questa silloge è che, anche se la poetessa parla sempre di questo duello perenne con il tempo o del tempo che divora il presente per condurre l’uomo alla vecchiaia e alla fine dei suoi giorni, lei non parla mai di morte. Non usa questa parola troppo dura, fredda, che annulla le speranze e preferisce descriverla con versi più elaborati che ci trasmettono un’immagine di eleganza e ci fanno pensare alla morte come una danza che corteggia l’uomo: “[il] traguardo d’un tempo/ codardo e impietoso/ che in fondo ci attende crudele” (in “Anche io avrò il tuo tempo”, p. 13). In “Come allora” la morte è semplicemente “la via de non ritorno” (p.19).

In “Carnevale” la poetessa affonda in un momento di colori e travestimenti, qual è appunto quello della festa di Carnevale e durante la quale “[fingerà] per non farsi scoprire” (p. 17). C’è da una parte un’insaziabile sentimento fanciullesco e ludico che torna a galla, quasi con la volontà di sfidare se stesso e gli altri, dall’altra, però, c’è la volontà della poetessa di osservare, travisata, gli altri e il mondo, senza esser vista né riconosciuta. Il bisogno di cambiare prospettiva, di indossare gli abiti di un altro e di sentirsi un po’ questa persona e soprattutto la necessità di celarsi al mondo, è forse rivelatrice di come la poetessa consideri importante il tema dell’identità passata. Mascherandoci e ritornando bambini possiamo illuderci di rivivere quei momenti andati per sempre e di rinverdire ricordi ormai appassiti: “Di domani non voglio parlare,/ la mia maschera ride perenne,/ cosa importa se dietro io vivo,/ altri mondi, altri sogni per me” (p. 17).

Il tempo che divora e che consuma non viene mai insultato, offeso o vezzeggiato dalla Carocci, ma è esso stesso oggetto di riflessione dei suoi pensieri; parlare di esso significa cercare di conoscerlo, respirarlo e farselo amico. La Carocci dialoga con esso, quasi volesse delle risposte che puntualmente non giungono. Non si scoraggia e lo richiama, lo interpella, lo chiama in causa. E’ lui che comanda tutto e l’uomo deve prenderne atto.

Non si sfugge dal tempo, non si annulla, non possiamo dilatarlo: “Ma niente contro lo scandir/ degli anni io posso”, scrive in “Madre” (p. 54).

Possiamo viverlo, però, mitigarlo, sfidarlo o, come ci dice la Carocci, “trasformarlo”:

 

Non sono più bambina,
né giovane ragazza
ma il tempo che è passato,
lo voglio trasformare.
(in “E sarà di nuovo giorno”, p. 24)

 

La sensibilità di  una poetessa come la Carocci è così variegata ed eccelsa proprio perché parte da un’attenta esegesi sul tempo e sul ruolo che esso svolge nelle nostre vite e, soprattutto, nelle nostre riflessioni. Così il ricordo della nonna e i giochi dell’infanzia sembrano a prima vista essere perduti e sostituiti da quei “nostalgici giorni” (p. 33) del presente, un tempo in cui la malinconia, la tristezza e la continua lotta con la dimenticanza, scrivono le ore, ma il passato non è perduto perché rivive nei sogni dove la poetessa ritrova quei tempi e riscopre momenti passati, re-incontra i suoi cari e quasi dialoga con essi. Così la mamma, il genitore premuroso che ha dato amore e cresciuto il figlio, una volta anziano diventa come un infante a cui il figlio da’ amore, premure e attenzioni cantandogli una dolce ninna nanna (“Ninna nanna”, p. 61).

 

Lorenzo Spurio
(scrittore, critico-recensionista)

Jesi, 19-02-2013

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La solitudine in poesia vista attraverso l’immagine del volatile: “il passero solitario” di Leopardi, il gabbiano Jonathan Livingston e l’albatro

Il passero solitario
di  Giacomo Leopardi
 
commento di Giuseppina Vinci

Grande fascino desta il primo verso ‘’d’in su la vetta della torre antica’’ la vetta, le altezze,  si allungano verso il cielo, come guglie di una cattedrale che si elevano verso l’infinito, altri spazi, altri mondi; colui che sta su una vetta non può non essere che diverso dagli altri, colui che ha desiderato raggiungere la vetta aspira a una vita differente perché è differente, aspira all’infinito, a una esistenza ‘’elevata’’.

ps_jpgpassero solitarioIl passero dalla vetta della torre può ammirare un paesaggio bello ricco di luce perché la primavera ha illuminato la campagna e intenerito i cuori, il nostro Poeta ammira la natura e la sua bellezza, non può non ammirarla perché essa ‘’intenerisce il cuore’’. La Torre simboleggia la durezza del carattere, l’impenetrabilità del dolore,  la corazza di una personalità triste, melanconica,  sente di essere forte perché se ne sta in disparte; solitario ha scelto la solitudine e crede di poter vivere da solo. Non può ammirare e gioire delle bellezze della natura come tutti gli altri passeri, come tutti gli altri giovani. Scegliere la solitudine è la Scelta della sua vita, della sua breve vita. Perché rinunciare alla gioia? Breve ma pur sempre viva e presente.

La brevità della gioia dovrebbe impedire di abbandonarsi alla solitudine. Egli si è abbandonato alla Solitudine.Pur breve, la gioia  va vissuta anche se seguita dall’inevitabile dolore. Antica, par ricordare l’ ‘’antico’’ marinaio del poeta inglese Coleridge. Antico, remoto, non vecchio, quasi intoccabile,antico come il Dolore che è sempre stato e sempre sarà, ricorda Keats ( the pain that has been and may be again)  nella sua celeberrima urna greca. Condizione comune a tutti gli esseri umani, non puoi evitarlo. Dolore silenzioso, orgoglioso, remoto come ho scritto in una mia breve composizione. Il passero canta la propria solitudine e alla fine del giorno accetta la fine. Il Poeta sente di rimpiangere i momenti non vissuti, momenti che avrebbero potuto riscaldare il cuore. Anche Jonathan  Livingstone sceglie la solitudine, ma vola, sui mari, sui monti, si stacca dal gruppo, dalla esistenza fatta di obbedienza alle regole stabilite dal capo. Il  gabbiano Jonathan gioisce, spazia, soprattutto perché lontano dal gruppo che non ama volare come lui. Volare è la vita per Jonathan, ma il passero, il Poeta non vola, si stacca dal gruppo non per volare, spaziare, librarsi, gioire ma per rimanere immobile nella solitudine e dunque nella sofferenza.

Il gruppo punisce Jonathan per non essersi adattato, per aver trasgredito, ma lui non cambia, rimarrà lo stesso, amerà volare e continuerà a volare, ossia a vivere.

Il gabbiano di Baudelaire, schernito e annientato, è il Poeta condannato per essere diverso, per essere incompreso, per essere genio. Tutti ciò che appare diverso deve essere annientato. La norma è l’istituzione, e dunque, se fuori dalla norma, deve essere emarginato.

gabbIl poeta, incompreso perché geniale deve essere mortificato e dunque morire. Qui il Nostro, forse schernito dalla comunità recanatese, deliberatamente sceglie di non condividere la sua vita con altri giovani e giovinette del paese. Avrà molto sofferto. La sua adolescenza sarà stata simile a quella di tanti altri giovani, non amati soprattutto nell’ambiente familiare; niente che possa intenerire il suo cuore; durante quegli studi matti e disperati, si affanna a trovare una causa al dolore causa che difficilmente troverà. Un Thomas Hardy che non accetta la  necessità del dolore. Una Natura, le stelle che brillano, fredde e luccicanti rappresentano una Volontà indifferente alla sorte delle umane genti.

Una Volontà immanente, non soltanto indifferente ma che scherza con gli esseri umani deboli e fragili ‘’destinati’’ alla sofferenza. Non un Dio, ma ‘forze oscure’’ come Hardy le definiva, oscure perché ne sconosci l’origine, si accaniscono per far sì che l’uomo soffra e gioiscono della sua infelicità. Raggiungono la meta, il fine. Tess perirà a Stonehenge, condannata per aver assassinato Alec, ma Tess non è altro che simbolo dell’umanità,  vittima di forze oscure. Simbolo della umanità senza speranza, condannata alla morte, alla Fine. Anche Hardy si chiederà il motivo di  tanto dolore. Non saprà mai darsi una risposta. Se non quella di credere alla grande solitudine dell’uomo e alla sua inevitabile sorte di dolore e abbandono. Il nostro Poeta, come il passero perirà, si rammaricherà della vita, della propria vita trascorsa nel rifiuto, Nessuno mai l’ha consolato,  ‘all’apparir del VERO tu misera cadesti’’ dell’altra nota poesia ‘’A Silvia’’, le illusioni che avrebbero potuto confortarlo sono illusioni; la speranza nelle illusioni è anch’essa perita.

Solo il Nulla non perirà.

 

Giuseppina Vinci

Docente di Lingua e civiltà inglese al Liceo classico Gorgia di Lentini.

A favore delle biblioteche modenesi: “La luce oltre le crepe”. Recensione di Lorenzo Spurio

La luce oltre le crepe
di AA.VV.
Curatori: Roberta De Tomi e Luca Gilioli
Prefazione a cura di Giuseppe Pederiali
Bernini Editore, 2012
ISBN: 978-88-95822-07-5
Pagine: 65
Costo: 10€
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Un profondo, cupo brontolio
di nostra, amata, madre terra
e più nulla sarà come prima:
perch’io qua… non son più!
(“Il muto fantasma” di Tommaso Campera, p. 10)

 

ImmagineLa luce oltre le crepe raccoglie poesie di numerosi poeti contemporanei che si sono uniti in questa esperienza lodevole per un fine umanitario: quella di finanziare e salvaguardare le biblioteche modenesi dopo il forte sisma che la provincia emiliana ha subito nel maggio del 2012. I proventi derivanti dalla vendita di questo libro, infatti,  verranno interamente dedicati a questo fine benefico (nel colophon, inoltre, è riportato il codice IBAN sul quale è possibile inviare del denaro per questa causa).

I curatori del testo, Roberta De Tomi e Luca Gilioli, hanno deciso di fare un lavoro di qualità: ce ne rendiamo conto guardando l’immagine di copertina, semplice e significativa, quella di un muro scrostato, rotto e infranto dalla grande forza della natura. L’interno è altrettanto curato e si susseguono liriche potenti in versi per lo più asciutti, scarnificati, dai quali il lettore non farà difficoltà a percepire la sofferenza del poeta che ne ha steso sulla carta quei versi. Perché una crepa è sempre sinonimo di qualcosa che divide, si rompe, che ci conduce a una realtà diversa dalla precedente, poiché ogni rottura in fondo non potrà essere mai più risanata completamente. Rimarranno segni, cicatrici, tracce indelebili nel tempo e soprattutto nella memoria di chi quei traumi li ha vissuti sulla propria pelle. L

’intero progetto che sta alle base di questa pubblicazione, come ricorda egregiamente Giuseppe Pederiali nella nota di prefazione, è quello di “non essere dimenticati, perché qualcuno non faccia finta di non conoscere la gravità di quanto è accaduto”. Il libro si apre con una bellissima poesia di Giuseppina Abbate che tratteggia il misto di sensazioni di quella notte tremenda in cui “il buio divenne veglia e morte” e poi la terra che trema, le macerie, le urla e la polvere tanto da far pensare che sia davvero arrivata la fine del mondo, “come se il maestro avesse rotto l’incanto” (p.2). La poetessa conclude speranzosa che la notte che si succederà sia “senza paura di scosse e lamelle” (p.3), ma sappiamo che non lo sarà: tanto il terrore di chi ha ancora la morte negli occhi che non consentirà nel breve e forse mai di non aver paura: “Mi addormenterò ancora,/ ma chi ho fatto sussultare/ vivrà sempre con quel singulto/ nel cuore” scrive Miriam Ballerini in “L’Italia che trema” (p.5).

Perché la natura si accanisce sull’uomo? C’è una ragione? C’è un disegno che sottende alle calamità naturali? Il poeta Alfredo Bruni in “Terremoti” fa sue queste considerazioni chiedendosi se eventi come questi siano “legg[i] di natura” (p.8) per passare a vedere poi nell’uomo stesso e nella sua attività spregiudicata l’origine di catastrofi come queste, mentre Roberta De Tomi, riferendosi alla natura, si chiede: “E’ davvero matrigna?” (p. 21). L’immagine della madre natura come divinità del Creato, florida e fertile, lascia il posto a un’arcigna creatura degli inferi che genera male e dolore: “madre terra diventi maligna/ più non ci abbracci/ ma di dosso ci scrolli/ come fastidiosi insetti” scrive Giovanni Degli Esposti in “Ricominciare a contare ancora” (p. 22). Daniela Gregorini in “Ricostruire” scrive: “S’arrende, questa pianura/ all’autorità della Madre. Despota” (p. 39).

finale_emilia_torre_orologio4_1Luca Artioli nella sua “E siamo stati come case” sottolinea l’inesistenza e la perdita stessa d’identità dell’uomo privato della sua dimora, il complesso di affetti, ricordi e speranze. L’elemento fisico e materiale è ormai perduto, infranto, deteriorato tra le macerie; rimane lo spirito abbattuto dell’uomo: “le poche cose rimaste/ora si radunano in gesti” (p.4), e Marzia Carocci nella sua “Tutto tace” ci da’ l’immagine di un paese nel quale non si ode più nessun rumore dopo la tragica scossa che ha prodotto un atroce boato e fatto crollare case. C’è silenzio e assenza: la poetessa cerca di dare senso all’esistenza, ma i chiari simboli della normale vita dell’uomo sono ormai violentati e scomparsi: “Le case senza tetti,/ le chiese senza Croci/ la Croce che tu invochi/ per riveder la luce” (p.12).

Respiriamo i colori e i profumi di un territorio locale, quello della Bassa, della provincia modenese  (“quella terra che amo/ e che mi ha tradito” per usare i versi di Maria Michelina Castelli, p. 13) in uno scenario desolante dove sembra che non ci sia più speranza e possibilità di rialzarsi. Quelle suggestioni che questa terra infonde in chi l’ha vissuta, l’ha conosciuta o tutt’ora la vive, sono esse stesse motivo per andare avanti a testa alta, rifuggendo spiccioli atteggiamenti vittimistici che non porteranno a niente.

Il terremoto non è solo morte e desolazione, ma anche una riflessione sulla vita per chi rimane su questo mondo, una chiamata non-voluta a riscrivere se stessi, una sfida potente lanciata dalla natura che violentemente detterà per sempre l’esistenza della società. Le macerie, la polvere, le grida, il sangue e le lacrime sono immagini ricorrenti in questo scenario apocalittico dove ogni certezza è ormai sfumata per sempre lasciando l’uomo in un inquietante limbo alla mercé del freddo, della mancanza di riparo, della privazione di cari e del delirante dubbio alla ricerca della ragione per la quale la natura prima da’ all’uomo, per poi togliergli tutto, compresa la vita stessa. Il sisma è così sinonimo di cesura tra un prima e un dopo, tra la spensieratezza e la depressione, tra la felicità e l’angoscia. Anche se la terra ha tremato per una manciata di secondi, gli uomini rimarranno scossi per sempre: “Mentre la vita cambia,/ il dopo prevale sul prima/ di una serenità incrinata/ come un bicchiere di cristallo” (“Dopo” di Roberta De Tomi, p. 21).

La forza destabilizzatrice che si sprigiona dal centro della terra, il terremoto, viene descritto dai poeti nelle forme più varie, utilizzando parallelismi, metafore o analogie: per Pierina Cilla è  “il dubbio che corre nel filo del tempo” (p. 15), per Vincenzo Ciminello è “[l’] attimo prima del boato” (p.16), per Giovanni Degli Esposti è “un sisma universale delle anime” (p. 22), per Andrea Garbin è  “una sorta di tonfo” (p. 31), per Giorgio Mancinelli è “il rimuginare della Terra” (p. 46), mentre per Pietro Pontieri è “un’anteprima d’Apocalisse” (p. 55).

In “Tremuli pioppi” di  Pietro Erasmo Fasani (p. 25) il poeta mette in luce la cattiveria umana che si sprigiona in un momento tragico come quello del dopo-sisma: lo sciacallaggio tra i detriti delle case mentre in “Terremoto”, Silvano Fini (p. 27) ricorda l’impegno umanitario di civili e forze dell’ordine per cercare di salvare vite: “Tanti angeli si sono prodigati/ rischiano la medesima vita/ per soccorrere, aiutare e salvare” (p. 27). E sono queste due poesie, poste una di seguito all’altra a mostrare la doppiezza dell’animo umano di fronte alla tragedia e alla distruzione di tutto: chi si è salvato e furtivamente ruba qualcosa tra le macerie o si introduce nelle case dichiarate inagibili e chi, invece, consapevole del rischio che corre, si dona alla società cercando di salvare vite.

C’è voglia di fare e di ricostruire.

Ricostruire una casa è come ricostruire se stessi e rinascere: “Bambino mio, sogna ancora/ e non piangere non piangere/ c’è tanto da rifare/ dal sorriso alla carezza/ ricostruire tutto nuovo” (“!SPACCA CASCA SPACCA!” di Serse Cardellini, p. 11). Maria Grazia Fabbri in “La tua Finale” (Finale Emilia fu la città più interessata dal sisma) chiude la lirica con speranza, voglia di andare avanti, come uno spiraglio di luce che, seppur fioco, riesce a rompere le tenebre: “Appena la terra smette di tremare/ ci mettiamo tutti d’accordo/ e pietra dopo pietra/ con le nostre braccia/ lo tiriamo su il nostro paese.// La torre dell’orologio e il castello/ il duomo, il municipio e il teatro/ e vedrai papà che lo torniamo a fare/ ancora più bello” (p. 24). Forte è il bisogno di ricostruire il passato per dar senso al presente e per affidarsi al futuro.

Questo libro è un mattone importante nel processo di ricostruzione delle coscienze del dopo-sisma emiliano che può e deve essere preso come modello di quel desiderio insanabile dell’uomo di celebrare la vita anche quando sembra che la disperazione sia ormai padrona di tutto.

 

La terra ha urlato
-ma oggi ha ancora il suo domani-
avvolto il cuore nell’abbraccio
siamo vivi –vivi!-
Figlio.
(“29 Maggio” di Sara Bellingeri, p. 6)

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Jesi, 14-02-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Un passaggio verso le emozioni” di Giorgia Catalano, recensione di Lorenzo Spurio

Un passaggio verso le emozioni (2010-2012)

di Giorgia Catalano
Prefazione a cura di Emanuele Marcuccio
Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012
ISBN: 978-88-6682-321-6
Pagine: 63
Costo: 8,14 €
Link diretto all’acquisto
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

A piccoli passi, andiam
verso la vita
verso noi stessi,
verso lo specchio
della nostra anima
(in “Anima”, p. 7)

 

IDU21258_IDO20072_IDE20009_IDV19939#_CopertinaAnterioreCon Un passaggio verso le emozioni Giorgia Catalano esordisce nel mondo della poesia, sebbene abbia già pubblicato varie liriche in antologie. Come sottolinea in maniera acuta il poeta e aforista palermitano, nonché curatore della silloge, Emanuele Marcuccio, la sua poesia è ricca di musicalità grazie alla presenza di forme retoriche e di stratagemmi metrico-poetici che rimandano a una poetica di tipo classico.

Le liriche condividono un senso di nostalgia e tristezza per un passato ormai andato: nella lirica che apre la raccolta, “Fioco lamento” c’è desolazione, silenzio e un senso d’abbandono che, però, porta la poetessa a prendere una decisione importante: “Rubo un sorriso/ ad un cucciolo d’uomo,/ spezzo l’affanno del tempo/ che fu” (3). E nella lirica che segue, “Ripenso”, i pensieri dolorosi assumono materialità e vengono equiparati a dei panni: per rinverdire quei momenti passati e per privarli dell’angoscia ai quali erano legati sarà necessaria una purificazione: “Così, odorosi di bucato/ li indosserò come abito nuovo” (4). Bastano due semplici liriche per comprendere quali sono le tematiche profonde che caratterizzano un poeta e queste due, scelte non a caso, ne sono la prova: la Catalano affronta i temi del tempo e del suo indissolubile scorrere, del passato e del ricordo, del dolore e dell’assenza e del bisogno che l’uomo ha nella sua contemporaneità di “fare i conti” con quello che è stato. Siamo quelli che siamo stati ed è impossibile annullare il passato, è vero, ma la Catalano ci insegna che forse il presente fluido dell’oggi può insegnarci a ricomprendere il passato, a rivederlo, a riviverlo, sempre che siamo disposti a farlo, prendendo le distanze da quel dolore vivo che invece caratterizzò quei momenti.

Nella poesia “Tremo”, quella che a mio modesto parere tocca l’apice dell’espressività lirica e al contempo è in grado di trasmettere la violenza delle immagini, Giorgia Catalano ci “narra” dell’angoscia che può nascere in una persona che viene ferita psicologicamente e fisicamente, un dolore vergognoso che genera disperazione e incomprensione: “Tremo/ vicino alle tue mani/ percosse e deturpate” (8).

Ovviamente la poetessa ci regala liriche anche più lucide ed ottimistiche, come “Per te, piccola” ispirata alla nascita della piccola Martina e che, in qualche modo, celebra il mistero della vita che puntualmente si rinnova. Ci sono liriche colorate e profumate come “Porta Palazzo” dove la poetessa riflette su culture ed etnie diverse guardando una donna in burka “dallo sguardo cupo” (10) per poi riflettere anche sulla presenza cinese nel nostro paese: “Gente che va e che viene,/ che s’adopera in acquisti” (10) e anche la poesia “Tasselli”, una sorta di manifesto della sua poetica, dove le canoniche attività del libero pensatore (leggere, pensare, sperare, poetare) vengono considerate tasselli, ossia parti che solo uniti tra loro danno forma e unità a un qualcosa che, lentamente, “si fa/ immagine” (19). In “A te, poesia”, la poetessa annuncia il suo amore per questo genere letterario che è consolazione, guarigione e custode di mali tanto da portarla ad utilizzare un linguaggio iperbolico: “Vivo per te” (28) che ben mette in luce quanto il rapporto della Catalano con la poesia sia vivido e autentico.

Mi piace concludere questo mio breve commento con la speranza che trasuda dalla lirica intitolata “Anime spoglie” dove la morte di un ragazzo viene accolta dal Cielo con un lampo che “squarcia/ l’unica bianca nube seppellita da cumuli/ anneriti dalla disperazione” (12) descritto come un fiore che di colpo appassisce, all’improvviso per tramontare per sempre. Dov’è allora la speranza in una lirica luttuosa come questa? La speranza è il dolore stesso che, ormai come un fardello che la madre del protagonista porterà fino alla fine dei suoi giorni, “abita/ nel suo cuore” (13) come un tremendo compagno e un dolce nemico che, tuttavia, le farà compagnia. Così come avviene in “A chi non c’è più” dove l’idea di un aldilà è in grado di mitigare quel dolore e quell’assenza: “Ci sarà sempre/ un tuo sguardo/ amorevole e attento,/  posato su di me” (15).

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 01-02-2013

 

imagesGiorgia Catalano è nata a Ventimiglia (IM) nel 1971. Nel 1989 ha conseguito la maturità magistrale. Inizia a scrivere poesie in età adolescenziale. A partire dal 2010 varie sue liriche sono apparse in diverse antologie poetiche e riviste letterarie online. L’autrice ha un suo blog che prende il nome dal titolo di questa sua prima raccolta poetica dove pubblica poesie, foto, pensieri e altro.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Il viaggio di Emilia” di Anna Maria Balzano, recensione di Lorenzo Spurio

Il viaggio di Emilia
di Anna Maria Balzano
Qulture Edizioni, 2011
ISBN: 9788890587665
Pagine: 88
Costo: 11 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Tutto era cambiato. Ebbe nostalgia di quei pochissimi anni di cui aveva memoria che erano stati felici con la mamma e con il papà. Erano passati come un lampo. Tutto il resto era stato affanno e sofferenza… (76).

 

p012_1_00Quando nel passato si è sofferto molto, spesso ci risulta difficile convivere giornalmente con le foto o con gli oggetti che in sé hanno cristallizzato quei momenti. E’ per questo che Emilia, protagonista del romanzo Il viaggio di Emilia di Anna Maria Balzano si prepara a fare una cernita delle vecchie cose: cosa tenere e cosa buttare.

Siamo nella Napoli del 1978 e la protagonista prende a narrare la tormentata storia passata della sua famiglia suggestionata dalla visione di una vecchia foto: “Passò la mano sulla foto per eliminare un leggero strato di polvere che la rendeva più opaca e con i polpastrelli percorse i contorni e i piani del palazzetto, come se quel contatto fisico avesse il potere di rianimarlo e restituirgli quella vita che gli era appartenuta” (8). Da qui, come in un vero e proprio flusso di coscienza, partono i ricordi, le immagini, tutte dominate da una certa tristezza. La protagonista ricorda della morte del padre e del grande amore ricevuto dai nonni, piuttosto che dalla madre Anna che, invece, oltre ad essere spesso lontana da lei per motivi di lavoro si scopre presto attratta da un altro uomo. Il nuovo matrimonio della madre con un certo Renato, sconsigliato dai genitori della donna e malvisto dalla giovane Emilia, sembra inizialmente inaugurare una fase di spensieratezza e tranquillità per Anna, ma ben presto le cose cambiano. Renato non mancherà di mostrarsi violento e prepotente, interessato solo agli interessi dell’azienda della quale diviene il principale benefattore. La solitudine di Anna e l’indifferenza del marito nei suoi confronti la conducono a uno stato di apatia e il marito la farà ricoverare in una struttura psichiatrica. Emilia, la giovane protagonista, pur consapevole di ciò che succede sotto i suoi occhi, non è in grado di cambiare le cose e, pur volendo bene a sua madre, si trincera sempre dietro l’amore dei nonni che, però, malati ed anziani, nel giro di pochi anni vengono a mancare.

Ma in questa difficile storia familiare ambientata nel secondo dopoguerra, nel momento della ricostruzione, si innesta anche la storia di Giulia, figlia di un dipendente dell’azienda che era stata dei familiari di Emilia. Le due divengono amiche anche se poi un po’ per motivi di studio, un po’ per altre ragioni, finiscono per separarsi. Una serie di altri avvenimenti drammatici quali lo stupro di Giulia, l’uccisione del prepotente Renato e il processo contro Anna, ritenuta colpevole dell’omicidio si intrecceranno nel romanzo chiarendo solo nelle pagine finali i relativi collegamenti.

Niente è banale. Anna Maria Balzano costruisce un romanzo molto ricco dal punto di vista dei sentimenti, sottolineando quanto la gratuita crudeltà di un uomo possa rovinare la vita di varie persone. Un’acuta riflessione sul dolore che produciamo agli altri senza rendercene conto, un elogio del fatalismo e una considerazione sul senso tragico del vivere che, oggi come ieri, sempre caratterizza le nostre esistenze:

“Mi sono chiesta se fosse Dio che voleva questo. Ma se Dio è buono, Emilia, perché dovrebbe permettere che accadano queste cose?”

Emilia non sapeva rispondere a questa ingenua e semplice domanda di Giulia.

“Non lo so, Giulia. Non credo che ci siano cose giuste o ingiuste al mondo. Ci sono cose che accadono” (82).

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 26-01-2013

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“Edom”, racconto di Giuseppina Vinci

Edom

di GIUSEPPINA VINCI

 

victorian-lady-bSi chiedeva spesso perché avessero deciso di chiamarla Edom

La madre l’aveva affidata a Maria.

Edom, la chiamavano le amiche e lei era quasi lusingata che il proprio nome fosse così raro, così particolare.

Era cresciuta vicino alla campagna, l’aria pura, il verde, attorno a lei una famiglia unita, almeno così sembrava. Qualcuno in famiglia non aveva mai accettato la sua nascita, la sua presenza.

Edom aveva studiato, era molto bella.

 Eppure Edom si sentiva sola, tutti gli uomini che la corteggiavano non l’amavano come lei avrebbe voluto.

Non era amore il loro. L’amore non era quello.

Non poteva accettare. Così passavano gli anni ed ella era sempre infelice.

Edom si sentiva sempre più sola.

L’amore quello che ti coinvolge, ti eleva, ti trascina violentemente e dolcemente, quelli che ti fa guardare

Le stelle e pensare che anche il tuo amore nello stesso momento le sta guardando,

l’amore quello che ti fa sentire un’unica cosa, quello che ti fa credere a una sola anima, a un solo pensiero

a un unico ed eterno pensiero, questo è ciò che voleva. Ma esisteva, si chiedeva Edom?

NO. Era come un’onda! Spinta da una forza sconosciuta e toccava la terra, ma si ritraeva e si avvolgeva

e ritornava da dove era sospinta, per perdere se stessa, per non distinguersi più. Non era più nulla. Una

goccia tra tantissime, migliaia, infinite, indistinte, tutte messe insieme da una Volontà brillare, per luccicare

scomparire nel grande mare della vita.

Avrebbe un giorno, si chiedeva Edom, vissuto come sognava?

Il suo era un sogno, un bellissimo sogno e come tutti i sogni non sai mai se si avverano o no.

Sei come una piuma, anche una brezza può condurti chissà dove. E poi il vento della vita, ancora più

lontano. Senti la vita leggera, l’ami, la senti dentro di te, attorno a te.

edom aveva incontrato e conosciuto tanti uomini, sperava che qualcuno potesse essere realmente

quello che le avrebbe fatto provare quell’amore, quello per cui avrebbe sentito la magia della vita.

Ma il tempo passa, passa anche per Edom. Non aveva colto il momento e sola, rivede un bel giorno Davide.

Negli anni passati l’aveva respinto più volte, adesso lo guardava con occhi diversi e prima ancora che lui

riavvicinasse a lei, lo chiama, si frequentano, si sposano. Il desiderio di un bambino sembra unirli ma l’impossibilità di averli li allontana, spezza quell’esile filo che li teneva uniti.

E’ sola. Ritorna a essere sola. Lui non sta molto a casa. Ha tante altre cosa da fare, dice. Il lavoro, questo, quello.

Non è proprio quello che voleva, che sognava. Ma i sogni sono sempre sogni. Rimangono sogni.

La solitudine ti frega. Ti adatti. Sopporti. Ti rassegni. Accetti quello che è necessario accettare.

Vorrebbe rifarsi una vita, come si dice. La quotidianità della vita, mediocre. Sembra quasi

Ricordare la signora Dalloway. Ella accetta la sua vita nella sua quotidianità, nella sua , se vogliamo,

mediocrità.  Nella serpentina di Londra aveva gettato uno scellino, quando gli altri possono gettare la propria vita, come  Septimus; lei Edom aveva gettato tutti i suoi sogni, le sue illusioni. Tutti gettiamo

qualcosa di noi stessi e non sappiamo più come riprendercela, mai più.

Ma dobbiamo continuare a vivere, se non per noi stessi. E così Edom continua a vivere ma crede di essere

Una morta viva. Dentro non ha più nulla di quello che la sorreggeva, nulla di quello per cui viveva, si illude di vivere, ma sa che qualcosa è irrimediabilmente andato per sempre e nessuno e nessun fatto potrà ridarle la speranza. E’ duro continuare a vivere quando non hai la speranza. E questa la devi cercare dentro di te.

Devi guardarti dentro e cercare, cercare, forse qualcosa su cui costruire puoi ancora trovare.

L’amore per la natura, per il mare,

 per la stessa vita potrebbe aiutarti.

Ma non lo fa. E si isola. Sempre più dagli altri, dal mondo. Cosa potrebbe scuoterla, solo Dio lo sa.

Solo Lui può farsi sentire, può scendere nel suo cuore e chiamarla a Sé.

la stessa vita che una volta amavi, che una volta affrontavi perché quella persona era vicina a te.

Quella persona era tutto per te, ma la stessa Vita te l’ha strappata per sempre, e tu rimani là a chiederti perché, e non sai darti una ragione. Questo è quanto Edom ha vissuto, sentito, sofferto.

La morte della madre le ha spezzato il cuore, l’ha ridotto in brandelli, ella è una morta viva, dice di se stessa.

Un vuoto dentro e attorno a lei, indefinibile, intoccabile, inevitabile la tiene sospesa, la stringe

Non riesce a liberarsi, quasi la soffoca, come può continuare la vita, l’essere più prezioso non è più con lei.

Il sostegno, le braccia che la consolavano, non è più con lei.

E’ sola, senza amore…..

Di amiche Edom ne aveva tante, la stimavano, le raccontavano tanti fatti della loro vita

ed ella le ascoltava e dava loro consigli, sempre disinteressati, voleva anche lei bene alle amiche.

In lei molte trovavano conforto, la sua comprensione era tanta, il suo coinvolgimento sincero.

Sembrava che solo Davide non si accorgesse della ricchezza morale, della capacità di penetrare i problemi degli altri, della disponibilità al dialogo, o forse sì, ma non lo dimostrava.

Sembrava che i suoi interessi fossero rivolti ad altro. La casa, la loro casa, più che un nido di amore, era un nido di solitudine.

Era tanto cambiata Edom, ancor più dopo la morte della madre. Pensava sempre a lei. Solo lei le dava ciò di cui aveva bisogno, ciò di cui aveva avuto sempre bisogni: fiducia nella vita, forza, amore.

Ormai, però non c’era più, nessun altro al mondo poteva sostituirla, né il marito, né i fratelli, né le amiche. Nessun altro. Non un muro, non una barriera che possa farti pensare e voler vedere cosa può esserci   oltre.

No. E’ il rifiuto, la non accettazione del mondo, la sua vita. Non chiede nemmeno cosa può esserci al di là

Di quella barriera. Edom, nata per amare, per dare, adesso non vuole più amare, dare, non può più amare, non può più dare, dentro di lei il vuoto, il deserto, tutto è immobile in lei, fermo, paralizzato. La vita non ha senso, non ha motivo, non ha futuro. Scorrono i giorni, tra silenzi, e il silenzio attorno e dentro forse un giorno sarà vivo, avrà una voce, le riempirà il cuore e potrà tornare a palpitare……..

“Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima” di Annamaria Pecoraro (Dulcinea)

Le Rime del Cuore attraverso i Passi dell’Anima
di Annamaria Pecoraro (Dulcinea)
Lettere Animate Editore, 2012
ISBN: 978-88-97801-46-7
Pagine: 178
Costo: 12€

coverSINOSSI : Siamo tutti naviganti su quel mare, spesso misterioso, complesso, paradossalmente  semplice: la Vita. Ognuno di noi, è alla ricerca della sua terra, nelle sue affermazioni, realizzazioni di verità, seguendo la via del cuore, indicata dalla Stella Polare. Sia per chi è credente, o per chi non lo è, ci “appoggiamo” a Dio, o in quelle fondamenta; fatte degli affetti cari e di valori. Il messaggio alla fine è lo stesso: lasciare la nostra scia, tracciando a testa alta la rotta, nonostante le tempeste e i canti di sirene, che spesso, trascinano in abissi neri.

Il poeta, per la sua sensibilità speciale, è un estraneo in un mondo come il nostro, dove si corre sempre, e si rincorrono materialità e successo. E’ una sorta di mediatore, tra bene e male, che guarda e attinge dalla realtà circostante, un senso, immortalandolo con le parole, come un pittore fa sulla propria tela, descrivendo così, quello che vede e sente.

Cerco di donare me stessa, continuando con forza a esser gioia e sorriso, fiammella accesa e testimone di luce per chi ne ha bisogno, tenendo sempre in mente la frase: “Vola in alto solo chi osa farlo” (Luis Sepùlveda), e nel cuore: “Piccoli passi per grandi risultati” (Madre Teresa).

Il mio stile e il mio pseudonimo, nascono dall’ascolto e dall’attenta osservazione nel vedere “oltre”, usando un linguaggio universale, che definirei “dulciniano”: lottando contro i quotidiani mulini a vento; come l’indifferenza, l’egoismo, le maschere e l’ipocrisia.

Il valore è dato dal nostro bagaglio culturale ed emotivo. Sensibilizzando, chi alla lettura poetica, si affianca, per viverla, e sentirsi  così, Protagonista, e non un “estraneo”.

Trasmettere calore viscerale è importante, e non sempre è facile o innato. La speranza, l’abbandono, la voglia, la capacità di accettare e di amare, sono la guida ai nostri pensieri, alle nostre semplici e umili parole.

Questa pubblicazione raccoglie le poesie che ho scritto in questi anni, un passaggio, una crescita professionale e di formazione, diviso in due parti, una dal 2007 al 2009 e l’altra dal 2009 al 2012. È un’antologia – riflessione sull’esistenza, il viaggio, è spesso metaforico, interiore. E’ una ricerca di se stessi e dell’amore vero, attraverso i Passi della nostra Anima e le Rime che toccano il nostro Cuore.

Un ringraziamento va a chi, senza nessuna pretesa, si è affiancato a me, con costante stima e affetto, a chi continuerà a farlo, con rispetto, fiducia e umiltà.

 

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