“Ingólf Arnarson” di Emanuele Marcuccio. Commento di lettura di Giorgia Catalano

Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi. Un Prologo e cinque atti

di Emanuele Marcuccio – Le Mezzelane Editore, 2017

Recensione di Giorgia Catalano

Islanda. Terra da noi distante, incuriosisce il nostro autore, lo appassiona per i gradevoli scenari che offre Madre Natura. E la mente vaga, viaggia lontano fino ad immaginare una storia – con i suoi intrecci e con i suoi risvolti – anche lei, distante nel tempo.

ingolfur-arnarson-arturas-slapsys.jpgDopo molti anni di lavoro, attento studio, meticolosa ricerca e di cura per i dettagli, Emanuele Marcuccio porta a compimento un sogno: la pubblicazione di un’opera d’arte – non a caso la definisco in questo modo – da lui fortemente voluta.

Ogni scena descritta è un richiamo visivo che accompagna il lettore ad immaginare un palcoscenico su cui i protagonisti dell’opera si alternano con i propri sentimenti, paure, insicurezze; sempre, però, con la forza descrittiva, impressa dal nostro autore.

Ogni personaggio, infatti, è caratterizzato da un determinante e forte senso di identità, da un carattere ben preciso che contribuisce a creare, intorno al lettore, l’atmosfera giusta che gli consente, idealmente, di vivere, in prima persona, questa storia.

Il linguaggio, legato alla poesia – questa è la natura dell’autore, noto poeta e critico letterario – spazia tra diversi registri, mantenendo grande fluidità di espressione; questo dà ampio respiro alla lettura ed interpretazione del contenuto e permette a chi decide di intraprendere questo meraviglioso viaggio, attraverso gli scenari di un lontano paesaggio elaborato e descritto con dovizia di particolari, di calarsi in una dimensione fuori dal nostro ordinario, capace di emozionare.

GIORGIA CATALANO

Torino, 9 settembre 2017

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Stefano Baldinu su “Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi” del poeta Emanuele Marcuccio

Non posso nascondere l’emozione, la curiosità e l’ammirazione che mi hanno animato nella lettura del dramma epico in versi liberi «Ingólf Arnarson» del poeta Emanuele Marcuccio.

In questo dramma epico in versi liberi Marcuccio ha il pregio, e ciò si badi bene non è scontato, di riuscire a rendere partecipe il lettore, anche colui che non è solito fruire il teatro o la poesia, dei mutamenti storico-sociali presenti intorno all’anno mille in Islanda, che fanno da sfondo alle vicende narrate nell’opera. Merito va riconosciuto, in particolare, alla meticolosa ricerca storica eseguita dall’autore sin dal 1989, anno di “gestazione” del dramma, che ha consentito di riprodurre la precisa ambientazione naturalistica, antropologica e storica degli scenari islandesi come è stato molto ben rilevato da Lorenzo Spurio nella sua prefazione.

Lo stile preciso, il verso classico, non classicheggiante, ben cesellato e puntuale, denotando la perfezione versificatoria alla quale è giunto Marcuccio, l’utilizzo sapiente dei cori, di particolare pregio quelli del terzo e del quarto atto, pongono questa opera in diretta correlazione con i grandi drammi in versi della letteratura europea, soprattutto del secolo XIX: da «Adelchi» e il «Conte di Carmagnola» del Manzoni, al «Saul» dell’Alfieri fino al «Boris Godunov» di Puškin, solo per citarne alcuni. Ma ancor più l’opera si colloca a pieno titolo per tematiche e temporalità in sintonia con la saga considerata un caposaldo della letteratura islandese: la Saga di Njall. Infatti, anche in quest’ultima, la quale abbraccia un periodo storico posteriore a quelli dell’Ingólf Arnarson, troviamo ben presenti le faide fra i vari “clan” presenti sull’isola, i tentativi di colonizzazione norvegese, l’amore, i primi vagiti del Cristianesimo.

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La statua di Ingólf Arnarson a Reykyavik.

Di particolare pregio, mi sia consentito rilevarlo, è l’utilizzo dei cori sia nella loro tradizione classica ravvisabile nei primi tre atti sia nella accezione manzoniana, ne è un valido esempio il coro del quarto atto.

Misurarsi con un’opera destinata al teatro non è mai semplice, tanto più se questa è scritta in versi, ma proprio la compattezza stilistica del verso libero, che non rischia mai di sconfinare nella prosa lirica, utilizzato da Marcuccio, consente all’Ingólf Arnarson di presentarsi al lettore come un prodotto letterario curato nei minimi dettagli, di pregevole fattura, che si legge e sa farsi leggere.

Di grande effetto la chiusa dove l’amore dei protagonisti si innalza fino alla Divina Provvidenza che pare restituirlo irrorando la terra di pace.

Stefano Baldinu

San Pietro in Casale (BO), 16 settembre 2017

Esce “Ingólf Arnarson”, dramma epico in terra d’Islanda, opera di Emanuele Marcuccio

Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi. Un prologo e cinque atti”, opera poetica e teatrale di ambientazione islandese di Emanuele Marcuccio

«In fondo, questo ho voluto fare scrivendo il dramma: sognare e perdermi nella meraviglia di una storia d’amore e morte, di guerra e di pace, di luce e di tenebre, di sogno e di libertà. Una terra, in una dimensione parallela e contemporanea al periodo storico, assolutamente verosimili.»

Emanuele Marcuccio, dalla nota di Introduzione, p. 23.

Dramma_cover_front_900.jpgEsce il 28 agosto 2017, Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi. Un prologo e cinque atti, grande opera poetica e teatrale di ambientazione islandese del palermitano Emanuele Marcuccio per i tipi della marchigiana Le Mezzelane Casa Editrice. Il libro raccoglie un vasto lavoro iniziato nel maggio 1990, terminato nell’aprile 2016. Per un totale di 2380 versi con un lavoro di ben diciannove anni escludendo i sette anni complessivi di interruzione, l’autore ha cesellato il verso, sempre alla ricerca della migliore musicalità e fluidità nel ritmo, nella cadenza e alla lettura. Con versi liberi e mai casuali, versi di varia lunghezza, sorretti da una diversa metrica, costituita non dal numero delle sillabe o dalla rima, ma da assonanze, consonanze, figure di suono e dalle necessarie figure retoriche.

Il volume di 188 pagine riporta in copertina un particolare dell’opera “Oltre le apparenze” della pittrice Alberta Marchi e si apre con una nota di Introduzione a cura dell’autore, continua con una Prefazione a cura del critico letterario Lorenzo Spurio e termina con una Postfazione a cura del critico letterario Lucia Bonanni (“Una introduzione alla drammaturgia dell’Ingólf Arnarson”)[1]. Impreziosisce il tutto una Nota storica a cura di Marcello Meli (ordinario di Filologia germanica presso l’università di Padova) e una quarta di copertina a cura del critico letterario Francesca Luzzio.

[…] Il dramma di Marcuccio tratta con originalità e chiarezza di linguaggio molti topos dell’epica germanica: i riferimenti ai combattimenti, al cozzar di spade, all’importanza della fama e della gloria; l’impiego di prove per testare la valorosità dell’eroe; la credenza e l’invocazione del fato, spesso personificato, il tema del tesoro e il motivo del viaggio in terra straniera. Essendomi occupato di fatalismo germanico, devo riconoscere che nell’opera di Marcuccio il destino non è un semplice concetto, un’idea, ma viene caricato di un significato proprio facendo di esso quasi un personaggio. Fato, destino, sorte, fortuna sono concetti che derivano dall’antico inglese wyrd, spesso personificato dalle Norne, che si riferisce a una cultura precristiana, pagana. A tutto ciò Marcuccio aggiunge elementi che rimandano alla conversione dell’Islanda al cristianesimo: la presenza di un monastero e di monaci, l’influenza celtica, la presenza di croci che viene, quindi, a rappresentare una fase successiva di sviluppo politico-sociale-economico della vita dell’Islanda di epoca norrena. Tuttavia ciò che Marcuccio narra non è solo un racconto epico, è molto di più. È evidente, infatti, la potenza del lirismo, soprattutto in alcuni momenti, come nella scena d’amore tra Sigurdh e Halldóra e, allo stesso tempo, di una certa vicinanza alla cultura popolare con riscontrabili cadenze e dialettismi che rendono particolarmente significativo e vivo il testo, sottolineando quanto sia importante la componente orale nella trasmissione della cultura. (dalla prefazione di Lorenzo Spurio)

 

SCHEDA DEL LIBRO

TITOLO: Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi

SOTTOTITOLO: Un prologo e cinque atti

AUTORE: Emanuele Marcuccio

PREFAZIONE: Lorenzo Spurio

POSTFAZIONE: Lucia Bonanni

NOTA STORICA: Marcello Meli

NOTA DI QUARTA: Francesca Luzzio

OPERA IN COPERTINA: Alberta Marchi

EDITORE: Le Mezzelane

GENERE: Poesia/Teatro

PAGINE: 188

ISBN: 9788899964634

COSTO: € 10,90

 

Info:

Short-link vendita: https://goo.gl/vr5kwB

lemezzelane@gmail.com  – www.lemezzelane.altervista.org

3403405449

marcuccioemanuele90@gmail.com  – www.emanuele-marcuccio.com

 

L’AUTORE

Emanuele Marcuccio (Palermo, 1974) è autore di quattro sillogi: tre di poesia, Per una strada (2009); Anima di Poesia (2014); Visione (2016) e una di aforismi, Pensieri Minimi e Massime (2012). È curatore per le rubriche di Poesia e di Aforismi della rivista di letteratura, “Euterpe”. Ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti. È stato ed è membro di giuria in concorsi letterari nazionali e internazionali. È presente in L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990 – 2012) (2013). È ideatore e curatore del progetto poetico, “Dipthycha” di dittici a due voci, del quale sono editi tre volumi antologici (2013; 2015; 2016). Nel 2016 ha completato un dramma epico in versi liberi pubblicato con la marchigiana Le Mezzelane, di argomento storico-fantastico, ambientato in Islanda (IX sec. d.C.). Ha in lavorazione un quarto volume del progetto “Dipthycha”.

[1] Pubblicato come postfazione al dramma epico di Emanuele Marcuccio, costituisce il penultimo capitolo del saggio monografico inedito di Lucia Bonanni sullo stesso dramma, che sarà pubblicato prossimamente da Le Mezzelane.

“La Spogliazione” di Iuri Lombardi, prefazione di Lorenzo Spurio

Iuri Lombardi, La Spogliazione, Photocity Edizioni, 2014.

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio 

Un condom rotto: un punto di ripartenza

Nella letteratura postmoderna o addirittura post-post-moderna (esistono in effetti vari sistemi di organizzare la temporalità che segue la lunga “era” moderna), non è più accettabile e anzi è insultante proporre una scrittura classicista, che abbia in sé una riproposizione di strutture, forme e tematiche di cui ci si è già occupati, proposti e riproposti con scadente originalità e mancanza di una chiara finalità se non quella meramente utilitaristica della scrittura votata al pulcioso intrattenimento.

E’ una fortuna che esistano nel nostro oggi persone come Iuri Lombardi, un intellettuale complesso, fortemente poliedrico e di un’inesauribile cultura, che rifiutano di mettersi in-cathedra per insegnare ma che si pongono ai margini della realtà sociale, per interagire con essa e colloquiarci. Il sistema culturale di Iuri Lombardi, il suo bagaglio di conoscenze da cui attinge e costruisce richiami e parallelismi, è una cultura che non è tanto il risultato di una “accademiacizzazione” sui classici e gli intramontabili (che pure conosce egregiamente), ma è fatta a partire da autori che potremmo definire di serie C se non di serie Z. E si badi subito bene che questa definizione non risponde a un cliché meramente estetico-qualitativo, responso dei più, ma è una considerazione indotta, pure dolorosa, che va fatta come chiara critica nei confronti di marchi editoriali, più o meno noti, che non hanno dato spazio né continuano a darlo (né sembra che lo daranno in un futuro prossimo) ad autori che non furono di nicchia (questa è la spiegazione stupida che qualcuno tende a dare) né di bassa lega, ma che, per sconclusionate e schifose leggi di mercato, si sono visti tagliare le gambe. E’ grazie a Iuri Lombardi che ho potuto conoscere autori come Giorgio Saviane, Pier Vittorio Tondelli e riscoprire Dario Bellezza (solo per citarne alcuni). Tutto questo per dire che la letteratura che fa Iuri Lombardi è una letteratura militante (non inteso in senso politico), di battaglia, fondata sull’intertesto e necessariamente collocata nello spazio iper-urbano, s-personalizzante, alienante, rombate, dove gli uomini sembrano perdere la loro identità per diventare semplici frammenti di un grande automa pre-programmato.

idu32524-ido21269-ide21206-idv21136_copertinaanterioreLa letteratura di Iuri Lombardi è una continua analisi sull’esistenza, un mettere in crisi la Ragione, è spogliare il mondo del visibile per percepire l’invisibile, è una lotta con se stesso, è una apologia del camaleontico, è un flusso di coscienza ripudiata, è un coltello appuntito che fende la materia facendola sanguinare. Questa prerogativa è sicuramente avulsa da uno scrittore che non tratta di gialli, di morti misteriose, inquisizioni, ricatti e pedinamenti, ma semplicemente della vita che si maschera a commedia. Nelle narrazioni recenti di Iuri Lombardi, infatti, assistiamo a un mondo che sembra essere arrivato al capolinea, dove le normali leggi della normalità e della convenzione sono state messe alla berlina, dove gli atteggiamenti dei protagonisti sembrano essere enigmatici, paradossali, privi di concretezza nel reale.

E’ chiaro che in questo procedimento organizzativo che Iuri Lombardi fa, che la teatralità degli eventi e degli stessi personaggi sia lampante, addirittura non voluta, ma in grado di consegnarci personaggi che in realtà sono chiaramente degli attori. Parvenze che assurgono a un ruolo, marionette che vengono mosse perché così è stato stabilito dal regista di scena che lo stesso autore è. Ne abbiamo avuto abbondantemente prova con lo scanzonato e ultra-riflessivo Iuri dei Miracoli dell’omonima opera, chiaro riflesso dell’autore-attore che si cela non visto con un’attenzione smaniosa dietro il damasco delle tende del sipario.

Ritorna in questa nuova opera l’aspetto mimico-pratico, gestuale, quello della rappresentazione scenica e non è un caso, infatti, che l’autore abbia deciso di scrivere per la sua prima volta un “dramma in versi liberi”. Pur non essendo un drammaturgo, Iuri Lombardi si cimenta con un genere letterario, quello del dramma, che ha una sua amplissima tradizione e strutturazione e mostra con maestria di saper essere in grado di mantenere la presa nel lettore. Interessanti e direi assolutamente pertinenti anche i vari squarci lirici presenti qua e là nel corso dell’opera e che sottolineano ancora una volta la grande versatilità dell’autore nel sapersi destreggiare con forme diverse di scrittura.

Il Iuri Lombardi persona trasuda da ogni verso contenuto in questo dramma che in effetti può essere considerata come ulteriore attestazione pratica del suo modo di intendere la vita dell’uomo. La Spogliazione, assieme al racconto-manifesto Iuri dei Miracoli, rappresenta di certo l’anima pensante dell’autore su una serie di questioni di rilevante importanza. Ciò per cui si batte Iuri Lombardi è l’ascesa della novità, il bisogno di proporre modelli nuovi, mai sperimentati e da sperimentare per la prima volta, abbattere le categorie e tutti i sistemi pre-costituiti per organizzare il pensiero. E’ così che la normalità intesa in senso lato deve essere rifiutata e riscritta in nome di una nuova normalità che, contravvenendo alla normalità socialmente costituita, non potrà che essere considerata dai più come un’a-normalità, una distorsione, una perversione, una blasfemia.

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Iuri Lombardi, autore del libro

Il discorso che Iuri fa sagacemente con queste pagine che il lettore si appresta a leggere è proprio questo: dal rifiuto della letteratura della casalinga di Voghera, Lombardi si proietta verso il normale innalzamento della cosiddetta denigrata low literature. La scrittura di Lombardi, infatti, propone la rivalutazione attenta del già detto mediante la rivisitazione, la ri-narrazione adottando la sensibilità della postmodernità nella quale il fenomeno del re-writing rappresenta uno dei poco curati affluenti torrenziali che conducono poi al grande fiume.

La Spogliazione non è che una riscrittura del personaggio biblico di San Giovanni Battista che viene a trovarsi nella nostra attualità. Del Battista originario c’è poco (la sua comunione con le acque, il suo essere esponente di rispetto all’interno dei testi dei Padri della Chiesa, la sua aurea di religiosità) ed esso in effetti è un punto di partenza pretestuoso per Lombardi che sviluppa una storia singolare, drammatica, che fa riflettere o che addirittura può far inalberare qualcuno. Perché in questa attualizzazione del Battista, Lombardi non può far altro che adoperare un abbassamento del personaggio (o addirittura abbruttimento) che corrisponde direttamente a una progressiva perdita della sacralità per le sue malefatte: l’essersi reso responsabile (e non colpevole, si badi bene!) a un atto di sodomia, l’aver fornicato, l’aver adottato atteggiamenti e frequentazioni poco consoni a un esponente del Clero. Tutto questo fa del contemporaneo San Giovanni un eretico, un sodomita, un maledetto, un perverso, uno schifoso e un folle. Ma in effetti il nuovo Battista, costretto a battezzare nuove anime nelle putride acque dei Navigli è espressione secondo Iuri Lombardi di nuove esigenze, di nuove forme d’espressione, dell’abbattimento di ferrei limiti, di tabù retrogradi e pericolosi.

Sul palcoscenico predomina quindi la perversione, l’atto sessuale descritto spesso da Lombardi come “l’atto del darsi” (che contestualmente presuppone l’atto del ricevere in una logica di duplice scambio), la nefandezza del pensiero pusillanime che trova compimento nella realtà, il Verbo che si fa Carne. Le domande che il lettore potrebbe farsi al termine della lettura sono in effetti tante e di sicuro ci sarà chi considererà questo scritto blasfemo, addirittura indegno, preoccupante e indecoroso nei confronti di una religione che si fonda su insegnamenti morali, civili e sociali per mezzo di parabole e vicende della Sacra Bibbia. Si potrà vedere una certa pretestuosità nel trattare dunque la religione e nel sapere che il Battista è diventato un sodomita, poi un travestito, un evangelizzatore da due soldi costretto a riposarsi in un alberghetto dappoco e in ultima battuta, tormentato dal “crimine” delle sue malefatte, della sua condotta libertina –della quale però non si sente di pentirsi- costretto a fuggire e a riparare in uno sgabuzzino dietro il palco di un teatro.

E’ un San Giovanni che diventa Don Giovanni e che come quest’ultimo cerca, invano, un avvicinamento alla cosiddetta normalità mal-rappresentata da Don Luca della Cipria (la parola “cipria” richiama il trucco e quindi un mondo falso e di finzione). Non ci sarà nessuna espiazione, proprio perché il Battista new age ha operato nella SUA normalità, senza contravvenire alle leggi del suo cuore, ai suoi bisogni e alle sue volontà. A differenza del Don Giovanni, però, che tenta fino all’ultimo di ottenere un pentimento da parte di Dio, il Battista, che è dotato della sua sacralità, decide di fare i conti da solo, scegliendosi la sua stessa fine. Fine che immaginiamo sarà l’atto ultimo dei suoi tormenti, a meno che il nostro affabulato narratore non abbia già in mente un ritorno sulle scene di San Giovanni, o di suo figlio, data la rottura del condom con la donna che ha posseduto. Condom che, rompendosi, avrà di certo riversato il suo contenuto nel liquido mare-magnum della donna, proliferando il seme della follia che rinascerà come un’acqua sorgiva il cui flusso non conoscerà mai fine.

Dal materiale spermatico di San Giovanni Battista rinascerà la Vita e il ciclo delle Acque, così, si ravviverà nel tempo, pur nell’inganno e nell’incredulità dei più.

LORENZO SPURIO 

Jesi, 28-12-2013

L’esordio poetico di Michele Paoletti: “Come fosse giovedì”, a cura di Lorenzo Spurio

Come fosse giovedì

di Michele Paoletti

puntoacapo editrice, 2015

Recensione di Lorenzo Spurio 

comefossegiovediIl giovane toscano Michele Paoletti ha recentemente esordito nel mondo della poesia con la plaquette Come fosse giovedì edita per i tipi di Punto a Capo Editrice. Titolo enigmatico e curioso quello che Paoletti ha scelto per la sua opera prima con il quale, forse, intende proiettare il suo lavoro verso una dimensione cara al quotidiano fatta cioè di piccole cose, spesso ripetitive e anonime, addirittura stancanti od alienanti dove, però, non manca mai una sana osservazione sul mondo che lo circonda.

Il volumetto (si tratta di un libriccino, ma è bene che sia così per un’opera prima, trattandosi di poesia) si costruisce di liriche dall’impianto diversificato, più o meno lunghe, sebbene sia sempre una meticolosa tecnica sintetica a privilegiare nella costruzione del verso. Paoletti sembra spesso lapidario nel suo poetare, quasi freddo e disarmante in ciò che via via presenta al lettore, provvedendo a una disanima curiosa e singolare del mondo di fuori e di quello di dentro dove non di rado sembra possibile leggere una velata nota di tormento (“il mio ottuso male”, p. 5; “compie il percorso/ tra me e il rimorso”, p. 5; “Solitudine/ un freddo di ceramica sbeccata/ ramo conficcato controvento”, p. 37).

Siamo però ben distanti da quell’ “asciuttismo” riduttivistico che potrebbe far debordare la sua poetica in un anacronistico eccesso di sperimentalismo o addirittura nell’adozione di un canone più propriamente ermetico perché in fondo i costrutti, le correlazioni oggetto-predicato, le qualificazioni aggettivali e caratteriali rimangono sempre ben note e riducibili a un chiaro intento creativo del Nostro.

Come lucidamente osservato da Mauro Ferrari nell’apparato di postfazione ci troviamo dinanzi a una “teatralizzazione” dell’esperienza vissuta, osservazione, questa, che mi sento di sposare con viva partecipazione essendo Paoletti un uomo che ha il teatro nel sangue e che ne dà traccia visiva anche nel verso ora qua ora là con espressioni, termini ed elementi che sono sintomaticamente connotati per il loro legame con l’universo drammaturgico. Se Ferrari evita quella che potrebbe essere una semplice elencazione degli stessi a me pare, invece, che ciò sia estremamente significativo fare sia per dar supporto a quanto si dice, sia per rivelare quanto ogni ambito del mondo teatrale sia d’interesse del Nostro. Non solo quella che potremmo definire l’architettura teatrale o la dimensione palco (il “sipario”, p. 21), ma anche e soprattutto gli attori ossia coloro che animano un vissuto, che lo impersonificano: persone che nel momento in cui “recitano una parte” di punto smettono di essere ciò che sono lasciando in sospeso la propria identità. Si cita così il “copione”, la “scenografia”, “la scena” che addirittura è “scorticata” a suggellare l’essenzialità della forma. È uno spazio magico quello del palcoscenico dove non è solo l’inganno che spesso Paoletti cita, forse quale espressione di rappresentazioni burlesche, buffonesche (si parla di “fantocci”, p. 18 che fanno pensare al teatro delle maschere o a quello dell’assurdo) o addirittura parodie, ma anche il processo trasformativo delle genti, la componente metamorfica delle persone a personaggi a dominare. Non sono molto convinto nel sostenere che nell’opera vi siano elementi da vera e propria tragicommedia, il cui sentimento è poi il sale della nostra esistenza, piuttosto preferirei parlare di un clima spesso cupo più incline al dramma nel senso più ampio del termine nonostante in una lirica non si parli che di “commedia”, “applausi”, “cipria”, “cerone” (p. 14) etc. ad intendere una rappresentazione probabilmente divertente o percepita tale dal pubblico. Tra le righe va colta anche una chiara e spietata denuncia che Paoletti sente di dover fare a mezzo poetico: “Quanto teatro recitato male” (p. 24) ma essendo, poi, la vita un grande teatro fatto di momenti di gioia ed altri di dolore, di euforie motivate e di depressioni lancinanti allora c’è da domandarsi, e credo che sia contenuto qui il vero messaggio dell’opera, perché recitiamo male il nostro copione della vita, ossia perché spesso viviamo male cioè siamo portati a perpetuare il male in varie forme e a vari livelli. Se è giusto osservare che sia dello stesso autore  l’intento di veicolare un simile monito di considerazione e di riflessione sulla società, allora è bene che ne facciamo testamento di vita affinché quel teatro che è la vita sia sempre più improntato a una commedia dai toni lievi e ridanciani piuttosto che a un dramma d’insolvibile fuga.

Lorenzo Spurio

Jesi, 21-08-2015

Emanuele Marcuccio: cronistoria della sua poetica

La mia poetica

di EMANUELE MARCUCCIO

Scrivo poesie dal 1990 (per essere precisi, dal 1989 ho iniziato con dei primi esercizi di poesia, che non sono da pubblicare, né pubblicherò mai); nell’agosto 2000 ventidue poesie sono state pubblicate dalla milanese Editrice Nuovi Autori, nel volume antologico, Spiragli 47 e nel marzo 2009 è uscita la mia prima raccolta di poesie, che ho intitolato Per una strada.

Non scrivo in rima per scelta, per me questa blocca o vincola l’ispirazione poetica, su quasi centocinquanta poesie, ne ho scritto solo tre interamente in rima, in rima libera. In altre poesie, se la rima raramente è presente, è solo spontanea.

La rima libera non spontanea l’ho utilizzata soltanto in una poesia, per puro sperimentalismo stilistico.

Nella mia poetica ci sono tre punti fermi: la spontaneità, la musicalità e la scorrevolezza, la fluidità del verso.

Il mio ideale poetico si esprime nell’essere semplice e al tempo stesso profondo. Cerco anche la musicalità del verso, cosa oltremodo difficile, se non si scrive in rima.

Quando uso dei termini che possono apparire un po’ antiquati, degli arcaismi, lo faccio unicamente per la loro insita musicalità, non perché io voglia servirmi di un linguaggio anacronistico. Nelle mie poesie alcune volte ho usato delle parole tronche (delle apocopi) come “cuor”, “cor”, “duol”, “dolor”, altre volte non le ho usate; di conseguenza, ogni mio verso, ogni mia parola non sono messi a caso, ma seguono un fine musicale, sono messi lì, per una maggiore scorrevolezza nel ritmo. Ad esempio, nella poesia “Indifferenza” (da Per una strada) uso sia “duol”, sia “dolor” e, nella poesia “Là, dove il mare…”, il ritmo si alza e si abbassa, quasi ad imitare il flusso e riflusso delle onde del mare e quelle parole tronche (quelle apocopi) non le ho messe a caso, ma per mantenere quel ritmo e quel particolare suono.

Emanuele Marcuccio
Emanuele Marcuccio

Nel fare poesia seguo una struttura su due fasi fin dal 1990: la prima è quella che io chiamo “il primo fuoco dell’ispirazione”, che può giungere in qualsiasi momento con l’affiorare alla mente dei primi versi o di uno solo; quindi, appunto in brutta copia su di un qualsiasi foglio o pezzo di carta (pensate che il grande poeta Giuseppe Ungaretti appuntava le sue poesia anche in trincea utilizzando la carta che avvolgeva le cartucce) e, mentre scrivo, penso i successivi versi da mettere sulla carta. La seconda ed ultima fase si riferisce alla ricopiatura in bella copia, aggiungendo a volte, anche dei nuovi versi o parole. In seguito, durante la correzione di bozze e in previsione della pubblicazione, potrei operare dei piccoli cambiamenti variando la posizione delle parole, sostituendo qualche parola, la disposizione dei versi, a volte anche gli “a capo” perché, quello che cerco, oltre alla freschezza della spontaneità, che è la prima cosa, è la fluidità e la musicalità del verso, senza quasi mai usare la rima, servendomi di giochi fonetici delle consonanti e coloristici delle vocali giungendo in alcune poesie alla metrica spontanea (come ha notato un critico letterario, nella prima recensione su Per una strada e, successivamente, in maniera più ampia, nel saggio critico-antologico), senza mai stravolgere il senso e l’ispirazione primigenia della poesia. Metrica spontanea nel senso di lassa e non di strofa, che, non potrà mai essere spontanea.

Volendo essere più preciso, da ca. cinque anni, dopo aver appuntato la poesia su un foglio di carta, non la ricopio subito sul quaderno (un quaderno dalla copertina nera e che utilizzo fin dal dicembre 1999), ma lascio che passi anche una settimana o un mese mettendo il foglio in mezzo al “quaderno nero”, come se volessi farla “decantare”.

Diverso è stato il caso della mia unica poesia scritta in rima non spontanea, in cui dapprima è arrivato il “primo fuoco dell’ispirazione” con i primi due o tre versi, successivamente mi sono dedicato alla ricerca della rima, unita al tipo particolare di rima (forse la più difficile, quella incatenata e senza usare la metrica, quindi, rima assolutamente libera e non canonica), alla proprietà di linguaggio, quello dell’italiano antico (precisamente il volgare trecentesco di ascendenza stilnovista) con l’applicazione delle figure retoriche più adatte.

Come vedete, in questo caso ci sono state tre fasi, e mi meraviglio che mi siano bastati soltanto due giorni; l’ho scritta mentre mi preparavo agli esami di Maturità Classica e vocaboli danteschi frullavano impazziti nella mia testa, bisognava farli uscire, quasi per un bisogno fisiologico.

Uso le figure retoriche e cerco di usarle in maniera spontanea, ho usato anche lo zeugma, presente molto in Dante. La figura retorica che uso di più è l’enjambement, mi piace molto l’anafora e indulgo all’elisione, sempre per esigenze di fluidità del verso e musicalità.

Alcune curiosità: una poesia,“Per una strada”, dapprima l’ho scritta su uno scontrino della spesa, poiché, appunto, mi trovavo per strada, una poesia sulla propria ispirazione poetica. Da questa poesia ho tratto il titolo della prima raccolta, pubblicata il 26 marzo 2009 dalla ravennate SBC Edizioni e, citando dalla prefazione che ho dovuto scrivere io stesso (in caso contrario il mio libro non ne avrebbe avuto una), “Con questa mia, apparentemente semplice poesia, scritta dapprima su un semplice scontrino, poiché mi trovavo per strada e non avevo null’altro su cui scrivere, ho cercato di esprimere proprio il processo misterioso della mia ispirazione poetica.

E pensare che, all’inizio non l’ho compreso nemmeno io il suo significato profondo.

Quanto mi sembrarono quasi insignificanti quei versi, e invece, mi sono accorto, con mia grande sorpresa, che nascondevano il significato stesso della mia ispirazione furtiva e svelta, che passa e vola via e, se non l’afferro e la trattengo nel mio cuore con i miei versi, che metto sulla carta, passa e vola via, e non si sa più dove mai sia.

Nel 2006 ne ho scritto anche una in piedi sull’autobus affollato, che è l’ultima delle poesie pubblicate nel libro.

A partire dal 2013, abbandono completamente la punteggiatura, dopo due esempi isolati nel 2010 con le poesie, “Trascinarsi” e “Supersonica” (da Anima di Poesia, seconda silloge poetica del 2014). Attualmente la mia poesia è alla ricerca dell’essenzialità e dell’estrema sintesi, cadono, quindi, anche le complicazioni sintattiche, le pause diventano gli “a capo” e il doppio “a capo”, in questo vedo maggior respiro. Ed ecco che, dopo l’abbandono della punteggiatura, in cui trovo maggior respiro, vado ad abbandonare anche l’incipit con lettera maiuscola, a riprova di ulteriore sintesi ed essenzialità, come a sottintendere un verso e tutti i versi precedenti, quasi in un continuo richiamo tra explicit e incipit. Tuttavia, non credo ci sia rivoluzione ma solo evoluzione; rari prodromi di estrema sintesi (tranne l’abbandono della punteggiatura) sono rilevabili nella mia produzione precedente, soprattutto nella silloge Per una strada.

Da sinistra: Marzia Carocci, Emanuele Marcuccio e Lorenzo Spurio, alcuni dei membri di giuria della 2° edizione del Premio Nazionale di Poesia
Da sinistra: Marzia Carocci, Emanuele Marcuccio e Lorenzo Spurio, alcuni dei membri di giuria della 2° edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, in un momento della Premiazione svoltasi a Firenze. Foto di Deliri Progressivi – per gentile concessione di Annamaria Pecoraro

Il critico letterario Luciano Domenighini ha definito il mio attuale modus poetandi, con l’espressione di “ermetismo cosmico”. Così si è espresso il critico a riguardo: «“Ermetismo” perché il dettato è a un tempo sintetico e codificato, iniziatico, a tratti sibillino. Certe soluzioni originali e inedite del suo linguaggio poetico d’altra parte, vanno in questa direzione. “Cosmico” perché, rispetto alla sua poesia di una volta, si inoltra in una dimensione cosmica, spaziale, astrale, ultraterrena».

L’essenza della poesia è la sintesi, non intesa nel numero dei versi (anche una poesia lunga deve avere sintesi), nessun verso in più né uno in meno che pregiudichi il suo respiro; deve avere musicalità (non dettata unicamente dalla rima), respiro; se poi eliminiamo anche i luoghi comuni, le frasi fatte, c’è perfetta poesia. Alla base deve però esserci la spontaneità dell’ispirazione, in caso contrario, tutto si risolverebbe in un freddo artificio formale.

Secondo il critico letterario Luciano Domenighini, “Dolore” (la poesia più breve che io abbia mai scritto e che consta di soli due versi), rappresenta il vertice letterario di tutta la raccolta Per una strada, come ha ben evidenziato nel saggio critico-antologico sulla stessa silloge.

Un caso a parte è la scrittura del mio dramma in versi, ambientato in Islanda, dove, per seguire una trama, non ho potuto conformarmi alla spontaneità, alla facilità dell’immediatezza espressiva, come ho fatto di solito con le mie poesie; la spontaneità rimane però la prima idea, il primo fuoco dell’ispirazione che, negli anni ha subito vari ripensamenti e successive modifiche formali. La spontaneità rimane perché ho sempre atteso l’ispirazione per scriverlo, non mi sono mai seduto a tavolino e -adesso scrivo- sono passati più di vent’anni da quell’abbozzo in prosa del solo primo atto (1989) alla sua stesura definitiva (mi manca di terminare di scrivere il quinto ed ultimo atto e dare una revisione finale al terzo e quarto atto).

Proprio perché la poesia fa parte del mio essere, la prosa non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto, né un romanzo. Ho scelto quindi il teatro e un dramma in versi liberi per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta.

La poesia bisogna ascoltarla e non semplicemente leggerla, bisogna leggerla ad alta voce per sentirne tutta la musicalità e fluidità, soprattutto rispettando gli accapo. Così, capiremo se l’accapo andava messo proprio lì o, se quel segno di interpunzione è corretto in quella posizione, o se quel verso va bene o va modificato. La poesia è ribelle alle regole della prosa e della sintassi in genere, ribelle anche ai segni d’interpunzione, le pause della poesia non sono le pause della prosa. In poesia ogni singola parola deve essere considerata in relazione al ritmo e alla sonorità nel verso, ogni parola non è soltanto significato ma soprattutto significante, il suono, il segno grafico, l’emozione in cui ci trasporta la poesia.

Come scrivo ancora nella prefazione alla raccolta, Per una strada, La poesia non bisogna semplicemente leggerla, ma sentirla, ascoltarla; non nel senso di ascoltare una recita, ma leggerla con il cuore, interiorizzarla, farla propria, renderla partecipe delle proprie emozioni.

Le sue interpretazioni non si esauriscono in una sola, non sarebbe più poesia, ma della prosa travestita di versi con degli “a capo” dati a caso.

Non è necessaria la metrica e la rima per fare poesia, ma basta un certo accostamento di parole, di frasi e di suoni, aperti alle molteplici interpretazioni; bisogna anche che il poeta metta del suo, anche se in maniera trasfigurata. Il difficile è saper disporre il tutto in una maniera tale per far sì che, chi legga o ne ascolti una recita, senta la poesia.

Emanuele Marcuccio sulla balconata del Colle dell'Infinito a Recanati (MC) nel Maggio del 2014
Emanuele Marcuccio sulla balconata del Colle dell’Infinito a Recanati (MC) nel Maggio del 2014

La poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni; la poesia riesce a portare allo scoperto l’anima, come scrivo in una poesia, riesce a portare allo scoperto “l’obliato proprio sé fanciullo”. La poesia è anima che si fa parola, la poesia riesce a far conoscere se stessi, riesce ad interrogarci, riesce a farci riflettere, riesce ad emozionarci, riesce a rendere l’ordinario straordinario, fa sì che l’oggi non si perpetui nello ieri e, in qualche maniera, contribuisce a migliorarci, a renderci più sensibili nei confronti degli altri. La poesia, infatti, è piacere per gli occhi e per il cuore, qualcosa che ci meraviglia e ci colma d’interesse, che ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo nostro inquieto nocchiero che è il nostro cuore.

La poesia si nutre di sogni e il poeta non è solo un cultore di sogni ma, sogna, si emozione e si meraviglia lui stesso; spesso vorrebbe perdersi in quei sogni, ma deve ritornare alla realtà, alla dura realtà, che usa come filtro e come ancora per non annegare. La poesia si nutre anche di musicalità, di armonia tra le parole, senza necessariamente fare uso della metrica o della rima. Al massimo deve far uso di metrica qualitativa (cadenza, ritmo, etc.) non di metrica data dalla quantità delle sillabe. Come ho scritto sopra, la narrativa e la prosa in genere, preferisco leggerla e non scriverla ma, anche nella prosa possiamo trovare poesia. Anzi, la poesia, nella sua accezione più ampia, non è specificatamente legata ai versi ma all’arte in genere, quindi, anche alla musica, sia classica che leggera. La poesia è ciò che si avvicina di più alla musica. Cito un mio aforisma, il n. 36 dalla silloge, Pensieri minimi e massime del 2012: «Penso che la musica sia la forma di espressione umana più alta e superiore a tutte le arti, anche alla poesia. Grazie alla musica, nella sua grandezza e profondità, possiamo arrivare persino ad intuire l’universo». Ovviamente, mi riferisco alla musica, nella sua grandezza e profondità, non certo a musica da semplice intrattenimento; mi riferisco a musica con la “M” maiuscola. E, citando ancora dalla prefazione a Per una strada, “La poesia è la forma verbale più profonda che possa esistere, per esprimere i più reconditi sentimenti umani.

Se invece vogliamo parlare di espressione umana in senso generale, la musica per me supera tutte le arti, a patto che sia musica con la “M” maiuscola.

Ecco perché musicare una poesia è qualcosa che supera ogni immaginazione.

Quanta poesia possiamo ascoltare ad esempio in una canzone di Battisti o in un’Opera di Puccini, o in un notturno di Chopin! O quanta poesia possiamo ammirare ad esempio nella Gioconda di Leonardo o nella Pietà di Michelangelo!

La poesia non è mera imitazione della realtà, non è sua fredda riproposizione, come ad esempio l’uso dei vari termini e verbi indecorosi, espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro. La poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà e, quindi, nel senso di sua ri-creazione e trasfigurazione.

Non si potrà mai dare una definizione definitiva di poesia ma solo innumerevoli interpretazioni, lo stesso verbo “definire” vuole tracciare dei confini ma, la poesia non ha confini, il suo spirito vivrà sempre e la sua voce cavalcherà i millenni.

E Picasso, a proposito della pittura ha scritto: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto». Infatti, un poeta non è mai mero cronista di ciò che attentamente osserva, non è mai impersonale messaggero, bensì è interprete soggettivo, che ri-crea, trasforma, trasfigura sogni, storie, emozioni.

E, come scrivo in un altro aforisma, il n. 25, sempre da Pensieri minimi e massime: «Un poeta non deve mai lasciarsi condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la propria anima, senza alcun condizionamento.»

Quindi, nessuno può dirmi di scrivere un romanzo, perché così ci sarebbero più lettori ma, mancherebbe la cosa più importante: l’ispirazione.

Emanuele Marcuccio

Palermo, 2 agosto 2015

Iuri Lombardi, “La Spogliazione. Dramma dialogato in versi”, il commento di Paolo Ragni

Iuri Lombardi La Spogliazione Dramma dialogato in versi

Commento di PAOLO RAGNI

 

Tre soli personaggi a tenere il campo tutto il tempo: Giovanni Battista, don Luca, Il Nano.

Riusciranno a tenere la scena?

Sì, riusciranno, e ci sono riusciti, per quanto manchino quasi del tutto le notazioni scenografiche. Testo scritto per intero in forma poetica – dialogato, riesce però a stare in piedi in forma teatrale, nudissima e scabra quanto si vuole, ma all’altezza di tenere desta la Parola e l’Attenzione.

IDU32524.IDO21269.IDE21206.IDV21136#_CopertinaAnteriorePuò risultare inquietante una manomissione così robusta della figura del Battista, ma se la guardiamo più da vicino non è proprio così. Direi che Lombardi produce uno sforzo di attualizzazione esasperato della vicenda del Battista da renderla certamente originale, stravagante e, per la gran massa, inquietante, fuorviante e decisamente fuori posto. La storia di questo moderno Battista, di questo profeta e testimone scomodo è quanto mai inusuale: per amore, troppo amore, compie in pubblico atti omosessuali, vive una vita sbandata, raccoglie poche adepti borderline come lui. Il suo tentativo di confessione con l’incerto e stupefatto don Luca della Cipria (da notare la cipria intesa come mascheramento di fronte al denudamento della confessione) non arriva a una fine, che invece parrebbe (uso il condizionale) definirsi con la morte. Ma anche questa è un’apparenza, perché dopo l’ipotetica morte sfrangiata in un lago di sangue si presenta la voce fuori campo del Battista in un’ultima drammatica appassionatissima confessione, questa volta sì, più completa ed esauriente.

Ho detto prima la maiuscolo a Parola e Attenzione. Qui il dramma della vita, lo strappo dalla comunione umana, il tentativo disperato di un colloquio con Dio sono da misurarsi con estremo rispetto e sempre e senz’altro alla luce della lettura della Bibbia, specie del Nuovo Testamento. E così pure il dramma che si consuma, ma che non sembra arrivare alla tragedia, è da vedersi come scontro durissimo tra Parola e Silenzio: solo una grandissima Attenzione vissuta in Silenzio riesce a cogliere il senso di una testimonianza difficile, nuda e disarmata come quella del Battista.

Copia di DSC_0029La Spogliazione è senz’altro il titolo giusto per un’opera in bilico fra teatro e poesia, in un’opera in cui la confessione, la messa a nudo si riferisce, prima, agli aspetti esteriori della mostra vita, nelle sue relazioni interpersonali, nel suo tentativo di smascheramento delle convenzioni comuni, nel suo mettere in dubbio tutte le mancanze di amore di cui l’umanità è comunque colpevole, specie nel giudizio e nella condanna. E, dopo, la Spogliazione diventa messa nudo di noi stessi, in una visione in cui il Battista va alla fine a somigliare di più a un Cristo sulla croce nel suo eterno darsi, nella assoluta gratuità del proprio donarsi.

La pièce potrebbe apparire, proprio per l’esagerazione voluta del suo assunto, fin troppo scoperta. Infatti l’autore, per nulla intimorito dal coraggio certo inusuale di non volersi nascondere, affronta a piene mani il tema della confessione, intesa come proclama di vita, come tesi, come concezione generale del mondo vissuta personalmente e senza sconti, in una logica in cui niente è di intellettuale ma tutto nato vissuto consumato nel fuoco di una grandissima passione.

Viene da pensare ai grandi russi dell’Ottocento, al loro gusto per l’estremo, alle grandissime confessioni / conversioni di cui, ad esempio, è maestro Tolstoj. Viene da pensare al tragico Dostoevskij, al suo continuo dramma tra adesione e ribellione, alla identità morale estrema (rivoluzionaria o conservatrice poco importa, a Dostoevskij si deve pure fare sconto sulla coerenza).

Ecco perché l’attualizzazione della figura di San Giovanni Battista in fondo si presenta come una analisi non solo teologica sulla figura di chi vive al deserto e fuori dagli schemi, ma in maniera più ricca come di chi riesce, proprio per questo, a cogliere i segni essenziali della storia. Così le periferie squallide in cui il San Giovanni di Lombardi vive, i riferimenti ai drammi delle traversate dei profughi nel Mediterraneo, i drammi della siccità, la clandestinità sono punti essenziali della vita di oggi e dell’alterità del Battista davanti all’indifferenza in cui si addormenta buona parte dell’umanità odierna.

Il Battista non è certo un anestetizzato, ma una mente e un cuore vigile, furioso forse, appassionato al punto da pagare di persona forse anche quello che potrebbe risparmiarsi. Ma non si tratta di un banale cupio dissolvi, in quanto il dramma di amore che brucia il cuore e la carne del Battista è appunto un dramma di chi ama tantissimo la vita. Anche qui l’occhio strizza a Dostoevskij e al gusto del paradosso, che, in fondo, è tipico del Cristianesimo più radicale ed estremo.

A Lorenzo Spurio va il merito di avere saputo indagare, con la consueta finezza critica, molti punti che potrebbero rimanere altrimenti in penombra, e che lui sa interpretare sulla scorta di una conoscenza completa dell’opera di Lombardi. Mi permetto solo di aggiungere che probabilmente la Spogliazione è assai più rituale e coerente con i valori cristiani di quanto sembrerebbe arguire Lorenzo Spurio. La pièce reinterpreta il nocciolo profondo del cristianesimo, in maniera che solo apparentemente ed arbitrariamente può sembrare blasfema. In realtà, è solo il nostro modo tradizionale di vedere la spiritualità cristiana che ci può fare ritenere new age il Battista. E’, casomai, molto più vicino, invece, ai grandi rivoluzionari come san Francesco e a tutti coloro che sono stati ritenuti pazzi pur rimanendo scrupolosamente all’interno dell’ortodossia. Finire al rogo per eretico non significava esserlo, in quanto l’eresia poteva consistere esattamente nell’aderenza al messaggio di Gesù Cristo, mentre eretici erano proprio i tribunali civili ed ecclesiastici. Quanto sono stati considerati eretici dal comune perbenismo i vari padre Balducci, don Gallo e don Santoro? Mi limito a citare solo questi, in quanto, probabilmente, la risposta più aderente alla Spogliazione è solo l’invito alla lettura del Quinto Evangelio, di Mario Pomilo, vero e proprio esempio di controscrittura e controrilettura dello scontro tra regola e sincerità, tra lettera e fede, tra morte e vita.

PAOLO RAGNI

01-05-2014