“L’ “io introspettivo” di Eugenio Montale nell’indagine del Mistero”, saggio del prof. Domenico Pisana

Saggio del prof. Domenico Pisana

Non oserei parlare di mito nella mia poesia, ma c’è il desiderio di interrogare la vita”. Così si espresse Montale in un’intervista di Medeleine Graff-Santschi, pubblicata  nel 1965 sulla Gazette de Lusanne, che ci fornisce una linea di movimento della poetica montaliana nella sua fase iniziale.

Montale è alla ricerca di una definizione precisa e assoluta della vita, ricerca  che, sotto l’influsso delle sue letture filosofiche di impronta  contingestista, trova il suo approdo nel  dubbio, nello scetticismo e nel nichilismo. Egli ritiene che non sia possibile indicare una verità esistenziale come prospettiva verso la quale orientare il cammino della vita: non esistono mete né certezze universali. Il poeta elabora, allora, una sorta di “teologia negativa”, che trova la sua espressione più emblematica  nella lirica “Non chiederci la parola”, composta nel 1921, che costituisce quasi una norma normans da rispettare in tutte le circostanze della vita.

eugenio-montale

La struttura della lirica poggia su un “io introspettivo” tutto al negativo, come si evince dall’uso frequente della negazione “non” (“Non chiederci”….”Non domandarci..” “non siamo…” “non vogliamo..”). Il poeta dialoga con un interlocutore indeterminato, al quale mette davanti il percorso incerto, difficile, pieno di pericoli della vita; ricorre ad un registro stilistico e lessicale pienamente aderente alla sua visione desolata e negativa dell’esistenza. “L’animo informe”, il “polveroso prato”, lo “scalcinato muro”, la “storta sillaba e secca come un ramo” costituiscono la metafora di una condizione umana precaria, drammatica, amara ed incerta, messa in contrapposizione alla sicurezza di chi non avverte questa precarietà e questo grigiore della realtà. (“Ah l’uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico”).

Questo pessimismo non può essere letto, però, esclusivamente come  chiusura nel buio, perché  include, dentro l’io più profondo di Montale, anche il desiderio di infinito e di assoluto, l’apertura ad un Essere che non può farsi presente nei concetti e che non ha una collocazione nella storia; il Montale che interroga il mistero della vita, come già Leopardi, dimostra di tendere verso un Orizzonte nel quale possa essere contenuta la risposta alle tante domande che nascono nel cuore dell’uomo: “Chi può dire di vivere soddisfatto  – afferma il poeta ligure – nel mondo dei fenomeni, delle cose finite, senza farsi domande, chiedersi il perché? Paradossalmente la poesia di Montale è un canto mistico che si perde nel vuoto, un interrogare la vita per tentare di raggiungere quei risultati che il poeta cerca e che, però,  è pienamente consapevole di non potersi attendere dal mondo fenomenico. L’unica certezza della sua indagine sull’esistenza è che l’uomo deve finire: “Sappiamo che dobbiamo finire: questa certezza ci rimanda all’Essere, all’eternità”.  

L’eternità per Montale rappresenta la fine dell’inquietudine umana, la terrestrità costituisce il luogo della solitudine, dell’inganno, del malessere e della precarietà. È all’interno di questo interrogare la vita che la ratio montaliana aspira dunque a qualcosa che non riesce ad afferrare e spiegare; la sua è una  ratio che non decifra il Mistero, ma che  rivela il segno della sua Presenza in ogni esperienza umana:

Sotto l’azzurro fitto

del cielo qualche uccello di mare se ne va;

né sosta mai: perché tutte le immagini portano

scritto: ‘più in là”.

 Quel “più in là!” paradossalmente rivela l’Orizzonte verso cui tende il poetare montaliano; egli non lo vede ma lo percepisce, così come l’uomo ode il grido che c’è dentro le cose, anche se non sente la voce.  L’ “io noumenico” montaliano, pur muovendosi all’interno dei parametri propri della poetica italiana della modernità, che lanciava l’interpretazione della realtà come nichilismo, in fondo non risulta anti-religioso; anzi, si può ritenere che è connotato da una “passione religiosa”, cioè da una  espressa passione della ricerca e della eventuale affermazione di un senso alla vita, ossia di un Mistero che dia il senso delle cose, della realtà e dell’esistenza.

Quando Montale in alcuni suoi versi afferma – “Forse un mattino andando in un’aria di vetro/arida, rivolgendomi, vedrà compirsi il miracolo:/il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro/di me, con un terreno ubriaco” – , egli, in fondo, non fa altro che rappresentare l’effimero delle cose che oggi ci sono e domani non più, ribadire la vanità e la nullità di ciò che esiste. Questa sua esperienza rappresentativa della realtà è sostanzialmente identica a quella del mistico religioso cristiano, il quale mentre contempla il cielo e la terra, così grandi ed evidenti nel loro spazio, sa che domani non ci saranno più, per cui capisce che la realtà è tutta segno della parola di un Altro, cioè il Mistero che sta dietro. Questo indagare il Mistero che sta dietro alle cose, agli oggetti, alla vita stessa  fa di Montale un uomo religioso senza religione, ed è la premessa alla fede come campo immediato in cui la ragione cede all’ inconoscibilità e all’ inafferabilità della “Realtà Altra”.

Se nello scavo dell’io interiore di Montale,  l’elemento religioso e l’influsso della fede sono stati poco osservati, è per un errore di approccio critico; molti hanno cercato e cercano la religiosità di Montale attraverso le sue pagine, attraverso riferimenti espliciti ad una esperienza secondo la tradizione religiosa. In questa prospettiva è facilmente intuibile che il religioso in Montale è davvero argomento difficile e controverso, non solo perché poche volte la parola “Dio” compare nei suoi versi, ma anche perché il poeta ligure rigetta ogni collocazione confessionale e ideologica.

L’approccio che occorre tentare non è quello di proiettarsi verso  la “religiosità del testo”, ma quello di verificare se il testo letterario in sé , pur non collocandosi in un espresso orizzonte teologico, sacrale e religioso, contenga “dati-testimonianza” di una specifica rilevanza religiosa.

I due moduli tematici e stilistici utilizzati da Montale nelle prime raccolte di versi, Ossi di seppia e Le occasioni, vale a dire la poetica degli oggetti da un lato e il simbolismo ermetico-metafisico dall’altro, trovano nel terzo Montale, quella di Bufera e altro, un esplicito appoggio ai termini del linguaggio simbolico e religioso. Mentre negli Ossi di seppia  è presente una cauta e generica metafora del divino, racchiusa ora nell’ombra umana, la “disturbata Divinità” dei Limoni , ora nella presenza del mare, il “divino amico” di Esterina in Falsetto, ora nella voce paterna e immensa che “afferma una legge severa” di Mediterraneo, in Bufera e altro viene,  per la prima volta, pronunciata, la parola “Dio” e l’io interiore ed intropsettivo di Montale intraprende la direzione di un lessico tratteggiato da insistenti simboli e richiami religiosi.

Entrando nella tessitura della silloge, il linguaggio lirico montaliano dà spazio ad una presenza, ambigua e per certi versi contorta, che spiega il suo affaccio inquieto al Divino in modo più esplicito rispetto alla  prima esperienza poetica. Ecco alcuni testi:   

su noi come Giona sepolti

nel ventre della balena…..

………………………….

L’iddio taurino non era

Il nostro, ma il Dio che colora

di fuoco i gigli del fosso…….

(Da “Ballata scritta in clinica”)

 

L’uomo che predicava sul Crescente

mi chiese “Sai dov’è Dio?” Lo sapevo

e glielo dissi. Scosse il capo….

(Da “Vento di Mezzaluna”)

 

Dovrà posarsi lassù

il Cristo giustiziere

per dire la sua parola…

(Da “Sulla colonna più alta”)

Dicevano gli antichi che la poesia

è scala a Dio. Forse non è così

se mi leggi……

(Da “Siria”)

 

Intorno il mondo stringe; incandescente,

nella lava che porta in Galilea,

il tuo amore profano, attendi, l’ora

di scoprire quel velo, che t’ha un giorno

fidanzata al tuo Dio …

(Da “Incantesimo”)

 

Io non so, messaggera

che scendi, prediletta

del mio Dio(del tuo forse)….

…………………………….

Il dì dell’Ira che più volte il gallo

annunciò agli spergiuri…..

(Da “L’Orto”)

I versi citati offrono indicazioni circa la presenza di un “io religioso” nella poetica montaliana a diversi livelli. C’è, anzitutto, un primo livello nel quale si configura un tratto antinomico della presenza del divino: da un lato l’ “iddio taurino”, dal quale Montale prende le distanze(“non era il nostro”) perché simbolo della violenza e del trionfo,  e che la “razza idiota degli eletti” adora, dall’altra il “Dio che colora/di fuoco i gigli del fosso”, che simboleggia l’amore sacrificato, il dono incontaminato del sacrificio destinato a perdurare nel tempo e che  riecheggia il “Dio dei fiori” della lirica  thanatos athanatos di Quasimodo.

Il secondo livello supera la precedente antinomia per dare rilievo ad una “visione relazionale e comunionale” tipica del Dio della Bibbia. Il verso montaliano sembra assumere il linguaggio personalistico della fede (il “tuo Dio”, il “mio Dio”); gli aggettivi possessivi, peraltro, non solo riecheggiano il linguaggio di Dio verso Israele (“ Io sono il tuo Dio, colui che ti ha fatto uscire dall’Egitto” ) ma sembrano accorciare la distanza tra il poeta e Dio, non più percepito come realtà distante e nascosta o potenza arcana e trionfante, ma come presenza vicina e solidale all’esperienza umana. E, tuttavia, si tratta sempre un approccio titubante e timido, come si evince da quel “forse”( “del tuo forse”), che evidenzia l’ambivalenza della problematica religiosa nel poeta ligure.

In altri testi, ancora, l’accostamento al Divino si esprime ora sotto forma di domanda, ora con l’attestazione dell’attesa della parola del giudice supremo, il “Cristo giustiziere”, ora come riconoscimento dell’ontologia religiosa del verso” che, stando a quanto – scrive Montale –  “dicevano gli antichi”,  eleva verso Dio”.

Eugenio_Montale-1

In Bufera e altro l’io poetico montaliano non esclude dunque la possibilità della salvezza dell’uomo; Montale, che nella sua formazione ha visto l’accostamento a letture di ispirazione cristiana, quali i Padri apologeti, Sant’Agostino, Pascal, Dostoevskii, utilizza le categorie teologiche per inserire sul suo cammino poetico l’orizzonte sotereologico. E difatti, come  nella teologia cristiana la salvezza passa dalla donna, tant’è che l’incarnazione del Verbo si è realizzata grazie al “fiat” di una donna, Maria, divenuta corredentrice di Cristo, così vediamo che in Bufera e altro Montale riprende, sull’onda di influenze dantesche, di convergenze stilnovistiche e di echi petrarcheschi, il tema della donna-angelo, della donna salvifica.

La struttura sintattica delle liriche appare infatti dominata da quel “Tu” rivolto quasi sempre alla donna, sotto immagini e nomi diversi, la donna del  Giglio rosso, Iride, Clizia, Volpe; l’apparizione della presenza femminile ruota, al di là dell’ordine fisico e sentimentale, che pur sono compresi, all’interno di un’allegoria che ripropone temi della tradizione cristiana e figurale.    

Tillich diceva: “quello che determina il nostro essere o il nostro non essere, è il nostro interesse ultimo”. L’uomo, in altre parole, non rinuncia mai, se si cala dentro il suo io più profondo con una azione introspettiva vera e sincera, alla ricerca della conoscenza del senso ultimo delle cose e dell’esistenza; egli guarda ad un fine ultimo, che per molti è Dio, per altri un archetipo, un assoluto, una causa; in ogni caso, Dio, anche se negato, rimane l’ultimo interlocutore dell’uomo.

Se il primo Montale ha sostenuto che l’inganno e l’illusione costituiscono  i fondamenti su cui poggiano i falsi equilibri della vita quotidiana, se ha teorizzato la condanna dell’uomo ad una esistenza fortemente segnata dalla solitudine, e di tutto ciò ne ha manifestato il  rammarico, con  Bufera e altro egli  comincia a testimoniare, pur se indirettamente, l’ammissione del suo bisogno di superamento del “male di vivere”, bisogno, che proprio a partire dalla raccolta Bufera e altro, egli proietta in quel “Tu” raffigurato come emblema e portatore di salvezza. 

DOMENICO PISANA

L’autore del saggio ha acconsentito e autorizzato alla pubblicazione del testo su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. Si rappresenta, inoltre, che la diffusione del presente saggiosu altri spazi, in forma integrale o parziale, non è consentita senza il consenso scritto da parte dell’autore.

 

 

Alcuni testi di Liliana Manetti tratti da “Colore di donna”, la nuova silloge poetica

Segnalazione a cura di Lorenzo Spurio  

Liliana-foto

Liliana Manetti

Liliana Manetti (Roma, 1980) si è laureata in Filosofia all’Università “Tor Vergata” di Roma. Poetessa e scrittrice, ha pubblicato numerosi volumi. Per la poesia L’ultima romantica (2011), La mia arpa (2012), Il fiore di loto. Storia di una rinascita (2015) e Colore di donna. La forza di una nuova rinascita (2020) con acquerelli della quotata artista polacca Anna Novak[1]. Per la narrativa il romanzo fantasy Almond. Il fiore dei Mondi Paralleli (2013) scritto assieme a Selina Giomarelli e i romanzi Shabnam. La donna che venne da lontano (2016) e La nuova favola di Amore e Psiche (XXX).  Consulente radiofonico e responsabile colloqui nel format radiofonico in onda su Radio Roma Capitale 93 FM dal titolo “Live Social” e giornalista e opinionista in varie testate cartacee come l’inserto culturale di Gaetano Di Meglio “Il Dispari”, “PaeseRoma”, “Abitare a Roma” di Vincenzo Luciani, e nella rivista “La Sponda” di Benito Corradini. Collabora come volontaria nel salotto culturale Polmone Pulsante a Roma e organizza eventi. È Ambasciatrice della Regione Lazio dell’Associazione culturale Internazionale DILA di Bruno Mancini. Numerosi gli incontri con il pubblico tenuti nel corso degli ultimi anni in vari locali e contesti culturali della Capitale e non solo.

Il volume Colore di donna (Santelli, Cosenza, 2020) si apre con una esaustiva presentazione della stessa autrice che fornisce alcuni parametri di lettura importanti da poter tenere in considerazione durante la lettura del volume in relazione all’approccio personale e biografico dell’autrice. In essa viene detto: “Le liriche sono ispirate al mio mondo interiore, sono quasi tutte introspettive ma anche e soprattutto celebrative: ossia esaltano l’importanza della poesia e dell’ispirazione poetica che è in me anche e soprattutto “catarsi” (purificazione) dal dolore e dai drammi che sono presenti nell’esistenza… una capacità che assomiglia, grazie alla sua forza immensa, al rinascere della natura nel periodo primaverile. […] Le liriche (come anche i romanzi) sono ispirati a delle mie situazioni esistenziali complicate, dove la soglia del dolore psicologico è stata ed è purtroppo molto alta per la mia persona, dovuta a esperienze limite ma anche alla mia spiccata sensibilità”. Ed è la stessa autrice, sempre in questa nota iniziale, a chiarirci le componenti tematiche che contraddistinguono le varie parti del nuovo libro, accompagnandoci come “per mano” in questo percorso: “La silloge inizia con il capitolo “Tra sogno e realtà. Nel limbo”: sono i primi cenni di riapertura al mondo, i sogni che rimangono nella nostra esistenza, nonostante il fatto che la realtà è molto più dura di quello che ci eravamo da sempre aspettati che accadesse nella nostra vita. […] La seconda parte si intitola “Approdo all’altro”: apro tematiche molto profonde, come quelle sull’amicizia e sulla pace, che mi sono sempre state a cuore, e che hanno segnato tante mie riflessioni, queste pubblicate sono le più mature. […] La terza e quarta parte della silloge, “La rinascita”, […] riprende la voglia e la capacità di andare avanti… una rinascita che è interiore, ma che avviene in particolare nel periodo primaverile. La quinta parte è quella in cui mi autodefinisco “Emersa nell’altro”, come il fiore di loto che “emerge dal profondo e sboccia”, a cui si arriva quando, avvenuta la rinascita ci si può aprire all’amore. La sesta e ultima parte “Essenza di donna” […] rappresenta una raccolta di poesie tutte dedicate alla donna”.

 

A continuazione quattro testi poetici selezionati dal volume:

 

Approdo all’altro

 

Viaggiatrice dell’anima

 

Scintilla di rugiada

sulle tue guance

scivola delicata

sulle fessure gentili del tuo volto

dove io scruto

attenta

la tua

ANIMA…

*

 

Rivoglio le mie ali

 

Vita restituiscimi i miei sogni!

Quella vita sempre immaginata…

quella storia che mi sono sempre raccontata

ancora aleggia nei miei desideri!

Speranza lotta contro i momenti bui

del mio vagare…

La meta porta in vetta,

la voglia di non arrendersi mai

mi trascina in percorsi mai

esplorati

ma da sempre impressi

nella mappa geografica

della mia vita…!

Striature colorate

vedo in lontananza…

il filo rosso che conduce

ai miei obiettivi più profondi

emerge dalle difficoltà…

Non voglio perdermi…

rivoglio le mie ali!

 

*

 

Figlia della luna

 

Figlia della luna

sorella delle stelle

con i sogni per vestiti

e le ali per volare

per raggiungere

le vette più alte delle mie fantasie…

io?

Una creatura fragile,

fragile e felice.

Ma la vita non perdona

invidiosa del mio volo e del mio canto

mi ha strappato le vesti,

le ali.

Son caduta in picchiata

in questa fredda realtà…

ora, nuda

scrivo versi

con la nostalgia di quel mondo tutto mio

un mondo silenzioso

disegnato dai colori della mia anima.

*

 

A Frida Kahlo (come bozzolo…)

 

Come bozzolo

incustodito

mi sforzo di custodire

il mio dolore…

contengo le mie ferite più profonde

ma le mie nell’anima,

le tue nel corpo e nell’anima

scalfisco lì dove fa male

dipingo,

io con parole,

scolpisco

ma senza sublimare

mi osservo

mi accetto

rifletto luce

dal profondo dell’oscurità

vivo l’attimo che scorre…

assaporo, degusto

il cibo più prelibato…

come te:

comunque vivo!

519s97YTBjL._SX317_BO1,204,203,200_Rilevanti anche i sostanziosi contributi critici che arricchiscono il testo, ovvero la prefazione a firma di Domenico Mazzullo[2] e la postfazione stilata da Franco Di Carlo. Cito da entrambi i testi riportando in superficie considerazioni interessanti e degni di una maggiore diffusione. Mazzullo, che è un affermato medico psichiatra, annota: “Ho trovato, scoperto, riconosciuto [nei suoi versi] la conferma di una sensazione, un’intuizione che è sempre stata una mia ferma convinzione, tanto da farne una ragione di vita. La sofferenza […] non sempre è, come spesso ci appare, inutile, insulsa e fine a se stessa, ma a volte, e questo dipende solo da noi, essa si trasforma, si trasmuta, si nobilita in una esperienza personale e collettiva che ci insegna, che ci fa, o ci obbliga, a crescere, a farci più maturi, a capire e comprendere noi stessi e gli altri che ci circondano, a trasformarci da esseri spontaneamente e naturalmente egoisti, in Persone capaci di soffrire, ma anche di gioire assieme agli Altri, per i Loro dolori e le Loro gioie. […] Le poesie sono tutte belle e ognuna diversa dalle altre, permettendo ad ogni Lettore, di scegliere tra queste quella che è stata maggiormente capace di penetrare il Suo animo, di sconvolgerlo, di travolgerlo, di commuoverlo, di emozionarlo”.

 

 

NOTE:

Franco Di Carlo[3], noto poeta e scrittore, autore di vari volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), invece, nella nota di chiusura al volume riporta: “[La sua] è una poesia esistenziale e affettiva, fatta di incontri (voluti o sognati): con la poesia stessa e con l’arte, con la Natura (sempre Mater benigna), con l’Amicizia e soprattutto con l’Amore, principio di tutte le cose, “Principio Vivificante”, come ci ricorda Giacomo Leopardi. […] [Essa è connotata dal] suo lirismo passionale ma luminoso, [dal]la vena autobiografica, [da]l diarismo esistenziale, [dal]l’afflato simbiotico e archetipico con i Principi fondanti della Vita (naturale e umana). […] L’Amore [è] inteso in tutte le sue varie declinazioni: ansia, sogno, desiderio; tema-guida”.

[1] Nella sua introduzione l’autrice scrive: “La pittrice Anna Novak è famosa per i suoi dipinti, che hanno come soggetto donne dai colori pastello sorprese in alcuni momenti particolari tutti al femminile. Il lavoro di questa silloge quindi rappresenta un connubio tra le arti, la poesia che si fa pittura e la pittura che si fa poesia: una modalità di espressione che mi è cara da sempre”.

[2] Domenico Mazzullo è nato a Roma, ove vive ed esercita; si è laureato in Medicina a Roma e successivamente specializzato in psichiatria a Pisa. Nei primi anni di professione è stato medico condotto e medico di bordo. Ha lavorato presso l’ospedale psichiatrico di Volterra ed in varie strutture specialistiche psichiatriche. È stato consulente psichiatra e poi Direttore medico di un istituto specialistico di riabilitazione psichiatrica. Ha curato i capitoli inerenti la Psichiatria e la Psicofarmacologia nella stesura di testi di medicina interna. Collabora, in qualità di psichiatra, con rubriche di medicina su Internet. Esercita la libera professione come psichiatra clinico e psicoterapeuta. Ha partecipato all’edizione 2003-2004 della trasmissione Domenica In di RAI UNO condotta da Paolo Bonolis.

[3] Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, D. Maffìa, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), Le stanze della memoria (1987), Il dono (1989); fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002). Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013).

 

La riproduzione del presente testo, e dei brani poetici riportati (dietro consenso dell’autore), sia in forma di stralcio che integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dei relativi autori.

“Aculei spilli” di Raffaella Amoruso, recensione di Lorenzo Spurio

 Aculei spilli
di Raffaella Amoroso
The Writer, Milano, 2014
ISBN: 978-88-97341-60-4
Pagine: 117
Costo: 13 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

1c6c813bb9d5494160041c1c4ee2fb70_XLLa recente pubblicazione poetica di Raffaella Amoruso, Aculei spilli, pone il lettore cauto dinanzi a una primaria esigenza di sviscerare il significato, tanto quello esplicito ed oggettivo, quanto quello implicito e recondito del titolo. Chiaramente una simile volontà si sposerà molto meglio alla lettura completa dell’opera in modo da poterne trarre gli eventuali elementi che sostengano la tesi. Comincerò col dire che Raffaella Amoruso è un’artista a tutto tondo, nel senso che non è solo poetessa, ma anche scrittrice, recensionista, pittrice e fotografa; abbraccia, cioè, una vasta serie di diramazioni delle espressioni artistiche e la stessa copertina del volume non è che una sua riuscita “sovrapposizione” di pittura e fotografia. Questo per dire che Raffaella Amoruso ha un rapporto con l’arte molto saldo e al contempo esteso che le consente di arrivare a opere concettuali nelle quali ha adoperato un’impressionante strategia di sintesi che si esplicita con la resa unica finale.

Aculei spilli –per ritornare al titolo- sembra proporre un’immagine molto chiara e ben definita nella mente del lettore, quella che fa riferimento a qualcosa di pungente, acuminato, affilato e che, se toccato inavvertitamente, potrebbe provocare dolore o addirittura causare una ferita. Il titolo, che gioca su un’esplicita intenzione di voler iper-contestualizzare il tema di rimando, è estremamente diretto, vivido e concreto: gli aculei sono delle propaggini lunghe e acuminate di certi mammiferi di piccola taglia tra cui i ricci e gli istrici e gli spilli sono degli oggetti che hanno grossomodo le stesse caratteristiche: una struttura bastoncellare e rigida con all’estremità una porzione molto affinata e affilata che rende l’oggetto pericoloso o da impiegare con la giusta attenzione. Gli aculei, dunque, sono spilli animali, mentre gli spilli sono degli aculei oggettivizzati.

Inoltrandosi nella lettura del libro si scopre un mondo per lo più inedito anche a chi, come me, legge numerose sillogi poetiche a settimana poiché Raffaella Amoruso con uno stile sicuramente innovativo e riuscito, ci trasmette una serie di sue “vedute” su alcune realtà (di interesse privato o sociale) o piccoli episodi con un linguaggio che rifiuta espressamente orpelli affabulatori, la retorica e la costruzione barocca o per lo meno “romantica” dei testi. Al contrario, il contenuto linguistico impiegato dalla Nostra è molto ampio dal punto di vista lessicale e rimanda principalmente a un’attenzione meticolosa nei confronti delle aggettivazioni (correlazioni soggetto-aggettivo) che ne denotano con una particolarità –a tratti addirittura spasmodica- l’intera poetica. Le poesie si offrono al lettore come lamine di un qualche materiale che si sfalda perché sottoposto a un peso eccessivo, sono tutte per lo più brevi e costituite da un’unica strofa; in linea con l’entusiasmo nei confronti del mondo aggettivale, risulta impoverita la componente verbale proprio perché queste liriche forniscono delle immagini (che vanno denotate, qualificate) e che non necessitano, invece, di una narrazione step-by-step.

Raffaella Amoruso non descrive né narra (per questo credo che si avvalga del racconto) e la sua poesia fornisce immagini molto chiare, che si stendono sulla tela in modo molto pratico, immagini che portano con loro un universo concettuale (a volte anche esistenziale) definito, tanto da apparire come impressionanti prove artistiche dall’incommensurabile talento pittorico. A livello semantico si osserva una ricorrenza a tematiche e immagini che si avvicinano al mondo dello splatter, se non del macabro, con riferimenti ricorrenti ad uccisioni, sangue e quant’altro.

Le tematiche che qua e là affiorano sono molteplici e generalmente non completamente unite tra loro, a ulteriore testimonianza di come il momento di ispirazione e il conseguente atto creativo siano frutto di un istante, di una suggestione, di un’associazione di idee, di un profumo o di un colore, elementi che la Nostra è in grado di cogliere in maniera molto attenta per poi giungere ad ampliarne i significati. Si accenna alla libertà, all’importanza di saper(si) riconoscere la propria femminilità, ma anche di sentimenti meno edenici e più aggressivi come quando si fa riferimento a una situazione di acredine (Sfogherò l’odio/ Giurando vendetta., 23) o si contrappone la violenza delle fauci alla spensieratezza del cuore nella lirica che viene introdotta da un verso lapidario e concretamente vero: “Non c’è saggezza/ Dove il dolore è padrone”, 25).

Sfogliando le varie pagine, la Nostra ci dona micro-cosmi diversi dove domina a volte la sincerità e la necessità di confessarsi, altre volte la rabbia, altre ancora la spregevole situazione del mondo. Quest’ultime non assurgono alla forza vera e propria delle poesie civili anche se ne condividono il punto di partenza: una riflessione amara sui tempi che corrono e la necessità della poesia di occuparsi anche di ciò che accade fuori dal nostro cervello e dal nostro cuore. Nelle categorie logiche che descrivono questa attualità del presente si sottolineano i punti di sutura di quel mondo dove domina l’ipocrisia o la falsa convinzione nelle idee assieme a un “menefreghismo opprimente” (27).

La consapevolezza di vivere in un mondo che non va esattamente come ci si augurerebbe (la Nostra non fa riferimenti diretti alla politica, né alla società né a particolari realtà nello specifico) è chiarificata dalla Nostra da quella sciaguratezza e insieme pazzia dell’essere umano, metaforizzata ancor meglio in quegli “aculei spilli” del titolo, sintomo di un male minuto, non visto, ma che produce lentamente un senso di tormento e di dissanguamento, inteso come perdita delle energie e della lucidità.

Molti termini impiegati dalla Nostra richiamano un mondo di dolore e di angoscia (bestia, satanico, perversità, putredine, sangue, pozza di sangue, tenebre, disordine, l’acqua torbida, spirito del male, …)  che si fondono a una vena poetica che nutre un certo gusto per il truculento e per la vivisezione delle vicissitudini. Ecco perché anche una stagione florida e piacevole come la primavera viene avvilita e stuprata da un linguaggio duro per intuire una partizione della stagione in “uno squarcio di primavera” (61) quasi che quello squarcio fosse una ferita aperta dalla quale sgorga sangue o, per ritornare al mondo della pittura materica, un taglio concettuale alla Fontana. Se è vero che non è possibile individuare un filo rosso alle varie poesie, di rosso c’è senz’altro molto: le varie gradazioni del colore che vediamo in copertina e il tanto sangue che scorre tra i versi, in un certo senso legittimato da una lirica di vendetta: “Sangue si paga con sangue” (71).

Il contemporaneo conduce una vita che tra rituali (che sono degli automatismi) e lo svilimento del lavoro (la durezza del lavoro per chi ce l’ha, la nera disperazione per chi non lo trova) che ne minano lo stato di salute rendendolo con un’ “anima alienata” (53), priva di un reale progetto, di una destinazione, di una finalità perché soggiogato da tempi beffardi dove l’ipocrisia sembra ammorbare ogni ambito (“[l’]irreale imbroglio”, 53). Ma non tutto è perduto; anche se la speranza sembra in un certo senso bandita dalle liriche qui contenute, da quel carico di truculento che descrive la parabola del sangue è anche vero che la poetessa non si rinchiude in un pessimismo che degraderebbe l’anima, rimanendo, invece, una profeta dei tempi presenti e una conoscitrice dell’animo umano dove anche nelle più gravi situazioni sociali  gli “inganni [possano] svela[rsi]” (93) per affidare al cittadino ligio al bene e solidale, una più approfondita comprensione del mondo e dei suoi meccanismi.

 

 Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.09.2014

Lorenzo Spurio su “Doppio cieco” della barese Chiara Abbatantuono

Doppio cieco
di Chiara Abbatantuono
Europa Edizioni, 2013
ISBN: 9788897956853
Pagine: 142
Costo: 13,90 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 

Il linguaggio è solo una convinzione arida e bastarda (91)

 

Se non ci si ritaglia del tempo per comportarsi da folli, si finisce sempre col diventarlo davvero. (136)

 

Questo di Chiara Abbatantuono è un libro che va letto almeno due o tre volte prima di poter pensare di averlo capito, perché nei tanti temi che affronta, nelle forme di disagio, nelle profondità della coscienza, è un libro che interroga il lettore, lo punzecchia, lo infastidisce (nel senso proprio del termine, senza accezione di sorta), affinché maturi in lui una sorta di risposta, positiva o negativa che sia, un riscontro vagliato da un’attenta critica nei confronti di sé e del mondo[1] –di cui questo libro non è pieno, ma è traboccante- o una forma di protezione da quel mondo dove le mancanze, le storture, i difetti, le infelicità sembrano dominare:

 

La realtà è questa, quella delle battaglie private e delle guerre mondiali, degli stupri, delle puttane e degli omicidi. Il mondo giusto esiste solo nelle storie di fantasia e, probabilmente, sotto le lenzuola. (97).

 

downloadNon ci si sbaglierebbe, dunque, di molto nell’affermare che Doppio cieco è una sorta di post-modernizzazione del romanzo del flusso di coscienza, dove la protagonista (che non darà nessuna festa nella sua casa) è una sorta di Mrs. Dalloway[2] dei poveri, una donna che vive la sua quotidianità fatta di accadimenti insensati ed inezie, di pesi da sopportare che gravano su un animo tormentato, addirittura dissociato e in certi punti ossessivo. Chiara Abbatantuono si inserisce con questo suo libro in una fase letteraria nuova che fa dell’analisi della coscienza (non il culto di essa, ma piuttosto l’auto-critica per mezzo anche del paradosso) la chiave di volta nella rappresentazione di esistenze che possono sembrare marginali o attribuibili a persone strambe, fuori dalla pesante “normalità” della quale ci riempiamo la bocca senza sapere in che cosa, concretamente, consista. Perché poi, siamo noi, figli del secolo che tanto ha dato all’uomo in termini di scoperte, miglioramenti scientifici, tecnologici e di altra natura, ma anche custode del disinganno di una società debole, fondata sull’ego, sul denaro e sui rapporti dove meschina domina l’ipocrisia.

Con un linguaggio attento e meticoloso nei confronti di ciascun ambito della narrazione e con una mai pedissequa precisione nei confronti delle indicazioni che concernono la terminologia medico-farmaceutica[3], Chiara Abbatantuono descrive la realtà da dentro, come se in fondo sia lei stessa la protagonista delle due storie. La scrittrice, infatti, non sembra far difficoltà nello stendere sulla carta una trama ricca di curiosità, incongruenze che poi si risolvono, colpi di scena (non si immagini niente di romantico) e situazioni che rasentano il surreale. Tutto, però, è reso perfettamente all’interno di una cornice romanzata dalla forma impeccabile che invita il lettore, pagina dopo pagina, a fagocitare il libro con un’insaziabilità che non aveva mai provato prima.

Esistenze frustrate, dissociate, problematiche, piene di manie e tendenti alla paranoia sono i personaggi di questo libro, di un mondo alienato e represso dove la psiche viene tradita e si ricorre talvolta alla medicina, senza molto successo, tal altra ad atteggiamenti personali, privati, anche strambi che vanno a determinare i personaggi per condotte e comportamenti sui generis. Con abilità Chiara Abbatantuono descrive la vita di chi “[non ha] nessuna novità [e vede] intorno [a lui che tutto è] perfettamente ordinato. Tutto, ad eccezione dei [suoi] pensieri”. (65). Ma i personaggi, che vengono più e più volte equiparati a degli psicopatici, hanno sempre i loro momenti di lucidità: Ester tenta il suicidio, sì, ma ingerendo un flaconcino intero di mentine, fatto che denuncia un’intenzione egocentrica di indubbia rilevanza; Chris, tra i tanti pensieri e azioni bislacche che lo contraddistinguono, a volte è anche in grado di fermarsi, come se venisse messo in Pause, e di osservare lo scorrere degli eventi da fuori, senza la sua implicazione: “proprio allora mi resi conto di aver perso davvero il senso della misura” (82), una sorta di “voce” interna che lo fa ragionare e, come uno sprizzo di sana consapevolezza, gli fa vedere le cose per quello che realmente sono, senza esser influenzate dalle sue manie, deformazioni e parossismi.

L’apatia e il senso di noia che sembrerebbe caratterizzare Imma per lo meno nella prima parte del racconto, lascia poi il posto a una consapevolezza diversa (non saprei dire se maggiore o no) che la porterà a prendere delle decisioni importanti: licenziarsi e ingaggiare un rapporto con un ragazzo, tra la probabile insicurezza di lui e la celata voglia di lei. Si parla anche di alcolismo e si accenna a disturbi psichiatrici descritti dal DSM, che pure viene citato da Chiara Abbatantuono, a confermare ancora una volta il suo profondo interesse e padronanza di tematiche che navigano tra la psicoterapia e la psichiatria. La scrittrice pone attenzione anche nei confronti della possibile eziologia di comportamenti e traumi e la loro genesi azzardando a volte considerazioni che hanno riferimento diretto in traumi maturati a causa della famiglia (“Non sorprende che le mie relazioni in famiglia fossero sempre state morbose, frustranti, viziose e viziate”, 68). Continui e pertinenti i richiami al desiderio di togliersi la vita, idee che maturano nella mente di Imma, ma che non vengono mai prese troppo in considerazione (“Sarei tornata volentieri a casa solo per farla finita. E’ buffo pensare a quante volte ci abbia seriamente pensato in quell’atmosfera squallida quanto funerea”, 112) e il tema del suicidio ritorna nella figura di due persone che vengono citate: Seneca e Kurt Cobain che, con intenzioni e in tempi diversi, decisero di ammazzarsi.

Chris, nella seconda storia, ha 42 anni ma sembra essere molto più giovane della sua età, sia fisicamente (ed è questo il commento che fanno gli altri su di lui), sia per il suo animo inquieto che ci fa pensare a un ragazzo scontento della vita. E’ continuamente perplesso sulla sua esistenza, insoddisfatto dell’inefficacia di una terapia comportamentale prescritta dal suo analista in sedute collettive e private. Quando il medico gli diminuisce la quantità di psicofarmaci in vista di una riduzione progressiva nel tempo fino a farglieli sospendere, il personaggio si sente ulteriormente dislocato da sé e prova paura:

 

Spesso guardo fuori dal finestrino della metro e penso che la mia condotta sia arrivata al capolinea. Poi rivolgo l’attenzione ai passeggeri. So che loro vivono immersi nei loro problemi, eppure stanno meglio di me. (60)

 

Anche gli spazi che la Nostra tratteggia sembrano avere i connotati del degrado e trasmettere una dimensione psicotica, ai limiti della realtà, quasi sospesa, come fossero delle città all’interno della città che hanno vita propria, un può fuori dalla convenzionalità, dove la vita sembra scorrere in maniera diversa: non stupirà, dunque, sapere che la camera di Imma in realtà non è che un attico claustrofobico e che la città viene da lei vista come “alienante e oscenamente bucolica” (67) in un mix speziato di contraddizione che nutre la nostra fantasia e contorna la narrazione in una cornice che è quella del nostro hic et nuc, ma che può anche non esserlo.

Ad ispessire il contenuto psicologico del libro è il significato stesso del titolo, apparentemente enigmatico e che, invece, ha molto di filosofico.[4] Filosofia che si ritrova in varie citazioni in esergo come quella del celebre esistenzialista Kierkegaard che, saggiamente e al contempo lapalissianamente, recita: “Alle volte da cause enormi e poderose viene un effetto minuscolo e senza importanza, alle volte addirittura nulla; alle volte una piccola causa produce un effetto colossale” (27) che racchiude un po’, se vogliamo, la filosofia o forse si dovrebbe dire per essere più precisi l’ontologia, dell’intero libro. Il principio di causa-effetto e di consequenzialità da sempre studiato dalla filosofia viene qui reso da Abbatantuono nella quotidianità degli accadimenti dove mai si parla di casualità o sorte (secondo una interpretazione fatalista) né di ricompensa, condanna o provvidenza (com’è nel pensiero cristiano). Ogni evento (pur piccolo), produce una conseguenza (pur insignificante o invisibile) dalla quale, però, può scaturire un effetto devastante, spropositato o impensabile.

Un romanzo[5] sull’oggi, ma anche su un tempo che cambia come ogni epoca. Se ci si soffermasse sullo studio del tempo della storia di questo libro, però, dovremmo osservare che le temporalità che Chiara Abbatantuono descrive sono due, diverse tra loro: il 1993 (nella prima storia ambientata Treviso) e il 2002 (nella seconda storia ambientata a Roma). Due date che, pur non troppo lontane tra loro, la scrittrice tiene molto a riportare in ogni capitolo del libro dove i due racconti sono sezionati in porzioni che si incastrano alternativamente tra loro.

Ma il libro si può leggere anche in un altro modo: prima ci si dedica alla lettura dei vari capitoli della prima storia e, solamente una volta completato il primo racconto, si passa all’altro. Ed è questo il modo in cui ho letto il libro per la terza volta, riuscendo a capire cose che, invece, nelle altre letture, a intervalli, mi erano sfuggiti. Ma un libro, si sa, è un amico e questi può essere un fedele compagno oppure un semplice conoscente, sicché sta a noi decidere quale tipo di rapporto instaurare con esso, come conoscerlo, come padroneggiarlo. Devo confessare che io mi sono letteralmente e letterariamente innamorato di questo libro, perché in fondo, oltre a configurarsi come un tipo di lettura di quelle che a me piacciono, ha una serie di peculiarità che lo rendono intrigante, a tratti incomprensibile e che richiedono una seria compartecipazione da parte dell’autore.

Un libro da leggere e da rifletterci su, da domandarsi, ma anche un libro di studio e di ricerca perché mi ha fornito molti elementi legati al disagio da investigare e approfondire.

L’ho letto e riletto per tre volte. L’ho fatto mio.

Non so neppure se questa possa definirsi una recensione, ma so benissimo che io e Doppio cieco siamo diventati grandi amici.

 

LORENZO SPURIO

 

Jesi, 22-01-2014

 


[1] Il riferimento al mondo del lavoro è continuo nel corso della narrazione. Si legga ad esempio questo estratto: “In una realtà in cui tutti si ergono a maestri di vita e speculatori senza poi riuscire nemmeno a guardarsi allo specchio, c’è qualcosa che non va” (84).

[2] Citare Mrs. Dalloway non mi sembra inappropriato dato che il suo nome viene fatto dalla stessa autrice nel racconto di Imma quando, stanca di Dan, il suo pseudo-ragazzo che la vorrebbe diversa e secondo lei più bella, cita il personaggio woolfiano come espressione della donna borghese educata, piacevole, seria e pragmatica.

[3] Non a caso è la prima volta che in un libro trovo una citazione di Paracelso che, insieme a Galeno, viene considerato uno dei padri della medicina naturale.

[4] Esso è indicato in apertura al libro e la descrizione della definizione Doppio cieco è tratta direttamente da Wikipedia. In essa leggiamo: “Un esperimento in cieco o doppio cieco è in termini figurativi un modo per definire un esperimento scientifico dove viene impedito ad alcune persone coinvolte di conoscere informazioni che potrebbero portare a pregiudizi consci o inconsci, così da invalidarne i risultati”.

[5] Le due storie proposte nel libro, seppur indipendenti, finiscono per proiettarsi l’una nell’altra tanto che è possibile per il lettore considerarle come una materia narrativa unica giocata su due plot differenti, intrecciati tra loro, amalgamati e costruiti volutamente con una chiara intenzione di rimando e riflessione tra le due storie. In questo senso il libro può essere concepito come un romanzo.

“Il grande bluff” di Iuri Lombardi, recensione di Lorenzo Spurio

Il grande bluff
di Iuri Lombardi
Lettere Animate Editore, Martina Franca (TA), 2013
Pagine: 121
ISBN: 9-788897-801887
Costo: 10€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

untitledConosco Iuri Lombardi da almeno un paio di anni e con lui ho dato vita ad una serie di eventi letterari quali presentazioni di libri a Firenze e ci collaboro anche per mezzo della rivista di letteratura “Euterpe” che dirigo, dove Iuri partecipa sempre con entusiasmo e serietà. Conosco anche tutta la sua produzione più recente, a partire da “La sensualità dell’erba” (Biondi Editore, 2009) passando per “Iuri dei Miracoli” (Photocity Edizioni, 2013 per il quali scrissi la prefazione e curai l’edizione) e “La camicia di Sardanapalo” che è una raccolta di racconti a tutt’ora inedita per la quale ho curato la prefazione e che uscirà nel 2014. Ma dopo “Iuri dei Miracoli”, è uscito un suo nuovo libro di racconti dal titolo “Il grande bluff” (Lettere Animate, 2013) che ho appena terminato di leggere e del quale intendo parlare qui in questa recensione.

Va subito detto che Iuri è portavoce di una nuova letteratura e dal punto di vista contenutistico e dal punto di vista formale e che si configura secondo la mia interpretazione come uno degli autori del nostro panorama culturale più vicini e incalzanti nei confronti dei sistemi di avanguardia letteraria (da non intendere secondo un profilo di critica testuale), perché i racconti di Iuri, pur predisponendo come base una buon bagaglio di elementi biografici, ossia legati al suo reale vissuto, mostrano subito l’elaborazione attenta, la mistificazione e la destrutturazione dei canoni tipici del racconto inteso come genere in sé chiuso e definito. I racconti di Iuri mancano di una conclusività che li rendono di fatto singoli e separati dal tutto (non si travisi quanto si sta dicendo, ogni storia è in sé chiusa), ma ad ogni modo le tematiche che il Nostro propone si intrecciano e si legano in maniera convulsa e inscindibile tanto da creare dei pezzi che hanno un loro significato anche e soprattutto perché relazionati alla silloge. La parte fa il tutto ed ogni parte è necessaria per la costruzione del tutto.

Anche in questa raccolta restano cari all’autore gli episodi di una vita vissuta di notte o di nascosto, tra relazioni amorose svelte, forse deviate e poco razionali, dove è sempre il sesso –quale dio assoluto- a primeggiare nelle sue varie vesti: i rapporti sessuali sono spesso veloci, a volte insoddisfacenti e si realizzano nel momento meno opportuno, ma sono allo stesso tempo dei momenti cruciali, quasi epifanici, per lo svolgimento stesso della storia. Si prenda in considerazione ad esempio il secondo racconto della raccolta dedicato a una pornostar arrivata ai cinquanta anni soffre un momento di debolezza, tanto che finirà per assumere una decisione spietata i cui effetti verranno presentati al lettore con gratuità e un pizzico di cinismo.

Le storie di Iuri sono molto teatrali e, soprattutto, caricaturali e non è un caso che lo stesso autore utilizzi un linguaggio “da scena” come quando parla di ‘atto’, ‘pagliaccio’, ‘palcoscenico’, ‘dramatis personae’ e tanto altro. La vita, nei sui eccessi e nelle sue irrazionalità, è manifestazione di casi umani che Iuri tratteggia con abilità e consapevolezza quali comparse in una tragedia, piuttosto che ombre di una commedia melensa. La teatralizzazione del mondo fatta da Iuri è sempre di carattere per lo più tragico, nefasto: sembra non esserci spazio alla speranza, all’espiazione, alla concessione e tutto precipita spesso nel baratro: morti improvvise, suicidi con barbiturici, tendenze assassine e quanto altro.

E sono prevalentemente tre le anime del “far letteratura” di Iuri che possono essere così esplicitate: 1) la drammaticità/teatralità –si legga a proposito quanto si è testé detto; 2) la religiosità (si badi bene che Iuri utilizza spesso un linguaggio preso in prestito alla religione cattolica e di questo ne è esempio chiarificatore il romanzo-manifesto “Iuri dei miracoli”, ma Iuri protagonista-autore è un uomo non solo laico, ma anche piuttosto irriverente nei confronti di sistemi di pensiero rigidi e dal progetto divino volto alla salvazione, come pure il cristianesimo è. Della religione Iuri si appropria del linguaggio, degli stilemi, per riscriverli e ri-adattarli nella sua narrativa in cui la religione è spogliata di ogni significazione; si noti che le uniche forme di religioni nella prosa lombardiana sono l’edonismo, il dongiovannismo e il ribellismo); 3) la sessualità: il sesso rappresenta il motore dei racconti di Iuri e non potrebbe essere diversamente: l’uomo costruisce i rapporti umani e sociali in base al suo modo di rapportarsi sessualmente con gli altri descrivendo, così, fenomeni di dominio/servilismo, di agonismo e contrasto, di indifferenza e spregiudicatezza. L’unione del maschile e del femminile (ma spesso del maschile col maschile) è visto da Iuri come fondamento dell’esistere anche quando esso non sia volto alla procreazione.

Si ravvisa in questa nuova raccolta anche una più precisa attenzione nei confronti delle realtà paesaggistiche e toponomastiche dei luoghi abitati dai protagonisti (quasi sempre Firenze, con qualche incursione nello spezino e nel casertano) spesso legata anche a una più seria apprensione nei confronti di fatti della cronaca quale ad esempio il pericolo di un disastro ambientale che si teme nel racconto di una nave portatrice di container di carburanti che si è inabissata non lontano dal porto. Nella nuova raccolta di racconti di Iuri dal titolo “La camicia di Sardanapalo” che uscirà probabilmente nel 2014 questo percorso nelle pieghe del sociale, dell’attenzione del free-lance o semplicemente dell’occhio attento dell’uomo sconfortato dall’oggi nei confronti delle sue stesse azioni, con un intenzione leggermente polemica, è ulteriormente sviluppato.

I personaggi principali ancora una volta sembrano essere animati da una mancanza di vera affettività e perseguono i loro scopi in maniera spregiudicata non mancando, però, di conoscere essi stessi momenti di debolezza e di sofferenza, come avviene al protagonista del racconto “Ho incontrato me stesso” che si trova dinnanzi alla scoraggiante presa di coscienza della perdita della propria identità. Il tema teatrale, infatti, porta chiaramenente con sé anche quello della difficile definizione della propria coscienza, della mancanza di una identità unitaria definita. Iuri sembra suggerire che i rapporti con gli altri e con il mondo –che è spietato, perché abitato dagli uomini- abbiano il potere di mutare le attitudini personali; la pornostar che ha lavorato per tanti anni, facendo moltissimi film e risultando una delle più note per le sue valide capacità erotiche, finisce per avere un attimo di sbandamento interiore che la porterà al suicidio. Nessuno è al sicuro. Il prepotente è alle porte, ma dobbiamo saperci difendere.

Il mondo è duro e necessita un comportamento temprato che dobbiamo essere pronti a sviluppare. La società si costruisce sul rispetto e l’ordine, ma anche sulla capacità dell’uomo di farsi valere e rispettare e in questo il sesso mostra ancora una volta una posizione preminente.

I racconti di Iuri sono duri e spietati proprio per questo: danno il tragico risvolto di una realtà sociale che è la nostra e che, sottoposta alle tortuose pieghe della mente, può trovare degli inceppamenti. Iuri vanifica qualsiasi intento allarmistico nel nostro vivere, ma in maniera chirurgica ci indica quali sono le derive che possono interessare la mente umana quando l’uomo resta solo, soffre un dolore o un torto. Ma il lettore non deve prendere il libro troppo seriamente e, anzi, deve ricordarsi che Iuri è un grande camuffatore e che, come un cabarettista impareggiabile, è sempre pronto ad aprire e chiudere sipari per presentarci nuove persone e nuove storie, lì, proprio sul palcoscenico del reale e del grottesco che è la vita dura e a tratti infima dell’uomo. Il lettore, cioè, non dovrebbe dimenticare che, come il titolo dice, è tutto un “grande bluff”.

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 Jesi, 20 Agosto 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE LA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

E’ uscito “Rigor cordis. Per una filosofia del cuore” di Giuseppe Pulina

Giuseppe Pulina esce con Rigor cordis. Per una filosofia del cuore

(Zona editore)

RIGOR CORDIS - copertina solo primaSiamo o non siamo i contemporanei della fine del mondo? Franco Battiato canta questo motivo da molto tempo nelle sue canzoni; il filosofo Nietzsche, si potrebbe dire, lo ha sostenuto da sempre. Della fine del mondo parla anche l’ultimo libro di Giuseppe Pulina in uno dei capitoli forse più coinvolgenti di Rigor cordis – Per una filosofia del cuore, uno dei titoli di punta del catalogo 2013 dell’editore aretino Zona. La fien del mondo sarebbe, infatti, per l’autore, una sorta di prerogativa del cuore, la cui esorbitante dimensione sarebbe interdetta alla ragione. Questo è naturalmente solo uno dei tanti temi affrontati da Pulina in un libro che, per parlare di cuore, non può sottrarsi ad un serrato confronto di questo con quella che, da Pascal in poi, è stata spesso considerata la sua più naturale controparte: la ragione.

Cuore o ragione? Ma siamo proprio sicuri che queste due forze siano necessariamente contrarie e contrapposte? E se piuttosto tra loro s’instaurasse un salutare agonismo? Pulina s’interroga sulla natura di questo binomio, schierandosi dalla parte del cuore ma non andando, per ciò stesso, contra rationem. Si chiede così quante e quali cose sappia fare il cuore, chiamato in causa nelle esperienze capitali della vita in cui la ragione non sempre è di conforto e d’aiuto. “Eppure – argomenta l’autore – il cuore non ridimensiona la ragione, così come quest’ultima, quando sa essere ragionevole (quello che dovrebbe essere per natura), si guarda bene dal mortificare il cuore”. Tuttavia, l’uomo cardiaco – come lo definisce Pulina – avrebbe un primato e una possibilità che l’uomo cerebrale non ha, perché sarebbe con il cuore che la vita viene intesa e “auscultata”, perché “è con il cuore che può percepire il suo viscerale attaccamento al mondo”.

Una peculiarità del libro (rara, in un certo senso, nel mercato editoriale della filosofia in Italia) sono le illustrazioni di Marco Lodola, autore della copertina. Con sette diverse immagini, l’artista pavese racconta la propria immagine del cuore, ispirandosi a diversi capitoli di Rigor cordis. Non si tratta della prima collaborazione tra Pulina e Lodola, perché i due, già nel 2005, con Minima Animalia (Mediando editore), diedero vita ad un saggio sul rapporto tra filosofia ed etologia, di cui il filosofo curò i contributi teorici, mentre l’artista tentò di concentrare in una serie di illustrazioni le tesi portanti dell’opera.

Dalla quarta di copertina che riproduce una delle pagine centrali del libro.

“Ogni giorno è il giorno che è e io vorrei gustarne l’unicità facendo mie tutte le primizie di cui è capace. Il primo bacio, la prima lacrima, il primo brivido, il primo sorso d’acqua, la prima ferita, il sapore del sangue, l’odore del sangue, il colore rosso cangiante del sangue, la prima stella cadente, il mare, la linea dell’orizzonte, l’orizzonte, la prima boccata d’aria, il sapore del sale e di tutte le spezie del mondo, la prima neve, la primavera, uno stormo di corvi, il contatto di una mano, la mia, di altra persona, il primo sonno, il primo sogno, il primo risveglio, il frastuono delle onde, la mia faccia, che si fa viso, che si fa sguardo osservato, il primo sorriso, il profumo della pelle, la prima pelle, il primo latte, il primo dente, la prima immagine riflessa allo specchio, ma soprattutto il primo battito del cuore, perché è lì che la prima volta ha avuto la sua prima volta, è lì che tutto cominciò”.

 

 

Giuseppe Pulina insegna filosofia al Liceo Dettori di Tempio Pausania e Antropologia filosofica e Filosofia delle relazioni internazionali all’Istituto Euromediterraneo della stessa città. Per Zona ha già pubblicato L’angelo di Husserl. Introduzione a Edith Stein (2008) e La cura. Anche tu sei un essere speciale (2010). Ha all’attivo studi e pubblicazioni su Michelstaedter, Capitini e Pessoa. Si è occupato del rapporto tra etologia e filosofia in Minima Animalia. Piccolo bestiario filosofico (Mediando, 2005, illustrazioni di M. Lodola), Animali e filosofi (Giunti, 2008) e Asini e filosofi (con Francesca Rigotti, Interlinea, 2010). Tra i lavori più recenti, Pillole di filosofia della scienza per ricercatori in formazione (Plus, 2012 – in collaborazione con l’Università degli Studi di Sassari).

Intervista a Susanna Polimanti, a cura di Lorenzo Spurio

INTERVISTA A SUSANNA POLIMANTI

autrice del romanzo “Penne d’aquila”

a cura di LORENZO SPURIO

 

 

LS: In questo libro si ripercorrono le vicende della protagonista Virginia a partire dalla sua infanzia fino alla maturità soffermandosi in maniera particolare sulla psicologia del personaggio. C’è sempre una grande attenzione alla componente psicologica, intimista, di Virginia, e si evince la tua volontà di dirci in maniera esatta in che maniera il personaggio ha vissuto/sperimentato determinate esperienze. In questo –ma posso sbagliare- ho intuito un’ampia volontà di auto-rappresentazione, quasi come una sorta di diario trasfigurato in fiction. E’ così o sono sulla strada sbagliata?

SP: Hai colto nel segno, Lorenzo. Questo romanzo è una biografia romanzata. Affidare la narrazione ad una terza persona, la protagonista Virginia per l’appunto, è stata volutamente una mia scelta. Ritengo che Virginia possa rappresentare ogni donna, in ogni fase del suo vissuto. In realtà la vita di Virginia è semplice e complicata, esattamente come la vita di tutti noi. Il vero messaggio, l’essenziale è nascosto dietro ogni evento, in particolare “come” e “cosa” determinati avvenimenti generano nell’interiorità di ogni individuo.

  

LS: Il viaggio, inteso come momento di pausa e come intrattenimento, o come esperienza universitaria vissuta fuori di casa, o come trasferta lavorativa o, ancora, -e forse più importante di tutti- come ritorno alla città natale, sono espressioni di graduali momenti di ricerca e al contempo di forme di esperienza che consentono la crescita e l’acquisizione di una più concreta conoscenza del mondo. Quanto sono effettivamente importanti i viaggi per Virginia? E quanto lo sono per Susanna?

SP: I viaggi sono molto importanti per la protagonista Virginia, l’immaginazione si ferma laddove una valigia si posa, perché toccare le altrui realtà vuol dire divenire “consapevole” dell’esistenza di un intero universo che non si limita all’orticello di casa nostra. Io Susanna, ho sempre viaggiato molto e spero di poterlo ancora fare in futuro.

 

LS: La tua città natale, Foligno, nel romanzo è volutamente non nominata con il suo nome, ma nel riferimento al suo fiume Topino è facilmente individuabile. Conosco abbastanza bene la città dato che quando studiavo a Perugia ho spesso perso la coincidenza del treno ed ho così avuto occasione di visitarla, passeggiarci e rimanere incuriosito dal dialetto del luogo. Quanto sei legata alla tua città natale? Vivendo da molti anni nel sud delle Marche, ti senti più umbra o marchigiana?

SP: È molto difficile rispondere a questa domanda, perché le mie origini sono sia umbre che marchigiane. Mia madre è umbra e mio padre era marchigiano, eppure, senza ombra di dubbio più di una metà del mio cuore appartiene all’Umbria. Vivo nelle Marche ormai da anni, ad essere sincera di questa regione amo il suo mare e i tanti paesini dell’entroterra, in particolare il paese natio di mio padre.

 

imagesLS: Il finale del romanzo, chiaramente aperto e possibile alle interpretazioni, lascia il lettore con un velato senso di incompletezza, nel senso che si auspica un suo seguito o una sorta di chiarimento di quel paragrafo finale che –credo- hai espressamente voluto caricare di ambiguità. Parlando della metamorfosi nel temperamento avvenuta nel corso degli anni e dei vari avvenimenti vissuti da Virginia, nel romanzo concludi con un animo pacificato: “Qualcuno stava traghettando la sua zattera del labirinto della mente a quei luoghi appartati della sua anima per mostrare il coraggio, la saggezza, la consapevolezza e ogni altra risorsa interiore per superare qualunque sfida”. Mi sono arrovellato su quel “qualcuno”: esso è da intendere con Dio, con una ritrovata forza interiore o, invece, è personificato ed è rappresentato da un nuovo “ingresso” nella vita della protagonista?

SP: Quel “qualcuno” è unicamente la presenza divina nel quotidiano di Virginia, il nostro stesso io spirituale, che s’identifica con tale presenza. Dietro una finta realtà oggettiva esiste molto di più, Virginia arriva a comprendere il valore del suo vissuto complicato, si affida e continua il suo viaggio terreno, in attesa di raggiungere l’evoluzione finale che, con l’aiuto della sua fede riuscirà ad elevarla e condurla verso l’unica vera vita, dove solo il cuore e la sua anima si sentiranno finalmente liberi.

  

LS: Nella nota introduttiva al romanzo viene sostanzialmente spiegato il significato dell’aquila che hai voluto nel titolo, quale espressione di un animale maestoso ed intelligente che nelle varie culture ha avuto le più ampie accezioni. Un primo richiamo al volo è presente a pagina 23 quando Virginia afferma “ero sicura di aver volato già”. Questo “volo” io l’ho inteso anche nel tipo di prospettiva utilizzata nel tipo di scrittura che hai adottato: da una parte sembrerebbe esserci una tecnica modernista con una grande attenzione ai sentimenti e agli stati d’animo, dall’altra, invece, ho intuito una esplicita componente descrittiva, paesaggistica, ritrattistica (di città, paesi) come se la narrazione avvenisse dall’esterno e addirittura dall’alto. Aerea, insomma. Che cosa ne pensi?

SP: È esattamente come tu stesso hai interpretato: Virginia si evolve giorno dopo giorno, scopre di avere un dono che le permette di guardare ogni realtà intorno a lei dall’alto, con gli occhi della sua anima e non più con il solo sguardo umano. L’incontro con il suo più intimo io le permette di valutare gli eventi, le persone e ogni paesaggio intorno, dall’esterno. Virginia riesce a far tacere la mente affidandosi unicamente alle sue percezioni e cercando la risposta ad ogni perché, solo dentro il suo cuore. Siamo tutti troppo abituati a credere che il nostro cervello sia la chiave di tutto ma l’essere umano non è costituito di solo cervello, l’anima e lo spirito sono le parti più antiche, è lì che risiede la vera conoscenza.

  

LS: Quali progetti legati al mondo della letteratura attualmente ti vedono coinvolta? Stai lavorando a una nuova pubblicazione? E se sì, puoi gentilmente anticiparci qualcosa?

SP: Ci sto lavorando, purtroppo, vari impegni lavorativi e familiari mi concedono poco tempo per dedicarmi alla stesura del mio prossimo romanzo. Posso soltanto anticipare che si tratterà di un romanzo ambientato in un castello. Non abbandono mai la scrittura anche se finora ho soltanto scritto e terminato racconti vari. Ho molto materiale da parte e troverò senz’altro il modo di organizzarmi in futuro. 

Sono parte attiva di varie associazioni culturali e, leggendo molto, mi dedico volentieri a recensioni di vari autori. M’interessa tutto ciò che ha a che fare con cultura e tradizioni.

 

 

Grazie per avermi concesso l’intervista.

Lorenzo Spurio

06-06-2013

 

 

 

“Iuri dei miracoli” di Iuri Lombardi, commento a cura di Monica Fantaci

Iuri dei miracoli
di Iuri Lombardi
con prefazione di Lorenzo Spurio
Photocity Edizioni, 2013
Link diretto all’acquisto.
 
Commento a cura di Monica Fantaci

711664_10200397247517150_838329368_nIuri si mostra per quello che è, trapelando da sé una maschera che usa in base alle situazioni. Iuri, che si pone al centro dell’esistenza, sua e degli altri, di Ombretta e di tutta la gente che nomina, esaltando se stesso e le sue azioni, il suo miracolo è un miracolo di sentimenti, un giocare continuo con se stesso, con gli altri, alla ricerca di qualcosa che non riesce a trovare, ma forse neanche lui lo sa, tant’è che lui vive la notte, come se volesse nascondersi da qualcosa, come se volesse nascondersi da ciò che è. Il soprannome di Jolly che si è dato è proprio questo, una maschera di episodi che lui vive dentro di sé e che proietta all’esterno rendendoli reali, lui non sa se finge per finta o finge sul serio, lo dice lui stesso a pag.35 “…non ricordo se facendo finta di fingere o fingendo sul serio…”.
Le sue parole sono fiumi messi lì su carta, che fluiscono perenni, nella sua trasgressione.

 Monica Fantaci

 

“Il senso del nulla”, poesia di Fiorella Carcereri

Il senso del nulla

 di FIORELLA CARCERERI 

 

 

Passiamo una vita

a cercare

il senso delle cose,

ma non lo troviamo mai.

 

 

Allora,

per non impazzire,

per non morire,

inventiamo

un surrogato di senso

che attribuiamo

al nostro esistere.

 

 

Ma, in fondo,

nulla ha un senso

e  solo il nulla

ha  senso.

 

 

 QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.