“Aculei spilli” di Raffaella Amoruso, recensione di Lorenzo Spurio

 Aculei spilli
di Raffaella Amoroso
The Writer, Milano, 2014
ISBN: 978-88-97341-60-4
Pagine: 117
Costo: 13 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

1c6c813bb9d5494160041c1c4ee2fb70_XLLa recente pubblicazione poetica di Raffaella Amoruso, Aculei spilli, pone il lettore cauto dinanzi a una primaria esigenza di sviscerare il significato, tanto quello esplicito ed oggettivo, quanto quello implicito e recondito del titolo. Chiaramente una simile volontà si sposerà molto meglio alla lettura completa dell’opera in modo da poterne trarre gli eventuali elementi che sostengano la tesi. Comincerò col dire che Raffaella Amoruso è un’artista a tutto tondo, nel senso che non è solo poetessa, ma anche scrittrice, recensionista, pittrice e fotografa; abbraccia, cioè, una vasta serie di diramazioni delle espressioni artistiche e la stessa copertina del volume non è che una sua riuscita “sovrapposizione” di pittura e fotografia. Questo per dire che Raffaella Amoruso ha un rapporto con l’arte molto saldo e al contempo esteso che le consente di arrivare a opere concettuali nelle quali ha adoperato un’impressionante strategia di sintesi che si esplicita con la resa unica finale.

Aculei spilli –per ritornare al titolo- sembra proporre un’immagine molto chiara e ben definita nella mente del lettore, quella che fa riferimento a qualcosa di pungente, acuminato, affilato e che, se toccato inavvertitamente, potrebbe provocare dolore o addirittura causare una ferita. Il titolo, che gioca su un’esplicita intenzione di voler iper-contestualizzare il tema di rimando, è estremamente diretto, vivido e concreto: gli aculei sono delle propaggini lunghe e acuminate di certi mammiferi di piccola taglia tra cui i ricci e gli istrici e gli spilli sono degli oggetti che hanno grossomodo le stesse caratteristiche: una struttura bastoncellare e rigida con all’estremità una porzione molto affinata e affilata che rende l’oggetto pericoloso o da impiegare con la giusta attenzione. Gli aculei, dunque, sono spilli animali, mentre gli spilli sono degli aculei oggettivizzati.

Inoltrandosi nella lettura del libro si scopre un mondo per lo più inedito anche a chi, come me, legge numerose sillogi poetiche a settimana poiché Raffaella Amoruso con uno stile sicuramente innovativo e riuscito, ci trasmette una serie di sue “vedute” su alcune realtà (di interesse privato o sociale) o piccoli episodi con un linguaggio che rifiuta espressamente orpelli affabulatori, la retorica e la costruzione barocca o per lo meno “romantica” dei testi. Al contrario, il contenuto linguistico impiegato dalla Nostra è molto ampio dal punto di vista lessicale e rimanda principalmente a un’attenzione meticolosa nei confronti delle aggettivazioni (correlazioni soggetto-aggettivo) che ne denotano con una particolarità –a tratti addirittura spasmodica- l’intera poetica. Le poesie si offrono al lettore come lamine di un qualche materiale che si sfalda perché sottoposto a un peso eccessivo, sono tutte per lo più brevi e costituite da un’unica strofa; in linea con l’entusiasmo nei confronti del mondo aggettivale, risulta impoverita la componente verbale proprio perché queste liriche forniscono delle immagini (che vanno denotate, qualificate) e che non necessitano, invece, di una narrazione step-by-step.

Raffaella Amoruso non descrive né narra (per questo credo che si avvalga del racconto) e la sua poesia fornisce immagini molto chiare, che si stendono sulla tela in modo molto pratico, immagini che portano con loro un universo concettuale (a volte anche esistenziale) definito, tanto da apparire come impressionanti prove artistiche dall’incommensurabile talento pittorico. A livello semantico si osserva una ricorrenza a tematiche e immagini che si avvicinano al mondo dello splatter, se non del macabro, con riferimenti ricorrenti ad uccisioni, sangue e quant’altro.

Le tematiche che qua e là affiorano sono molteplici e generalmente non completamente unite tra loro, a ulteriore testimonianza di come il momento di ispirazione e il conseguente atto creativo siano frutto di un istante, di una suggestione, di un’associazione di idee, di un profumo o di un colore, elementi che la Nostra è in grado di cogliere in maniera molto attenta per poi giungere ad ampliarne i significati. Si accenna alla libertà, all’importanza di saper(si) riconoscere la propria femminilità, ma anche di sentimenti meno edenici e più aggressivi come quando si fa riferimento a una situazione di acredine (Sfogherò l’odio/ Giurando vendetta., 23) o si contrappone la violenza delle fauci alla spensieratezza del cuore nella lirica che viene introdotta da un verso lapidario e concretamente vero: “Non c’è saggezza/ Dove il dolore è padrone”, 25).

Sfogliando le varie pagine, la Nostra ci dona micro-cosmi diversi dove domina a volte la sincerità e la necessità di confessarsi, altre volte la rabbia, altre ancora la spregevole situazione del mondo. Quest’ultime non assurgono alla forza vera e propria delle poesie civili anche se ne condividono il punto di partenza: una riflessione amara sui tempi che corrono e la necessità della poesia di occuparsi anche di ciò che accade fuori dal nostro cervello e dal nostro cuore. Nelle categorie logiche che descrivono questa attualità del presente si sottolineano i punti di sutura di quel mondo dove domina l’ipocrisia o la falsa convinzione nelle idee assieme a un “menefreghismo opprimente” (27).

La consapevolezza di vivere in un mondo che non va esattamente come ci si augurerebbe (la Nostra non fa riferimenti diretti alla politica, né alla società né a particolari realtà nello specifico) è chiarificata dalla Nostra da quella sciaguratezza e insieme pazzia dell’essere umano, metaforizzata ancor meglio in quegli “aculei spilli” del titolo, sintomo di un male minuto, non visto, ma che produce lentamente un senso di tormento e di dissanguamento, inteso come perdita delle energie e della lucidità.

Molti termini impiegati dalla Nostra richiamano un mondo di dolore e di angoscia (bestia, satanico, perversità, putredine, sangue, pozza di sangue, tenebre, disordine, l’acqua torbida, spirito del male, …)  che si fondono a una vena poetica che nutre un certo gusto per il truculento e per la vivisezione delle vicissitudini. Ecco perché anche una stagione florida e piacevole come la primavera viene avvilita e stuprata da un linguaggio duro per intuire una partizione della stagione in “uno squarcio di primavera” (61) quasi che quello squarcio fosse una ferita aperta dalla quale sgorga sangue o, per ritornare al mondo della pittura materica, un taglio concettuale alla Fontana. Se è vero che non è possibile individuare un filo rosso alle varie poesie, di rosso c’è senz’altro molto: le varie gradazioni del colore che vediamo in copertina e il tanto sangue che scorre tra i versi, in un certo senso legittimato da una lirica di vendetta: “Sangue si paga con sangue” (71).

Il contemporaneo conduce una vita che tra rituali (che sono degli automatismi) e lo svilimento del lavoro (la durezza del lavoro per chi ce l’ha, la nera disperazione per chi non lo trova) che ne minano lo stato di salute rendendolo con un’ “anima alienata” (53), priva di un reale progetto, di una destinazione, di una finalità perché soggiogato da tempi beffardi dove l’ipocrisia sembra ammorbare ogni ambito (“[l’]irreale imbroglio”, 53). Ma non tutto è perduto; anche se la speranza sembra in un certo senso bandita dalle liriche qui contenute, da quel carico di truculento che descrive la parabola del sangue è anche vero che la poetessa non si rinchiude in un pessimismo che degraderebbe l’anima, rimanendo, invece, una profeta dei tempi presenti e una conoscitrice dell’animo umano dove anche nelle più gravi situazioni sociali  gli “inganni [possano] svela[rsi]” (93) per affidare al cittadino ligio al bene e solidale, una più approfondita comprensione del mondo e dei suoi meccanismi.

 

 Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.09.2014

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