Il nome del vento: recensione di un fantasy contemporaneo

Per anni la letteratura fantasy ha subito l’ostracismo, specie in Italia, sia dei critici che dei lettori forti: gente che legge più di un romanzo al mese. A parte i rari casi di successi nazionali e internazionali – vedi Valerio Evangelisti o Licia Troisi con il suo ciclo del Mondo Emerso – questo genere non ha trovato nel nostro Paese voci abbastanza forti da mettere in campo di fronte alla tradizione più consolidata e apprezzata del fantasy anglosassone. Il successo di Harry Potter sia nella sua versione letteraria che nell’adattamento cinematografico ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga tradizione di illustri scrittori che si sono cimentati in questo genere letterario: Tolkien, C.S. Lewis, Roald Dahl solo per citarne alcuni.

L’autore di cui vi parliamo oggi è un simpatico gnomo, non ce ne voglia, ma in alcune foto che vedono la sua partecipazione ai vari festival fantasy è apparso proprio così con tanto di abito verde e cappellino rosso a punta. Il suo nome è Patrick Rothfuss. Un nome da ricordare visto che la sua trilogia, Le cronache dell’assassino del Re, è stata paragonata al ciclo della Rowling: sia per la potenza narrativa delle vicende messe in campo, sia per la complessità del mondo che ha saputo creare. Il nome del vento è il primo tassello di questo puzzle che il lettore scoprirà attraverso la voce del suo protagonista: Kvothe.

È lui a narrare la sua storia di fronte ad un giornalista, detto il Cronista, che è riuscito a scovarlo in una sconosciuta locanda di un ancora più sconosciuto paese perso nell’enorme geografia del mondo di Rothfuss. Kvothe è diventato una leggenda e il giornalista vuole ascoltare dalla voce dell’eroe la sua vera storia. Il primo libro della trilogia diventa dunque un lungo flashback che ascoltiamo dalla voce stessa di Kvothe che concede all’ascoltatore tre giorni: tre giorni per ascoltarlo e ricavare dalla sua storia tutto ciò di cui il Cronista ha bisogno per scrivere la sua di storie.

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Photo by Kyle Cassidy / Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

Nato in una famiglia di artisti e saltimbanchi, gli Edama Ruh, esperti nelle arti della recitazione, del canto e della giocoleria si sposta di paese in paese a bordo di carri. La carovana gira per questo mondo popolato di superstizioni e arti più o meno limpide, mentre il giovane Kvothe apprende dal suo mentore, il vecchio Albany, l’arte segreta della simpatia. È la magia che collega tutte le cose attraverso un legame simpatetico che unisce il simile col simile. La pace è rotta dall’incontro della carovana con i temibili Chandrian, mostri venuti dalla parte più oscura e superstiziosa di un mondo che sembra aver dimenticato la loro presenza. È a questo punto che Kvothe perde tutto quello che ha e la sua vicenda si intreccia a quella di tanti altri orfani che popolano le vie della città di Tarbean, dove si trasferisce dopo il massacro dei Chandrian con la segreta speranza di entrare nell’Accademia.

Questa è il cuore dell’insegnamento delle arti magiche e nella sua biblioteca si trovano testi arcani che parlano dei Chandrian. L’abilità dell’autore sta nel creare un universo così coerente e maniacalmente perfetto in cui ogni tassello che il lettore incontra per la via va naturalmente al proprio posto, nonostante l’apparente complessità dei personaggi e del mondo che ha saputo costruire. Un’abilità che emerge nei sottili giochi di parole che riesce a creare, così come nella costruzione, gustosissima, di nuovi giochi come il corner che ricorda il moderno poker e dove i giocatori devono applicare strategie e abilità particolari in un mondo dove la magia e l’alchimia sono scienze al pari della logica e della matematica.

La ricerca di Kvothe è infatti ricerca della verità e impiegherà tutti i mezzi a sua disposizione per arrivare a vendicarsi dei temibili Chandrian. La ferita e il conflitto che ne deriva fa da propulsore all’intera vicenda capace di generare pathos e potenza narrative rare in un romanzo fantasy. È il viaggio dell’eroe raccontato dall’eroe stresso, con una scelta da parte dell’autore capace di catturare il lettore perché come scrisse W. Somerset Maugham: “una storia vera è sempre meno vera di una inventata”.

 

Rebecca Hanson

Online Account Manager

Digital Whiskers Inc

http://www.digitalwhiskers.com

 

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“Almond. Il fiore dei mondi paralleli” di Liliana Manetti e Selina Giomarelli, prefazione di L. Spurio

Almond. Il fiore dei mondi paralleli

di Liliana Manetti e Selina Giomarelli

 

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

 

giomarelli-e-manetti-almond-il-fiore-dei-mondi-paralleliQuesto libro è in grado di soddisfare gusti letterari differenti perché intreccia vari generi: il fantastico e il romantico. Ci sono, inoltre, passi che fanno riferimento al gotico, al thriller e che terranno i lettori inquieti prima di giungere ai passi centrali in cui la storia letteralmente si dipana, prendendo pieghe che mai ci saremmo aspettati.

Questa esperienza di scrittura a quattro mani di Liliana Manetti, che ha pubblicato recentemente la silloge di poesie “La mia arpa” (Aletti Editore, 2012), e di Selina Giomarelli è un tentativo interessante di scrittura dove è evidente la fascinazione delle due autrici per gli scenari onirici e dichiaratamente fantastici. Non mancano, però, vicende più difficili e tormentate che sfoceranno in agnizioni, periodi di lotta, sequestri, vendette e tanto altro. La forza motrice delle varie vicende è il sentimento e la ricerca della bontà. La narrazione si gioca, infatti, su di una continua lotta tra Bene e Male, condotta da personaggi umanizzati dotati di ali. La cornice che tiene saldi i capi del romanzo è quella di un sogno che sostituisce la realtà sovvertendo come ciascun incursione nell’onirico, le normali leggi fisiche, spaziali, temporali che, invece, governano il nostro essere creature terrestri.

Gli elementi canonici della struttura favolistica descritta e categorizzata dal russo Propp sono presenti, sebbene rivisti e trasposti in questa narrazione dove niente è scontato. Il lettore si scopre coinvolto nella storia quasi da sentirsi partecipe in duelli, inseguimenti e conversazioni spietate. In tutto ciò c’è spazio per l’amore: per la nascita di una storia d’attrazione e di vero sentimento che, però, dovrà passare varie peripezie. In alcuni punti la narrazione è volutamente condensata utilizzando la tecnica della sintesi mentre in altre scene le due autrici si sono lasciate conquistare dal dettaglio, dalla descrizione attenta e meticolosa di quegli attimi.

La lotta tra il Bene e il Male non sarà semplice, come nessuna lotta lo è.

Ci saranno momenti di paura e desolazione, altri di tristezza e di speranza, per poi affondare nel dolore e nel disprezzo. Ma le tenebre esistono solo perché esiste la luce. E così la storia e i personaggi imboccheranno la strada della salvazione che li condurrà a raggiungere la felicità.

Ma siccome le autrici al termine del libro hanno riportato la dicitura “e la storia continua” con abbondanti punti sospensivi, c’è da supporre che i tormenti e i problemi non siano del tutto finiti.

Per il momento, sì. Godetevi questo romanzo, dunque.

 

Lorenzo Spurio

 

02-02-2013

Intervista ad Alessandra Paoloni, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Alessandra Paoloni

Autrice di “La stirpe di Agortos”

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: E’ un piacere averti qui e poterti conoscere attraverso questa intervista. Puoi parlarci un po’ di te e di quali sono stati i tuoi studi?

AP: Il piacere è tutto mio Lorenzo e ti ringrazio molto per questa tua intervista. Su di me c’è poco in realtà da dire, tranne che sono una ragazza alla quale piace molto scrivere e che lo fa da quando è bambina. Parole che bene o male tutti gli scrittori ti avranno detto, ma che è una sacrosanta verità universale. Io ho conseguito la maturità classica ed è stato proprio dopo aver finito il liceo che ho iniziato a pubblicare poesie e racconti su giornali e riviste locali. Il “salto” come lo chiamavo, cioè quello di dare alle stampe ciò che la mia mente partoriva, è stato un bisogno che ho avvertito in modo urgente. Non potevo più tenermi dentro la fantasia e le emozioni che provavo scrivendo, ma dovevo condividerla con qualcuno. Resto tutt’oggi una ragazza sognatrice con tanti sogni nel cassetto e tante opere ancora da voler scrivere e perché no, pubblicare.

  

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

AP: Nei mie libri e nei miei personaggi ci sono io. Nelle mie opere posso dire di essermi scissa, di aver cioè suddiviso le mie emozioni e i miei pensieri e di averli affidati a una certa poesia o a un certo romanzo. Sicuramente l’opera nella quale ho messo di più la mia anima sono I brevi monologhi in una sala da ballo di fine Ottocento (I Morti). Quest’opera uscita nel 2008 è una raccolta di poesie monologhi, e lì ho riversato molti dei miei pensieri, e molte delle mie riflessioni personali sull’uomo e sulla realtà in cui vive. E non mi vergogno a dirlo poiché in tutto ciò che scrivo ci sono io o storie che mi sono state raccontate, vissuti di persone a me vicine nei quali sono rimasta coinvolta in prima persona. Pensiamo ad esempio alle due protagoniste del libro “La Stirpe di Agortos (Prima Generazione)”: Anika e Airen mi rispecchiano entrambe perché la prima rappresenta ciò che vorrei essere, ovvero una ragazza risoluta e sicura di sé; la seconda invece è ciò che sono, ovvero la ragazza piena di dubbi e incertezze sul da farsi. Anche qui ho preso alcune mie caratteristiche e le ho “travasate” in loro. La letteratura è un mezzo potentissimo in tal senso: attraverso di essa possiamo addirittura scoprire cose di noi che nemmeno conoscevamo. Mi è capitato spesso che alcuni lettori mi facessero notare cose nei miei libri che mi rispecchiavano, ma per le quali non avevo prestato troppa attenzione. Le storie e la Storia sopravvivono attraverso la letteratura. E’ uno dei modi che l’uomo utilizza per ingannare la morte e divenire immortale.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

AP: Ti farò ora dei nomi che poco c’entrano l’uno con l’altro: Emily Bronte, Lovecraft, Tolkien, King, Wilbur Smith, Coelho, Jeanne Kalogridis, Alessandro Baricco (tralasciamo magari i poeti inglesi dell’ottocento che ho sempre adorato). Ciascuno di loro mi ha insegnato qualcosa. Da come si può evincere da alcuni di questi nomi il mio genere preferito è il fantasy o il fantasy gotico, che poi sono i generi nei quali mi cimento nella scrittura. Attraverso le cornici fantastiche che ricreo mi risulta facile descrivere alcune azioni umane e alcuni particolari comportamenti. E trovo che scrivere fantastico non sia affatto semplice come si può pensare, perché si utilizza prettamente un linguaggio metaforico che non è sempre facile da strutturare.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?
AP:
In realtà questa per me è una domanda molto semplice. Il libro che amo e del quale sarei voluta esserne addirittura l’autrice è senz’altro Cime Tempestose della Bronte. Per il linguaggio utilizzato, per i personaggi tormentati, per l’ambientazione. E per quel tocco di gotico e soprannaturale che poi mi ha spinta a imitarlo in tanti miei scritti. I protagonisti lì diventano gli antieroi di se stessi e sono vittime delle loro stesse passioni e dei loro stessi sbagli. E sono dei personaggi per questo immortali. Quando arriverò a scrivere un libro simile allora potrò dire di aver superato me stessa e di aver raggiunto i miei obiettivi.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

AP: Di quelli sopra citati è difficile dire chi amo di più, ma posso dire che King mi ha fatta innamorare del gotico e dell’horror. Mentre Tolkien del fantasy. Lo stile di quest’ultimo cerco di adottarlo nei libri della Stirpe di Agortos. Adottarlo non imitarlo, in quanto sarebbe difficile e quasi impossibile. King invece suggerisce uno stile più diretto ma allo stesso tempo attento alle descrizioni, soprattutto quelle psicologiche. Ma confesso che vorrei saper scrivere racconti come quelli di Lovecraft, magari utilizzando uno stile meno pomposo ma comunque visivamente d’effetto.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?
AP:
Ho esordito nel 2008 con la raccolta poetica “Brevi monologhi in una sala da ballo di fine Ottocento (I morti)”. Oggi questa raccolta di poesie- monologhi si può trovare su lulu.com. Nel 2009 è uscito il mio romanzo “Un solo destino (Prima Generazione)” e l’anno seguente è stata la volta di “Heliaca, la pietra di luce (Seconda Generazione)”. Il 2011 è stato l’anno in cui la mia attività letteraria si è fermata, e nel 2012 sono tornata all’editoria con “La Stirpe di Agortos (Prima Generazione)” che non è altro che la revisione e la correzione di Un solo destino. Ed è con questo libro che ho utilizzato il nome Elisabeth Gravestone perché ricominciando a pubblicare i romanzi delle generazioni, cambiando quindi editore, grafica ecc ho dovuto anche adottare uno pseudonimo. Scelta della quale non mi pento. Posso annunciare che nel 2013 uscirà il mio nuovo romanzo paranormal fantasy, che sarà edito dalla Butterfly Edizioni, e del quale però non posso ancora svelare nulla.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

AP: Sto scrivendo delle Fan Fiction assieme a una mia carissima amica, Elisabetta Baldan, che è anche la mia grafica ufficiale; sua infatti è la stupenda copertina de La Stirpe di Agortos.  Scrivere a quattro mani comporta un lavoro psicologico diverso, perché è qualcosa che condividi non solo con il lettore ma anche con l’altro scrittore. Vi è un approccio diverso in questo caso. Quando scrivo un romanzo mi chiudo nella mia camera e mi isolo dal mondo, sviscerando me stessa. Quando collaboro con qualcuno il lavoro è diverso, in quel caso ci si divide il compito, a volte anche le azioni e i personaggi. Lo schema di scrittura è differente, ci si raffronta di continuo sul testo. Parallelamente alla mia scrittura vorrei continuare quella delle fan fiction. Se consiglio agli scrittori di provare a scrivere un testo a quattro mani? Perché no…basta solo trovare la persona giusta e la sintonia giusta. Il resto viene da sé.

 

LS: Disponi di uno spazio internet dove possiamo leggere i tuoi lavori o aggiornati sua tua attività letteraria?

AP: Internet è uno strumento essenziale oggi per diffondere i propri scritti, e come molti altri scrittori mi sono ricreata uno spazietto tutto mio, un blog. Mi potete trovare qui: http://paolonialessandra.blogspot.it/ .

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?
AP:
A lettori che amano soprattutto spaziare con la fantasia, e che amano come me ricercare nei testi dei messaggi nascosti. Non c’è una fascia d’età alla quale le mie opere sono indirizzate. In genere i personaggi che descrivo, anche se inseriti in un contesto fantastico, mantengono la loro umanità e non sono eroi dai poteri particolari, ma persone come noi nelle quali il lettore potrà facilmente riconoscersi.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?
AP:
L’universo dell’editoria è mutato rispetto a qualche anno fa e continuerà a mutare. Basti pensare al boom degli ebook e a quello dell’auto-pubblicazione. Oggi un autore, anche se si vede rifiutato da una casa editrice, può sempre ricorrere al “fai da te”. Ci sono molti siti che lo permettono. Pubblicare adesso è molto più semplice di come si faceva un tempo. Il problema resta quello della diffusione. Internet aiuta, ma in questo caso serve anche qualcuno che ci dia una mano e per questo penso sempre che un editore, piccolo o medio- piccolo che sia ma che lavori bene, serva sempre. Un editore dovrebbe sostenere i suoi autori e aiutarli nella diffusione, cercare per loro riviste giornali blog e quanto altro. Fino ad ora ho lavorato con tre case editrici differenti, piccole e medio piccole. Con le grandi, devo essere sincera, non ho mai provato. Credo che per lavorare con nomi come Mondadori o Longanesi si debba avere un colpo di fortuna, ma da come l’esperienza mi ha insegnato in questi anni la fortuna un uomo se la crea anche da solo. Sto facendo gavetta e mi sto divertendo un mondo. C’è un gruppetto di persone che mi segue, organizzo presentazioni a modo mio e contatto blog e siti. Sono soddisfatta comunque di come stanno andando le cose.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?
AP:
Non ho mai partecipato a corsi di scrittura ma mi piacerebbe molto per confrontarmi e misurarmi non solo con gli altri ma anche con me stessa. Fino ad ora ho sempre fatto tutto da sola, scrivendo tra le quattro mura della mia stanza, senza nessun supervisore. Mi piacerebbe però apprendere delle nozioni di scrittura magari da parte di scrittori già noti e in questo modo crescere. Mentre i concorsi a mio avviso sono importanti soprattutto per mettersi alla prova. Io stessa partecipo a parecchi concorsi online di racconti e poesie, e mi cimento anche in generi diversi esclusivamente per esercitarmi. Perché poi dall’idea di un racconto breve può nascere quella di un romanzo, chissà…

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?
AP:
E’ importante raccontarsi a vicenda i propri trascorsi soprattutto in campo editoriale. Conosco molti autori emergenti ed esordienti, ma più che parlare di stile e linguaggio nei quali ciascuno lavora ancora per trovare una propria dimensione, ci confrontiamo sulle esperienze avute con le differenti case editrici. O sulla scelta di auto-pubblicarsi. Leggo anche molti autori emergenti ed esordienti perché è bene mantenersi al passo e conoscere chi come me coltiva lo stesso sogno.

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

AP: E’ difficile scrivere qualcosa che non sia stata già raccontata prima. L’originalità, da me sempre ricercata, è difficile da ritrovare. Credo che lo scrittore odierno debba distinguersi per il fatto di saper riprendere un espediente, un personaggio ecc della tradizione in maniera però originale, in modo da fare sua questa materia nota e celebre. L’arguzia di un bravo narratore sta proprio qui: saper stupire utilizzando materia letteraria già nota. Mescolare le carte come se fosse la prima volta che uno scrittore affronta quel tema. E’ difficile ma non impossibile. 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 

Pamplona, 21/09/2012

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E RIPRODURRE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI LA PRESENTE INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Resident Evil Zero Hour di Stephani Danelle Perry

L’ultimo attesissimo romanzo della saga di RESIDENT EVIL
Prima della villa
Prima del disastro
Il male è nato!

ZERO HOUR di S.D. Perry– INDEDITO IN ITALIA

Sinossi
Inviata per investigare su una serie di misteriosi omicidi nei dintorni di Raccoon City, la squadra Bravo S.T.A.R. entra in azione. In volo verso la scena del crimine, l’elicottero ha un guasto e si schianta nella foresta;  anche se tutti sopravvivono all’impatto, gli uomini della Bravo si trovano davanti ad una  macabra scoperta Poco lontano scrutano un trasporto militare ribaltato sul ciglio della strada con due cadaveri all’interno, ma questo è solo l’inizio del loro incubo!
Ben presto i componenti della Bravo scopriranno il male che cresce intorno loro, ed la nuova recluta, Rebecca Chambers, coinvolta nelle terribili macchinazioni della Umbrella, vivrà la sua più terrificante missione
EAN 9788863551471
EDITORE Multiplayer.it Edizioni
AUTORI S.D. Perry
PREZZO 15.00 €

GENERE Narrativa
ARGOMENTO Fantascienza

“Una leggenda, una storia e un sogno” di Elena Maneo

Una leggenda, una storia e un sogno di Elena Maneo

Kimerik Edizioni, 2010, pp. 79

ISBN: 9788860965790

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Una delle scene più belle del romanzo Alice nel Paese delle Meraviglie l’abbiamo verso il termine del romanzo, quando la giovane ragazza, che ha dovuto sottostare a mirabolanti comportamenti umani ed animali e ad una logica strampalata e bizzarra, si fa forza e riesce a sconfessare che tutti quei personaggi, non sono che qualcosa di fantastico e di inesistente. Mi riferisco alla scena del processo al fante di cuori, imputato dalla crudele regina di cuori di aver rubato delle crostate di marmellata. In quella sede viene chiamata in giudizio anche Alice che viene sottoposta a una serie di domande nonsense, trabocchetti, veri e propri controsensi e, ad un certo punto, si alza in piedi e si mette ad urlare contro la corte: “Non siete altro che un mazzo di carte!”. Questo episodio può essere d’interesse per leggere e analizzare, ad esempio, alcune delle opere più recenti della scrittrice Elena Maneo dove, in vari racconti, è solita inserire personaggi o riferimenti che rimandano proprio al mazzo di carte da poker (In Una leggenda, una storia e un sogno è contenuto un racconto dal titolo “Il fante di cuori” mentre in La regina, la forza e l’amore, abbiamo un racconto dal titolo “La regina di Picche”).

Le carte (sia da poker, che d’altro genere) sono, forse, assieme ai dadi, uno dei giochi da tavola e di momento conviviale-ludico più antichi ed è curioso come Carroll le abbia impiegate all’interno del suo romanzo più famoso come veri e propri personaggi. Sta a significare, forse, la constatazione semplice e al tempo stesso originalissima che è possibile proiettarsi in un mondo altro che, pur non avendo niente in comune con la nostra razionalità e fisicità, rappresenta un universo da poter scoprire. Lo stesso avviene, ad esempio, nel proseguo del libro di Carroll in cui Alice passa attraverso lo specchio o, addirittura, nella famosissima partita di scacchi. Il gioco, suggerisce Carroll, è un ottimo modo per svagarci non solo nel senso di allentare le nostre preoccupazioni ma ci permette di estraniarci dal “qui ed ora” per colonizzare spazi e vivere avventure nuove, sregolate, prive di leggi e regolamenti.

Il procedimento che la Maneo fa è probabilmente sulla scia di tali considerazioni e questo breve libro si legge con molta celerità, non solo per la sua brevità ma perché nella lettura siamo portati a fagocitare parola dopo parola, pagina dopo pagina. Il mondo fantastico che la Maneo propone è, però, alquanto composito e abbraccia tradizioni fantasy che fanno riferimento a filoni e generi diversi tra loro: abbiamo così personaggi che sono dei vampiri che interagiscono direttamente con degli alieni. Una singolare accoppiata di folklore rumeno con idee di vita su un pianeta diverso dalla Terra. La breve silloge di racconti è compatta e ha una sua unità, il filo rosso è proprio questo genere fantasy che si sviluppa in varie forme a cui il titolo fa riferimento: La leggenda, una storia e un sogno; un vampiro, un alieno, il Diavolo e un giallo di difficile soluzione ci tengono coinvolti nella lettura sino all’ultima pagina.

Lorenzo Spurio

25-11-2011

E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE STRALCI O L’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Trattamento automatico del linguaggio e fantascienza

Trattamento automatico del linguaggio e fantascienza

Le macchine parlanti tra realtà e fantascienza: la conquista del pensiero e della parola

di MASSIMO ACCIAI

E’ un antico desiderio dell’uomo quello di far lavorare la macchina al suo posto; da qui la creazione, a partire da tempi remoti, di macchine a cui affidare compiti prima svolti manualmente. La fantascienza esprime bene questo desiderio. La fantascienza è essenzialmente immaginazione, ed è dall’immaginazione che nascono le nuove tecnologie e le nuove macchine: macchine sempre più simili all’uomo nella capacità di ragionamento. L’uomo cerca di costruire macchine in grado di “parlare” e quindi di “pensare” comprendendo le sottili meccaniche del linguaggio umano: la molto discussa A.I., “Artificial Intelligence”, ossia “Intelligenza artificiale”. La fantascienza rappresenta l’obiettivo a cui tende la “linguistica computazionale”, branca dell’A.I., e prefigura ciò che potrebbe essere domani: cinema e letteratura hanno spesso un forte valore profetico. Non è dunque un caso che il tema della “macchina pensante e parlante” sia così ricorrente nella narrativa e nel cinema fantascientifico, a partire dagli albori del genere (e si può dire quasi dagli albori del cinema): dai robot più o meno antropomorfi ai supercomputer, il tema si sviluppa attraverso tutto il secolo appena trascorso.

La conquista del pensiero e della parola da parte della macchina è ben esemplificata dal celebre HAL 9000 in 2001, Odissea nello spazio (romanzo e film sono entrambi del 1968). Il complesso computer superintelligente, con un alto concetto di sè, parla agli astronauti della missione verso Giove con una voce fluida e molto umana, anche se si avverte una certa affettazione, un’enfasi che la rende inevitabilmente artificiale. La macchina ragiona, comprende ciò che gli viene detto – non attraverso la tastiera o le schede perforate ma con comandi vocali – e risponde a tono. Ottimisticamente la “profezia” rimanda all’inizio del ventunesimo secolo, il 2001 appunto, la realizzazione di tale meraviglia cibernetica, obiettivo evidentemente ancora molto lontano; HAL riassume in modo efficace le speranze e gli obiettivi dei ricercatori sul trattamento automatico del linguaggio o TAL.

HAL ha avuto molti “discendenti” illustri nella fantascienza successiva, tutti dotati di parola; basti pensare all’inquietante “Mater” di Alien (1979) o a V’ger nel primo film tratto dalla saga di Star Trek, datato 1982.

Non possiamo dimenticare tuttavia gli androidi, robot dall’aspetto umano; ricordiamo il simpatico robot protocollare 3PO della saga di Guerre stellari (la saga è iniziata nel 1977), in grado di comprendere migliaia di lingue galattiche oltre ai suoni elettronici con cui si esprime la sua controparte C1-P8. 3PO parla con una voce meccanica ma estremamente umana, per certi aspetti più umana della voce di HAL. I celebri robot di Isaac Asimov, con i loro cervelli positronici, hanno fatto scuola in tal senso: è da notare che i robot hanno cominciato a “parlare” ben prima dei computer, ancora muti nella fantascienza degli anni ’50 e ’60, più o meno fino a 2001, Odissea nello spazio, anche se già nel 1951 Ray Bradbury, nelle sue Cronache Marziane, immaginava una vera e propria casa parlante, in cui un computer centrale riceve comandi vocali e dà informazioni a voce agli occupanti.

Se i computer parlanti e i robot intelligenti sono una realtà ormai acquisita e quotidiana nella fantascienza più recente, non meno lo sono i traduttori automatici simultanei, piccoli apparecchi portatili in grado di tradurre fedelmente un discorso da una lingua all’altra. Il traduttore automatico così descritto ricorre spesso nel cinema, soprattutto in una situazione propriamente fantascientifica quale l’incontro tra uomo e alieno. Potremo stilare una lunga lista, pensiamo almeno a Mars Attacks! (1996) e a Men In Black – MIB (1997). Si tratta di una branca specifica del più ampio argomento del trattamento automatico del linguaggio, area in cui sono stati fatti molti passi avanti negli ultimi anni, basti pensare a PeTra, un software in grado di tradurre automaticamente un documento nella sua unità, comprendendo la relazione semantica e grammaticale tra le parole che lo compongono. Si tratta di un’evoluzione che ci avvicina di più all’ideale fissato (ancora) dalla fantascienza rispetto ai traduttori gratuiti online quali Babelfish (il programma di traduzione integrato nel noto motore di ricerca americano Altavista); a questo proposito è interessante notare che il nome “Babelfish” non è casuale; gli ideatori si sono ispirati al noto romanzo fantascientifico di Douglas Adams, La guida galattica per gli autostoppisti (1979) in cui persone e alieni riescono a comunicare tra loro grazie a un pesce traduttore (babelfish) inserito nell’orecchio: una storia che certo colpisce la fantasia del lettore.

I recenti sviluppi del trattamento automatico del linguaggio e della linguistica computazionale fanno ben sperare che un giorno la realtà colmi il divario oggi esistente con la fantascienza e che potremo un giorno parlare col nostro computer come parliamo con un amico.


MASSIMO ACCIAI

massimoacciai@alice.it 

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