“Da Jack Fruciante a Razorama: leggendo Enrico Brizzi da vicino”, a cura di S. Bardi

Articolo di Stefano Bardi

Letteratura generazionale fu definita, quella dello scrittore Pier Vittorio Tondelli riferita agli anni ’80 e i primi ’90. A mio giudizio chi meglio incarna tale definizione al giorno d’oggi è lo scrittore Enrico Brizzi (Bologna, 20 settembre 1974). Scrittore degli anni Novanta le cui trame sono ispirate agli anni Settanta-Ottanta, dove ampie classi giovanili hanno espresso con urla e fiamme tutte le loro esigenze.

Letteratura, quella brizziana, che nasce quando ancora il giovane autore, da studente liceale, collaborava con la rivista di fumetti Frigidaire, in cui redasse articoli aggressivi contro l’antiquato insegnamento scolastico, articoli accompagnati da ben espresse denunce contro i media spesso disattenti. Una letteratura che ha come scopo principale quello di creare opere letterario-cinematografico-televisive, grazie anche all’utilizzo di un registro cantilenato, composto da intonate melodie vocali e linguistiche.

Un linguaggio in cui a volte si esprime volutamente con un dizionario rozzo, blasfemo e lubrico per rappresentare e denunciare le virtù esistenziali. Dizionario composto da un italiano medio mischiato e fuso con diverse placche linguistico-verbali angloamericane, ispaniche e francesi, che sono concepite dallo scrittore bolognese come vocaboli graziosi da contrapporre alla lingua quotidiana. Anche i latinismi e i culturismi fanno breccia nelle sue opere, per essere però usati come canzonature sulle nozionistiche degli adulti, sulle mente dei giovani. Accanto a questo complesso linguaggio, Brizzi usa gerghi musicali e sociali, con neologismi della generazione giovanile degli anni Novanta. Possiamo dire che i suoi romanzi hanno la stessa funzione della letteratura orale, ovvero sono stati pensati dallo scrittore per una lettura a voce alta, in modo che possano prendere una loro melodia, possano perseguire determinati scopi e possano realizzare sentiti attacchi sociali. Per fare tutto ciò il Nostro s’ispira a piene mani alla cosiddetta “letteratura minore”, ovvero ai fumetti, al cinema e alla musica per rileggere nel profondo, la società italiana degli anni Novanta e anche degli anni Duemila. Un veloce excursus tra le sue maggiori opere letterarie.

jackfrusciante.jpgIl 1994 è l’anno del romanzo Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Una maestosa storia d’amore e di rock parrocchiale; vi è raffigurato un tipico scenario degli anni Novanta, uno spazio in cui gli adulti sono accentuate nella loro condizione di emarginazione. Gli amori vissuti sono perennemente tristi e la vita è immensamente illuminata. All’interno di questo mondo c’è il giovane diciassettenne Alex D. del quale è narrata la storia attraverso un lungo flash-back mediante una voce onnisciente. Alex, dopo varie peripezie, riuscirà a consumare un’esistenza “anarchica” e oltre il “piccolo mondo facile”, che i suoi genitori hanno creato attorno a sé. Punto vitale del romanzo è la storia d’amore platonico, fra il giovane Alex D. e Adelaide, che è una storia a sua volta colma di rimandi melodici e cinematografici collocati all’interno di una scenografia composta da accadimenti quotidiani, dell’età dei protagonisti (scuola, ore d’aria amici, vacanze-studio, litigi genitori-figli). Una storia d’amore che è consumata dai due ragazzi, senza nessuna cornice precettistica, ma unicamente con un pungente sarcasmo studentesco. Un Alex D. che è in realtà un finto ragazzo vestito da “hardcore boy”, al tempo stesso è anche un ragazzo coraggioso, millantatore, dolce e maledettamente punkettaro. Ci troviamo dinanzi a un ragazzo con un “io” ben affermato, che non riesce a imporsi universalmente ma per frammenti. Ben diversa, invece, è Adelaide, rappresentata da Brizzi come una ragazza borghese indossatrice di vestiti trasgressivi e follemente innamorata della letteratura zen. Un altro punto fondamentale all’interno del romanzo in questione è rappresentato dal suicidio di Martino (amico di Alex), che si è tolto la vita poiché scoperto come drogato. Questo suicidio apparirà agli occhi del suo miglior amico come un gesto per l’affermazione totale della sua autonomia e della sua identità. L’unico lato oscuro dell’opera brizziana è rappresentato dalla famiglia di Alex, rappresentata come una pesante ombra antisociale, come una piatta e scialba realtà etico-umana e come una creatura relegata ai confini del romanzo. Una rappresentazione famigliare quella del Brizzi, che è creata dall’autore come un forte atto di denuncia contro i protagonisti del ’68 che, dopo aver abbandonato i valori e i principi rivoluzionari, si rintanarono nell’oscura intimità collettiva, che prende ancora oggi il nome di famiglia. Tale giovane, metafora di un’ampia generazione, desidera follemente scappare e svincolarsi da tutto ciò che significa omologazione, per poi rinascere e vivere un’esistenza in nome dell’insicurezza, dell’ineguaglianza, dell’indifferenza, dell’assenza di valori programmati,

Il 1996 è l’anno del romanzo “Bastogne”, ambientato durante la finale offensiva nazista dopo lo sbarco in Normandia, avvenuta nella città di Bastogne nel 1944. Romanzo che rappresenta un Resistenza al contrario, essendo concepita dallo scrittore bolognese come un’immagine simbolica e “sacrale”. I personaggi sono “selvaggi” e questo denota la concezione dello scrittore volta a un intendimento di denuncia contro la città in guerra e allo stesso tempo. Immagine fondamentale dell’intero romanzo è quella del gruppo, concepito dallo scrittore come un luogo sociale in cui si può trovare rifugio e protezione dall’uggia esistenziale, combattuta attraverso la follia omicida, il sesso selvaggio e l’estrema violenza.

Il 1998 è l’anno del romanzo “Tre ragazzi immaginari”, narrazione dalle tinte autobiografiche in cui viene compiuta un’auto-analisi da parte dello scrittore sulla sua passata esistenza adolescenziale e sui suoi “peccati” fatti, per ricavarne da tutto questo una nuova strada. Autoanalisi divisa in due parti: Brizzi rivive mentalmente il suo passato attraverso l’odio verso la scuola, la famiglia, i ragazzi “casa e chiesa”, e contro tutti quei ragazzi senza spina dorsale. Nella seconda parte, invece, il Brizzi del passato vede già mentalmente il Brizzi attuale attraverso i fanciulleschi amori consumati nel 1994.

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Lo scrittore bolognese Enrico Brizzi. – Foto tratta da http://librinews.it/flash/matrimonio-mio-fratello-nuovo-romanzo-enrico-brizzi/ 

Il volume “L’altro nome del rock” viene pubblicato nel 2001; esso è composto da un romanzo breve e otto racconti scritti a quattro mani, con l’amico e compaesano Lorenzo Marzaduri che dà voce ai crucci dei quarantenni, mentre Brizzi dà spazio e voce ai crucci della leva giovanile. Un romanzo che gli scrittori bolognesi costruiscono come si “costruisce” un vinile, ovvero le vicende al pari delle canzoni si legano insieme attraverso un fitto sistema di equivalenze logico-geometriche. Tale opera è un riflesso dell’Uomo e delle sue intense emozioni, delle sue lacrimanti nostalgie esistenziali, delle sue quotidiane guerriglie spirituali, delle sue intime cadute psico-fisiche e delle sue sopravvivenze etico-morali alle emarginazioni, alle sofferenze, e agli avvilimenti. Tutto questo sempre nel nome del rock, concepito dagli autori come uno strumento mutativo e come unica via da percorrere, per raggiungere e approdare alla verità.

Il 2003 è l’anno dell’ultimo lavoro brizziano, il libro “Razorama”. Romanzo che nasce da esperienze personali fatte dall’autore: viaggi compiuti in Africa nel 1999 e nel 2001. Personaggio principale dell’opera è Rodrigo, che è dislocato da Brizzi all’interno del romanzo fra l’avidità dell’uomo occidentale e la magia della popolazione africana, ovvero fra la vita e morte. Un uomo bianco Rodrigo, che ha volutamente voltato le spalle al suo paese per vivere nell’Africa e da essa farsi curare attraverso i suoi riti. Accanto a Rodrigo altri due personaggi, seppur minori, bisogna ricordare: Adriano e Mauro. Il primo è assai rispettoso della cultura africana, concepita come l’unica cura in grado di curare tutti mali degli Uomini e del Mondo, mentre il secondo rimane maggiormente attaccato alle tradizioni e conoscenze occidentali.

STEFANO BARDI

 

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“Dammi la mano” di Claudio Secci, recensione di Lorenzo Spurio

Claudio Secci, Dammi la mano, Edizioni della Goccia, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio 

imageDammi la mano, la recente silloge narrativa dello scrittore torinese Claudio Secci possiamo concepirla come un accorato invito all’aiuto, una preghiera all’ascolto, un desiderio di compartecipazione nelle vicende che caratterizzano la vita di tutti i giorni.

L’autore ha deciso stavolta di immergere le sue trame nel non facile mondo scolastico delle elementari, un momento di rilevante importanza nei giovanissimi e in chiave formativa e per l’apertura al mondo sociale. Gran parte di noi, ormai adulti, non può che non ricordare con piacevolezza quell’età segnata da un incanto particolare verso la novità: il banco di scuola, il primo amico, la maestra che diviene per il giovane scolaro una sorta di nuova mamma e non sono sufficienti i primi compiti, le poesie da imparare a memoria a rovinare questo mondo nuovo ricco di fascino e curiosità che si para dinanzi a questi piccoli ragazzi, il futuro della società.

Nel corso del tempo, degli ultimi decenni, moltissime cose sono cambiate anche all’interno dell’universo scolastico, non è giusto dire in maniera perentoria se in meglio o in peggio, ma è chiaro che già dai racconti dei propri genitori, dei propri nonni e delle personali esperienze vissute, è possibile vedere delle differenze sia nel sistema didattico, nell’approccio dell’insegnante, sia nel comportamento del ragazzino dinanzi al corpo docente.

Secci in questo libro ha raccolto tre racconti in sé slegati, che appartengono a storie di ragazzi che vivono il mondo della scuola in luoghi diversi (nel primo racconto si parla di Ascoli, nel secondo di Terni, etc.) accomunati, però, dalla trattazione del disagio giovanile e da varie forme di emarginazione.

La scuola che ci descrive Secci in queste storie non è, allora, il felice luogo di incontro di coetanei, momento di evasione dalla monotonia delle giornate passate in casa, ma diventa lo scenario di violenze e tribolazioni, di angherie subite, di privazioni della propria identità. Nel primo racconto, “Io sto fermo” assistiamo, infatti, a un becero episodio che si protrae nel tempo in cui il nostro vulnerabile protagonista è alla mercé di un gruppo violento e arrogante sempre intento ad incutere terrore al Nostro o ad usargli violenza. Si delinea, così, come spesso la cronaca ce ne dà informazione, un caso di violenza scolastica che matura all’interno della classe dove la personalità taciturna e remissiva del Nostro in un certo senso dà man forte all’attuazione delle violenze da parte del gruppetto capeggiato da un tiranno frustato con il mondo e infelice della vita.

Dinanzi a una simile situazione, all’acutizzarsi di condizioni sempre peggiori per la salute fisica e psicologica del ragazzino, ci aspetteremmo che fosse la scuola ad intervenire per mezzo dei suoi insegnanti garanti, non solo di istruire i ragazzini ma anche di educarli, dunque di formarli tout court per l’ingresso effettivo, da protagonisti, nel mondo sociale. Dal racconto di Secci il lettore non può che maturare una certa criticità nei confronti di quanto accade nell’aula dove una prima disattenzione e incapacità nel comprendere della maestra viene a significare, per un dato periodo, il prolungamento delle sevizie.

Sarà il Nostro, quando non gli sarà più possibile tacere, uscire da quel bozzolo di dolore e sottomissione nel quale ha cercato di rintanarsi per non subire gli attacchi del mondo di fuori, a confessare tutto alla maestra che poi darà seguito alla cosa.

Colpisce la disattenzione e l’incuranza dei genitori del ragazzo, l’anaffettività e la loro assenza nel contesto relazionale di famiglia e, ancor più, il fatto che il padre non di rado sia dedito all’uso delle mani tanto che la famiglia non è quell’ambiente che si identifica nella protezione e nella tranquillità, piuttosto diviene l’antro di altri dolori fisici e psicologici. Il profilo del ragazzo, allora, tanto che si trovi alla scuola che in casa si configura adiacente all’immagine della vittima sacrificale (a scuola) o dell’elemento di punizione (a casa) sempre, comunque, dominato da una espressione di forza superiore: i bulli a scuola, il padre ammonente a casa.

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Claudio Secci, l’autore del libro

Una storia, quella del primo racconto, in cui il finale apre alla speranza e alla inaugurazione di un clima sociale migliore, fondato –se non sul rispetto e la stima- sicuramente sul rigetto della violenza come mezzo prescelto nelle logiche interpersonali.

Di disagio giovanile si parla anche negli altri due racconti: ne “Il prezzo di un sorriso” il Nostro dà spazio questa volta all’esistenza di una ragazzina che, a causa delle esigue condizioni economiche della famiglia, vive la sua non omologazione alla classe come elemento emarginante, portandola a una sofferenza lancinante che vive nel silenzio. Anche qui, come era stato nel precedente racconto, ritroviamo un padre manesco, fatto che acuisce ancor più il senso di malessere della ragazzina che già vive nel tormento di sentirsi diversa perché povera e stigmatizzata dalla classe come zingara.

L’ultimo racconto, invece, ci narra di un ulteriore episodio di mancata integrazione nel gruppo sociale, nella forma questa volta di una vicenda dove il razzismo fa da padrone. Al ragazzo africano adottato da una famiglia italiana aspetterà una vita difficile nell’universo scolastico dove il solo colore della pelle verrà preso come motivo infamante e denigratorio verso la sua persona.

Sono, quelle che Secci narra in questo breve libro, delle vicende assai realistiche e concrete, diremmo addirittura all’ordine del giorno, dove notizie simili non sono rare come quella che ebbe grande eco del ragazzo “con i pantaloni rosa” che, sottoposto alle minacce e alle ingiurie dei suoi coetanei perché ritenuto omosessuale, decise di uccidersi o come il più recente fatto in cui una ragazzina, in maniera non molto diversa, è stata indotta al suicidio dopo un periodo pesante di continui oltraggi e svilimenti della propria persona.

Secci, per sintetizzare, ci parla della scuola come ambiente nel quale, a differenza del suo scopo educativo, si presentano anomalie tra persone, atteggiamenti di rivalsa, comportamenti sadici tra ragazzi che maturano in un clima spesso non palese agli educatori. Violenze fisiche e psicologiche, continue offese che giorno dopo giorno degradano la propria anima rendendola zero. L’autore ha voluto far luce su quanto sia necessario per il maestro essere al contempo un educatore, ma anche una sorta di genitore e di capire, ben prima che le situazioni si cancrenizzano, cosa c’è che non va nelle vite dei propri studenti. L’importanza che il docente sia al contempo una analista del benessere dei ragazzi si fa ulteriormente rilevante ben tenendo presente che non di rado il germe delle varie devianze, i prodromi delle sofferenza hanno origine nel nucleo familiare.

Nel “dammi una mano”, allora, un proclama all’unione, il motto urlato di chi ama costruire ponti e non ergere muri. L’integrazione è l’ingrediente necessario che può consentire la sana coesione sociale, pur nelle tante differenze che sempre debbono essere rispettate.

Lorenzo Spurio

Jesi, 01-03-2016

“Benzine” di Gino Pitaro

 In uscita il romanzo Benzine
di Gino Pitaro
Sinossi:
Benzine, libro Luigi ha trentacinque anni e vive nell’hinterland romano. La sua vita è scandita da lavori saltuari e precari, dall’impegno nel dottorato di ricerca, dalle amicizie. Spiccano tra le sue frequentazioni, Natalia, un’immigrata russa, poi Verena e Giusy – che coltivano con lui la passione per l’impegno politico, per il cinema e per la cultura in genere -, ma soprattutto Antonio che, impiegatosi presto dopo gli studi, è un po’ un punto di riferimento per il gruppo. Luigi vive un rapporto conflittuale con Guido, compagno d’università, il quale si trova a suo agio nei meandri della lotta studentesca, mentre il multirazziale e un po’ bizzarro quartiere di residenza, nonché il condominio dove abita, riempiono le sue giornate di episodi eccentrici e liminali. La comitiva si divide fra battaglie sociali e il piacere di stare insieme, condividendo piccole-grandi avventure, spesso vissute con ironia – come sottilmente ironico e umoristico è l’io narrante -, mentre in altre emerge un ideale romantico dell’esistenza. Non mancano momenti esilaranti da “gioventù di Campo de’ Fiori”, ma sullo sfondo si delinea con potenza e singolarità una certa periferia romana che, di fatto sconosciuta e oggetto di manierismi post pasoliniani, mai è stata trattata nella sua specificità in tempi recenti, preferendo appunto il “comodo” rifugio del romano del nordest per eccellenza, ovvero Pier Paolo Pasolini, il “prezzemolo di Roma”, citato a (s)proposito dal mondo culturale in una variegata gamma di situazioni. Luigi sperimenta sulla propria pelle le contraddizioni del movimento universitario, ma il mettersi alla prova lo orienta verso nuove domande e diversi sentieri da percorrere, nonostante sia invitato da Giusy e Verena a continuare ad essere un punto di riferimento all’interno dell’occupazione. Il pendolarismo e la questione rom diventano un particolare metronomo della narrazione, e ci trasmettono il gusto vero e forte anche attraverso il non detto. Gli accadimenti si susseguono altalenanti in un contesto di cambiamenti individuali e sociali. Ma c’è un avvenimento più grande che incombe sulle esistenze dei protagonisti e sconvolgerà le loro vite, determinando conseguenze per tutti e segnando sorprendenti tappe del destino. Le cose non sono sempre come sembrano e le persone che ci sono accanto possono rivelare aspetti reconditi e sconosciuti. Chi sono gli amici di Luigi?  Personaggi, situazioni e dialoghi offrono un orizzonte originale eppure pregnante, forse perché sostanzialmente la periferia italiana è vista più dall’occhio dell’intellettuale che non vi è immerso che da quello di chi la conosce davvero. Il Nordest di Roma assurge a simbolo di un nordest che non è solo un contesto geografico metropolitano, italiano o internazionale, ma un luogo dell’anima ben definito, con il suo essere “bastardo”, ovvero frutto di un’alchimia tra la grande città e il confine dei piccoli centri adiacenti, che spesso si fondono. Come in una sorta di parallelismo, ciò accade anche tra grandi aree geografiche: il movimento orario, “verso est” (e non antiorario) crea l’osmosi continua dell’esistente. Questa identità ibrida genera dei nuovi paradigmi sociali e antropologici, mai affrontati in forma di narrazione.E anche Pier Paolo Pasolini chi è se non un figlio del nordest? I protagonisti percorrono un cammino di iniziazione, lungo questa costellazione umana. Le metafore o allegorie del fuoco e degli elementi, spesso alternate a denominazioni geometriche, tracciano il libro e si fanno polarizzatrici di curiose convergenze, che sconfinano con la cultura pop. E come capita spesso il locale spiega il globale più di ogni altra cosa.
Editore: Ensemble.
Collana: Échos
Pag. 148
Isbn: 9788868810948
Prezzo di copertina: 12 euro
Link sul sito della casa editrice:
http://edizioniensemble.it/home/108-benzine-9788868810948.html
 L’AUTORE
Gino Pitaro nasce a Vibo Valentia il 7 luglio 1970. Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e articolista freelance e di documentarista indipendente. Nel 2011 esce il suo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), che ottiene buoni riscontri di critica e diviene una delle opere underground più lette nel 2012. Babelfish, racconti dall’Era dell’Acquario è il secondo libro, con il quale vince il Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata III ediz. (sez. narrativa edita), il premio speciale antologia al Concorso Letterario Caterina Martinelli II ediz., il premio giuria al Concorso Letterario Città di Parole III ediz. – patrocinato dalla Città di Firenze, dall’AICS (sezione cultura) e dall’Associazione Artecinema Rive Gauche -, il riconoscimento Libri di Morfeo, 4° posto (Città di Siracusa). Babelfish inoltre è stato segnalato al concorso Percorsi Letterari dalle Cinque Terre al Golfo dei Poeti I ediz.  Benzine è il nuovo romanzo.

“La bambina con la farfalla sulla testa” di Dunia Sardi, recensione di Lorenzo Spurio

La bambina con la farfalla sulla testa

di Dunia Sardi

prefazione di Gianni Cascone

postfazione di Giuliana Bonacchi Gazzarrini

Attucci Editore, Carmignano (PO)

ISBN: 9788897754008

Numero di pagine: 128

Costo: 13€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

In soli 128 pagine Dunia Sardi ci fa fare un viaggio nella storia dell’Italia contemporanea a partire dalla seconda guerra mondiale sino agli anni ’80. Questo libro, che potrebbe essere definito storico, ha solo alcune caratteristiche di questo genere: non ci sono date precise, riferimenti a battaglie, episodi politici, avvicendamenti al governo od altro, elementi che, invece, sono sempre trattati con attenzione in scritture di questo tipo. La storia ufficiale si mescola alla storia privata di Dunia Sardi a partire dalla sua infanzia, fino alla maturità in una serie di racconti in cui la scrittrice evidenzia l’attenzione verso il prossimo e l’importanza dei sentimenti. Quello che viene descritto, è un mondo che si è perso, una realtà che con il tempo è venuta a cambiare: le piccole realtà di provincia una volta dedite quasi completamente alla vita dei campi hanno visto la nascita delle prime fabbriche –soprattutto tessili nella zona pratese di cui Dunia ci parla- e questo, oltre che mutare l’ambiente fisico, ha costituito un cambiamento non di poco conto nella maniera che l’uomo ha di relazionarsi agli spazi.

Il racconto avviene in forma di flashback, si rievocano i ricordi, dei momenti che, pur lontani, sembrano ancora vivissimi nella mente dell’autrice. Si parte dal difficile periodo di guerra con riferimenti a bombardamenti, internamenti, rastrellamenti e l’Italia allo sbando nel 1943: “Poveri noi e povera Italia, ora c’è scappato anche il Re con tutta la famiglia!” (p. 14). La guerra è vista dagli occhi innocenti della giovane Dunia che non riesce a comprenderla del tutto e che vede in essa due elementi principali: la distanza del padre perché prigioniero degli inglesi e il dramma della nonna Morina che, assieme alle sue sorelle, si logorano nell’attesa del ritorno di un giovane nipote che, invece, catturato dai tedeschi, non farà più ritorno a casa.

Il secondo racconto, “La bambina con la farfalla sulla testa”, che dà il titolo all’intera raccolta, gioca appunto sull’immagine della farfalla, animale esile e particolarmente affascinante che vola e si libra nei cieli, come la libertà che la protagonista spera per suo padre e-intuiamo- del popolo in guerra. Ed è per questo che la foto di Dunia con la “farfalla in testa” una volta ricevuta dal padre al fronte viene assunta come segno vivo di speranza e di ottimismo: “Quel Natale era stato meno triste, per loro che erano lontani dalla famiglia: era bastata la fotografia di una bambina con una farfalla sulla testa, come presagio a riaccendere la speranza che certamente un giorno sarebbero usciti da quel campo di guerra per volare liberi come farfalle” (p. 20).

Il padre di Dunia riuscirà a salvarsi, ma se vogliamo dare uno sguardo più ampio sull’intera storia, dobbiamo dire che moltissimi uomini, prigionieri o al fronte, non furono altrettanto fortunati. Segue poi il racconto del ritorno a casa del babbo, la costruzione della nuova casa e l’arrivo dei fratelli. In tutto ciò è principalmente uno il personaggio su cui la Dunia pone grande interesse: la nonna Morina alla quale è dedicato l’intero libro. La nonna è una confidente e una consigliatrice e, sebbene Dunia ce l’abbia la madre, in fondo è Morina che sembra acquisire i connotati di madre e proprio per questo i genitori le vieteranno di passare troppo tempo con lei: “Il babbo non sopportava che preferissi stare insieme alla nonna Morina e andare in giro con lei invece di stare a casa con la mamma” (p. 62). La figura della madre resta un po’ nell’angolo e sbiadita. Morina, priva di cultura, era ricca però di sensibilità, come dice l’autrice, ed è per questo che la giovane Dunia amava tanto stare con lei, raccontatrice di favole e di storie, come una sorta di balia tardovittoriana.

Vari elementi nel testo che vengono richiamati come la nascita del movimento sindacale, il dualismo Coppi-Bartali, l’antagonismo De Gasperi-Togliatti o le prime vere “canzonette”, i balli nelle balere, ci immettono direttamente nel clima culturale degli anni ’50-’60. E’ un periodo in cui la morale è ancora ammorbata da tabù e pregiudizi che limitano grandemente le volontà dei giovani, pena il castigo familiare e l’etichettamento sociale: “faceva paura la maldicenza, rivolta specialmente verso le ragazze più corteggiate, come se veder parlare due ragazzi insieme passeggiando fosse già un peccato” (p. 82).

Questo libro è ricchissimo nei contenuti e credo che possa essere utilizzato con successo nella didattica della storia contemporanea, meglio di ogni altro manuale con date e lunghe descrizioni degli avvenimenti. Dunia Sardi inserisce la “sua” storia nella storia di tutti come quando narra dei soprusi nazisti, della fuga del re dall’Italia o del clima di rinascita del dopo guerra con la ripresa economica dovuta all’industrializzazione, ciò che nei libri viene definito come “boom economico” o “miracolo economico”: “Verso il 1960 la fabbrica stava andando a gonfie vele […] Il paese stava prosperando […] Il paese stava cambiando volto” (p. 79).

La lettura coinvolge e fa riflettere. Come è indicato nella nota di postfazione, non c’è nulla di inventato e la storia di Dunia può essere assunta come affidabile cronista della realtà, di un mondo che ha dovuto sopportare violenze, le lotte di affermazione della donna e la riconquista della dignità umana. E’ un libro ricchissimo, fortemente autobiografico che è anche un corposo diario di memorie, perché come osserva la narratrice: “Oltre la soglia della gioventù c’è il tempo che in un soffio si mangia il futuro, finché ti fermi a guardare indietro, cercando di ritrovare fra i ricordi, le immagini e i sentimenti di un tempo già passato, con nostalgia” (p. 88).

Il libro di Dunia è vivo, ogni elemento rimanda direttamente a un episodio vissuto ed esso a sua volta si iscrive in un tempo particolare che, come da lei, è stato vissuto da tantissime altre persone. Tutti negli anni di guerra hanno avuto almeno un morto nelle proprie famiglie, tutti hanno dovuto sottostare alla bigotta mania moralistica degli anni ’50-‘60, tutti hanno visto il proprio territorio cambiare: dalla campagna alla fabbrica fino, nei giorni più recenti, all’avanzata della manifattura cinese. Dunia Sardi è riuscita a metterlo sulla carta e a cristallizzare quei momenti che in questo modo mai saranno dimenticati. Rimarranno nel vento, a volteggiare imperscrutati, proprio come la farfalla che implorava libertà durante la guerra e il volo in deltaplano di cui leggiamo nell’ultimo racconto, ambientato negli anni ’80, dopo un’ampia ellissi.

a cura di Lorenzo Spurio

Soria, 21/10/2012

Chi è l’autrice?

DUNIA SARDI è nata a Agliana, in provincia di Pistoia, nel 1941. Da sempre ha coltivato la passione per la scrittura e dopo la pensione, vi si è dedicata. Dal 2006 scrive racconti e romanzi, con i quali, fra gli altri ha vinto il premio letterario “Pennacalamaio” di Savona (anno 2008) e si è classificata al secondo posto del premio “FENACOM” di Prato (anno 2007). Alcuni suoi racconti figurano nell’antologia del premio: “CITTA’ DI SAVONA Enrico Bonino” (anno 2008). I suoi racconti narrano, come in un novellare, l’ambiente e il tempo dell’infanzia, in un periodo segnato dalla guerra e dalla povertà, ma anche dalla ricchezza data dagli affetti delle persone care e da tante piccole cose semplici.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRLACI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

I libri di Vitina Maioriello

I libri di Vitina Maioriello

 

TRAMONTO, BUIO, LUCE

Nasce come biografia di Vitina, ragazza divenuta paraplegica in seguito ad un incidente stradale: un pirata della strada la investe e in un secondo la sua vita di bambina spensierata (il tramonto) si trasforma in una lotta contro il dolore ed il destino (il buio) per poi trasformarsi in una nuova esistenza, ricostruita da zero ma ugualmente piena di gioia, di sentimenti, di amore (la luce).  

Ma questo romanzo autobiografico è molto di più. È la descrizione di una traiettoria imprevedibile che si abbassa nella cupa disperazione e ritrova le altezze dell’amicizia e dell’amore.

Vitina riesce a parlare con semplicità e freschezza di quante le è accaduto, facendo della sua esperienza il simbolo della forza dell’ottimismo. La positività che traspare dalla sua prosa riesce nel difficile intento di parlare di tragedie e dolore col sorriso sulle labbra, regalando al lettore una carezza che è conforto e sostegno.

Tramonto, buio, luce è una poesia, un inno, un canto alla vita che tanti giovani oggi non apprezzano e distruggono. Un libro che ti prende sin dalle prime pagine, ti travolge, non ti consente di interromperne la lettura, t’insegna il valore della vita che va vissuta sempre positivamente, senza cedimenti alle infinite difficoltà che la costellano. Lo stile è scorrevole, piacevole, poetico. Dal tramonto temuto dopo l’incidente automobilistico si passa al buio delle dolorose esperienze. Infine ritrova la luce, più intensa, più viva, più calda di quella che aveva preceduto il tramonto, la luce che ora la illumina, la mette a fuoco, la esalta e la rende una donna straordinariamente capace di affrontare le difficoltà della vita, di gioire, di godere.

Fine osservatrice, sa riflettere sulle sue esperienze personali, le analizza, ne trae stimolo a continuare a vivere facendo in modo che il tramonto ed il buio alimentino sempre più laluce che ora l’avvolge, la esalta nelle sue qualità umane, la proietta in un futuro che non sai immaginare se non nel segno del successo che da sola si è costruita e che tutti avvertiamo come emblema di una persona che dal dolore ha saputo trarre l’insegnamento a vivere la vita nelle sue mille sfaccettature di un poliedro. Un poliedro le cui facce aspettano di illuminarsi tutte di luce intensa, senza ombre e senza tramonti.

 

COMUNICARE: DIALOGO CITTADINO – ISTITUZIONE

Un testo che potrebbe sembrare un qualcosa di tecnico, indirizzato a chi si trova ad avere, magari per motivi di lavoro o personali, contatti con determinati enti, in particolare con la pubblica amministrazione. In realtà non è così perché leggendo il titolo, si può ben capire che è indirizzato a tutti i cittadini poiché tutti, per svariati motivi, quotidianamente, si trovano a dover entrare a contatto con la pubblica amministrazione.

Quando si parla di pubblica amministrazione ci si riferisce a quell’insieme di enti e soggetti pubblici quali comuniprovinciaregionestatoministeri che svolgono in qualche modo la funzione amministrativa nell’interesse della collettività e quindi nell’interesse pubblico. Lo scopo del  testo è di far conoscere alcuni importanti strumenti quali la carta dei servizi, la comunicazione, il marketing, l’Urp ufficio relazioni con il pubblico, strumenti  adottati per sopperire ad esigenze sempre più impellenti per tutte le organizzazioni, in modo particolare la pubblica amministrazione.

Il libro è diviso in quattro parti, ciascuna delle quali è stata curata personalmente dal suo autore. La sottoscritta ha curato l’ultima parte del testo trattando l’Urp, Ufficio Relazioni con il Pubblico, perchè nell’ambito delle amministrazioni pubbliche è fondamentale informare gli utenti, comunicare ai cittadini informazioni complete, chiare, circa le modalità di erogazione di un servizio, le condizioni di accesso, le finalità del servizio stesso. 

 

IL NULLA E IL SUICIDIO GIOVANILE

E’ una sorta di avventura fra le nebbie della società contemporanea. Come Diogene, l’antico filosofo greco sempre alla ricerca di qualcosa di veramente umano ed autentico, l’autrice ha avuto il coraggio di prendere in mano la lanterna e di seguire fino in fondo l’io disperato, fino a scovare nel nulla l’inquietante verità che si nasconde dietro il rifiuto della vita in età giovanile. Il libro di Vitina non si ferma all’analisi sociologica del problema, ma resta sempre attento alla persona che si cela fra le statistiche, spesso definitivamente inghiottita dalla fredda analisi dei fenomeni e dei dati.

Fedele a questo approccio tipicamente umano il libro procede con determinazione, fino ad individuare nella desolazione del nichilismo il dramma principale della società contemporanea. L’autrice si spinge così nei luoghi disperati dell’animo umano, dove regna l’assenza di speranza e l’angoscia di vivere, ponendosi domande sul ruolo dei media e sull’apporto importante e delicato della prevenzione, guardando all’educazione morale e all’educazione ai valori come strategia fondamentale per ritrovare il senso della vita.

Dunque Il libro scava nella disperazione dell’uomo contemporaneo, nell’assenza di speranza, nell’angoscia di vivere, nel ruolo esercitato dai mass media, per poi proiettarsi nella proposta di prevenzione, nella prospettiva da me fortemente voluta e condivisa dell’educazione morale e dell’educazione ai valori, per ritrovare il senso della vita.

Insomma un libro autentico, che non si limita al tentativo di comprendere meglio le dinamiche di un fenomeno così drammaticamente attuale, ma che si sforza davvero di guardare alle profondità dell’animo umano, alla sua solitudine e soprattutto alla sua disperazione, proprio quando questa diventa senza più speranza…

 

 

per contattare Vitina Maioriello, scrivere a: maioriello@inwind.it 

Presentazione del romanzo di Luca Rachetta, “La setta dei giovani vecchi”

COMUNICATO STAMPA

DAL COMUNE DI SENIGALLIA (ANCONA)


Venerdì 9 dicembre 2011

alle ore 21.15

presso la Saladel Trono del Palazzo Ducale di Senigallia

si terrà, con il patrocinio della locale amministrazione, la presentazione dell’ultimo libro di Luca Rachetta dal titolo La setta dei giovani vecchi, pubblicato per i tipi della Edizioni Creativa.

Luca Rachetta, che ha già dato alle stampe il saggio Vitaliano Brancati. La realtà svelata, le raccolte di racconti Dove sbiadisce il sentiero e La teoria dell’elastico, il racconto lungo La torre di Silvano,  il romanzo La guerra degli Scipioni e l’ebook La missione di San Silvestro, propone questa volta il romanzo La setta dei giovani vecchi, a proposito del quale il critico e prefatore del volume Gian Paolo Grattarola ha scritto: “La setta dei giovani vecchi è la storia di un’epoca e dei suoi riflessi sulle aspirazioni di avanzamento nella professione come nella carriera politica, sui desideri di riconoscimento al merito come alla dignità dei sentimenti, nutriti da un gruppo di quarantenni frustrati. Uomini gonfi di sogni e di solitudine, disperati e imprevedibili. Un libro in cui Luca Rachetta conserva l’ironia caricaturale e l’umorismo di sempre, ma dove contenutisticamente il dettato passa da una divertita situazione osservata alla denuncia di una condizione profondamente sofferta.”

L’incontro, sostenuto da Edizioni Creativa-Dissensi Edizioni e dall’Associazione Culturale “Semi Neri”, si aprirà con l’intervento di Gian Paolo Grattarola, cui seguirà l’intervista all’Autore condotta da Fabrizio Chiappetti. A Mauro Pierfederici sarà invece affidata la lettura di alcuni passi dell’opera, accompagnata nell’occasione dall’arpa di Lucia Galli, che interpreterà motivi della tradizione popolare celtica. In conclusione Luca Rachetta accoglierà gli eventuali commenti e risponderà alle domande del pubblico.