“Dammi la mano” di Claudio Secci, recensione di Lorenzo Spurio

Claudio Secci, Dammi la mano, Edizioni della Goccia, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio 

imageDammi la mano, la recente silloge narrativa dello scrittore torinese Claudio Secci possiamo concepirla come un accorato invito all’aiuto, una preghiera all’ascolto, un desiderio di compartecipazione nelle vicende che caratterizzano la vita di tutti i giorni.

L’autore ha deciso stavolta di immergere le sue trame nel non facile mondo scolastico delle elementari, un momento di rilevante importanza nei giovanissimi e in chiave formativa e per l’apertura al mondo sociale. Gran parte di noi, ormai adulti, non può che non ricordare con piacevolezza quell’età segnata da un incanto particolare verso la novità: il banco di scuola, il primo amico, la maestra che diviene per il giovane scolaro una sorta di nuova mamma e non sono sufficienti i primi compiti, le poesie da imparare a memoria a rovinare questo mondo nuovo ricco di fascino e curiosità che si para dinanzi a questi piccoli ragazzi, il futuro della società.

Nel corso del tempo, degli ultimi decenni, moltissime cose sono cambiate anche all’interno dell’universo scolastico, non è giusto dire in maniera perentoria se in meglio o in peggio, ma è chiaro che già dai racconti dei propri genitori, dei propri nonni e delle personali esperienze vissute, è possibile vedere delle differenze sia nel sistema didattico, nell’approccio dell’insegnante, sia nel comportamento del ragazzino dinanzi al corpo docente.

Secci in questo libro ha raccolto tre racconti in sé slegati, che appartengono a storie di ragazzi che vivono il mondo della scuola in luoghi diversi (nel primo racconto si parla di Ascoli, nel secondo di Terni, etc.) accomunati, però, dalla trattazione del disagio giovanile e da varie forme di emarginazione.

La scuola che ci descrive Secci in queste storie non è, allora, il felice luogo di incontro di coetanei, momento di evasione dalla monotonia delle giornate passate in casa, ma diventa lo scenario di violenze e tribolazioni, di angherie subite, di privazioni della propria identità. Nel primo racconto, “Io sto fermo” assistiamo, infatti, a un becero episodio che si protrae nel tempo in cui il nostro vulnerabile protagonista è alla mercé di un gruppo violento e arrogante sempre intento ad incutere terrore al Nostro o ad usargli violenza. Si delinea, così, come spesso la cronaca ce ne dà informazione, un caso di violenza scolastica che matura all’interno della classe dove la personalità taciturna e remissiva del Nostro in un certo senso dà man forte all’attuazione delle violenze da parte del gruppetto capeggiato da un tiranno frustato con il mondo e infelice della vita.

Dinanzi a una simile situazione, all’acutizzarsi di condizioni sempre peggiori per la salute fisica e psicologica del ragazzino, ci aspetteremmo che fosse la scuola ad intervenire per mezzo dei suoi insegnanti garanti, non solo di istruire i ragazzini ma anche di educarli, dunque di formarli tout court per l’ingresso effettivo, da protagonisti, nel mondo sociale. Dal racconto di Secci il lettore non può che maturare una certa criticità nei confronti di quanto accade nell’aula dove una prima disattenzione e incapacità nel comprendere della maestra viene a significare, per un dato periodo, il prolungamento delle sevizie.

Sarà il Nostro, quando non gli sarà più possibile tacere, uscire da quel bozzolo di dolore e sottomissione nel quale ha cercato di rintanarsi per non subire gli attacchi del mondo di fuori, a confessare tutto alla maestra che poi darà seguito alla cosa.

Colpisce la disattenzione e l’incuranza dei genitori del ragazzo, l’anaffettività e la loro assenza nel contesto relazionale di famiglia e, ancor più, il fatto che il padre non di rado sia dedito all’uso delle mani tanto che la famiglia non è quell’ambiente che si identifica nella protezione e nella tranquillità, piuttosto diviene l’antro di altri dolori fisici e psicologici. Il profilo del ragazzo, allora, tanto che si trovi alla scuola che in casa si configura adiacente all’immagine della vittima sacrificale (a scuola) o dell’elemento di punizione (a casa) sempre, comunque, dominato da una espressione di forza superiore: i bulli a scuola, il padre ammonente a casa.

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Claudio Secci, l’autore del libro

Una storia, quella del primo racconto, in cui il finale apre alla speranza e alla inaugurazione di un clima sociale migliore, fondato –se non sul rispetto e la stima- sicuramente sul rigetto della violenza come mezzo prescelto nelle logiche interpersonali.

Di disagio giovanile si parla anche negli altri due racconti: ne “Il prezzo di un sorriso” il Nostro dà spazio questa volta all’esistenza di una ragazzina che, a causa delle esigue condizioni economiche della famiglia, vive la sua non omologazione alla classe come elemento emarginante, portandola a una sofferenza lancinante che vive nel silenzio. Anche qui, come era stato nel precedente racconto, ritroviamo un padre manesco, fatto che acuisce ancor più il senso di malessere della ragazzina che già vive nel tormento di sentirsi diversa perché povera e stigmatizzata dalla classe come zingara.

L’ultimo racconto, invece, ci narra di un ulteriore episodio di mancata integrazione nel gruppo sociale, nella forma questa volta di una vicenda dove il razzismo fa da padrone. Al ragazzo africano adottato da una famiglia italiana aspetterà una vita difficile nell’universo scolastico dove il solo colore della pelle verrà preso come motivo infamante e denigratorio verso la sua persona.

Sono, quelle che Secci narra in questo breve libro, delle vicende assai realistiche e concrete, diremmo addirittura all’ordine del giorno, dove notizie simili non sono rare come quella che ebbe grande eco del ragazzo “con i pantaloni rosa” che, sottoposto alle minacce e alle ingiurie dei suoi coetanei perché ritenuto omosessuale, decise di uccidersi o come il più recente fatto in cui una ragazzina, in maniera non molto diversa, è stata indotta al suicidio dopo un periodo pesante di continui oltraggi e svilimenti della propria persona.

Secci, per sintetizzare, ci parla della scuola come ambiente nel quale, a differenza del suo scopo educativo, si presentano anomalie tra persone, atteggiamenti di rivalsa, comportamenti sadici tra ragazzi che maturano in un clima spesso non palese agli educatori. Violenze fisiche e psicologiche, continue offese che giorno dopo giorno degradano la propria anima rendendola zero. L’autore ha voluto far luce su quanto sia necessario per il maestro essere al contempo un educatore, ma anche una sorta di genitore e di capire, ben prima che le situazioni si cancrenizzano, cosa c’è che non va nelle vite dei propri studenti. L’importanza che il docente sia al contempo una analista del benessere dei ragazzi si fa ulteriormente rilevante ben tenendo presente che non di rado il germe delle varie devianze, i prodromi delle sofferenza hanno origine nel nucleo familiare.

Nel “dammi una mano”, allora, un proclama all’unione, il motto urlato di chi ama costruire ponti e non ergere muri. L’integrazione è l’ingrediente necessario che può consentire la sana coesione sociale, pur nelle tante differenze che sempre debbono essere rispettate.

Lorenzo Spurio

Jesi, 01-03-2016

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