Conrad, Burgess, Strasser: nuovo incontro letterario “Cattivi dentro” dom. 8 aprile alla Biblioteca La Fornace

Potere e sottomissione nella società: nuovo incontro letterario con “Cattivi dentro”

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Proseguono gli incontri letterari attorno al saggio “Cattivi dentro” del poeta e critico letterario jesino Lorenzo Spurio alla Biblioteca La Fornace di Moie. Dopo gli incontri tesi a investigare le forme di infanzia degenerata e il fosco universo della devianza sessuale nella letteratura il nuovo incontro, che si terrà domenica 8 aprile alla Biblioteca La Fornace di Moie di Maiolati Spontini (AN) alle ore 17:30, provvederà ad approfondire il tema “Essere soggiogati: il gruppo sociale sedotto dal tiranno”.

L’intero ciclo di eventi è volto ad approfondire di volta in volta tematiche, testi, romanzi e autori della cultura internazionale che, in varie forme e a vari livelli, hanno parlato o messo in scena storie di cattiveria, violenza, soggiogazione, devianza e d’emarginazione all’interno delle date cornici narrative. Il saggio di Spurio che come sottotitolo porta “Dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera” è risultato vincitore assoluto del noto Premio Letterario “Casentino” sezione Saggistica Inedita “Veniero Scarselli” nell’edizione 2017 con diritto di pubblicazione da parte della casa editrice aretina Helicon.

Nel nuovo incontro si darà voce ad alcuni episodi di violenza e sottomissione che nascono in dati contesti sociali che prevedono da una parte l’assunzione verticistico del potere, la supremazia e forme totalitaristiche e, dall’altro, la tacita abnegazione, la sottomissione e forme di violenza psicologica indotte. L’evento sarà teso a indagare il rapporto sociale che s’istaura tra il ‘cattivo’, nella forma del boss, del dittatore, della persona di potere (legittimo o meno), e della pericolosità nella trasmissione di idee irresponsabili e anti-democratiche. Dalla politica colonialista in “Cuore di tenebra” del modernista Joseph Conrad alla brutalità di una gioventù sadica in “Arancia meccanica” di Anthony Burgess sino all’esperimento nazista ne “L’onda” di Todd Strasser.

Ulteriori approfondimenti deriveranno dagli interventi del critico letterario fiorentino Lucia Bonanni che parlerà della “Psicologia cognitiva e comportamentismo” e dal cultore letterario Stefano Bardi che interverrà con un discorso su “Manipolazione e tenebra: i lati oscuri dei boss”.

Le letture di estratti scelti delle opere di riferimento saranno affidate alla voce di Gioia Casale. Durante la serata verranno, altresì, proiettati estratti significativi dei relativi film che verranno commentati dall’autore del libro.

Si ricorda, inoltre, che l’ultimo incontro del ciclo di eventi si terrà domenica 6 maggio e avrà come tema di riferimento “Così esco dal mondo: alcuni suicidi letterari”. Assieme all’autore del libro interverranno il filosofo Valtero Curzi e la scrittrice Elena Coppari.

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Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 3275914963

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Selezione di poesie per l’antologia civile “Non uccidere” a cura di L. Spurio e I.T. Kostka

ANTOLOGIA TEMATICA

NON UCCIDERE

CAINO ED ABELE DEI NOSTRI GIORNI

Selezione di materiali

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Si selezionano poesie di impronta civile per una antologia tematica dal titolo “Non uccidere. Caino ed Abele dei nostri giorni” che sarà pubblicata da The Writer Edizioni nei primi mesi del 2017.

L’intenzione è quella di proporre, mediante una serie di liriche selezionate dai curatori Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio, un percorso concreto all’interno di difficili dinamiche sociali che caratterizzano la nostra contemporaneità dove la violenza, l’indifferenza e l’abuso verso le minoranze sembrano dominare in modo ancor più marcato da come ci viene dato di conoscere mediante la stampa.

Questa antologia parlerà di ciò che di nefasto ed imprevedibile accade nel mondo, di quelle notizie terribili che giungono alle nostre orecchie e che ci fanno star male anche se non vissute direttamente. Il volume darà voce al tormento e alla sfiducia, ma anche all’indignazione e ai moniti di ribellione, farà parlare gli animi di persone che non accettano le ingiustizie che dominano in un mondo gravato dalla corruzione, dal materialismo, dalla facile convenienza. Canti di denuncia, brani di disprezzo e voglia di verità, brani impegnati o semplici riflessioni dettate dal clima di allarmismo e sfiducia nel quale l’uomo purtroppo in questi tempi è piombato.

A seguire le indicazioni tecnico-logistiche per poter prendere parte al progetto antologico:

Tematica:

Si prediligeranno tutti quei componimenti che lasceranno parlare l’uomo stanco di episodi di violenza e discriminazione, casi di violenza domestica, stupri, femminicidi, incesto, pedofilia, abuso psicologico e fisico, bullismo, episodi di xenofobia, omofobia, fanatismo, violazioni dei diritti, tirannie, sistemi corrotti e antidemocratici, nonché si riferiscano a una azione malvagia dell’uomo contro i suoi simili: guerre, scontri civili, lotte di autodeterminazione, segregazioni, discriminazioni razziali, religiose, etc., stragi, terrorismo, minaccia nucleare, insensibilità e disprezzo nei confronti dei propri simili, degli animali e degli ecosistemi.

In base alle varie tematiche i curatori provvederanno ad istituire sezioni interne dedicandole a ciascun argomento/tema trattato.

Non verranno accettate poesie che presentino elementi razzisti o di incitamento all’odio, alla discriminazione e alla violenza, aspetti denigratori, offensivi, blasfemi, pornografici o politici.

Elaborati:

Ciascun poeta può inviare un massimo di tre poesie inedite in lingua italiana. Non verranno prese in considerazione poesie in lingue straniere o in dialetto, seppur accompagnate da relativa traduzione in italiano. Ciascun testo dovrà essere scritto e salvato in formato Word e dovrà avere una lunghezza massima di 30 versi (senza conteggiare gli spazi tra strofe, né il titolo). È gradito, in apertura a mo’ di dedica o in nota a piè di pagina, un accenno diretto al fatto storico/di cronaca al quale ci si riferisce con la lirica o da quale episodio è stata evocata. La nota dovrà essere breve e avere una lunghezza di non più di due righe.

Assieme alle tre poesie è richiesto l’invio della propria nota biobibliografica, in un altro file Word, che dovrà essere scritta in terza persona ed avere una lunghezza non eccedente le 15 righe.

Fotografie:

Si selezionano altresì immagini (fotografie) che richiamino o siano collegate ad una delle tematiche di cui sopra, affinché i curatori provvedano a scegliere tra quelle che perverranno l’immagine di copertina del volume. Ciascun autore può inviare un massimo di tre proposte. Le foto dovranno pervenire alla mail di cui sotto in formato .jpeg. Se di grande dimensioni potranno essere inviate mediante sistema di condivisione We Transfer e ciascuna dovrà avere l’indicazione del suo titolo.

Scadenza:

Gli elaborati dovranno pervenire alla mail proartem@yahoo.com   entro e non oltre il 10 dicembre 2016.

Selezione:

I curatori del progetto antologico, Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio, leggeranno tutti i materiali pervenuti e provvederanno a selezionare quelli che a loro discrezione e giudizio riterranno più pertinenti e di buona qualità. Entreranno nel volume un massimo di 40 poeti che potranno essere presenti –a seconda della selezione- con un unico testo, due poesie o tutte e tre.

I curatori provvederanno ad informare dell’avvenuta selezione entro il 10 gennaio 2017 mediante comunicato diffuso sui Social ed inviato a mezza mail a tutti i partecipanti.

La selezione operata dai curatori è insindacabile e non verranno fornite motivazioni circa l’esclusione al progetto di determinati testi od autori.

Pubblicazione:

Ogni autore selezionato si impegna, con successivo modulo-liberatoria che verrà poi inviato, all’acquisto minimo di 2 (DUE) copie della antologia al prezzo di 20€ (VENTI EURO) comprensivo di spese di spedizione mediante piego di libro ordinario. Il pagamento dovrà essere fatto verso The Writer Edizioni i cui riferimenti verranno forniti in un secondo momento.

Beneficenza:

Scopo dell’iniziativa è quello di sostenere economicamente con questo progetto una realtà di emarginazione, dando vicinanza e supporto anche materiale nei confronti di un ente che si occupa della difesa delle donne

I curatori del volume, d’accordo con The Writer Edizioni, hanno deciso che i ricavi derivanti dalla iniziativa antologica detratti le spese di stampa e i costi tecnici editoriali verranno destinati totalmente all’Associazione contro la violenza sulle donne “Pronto Donna” di Arezzo (www.prontodonna.it).  I curatori provvederanno a dare notizia dell’avvenuto versamento effettuato da The Writer con tale iniziativa antologica mediante i loro canali.

Presentazione:

L’antologia verrà presentata al pubblico in alcuni eventi in varie parti d’Italia durante il 2017 secondo un calendario di date e di eventi che verrà poi indicato per tempo e divulgato affinché i poeti partecipanti alla iniziativa possano intervenire per dar lettura ai propri componimenti.

Norme importanti:

I partecipanti inviando propri componimenti dichiarano automaticamente che le poesie/fotografie sono frutto del proprio unico ingegno e che ne detengono i diritti ad ogni titolo. Dichiarano altresì –per la sezione poesia- che esse sono inedite, dunque non pubblicate in altri volumi cartacei –personali o collettivi- dotati di codici ISBN. Qualora tali indicazioni non saranno rispettate, la responsabilità ricadrà direttamente su di loro.

Informazioni:

Per ciascun tipo di richiesta o di informazione, gli autori possono scrivere alla mail proartem@yahoo.com che verrà letta da entrambi i curatori o scrivere in Facebook nella pagina relativa all’evento, raggiungibile a questo link:

 

I curatori

Izabella Teresa Kostka

Lorenzo Spurio

“Dammi la mano” di Claudio Secci, recensione di Lorenzo Spurio

Claudio Secci, Dammi la mano, Edizioni della Goccia, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio 

imageDammi la mano, la recente silloge narrativa dello scrittore torinese Claudio Secci possiamo concepirla come un accorato invito all’aiuto, una preghiera all’ascolto, un desiderio di compartecipazione nelle vicende che caratterizzano la vita di tutti i giorni.

L’autore ha deciso stavolta di immergere le sue trame nel non facile mondo scolastico delle elementari, un momento di rilevante importanza nei giovanissimi e in chiave formativa e per l’apertura al mondo sociale. Gran parte di noi, ormai adulti, non può che non ricordare con piacevolezza quell’età segnata da un incanto particolare verso la novità: il banco di scuola, il primo amico, la maestra che diviene per il giovane scolaro una sorta di nuova mamma e non sono sufficienti i primi compiti, le poesie da imparare a memoria a rovinare questo mondo nuovo ricco di fascino e curiosità che si para dinanzi a questi piccoli ragazzi, il futuro della società.

Nel corso del tempo, degli ultimi decenni, moltissime cose sono cambiate anche all’interno dell’universo scolastico, non è giusto dire in maniera perentoria se in meglio o in peggio, ma è chiaro che già dai racconti dei propri genitori, dei propri nonni e delle personali esperienze vissute, è possibile vedere delle differenze sia nel sistema didattico, nell’approccio dell’insegnante, sia nel comportamento del ragazzino dinanzi al corpo docente.

Secci in questo libro ha raccolto tre racconti in sé slegati, che appartengono a storie di ragazzi che vivono il mondo della scuola in luoghi diversi (nel primo racconto si parla di Ascoli, nel secondo di Terni, etc.) accomunati, però, dalla trattazione del disagio giovanile e da varie forme di emarginazione.

La scuola che ci descrive Secci in queste storie non è, allora, il felice luogo di incontro di coetanei, momento di evasione dalla monotonia delle giornate passate in casa, ma diventa lo scenario di violenze e tribolazioni, di angherie subite, di privazioni della propria identità. Nel primo racconto, “Io sto fermo” assistiamo, infatti, a un becero episodio che si protrae nel tempo in cui il nostro vulnerabile protagonista è alla mercé di un gruppo violento e arrogante sempre intento ad incutere terrore al Nostro o ad usargli violenza. Si delinea, così, come spesso la cronaca ce ne dà informazione, un caso di violenza scolastica che matura all’interno della classe dove la personalità taciturna e remissiva del Nostro in un certo senso dà man forte all’attuazione delle violenze da parte del gruppetto capeggiato da un tiranno frustato con il mondo e infelice della vita.

Dinanzi a una simile situazione, all’acutizzarsi di condizioni sempre peggiori per la salute fisica e psicologica del ragazzino, ci aspetteremmo che fosse la scuola ad intervenire per mezzo dei suoi insegnanti garanti, non solo di istruire i ragazzini ma anche di educarli, dunque di formarli tout court per l’ingresso effettivo, da protagonisti, nel mondo sociale. Dal racconto di Secci il lettore non può che maturare una certa criticità nei confronti di quanto accade nell’aula dove una prima disattenzione e incapacità nel comprendere della maestra viene a significare, per un dato periodo, il prolungamento delle sevizie.

Sarà il Nostro, quando non gli sarà più possibile tacere, uscire da quel bozzolo di dolore e sottomissione nel quale ha cercato di rintanarsi per non subire gli attacchi del mondo di fuori, a confessare tutto alla maestra che poi darà seguito alla cosa.

Colpisce la disattenzione e l’incuranza dei genitori del ragazzo, l’anaffettività e la loro assenza nel contesto relazionale di famiglia e, ancor più, il fatto che il padre non di rado sia dedito all’uso delle mani tanto che la famiglia non è quell’ambiente che si identifica nella protezione e nella tranquillità, piuttosto diviene l’antro di altri dolori fisici e psicologici. Il profilo del ragazzo, allora, tanto che si trovi alla scuola che in casa si configura adiacente all’immagine della vittima sacrificale (a scuola) o dell’elemento di punizione (a casa) sempre, comunque, dominato da una espressione di forza superiore: i bulli a scuola, il padre ammonente a casa.

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Claudio Secci, l’autore del libro

Una storia, quella del primo racconto, in cui il finale apre alla speranza e alla inaugurazione di un clima sociale migliore, fondato –se non sul rispetto e la stima- sicuramente sul rigetto della violenza come mezzo prescelto nelle logiche interpersonali.

Di disagio giovanile si parla anche negli altri due racconti: ne “Il prezzo di un sorriso” il Nostro dà spazio questa volta all’esistenza di una ragazzina che, a causa delle esigue condizioni economiche della famiglia, vive la sua non omologazione alla classe come elemento emarginante, portandola a una sofferenza lancinante che vive nel silenzio. Anche qui, come era stato nel precedente racconto, ritroviamo un padre manesco, fatto che acuisce ancor più il senso di malessere della ragazzina che già vive nel tormento di sentirsi diversa perché povera e stigmatizzata dalla classe come zingara.

L’ultimo racconto, invece, ci narra di un ulteriore episodio di mancata integrazione nel gruppo sociale, nella forma questa volta di una vicenda dove il razzismo fa da padrone. Al ragazzo africano adottato da una famiglia italiana aspetterà una vita difficile nell’universo scolastico dove il solo colore della pelle verrà preso come motivo infamante e denigratorio verso la sua persona.

Sono, quelle che Secci narra in questo breve libro, delle vicende assai realistiche e concrete, diremmo addirittura all’ordine del giorno, dove notizie simili non sono rare come quella che ebbe grande eco del ragazzo “con i pantaloni rosa” che, sottoposto alle minacce e alle ingiurie dei suoi coetanei perché ritenuto omosessuale, decise di uccidersi o come il più recente fatto in cui una ragazzina, in maniera non molto diversa, è stata indotta al suicidio dopo un periodo pesante di continui oltraggi e svilimenti della propria persona.

Secci, per sintetizzare, ci parla della scuola come ambiente nel quale, a differenza del suo scopo educativo, si presentano anomalie tra persone, atteggiamenti di rivalsa, comportamenti sadici tra ragazzi che maturano in un clima spesso non palese agli educatori. Violenze fisiche e psicologiche, continue offese che giorno dopo giorno degradano la propria anima rendendola zero. L’autore ha voluto far luce su quanto sia necessario per il maestro essere al contempo un educatore, ma anche una sorta di genitore e di capire, ben prima che le situazioni si cancrenizzano, cosa c’è che non va nelle vite dei propri studenti. L’importanza che il docente sia al contempo una analista del benessere dei ragazzi si fa ulteriormente rilevante ben tenendo presente che non di rado il germe delle varie devianze, i prodromi delle sofferenza hanno origine nel nucleo familiare.

Nel “dammi una mano”, allora, un proclama all’unione, il motto urlato di chi ama costruire ponti e non ergere muri. L’integrazione è l’ingrediente necessario che può consentire la sana coesione sociale, pur nelle tante differenze che sempre debbono essere rispettate.

Lorenzo Spurio

Jesi, 01-03-2016

Lorenzo Spurio su “Liceali” di Francesca Luzzio

Liceali
Di Francesca Luzzio
Con prefazione di Sandro Gros-Pietro
Genesi Editrice, 2013
Pagine: 130
ISBN: 9788874144051
Costo: 13€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Neanche il mio malessere induce mia madre a starmi vicino. (83)

 

downloadDopo varie raccolte poetiche e un interessantissimo saggio sulla storia della poesia nella letteratura italiana, la scrittrice palermitana Francesca Luzzio torna con una nuova opera, una sorta di compendio artistico od opera omnia che si compone di una prima parte con vari racconti e poi una seconda parte dedicata alla poesia. Il tema o, meglio, il sottofondo delle varie vicende narrate, è quello della scuola e in particolare quello dei licei, riferimento biografico alla stessa Francesca Luzzio che per tanti anni ha insegnato in scuole di questo ordine e grado. Il libro si apre con una propedeutica e riflessiva analisi del critico Sandro Gros-Pietro che veicola già da subito quali sono le intenzioni che muovono l’intero progetto contenuto in Liceali.

La scuola, comunemente considerata come luogo di istruzione e di cultura, come condizione di crescita e sviluppo e motivo di apertura, riflessione è ciò di cui più sta a cuore alla Nostra che in queste pagine, nell’artifizio della narrazione, non può esimersi di celarsi dietro gli sguardi di vari insegnanti che descrive, alcuni nuovi, altri veterani, impegnati in lezioni o accompagnatori in visite d’istruzione. Ma ciò che Francesca Luzzio intende sottolineare con questo libro è probabilmente la poca attualizzazione di programmi di studio che finiscono per non interessare gli studenti come quando nel racconto conclusivo la ragazza, che sta leggendo con piacere Le Metamorfosi di Kafka, si stupisce che un simile libro sia parte del prossimo modulo di programma.

A fronte delle instabilità insite nella società contemporanea e della gravosità del mercato del lavoro sembra che anche la scuola in certi momenti perda la sua canonica funzione di “ente regolarizzatore” e performante delle coscienze dei giovani. Ed è così che la scuola, dove una serie di atteggiamenti una volta erano severamente banditi e puniti, che diviene lo scenario di sregolatezze, fenomeni di abuso, violenza o di ghettizzazione dei quali la Cronaca non è che portavoce. La scuola dunque sembra de-scolarizzarsi per assumere un aspetto molto più simile e paragonabile al ben più privato spazio domestico della casa dove la noncuranza dei genitori o la loro assenza possono in effetti consentire atteggiamenti che pure lì andrebbero monitorati e fatti osservare. Si nota una certa criticità o addirittura una delusione vera e propria della scrittrice che in quanto insegnante ha osservato con attenzione problemi, disagi e necessità dei giovani nel comprendere le loro azioni e questo non può che avvenire con un continuo riferimento alla precarietà o difficoltà delle condizioni familiari ai quali sono sottoposti. Si parla spessissimo di famiglie separate, divise, di madri insensibili agli stati emotivi dei giovani e interessate solo al loro possibile futuro da favola, genitori disinteressati, indifferenti o perché si sono costruiti una seconda famiglia, o perché gravati dalle dure condizioni lavorative o semplicemente perché non hanno mai eretto la famiglia a obbligo morale.

 Non ne posso più di essere spedito come un pacco postale, da una casa all’altra, tra l’indifferenza più netta di mio padre e mia madre, della compagna dell’uno e del compagno dell’altra. (54)

 Privati della loro naturale dimensione domestica dove di fatto vengono de-localizzati e de-privati, i giovani non hanno uno spazio, un nido, nel quale riconoscersi e sentirsi realmente protetti e “a casa loro”. La separazione dei genitori e il continuo trasferimento da una casa all’altra a seconda del tempo concesso per stare con un genitore o l’altro producono un effetto destabilizzante sulla necessaria tranquillità del giovane, infastidendolo e facendolo sempre vivere in uno stato di andirivieni, di esilio e spostamento continuo senza poter trovare la giusta pace interiore e calma con il suo spazio.

C’è denuncia in questo senso nei confronti della società: la mancanza di valori, le attestazioni di violenza, l’utilizzo del potere sugli altri, la sfrontatezza, il bullismo e l’offesa sono chiaramente delle manifestazioni degradate e degradanti di una mancata cura, presenza e “alimentazione” familiare che unite all’assenza di quelle figure che dovrebbero impartire il rigore, l’educazione e far intravedere i doveri vengono a dar man forte a quel sistema deviato e auto-impostosi come corretto nella mente di alcuni giovani.

Non mancano dunque episodi dolorosi in cui assistiamo a suicidi che avvengono nel silenzio e nella pura incomprensione della famiglia, violenze ed aggressioni per il bisogno di avere maggior denaro per comprare droghe, insensibilità e grettezza nei confronti del “diverso” che portano all’istaurazione di veri e propri modelli razzisti, l’omofobia nei confronti di un ragazzo omosessuale che tanto ricorda la vicenda passata alla cronaca come la storia “del ragazzo dai pantaloni rosa”.

L’adolescenza come periodo di crescita e di traghettamento da un prima e un dopo è sempre stata descritta come una fase difficile, esplosiva che va trattata con attenzione, rifuggendo sia morbosità che disinteresse da parte dei genitori. Ed è proprio quello il momento in cui il ragazzo farà le conoscenze più importanti della sua vita (siano esse amorose, che amicali) che in un certo senso decreteranno il suo essere uomo/donna nella società; ma è anche il momento delle “nuove autorizzazioni” genitoriali al raggiungimento della maggiore età che, se sommate a un indomito lasciar-fare possono avere un contraccolpo: l’abuso di droga e di alcool, l’acquisizione di atteggiamenti superiori e sprezzanti contro gli altri (si veda l’episodio in cui il ragazzo picchia un barbone, episodio che poi darà luogo a un suo tortuoso ripensamento su quanto l’uomo gli ha detto).

In molti casi assistiamo a giovani, a studenti, che pur essendo inseriti in un contesto sociale che è quello della classe, vivono la loro diversità auto-recludendosi e al contempo soffrendo una logica claustrofilica indotta: la solitudine che alcuni giovani sperimentano e vivano in classe e che li conducono a una sorta di “esilio” (si veda il ragazzo gay, o il ragazzo di colore) è una situazione dolorosa che deprime lo stato psicologico del soggetto e lo demotiva, ne svilisce l’esistenza e lo conduce spesso anche a pensieri autolesionistici nutriti dal suo senso di nullità e incomprensione per il mondo tutto.

Come si diceva, l’analisi è abbastanza amara. Gran parte dei racconti denunciano, affrescano delle realtà che sembrano sommerse e che invece non vanno taciute, manifestano attenzione verso casi di emarginazione che debbono necessariamente essere estirpati con la chiara consapevolezza che è di certo semplicistico attribuire alla famiglia di un certo ragazzo depravato colpe e cause, ma sicuri anche del fatto che il germe d’origine di una personalità depressa, chiusa o pericolosa per gli altri ha di certo un’origine primaria che va localizzata nello spazio delle mura domestiche. Le poesie che compongono la seconda parte del libro, invece, sembrano avere un tono più rilassato dove in effetti anche alla speranza è possibile co-esistere all’interno di una prospettiva di sdegno che ha animato le pagine dei racconti.

Su un libro come questo che affronta il disagio giovanile facendolo da dentro, ossia dallo spazio dove i giovani sono chiamati a dare (in termini di conoscenze), ma dove finiscono per chiedere (l’aiuto, una sorta di sostegno, anche se indirettamente) ci sarebbe molto da dire, ma ciò che è necessario osservare è che Francesca Luzzio fornisce al lettore dei racconti piuttosto brevi nei quali condensa con normalità e voglia di far riflettere delle storie di ineguaglianza, prevaricazione e smarrimento della propria personalità. Non è un caso che il tema dello specchio ritorni più e più volte nel corso del libro: prima quando la ragazzina bellissima prende a farsi delle foto in posizioni osé e poi deciderà di venderle praticamente ad amici e conoscenti per mezzo del telefono arrivando a vendersi lei stessa (lo specchio qui è l’elemento che dà sicurezza alla giovane della sua bellezza e dunque della sua superiorità, quasi un contemporaneo Narciso che come quest’ultimo finirà per soccombere al suo stesso desiderio) e poi nella storia del barbone picchiato e vilipeso dove il ragazzo, specchiandosi, si vedrà d’improvviso invecchiato e tramutato proprio nel senzatetto che ha battuto.

L’identità, la perdita di essa e del suo sdoppiamento, si localizza come uno dei vari temi che costituiscono la trama organizzativa dell’intero libro e non è un caso che si citi Pirandello e Kafka e lo specchio come oggetto che ci fa conoscere noi stessi, ma che al contempo ci destabilizza e ci inquieta (ricordiamo Vitangelo Moscarda che metterà a soqquadro la sua intera esistenza). Nel racconto conclusivo questo sdoppiamento del personaggio, questa impossibilità di potersi riconoscere in maniera identitaria viene sviscerato da una ragazza che si trova in visita d’istruzione e che ben si addice alla manifestazione della perdita di quell’autocoscienza che porta a una vera e propria forma di estraniamento dal sé:

Tutti vogliono che mi comporti in un modo o nell’altro e io cerco di contentare tutti, opprimendo e schiacciando quelli che sono i miei desideri, le mie passioni. […] Non so più chi sia. […] Il sabato poi,… la metamorfosi, nell’arco di un pomeriggio, è duplice: prima divento la nipotina rispettosa che ogni settimana va a visitare i nonni, la sera mi trasformo nella puttana di Vincenzo, il mio ragazzo. (88).

Con un linguaggio che fa completamente ricorso al gergo giovanile, assistiamo a fatti eclatanti che avvengono all’interno della dimensione scolastica, tra lezioni, pause, assemblee, occupazioni, consigli di classe, visite d’istruzione e pause tra un’ora e l’altra. Il tutto è scandito dal suono della campanella e dalla figura dell’insegnante che, forse, a volte non è neppure capace di gestire le varie problematiche dei giovani disagiati come avviene appunto all’insegnante nell’ultimo racconto:

Mi sento avvilita, confusa, né riesco a trovare le parole giuste per rincuorarla.  (89)

 Il fenomeno di ghettizzazione per motivi di carattere razziali contenuto nel racconto “Italiano non italiano” fa senz’altro riflettere, perché in questa circostanza il sentimento di estraniamento e di non-coesione nel gruppo è ulteriormente accentuato per motivazioni di colore della pelle. Il finale del racconto di certo non getta luce troppo positiva in quanto, se è vero che il giovane farà conoscenza con una ragazza, anch’essa di colore, e i due diventeranno vicini di banco e quindi nessuno dei due sperimenterà più da solo la sofferenza per l’emarginazione, va anche detto che questa è una felicità surrogata, o addirittura una felicità che non è tale in quanto spetterebbe all’insegnante facilitare l’inserzione dei due “diversi” nel tessuto della classe non permettendo un ulteriore caso di esclusione e separazione dalla stessa acconsentendo al fatto di tenerli vicini tra loro e separati dagli altri. Secondo la mia prospettiva questa è chiaramente una nuova forma di razzismo che, se motivata dalla volontà di facilitare i rapporti tra i due africani e abbattere il loro sentimento di solitudine, dall’altra li allontana doppiamente e in maniera ancor più grave dall’intero tessuto sociale della classe.

Il fenomeno di ghettizzazione per motivi di carattere razziali contenuto nel racconto “Italiano non italiano” fa senz’altro riflettere, perché in questa circostanza il sentimento di estraniamento e di non-coesione nel gruppo è ulteriormente accentuato per motivazioni di colore della pelle. Il finale del racconto di certo non getta luce troppo positiva in quanto, se è vero che il giovane farà conoscenza con una ragazza, anch’essa di colore, e i due diventeranno vicini di banco e quindi nessuno dei due sperimenterà più da solo la sofferenza per l’emarginazione, va anche detto che questa è una felicità surrogata, o addirittura una felicità che non è tale in quanto spetterebbe all’insegnante facilitare l’inserzione dei due “diversi” nel tessuto della classe non permettendo un ulteriore caso di esclusione e separazione dalla stessa acconsentendo al fatto di tenerli vicini tra loro e separati dagli altri. Secondo la mia prospettiva questa è chiaramente una nuova forma di razzismo che, se motivata dalla volontà di facilitare i rapporti tra i due africani e abbattere il loro sentimento di solitudine, dall’altra li allontana doppiamente e in maniera ancor più grave dall’intero tessuto sociale della classe.

Un libro forte, ma necessario, attuale e vero del quale la letteratura ha di certo bisogno per riflettere con attenzione su quelle che sembrano essere a-normalità e dunque manifestazioni da denigrare, annullare e violentare e che, invece, rappresentano semplici varianti al nostro concetto di normalità. Chiaramente la scuola e la figura dell’insegnante è centrale nel percorso di crescita del ragazzo e nella sua presa di coscienza nei confronti del suo ruolo sociale, ma l’autrice è attenta nel calcare la mano su quanto sia la famiglia la prima detentrice dell’educazione, del calore e del rispetto verso gli altri.

 

Lorenzo Spurio

 Jesi, 2 Febbraio 2014

“Ritrovarsi a Parigi” di Marta Lock, recensione di Lorenzo Spurio

Ritrovarsi a Parigi
di Marta Lock
Albatros – Il Filo, Roma, 2013
Pagine: 408
Isbn: 978-88-567-6238-9
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Ritrovarsi a Parigi - Copertina singolaIl nuovo romanzo di Marta Lock si apre in maniera spigliata con una coppia di giovani che, per caso, hanno la fortuna di provare quel famoso “colpo di fulmine” che sembra essere un momento molto filmico e poco reale, ma che pure accade. E così la veloce conoscenza dei due giovani porterà, forse troppo velocemente, all’inaugurazione di una nuova quotidianità in cui Lizzy dovrà imparare ad adeguarsi  («È che sono abituata ad avere i miei spazi e a non doverli dividere con nessuno, e poi non c’è posto nel mio arma­dio per i vestiti di un altro!», 12). Cambio di sentimenti (o piuttosto bisognerebbe dire “scoperta”) e di casa. Sono gli aspetti principali che dominano nelle pagine iniziali del romanzo in questione che si legge molto bene, un po’ per l’aspetto consuetudinario –e direi quasi rituale- di due modeste esistenze, con la complicità della scrittrice che ha predisposto una scrittura tendenzialmente piana, senza particolare formalismi e ricerche lessicografiche: semplice, ma chiara, la sintassi rifugge la mania del neologismo, ingrediente della narrativa postmoderna, come pure l’atemporalità degli accadimenti, per iscriversi, invece, in uno stile prevalentemente di fattura “classica”.

Una nuova vita che s’inaugura senza una pretesa di un futuro saldo e che, paradossalmente, si fortifica sulla necessità che il tutto conservi un alone di provvisorietà: niente di definito, nessuna certezza. La nuova relazione viene presentata al lettore come veloce, quasi illogica, voluta-ma-temuta. Da un primo piano su Lizzy e Robert, la luce si sposta a un grandangolo per poi sintonizzarsi su una panoramica della sua storia familiare della quale ci viene tratteggiato l’abbandono del genitore paterno al momento dell’annuncio di Hèléne, la futura madre, di essere incinta. Di rilievo il tema antiabortista inserito nel variegato e complesso mondo della società libertaria e ribelle dell’Inghilterra degli anni ’60. Il padre, gravato dalle responsabilità e impreparato a quella grande novità, preferirà abbandonarle entrambe. Ma, si badi bene, non è che questo fatto sia di poca importanza nel proseguo della storia in quanto all’apertura del secondo capitolo viene subito sottolineato che «In realtà la mancanza di un padre aveva causato a Lizzy non pochi problemi nelle relazioni con i ragazzi» (22). Freud, parlando dei sistemi comportamentali del soggetto nelle prime fasi della crescita, non poteva mancare di osservare che per il complesso di Elettra (più o meno il corrispettivo nel maschile del complesso di Edipo), la bambina, soffrendo del complesso di castrazione, si attacca ossessivamente alla figura paterna, ricercando in essa protezione e arrivando al desiderio di conquista del genitore –entrando in una logica di conflitto con la madre. E’ studiato che nei casi in cui venga a mancare la figura genitoriale maschile, la bambina potrà sviluppare uno dei seguenti comportamenti: 1. Fiducia e attaccamento ad altri uomini nei quali cercherà di vedere/vivere la figura del padre –avendo vissuto la privazione del padre come evento in sé doloroso, ma accidentale-; 2. Repulsione nei confronti della schiera maschile –avendo vissuto la privazione del padre come scelta arbitraria e sconsiderata del genitore. Che cosa succede a Lizzy, invece?: «Lizzy si sentiva attratta da uomini in apparenza sfuggenti, di­sinteressati a una relazione, molto presi dai loro impegni e dalla loro libertà; questo la portava a desiderare con tutte le forze di conquistarli completamente, come se volesse dimostrare al mondo di essere capace di farsi amare, ma poi quando otteneva il suo scopo perdeva interesse perché la paura di legarsi e di rinunciare alla propria libertà erano troppo forti» (24). Ancora una volta la provvisorietà, l’attimo, la fugacità del momento: il saper cogliere l’attimo e saperselo godere ma nei tempi giusti, mai troppo lunghi e fuori da ogni terapia di accanimento per far durare un qualcosa. Ed è proprio per questo che quando la routine s’impone, che la problematica Lizzy comincia a sentirsi meno libera: «Dopo un anno di convivenza però Lizzy iniziò a sentire il bisogno di prendere aria» (28) e che addirittura lui «la soffocava» (39).

Dai primi capitoli s’insinua subito l’idea che quell’amore, pure vissuto per un periodo in senso autentico e con convinzione, stia diventando malato con viva preoccupazione della protagonista che si sente privata della libertà o ossessivamente tallonata (“avevo paura fosse Robert”, 50) tanto da costringerla alla decisione di andarsene via per un anno, cambiar aria, allontanarsi dal suo passato e crearsi una nuova vita. Se ne andrà così a Parigi ad abitare in una casa del suggestivo quartiere latino.

Parigi apre a un ampio ventaglio di nuove possibilità: incontri, amicizie, uscite serali, tentativi d’approccio e quant’altro, ma la capitale francese sarà anche il luogo del recupero della memoria in quanto visiterà il nonno, a lei tanto simile per temperamento, che a tratti racconterà della sua storia, della sua difficile infanzia vissuta nell’abbandono e nell’indifferenza del padre e del suo approdo in territorio francese (“sentiva che attraverso quel racconto avrebbe trovato se stessa”, p. 87). La Parigi descritta è quella della capitale bohemien, ma anche la Parigi notturna di locali, discoteche e delle luminarie della Torre Eiffel che stemperano l’aria donandole un effluvio armonico e chiaramente romantico. La multietnica Parigi infonde un aroma di coloniale (si cita la Martinica e un suo ballo tipico, lo zouk) nella figura di Yannik, il ragazzo nero che in un locale, prima molto gentilmente, poi prepotentemente si relaziona con Lizzy facendo nascere in lei un misto d’attrazione e incomprensione: “Mentre saliva le scale non riusciva a cancellare dalla propria mente il sorriso di Yannik, il suo sguardo pene­trante e le sue spalle larghe, domandandosi come fosse possibi­le che tanta bellezza si accompagnasse ad altrettanta antipatia!” (86).

E la storia di Bruno, suo nonno, di come anni prima avesse avuto un vero e proprio colpo di fulmine per una donna che sarebbe poi diventata sua moglie, serve a Lizzy per meditare sul fatto che l’amore, inteso in senso romantico, può esistere e che esso non è solo un prodotto di tempi ormai andati, basta solo trovare la persona giusta. Nel frattempo, alla festa di compleanno di Etienne, c’è un riavvicinamento tra Lizzy e Yannik, ma esso è brevissimo e ancora una volta viene vissuto da Lizzy come tentativo di oppressione alle sue libertà. L’incontro tra i due finirà pressappoco come il precedente: una sorta di attrazione-repulsione, amore-odio difficile da spiegare completamente se non attraverso la sfacciata prepotenza di Yannik e forse, il taboo dell’uomo di colore in Lizzy, come pure la sua amica non manca di farle osservare. La narratrice a questo punto della storia osserva: “Yannik diventava sempre più un enigma, e più si infittiva il mistero intorno alla sua personalità, più le veniva voglia di af­frontarlo, non con le aggressioni verbali, come era abituato a fare lui, bensì attraverso il dialogo” (122).

Ma questo è un libro che scoperchia quel vaso di Pandora che si nutre della cattiveria e dell’insensibilità dell’uomo, delle convinzioni errate dalle quali nascono sempre le sopraffazioni e del pregiudizio: l’emarginazione e il vero e proprio razzismo che il nonno sperimenta sulla sua pelle, in quanto italiano da parte dei francesi (“i france­si che erano così pieni di pregiudizi da catalogare una persona come buona o cattiva a seconda del paese nel quale era nata”, 146) e nella storia di Lizzy la sua iniziale diffidenza verso Yannik perché uomo di colore. Nelle pagine di questo libro si respira un sentimento di noia e di oppressione nei confronti di idee reazionarie, come pure nei confronti di chi è osservatore o portatore di differenze all’interno della società. Ma poi, grazie ad una serie di altre circostanze –neppure troppo fortuite- i due ragazzi hanno la possibilità di interagire e di rapportarsi sul loro passato, sulle loro professioni e proprio dal parlare, dal conoscersi, Lizzy si scoprirà innamorata dell’uomo. Seguiranno scene di cene in locali esclusivi descritte con maniacale attenzione, passeggiate romantiche, dialoghi idilliaci inframmezzati alle continue visite del nonno con il quale, di pari passo, la narratrice porta avanti l’altra storia contenuta nel romanzo: quella della storia d’amore non semplice del nonno con la nonna e della loro famiglia, le loro gioie e i loro momenti di difficoltà sino ad arrivare al momento in cui è il nonno a far luce sulla vicenda dell’abbandono del padre avvenuta sulla nascita. L’anziano, nel suo parlare saggio e concreto, mette subito in luce che per avvicinarci alla realtà di un fatto è sempre necessario ascoltare più voci e non affidarsi solo a una faccia della medaglia. Così le convinzioni su suo padre, irrobustite in lei dalle parole della madre, vengono ben presto minate alla base e si sgretolano. Sentendosi tradita dalla madre, Lizzy romperà con lei i rapporti e sarà investita da un misto di sensazioni contrastanti che la animeranno a ricercare suo padre.

Il tempo incombe sempre impetuoso in ogni colloquio con l’anziano e questa tecnica narrativa a singhiozzi, volutamente basata su briciole di analessi e poi rallentamenti improvvisi, è caratteristica dell’intero romanzo.

E quell’amore prima allontanato, quasi snobbato e nel quale non aveva creduto molto, si trasforma ben presto per Lizzy in uno dei punti fermi della sua permanenza a Parigi attaccandosi ad esso in maniera addirittura ossessiva: l’assenza di messaggi sul cellulare da parte di Yannik è in grado di far dubitare la donna, creare apprensione e smaniare. (“Doveva smetterla di spremersi le meningi in quel modo, altrimenti sarebbe impaz­zita”, 239).

E’ chiaramente nelle ultime quaranta pagine che la storia conosce continui colpi di scena e che la trama si attorciglia su se stessa in maniera impressionante: la scrittrice  si trasforma in equilibrista e destabilizza il lettore con una serie di singolarissime coincidenze, agnizioni, scoperte e veri e propri ribaltamenti di fortuna. Il finale che il lettore anticipa tingersi di sentimenti cupi e mesti darà alla fine l’occasione di risollevarsi, passando attraverso momenti ed episodi focali e addirittura epifanici che, oltre a mettere in chiaro una volta per tutte il vero temperamento di Lizzy, danno manifestazione e concretezza della validità degli insegnamenti del nonno.

Si può trarre una morale da questo libro, o addirittura se ne possono trarre diverse ed è proprio compito del lettore a cui Marta Lock consegna questo romanzo quello di rintracciarle, scorgerle e farle sue affinché anche nella sua vita non si cada in errore, fraintendimento o non ci si lasci condizionare dalla diceria o dalle false convinzioni che, innalzate al valore di tabù, rendono l’uomo schiavo di se stesso e cieco della genuinità dei rapporti con gli altri.

Un romanzo d’impostazione classica in cui molte donne potranno ritrovarsi con facilità nell’ampio spettro delle emozioni, convinzioni, angosce ed ambizioni e che molto fa riflettere sui concetti di multi-culturalità, rispetto nei confronti della tradizione, amore ed orgoglio nei confronti della famiglia, intraprendenza nell’ambito professionale e grande amore per la vita.

Una parabola sui buoni sentimenti che, pur macchiati da un passato di disagio e di privazioni, debbono avere la forza di risplendere con una luce continua, proprio come accade all’amore di Lizzy verso gli altri (la madre, il padre, Yannik, il nonno, gli amici, il bistrot, la città di Parigi, etc). Ci possono essere tentennamenti, difficoltà e momenti di dolore, ci dice Marta Lock, ma bisogna avere la forza di elaborarli con spirito di analisi e voglia di migliorare e soprattutto essere propensi a rivalutare e riconsiderare i fatti accaduti da una nuova prospettiva.

Un affascinante romanzo sull’importanza delle possibilità e sulla frenetica ricerca di se stessi dal felice connubio di relazioni con gli altri.

 

Lorenzo Spurio

“Io venditore di elefanti” di Pap Khouma, recensione di Lorenzo Spurio

Io, venditore di elefanti
di Pap Khuoma
con introduzione di Oreste Pivetta
Garzanti, Milano, 2006
ISBN: 9788811045038
Pagine: 188
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

“Io sono tra i primi ad aver conosciuto l’emigrazione e la clandestinità, sono passato attraverso tempi duri e avventurosi, ho sofferto la fame e ogni genere di umiliazioni, la solitudine, la nostalgia” (p. 118).

 

$(KGrHqNHJEoE912FcOh1BPh+gdOWn!~~60_35Io, venditore di elefanti è la storia di un povero immigrato africano che, giunto nel nostro paese, finisce per fare il vucumprà con tutti i problemi che questo comporta. Seguiamo il protagonista, riflesso diretto dell’autore Pap Khouma nei suoi numerosi spostamenti: da Dakar, capitale del Senegal, fino ad Abidjan, la vecchia capitale della Costa d’Avorio dove il protagonista impara “a vendere elefanti”.  Si tratta della sua prima esperienza con il mondo del commercio e del lavoro, un’occupazione che in Costa d’Avorio rende abbastanza, ma che non è in grado di sposarsi con i desideri del giovane africano. E così, dopo aver lasciato Dakar, il protagonista giunge a Roma, poi a Rimini e al periodo trascorso nella riviera romagnola sono dedicate le pagine a mio avviso più belle del libro. Il protagonista, così come molti altri suoi connazionali, vivono in condizioni di illegalità, in sovrannumero all’interno di un appartamento, privi del permesso di soggiorno e sono dediti alla vendita ambulante. E’ per questo che la loro vita si configura come una fuga continua da quelli che l’autore chiama “gli zii”, ossia la Polizia e più in generale da tutti i “tubab”, termine impiegato in maniera un po’ dispregiativa dai neri per definire i bianchi. Ma in tutto questo l’autore regala anche pagine ricche di profumi e colori legati alla terra d’origine come quando descrive la festa del tabaski.  Il “mito europeo” presente nell’immaginario dell’immigrato si realizza anche con il viaggio in Francia anche se l’autore osserva: “Odio la Francia perché ci ha colonizzati e sfruttati” (p. 42).

Segue il racconto diaristico e dettagliato del difficile ritorno in Italia con i vari problemi di poter esser individuato alla Frontiera (la storia è ambientata, infatti, prima dell’abolizione dei punti doganali secondo quanto previsto dal Piano Schengen). Questo continuo peregrinare di Pap Khouma, metafora del povero immigrato che lascia paese e famiglia per inseguire un mondo migliore, è a tratti triste e duro da accettare, a tratti critico nei confronti di certi strati della società, e in alcuni punti è addirittura comico. Tra tanta difficoltà e povertà, l’autore ci lascia però con delle considerazioni positive: “C’è sempre qualcuno che prende le nostre difese. Tra le umiliazioni, le offese, i furti, c’è sempre qualcuno che prende le nostre parti” (p. 63).

Ci sono descrizioni che feriscono e infastidiscono, come gettare lo spirito su una ferita aperta. Ferita che, pur chiudendosi, mai si cancellerà. Sono i passi in cui Khouma descrive le ostilità, le umiliazioni e addirittura le violenze fisiche di uomini che dovrebbero essere i garanti della Legge. Pagine dolorose, ancor più se penso che quanto Khouma descrive avviene proprio nella mia zona d’origine:  Nella spiaggia di Marina di Montemarciano non ci sono quasi ombrelloni. La prima volta che mi ha portato fortuna, anche se pare poco favorevole al commercio. Ci provo e mi sembra che tutto funzioni bene. Ma ecco che compare una macchina dei carabinieri. Percorre a lieve andatura la strada, a pochi metri dalla sabbia. I carabinieri sono due. Sono di pattuglia. Non so cosa mi prende. So purtroppo che mi metto a correre come un disperato, con le collane attorno alle braccia, i calzoncini che danzano, i miei lunghi piedi che perdono presto i sandali. Le collane volano a terra. Non ho speranze: da una parte c’è il mare, dall’altra l’auto dei carabinieri, alle spalle un carabiniere che mi insegue a piedi, davanti un canale, che è poi una fogna a cielo aperto, a sbarrarmi la corsa e a togliermi ogni possibilità. Mi arrendo. Mi fermo. Il carabiniere mi è addosso, rosso, eccitato, sbuffa e bestemmia: “Maledetto negro”. Non reagisco. Mi afferra per il collo e mi trascina in macchina. Sospiro: “Lasciami camminare. So camminare”. “Brutto stronzo, credi di scappare. Noi siamo militari. Noi siamo più forti, noi corriamo più veloci di voi. Vaffanculo voi del Senegal”. Lo guardo meglio. Per essere italiano è alto. Mi sbatte contro la macchina e mi stringe le manette ai polsi. Comincia a picchiarmi. Scende anche il suo socio e volano ancora pugni, calci, insulti. Qualcuno si muove dalla spiaggia. Ha assistito a tutta la scena, l’inseguimento, la cattura, le botte, e adesso protesta: “Basta. Non potete trattarlo così. Non ha fatto niente di male. Ha solo venduto le sue collane. Basta. E’ una vergogna”. “E a voi che cosa ve ne frega? Stiamo facendo il nostro mestiere con questi bastardi” (pp. 96-97).

15180726-venditori-ambulanti-sulla-spiaggia-a-piediLa nostalgia per la terra natia si respira in ogni singola parola e ancor più quando l’autore paragona gli spazi occidentali, come il Duomo di Milano, a realtà a lui locali, completamente diverse: “Le guglie [del Duomo] sembrano gli alberi delle nostre campagne e delle nostre foreste. Ma sono bianche e senza vita. Questa non è la nostra terra” (p. 81). Ed è in questa citazione che forse l’autore sottolinea questa dicotomia Europa-Africa, Italia-Senegal, Milano-Dakar, ricchezza-povertà, costruzione-desolazione, cultura-natura in maniera ineguagliabile. E dopo un anno e mezzo, dopo aver ricevuto vari fogli di via, Khouma ritorna a Dakar la cui prima immagine che ci viene data è olfattiva, “la nostra aria profumata di mandorle” (p. 106). Lì resta pochissimo perché dopo aver appurato che non ci sono possibilità lavorative e il desiderio di andare in Spagna, paese che sente in un certo senso più vicino e ospitale nei confronti della sua cultura, finisce per ritornare in Italia: “Il destino e questo misero e immobile paese mi riportano in Italia” (p. 108). Nel nostro paese le condizioni nei confronti degli immigrati migliorano, anche se non di molto, con l’introduzione nel 1987 dei famosi “permessi di soggiorno” ed è con un barlume di speranza che la narrazione-biografia si chiude: “Molti restano, lavorano, vendono, diventano operai, anche se sfruttati più degli altri. Molti restano e conoscono delle ragazze italiane. Si innamorano. Ci sono matrimoni, e poi anche separazioni e divorzi. E poi ancora altri matrimoni. Nascono bambini” (p. 141).

Il testo è arricchito nella parte finale da un compendio all’analisi e allo studio del libro che può essere uno strumento molto valido per i ragazzi della scuola media come testo che sottolinei temi centrali quali l’immigrazione, la povertà e l’intercultura.

 

Spurio Lorenzo

(scrittore, critico-recensionista)

 

Jesi, 16-01-2013

 

Chi è l’autore?

Pap Abdoulaye Khouma (Dakar, 1957) è uno scrittore senegalese naturalizzato italiano. E’ immigrato in Italia nel 1984, stabilendosi a Milano, dove si occupa di cultura e letteratura. È iscritto all’Albo dei giornalisti stranieri dal 1994 ed è cittadino italiano. Ha pubblicato, firmato con Oreste Pivetta nel 1990, “Io, venditore di elefanti”, che narra la storia dello stesso Khouma alle prese con il duro destino di venditore ambulante e immigrato. Nel 2005 pubblica “Nonno Dio e gli spiriti danzanti” e nel 2010 “Noi neri italiani”. È il direttore di “El Ghibli”, rivista online di letteratura. Fondatore e direttore responsabile di una rivista online di informazione italo africana. (biografia tratta da Wikipedia)

E’ uscito il nuovo numero della rivista Segreti di Pulcinella – Maggio 2012

Rivista Segreti di Pulcinella

Numero 38 – Maggio 2012

E’ uscito il nuovo numero della rivista di letteratura e cultura varia Segreti di Pulcinella diretta dal sig. Massimo Acciai. Il numero è completamente dedicato al tema “Il razzismo” e nella rivista trovano spazio numerosi materiali e contributi (poesie, racconti, recensioni, articoli) firmati da  Massimo Acciai, Andrea Cantucci, Lorenzo Spurio, Riccardo Lupo, Giuseppe C. Budetta, Salvatore Gurrado, Giuseppe Bonaccorso, Alessandra Ferrari, Emanuela Ferrari, Iuri Lombardi, Italo Magnelli, Alessandro Monticelli, Ivana Orlando, Margherita Pirri, Enrico Pietrangeli, Paolo Filippi, Luca Mori.

E’ possibile leggere la rivista collegandosi al sito internet della stessa:  www.segretidipulcinella.it

o scaricarla in formato pdf cliccando direttamente sull’immagine qui a fianco, una foto di Andrea Cantucci.

Il prossimo numero della rivista avrà come tema “Crisi”  I materiali dovranno essere inviati al direttore a massimoacciai@alice.it entro e non oltre il 31  Agosto 2012.